Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 32

Chapter 323,725 wordsPublic domain

Attribuire l'incremento dell'autorità pontificia ad astuzia tradizionale e a millenarie ambizioni, è sapienza da caffè durante il medioevo. Non un palmo di terra s'aggiunsero per la via usata dai principi, la conquista; diversi d'umori, di passioni, d'affetti, d'ingegno, dall'un all'altro si trasmisero una volontà costante nelle cose superiori; nelle terrene la lor politica orzeggiava come gli uomini; perciò in quelle ebbero potenza irresistibile, in queste si schermivano a stento dal più fiacco nemico: baroni e re prepotenti o popoli rivoltosi toglievano loro i possessi e fin la libertà; intanto che la loro voce sonava temuta e venerata nelle parti più remote; e i popoli esultavano che ai grandi sovrastasse una podestà per arrestarne il despotismo, il quale soltanto è possibile dove i re si persuadono nulla aver di superiore.

L'autorità ecclesiastica poi dei papi, ingrandita col restringere il potere dei metropoliti, revocare a Roma la collazione di molti benefizj, sottrarre agli ordinarj i conventi e i beni parrochiali, favorire le pretensioni dei canonici, fu consolidata dalle false Decretali.

Furono queste inventate dai papi per erigervi la propria primazia? o l'autore si propose di supplire alla mancanza di un codice ecclesiastico conforme ai bisogni del tempo, raccogliendo titoli antichi anche spurj; trasformando in vere decretali altri, a cui il pontificale romano alludeva, o desumendoli da storici e da padri della Chiesa e da collezioni anteriori? Ne disputano gli eruditi: ben sappiamo che, al risorgere della critica, il Valla e i cardinali Baronio e Bellarmino ed altri non meno pii che dotti non esitarono a dichiararle false; ma al comparir primo trovavansi così conformi ai principj ed alle istituzioni della Chiesa, che i più le accolsero senz'altro, sinodi e papi le citarono, altri compilatori vi fecero sopra fondamento, e ne restò legittimata la supremazia papale.

Ma altrettanto erano altere le pretensioni dell'autorità secolare, onde non era possibile procedessero senza venire a cozzo. La Chiesa avea sempre gelosamente provveduto che l'elezione de' prelati rimanesse libera, e fatta per merito non per sollecitazioni, o tumulti, o mercato. Ma quando ogni possesso ed ogni autorità si ridusse feudale, tal si volle ridurre anche l'ecclesiastica: e parve ai re poter obbligare i prelati a prestar loro l'omaggio e chiedere la conferma de' possessi e delle giurisdizioni; ed essi ne gl'investivano colla tradizione dell'anello e del pastorale.

Il diritto d'investirli dava ai re una grande ingerenza anche nell'eleggerli, e presto una specie di padronanza nelle cose ecclesiastiche. Mentre riduceano i sacerdoti ad obblighi secolareschi, _raccomandavano_ spesso le badie a qualche secolare (_commende_), cioè gliene attribuivano i frutti, lasciando al clero i pesi. Di qui un traffico di ecclesiastiche dignità, le quali portando lucro e potenza, procacciavansi con denaro, o, come lamentava san Pier Damiani, «coll'adulare il principe studiandone le inclinazioni, obbedendo ad ogni suo cenno, applaudendo ogni parola che gli caschi di bocca, andandogli in ogni cosa a versi. Non è comprata cara la dignità con sì lunga servitù, col far da parasito e buffone per diventare vescovo?»

Dal soverchio ingrandimento veniva dunque umiliazione vera al clero; onde Attone vescovo di Vercelli[377] non rifina di compiangere le tirannidi usate ai vescovi, accusati da chi che fosse, costretti a difendersi col giuramento e col duello; intanto che i principi carpivano al clero e al popolo le elezioni; e non ai più degni, ma guardavano a parentele, servigi, ricchezze; talchè s'accumulavano in un solo molte prelature, o attribuivansi a fanciulli che appena sapessero qualche articolo di fede, tanto da rispondere ad un esame di semplice formalità. Manasse possedeva i vescovadi d'Arles, Milano, Mantova, Trento, Verona: già incontrammo un vescovo di Todi di dieci anni, un papa di nove. Il padre che avea portato in braccio suo figlio alla sede, mercanteggiava a nome di lui cariche, parrochie, benefizj, riscoteva le decime e il prezzo delle messe, e colla spada faceva e disfaceva nella diocesi, come fra' suoi vassalli[378].

Gli uomini di retta volontà rifuggivano da tali accatti; onde le cattedre restavano a gente che, entrata di rapina a guardia del gregge, come avrebbe offerto quella perfezione di virtù che è richiesta dalla Chiesa? come avrebbero potuto essere gli uomini di Dio e del popolo, se prima dovevano essere gli uomini del re? e come non essere gli uomini del re, quando questo li sceglieva secondo i suoi interessi? Ben la santità di alcuni e la bontà del basso clero manteneva la distinzione, che il carattere e le funzioni pongono fra laici e sacerdoti: ma quelli d'illustre nascita o di elevata dignità si brigavano nelle occupazioni della nobiltà, e meglio della teologia e delle pacifiche virtù credevano s'addicessero al grado loro le armi, il mestar partiti e maggioreggiare nelle Corti.

Quando Arnolfo arcivescovo milanese si condusse ambasciatore alla Corte greca, traeva immenso codazzo d'ecclesiastici e secolari, fra cui tre duchi e assai cavalieri, ai quali avea distribuito pelliccie di màrtoro, di vajo, d'ermellino; esso poi montava un cavallo non solo di ricchissima bardatura, ma ferrato d'oro con chiovi d'argento.

Da questi scialacqui come rifarsi? dilapidando le chiese e i poveri, rivendendo le dignità minori, guastando così l'umor vitale fin nelle parti estreme. Assenti dalle diocesi anche per tutta la vita, corteando, addestrandosi alle battaglie colle caccie, i vescovi corrompevano i proprj e lasciavano corrompere i costumi del clero in guisa deplorabile. Ad esempio de' grandi, i patroni secolari faceano bottega de' piccoli benefizj. I laici non badavano alle scomuniche, sapendo che già le aveano incorse quelli che le lanciavano. Chi non avesse altro, vendeva le preghiere, essendo invalso che uno potesse adempiere alle penitenze d'un altro, e con orazioni o con battiture espiar la pena dovutagli. Domenico Loricato ebbe questo nome perchè portava un petto di ferro, e catene attorno al corpo, e spesso assumevasi la penitenza dei cento e dei mille anni. Credevasi allora che tremila sferzate equivalessero a un anno di penitenza; e durante la recita dei cencinquanta salmi poteansi dare quindicimila colpi. Col recitar dunque venti volte il salterio sotto continua flagellazione adempivasi alla penitenza di cento anni; e talora Domenico la compiva in sei giorni[379].

Non solo le cronache, ma le invettive de' santi ed i concilj testimoniano tale depravamento, da mostrare che veramente divina era l'istituzione della Chiesa se non soccombette. Uno dei più virtuosi e dotti di quel secolo fu Pietro da Imola (988-1072), che abbandonato dalla madre a curare i majali, fu tolto a educare dal fratello Damiano arcidiacono di Ravenna, da cui per riconoscenza prese il nome di _Damiani_. Presto fu maestro egli stesso, e sequestratosi dal mondo nel romitaggio di Fontavellana, aperto allora dal beato Ludolfo appiè dell'Appennino nell'Umbria, ne divenne abate, e molti eremi fondò e de' suoi scolari molti vide unti vescovi. I papi lo adoprarono in affari scabrosissimi, e lo fecero cardinale vescovo d'Ostia, dignità che non accettò se non dopo minacciato di anatema, e non si tenne contento se non quando alfine impetrò di tornare nel suo convento. Fra una vita operosissima, preghiere, digiuni, cilizj erano sua continua compagnia, dormiva s'una stuoja, e ricreavasi coll'intagliare cucchiari ed altri arnesi di legno. Inventò l'uffizio della Madonna: oltre le cencinquantotto lettere e relazioni sugl'importanti negozj ch'ebbe a trattare con re e con prelati, ne abbiamo settantacinque sermoni, vite di molti santi suoi contemporanei, e sessanta opuscoli esegetici, teologici e storici, in dettatura migliore de' contemporanei, eppur diffusa e intralciata, e con un cumulo di miracoli e apparizioni di morti.

Zelantissimo della miglior disciplina, torna ogni tratto a deplorare il pervertimento de' prelati, e — Han fame d'oro (intuona), e dovunque giungono vogliono vestir le camere a gale di cortinaggi, meravigliosi di materia o di lavoro. Distendono sulle seggiole gran tappeti ad immagini di mostri; larghe coltri sospendono alla soffitta perchè non ne caschi polvere; il letto costa più che il sacrario, e vince in magnificenza gli altari pontifizj; la regia porpora d'un solo colore non contenta; e si vuole coperto il piumaccio con tele miniate d'ogni genere di splendori. E perchè ci puzzano le cose nostrali, godono soltanto di pelli oltremarine, condotte per molto argento: il vello della pecora e dell'agnello si ha in dispetto, e voglionsi ermellini, volpi, màrtori, zibellini. Mi vien fastidio a numerare queste borie, che movono a riso, è vero, ma a tal riso che è radice di pianto, vedendo questi portenti d'alterigia e di follia, e le pastorali bende sfavillanti di gemme e qua e là scabre d'oro»[380].

Il beato Andrea, abate di Vallombrosa, esclama: — Era il ministero ecclesiastico sedotto da tanti errori, che appena si sarebbe trovato alcuno alla propria chiesa; chi con isparvieri e cani dandosi attorno, perdevasi in caccie; chi faceva da tavernajo, chi da usuriere; tutti con pubbliche concubine passavano vituperosamente lor vita, tutti fradici di simonia, tanto che nessun ordine o grado dall'infimo al sommo poteva ottenersi se non si comprava al modo che si comprano le pecore. I pastori, cui spettava rimediare a tanto guasto, erano lupi rapaci»[381].

Raterio nacque d'un legnajuolo, e anche divenuto vescovo di Verona amava fabbricare e restaurar chiese; così povero che nè cappellano aveva nè famiglio; nessun lusso nel vestire e nel calzarsi, dormire in terra o sopra un pancone, tenere a mangiar seco ogni qualità di persone, digiunare talvolta fino a nona, facendo penitenza per gli altri; non che curare le maldicenze, donò dodici soldi d'argento a uno che gli aveva detto ingiuria. Egli muove caldissimi lamenti contro il clero nostrale, che sollecitava la libidine con vini e cibi; e raccolto un concilio, trovò che molti nè tampoco sapevano il _credo_[382]. A Farfa, Campone e Ildebrando avvelenano l'abate, e a forza di denari il primo ne ottiene la dignità; ma Ildebrando scontento solleva i vicini di Camerino, caccia Campone, e si fa donno del monastero; Campone con maggiori somme si trae dietro altri, recupera il posto, e attende a mettere al mondo figliuoli e arricchirli coi beni del monastero.

Alberico, nominato vescovo di Como da re Enrico II (1010), di cui era cappellano, donò ai monaci Benedettini un podere del clero di Sant'Abondio, perchè questo ne faceva scialacquo _in pazzie e in cure secolari_. Aveva sotto di sè vassalli, gastaldi, avvocati, il visdomino; e fu degli zelanti nel riformare il clero. Eppure avendo avuta da re Corrado in commenda la ricchissima badia di Breme in Lomellina, per venirne in possesso fece metter le mani addosso all'abate, e cacciatolo in carcere lo costrinse a giurargli fedeltà. Poi al tempo del ricolto andò al monastero, e fece egual violenza a due monaci che per avventura si opponevano alle sue depredazioni; ma la notte, ecco san Pietro gli compare al letto, e non pago di rimproveri, lo batte e mutila in sì mal modo, che la mattina avendolo i monaci costretto a partirsene, tra via morì[383].

Clero e popolo, trovandosi esclusi dalle nomine, e imposti superiori sconosciuti o perversi, mal si rassegnavano all'obbedienza, e ne nascevano turbe e tumulti. A Firenze il vescovo Pietro di Pavia era tacciato di aver compra la dignità dall'imperatore; contro lui principalmente alzano la voce san Gualberto fondatore dei Vallombrosani, e Tenzone che da cinquant'anni stava murato in una celletta; pretendeano non si dovessero ricever da esso i sacramenti, e accusavano di connivenza Pier Damiani, il quale rispondeva che, ammettendo ciò, vi sarebbe da un pezzo interruzione nel ministero della Chiesa di Dio. Per finirla, il vescovo mandò ad assaltare il convento di San Salvi, trucidando quanti monaci furono côlti (1067). I sopravissuti invocarono il giudizio di Dio per provare esser Pietro indegno di quella sede. Eretti due roghi vicini e accesili, il monaco Giovanni vi passò scalzo senza nocumento o dolore; Pietro si ritirò in un monastero, e Giovanni _Igneo_ divenne cardinale e vescovo d'Albano. Di Roma abbiam già detto abbastanza e troppo.

A tanta corruzione i concilj opponevano decreti di morale e di disciplina: s'introducevano regole più austere, qual fu l'Ordine dei Cluniacesi (910), che dalla Francia ove nacque presto si diffuse anche in Italia; il severissimo de' Certosini (1084), dal fondatore san Brunone portato alla Torre in Calabria. Romoaldo, nobilissimo ravennate e confidente di Ottone III, ritiratosi nel deserto di Camaldoli (_campus Maldoli_) (1012), tra le più belle faggete e abetine che coronino la vetta degli Appennini, fabbricò una chiesa e cellette distinte per ciascun monaco, dettando una regola di continui digiuni e prolungati silenzj. Incessantemente egli predicava contro la simonia, e disciplinava il clero; molti prelati simoniaci venivano a consultarlo, «ma (dice Pier Damiani) non so s'egli abbia emendato un solo; tanto è dura quest'eresia, e tanto difficile la guarigione, che con meno fatica si convertirebbe un Ebreo». A un conte Olibano, che venuto con gran corteo alla sua cella, gli espose i proprj peccati, intimò non potrebbe salvarsi se non rinunziando alle pompe del secolo: e quegli obbedì, e si fe monaco. A Ottone III, in penitenza dell'avere ucciso Crescenzio, impose pellegrinasse a pie' scalzi da Roma al monte Gargáno, poi nel monastero Classense di Ravenna digiunasse l'intera quaresima, cinto di cilizio, e dormendo s'una stuoja. Esso imperatore l'obbligò a uscir dalla solitudine per riformare il monastero Classense; ma que' monaci non sapeano adattarsi a tanto rigore, sicchè Romoaldo ruppe la verga, e tornò al suo ritiro. Qui visse fino a cenventitre anni; poi Rodolfo, quarto priore, fabbricò a valle il convento di Fontebuona, i cui monaci doveano procurare i poveri alimenti agli eremiti della montagna; e quella congregazione, approvata da Alessandro II (1072), acquistò dappoi tante ricchezze, quanta a principio n'era stata l'umiltà.

In una delle ricorrenti baruffe cittadine era stato ucciso un nobile fiorentino, e tutta la parentela tenevasi obbligata a vendicarlo. L'uccisore stava dunque in grande apprensione, e scontrato uno d'essi parenti, per nome Giovanni Gualberto, in un calle ov'era impossibile cansarlo, dandosi perduto, si gittò a terra colle braccia tese a pietà. Giovanni, venerando la croce che in quell'atto egli rappresentava, gli perdonò; e colla tenerezza infusa da una buona azione entrando in San Miniato, parvegli che un crocifisso s'inchinasse, quasi ringraziandolo d'aver perdonato a suo riflesso. Tocco dal miracolo, lascia il mondo quando di maggiori attrattive lusingava la sua giovinezza, e a malgrado del padre (1060), raccorci i capelli, veste l'abito; poi per desiderio di maggior solitudine si colloca a Vallombrosa negli Appennini, rimettendo al primitivo rigore la regola di San Benedetto, dando a' suoi un vestire di grossa lana bianca e bruna, e, cosa nuova, con frati laici distinti di condizione, a' quali era permesso parlare mentre fuori attendevano a lavori.

Leone da Lucca, che, sebbene abate della Cava, andava far legna al bosco, e grossi fasci ne portava a Salerno da vendere per vantaggio dei poveri, riprese più volte l'avarizia e crudeltà del principe Gisolfo; ma trovandolo incorreggibile, gli predisse che sarebbe spodestato da Roberto Guiscardo. Più d'una volta presentossi alle prigioni, e senza che alcuno osasse opporsegli, liberò quei che il principe avea condannati a morte.

E Giovanni Gualberto, e San Nilo, romito di Calabria, ed altri di quel tempo moltiplicarono miracoli di conversioni, ma la voce e l'esempio de' pari loro riuscivano d'efficacia parziale, nè a piaghe incancrenite poteva venire il rimedio se non da quel seggio, alla cui altezza principi e popoli affisavano lo sguardo. Ma la sede romana era talmente contaminata, che gl'imperatori ne coglievano pretesto per collocarvi loro creati, perpetuando in tal modo l'abuso delle illegali elezioni. Gerberto, monaco dell'Alvergna, poi abate di Bobbio, fu dotto nelle matematiche, le quali voleva nelle scuole si accoppiassero alla dialettica per crescere forza e penetrazione agli intelletti; introdusse o estese l'uso delle cifre arabiche, con gran cura adunava libri, pose a Magdeburgo un oriuolo forse a bilanciere, e chi entrasse nella camera di lui, vi vedeva astrolabj, sfere, cifre strane, e l'altro corredo da astrologi e maghi. Fu dunque creduto un di costoro, e che avesse patteggiato col demonio per apprendere que' bei trovati e i modi di salire alla suprema dignità. Questi modi però erano scienza superiore ai contemporanei e perseveranza: e dopo che fu arcivescovo di Reims, Ottone III suo scolaro il collocò arcivescovo di Ravenna (999), in fine papa col nome di Silvestro II[384].

Soli quattro anni regnò, e ne' successivi (1003-12) il prefetto di Roma e la fazione dei conti di Tusculo portarono al seggio Giovanni XVII e XVIII, Sergio IV, infine Benedetto VIII uno di essi conti, che illaudabile come pontefice, dell'abilità guerresca si giovò a snidare da Luni i Saracini. Denaro e forza gli diedero successore il fratello Romano ancora laico (1024), console e senatore di Roma, che volle chiamarsi Giovanni XIX, e che vendette per ripagarsi. Poi la fazione stessa tusculana fece eleggere un suo nipote Teofilatto (1033), di dodici anni, che disonorò colla scostumatezza il nome di Benedetto IX.

Due volte dalla pubblica indignazione cacciato e surrogatogli Silvestro III, due per la forza imperiale ricuperò la tiara; la vendette a Giovanni XX, poi col denaro ritrattone soldò gente e ripigliolla. Graziano arciprete, entrato conciliatore, sì bene destreggiò e spese, che ottenne per sè il pontificato (1044), col nome di Gregorio VI. Allora sedettero tre papi contemporanei, che non pensavano a regolare la Chiesa, ma a spartirsene gli emolumenti.

Invitato a riparare a tali disordini, Enrico III convocò a Sutri un concilio, ove Silvestro III e Giovanni XX furono sentenziati d'intrusi, e Gregorio, confessando averlo ottenuto per vie riprovate, depose il pastorale, e si ritirò fra i Cluniacesi. L'imperatore fece eleggere Sugero vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II (1046), coronò Enrico, e pensava svellere la dominante simonia, ma pontificò appena un anno. Al morir suo, Benedetto IX ritorna[385]; ma Enrico spedisce a Roma Poppone vescovo di Bressanone, che pochi giorni siede papa col nome di Damaso II; indi la dieta raccolta a Worms elegge Brunone vescovo di Toul (1048). Così, per evitare le doppie e le turpi elezioni, credessi necessario che i re destinassero i capi alla Chiesa, e preferissero Tedeschi, meno corrotti e alieni dalle fazioni. Brunone aveva cercato sottrarsi al papato sin col fare pubblica confessione de' proprj peccati: indotto poi ad accettarlo, nell'avviarsi a Roma volle averne parere con Ildebrando, monaco di Cluny in gran riputazione di dottrina e virtù; il quale mostrandogli l'indegnità di un'elezione laica, l'indusse a mutare l'abito pontificale in quel di pellegrino, fin a tanto che il popolo e il clero di Roma non lo avessero liberamente nominato.

Finchè vendevansi le chiese, finchè se ne otteneano le dignità per moneta e brogli, finchè il libertinaggio di chi le occupava inchinavasi ai principi venditori più che non ai pontefici riformatori, potea mai sperarsi che i vescovi ricuperassero l'indipendenza d'autorità, di cui avevano fatto getto per acquistare la libertà de' costumi? Depravata la Chiesa perchè si secolarizzò, bisognava tornarla alle norme ecclesiastiche, rinvigorire il sacerdozio, il monachismo; sopra i malvagi, di qualunque grado fossero, istituire un censore, disoggetto da temporali potenze; e tale non potendo essere se non il papa, era duopo sottrarne l'elezione ai laici, sciogliere i sacerdoti dal legame feudale, e perciò isolarli dalle famiglie. Chi si accingesse a rompere il triplice vincolo della terra, della famiglia, dell'autorità con cui il clero trovavasi legato alla società, troverebbe durissimo cozzo nei re che scapitavano di potenza, nei preti che perdevano comodità alle passioni, nelle molli abitudini. Non poteva egli esser dunque che un eroe; nè i passi dell'eroe e in età sciagurate vanno misurati col metro dell'uomo ordinario e de' tempi quieti.

Nel monastero di Cluny era cresciuto Ildebrando (n. 1013), di Soana nel Senese; ed erudizione profana e sacra, integerrimo costume, cuor retto, giudizio ponderato nell'ideare, ferma prudenza nell'eseguire, presto lo segnalarono. Stomacato della universale corruttela, vide non potersi correggere il mondo se non correggendo la Chiesa che n'era capo; e vigile, attivo, indomito, sempre fondato sulla vetusta tradizione e sul voto del popolo, vi si applicò quando fu preso a consigliere dai pontefici. Le nefandità, tra cui era testè corso il papato, lo convinceano che ogni male venisse dal restare la suprema dignità commessa all'elezione interessata e corrotta de' secolari: ma poichè non si poteva di tratto abolire la pretensione degl'imperatori, cominciò a sanare le nomine regie col sottometterle alla rielezione del clero e del popolo. In questo intento consigliò Brunone d'entrare in Roma da pellegrino (1049), e quivi chiedere il suffragio di chi solo v'avea diritto. Brunone, che fu Leon IX, il fece, ed annunziò il divisamento di deporre i vescovi simoniaci; ma trovò il male così esteso, che fu costretto rallentar quel rigore, imponendo solo quaranta giorni di penitenza ai convinti.

Lui morto (1055), Enrico III nominò il monaco Gebardo suo consigliere, persona specchiata, che assunto il nome di Vittore II, per sè e coll'opera d'Ildebrando procacciò a riformare la disciplina. Dopo di lui, una fazione, sazia di tanti papi tedeschi, portò al seggio Stefano IX (1057), che fu zelantissimo della disciplina, e che, morendo dopo soli otto mesi, pregò non si eleggesse il successore fin quando di Germania non tornasse Ildebrando. Però Gregorio conte di Tusculo, armata mano, fe proclamare l'inetto Giovanni vescovo di Velletri (1058), col nome di Benedetto X. Ildebrando, conoscendo che il papa d'una fazione sarebbe ancor peggio che il papa d'un imperatore, si unì ai grandi, a Pier Damiani e ad altri cardinali, pregando dalla imperatrice Agnese un altro pontefice, il quale fu Gerardo vescovo di Firenze. Ildebrando, che ne recò l'annunzio, ebbe cura fosse rieletto in un sinodo a Siena, ove prese il nome di Nicola II (1059); e perchè più non si rinnovassero le elezioni tumultuarie, lo indusse a toglierne il diritto al re ed al popolo, per affidarlo ad un concilio di cardinali vescovi e cardinali cherici[386], salvo l'approvazione del clero e l'onore dovuto all'imperatore.

I grandi, stizziti del vedersi tolto il lucroso privilegio, spedirono chiedendo un papa al nuovo imperatore Enrico IV; e i prelati lombardi da lui convocati a Basilea (1061), abrogata la costituzione di Nicola, stanziarono che il pontefice dovesse scegliersi nel _paradiso d'Italia_, come definivano la Lombardia, acciocchè avesse viscere tenere a compatire la fragilità umana, ed elessero Cadolao vescovo di Parma, che si fe dire Onorio II[387]. Venne costui a prendere possesso della dignità colle armi, alleandosi anche colla fazione di Tusculo; ma Ildebrando avea già fatto proclamare dai cardinali Anselmo da Baggio vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II. Lo scisma proruppe in guerra civile, dove il papa legittimo restò vinto in prima, indi vincitore. Solo dopo molti anni l'arcivescovo di Colonia Annone, tutore di Enrico IV, lo riconobbe: e Cadolao, gran tempo sostenuto nel Castel Sant'Angelo da Cencio, che comprò a contanti, riuscì a fuggire, senza però mai rinunziare alle sue pretensioni. Un concilio adunato a Mantova chiarì legittima l'elezione di Alessandro.