Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 25

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Ecco uno degli effetti del rinnovamento dell'Impero fatto da re Ottone: del resto, se il predominio della stirpe salica cessava, non si può dire che venisser di sopra i prischi Italiani, ma piuttosto la gente longobarda, posseditrice dei terreni. Contadi e marchesati duravano ancora, e di nuovi se ne introdussero; il ducato longobardo del Friuli andò spezzato alla morte di Berengario I; conti e marchesi militari furono posti a Treviso, Verona, Este, Modena, forse nel Monferrato e altrove, i quali poi divennero principati allorchè Corrado I dichiarò ereditarj i feudi. Aggiungansi le signorie ecclesiastiche, come il patriarcato del Friuli, fatto principesco da Ottone, e l'arcivescovado di Ravenna, emulo della potenza pontifizia.

In Roma al papa metteva impacci la nobiltà, la quale, mantenendo i titoli antichi, introduceva le nuove idee feudali. La consuetudine latina si conservava soltanto nella campagna, dove i possessi erano o grossi dominj (_massæ_), o minuti, coltivati da _coloni_ che doveano porzione dei frutti e servizj di corpo, ovvero da censi e da servi, persone tutte senza rappresentanza civile, al par degl'infimi abitatori della città, sottoposti a ricchi ed a prelati.

I Tedeschi d'allora ci sono dipinti dai nostri come gente rissosa, briacona, ignorante, che abitudini feroci avea contratto nelle guerre private, di cui giornalmente tempestava il loro paese. Pure la civiltà facea tra loro grandi passi; le miniere d'argento dell'Hartz, le più ricche d'Europa, che appunto sotto Ottone il Grande cominciarono a cavarsi regolarmente, agevolavano le transazioni del commercio, il quale vi era esercitato dai Lombardi, cioè dagli Italiani, che vi portavano sete, spezie, manifatture, barattandole con materie prime. La letteratura mandava i primi vagiti; nè le arti belle v'erano ignote se papa Giovanni VIII richiese al vescovo di Frisinga un buon organo e chi ne sapesse costruire e sonare: crebbero poi la loro pulizia al contatto dell'italiana, della quale non rifinano di mostrarsi meravigliati.

Ottone II, giunto di diciott'anni all'impero, l'ebbe agitato da domestiche discordie, come suo padre. Invitato a reprimere gl'inquieti Romani, passò le Alpi (980); a Roncaglia adunò la solenne dieta del regno, conferendo feudi, e facendo giustizia degli sleali; e dato non pace ma tregua alla Chiesa, pensò ritogliere ai Greci i possedimenti nella bassa Italia, cui pretendeva come dote della moglie Teofania. In fatto (981) s'impadronì di Napoli, Salerno e Taranto: ma Basilio II e Costantino IX imperatori greci, dopo tentato invano stornarlo dall'impresa per via d'ambasciate, chiesero in sussidio gli Arabi di Sicilia e d'Africa, che guidati da Bulcassin, sconfissero Ottone a Besentello (983) (o piuttosto a Rossano), uccidendo molti campioni e assaissimi combattenti. Ottone non trovò scampo che col darsi prigioniero s'una galea greca, poi colto il destro, balza in mare e salvasi a nuoto.

Struggendosi di lavare quest'onta, a Verona intimò la dieta di Germania e d'Italia, dove fece elegger re anche suo figlio Ottone III, e pubblicò molte leggi che furono aggiunte alle longobardiche; e poichè estesissimo era l'abuso del giuramento e vani i rimedj, si stabilì che, qualora nascesse contestazione sopra alcun documento, si decidesse col duello.

L'Italia puniva col suo clima gl'invasori; tanto che, fra il corredo della spedizione, ciascun signore portava una caldaia ove bollire le ossa se morisse, per farle riportare in patria[289]. Ottone, come tutti gl'imperatori sassoni, morì di qua dell'Alpi, lasciando solo un fanciullo trienne. Tosto la Germania va in subuglio: ma Teofania madre di Ottone, e Adelaide sua suocera, nel comune pericolo mettendo in disparte le animosità ambiziose, accorsero dall'Italia, e poterono conservar il dominio al fanciullo, che fu accettato re ed imperatore. Nella fanciullezza e nelle lunghe assenze di lui i signori italiani avrebbero potuto elevarne un altro, od anche emanciparsi da codesti stranieri; ma n'erano trattenuti dall'invigorirsi dei Comuni. Tre volte tornò Ottone in Italia, e da Teofania educato a preferire la civiltà classica alla tedesca, dicono pensasse far Roma sede dell'Impero; del che se gli davano colpa i Tedeschi, anche i Romani erano lontani dal sapergli grado.

Alla morte di Ottone il Grande, i faziosi a Roma aveano rizzato il capo. Crescenzio, figlio della giovane Teodora dei conti di Tusculo, arrestò Benedetto VI e lo fece strangolare, e surrogargli per forza Francone diacono, che volle nominarsi Bonifazio VII (974). Ma questo pure fu dopo un mese da un'altra fazione cacciato, per sostenere Dono II; e la guerra civile incalorì. La fazione di Tusculo supplicò Ottone II di procurare nuova nomina, ed egli s'industriò che cadesse su Majolo abate di Cluny, sant'uomo mandato altre volte a sopire gli scandali romani; ma questo per umiltà ricusò, e alla presenza de' commissarj imperiali fu eletto Benedetto VII dei conti Tusculani (975), nipote del tiranno Alberico[290]. Morto lui, Ottone gli surrogò Pietro di Canepanova (983) vescovo di Pavia e cancelliere del regno d'Italia, col nome di Giovanni XIV; ma la fazione di Bonifazio e di Crescenzio riaffacciatasi, lo chiuse in Castel sant'Angelo a morir di fame, ne espose il cadavere agl'insulti popolari, e richiamò Bonifazio; il quale pure morto dopo pochi mesi, fu trascinato per le vie e lasciato insepolto.

Crescenzio, arbitro della povera Roma (985), costrinse il dotto e virtuoso Giovanni XV a fuggire in Toscana, donde sollecitò il giovinetto Ottone III a venire e reprimere i baroni. Di ciò impaurito, Crescenzio si rappattumò al papa, e venne col senato a chiedergli perdono; ma realmente rimase padrone, e ne derivavano gravi sconci, contro i quali avventava parole animatissime Gerberto abate di Bobbio, che poi fu papa, professando che provenivano dal mancare alla Chiesa la libertà[291].

Ottone III era in via per rintegrare il papa, ma uditone la morte, pensò rimediare alla corruttela italiana facendo eleggere un papa tedesco (996), che fu suo cugino Brunone, giovane di ventiquattro anni, figlio del duca di Franconia e marchese di Verona. Intitolatosi Gregorio V, coronò Ottone, e dicono stabilisse che il re di Germania fosse scelto da sette elettori, e che pel fatto stesso divenisse re d'Italia e imperatore dei Romani. Crescenzio, citato a render conto delle sue prepotenze, fu condannato al bando, intercedendo per lui il papa: ma appena Ottone se ne fu ito, quegli tornò pieno d'un'ira ingrata, cacciò ignudo d'ogni cosa il papa, e fece eleggere Giovanni Filógato calabrese (997), già vescovo di Piacenza e grand'intrigante; lui e sè mettendo a tutela dell'imperatore di Costantinopoli, nel quale proponevasi trasferire di nuovo la primazia dell'Occidente. Scomuniche o preghiere non valsero, finchè Ottone ritornato con Gregorio V, li prese; fe decollare Crescenzio con dodici caporioni, e sospenderne i cadaveri ai merli. L'antipapa privato degli occhi, degli orecchi, del naso, fu menato a strapazzo per Roma, per quanto Nilo, santo abate e fondatore del monastero di Grottaferrata, intercedesse per esso, e predicesse l'ira del Signore al papa, che in fatto (999) morì ben presto.

Questo Crescenzio era uomo irrequietissimo, arbitrario, violatore delle cose che s'aveano per più sacre. Ma «in quei secoli sciagurati in cui s'avea paura del diavolo», come duole a Carlo Botta, sembra che i re non si credessero in diritto di mandar al capestro i riottosi, neppur nel calore d'una rivolta[292]. Ottone dunque fu rimorso del supplizio di Crescenzio, e corse a confessarsene a san Romualdo, fondatore de' Camaldolesi, il quale gl'ingiunse per penitenza di andare scalzo da Roma fin al santuario del monte Gargàno. Per via lo prese una straordinaria devozione per san Bartolomeo, e supplicò i Beneventani a cedergliene il corpo; ed essi, non osando negarglielo e non volendo privarsene, gli diedero invece quello di san Paolino da Nola. Quand'egli scoprì l'inganno, se ne adontò di maniera, che assaliti i Beneventani, molti giorni li tenne assediati. Tornato poi a Roma, la trovò in guerra rotta con quelli di Tivoli, che in odio di lui avevano ucciso un suo ministro: onde esso menò tutte le macchine contro quella città, risoluto d'abbandonarla alle spade e alle fiamme. Ma ecco san Romualdo compare ancora, e l'induce a contentarsi che i cittadini, dopo venutigli innanzi ignudi e flagellandosi, smantellino una parte delle mura, gli diano ostaggi, e gli consegnino l'uccisore del ministro; e a questo pure il santo impetrò la vita dalla madre dell'ucciso. Poco dopo troviamo Ottone a Ravenna, chiuso nel monastero di Sant'Apollinare, tutto in digiuni e salmodie, vestendo di cilizio, dormendo s'una stuoja di papiro, in isconto de' suoi peccati. Tali erano quest'imperatori tedeschi.

Ma gl'italiani covavano la vendetta: i Romani insorti, moltissimi de' suoi trucidarono, e poco mancò non pigliassero lui stesso: poi Teodora[293] vedova di Crescenzio, con lusinghe e vezzi riuscita a guadagnarsene il cuore o almeno la fiducia, l'indusse a dar la prefettura di Roma a suo figlio Giovanni (1002), in onta dei conti Tusculani; venutole quindi il destro, l'avvelenò. Fosse ciò vero, o fosse piuttosto il clima della Campania, Ottone periva sul fiore dei ventidue anni, e Giovanni di Crescenzio col titolo di senatore restò arbitro di Roma come suo padre.

I signori italiani si tennero disobbligati dalla fedeltà che, nel ricevere i feudi, avevano promessa alla stirpe di Ottone, e negarono omaggio al nuovo re Enrico II di Baviera. Da una famiglia Franca, venuta in Italia al tempo de' Carolingi e cresciuta sotto gli Ottoni, nasceva Arduino, che da Torino dominava tutti i contadi sulla sinistra del Po da Vercelli a Saluzzo; era stato da Ottone costituito conte di tutta la Lombardia; indi messo al bando, s'era per forza sostenuto. Costui allora si fece proclamare re d'Italia, guadagnando alcuni vescovi con privilegi e regalie, altri uccidendo e maltrattando, come fece con quei di Vercelli e di Brescia, il qual ultimo prese anche pei capelli e buttò in terra. L'essere coronato dal vescovo di Pavia bastò perchè Arnolfo arcivescovo di Milano (1004), per quanto da lui carezzato con ogni guisa d'assicurazioni, lo contrariasse, il quale, forte di molti partigiani e vassalli, ne disperse le truppe, e a nome suo, dell'arcivescovo di Ravenna, dei vescovi di Modena, Verona, Vercelli, Cremona, Piacenza, Brescia, Como, di dieci dignitarj ecclesiastici e del marchese di Toscana, unico laico[294], mandò ad invitare Enrico II.

Era allora marchese di Verona, cioè della Marca Trevisana, Ottone, padre di papa Gregorio V e figlio di Corrado duca di Franconia; personaggio di tanto credito, che s'era trattato di portarlo re di Germania, il che egli per umiltà ricusò, favorendo anzi Enrico. Arduino, ben provvisto a spie, seppe che costui era mandato da Enrico in Italia, dove alle sue forze si aggiungerebbero quelle di Federico arcivescovo di Ravenna e del marchese Teodaldo. Arduino corse dunque alla chiusa dell'Alpi, occupata dagli uomini del vescovo di Verona; avutala per forza, si spinse a Trento, e potè sbaragliare i Tedeschi. Ma i popoli della Carintia aprirono a questi un altro passo pel Trevisano, d'onde Enrico scese in riva al Brenta. I molti che aspettavano l'esito per pronunziarsi, allora accorsero a lui, e Arduino si trovò abbandonato.

Enrico fu coronato in San Michele di Pavia (14 mag.); ma quel giorno stesso la brutalità de' suoi Tedeschi eccitò una sommossa, ed egli, assalito nel proprio palazzo, non campò che saltando da una finestra, onde rimase azzoppato. L'esercito suo, che accampava fuor le mura, entrato a forza, mandò a macello i Pavesi, a fuoco la città. La quale per vendetta diede più che mai favore ad Arduino, che ripigliò il regno, e lo difese contro Enrico; sicchè l'uno e l'altro se ne arrogarono le attribuzioni. Nell'assenza poi di Enrico, Arduino prese per forza Vercelli, Novara, Como, altre terre demolì, e prese vendetta di coloro che chiamava perfidi[295]; arrestò conti e marchesi per rintuzzarne la baldanza, ma dovette poi rimandarli con nuove largizioni[296]. Enrico, tornato di qua dall'Alpi con buon esercito, a Roma fe coronarsi colla regina Cunegonda, ricevendo omaggio anche dalla famiglia di Crescenzio, che facea buon viso e mal sangue. Il santo re era sfortunato nelle sue coronazioni, giacchè qui pure i suoi Tedeschi, ben gozzovigliato, vennero a baruffa coi Romani, e molti furono uccisi, molti carcerati. Lui partito appena, Arduino sbucò dalla fortezza ove s'era ricoverato, devastò di nuovo Vercelli e fin la sua devota Pavia[297], poi caduto infermo (1013), si ritirò a morire nel monastero di Fruttuaria presso Ivrea.

Da queste nimicizie molto incremento venne alla libertà degli Italiani, atteso che Arduino cercò partitanti col concedere immunità e privilegi; Enrico fu costretto confermarli se volle tornarseli soggetti, nè potè con giustizia negare altrettanto a' suoi devoti. E della potenza dei conti ci basti ad esempio Guelfo marchese di Verona. Convocato cogli altri da Enrico III alla dieta di Roncaglia, vedendo il re indugiare tre giorni più del prefisso, levò il suo stendardo, e sebbene nell'andarsene lo scontrasse, non volle tornare. In Verona poi, saputo che l'imperatore avea imposto mille marche di contribuzione, rimbrottò lui ed i suoi con tale severità, che Enrico si contentò di restituire tutta quella somma, purchè fosse lasciato passare[298]. Tali erano ridotti i re da quei baroni: le città poi, seguendo or l'una or l'altra fazione, appresero ad usare le armi per drizzarle contro chi volessero.

Enrico II mosse quindi a reprimere i Greci della bassa Italia che, inorgogliti di vittorie sopra alcuni ribelli e sopra i Normanni, nuovi invasori, aveano sottoposto molte terre, e minacciavano Roma. Giunto nella Puglia, assediò per tre mesi la nuova città di Troja; rimise ad obbedienza i principi di Capua, Salerno, Napoli: ma le malattie logorando il suo esercito, dovette affrettarsi di là dai monti, ove, dopo quattordici anni di regno, aggravato da morbi e da contrarietà, prese l'abito monastico (1024). L'operosità ed il coraggio lo fanno porre tra i migliori regnanti; la generosità verso il clero, lo zelo a diffondere il cristianesimo, e le private virtù lo alzarono fra i santi, insieme colla moglie Cunegonda, colla quale era vissuto da fratello.

Alla dieta delle cinque nazioni germaniche che proclamò Corrado II Salico di Franconia, i signori italiani erano stati invitati, ma non giunsero in tempo. Essi però si credevano sciolti da ogni legame d'obbedienza: i Pavesi, esultanti della morte dell'imperatore che tanto gli avea danneggiati, demolirono il palazzo imperiale, decretando che mai altro non se ne fabbricasse dentro la città: una fazione capitanata dai marchesi Ugo e Alberto, progenitori della Casa d'Este, e dal marchese Maginfredo di Susa, offriva la corona a Roberto di Francia, poi a Guglielmo duca d'Aquitania; ma nessuno la accettò, conoscendo l'umore degli Italiani, che cupidi dell'indipendenza, non sanno assodarla coll'unione[299]. D'altra parte questi fazionieri mettevano all'eletto il patto di deporre i vescovi a loro spiacenti, e surrogar quegli da loro designati: talmente la potenza clericale era allora divenuta il tutto nella costituzione del regno italico, essendo principali signori i prelati. Ma i pontefici preferivano i re di Germania perchè lontani, e perchè considerati discendenti di Carlo Magno, nel quale essi aveano restaurato la dignità imperiale e il nome di Roma. I vescovi nominati dai re, bramavano sottrarsi alla dipendenza di questi. Popolo e clero mal soffrivano che i loro pastori venissero eletti dallo straniero.

CAPITOLO LXXIV.

Il feudalismo.

Tante volontà così distinte e fin contrarie, eppur tutte attive, ci mostrano quanto cambiamento erasi operato nella società. Unità, accentramento di tutte le forze vive erano concetti romani, che sopravivevano ormai soltanto nella Chiesa. Il Germano vuole l'indipendenza personale; bisogna che ognuno sia sovrano per esser libero; e in ciò consiste appunto la feudalità, e ne deriva una catena d'obbligazioni, formando la più singolare mistura di libertà e barbarie, di disciplina e indipendenza, un campo a nuove virtù e a violenze irrefrenate.

Come mai gli ordinamenti presi a tutelare la gelosa libertà, finirono col togliere fin quella degli atti privati? Per meglio comprenderlo distinguiamo ciò che nel feudo andava costantemente unito; la proprietà e la sovranità.

Un capo di liberi Germani, quando si subordinasse ad un generale per uscire con esso a lontane spedizioni, conservava imperio sulla propria banda guerriera, benchè egli medesimo accettasse un padrone. Si aveva dunque già una gerarchia; ma la dipendenza era personale affatto, e talmente libera, che il commilitone poteva abbandonare a sua voglia il capo prescelto. Le terre col comun sangue conquistate vennero a considerarsi comuni, e furono divise fra i capi di banda. Attaccati essi alla terra e al signore da cui la riconoscevano, venne a ridursi stabile la relazione con questo, e all'antica eguaglianza surrogossi un'aristocrazia militare, che dai vinti Romani desumeva il principio e il fatto della proprietà individuale.

_Od_ in antico tedesco significava bene di fortuna; il qual nome posposto ad _all_ o _alt_, cioè antico, formò _allodio_; e _fee_, ricompensa, formò _feudo_. Allodio vorrebbe dunque dire un possesso antico, regolato colle consuetudini natìe de' Germani, ed esente da qualsivoglia obbligazione particolare; mentre feudo (che, alterando il senso d'una parola ecclesiastica, fu anche detto _benefizio_) esprimeva una possessione conferita da un alto signore in ricompensa di servigi resi, e coll'obbligo di nuovi. Dovere primo del capo barbaro era il dar guerrieri all'esercito regio. Ignorando le complicatissime guise onde oggi si leva, mantiene, provvede la truppa, il capo assegnava porzione de' suoi terreni a diversi, col patto che armassero e nutrissero un certo numero d'uomini ciascuno. Questi vassalli a vicenda suddividevano la proprietà e l'obbligo ad altri; e così formavasi una catena di dipendenze.

I benefizj si consideravano come premj del valore, e perciò conceduti personalmente; e i signori erano gelosi di rivocarli, per avere onde compensare altri servigi, e assicurare la futura felicità de' commilitoni. Non ispogliavano il vassallo sinchè vivo e sinchè fedele a' suoi doveri; ma non cadeva nelle costumanze germaniche il contrarre od imporre obblighi per la posterità. Però era naturale che essi compagni s'ingegnassero di ridursi indipendenti, e di assicurare in casa quel possesso; ed è indole delle proprietà il tendere a farsi ereditarie, di modo che la famiglia vi s'innesti ed assodi. Tali cominciarono alcune per via di privilegio reale: l'imitazione le crebbe, sino a diventare la forma universale.

Sempre però vi si conservava il carattere di personali, col rinnovare il giuramento ogniqualvolta si mutasse il possessore, e col conferirgliene l'investitura. Egli, a testa scoverta, deposto bastone e spada, inginocchiato davanti al caposignore, e poste le sue mani in quelle di lui, diceva: — Da quest'oggi io divengo vostr'uomo, e vi terrò fede del possesso che impetro da voi»; indi giurava fedeltà, e tesa la destra sovra un libro sacro, ripigliava: — Signor mio, io vi sarò fedele e leale, non attenterò alla persona o ad alcun membro vostro, vi serberò fede del possesso che vi domando, vi renderò lealmente le consuetudini ed i servigi che vi devo; così Dio e i santi m'ajutino». Allora baciava il libro, ma senza genuflessioni nè altro atto d'umiltà; e il signore gli dava l'investitura, consegnandogli un ramo d'albero, una zolla od altro simbolo, mediante il quale il vassallo consideravasi divenuto _uomo_ del suo signore.

Quest'è il modo più semplice, direi originario, del possesso feudale; ma nasceva pure in molte altre guise. Alcuni rimasero attaccati ai loro capi senza possedimento di sorta; ma via via che al genio battagliero e randagio sottentrava quello della stabilità e del possedere, chiedevano in guiderdone qualche terreno, riconoscendone il datore. I grandi possessori mal poteano difendere i vasti tenimenti da vicini e avventurieri che ne usurpavano porzioni; ed era già assai se potevano indurli a tributare un omaggio. Altri, o poveri o spropriati, mettevansi a bonificare un terreno; e per avere una protezione, lo accomandavano alla supremazia di un vicino, o questo se la arrogava. Fin i possessori di allodj da nessuno dipendenti consentivano a rinunziare l'antisociale indipendenza, presentavano a qualche poderoso vicino una fronda de' loro boschi, un cespo del prato, e con questo rito simbolico gli _raccomandavano_ il loro allodio, nella tutela di lui trovando un compenso agli omaggi e servigi imposti dal vassallaggio. Praticavasi ciò principalmente colle chiese, per fare più sacra la proprietà ed esimersi da tributi.

Introdotta questa forma di possesso, ella si estende e generalizza, e tutto divien feudale; sin varie città prendono posto in quella gerarchia, contraendone le obbligazioni per possederne i diritti, sotto al patronato d'un barone.

Adunque i popoli, che dianzi conservavano il diritto personale in mezzo alle incessanti migrazioni, cangiarono a segno, che si considerano membri dello Stato solamente in quanto possedono una gleba; non v'è signore senza terra, o terra senza signore; è uomo d'alto o di basso luogo secondo la natura de' suoi possedimenti, e la terra costituisce la personalità, la quale perciò dee rimanere indivisa, e passare nel primogenito. Fatto ereditario il feudo, tale pure diventava la lealtà, estendendosi ai discendenti di quello da cui lo si era ricevuto. Egli a vicenda non poteva spogliarne l'investito se non per fellonia, nè sospenderlo a tempo se non quando ricusasse il promesso omaggio.

Per tali diverse maniere la proprietà acquistava un carattere speciale; piena, reale, ereditaria, eppur ricevuta da un superiore, verso cui corre obbligo di certi omaggi e tributi.

Col tempo anche le cariche di siniscalco, di palafreniere, di coppiere, di banderajo, che attribuivansi in feudo, passarono di padre in figlio, e perfino i supremi comandi militari, la più assurda fra le eredità. Ne restava inceppato il potere del signore molto più che dalla perpetuità de' possessi, giacchè per diritto egli trovavasi a fianco persone che impacciavano i suoi voleri, invece d'adempirli. I vescovi, non potendo se non per abuso versare sangue in guerra o ne' giudizj, infeudavano dell'autorità secolare i visconti e visdomini, o avvocati; i quali poi col diritto della forza procuravano farsi indipendenti, e chiedeano l'investitura dal re, come patrono de' benefizj e delle mense.

Nè solo terre e cariche si davano in feudo, ma qualsifosse proprietà, qualsifosse modo di guadagno assunse quella forma: i proventi d'un impiego o d'una cancelleria, il diritto della caccia, un pedaggio, lo scortar le merci, il rendere giustizia nei palazzi de' grandi, il tener forno, l'aprir botteghe sulle fiere, persino il possedere sciami d'api; il clero infeudò il cimitero, una oblazione, le decime, i diritti di stola bianca e nera; i monaci l'uffiziatura, lo spigolare del frumento o della vendemmia, fin le goccie che stillavano dai tini; talvolta un barone impadronivasi del provento delle messe dette a un altare, e lo teneva come feudo di quella chiesa. Anche le arti meccaniche nelle case signorili erano esercitate da persone, le quali a questo titolo ricevevano terre in feudo.