Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 3

Chapter 33,595 wordsPublic domain

L'ambigua convenzione coll'imperatore lasciava dubbio se Teodorico avesse a tenere il bel paese come vassallo o come alleato. Mandò a richiedere le gioje della corona che Odoacre avea spedite a Costantinopoli; e Anastasio, nuovo imperatore, concedendole, parve investirlo del regno. Ma se l'ambizione imperiale lo poteva considerare come luogotenente, egli sentivasi padrone, e da padrone reggeva l'Italia. Però sulle prime volle tenersi amici gl'imperatori onorandoli di epigrafi, lasciando l'impronta loro sulle monete, e scriveva a questi: — Nello Stato vostro appresi come governare i Romani con giustizia; non durino separati i due imperi; una volta uniti, eguale volontà, egual pensiero li governi»[6]. Ma Anastasio s'accorse che erano mostre, e che l'Italia era perduta per l'Impero: laonde a osteggiare Teodorico spedì nella Dacia il prode Sabiniano con diecimila Romani e molti Bulgari; e poichè li vide sbaragliati in riva al Margo, indispettito mandò ducento navi e ottomila uomini che saccheggiarono le coste di Puglia e di Calabria; e rovinato Taranto e il commercio, superbi di indecorosa vittoria, recarono piratesche spoglie al despoto di Bisanzio. Teodorico con mille legni sottili tolse agl'imperatori la voglia di più molestarlo; eppure non negò loro il titolo di padre e fin di sovrano[7], consentiva ad Anastasio la preminenza che egli stesso esigeva dagli altri re, e di concerto con esso eleggeva il console per l'Occidente, come costumavasi durante l'Impero.

I Rugi, gente fierissima, ai quali avea dato a custodire Pavia mentr'egli osteggiava Odoacre, furono ammansati dal santo vescovo Epifanio: ma poi Federico lor re si avversò a Teodorico, e ne restò disfatto e morto. Duranti quelle guerre stesse i Borgognoni aveano devastato ancora la Liguria (sotto il qual nome van pure il Piemonte, il Monferrato, il Milanese), moltissimi abitanti menandone prigioni di là dall'Alpi, lasciando le campagne spopolate.

Teodorico in prospere guerre estese il dominio anche sulla Rezia, il Norico, la Dalmazia, la Pannonia; ebbe tributarj i Bavari, in protezione gli Alemanni; domò i Gepidi, piantatisi fra le ruine del Sirmio; dispose in opportune colonie Svevi, Eruli ed altri che chiesero di vivere sotto le sue leggi; e come tutore del nipote regolando i Visigoti di Spagna, ebbe riunite, dopo separazione lunghissima, le due frazioni dei Goti, che così dai monti Macedoni fin a Gibilterra, dalla Sicilia fin al Danubio occupavano i migliori paesi dell'antico impero occidentale.

I principi circostanti avevano tremato pei recenti lor regni; ma quando videro Teodorico frenare la propria ambizione, e nella vigoria della giovinezza riporre la spada vincitrice, tolsero a guardarlo con fiduciale rispetto, e cercarne l'amicizia e la parentela; e ad insinuazione di lui presero qualche modo di pacifico e civile ordinamento. Egli mandò donativi ai re Franchi; da altri ricevette cavalli ed armi: un principe scandinavo spodestato a lui rifuggiva, e fin gli estremi Estonj gli tributavano l'ambra del Baltico.

Quanto all'Italia, Teodorico cominciò il regno come gli altri Barbari, col dividere a' suoi un terzo dei terreni conquistati, sopra i quali si stanziarono con titoli d'ospiti e con fatti da padroni. Aveva decretato la cittadinanza romana, vale a dire la piena libertà a quelli che l'avevano favorito nella conquista; mentre ai fedeli ad Odoacre tolse di poter testare nè disporre dei loro beni. Epifanio, vescovo di Pavia, si condusse intercessore per questi a Ravenna, con Lorenzo, vescovo di Milano; e Teodorico gli esaudì, solo alcuni capi eccettuando; poi disse ad Epifanio: — Vedete in che desolazione giace l'Italia, spopolata dai Borgognoni. Io voglio riscattarli; nè trovo vescovo più atto a ciò. Andate, ed avrete il denaro occorrente».

Epifanio dunque, con Vittore vescovo di Torino, fu a Lione, e da Gundebaldo re ottenne il rilascio de' prigionieri, pagando riscatto sol per quelli presi colle armi. Al fausto annunzio della liberazione, per tutta Gallia si commossero i tanti soffrenti; quattrocento in un giorno partirono da Lione; seimila furono restituiti senza riscatto; Godegisilo, re di Ginevra, concesse altrettanto ad Ennodio; la carità de' Galli sovveniva alla povertà italiana; e il papa ebbe a ringraziare i vescovi di Lione e d'Arles pe' sussidj da loro mandati in Italia: Epifanio ripassò le Alpi nel più bello e più inusato trionfo, non conducendo schiavi, come soleano i re, ma gente da lui redenta; e accolto dappertutto fra benedizioni, coronò l'opera coll'impetrare che Teodorico ripristinasse i tornati nei beni perduti[8]. A quest'uopo traversava il Po, allora impaludato in estesissimo letto, e obbligato a giacersi la notte fra quelle pestifere esalazioni, fu preso da gravissima malattia; oppresso dalla quale si presentò a Teodorico, e ottenuta la grazia, volle rivedere il suo gregge, fra il quale appena giunto, morì.

Ma gl'italiani come stavano sotto Teodorico? Il popolo risponde, Pessimamente, e nel nome di Goto compendia ogni barbarie, ogni ignoranza, ogni avvilimento della vita e del pensiero. I dotti vollero figurarlo principe desiderabile anche all'età nostra, e il regno suo un de' più giocondi o dei meno dolorosi all'Italia. Opinioni entrambe eccessive. I meriti di Teodorico sono esaltati nel panegirico che Ennodio recitò in presenza di lui per ringraziarlo o mansuefarlo; e nelle lettere di Cassiodoro, che, a nome di esso, con barbara eleganza stese decreti pomposi, magnificando il principe, e il bello ubbidirgli, e il fiore ch'e' recava ai sudditi, e la grata benevolenza di questi. Fonti sospette.

Merito suo certo è l'avere procurato alla penisola trentatre anni di pace, gran ristoro anche sotto tristo reggimento: ma non sa di storia chi si figura che i Goti od altri Barbari accettassero come pari la gente italiana. Lingua, consuetudini, credenze, li teneano distinti: il Goto, tutt'armi, insultava le oziose scuole letterarie; di rimpatto l'imbelle Romano, nel misero orgoglio del tempo passato, intitolava barbaro il suo padrone: e sebbene questi adottasse alcun uso del vinto e professasse desiderio di fondersi insieme[9], al fatto repugnava l'indole di quei governi. Che se la storia degnasse guardare ai vinti, registrato avrebbe le sanguinose proteste che fecero a volta a volta contro i conquistatori[10]. I tributi furono conservati quali sotto i Romani, cioè enormi, ed occasione d'abuso ai magistrati: v'erano soggetti al pari i terreni de' Romani e de' Goti, neppure eccettuati quelli del re. L'amministrazione municipale restò ai natii, ma il re nominava i decurioni; magistrati paesani che giudicavano dei loro concittadini, curavano la polizia, compartivano e riscotevano le imposizioni, dal prefetto del pretorio assegnate a ciascuna comunità[11]. Sette consolari, tre correttori, cinque presidi reggevano le quindici regioni d'Italia, colle forme della romana giurisdizione: un duca fu posto alle provincie di confine, ch'erano state munite contro nuovi attacchi.

I Romani in materie civili appellavansi al vicario di Roma, e al prefetto della città nelle otto provincie della bassa Italia, dai quali davasi ancora appello al prefetto del pretorio, e da ultimo al re in persona: viluppo di brighe e di spese.

Conserviamo una serie di brevetti di nomina (_formulæ_), ove a ciascun eletto si spiegano gli uffizj suoi, esortandolo a ben adempirli; ma la luce che ne potremmo derivare è adombrata dai fiori retorici di Cassiodoro che li stese: bastano però ad attestare che brevi duravano gl'impieghi, e dagli alti si passava agli inferiori, con iscapito della buona amministrazione.

Unico legislatore sembra il re, senza le assemblee nazionali, comuni fra i Germanici. Un consiglio di Stato sedente a Ravenna discuteva gli atti di suprema autorità, che poi erano comunicati al senato di Roma. Questo corpo degenere poteva invanirsi allorchè il re gli mandava i suoi decreti, compilati in forma di senatoconsulti, e gli scriveva: — Auguriamo che il genio della libertà riguardi, o padri coscritti, la vostra assemblea con occhio benevolo»; ma in effetto non gli rimaneva che a far complimenti e a dire di sì.

Ma dove i precedenti conquistatori aveano portato solo ira e distruzione, poi n'erano fuggiti, quasi spaventati dal fantasma dell'Impero che avevano assassinato, Teodorico vide poter assumere uffizio più glorioso e piacente, e farsi considerar successore degli Augusti, conservando gli ordini antichi, e cercando introdurli fra la sua gente. A tal uopo non potea che valersi di nostrali, ed ebbe il senno e la fortuna di sceglier bene, e il merito di non temer gl'ingegni superiori. A Laberio conferì la prefettura del pretorio, malgrado la fedeltà mostrata verso Odoacre; tenne amico Simmaco, grande erudito pel suo tempo; Cassiodoro e Boezio, ultimi scrittori romani, posti in grandissimo stato, contribuirono non poco a mascherare il regno di un Barbaro agli occhi dei contemporanei e dei posteri.

Costoro opera fu l'_Editto_ che Teodorico pubblicò, per rimediare alle moltissime querele arrivategli contro coloro che nelle provincie conculcavano le leggi. Fondasi esso sulla ragione romana, sottoponendo a questa anche i suoi Goti, nell'intento di dilatare fra loro la civiltà latina, di cui conosceva il pregio, senza però ridurli a dividere con altri il privilegio dell'armi e quei che ne erano conseguenti: che se le nuove disposizioni obbligavano tutti, sussisteva però il diritto di ciascuna nazione, i Goti col gotico, col romano i Romani regolandosi, eccetto i casi distintamente indicati. In fatto quelle leggi versano quasi solo su ragione criminale, negligendo la civile: lo che non potrebbe ragionevolmente imputarsi a trascuranza in governo ordinato com'era quello di Teodorico, ma sì all'aver egli imposto norme a ciò che direttamente concerneva lo Stato, senza intromettersi del diritto privato de' due popoli[12]. Nel poco che riguardano il civile sono dedotte principalmente dalle _Sentenze_ di Paolo, manuale pratico di quei tempi: se non che il compilatore parlando in voce propria, trasforma e sfigura i passi, e nell'arbitraria distribuzione li distrae dal vero significato. Ai cencinquantaquattro paragrafi, dodici ne soggiunse poi Atalarico, criminali e di procedura. Notevole cosa, che la peggiore raccolta di leggi romane sotto i Barbari siasi fatta in Italia.

Traverso all'ambizioso moralizzare del legislatore e alle declamazioni di Cassiodoro trapela come il rispetto alle leggi romane fosse o una maschera del conquistatore, o patriotica illusione del compilatore: del resto si riducono a istantanee provvigioni, indicanti il buon volere del re, non attitudine o potenza di farle eseguire, non concetti generali, non larghi intenti. Comanda giustizia pronta non precipitosa, senza badare a grado o nascita de' contendenti; esecra i rapportatori e le migliaja di curiosi[13], de' quali valevansi gl'imperatori piuttosto a turbar la pace privata codiando gli andamenti, che a tutelare la pubblica sicurezza; desidera il popolo agiato, nutrito nelle carestie. Diresti il regno della felicità: ma la storia ci fa vedere come a spie desse fede Teodorico, sino a danno de' suoi più cari; trovasse ragione di crescere i tributi la migliorata agricoltura, punendo così l'industria[14]; i deboli fossero costretti invocare contro dei prepotenti il braccio militare de' Sajoni; l'avarizia dei magistrati e il favore corrompessero la giustizia; considerati come delitti frequenti, e perciò minacciati con nuove pene, l'invasione violenta, l'omicidio, l'adulterio, la poligamia, il concubinato, la frode di rescritti surrettizj, le donazioni estorte con minaccie, il perpetuarsi delle liti per sempre nuove appellazioni[15]. Un anonimo contemporaneo asserisce che poteansi lasciar dischiuse le porte, e denaro ne' campi: ma le lettere stesse di Cassiodoro rivelano e violenze e furti non radi; — buon avvertimento a riscontrare le lodi dei principi coi fatti.

Trai delitti, la fellonia è punita di morte e confisca; il caporibelli e il calunniatore, bruciati vivi; morte a maghi, a Pagani, a violatori delle tombe, a rapitori di donna o fanciulla libera, al falsificatore di carte o di pesi, al giudice venale, all'involatore di bestie; bandito chi abusa dell'autorità o depone il falso; l'accusatore si esponga a sostener la pena che sarebbe tocca al reo, se questo si scolpi. Ma ai Goti non era consueto il guidrigildo, cioè lo scontar i delitti a denaro, e l'omicidio punivasi con pene corporali al modo romano: il che dovea fare men dura la sorte dei vinti, perchè meno sproporzionata.

Salvo queste disposizioni comuni, i Goti conservavansi superiori e distinti dai Romani, sottoposti a un grafione o conte che, al modo germanico, in guerra li capitanava, in pace decideva dei loro litigi; associandosi un giurisperito romano qualora con un Romano si discutesse[16].

Durava dunque l'organamento antico, ma vi sovrastava un governo militare, siccome ne' paesi che ora si pongono in istato d'assedio. Soli Goti portavano le armi; e Teodorico ne congratula i Romani come d'un bel privilegio, mentre era un sospettoso disarmo dei nostri, e una consuetudine generale de' Barbari, il cui nome stesso nazionale (Germano vale uom di guerra) indicava che la pienezza dei diritti spettava solo all'armato. Nel dolce clima d'Italia moltiplicaronsi i Goti a segno, da poter fra breve mettere in piedi ducentomila guerrieri, obbligati a servigio non per soldo, ma per le terre ad essi distribuite. E la penisola perseverava su piede di guerra; e al primo bando accorrevano i Goti per far guardia al re, presidiare la frontiera o marciar contro i nemici, provvisti d'arme e vettovaglie dal prefetto al pretorio. Anche di buona marina fu munita la costa, comprando abeti da tutt'Italia e massime dalle boscose rive del Po, sgombri dalle fratte pescatorie il Mincio, l'Oglio, il Serchio, l'Arno, il Tevere, perchè ne scendessero il legname e le barche[17].

Senza credere che il nome di Goti significhi buoni[18], alcuni fatti attestano la vigorosa loro disciplina, non esigua virtù in bande armate. Allorchè Teodorico vinse i Greci al Margo, nessuno de' suoi stese un dito alle ricche spoglie dei vinti, perchè egli non diede il segno del saccheggio. Più tardi Totila, presa Napoli, non solo la campò dalle violenze che il feroce diritto della guerra consente fin alle genti civili, ma fece distribuire agli assediati il vitto in misura, che non nocesse dopo il lungo digiuno[19]. La lingua gotica era già stata scritta, se non altro per tradurre i Vangeli, ma non era coltivata; e in latino pubblicavansi le leggi e le epistole, valendosi di segretarj romani, e lasciando che i legati spiegassero la cosa nel vulgare natìo[20]. Teodorico medesimo non sapea sottoscrivere se non scorrendo colla penna negli incavi di una lastrina d'oro: eppure dilettavasi di ragionamenti istruttivi[21], fece attentamente educare le sue figliuole, e volle anche favorire le lettere e le arti. Ma qui, come nel resto, appare il contrasto fra le abitudini nazionali e il proposito d'imitazione; perocchè egli interdisse ai Goti gli studj come corruttori, mentre li promoveva fra i Romani.

Aurelio Cassiodoro, nato a Scillace di famiglia benemerita, conte delle cose private e delle sacre largizioni di Odoacre, indi segretario di Teodorico, a nome di questo e dei successori stese rescritti ed ordini, pubblicati col titolo di Variarum libri XII. Nei cinque primi raccolgonsi quelli a nome di Teodorico, seguono due di diplomi per le varie cariche civili e militari; poi tre delle epistole dei successori di Teodorico; infine due di ordinanze, da Cassiodoro emanate come prefetto al pretorio. Le durezze dello stile, la irremissibile gonfiezza, l'ostentazione d'ingegno, di retorica, di erudizione, non tolgono pregio a quell'unico monumento della storia italica d'allora. Egli parla d'un archiatro allora istituito; d'un professore di grammatica, uno di retorica, uno di legge[22], che dettavano in Campidoglio: ed Ennodio loda le scuole milanesi prosperanti sotto Teodorico, e gli eccellenti ingegni di Liguria, pei quali correa proverbio[23] qui nascere ancora i Tullj.

Severino Boezio, nato a Roma da padre che avea sostenuto primarie dignità, dai dieci ai ventott'anni studiò in Atene, ove tradusse opere di Tolomeo, Nicomaco, Euclide, Platone, Archimede, Aristotele. I suoi commenti su questo rimasero canoni nel medio evo[24], e diffusero tra noi la cognizione delle opere dello Stagirita, del cui metodo si valse egli per trattare dell'unità e trinità divina. Pari in elevatezza di pensiero a qualsivoglia filosofo, vi unisce il sentimento cristiano; e sebbene la ridondanza e l'enfasi degli ultimi Latini guastino il suo stile, sorvola in questo ad ogni contemporaneo.

Gli è inferiore Ennodio, vescovo di Pavia, che stese esortazioni scolastiche ed altre a modo delle antiche declamazioni; poi alquante lettere di materie ecclesiastiche, la vita di sant'Epifanio[25] e di sant'Antonio Lerinese, un gonfio e bujo panegirico di Teodorico, oltre alquanti epitafj ed epigrammi. Quando Boezio fu fatto console, esso gli scriveva: — Mi congratulo dell'onore a te conferito, e ne ringrazio Dio, non perchè sii sopra gli altri sollevato, ma perchè il meriti. Nè questo consolato è concesso agl'illustri natali: chi per quelli soli l'ottenesse, sarebbe indegno di succedere al grande Scipione, essendo ricompensa degli avi, non sua. Più che alla gentile tua prosapia, era dovuto alle tue doti. Qui non sangue sparso, non soggiogate provincie, non popoli ridotti in servitù e trascinati dietro al carro trionfale, sciagurato preludio in una carica volta tutta a conservazione dei popoli, non a loro distruzione. Ora che profonda pace gode Roma, divenuta anch'essa guiderdone e premio al coraggio dei nostri vincitori, di altra natura virtù si domandano ne' consoli suoi».

Così alla mente del vescovo italiano ricorrono le glorie passate; se ne consola colle nuove destinazioni, e mitiga con sentimento cristiano la fierezza dell'antica gloria.

Sui Benefizj di Cristo lasciò un poema Rustico Elpidio, medico di Teodorico. Di Cornelio Massimiano etrusco (che allora equivaleva ad italiano) restano idillj, donde raccogliamo ch'egli erasi educato agli esercizj ginnastici e all'eloquenza, e forse fu uno degli ambasciadori spediti da Teodorico ad Anastasio imperatore quand'era in pratica di farsi riconoscere re d'Italia. A Costantinopoli s'invaghì d'una fanciulla, ed essendo ben in là negli anni, ne provò le sciagure, che deplora a lungo nella sua egloga _De incommodis senectutis_. Fra troppi vizj, ha immagini sì graziose e passi tanto consoni agli antichi, che lungo tempo furono le sue egloghe attribuite a Cornelio Gallo, amico di Virgilio.

Egli è posto fra' dodici _poeti scolastici_, di cui restano specie di difficili sfide, come ventiquattro epitafj per Cicerone, dodici espressi con tre distici, altrettanti con due; variazioni sul tema del _Mantua me genuit_; dodici altri per Virgilio in altrettanti distici; gli argomenti de' canti dell'_Eneide_, ciascuno da diverso poeta, in cinque versi; dodici esametri sui giuochi di ventura (_De ratione tabulæ_); dodici coppie di distici sul levare del sole; dodici da quattro distici sulle quattro stagioni, secondo quel di Ovidio _Verque novum flabat_; dodici sopra un fiume gelato: freddure artifiziate. Questi poeti sono Asclepiadio, Asmeno, Basilio, Euforbo, Eustenio, Ilasio, Giuliano, Massimiliano, Palladio, Pompeo, Vitale, Vomano.

Aratore, probabilmente milanese e addetto al fôro, venne deputato dai Dálmati a Teodorico; fu conte dei domestici in corte d'Atalarico; infine, sciolto dalle brighe civili, stette suddiacono della chiesa di Roma. Tradusse in due libri d'esametri gli _Atti degli Apostoli_.

Li supera Venanzio Fortunato, trevisano di Valdobiàdene, che studiò a Ravenna grammatica ed arte poetica[26] senza curarsi di filosofia e di studj sacri. Patendo degli occhi, e risanato dall'olio della lampada che ardeva ad un altare di san Martino, per gratitudine andò a venerarne la tomba a Tours, e accolto da Sigeberto re de' Franchi, ne cantò epitalamj e lodi, poi divenne confidente e limosiniere di Radegonda di Turingia e vescovo di Poitiers. Scrisse sette vite di santi; voltò in esametri quella di san Martino fatta da Sulpizio Severo; inoltre lettere teologiche in prosa e ducenquarantanove componimenti in vario metro per chiese erette o dedicate, o a nome di Gregorio di Tours, o dirizzate a questo o ad altre persone, poetando frivolo per lo più e di color rosato, fra l'immensa serietà ed importanza di quei tempi. Agli inni suoi non mancano armonia e movimento: alla prosa fanno impaccio antitesi e cadenze rimate. Quando Radegonda ottenne da Giustino imperatore un pezzo della vera Croce, egli compose il _Vexilla regis prodeunt_ ed una elegia disposta in forma di croce.

Con queste gratuite e inamene difficoltà cercavasi supplire all'eleganza e alla castigatezza: quindi gli anagrammi ed altre ingegnose combinazioni; quindi ancora l'uso della rima, già evidente in un epigramma di papa Damaso, e che coll'armonia delle cadenze vellicava le orecchie, dacchè s'erano divezze dal riconoscere il tempo esatto di ciascuna sillaba; onde la poesia veniva passo passo da metrica trasformandosi in ritmica.

Eccettuando Marcellino, conte dell'Illirico, che stese una cronaca da Valente al 534, sono a cercare fra il clero i pochi e difettivi storici di quest'età. Jornandes o Giordano, goto di nascita, segretario d'un re alano, poi forse vescovo di Ravenna sulla metà del secolo VI, compendiò la storia de' Goti di Cassiodoro, parziale e senza critica; da Floro estrasse una storia romana da Romolo ad Augusto. Epifanio avvocato, ad istanza di Cassiodoro, compendiò le storie ecclesiastiche di Socrate, Sozomene e Teodoreto, che, aggiuntavi la continuazione d'Eusebio fatta da Rufino, costituirono l'_Historia tripartita_ in dodici libri, manuale per la storia ecclesiastica in Occidente.

La musica doveva esser coltivata alla reggia di Teodorico se Cassiodoro e Boezio ne scrissero: Clotario, re de' Franchi, gli chiese un musico che col suono accompagnasse il canto: a Gundebaldo mandò regalare un orologio solare e uno a acqua.

Le arti belle continuarono a decadere, ma Teodorico istituì magistrati sopra il conservare i monumenti; e a ristaurare gli edifizj pubblici destinò un architetto sperimentato, annui ducento denari d'oro, e le dogane del porto Lucrino, non ancora spopolato. Essendo in Como rubata una statua di bronzo, promise cento soldi d'oro a chi indicasse il ladro, lagnandosi che, mentr'egli cercava nuovi ornamenti alla città, venissero a perdersi gli antichi. Qui minaccia chi ruba il rame o il piombo dai pubblici edifizj; là chi svia gli acquedotti; stipendiò anche un Africano che pretendea saper scoprire le sorgenti: tanto al falso s'appone chi ai Goti attribuisce la rovina delle arti belle in Italia, cominciata assai prima, compita assai dopo. Anche emulare gli antichi cercò Teodorico con edifizj a Terracina, Spoleto, Napoli, Pavia. A Ravenna, sua residenza in tempo di guerra[27], alzò un palazzo e condusse acque, disagevole impresa fra le paludi che la separano dalla collina: un altro palazzo edificò presso il Bidente alle falde dell'Appennino: un magnifico con portici in Verona, residenza di pace, ove pure ristorò l'acquedotto a tutte sue spese, e le mura: un altro ne eresse in Pavia, e terme e anfiteatro; altrettanto presso i bagni di Abano.