Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 30

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Dal buon successo pigliò baldanza la fazione nemica ai Tedeschi; i vescovi ed Eriberto mandarono perfino esibir la corona ad Odone conte di Sciampagna; sicchè Corrado dovette sempre tenersi colle armi alla mano; e principalmente n'ebbe a risentire Parma, dove nata una delle solite capiglie fra soldati e cittadini, fu messo il fuoco alla città, poi obbligata ad abbattere la mura, onde (dice il Muratori) imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani.

Le diete di tutti i vassalli non si poteano tenere che all'aria aperta in vaste pianure, al che in Lombardia servivano o i prati di Pontelungo fra Pavia e Milano, o più di solito la pianura di Roncaglia, tre miglia da Piacenza fra il Po e la Nura. Quivi spesso si fecero adunanze, vuoi dai grandi fra sè, vuoi dagl'imperatori; e quando uno di questi volesse scendere in Italia, dava colà la posta a marchesi, conti, vassalli vescovi, abati, capitanei, valvassori, e a chiunque tenesse feudo: nel mezzo piantavasi il padiglione reale, distinto per un'antenna cui era attaccato uno scudo; il banditore appellava i vassalli maggiori, questi i loro dipendenti, perchè la notte seguente vegliassero a guardia dello scudo e della tenda; e chi mancasse scadeva dal feudo. V'erano ascoltati ne' primi giorni gli ambasciadori delle città, poi si trattava dei pubblici interessi, passavasi a quelli dei signori e alle quistioni feudali, indi coll'assenso dei grandi si pubblicavano le leggi spedienti[358]. In quell'occasione v'accorreano pure saltambanchi e mercatanti e curiosi, talchè alla sembianza d'un campo univasi quella d'una fiera. In esse diete l'autorità regia prevaleva; ma sciolte appena, ciascun signore tornava al proprio feudo ad esercitare indipendente la giustizia o le prepotenze.

A Roncaglia dunque (1037 — 28 mag.) Corrado intimò la generale assemblea. Politica degl'imperatori era stato l'elevare i deboli per deprimere i potenti, e in conseguenza favorire le associazioni e i Comuni, largheggiare immunità ai vescovi e sostituirli ai conti. E i vescovi n'erano cresciuti in modo, da assimilare il regno d'Italia ad una aristocrazia ecclesiastica; e sull'esempio d'Eriberto, cercavano ridursi a soggezione anche i feudatarj che immediatamente rilevavano dall'imperatore. D'altra parte erano ormai resi ereditarj i feudatarj maggiori; ma questi negavano agl'inferiori quel che per sè aveano carpito, e pretendevano che i feudi assegnati ai vassalli minori fossero di grazia, talchè potessero ritorglieli a volontà, e morendo l'investito, ritornassero ad essi, che con ciò si assicuravano un modo di gratificare continuamente i servigi ottenuti, e di punire chi nella fede vacillasse. Quest'incertezza di possessi faceva trascurare la coltura, oltre porger cagione a rinascenti dissidj. Alle repugnanti pretensioni pensò mettere qualche ordine Corrado, e deprimere i vescovi ed i maggiori vassalli col dare appoggio alla nobiltà minore. Promulgò dunque una celebre costituzione intorno ai feudi che, consolidando l'antica consuetudine[359], vietava di svestire il vassallo se non per sentenza d'una corte di pari, e con cognizione del re o de' suoi commissarj; il figlio o il nipote legittimi succedessero al padre o all'avo, esclusi quelli non nati bene, come sarebbe da donna d'inferior condizione, o da nozze contratte coll'espresso patto che i nascituri non succederebbero[360]; in difetto di prole sottentrassero i fratelli; il signore non venda il feudo senza consenso dell'investito.

Enrico II aveva fiaccato i conti e marchesi, investiti di onori; Corrado mortificava i grandi feudatarj, sollevando i piccoli, di modo che la monarchia parea dovesse prevalere: ma la impedì il crescere dei Comuni, i quali ben presto si risolsero in repubbliche.

Intanto Corrado vedeva l'esercito suo assottigliato, parte dalle malattie, parte del congedarsi de' vassalli allo spirare del tempo dell'eribanno. Anche le scomuniche papali provocò contro il contumace Eriberto; ma non potè se non far promettere a' suoi ligi che saccheggerebbero ogn'anno il territorio milanese.

In Germania sì egli, sì Enrico III suo figlio (1039), piissimo quanto colto e coraggioso, consumarono il regno nel domare i signori riottosi, por qualche freno al diritto del pugno, procurare la giustizia, e combattere nemici. Nell'assemblea longobarda in Zurigo, esso Enrico, deplorando che tanti in Italia fossero levati dal mondo per venefizio e per diversi generi di morti furtive, (1054) pubblicò una legge contro gli omicidj, ove si alterava l'antica istituzione germanica del comporre a denaro pei delitti: poichè, coll'universale consenso de' Longobardi, decretò che chiunque uccida altri con veleno o qualsiasi altra furtiva morte, o consenta all'uccisore, sia punito nel capo e colla confisca di tutti gli averi; dai quali si prelevino dieci libbre d'oro per guidrigildo alla famiglia dell'ucciso, il resto si divida metà al fisco metà alla famiglia stessa; laonde se l'uccisore fosse un ricco, veniva a impinguarsi la famiglia dell'ucciso. Evidente contrasto fra la legge romana e la germanica, alla quale poi aderendo, confermava i duelli giudiziarj: chi nega un delitto, si difenda col duello se libero, se servo col giudizio dell'acqua bollente[361].

Per Lombardia rincalzavano le quistioni fra i nobili superiori e gl'inferiori, molti dei quali, spogliati dei beni per la sollevazione della Motta, faceano tresca colla plebe; e questa, non ancora in un Comune, ma aggregata in compagnie d'arte, più non soffriva di vedersi mettere il piede sul collo dai feudatarj. Già nel 1035 era scoppiata la discordia, poi si posò, ma presto rinacque. Un milite, vale a dire un nobile milanese, venuto a diverbio per istrada con un plebeo lo bastonò: alle grida accorsi popolani, accorsi nobili, ne seguì un'abbaruffata generale, ed i plebei fecero tra sè una lega per opporre la concordia alla forza. Lanzone, nobile mal contento, si pose a capo de' plebei (1042), dandovi così quell'ordinamento e quella disciplina, che sono sempre la maggiore difficoltà nelle sollevazioni popolane; s'armano di qua e di là, stan sulle guardie come in terra nemica, serragliano le vie; ogni più lieve pretesto cagiona risse e battaglie; contro tegoli, sassi, acqua bollente, munizione plebea, poco valgono le lancie e i cavalli de' nobili, i quali sono costretti andarsene di città. Eriberto arcivescovo temette che, rimanendo, non paresse fomentar la plebe contro i feudatarj, molti de' quali erano suoi vassalli; fors'anche, per quanto propenso a sostenere i popolani contro i nobili, non amava poi che quelli divenissero padroni; laonde anch'egli fuoruscì.

I nobili raccolsero intorno a sè gli altri nobili della campagna[362] e i proprj uomini de' contadi rurali della Martesana e del Seprio, e fortificatisi in sei terre attorno alla città, teneano questa bloccata, intercettando le vittovaglie. Non passava giorno senza qualche avvisaglia, e molti erano morti; i prigionieri venivano uccisi o straziati orribilmente.

Tre anni durò il blocco, con qual detrimento della città Iddio vel dica; e Lanzone vedendo chinar alla peggio la sua fazione, raccolse quant'oro seppe, e passò in Germania ad implorare l'imperatore. Questi, che odiava Eriberto credendolo autore della scissura, promise sorreggere i plebei contro i nobili, patto che ricevessero in città quattromila suoi cavalli. Lanzone alle prime annuì, ma presto s'accorse del pericolo di tal partito, onde pensò piuttosto a riconciliare i dissidenti; e in fatto i nobili, che l'annuale saccheggio dei loro terreni riduceva a povertà, rientrarono, obbligandosi a sloggiare dai castelli della campagna per abitare in città almeno alcuni mesi d'ogni anno, e sottoporsi ai magistrati di quella. Ecco pertanto sotto la medesima giurisdizione ridotti e i cittadini e i vassalli, per modo che restava costituito il Comune.

Morì poi Eriberto nel 1045; il quale, oltre politico, parve anche buon prelato: in una carestia faceva distribuire ogni mattina ottomila pani e otto moggia di grano, e ogni mese in persona dava abiti nuovi e denaro, e così seguitò ben otto anni. Fin oggi ne' pontificali si adopera un evangeliario su pergamena, da lui donato, ricchissimo d'oro e gemme, e con un crocifisso e la figura dell'arcivescovo d'oro; preziosi monumenti dell'arti d'allora, come il ritratto d'esso Eriberto a fresco, che fu collocato ne' portici della biblioteca Ambrosiana.

Tutti i cittadini maggiori e minori e il clero si unirono per nominar il successore; e poichè allora i re di Germania prevaleansi della scostumatezza del clero per immischiarsi nelle elezioni, la città presentò ad Enrico III quattro nobili soggetti (1045), dai quali scegliesse egli il nuovo arcivescovo. Gli scartò tutti, preferendo Guido di Velate, non appartenente alla nobiltà feudale, e che stava in Corte di lui come secretario. Di qui nuove discordie col clero alto; ma per paura del re fu ricevuto.

In quelle assenze e vacanze il popolo avea visto di poter reggersi da sè, ed erasi dato un governo a comune; e nella dissensione dell'arcivescovo coi proprj vassalli, crescea d'indipendenza. E già dappertutto la bassa nobiltà trovavasi a cozzo colla superiore; questa cercava assicurarsi le maggiori dignità ecclesiastiche dacchè i prelati erano principi; i prelati, scelti a questo modo, si buttavano a passioni e intenti secolareschi, restandone sovvertite la disciplina ecclesiastica e la pace d'Italia.

CAPITOLO LXXVII.

Bassa Italia. I Normanni.

Lunghi e mal definibili eventi corsero i paesi meridionali, dal cui avvicendamento sconnesso poc'altro si ritrae che l'infelicità degli abitanti.

Dopo la spedizione di Lodovico II combinata con quella di Basilio il Macedone, che allora ricuperò alla dominazione greca l'importante piazza di Bari (p. 316), vi si erano formate due fazioni, una Franca, l'altra greca, ispirate non dal miglioramento del paese, ma da riguardi personali, da odj e vendette. Benevento manteneva il nome di Longobardia, e comprendeva i paesi che or sono Terra di Lavoro, contado di Molise, Abruzzo citeriore, e i due Principati, eccettuandone le terre greche a mare; distribuito fra molti conti, di cui primi erano quelli di Capua, poi di Marsi, di Montella, di Sora, di Molise, di Consa ed altri, i cui titoli si conservarono nelle illustri famiglie del regno[363]. Tutto disordine e violenza, menava guerre interminabili contro il principe di Salerno, il quale poi riuscì ad averne Cosenza, Taranto, Capua, Sora, metà del contado d'Acerenza. Da tale partigione restò eccettuato il monastero di Montecassino, che avuto castelli e baronie da' duchi, ne chiedeva la conferma o mundeburdio agl'imperatori d'Occidente, e a questi prestava omaggio ligio.

La Puglia, cominciando da Ascoli e seguendo il lido adriatico, eccetto Siponto e il monte Gargàno pertinenze beneventane, inoltre la più parte della Calabria obbedivano ai Greci, che a questo teme della Longobardia mandavano un catapano, sedente a Bari. Vi aggiungevano la supremazia nominale de' ducati di Napoli, Amalfi, Gaeta. Il ducato di Napoli stendeasi a ponente fin a Cuma, abbracciando Ischia, Nisida, Procida, Pozzuoli, Baja, Miseno, e verso mezzogiorno Stabia, Sorrento, Amalfi, l'isola di Capri. La capitale aveva parrochie, clero, capitolo greco e latino; era governata al modo di Ravenna, con duci che, attesa la lontananza degl'imperatori, spesso venivano eletti dal popolo, rendevano un omaggio di sola apparenza all'Impero, come il duca di Gaeta; e cercavano indipendenza coll'appoggiarsi ora ai Saracini, ora ai successori di Costantino, ora a quelli di Carlo Magno che pretendevano sempre all'eredità di Teofania.

Avendo i principi di Benevento assalito ed occupato Bari (887), Leone il Filosofo, imperatore di Costantinopoli, mandò Simbatico per castigarli; Benevento fu occupato, e sebbene redento dopo quattro anni, quel principato non ricuperò più il suo lustro. Invece i duchi di Capua, resisi indipendenti, ingrandivano a danno dei Saracini.

Gli Aglabiti, stanziatisi a Cuma e alla foce del Garigliano, faceano prova di loro fierezza sui paesi circostanti, Oria, Sant'Agata, Tèramo: altri di Sicilia venivano a devastare il continente, e intere popolazioni rapirne in ischiavitù. I Pandolfi di Benevento e di Capua, i Guaimari di Salerno non sentivansi abbastanza robusti per vincere gl'infedeli; tanto più che, discordi fra sè, si perseguitavano in continue nimicizie, con alterni successi. Gl'imperatori greci fecero tratto tratto qualche tentativo per combattere i Saracini: una loro banda, che era stata espulsa di Creta, assoldarono (967) per assalire i loro fratelli in Calabria, e presero Bari e Matèra.

L'unica voce potente a congiungere i Cristiani, quella del pontefice, sonò ancora, e Benedetto VIII papa raccolse tutti i vescovi ed i visconti delle chiese (1016), e marciò contro quelli stanziati al Garigliano. Tre giorni si fe battaglia; al quarto gl'Infedeli andarono in rotta. Fra le spoglie fu rinvenuto un diadema valutato mille libbre d'oro, cui il papa presentò all'imperatore Enrico II, e fra i prigionieri la moglie del loro capo che rimase estinta. Il marito irritato mandò al papa un sacco di castagne, per simbolo dell'armata che fra poco menerebbe; e questi gliene rimandò uno di miglio, per indicare con quanti guerrieri starebbe alla riscossa: ma in fatti da Reggio e Cosenza troppo spesse occasioni ebbero i Saracini di saziarsi di sangue italico, invocati ne' fraterni litigi.

Anche in Sicilia gli Arabi aveano esteso, ma non consolidato il dominio; e qui come altrove gli sceichi o capicasa acquistarono potenza a scapito dell'emir, e il paese si trovò diviso in gran numero di piccole signorie osteggiantisi, sempre nemiche de' paesani, ai quali imposero anche la decima di tutti i frutti della terra. Ai califfi d'Africa non si prestava più obbedienza; pure ad essi ricorrevasi nelle intestine discordie, le quali proruppero spesso in guerra civile.

Qui alle fortune del paese meridionale si mescolò un altro popolo. Normanni, cioè uomini del Nord, è il nome rimasto a quella porzione di Teutoni (_Deutsch_) che occuparono la penisola Scandinava, mentre Franchi e Germani si dissero i loro fratelli piantatisi sulle provincie romane. Somiglianti a questi per aria di volto, corpo elevato e nobile portamento, da Odino aveano appresa una religione ferocemente superstiziosa, e dal combattere una natura selvaggia aveano attinto un'indole superbamente fiera; dei pericoli faceansi diletto; battaglie accannite, tempeste spaventevoli, lontanissimi viaggi, i più mortali pericoli erano loro esercizj e divertimenti. Devotissimi a un capo, al cenno di lui affrontavano i ghiacci, gli orsi, le procelle; beati se in questi perivano, perchè la loro anima era accolta nel paradiso a vuotare generose tazze in braccio alle Walkirie, e la loro gloria viveva sulle arpe de' cantori.

Vergogna per essi il morir sulle paglie delle paterne capanne. Lanciatisi in corso, all'ingratitudine della terra natìa supplivano vendemmiando i campi altrui, predando le messi della coste, pirateggiando. Approdati, la prima selva che scontrino convertono in flotta, cui rimorchiano su per fiumi ignoti; trovano ponti, chiuse, ostacoli naturali? pigliansi le barche in spalla e passano oltre. Oppure alla guida del più prode o più intraprendente, dopo consultati gli Dei, uscivano a fondar colonie in paesi lontani; dove spartivano fra sè i terreni, e nelle adunanze decidevano de' pubblici interessi, sotto un capo ch'era capitano, giudice, sacerdote. Quanto prodi, erano altrettanto scaltriti e cavillosi; rubavano e trafficavano; esibivano il loro valore a chi li pagasse, spiando ogni occasione di furto, di lucro, di formarsi un dominio nel paese ch'erano stati chiesti a difendere.

Così popolarono l'Islanda, l'estrema Groenlandia, e forse si spinsero fin nella Carolina d'America, cinque secoli prima di Colombo. L'Europa per due secoli minacciarono, tanto che figurano nella storia d'ogni nazione, e ne formarono l'aristocrazia guerresca. Alcuni fondarono l'impero russo con Rurico; alcuni con Guglielmo sottomisero l'Inghilterra; altri col nome di Varangi militarono al soldo degl'imperatori bisantini; altri molestarono a lungo la Francia, serpeggiando su pe' suoi fiumi, e piantando stazioni allo sbocco di quelli, sinchè vi ottennero il ducato che da loro fu detto Normandia.

In questa nuova irruzione di Barbari non veniva un popolo intero, bensì pochi guerrieri senza donne, e sposavano quelle dei vinti. Gaufrido Malaterra loro concittadino li dipinge «astuti e vendicativi; ereditarie fra loro l'eloquenza e dissimulazione; sanno abbassarsi all'adulare, si avventano ad ogni eccesso qualora la legge non gl'infreni: i principi ostentano magnificenza verso il popolo; il popolo accoppia la prodigalità coll'avarizia; cupidi d'acquisti, sprezzano ciò che hanno, sperano ciò che desiderano; armi, destrieri, lusso di vesti, caccie, falconi son loro delizie; e se uopo accada, sostengono i rigori del clima, la fatica e le privazioni della vita militare».

Ma il mettere a taglia l'Europa non era più così facile dopo che era spartita fra mille baroni, attenti ciascuno a difendere il proprio brano di terra, e quando ad ogni tragitto di fiume, ad ogni valico di monte presentavasi un uomo d'arme, col lancione e lo stocco e con grossi mastini, ad arrestare il passeggero e riscuoterne il pedaggio, se pur non rapiva bagaglio e persona.

Attemperando allora le antiche abitudini alle nuove idee del cristianesimo, i Normanni, col bordone e il sanrocchetto, e con fiere armi sotto la tonaca devota, disposti a combattere bisognando ed a rubare potendo, pellegrinavano a Terrasanta, a San Jacopo di Galizia, a San Martino di Tours, alle soglie degli apostoli a Roma, gridando al sacrilegio di chi osasse turbarne il viaggio: talora per via incontravano una castellana da sposare o un ducato da occupare, non scrupoleggiando le colpe, delle quali al fine del pellegrinaggio promettevansi l'assoluzione: trafficavano anche, se non d'altro, di reliquie, stimate perchè giunte di lontano, ed utili a crescer credito ad una chiesa o sicurezza al barone che se la mettesse sotto al giaco allorchè andava ad appostare il rivale.

Già in antico il re del mare Hasting, e Biörn figlio di Lodbrok, eroe famoso nelle loro canzoni, dopo presa Parigi (845), eransi proposto di saccheggiare la metropoli del mondo cristiano. Raccolte cento barche, predate in passando le coste di Spagna, toccato la Mauritania e le Baleari, giungono ad una città italiana (867), di mura etrusche fiancheggiate di torri. Que' fieri ignoranti la credettero Roma, ma avvertiti che era Luni, saccheggiarono i contorni, e ripigliarono via alla ventura; e scontrato un pellegrino, gli chiesero la migliore. — Vedete queste scarpe di ferro che reco alle spalle? sono logore affatto, e logore ormai quelle che ho ai piedi. Or quelle al partir mio da Roma erano nuove, e di là a qui ho camminato sempre». Scoraggiati da tanta lontananza, diedero indietro. Così una cronaca; ma altre settentrionali riferiscono che, scambiando Luni per Roma, mandaronvi a chieder rifugio e rinfreschi; il loro capo struggersi del desiderio di essere battezzato e di riposare. Il vescovo e il conte offersero ogni occorrente; Hasting fu battezzato, ma non per questo ammessi in città i suoi commilitoni. Fra breve il neofito cade malato, e fa sentire che intende legare il ricco suo bottino alla Chiesa, purchè gli conceda sepoltura in terra sacra. In fatto, quando i gemiti dei Normanni n'ebbero annunziata la morte, è con gran processione recato nella cattedrale: ma quivi egli sbalza dalla bara tutto in armi, e secondato da' suoi, trucida il vescovo e gli astanti. Impadronitisi della città, i Normanni si chiariscono che non è Roma; onde, toltone il buono e il meglio, le migliori donne e i giovani capaci dell'armi o del remo, rimettono alla vela[364].

Nel tragitto a Terrasanta usavano i Normanni evitare la noja del mare traversando a piedi l'Italia fin a Napoli, Amalfi o Bari, dove trovavano frequenti imbarchi per la Siria; e tanto più che su quella strada incontravano Roma, Montecassino e il monte Gargáno, meta di devoti pellegrinaggi. Appunto verso il Mille, quaranta Normanni, tornando di Palestina sopra vascelli amalfitani, capitarono a Salerno mentre una flottiglia di Saracini vi si era presentata per taglieggiarlo; e lieti d'adoprar il valore contro que' Musulmani di cui aveano detestato la tirannide in Oriente, ajutarono a respingere gli assalitori, protestando avere combattuto non per guadagno ma per amor di Dio, e perchè non poteano soffrire tanta burbanza de' Saracini[365]; e il principe Guaimaro III, congedandoli ben donati, li pregò di tornarvi con altri loro nazionali. La pittura di questi climi deliziosi, gl'insoliti frutti meridionali, le preziose stoffe con cui Guaimaro accompagnò le preghiere, ne infervorarono l'umor venturiero; e Osmondo di Quarrel (1013), con quattro fratelli e nipoti e coi loro uomini ligi, vennero, e preso stanza sul devoto Gargáno, offersero il lor valore a chi ne bisognasse.

In quel tempo il longobardo Melo, per valore e prudenza[366] principale non solo in Bari ma in tutta Apulia, non potendo più tollerare la superba nequizia de' Greci, odiati anche a motivo dello scisma, pigliò intesa col proprio cognato Datto, e ribellarono il paese. Forse costoro, come spesso, faceano del popolo la causa e l'ira propria; fatto è che i Baresi non bene gli assecondarono, anzi ordivano consegnarli ai Greci; ond'essi rifuggirono in Ascoli, pur essa insorta, ma non si tennero sicuri che a Benevento e a Capua. Là meditando come riscattar la patria dai catapani greci, chiesero Normanni al loro soldo. Un buon numero, allettati da Osmondo col dipingere la delizia del clima e la viltà dei possessori, giungono, respingendo gli abitanti ancora idolatri del monte di Giove (San Bernardo); e forniti da Melo d'armi e cavalli, e uniti a torme lombarde da lui raccolte, van contro i Greci. Furono vincitori alle prime; ma poi Basilio Bugiano venuto con abbastanza denari, ed edificate Troja, Draconario, Fiorentino ed altri luoghi forti contro ai sollevati, scese a giornata con essi vicino a Canne, e li vinse (1019) così, che di tremila Normanni soli cinquecento sopravissero[367], e Osmondo stesso perì. Melo corse in Germania invocando ajuti dall'imperatore Enrico II; ma quivi morì, ed ebbe esequie reali. Datto, côlto per tradimento dai Greci, fu menato s'un asino a Bari, poi, col supplizio de' parricidi, gettato al mare in un sacco di cuojo.

Di que' trambusti profittarono i Saracini per rinnovare i saccheggi: onde a reprimerli l'imperatore Costantino IX ritentò la conquista della Sicilia; e con Russi, Vandali, Turchi, Bulgari, Polacchi, Macedoni (1025), prese Reggio e lo distrusse. Punendo poi i popoli e le città che si erano sottratte all'obbedienza, i Greci ebber ricuperato quanto aveano perduto, e minacciavano Roma; sicchè i papi sollecitarono re Enrico III a venire e salvarla.

Gli avanzi dei Normanni non erano scomparsi dalla Puglia, ma guadagnavano col vendere il proprio valore ai principi longobardi o agli abati di Montecassino; finchè Sergio duca di Napoli, sorpreso e cacciato da Pandolfo principe di Capua, colla loro assistenza rimesso in dominio, li compensò col donare la città d'Aversa a Rainolfo fratello d'Osmondo, e il titolo di conte sopra un territorio contestato fra i due dominj. Questa colonia diventò una potenza, di mezzo alle popolazioni oppresse.