Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 31

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Le fortune de' loro fratelli traevano ogn'anno altri Normanni in Italia. Tancredi, gentiluomo banerese della bassa Normandia, dopo partecipato alle guerre di Roberto il Diavolo, invecchiava tra dodici figli nel castello d'Altavilla. Trovandosi scarso di patrimonio, questi vollero procacciarsene colle armi, e fatti alquanti compagni (1035), tra pellegrini e guerrieri drizzarono alle nostre rive. Guaimaro IV, principe di Salerno e di Capua, volontieri si valse del loro braccio per sottomettere Amalfi e Sorrento. Come allora ai Longobardi, così altre volte servivano ai Greci, per soldo non per dovere o fedeltà. Abulafar e Abucab governatore della Sicilia vennero a guerra fra sè, e Abulafar vinto ricorse a Michele il Paflagonico imperatore. Lietissimo dell'occasione, questi spedisce Giorgio Manioki, valente capitano, il quale, raccolti quanti più potè Longobardi e Normanni, tragittò in Sicilia, e prese Messina e Siracusa. Mediante i soccorsi d'Africa, gli Arabi poterono mettere insieme da cinquantamila combattenti: eppure Manioki li ruppe al fiume Remata, prese tredici città, e forse sbrattava l'isola se non avesse disgustato i proprj alleati.

Grandissimo valore aveano spiegato in quell'impresa Guglielmo Braccio di ferro, Drogone e Unfredo figli di Tancredi d'Altavilla, capi della colonia militare normanna; ma quando si fu a spartire le prede (1039), nulla ottennero dalla greca avarizia. Disgustati, interrompono la guerra, tornano sul continente, e attestati a Reggio di Calabria, si danno a far ogni peggio alle terre dei Greci, col proposito di strappare a questi la Puglia e la Calabria. Sommavano appena a sette centinaja di cavalieri e cinque di fanti, quando si trovarono a fronte sessantamila imperiali condotti dal prode Doceano; ed avendo l'araldo proposta l'alternativa di ritirarsi o combattere, — Combattere» gridarono tutti a una voce, e un Normanno con un pugno (1041) stese morto a terra il cavallo dell'araldo. La pianura di Canne vide un'altra volta sconfitti i Romani, ai quali non restarono che le piazze di Bari, di Otranto, di Brindisi, di Taranto. Il bisogno rimette in credito Manioki, il quale nella pianura di Dragina sconfigge gli Arabi (1043), e manda a barbaro macello le città prese e riprese: Argiro di Bari, figlio del famoso Melo, dichiarato principe d'Italia, cioè della Puglia e Calabria, mena i Normanni alla vittoria.

Manioki aveva incaricato Stefano, patrizio di Sicilia e cognato dell'imperatore Costantino, di vigilare attentamente il mare, sicchè nessun Arabo sfuggisse; ma quegli lasciò scappare il loro capo. Il capitano irritato non solo rimproverò ma battè Stefano, a' cui lamenti l'imperatore diè ordine di mandar Manioki in ferri a Costantinopoli. Questi invece si ribellò, e co' molti tesori tolti a Stefano destinatogli successore, adescò truppe, e dichiaratosi imperatore (1043), pose assedio a Bari. Argiro la difese intrepidamente, e Costantino non vide miglior partito che amicarsi Argiro e i Normanni, a questi confermando le conquiste, a quello dando il titolo di federato, patrizio e catapano augusto. Dopo lunga resistenza Manioki dovette fuggir per mare, poco tardò ad essere ucciso; e Argiro, congedati i Normanni, tornò trionfante in Bari, conservando il titolo di duca d'Italia. Spiaceva questo titolo a Guaimaro IV, e soldati contro di lui i Normanni che testè per lui combattevano, lo assediò, ma non potè altro che saccheggiar la contrada.

I dodici capi normanni, arricchiti dalle spoglie e dal riscatto de' prigionieri, divisero tra sè il paese: a Guglielmo Braccio di ferro Ascoli, a Dragone suo fratello Venosa, ad Arnolino Lavello, ad Ugo Monopoli, a Pietro Trani, a Gualtiero Civita, Canne a Rodolfo, Montepiloso a Tristano, Trigento ad Erveo, Acerenza ad Asclittino, Sant'Arcangelo a un altro Rodolfo, Minervino a Rainfredo, Siponto col monte Gargáno a Rainolfo conte d'Aversa; e ciascuno innalzò una fortezza per assicurare i proprj vassalli, e si valse a talento delle contribuzioni assegnate a ciascun distretto. Restava in comune Melfi, metropoli e fortezza dello Stato, ove ogni conte teneva una casa ed un rione separato[368], ed amministravano la pubblica cosa in adunanze militari. Poi a Matera elessero per capo supremo Guglielmo «leone in guerra, agnello in società, angelo nei consigli», conferendogli, secondo l'espressione della Carta normanna, il diritto «di governare colla verga della giustizia e di terminare le differenze colla lealtà»; mentre dagl'indigeni riceveva il _gonfalone del comando_.

Questa feudalità fra due imperi non poteva vivere ed assodarsi che mediante il valor personale di questo centinajo di prodi. Per gl'italiani essi non erano che barbari e venturieri; spogliavano a gara il popolo, nè il papa aveva autorità di reprimerli: pure, con quell'indole loro pieghevole e subdola, vollero ottenere un appoggio morale, e Guglielmo chiese dall'imperatore Enrico III il titolo di conte della Puglia e l'investitura (1046). E l'ebbe, e fu confermata a Drogone suo fratello e successore, aggiungendo ai Normanni il territorio di Benevento, salvo la città, ch'era stata assegnata al pontefice in cambio dei diritti sulla chiesa di Bamberga, donatagli da Enrico I. Mostrando fare omaggio ora ai Greci or ai Latini, i dodici conti in effetto non confidavano che nella propria daga, nè creduti, nè credendo; ed ora guerreggiavano tra sè, ora si collegavano contro nemici; e nemico consideravano chiunque possedesse bella donna, buon cavallo, armadura o terreno da essi desiderato. La Corte di Costantinopoli, dopo cercato con larghe promesse di trarre que' prodi sulle frontiere di Persia a combattere i suoi nemici, lasciò che il noto Argiro di Bari gli osteggiasse in ogni modo, sino a tramare di assassinarli tutti a un'ora: in fatto molti perirono, e Drogone stesso nella chiesa di Montoglio (1051); ma Unfredo suo fratello e successore vendicò i suoi.

Nelle loro scorribande non rispettavano i beni delle chiese o de' pontefici: e il ricco monastero di Montecassino mandarono a guasto e ruba tale, che l'abate aveva stabilito trasferirlo altrove. Ma ecco un giorno Rainolfo conte normanno con molti militi sale a quella deliziosa altura; e quando i monaci stavano in isgomento d'ogni male, lascia le armi e i cavalli fuor di chiesa, ed entra a pregare. I monaci, risoluti a un colpo di mano, saltano su que' cavalli, e chiuso il tempio, e dato nelle campane a martello, cogli accorsi villani assaltano i Normanni, che inermi invocano invano la santità dell'asilo, da essi tante volte violato. Molti furono uccisi; il conte prigioniero si dovette riscattare col restituire tutte le possessioni usurpate[369].

I papi alzavano i consueti lamenti perchè i Normanni ammazzassero e tormentassero i miseri abitanti, nè risparmiando tampoco fanciulli e donne, spogliassero le chiese, e delle esortazioni si facessero beffe. Leone IX contro di essi ottenne (1053) da Enrico III un grosso stuolo, condotto da Goffredo di Lorena: ma ben presto costoro se ne tornarono, non lasciando che da cinquecento persone. Con questi e con altri raccogliticci nostrali e d'oltralpe, laici e cherici, il papa in persona mosse a guerreggiarli, per quanto san Pier Damiani ed altri savj disapprovassero che un pontefice s'accingesse d'altra spada che della spirituale. I capi normanni spedirono per pace, esibendogli l'omaggio de' loro possedimenti[370]; ma poichè egli dai Tedeschi, che sprezzavano quella piccola gente, fu indotto a negar patti finchè non avessero sgombra l'Italia, essi con tremila cavalli e pochi fanti, tutta gente battagliera, presso Civitate[371] vennero a zuffa, sbaragliarono que' raccogliticci, e il papa stesso colsero prigioniero (1053 — 18 mag.). Quei che armato lo avevano sconfitto, vinto l'adorarono, e gli chiesero perdono della vittoria, supplicandolo ad infeudarli di quanto già possedevano, e di quanto acquisterebbero di qua e di là del Faro. Non si fece pregare Leone; e in tal modo la prigionia fruttò al papa meglio d'una gran vittoria, attribuendogli la supremazia sopra un paese, sul quale non l'aveva mai pretesa. Argiro, che aveva secondato l'impresa, cadde ferito; poi la disgrazia il rese sospetto all'imperatore bisantino, che lo mandò in esiglio, ove si uccise, liberando i Normanni da un nemico ostinato. I quali allora sottoposero tutte le città della Puglia.

Ad Unfredo aveva agevolato le vittorie il fratello Roberto, detto Guiscardo, cioè l'astuto; uomo, al dire di Guglielmo Apulo, d'alta statura, di sommo vigore, spalle larghe, lunghi capelli, barba color lino, occhi di fuoco, voce tonante; che maneggiava con una mano la spada, coll'altra la lancia (1048); più scaltro d'Ulisse, più eloquente di Cicerone. Venne di Normandia da pellegrino con soli cinque cavalli e trenta fanti; e la povertà primitiva lo rendea cupido d'acquisti, frugale con sè, largo cogli altri. Trovando da patrioti suoi già occupato ogni cosa, egli solda avventurieri italiani, e fa guerra di bande; e mentre Unfredo riduceva la Puglia in suo potere, esso tenta la Calabria, correndo e predando, oggi ricchissimo, domani affamato, presto in voce di valoroso fra quei valorosi. Unfredo ne ingelosì, e sorpresolo durante un banchetto, fu per ucciderlo (1054); poi si rappattumò seco, e gli concesse quanto aveva conquistato: ma alla sua morte (1057) il Guiscardo ne occupò tutta l'eredità. Papa Nicola II, che per le commesse violenze l'avea scomunicato, attesa la sua docilità il ribenedisse, e non vedendolo pago del titolo di conte, gli conferì quello (1059) di duca di Puglia, Calabria e di quanto in Italia e in Sicilia potesse tôrre ai Greci o ai Saracini, considerando come decaduti quelli perchè scismatici, questi perchè infedeli: in ricognizione il Guiscardo e i suoi eredi e successori si dichiaravano ligi della santa sede, alla quale contribuirebbero truppe all'occorrenza e dodici denari pavesi ogni giogo di bovi[372].

Voglia il lettore porre ben mente a quest'atto, onde possa valutare la giustizia o almeno la legalità della conquista normanna e della supremazia pontifizia; poichè così veniva creato un gran feudo, che, secondo la costituzione di Corrado imperatore, passerebbe ai figli ed ai nipoti, e che rileverebbe dal papa, come il duca di Normandia rilevava dal re di Francia.

Capitani e soldati alzarono Roberto sullo scudo, e da quel punto cessò d'essere loro eguale per divenirne il principe; ma l'opposizione dei nipoti spossessati e degli altri baroni insofferenti d'ogni preminenza, gli fece logorar le forze, necessarie ad assodare il nuovo principato.

Ciò malgrado, al Guiscardo venne fatto di togliere ai Greci Reggio, Squillace, Brindisi, Gallipoli, infine, malgrado i soccorsi orientali, anche Bari (1071), ultimo loro possesso nella Magna Grecia. Con pari fortuna sottrasse Capua ai duchi: poi invitato dagli Amalfitani, attaccò Salerno, una allora delle più belle città, e rinomata per una scuola di medicina a cui traevano malati d'ogni parte; dopo fiero assedio l'ebbe, e così Amalfi (1075-77), terminando la dominazione dei Longobardi, cinquecentonove anni dopo che Alboino avea confitto la lancia sul suolo d'Italia. A Napoli pure e a Benevento mise assedio, ridendosi delle scomuniche papali; finchè s'interpose uno dei più famosi e santi personaggi di quel tempo, Desiderio abate di Montecassino.

Roberto tant'era salito in gloria, che n'era ambita la parentela: Azzo marchese, progenitore degli Estensi, Raimondo conte di Barcellona, l'imperatore di Costantinopoli e quello d'Occidente gli chiesero le figlie a spose de' loro figliuoli. Imbaldanzito sulle vittorie, Roberto medita assalire l'impero d'Oriente, dove il suo genero era stato stronizzato dalla nuova dinastia dei Comneni; côlti leggeri pretesti, dichiara guerra ad Alessio imperatore (1081), e con cencinquanta navi, e con galere di Ragusi, caricate per forza di trentamila uomini, prende Corfù e Botronto. Anna figlia di Alessio ce lo dipinge «di pelle rossa, capelli biondi, larghe spalle, occhi di fuoco, voce come quella dell'Achille omerico che con un grido mette in fuga miriadi di nemici. Soffrire superiorità altrui non poteva: parte di Normandia con cinque cavalieri e trenta fanti; arriva in Lombardia, s'appiatta negli antri e nelle montagne, e cominciando sua carriera guerresca con assassinj e rapine, provvede i suoi d'arme, cavalli, denaro». L'esagerazione è gran segno di paura!

Alessio affrettò la pace coi Turchi, che da Nicea minacciavano già l'Impero, e chiese soccorso ai Veneziani, che, di mal occhio vedendo questa nuova potenza in Italia, con buona flotta ruppero quella del Guiscardo. Questi rifattosi pose assedio a Durazzo; e non che sgomentarsi dell'esercito che Alessio aveva allestito con rinforzi di Franchi e di Scandinavi assoldati, fe metter fuoco alle navi per togliere a' suoi la speranza della ritirata, e accettò la battaglia (18 8bre). La moglie di lui vi comparve eroina, e benchè ferita, rimase tra la mischia esortando, tanto che Alessio non dovette lo scampo che alla propria spada e alla rapidità del palafreno. Durazzo è presa; Roberto si addentra nell'Epiro: ma le perdite sofferte, i morbi sviluppati, e triste notizie di turbolenze in Italia lo richiamano. A Boemondo suo figlio lasciato in Grecia, Alessio oppone i Turchi, e fa ferire i cavalli, sapendo come i Normanni poco valgano pedestri, onde al fine lo riduce a ritirarsi.

Secondo la promessa fedeltà feudale, trecento Normanni ajutarono papa Nicola a domare i conti di Tusculo; poi quando Gregorio VII era dall'imperatore d'Occidente ridotto prigioniero in Roma (1084), Roberto accorre, getta il fuoco alla città, e liberato il pontefice, seco il mena trionfante a Salerno. Quindi nuova spedizione allestisce contro la Grecia; e malgrado la flotta che gli affaccia Alessio, sostenuto dai Veneziani, sbarca, sconfigge gli imperiali in ripetuti scontri per mare e per terra, e saccheggia la Grecia e le città dell'Arcipelago. Morte lo arresta (1085), e i Normanni si sparpagliano: ma poco andrà che i suoi nipoti, segnati il petto della croce, verranno a sgomentare Costantinopoli e i Musulmani[373].

Aveva Roberto conferito al minor suo fratello Ruggero il titolo di conte di Sicilia (1072), ma niun mezzo di conquistarla che il suo valore ed un cavallo. Gittatosi alla via, egli svaligiava i passeggieri, massime quelli che per mercatanzia recavansi ad Amalfi[374]: sua moglie, alla quale egli non potè tampoco costituire una dote, gli coceva il parco desinare, e spesso tramendue non possedeano che un sol mantello per uscir fuori: uccisogli in battaglia l'unico cavallo, egli prese in ispalla la sella, e con questa si salvò. Tal era il ceppo dei futuri reali di Napoli; il quale (1061), coll'ardimento proprio alla sua nazione, tragittossi in Sicilia, a titolo di redimere i Cristiani dalla servitù musulmana[375].

Dalle sconfitte avute dal prode e avaro Manioki s'erano rifatti gli Arabi sotto l'inetto suo successore Stefano, e ricuperarono tutte le fortezze perdute. Sola Messina resisteva, all'assedio della quale si conversero tutte le forze arabe: ma Catalco Ambusto che vi comandava, li sorprese (1040), uccise nella propria tenda Abulafar loro generale, e fece ricchissimo bottino. Non seppe profittare della fortuna Stefano, e non che riperder tutto, fuggì in Calabria.

Ma anche i Saracini guastavano se stessi colle reciproche nimicizie. Due emiri si disputarono il primato, e soccombuti entrambi, la Sicilia restò divisa fra varie piccole signorie; Abd-Allah ebbe Trapani, Marsàla, Màzara, Sciacca; Alì ben-Naamh Castrogiovanni, Castronovo, Girgenti; Ben-Themanh Siracusa e Catania; altri altro, nemici fra loro, molesti tutti al paese.

Questo Themanh avea sposato Maimuna sorella di Alì ben-Naamh; ma un giorno ubriaco le fece aprir le vene. Ella, guarita a stento, fuggì al fratello, il quale assalse e spodestò il cognato. Themanh rifuggì allora sul continente a Ruggero, e lo aizzò a conquistare l'isola. Volentieri l'ascoltò il venturiero, e passato lo stretto, piantò su Messina la croce, che n'era strappata da ducentrent'anni. All'assedio di Traina in val di Demona a' piedi dell'Etna, i trecento suoi seguaci resistettero a tutte le forze dell'isola; alla giornata di Teramo (1063) trentamila nemici furono sconfitti da centrentasei Cristiani, e Ruggero assicurò che san Giorgio, patrono de' guerrieri, avea pugnato con essi, e serbò per san Pietro le bandiere nemiche e quattro camelli, e da papa Alessandro II ricevette in ricambio la bandiera di San Pietro.

I Pisani faceano allora vivo traffico in Sicilia, e specialmente a Palermo; ed essendo disgustati degli Arabi, raccolsero un forte naviglio, e spintisi contro la catena di quel porto la spezzarono: entrati, non poterono prendere la città, atteso il gran numero di Musulmani accorsi, ma portarono via in trionfo la rotta catena; di sei navi riccamente cariche, cinque bruciarono, l'altra condussero in patria, dell'opimo bottino valendosi per fabbricarvi il duomo.

Ventott'anni si ostinò Ruggero (1089) per togliere l'isola ai Saracini, ai Greci ed ai naturali: la resa di Palermo segna l'epoca in cui la stirpe dei Beni-Kelb fu spossessata. Ben-Avert teneva ancora Siracusa e Noto; e Ruggero, assalitolo per mare, lo sconfisse ed uccise; e dopo assedio fierissimo ebbe anche Siracusa, poi Girgenti e Castrogiovanni, e ultime Butèra e Noto: col che potè dirsi padrone di tutta l'isola, della quale investì il fratello Roberto, per sè conservando Palermo e Messina. Rincacciando poi i Musulmani, assalì anche Malta, obbligandoli a tributo e a rilasciare i prigionieri cristiani. Presi molti beni per la sua famiglia, molti assegnatine alle chiese, altri distribuì a' suoi seguaci, dando così origine alla feudalità in Sicilia, e ripristinò i vescovi nelle sedi. Molti ricchi Musulmani uscirono di paese: ai rimasti Ruggero lasciò il culto e le proprietà, privandoli però d'alcuni diritti, come d'aver botteghe, mulini, forni, bagni pubblici; gli ebbe nell'esercito, ed erano una metà di quello che, nel 1096, stringeva la ribellata Amalfi; in arabo si poneano ancora le iscrizioni e battevansi le monete.

CAPITOLO LXXVIII.

La Chiesa. Simonia e concubinato. Gregorio VII. La contessa Matilde. Guerra delle Investiture.

Fra quell'universale scombuglio, sola la società cristiana rimaneva immobile; società d'intelligenze, che non fondandosi sopra cose contingenti, ma sulla perpetuità delle idee, soffrendo e combattendo consolidava la propria unità e indipendenza, diffondeva nozioni ed esempj d'ordine, di pace, di personale dignità; alla forza che presumeva poter tutto, metteva un limite di verità, di giustizia, d'amore; tendeva senza posa ad assimilare quanto stavale dattorno, e conquistare i conquistatori, non badando alle nazioni ma agli uomini, e proclamandoli eguali perchè tutti creature di Dio, liberi perchè tutti servi ad un signore non terreno. Tale assimilazione incarnò essa nel sacro romano impero, come principio d'equilibrio politico e tutela di sociale giustizia: ma gravi tribolazioni e scosse ebbe di là donde attendeva sollievo e franchezza. Perocchè gl'imperatori, con pretensioni vaghe e col mal definito possesso dell'Italia, nocevano all'indipendenza di questa e alla dignità reale; i papi, costretti cercare possedimenti quando dai terreni derivava ogni podestà e ogni sicurezza, intesero in senso materiale il morale arbitrio che loro attribuiva la coscienza de' popoli. Quindi il cozzarsi delle due podestà, e difficile l'assegnare fin dove di ciascuna giungesse la ragione, e cominciasse il torto.

I possessi ecclesiastici, protetti contro il disordine, erano meglio coltivati degli altri; onde, non solo per pietà, ma per metterli in salvo dalla generale violenza, molti offerivano alle chiese i proprj averi, ricuperandoli poi a titolo di livello e di precario; e tanti in Italia davansi alle chiese come oblati o manimorte, che re Lotario dovette imporre, chi il facesse senza necessità, rimanesse nulladimeno soggetto all'eribanno e all'altre pubbliche gravezze. Le decime, consiglio dapprima, divennero comando; e la superstizione vedeva i demonj svellere le spighe dal campo dei renitenti. Aggiungetevi le donazioni che la pietà e la politica dei re vi faceva, e il tributo d'interi regni, e comprenderete il perchè lautissimi possessori riuscissero i conventi, le chiese, le mense vescovili. E poichè sulla proprietà territoriale era piantata la società, alto grado occuparono nella gerarchia feudale; vescovi e abati acquistarono i diritti di moneta, tributi, giudizj di sangue e le altre regalie; baroni insieme e gran sacerdoti, intervenivano a far leggi e creare il re. Convertiti in elettori, i vescovi poterono dettare ai re precetti diversi da quelli che suggeriva la sbrigliata prepotenza, e giuramento di mantenere le prerogative del popolo e i diritti della Chiesa.

Costumati a governo regolare là dove ogn'altro era scomposto, i sacerdoti ne porsero l'esempio ai Barbari, i quali od affidarono loro o con loro divisero la direzione delle pubbliche cose. Traendo a sè le cause a cui per alcun appiglio si attaccasse idea religiosa[376], grandemente allargarono la giurisdizione; e poichè è canone non poter uno essere due volte processato pel delitto medesimo, con infliggere ai sacerdoti delinquenti la punizione ecclesiastica venivasi ad esimerli dalla ordinaria. Il vescovo era sottratto a qual si fosse tribunale, appena dichiarasse appellarsi al papa; in caso diverso, non poteva essere giudicato da meno di dodici vescovi, nè condannato che sovra deposizione di settantadue testimonj fededegni.

Non poco giovò alla civile equità il diritto, ai vescovi riconosciuto, d'ammonire l'autorità di qualunque disordine, e chiedere fossero abrogate o mutate le leggi devianti dalla giustizia. Quindi la protezione in cui la donna, balocco di regie passioni, fu presa da essi onde mantenere la santa castità del matrimonio, e sublimarlo nell'opinione; quindi le barriere poste all'abuso de' giuramenti e dei duelli giudiziarj; e se le ordalie non abolirono come troppo radicate nella consuetudine, le trassero però a sè coi riti, siccome un modo di campare molti innocenti. Ad egual modo non essendo possibile strappare ai signori il privilegio della ostilità privata, vi posero ripari secondo i tempi, l'asilo nei luoghi sacri e la tregua di Dio.

Il loro capo dovea poi naturalmente acquistare nello Stato una posizione, che non è nell'essenza della missione sua, ma che non vi ripugna: e se già da prima il papa interveniva come giudice od arbitro ne' grandi interessi dell'Occidente, più il fece dopo che all'estesa monarchia di Carlo Magno successero tanti piccoli regni, di forze equilibrate.

Nello sminuzzamento feudale nulla importava alla Francia quel che facessero la Danimarca o la Croazia: ma Roma prendea pensiero dello Spagnuolo come del Polacco; spediva legati e nunzj, prima che si usassero ambasciadori; deputava giudici e stabiliva tribunali di nunziatura là dove non conosceasi altro diritto che la spada; dettava leggi comuni, fondate su una giustizia eterna. Tutti quei popoli dunque veneravano la romana chiesa; alla sua primazia piegavansi i nuovi convertiti, giacchè da essa erano venuti gli apostoli loro; i metropoliti lontani portavano i loro piati alla curia romana. Un sacerdote inerme, che, scevro da mondani interessi, pronunzia nelle contese de' principi, o fra questi e i popoli; parla d'onestà e dovere a coloro, cui unico diritto sono il capriccio e la forza; ovvia le guerre, protegge il debole; è un tipo sublime che per avventura mai non fu pareggiato dalla realtà: ma forse vi accostarono altri sistemi inventati dappoi per mantenere una libera alleanza fra i popoli d'Occidente?