Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 27
Ad alcuni feudi era annesso il diritto di prendere il cavallo del caposignore quando passasse su quelli; ai confalonieri di Milano e d'altrove toccava la mula su cui il vescovo faceva l'entrata; a Firenze lo conducevano alla briglia i visdomini, poi il palafreno davasi alla badessa di San Pier Maggiore, il freno e la sella a quei Del Bianco, poi agli Strozzi, che a suon di trombe se li recavano a casa e li lasciavano esposti; a Pistoja tale privilegio spettava ai Cellesi, e il vescovo donava un anello alla badessa di San Pietro, ed essa a lui un ricco letto. Il vescovo di Faenza per pasqua di Natale doveva ai servi del conte di Romagna dodici pulcini di pasta colla loro chioccia, e carne cotta: se no, quelli poteano andare alla cucina di lui, e levarne quanto vi trovassero.
Diritto di gran lucro era quello delle manimorte, per cui, morendo senza prole persone che, come servili, o medie fra la libertà e la servitù, erano prive del diritto di testare, il signore ne ereditava in tutto o in parte. A lui spettava pure la tutela de' vassalli minorenni, e l'offrire un marito alla ereditiera del feudo, od obbligarla a scegliere fra gli offerti: diritto ragionevole quando il marito diventava suo ligio o suo guerriero; ma la donna potea riscattarsene dando al signore tanto, quanto gli aspiranti aveangli esibito per ottenerla. Al feudatario cadevano pure le cose trovate; l'eredità di chi moriva intestato, o senza confessione, o di morte improvvisa, quasi questa portasse la sicura dannazion dell'estinto. Per l'albinaggio egli entrava erede dello straniero che morisse ne' suoi possessi, e occupava qualunque nave o persona fosse dal mare gittata sulle sue terre[304].
Privilegio supremamente apprezzato era la caccia, per la quale il feudatario, con tutta la sua corte, settimane intere viveva ne' boschi alla serena con clamorosa pompa. Talvolta faceansi venire delle fiere di lontano, e si affrontavano in recinti; e l'arcivescovo di Milano come gran distinzione permise a un duca di correr un cervo nel suo parco. Da qui (diritto inusato agli antichi) le caccie riservate, per cui il colono vedeva la selvaggina impunemente guastar le vendemmie e la messe, e guai a chi avesse osato minorare il divertimento del signore uccidendone alcuna!
L'_uom di corpo_, oltre porzione de' frutti del suo campo, gli doveva _angarie_ cioè lavori forzati, e _perangarie_, cioè lavori con ricompensa per un prefisso numero di giornate, o le vetture pei trasporti occorrenti; non esporre sul mercato le proprie se non dopo smaltite le derrate del padrone, valersi delle misure di questo, adoprar le monete di lui, comunque scadenti; comprare da lui solo le derrate; valersi del mulino, del forno, del torchio del signore (_banalitas_) pagandone un canone. Nel 1117 gli abitanti di Agrilla sono obbligati a zappar le terre del barone, seminarle, dar un pajo di bovi ciascuno per dodici giorni, e ventiquattro giornate per la mietitura, e al tempo della vendemmia portar un cerchio per le botti, a Natale e Pasqua offrir due galline, oltre la decima dei porci e delle capre. Per la _mano baronale_, il signore poteva di propria autorità impedire che i debitori asportassero i frutti dalla loro campagna prima d'aver pagate le prestazioni, o depostone sufficiente quantità ne' magazzini di lui[305].
Facilmente tali irrefrenate giurisdizioni degeneravano in capricci e tirannie: e le concessioni che alcuni feudatarj assentirono più tardi ai loro dipendenti attestano fin a qual grado fosse giunta l'oppressura; giacchè uno permette d'insegnare a leggere ai figli; uno di vendere derrate ad altri che al padrone, o di spacciare in pubblico le guaste. Alcuni nell'atto dell'investitura doveano baciare i chiavistelli della casa, andar dondolone a modo di briachi, fare tre saltarelli e mandare un ignobile crepito: altri in un dato giorno portare un ovo, o una rapa, o un pane sopra un carro tirato da quattro paja di bovi, o presentare una pagliuzza. I pescivendoli che passavano pel feudo di San Remigio nel vescovado d'Aosta, doveano esibire la loro merce ai castellani, se no era trattenuta per tre giorni, il che equivaleva a distruggerla, o si tagliavano le cinghie dei loro cavalli. La famiglia Trivier di Ciamberì era tenuta dare un somiere del valore di trenta soldi grossi al conte di Savoja ogniqualvolta scendesse con armi in Lombardia. Jacopo Morelli di Susa dovea provvedere al sovrano un letto fornito qualora dormisse in essa città. Nel regno di Napoli ogni vassallo, nel rinnovare l'omaggio, pagava _jus tappeti_, quasi un prezzo del tappeto che gli si stendeva dinanzi. V'avea chi era costretto correre la quintana con lanci e di legno; o andare ogni anno una volta al feudatario, ma facendo due passi innanzi ed uno indietro; o versare un secchio d'acqua avanti alla sua porta, o una misura di miglio al pollame della bassa corte. Altri doveva soltanto un coniglio, ma coll'orecchio destro bianco e il sinistro nero; nol si trovava? dubitavasi fosse tinto, anzichè naturale? nasceva processo lunghissimo, moltiplicati giudizj e perizie, finchè l'animale morisse o il pelo gli cadesse. Perocchè non è a dire con quanta precisione si conservassero queste stigmate di servitù. Della promessa rogavasi istrumento con numerosi testimonj; poi se si falsassero d'un atomo il tempo o le condizioni della prestazione, cominciavasi un piato che talvolta spogliava del suo podere il mal preciso infeudato.
E sino ai tempi nostri, massime sopra terre ecclesiastiche, furono mantenuti alcuni di questi obblighi, come di reggere la staffa al vescovo quando salisse a cavallo, o portargli innanzi il gonfalone nelle comparse, o la croce nelle processioni, od ulivi alla solennità delle palme, o annaffiare o sabbiare la via dove passava in processione. Onde attestare l'alto dominio de' papi sopra le due Sicilie, fin al cadere del secolo passato facevansi grandi solennità a Roma: uno di casa Colonna, che per quel giorno costituivasi gran connestabile del regno, a nome del re di Napoli presentava al pontefice una chinea, sul cui capo un calice con cedole del banco napoletano, le quali il papa prendeva: la piazza de' Santi Apostoli e la vicina di Venezia erano piene di popolo, di festa, di giuochi e luminare.
Avevamo veduto l'imperio romano estendere la cittadinanza a segno che abbracciasse tutto il mondo, come a tutto il mondo estendeva l'autorità il capo di quello, per modo che in tale immensità non si aveva più patria. Ora invece ciascuna sovranità viene a limitarsi nella piccolezza del possesso; l'uomo non è più longobardo o franco o romano, non è tampoco italiano o milanese, ma della tal terra, del tal padrone. Insomma non ha ancora una patria, qual oggi l'intendiamo: il che vuolsi avvertir bene per non attribuire i sentimenti e le misure nostre a persone e fatti di tutt'altra tempra.
Il sentimento individuale de' Germani, opposto all'onnipotenza dello Stato, aveva raggiunto il suo apogeo; baronia, masnada, chiostro, capitolo, università, paratici, tutto vivea di vita particolare e sconnessa; nazioni non vi erano, se queste consistono nell'accordo d'interessi, di sentimenti, di inclinazione quasi istintiva verso uno scopo.
La sovranità del conte o del duca è meramente titolare; ancor più vana quella del re; ma vero sovrano è il feudatario: nessuno ha legame verso il principe o la nazione, ma guarda o conosce soltanto l'immediato suo superiore, a lui presta i servizj, da lui reclama protezione e giustizia, da lui solo accetta i comandi, però dentro la precisa misura delle convenute obbligazioni; è inamovibile dal terreno e dalla carica. L'unità imperiale era andata in dileguo, salvo pel poco che traeva dal carattere religioso; nè più aveano valore generale i decreti e la giurisdizione dell'imperatore; e nessun'altra ne rimaneva, se ne eccettuiamo quella della Chiesa, perchè non fondata sopra cose contingibili.
Dai vicini, sudditi d'un altro, l'uomo comune non riceve giustizia se non perchè egli è cosa del suo signore; al qual signore ricadono gli onori e i vantaggi del suddito feudale; a lui la lode, a lui la vergogna, nè quello è uomo, se non in quanto è frazione di quel corpo che chiamasi il feudo. Per tal modo rimaneva in tutte le relazioni sociali surrogata l'idea di località e di territorio a quella di nazione e di personalità.
Per gran tempo il gius feudale non fu scritto, esercitandosi per consuetudine, nè amando i signori di vederne esaminate le basi, finchè queste non si trovarono scosse dal principato a vicenda e dal popolo. Girardo e Oberto dell'Orto, giureconsulti milanesi, nel 1170 pubblicarono i primi libri sui feudi, dove fanno nascere quel sistema in Italia, ma ignorano le norme di esso in Francia e in Inghilterra, ove realmente ottenne il maggiore sviluppo. Ebbero grande autorità anche fuori, e moltissimi chiosatori, quali Bulgaro, Pileo, Ugolino, Vincenzo e Jacopo di Ardissone: Minucio de Pratoveteri dispose quelle leggi in nuovo modo per ordine di Sigismondo imperatore; altra forma vi diede Bartolomeo Barattieri piacentino, e la fece approvare da Filippo Visconti duca di Milano; il famoso Jacopo Cujaccio ne fece quindi un'edizione, distribuendole in cinque libri. Di là dell'Alpi le consuetudini lombarde divennero ragion comune de' feudi. Nel regno di Sicilia e Puglia il diritto feudale alla francese fu stabilito a guisa d'eccezione dai Normanni a favore dei Francesi che v'accorrevano a stipendio; e i feudi erano distinti secondo il diritto longobardo e il diritto Franco. Ne' feudi longobardi, com'erano principalmente quei di Benevento, succedevano tutti i maschi per porzioni; nei feudi Franchi, il solo primogenito. L'imperatore Federico in Sicilia autorizzò anche le femmine a succedere in mancanza dei maschi, preferendo la fanciulla alla maritata ne' feudi Franchi; e ne' longobardi alle maritate si mettesse in conto la dote che avevano ricevuta[306]. Ai re giovava meglio il feudo indivisibile, e perciò procurarono far prevalere lo _jus Francorum_.
E, dove prima dove poi, questo sistema si piantò in tutta l'Europa germanica e tra gravi disordini portò pure qualche vantaggio alla società. Innanzi tutto era legge forte e ragionevole di reclutamento militare, ove a difendere il paese non erano obbligati tutti come adesso, ma soltanto quelli che lo possedevano; e si ebbe un esercito, quale invano desiderano i tempi moderni, armato per la difesa, incapace all'offesa, che nulla costava allo Stato, e che non sottraeva nè braccia alle arti, nè figliuoli e sposi agli affetti. Il feudalismo offriva poi la miglior combinazione allora possibile di sforzi materiali, l'autorità più opportuna per dirigere i lavori guerreschi, che allora erano i più importanti e i soli nobili. Al cadere de' Carolingi, quando la feudalità non era per anco rafferma, i guerrieri di paesi differenti o degli stessi non guardavano che il proprio individuo: ma poi duchi, conti, baroni, possessori indipendenti, uomini d'arme trovaronsi legati fra loro mediante servizj e protezione reciproca; immenso passo alla civile convivenza.
L'indipendenza propria del Barbaro ne forma ancora il fondo, ma s'abitua a riconoscere certe obbligazioni morali e reali. Effetto di quell'indipendenza dissolutrice, da principio i feudi si sminuzzano, e ne nasce un'infinità di piccolissime signorie; ma dopo la metà del secolo XI le minori vanno ad impinguare le grandi, sia per eredità, sia per conquista, sia per volontaria sommessione del debole onde trovare sicurezza e giustizia migliore. Fonte dunque com'era di disordini, il feudalismo impediva arrivassero all'eccesso, frenandoli coi reciproci interessi: se favorì l'anarchia, preservò l'Europa dal furor delle conquiste e delle invasioni che da secoli la sommoveva, legando l'uomo e le generazioni al terreno da cui traevano il nome, il diritto. Viepiù vi si affezionava la nobiltà, che allora crebbe d'importanza, avendo modo di provarla col titolo del possesso da cui traeva nome.
In tempo che le passioni dominavano senza freno, che nessuna forza aveano le leggi, nessuna santità le condizioni, le paci, i trattati, agevolmente un principe avrebbe potuto sedersi déspoto come ne' paesi orientali ove la podestà concentrasi in mano d'un solo, e spingere a ruinose guerre, a diffondere o ribadire la barbarie in altre contrade. Ma tutti quei baroni ora adombravano, ora emulavano la podestà regia; guerra non era possibile senza consenso di essi, che doveano somministrare gli uomini e le spese; e così sfrantumato il dominio, non furono più possibili le comuni imprese e le conquiste; e ancorato, vorrei dire, alla terra il vascello delle migrazioni, poterono costituirsi le nazioni.
Ed è notevole come le divisioni territoriali allora portate dal feudalismo, siano ad un bel circa le medesime che in Italia durano ancora; e l'essere distinte per costumanze e per dialetti prova che s'attaccavano a qualche cosa di più sodo che non il capriccio d'un barone, o il caso d'un matrimonio. La popolazione che si era viziosamente accumulata in pochi centri fu dal feudalismo recata anche a luoghi ingrati e malsani; ed ogni cosa allontanava dalle città, sicchè si moltiplicarono villaggi, e si ricoltivò il suolo deserto.
Ceppi così ristretti impedivano lo sviluppo della civiltà. Se v'era protetta la libertà individuale e respinta la forza esterna, nulla tendeva a costituire un governo stabile ed ordinato; non unità monarchica, non federazione, non sudditi e cittadini. Le relazioni di vassallaggio non dipendettero dal voto dei popoli e dai loro interessi; ma essendo il possesso del suolo indivisibile dal diritto delle persone, seguì la sorte di queste, e un'eredità o un matrimonio cambiava le relazioni più intime; alcune provincie davansi a stranieri per testamento o per dote, distraendole dal loro centro naturale; ed a prescrizioni arbitrarie era sagrificata la nazionalità. L'idea stessa di patria era estranea ad un sistema che legava, mediante un terreno, alla persona; nè incorreva infamia colui che portasse le armi contro la terra natìa.
Ma la feudalità vuolsi considerare men tosto come un ordinamento, che come un tragitto dalla barbarie verso la civiltà. I membri di essa v'acquistavano il sentimento della personalità, svilito nei tempi romani; giacchè ciascuno assumeva obblighi precisi e conosciuti e per consentimento individuale, a differenza delle società moderne, ove uno nasce legato a patti che nè elesse nè conosce. Mancando un vincolo generale e un'autorità coattiva, tutto riposava sopra la fede promessa; donde quell'aspetto di lealtà negli atti d'una società, in cui la legge non interveniva alle reciproche convenzioni del vassallo col signore, le quali erano frante tosto che il signore avesse prevalenza, o forza il vassallo. Nessun nuovo peso poteva essere imposto al tenitore del feudo, se non lui consenziente; ove il signore violasse gli accordi, potevasi resistergli a mano armata, e, ne' casi estremi, disdire l'obbedienza e chiamarlo al giudizio del duello. Tanto si era lontani dalle idee del despotismo sovrano, tramandate da Roma antica.
I vassalli tenevano d'occhio che il re non usurpasse altri poteri, come avrebbe fatto qualora non avesse avuto che ad opprimere il popolo; idearono limiti alle regie prerogative; e ne venne la rappresentanza signorile, che poi servì di modello alla popolare, e il diritto privato, la personale dignità, la devozione verso il signore, per sentimento, non per istupida sommessione come in Oriente.
Ciascun feudatario avea ragioni, avea privilegi; quindi necessità di discuterli, difenderli, ripristinarli, ora con argomenti or colla forza; dal che le idee di diritto, dond'era facile il passaggio alle idee di libertà. Il feudatario, ridotto all'isolamento del suo castello, dovea vivere nella famiglia più che non costumasse ne' tempi antichi. Ivi non trovava suoi pari se non la moglie e i figliuoli; e per quanto brutali e feroci vizj il distraessero, dovevano assodarsi i sentimenti domestici. Il primogenito, destinato a succedere nel paterno dominio, era circondato dalle cure necessarie a ridurlo tale, che, secondo le idee d'allora, lusingasse il domestico orgoglio; la moglie rimaneva a rappresentare il marito mentr'egli usciva a guerre od avventure, e mantenere la difesa e l'onore del castello. Così rigeneravasi la famiglia, e nelle donne fecondavansi sentimenti piuttosto nuovi che rari nella società antica, coraggio, elevato pensare, dignità personale; donde quelle delicatezze d'affetti e di riguardi, che poi furono portati al colmo dalla cavalleria, la più splendida filiazione della feudalità. Nelle Corti poi de' signorotti educavansi i giovani a quei costumi che presero da ciò il nome di _cortesia_, come dalla città l'aveano in antico (_urbanità, civiltà, polizia_). E da quell'ordine di cose ci vennero il punto d'onore, che è il complesso delle convenienze al di là della precisa giustizia, per le quali si acquista reputazione d'uomo compito; la scrupolosa fedeltà alla data parola; l'annobilimento della gloria militare e della lealtà.
CAPITOLO LXXV.
Il Basso Popolo.
Nella Roma imperiale, la storia non ci presentava più che un sovrano: vennero i Barbari, ed essa non parlò che de' vincitori e delle guerre dei loro re: sottentrano i feudi, e cessata ogni centralità, ciascun castello diviene teatro di avvenimenti distinti. Ora s'insinua un nuovo elemento, il popolo.
Questo fin oggi conservò del feudalismo un concetto odioso, che sfoga in tante storielle di demonj che rapiscono i castellani, di spettri di signorotti lamentosamente vagolanti attorno ai ricoveri delle libidini e prepotenze loro: vendetta popolare, che alla postuma giustizia si appella quando quaggiù gli è negata. E per verità, fra nobili sempre in arme, cinti da armata clientela, non frenati da verun superiore, non rispettosi ad alcun inferiore, quando i giudizj si risolveano per duelli, e le leggi non provvedevano che alle persone di chierica e di spada, il vulgo pendeva dal solo capriccio dei feudatarj; su di esso ricadevano le guerre; i nemici, cioè i vicini, facendo correrie, devastavano il campo di cui esso viveva, o ne molestavano la famiglia; ai cenni o agli occorrenti del padrone bisognava cedesse la roba, i carri, i bovi, la casa, che più? la donna; chiamato in battaglia, trovavasi nudo a fronte di quegli armigeri coperti di ferro, e predestinato a soccombere agli spadoni irreparabili di gente senza misericordia; fin il lepre e il cerbiatto, la cui caccia era riservata ai signori, divenivano un flagello pel villano, costretto a lasciar che sperperassero impunemente i frutti sudati.
Eppure quest'infima condizione era un miglioramento dalla orribile che li sopraffannava durante la romana civiltà. Al tempo dell'invasione, comune era la condizione del colonato, cioè delle persone attaccate al terreno, ma libere del resto; e queste si trovarono maggiormente esposte alle prime violenze, poi all'anarchia che ne seguì, di modo che perirono o caddero in istato servile. Ma gli schiavi, ch'erano tanti e così abjetti, ne trassero notevole miglioramento. Dediti ai servizj d'un padrone o affissi alla gleba, ne' tempi romani non aveano alcuno schermo contro l'oppressione; non poteano stringere contratti, non stare in giudizio, non testare; se fuggissero, venivano ridomandati, come una proprietà, e come tali si vendeano, cambiavano, distruggevano. Conculcare a tal modo la persona umana era egli più possibile dopo che il cristianesimo aveva impresso a ciascuno il suggello dell'eguaglianza e l'obbligo della moralità? Pure le grandi e radicate iniquità non si tolgono con rimedj estemporanei, e il proclamare l'immediata emancipazione avrebbe sovvertito quel che si denomina ordine sociale, e che, fra molti sconci, presenta sempre qualche compenso; avrebbe eccitato una subitanea insurrezione, ove trucidati i padroni, resi infelici i servi, i quali, ignorando la dignità propria e i vantaggi della libertà, men tristamente sopportavano la condizione in cui erano nati e cresciuti. Tant'è ciò vero, che Libanio dipingeva la condizione dello schiavo come meno sciagurata che quella di alcuni liberi, potendo esso dormire tutti i suoi sonni, fornito dal padrone di quanto gli occorre alla vita; mentre il libero, neppur vegliando tutta notte poteva assicurarsi dalla fame[307]: e il Codice Giustinianeo col vietare ai servi di ricusar l'affrancazione[308] indica che allora, come oggi nell'Europa settentrionale, essi temevano la sparecchiata libertà.
Intanto moltissimi schiavi erano periti nelle prime irruzioni, mentre il cessare delle conquiste non ne portava più di nuovi. Quei che rimanevano erano poveri e soffrenti, e per conseguenza prediletti della Chiesa; la quale, col nome di cristiani, avea dato loro la personalità, i diritti naturali, la morale responsabilità, una famiglia. Così la schiavitù non era più uno stato di persona, ma un vincolo di soggezione; e sebbene rimanessero gente d'una terra o d'un padrone, chi non vede quanto gli schiavi fossero progrediti? Spedali e ricoveri aperse la Chiesa anche per essi[309]; la proibizione dei giuochi gladiatorj levò uno degli incentivi ad educarne per sagrificarli; ai padri fu tolto l'atroce diritto di esporre i proprj figliuoli, e gli esposti la religione accoglieva negli orfanotrofj. Le catastrofi che precipitarono i grandi nell'ultima miseria, dissipavano il superbo pregiudizio d'una naturale superiorità; e il libero Romano divenuto schiavo del Germano, protestava egli stesso contro l'ineguaglianza di natura; mentre il Germano apprendeva a rispettare quel servo, che lo superava in cognizioni.
Alle società povere e meno fastose non facea mestieri di quell'interminabile corredo di servi; i quali poi (_ministeriales_) nella ristretta famiglia avvicinandosi al padrone, trovarono maggiori occasioni di acquistarne la benevolenza e i favori. Lo spirito d'associazione proprio delle genti germaniche, nato dal sentimento dell'utilità che uno può procurarsi per mezzo degli altri, e temperato dalla coscienza dei diritti personali, recò a valersi dell'uomo come braccio libero, mediante una retribuzione. Quando poi crebbero d'importanza l'industria e il lavoro, si potea lasciare nel vilipendio coloro che ne erano la fonte? Sminuzzati feudalmente il territorio e la sovranità, chi stesse male in un luogo fuggiva nel vicino più non v'avendo legge generale che colpisse il disertore; talchè il padrone per interesse guardavasi di spingere lo schiavo alla disperazione.
Le leggi barbare punivano alcuni delitti colla schiavitù; altri con multe, la cui gravezza traeva qualche libero a spropriarsi e ridursi servo. E i servi apparivano nei contratti come appendice o scorta del podere: il padrone riscoteva la composizione, determinata dalla legge per ferite e ingiurie recate ai servi, giacchè quella essendo prezzo della pace, non potea concernere il servo, privo del diritto delle armi. Di rimpatto il padrone stava pagatore dei danni causati dal suo servo, come gli animali. Veramente la legge longobarda del tempo di Rotari mostrasi fiera coi servi quanto la romana, paragonandoli a cose mobili[310]: ma presto si tolse al padrone l'arbitrio sulla vita di quelli; vennero determinati i casi, in cui questo era obbligato ad emanciparli; fu data azione ad essi contro il padrone che gli offendesse, e aperto sempre il rifugio delle chiese. Il servo, battuto dal padrone per avere portato richiamo contro di lui, rimane franco. Se ad un servo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dar la libertà venga a morte, Astolfo vuole[311] che lo schiavo rimanga libero, senza pur pagare il launechildo o compenso, «massima lode a noi sembrando se dalla servitù traggansi gli schiavi a libertà, perchè il Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà».