Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 23
Guido, profittando del favore di Stefano V, si fe cingere in Roma anche la corona d'oro (891); ma il nuovo papa Formoso, preferendo un lontano imperatore a questi vicini e litigiosi, favorì il tedesco Arnolfo, che da Berengario era stato invitato a sostenere i proprj diritti sovra un regno di cui esso gli faceva omaggio. Arnolfo, come unico carolingio fra tanti nuovi dominatori, pretendeva che la Germania sua fosse ancora il centro e l'anima degli Stati disgiunti; e comprendeva che, se Berengario cadesse, e Guido preponderasse co' Franchi e coi Longobardi, ogni ingerenza germanica di qua dall'Alpi sarebbe perduta. Adunque per l'Adige calò in Italia, prese Verona e Brescia; Bergamo, che generosamente si difese, mandò a osceno saccheggio, e Ambrosio, governatore per Guido, che vi si era eroicamente sostenuto, fece vilmente appiccare. Tosto Milano e Pavia cedono; i marchesi d'Italia vengono a prestar omaggio e chiedere nuova investitura, invece della quale Arnolfo li fe carcerare, sinchè a lui giurassero fedeltà. Allora l'aborrimento del dominio straniero unì quelli che prima s'erano fra loro combattuti, e lo costrinsero a dar volta.
Cessato appena il pericolo, la guerra civile rinfocò tra Berengario e Guido; e morto questo, Lamberto suo figlio e collega, gridato re (894), strinse novamente Berengario in Verona. Allora Arnolfo, invitato da papa Formoso, torna; va dritto al cuor d'Italia per abbattere gli Spoletini, che parea volessero rinnovare la preponderanza longobarda; conferma a Berengario il regno d'Italia, sottraendogli però le provincie transpadane, nelle quali pone un Gualfredo (896) col titolo di duca di Verona, e un Maginfredo con quello di conte di Milano. L'acconcio dispiace a Berengario, il quale s'affiata con Lamberto di Spoleto e con Adalberto di Toscana per chiudere ad Arnolfo il cammino di Roma. Arnolfo vi arriva per forza; benchè Geltrude vedova dell'imperatore Guido, difendesse la Città Leonina, egli la prende, ha Roma per capitolazione (febbr.), fa decollare molti a sè avversi; dal pontefice ottiene la corona, dal popolo giuramento d'obbedienza, salvo la fedeltà dovuta a papa Formoso. Ma le malattie che spesso vendicarono gl'Italiani, colsero Arnolfo, sicchè s'affrettò a ritornare in Baviera, molestato gravemente dagli Italiani insorti.
Ratoldo suo figlio, lasciato in Lombardia, non bastava a frenare quel moto d'indipendenza; sicchè pel lago di Como egli pure se n'andò in Germania; Verona non resistette a Berengario; i Milanesi trucidarono Maginfredo, che dato interamente al Tedesco, non pensava che a stringerli in soggezione; da Roma l'odio agli oltramontani si manifestò in uno scandaloso processo, che il nuovo papa Stefano VI fece al cadavere di Formoso, la cui vera colpa in faccia al popolo era d'aver unto lo straniero; poi sedente Giovanni IX, un concilio confermò imperatore Lamberto, pronunziando surrettizia e _barbara_ l'elezione d'Arnolfo. I due competitori Lamberto e Berengario, accortisi che dal ricorrere agli stranieri scapitavano entrambi (898), partirono il regno fra sè; al secondo la Lombardia fra il Po e l'Adda, il resto a Lamberto colla corona imperiale. Ma i fiumi non demarcavano le possessioni de' grandi e degli ecclesiastici, e l'incrociarsi di esse su dominj diversi moltiplicava i motivi di conflitto. In breve Lamberto venne in rotta con Adalberto di Toscana, e lo rese prigioniero; ma poco stante egli stesso fu assassinato nei boschi di Marengo, dicono da Ugo figlio di Maginfredo già conte di Milano.
Anche ne' paesi transalpini i duchi o conti cincischiavano l'autorità dei re; ma infine essi erano nazionali. Da noi invece erano forestieri; e nessuno se ne trovò, il quale sapesse sbrancarsi dalla propria nazione per farsi capo d'una nuova. In tal guisa l'indipendenza paesana cadeva, mentre gli altri popoli la acquistavano; atteso che cotesti signorotti, non v'avendo popolo sul quale farsi forti, ricorreano ai potentati forestieri. Berengario, rimasto solo re, libera Adalberto; ma eccogli addosso un nuovo flagello, gli Ungheri.
Dagli Urali e dal Caspio erano venuti costoro nella grande commozione di Attila; avanzatisi poi nell'VIII secolo, e sottoposti i Valachi e gli Slavi delle sconfinate pianure di qua dai Carpazj, cominciarono a rendersi terribili in Europa quali scorridori e predoni. I Carolingi nelle miserabili gare degli ultimi loro tempi gl'invocarono spesso, e Arnolfo gl'invitò coi Croati ad osteggiare il potente impero de' Moravi. Improvvido consiglio[272], perocchè abbattuto questo si trovarono a contatto coll'impero Franco, contro del quale spinsero i rapidi loro cavalli e una ferocia da selvaggi.
Ci sono essi descritti come gente oltre ogni dire deforme e barbara; volto schiacciato; le madri morsicavano i figli in viso per abituarli al dolore. Nello sgomento ispirato da essi, disputavasi se fossero quel popolo di Gog e Magog, predetto dall'Apocalissi come precursore della fine del mondo; e s'introdussero processioni e riti per isviare quel nembo, e litanie dove pregavasi Dio perchè ci scampasse dal furore degli Ungheri. Nè mancò la solita messe di prodigi; e molte volte le ossa turbate de' santi riuscirono loro micidiali: la mano di un Unghero restò affissa all'altare che tentava spogliare; ad un altro si spezzò la spada vibrata a decollar un frate.
Non tocca a noi raccontare i guasti che recarono alla Germania e alla Francia: ma l'Italia ben presto lusingò la loro cupidigia, bella e ricca qual è anche dopo spogliata e vilipesa da stranieri e da suoi, ed aperta a loro dal lato ove s'abbassano le alpi Friulane. Entrati per queste in numero che parve immenso agli atterriti, non arrestati dalle munitissime città di Aquileja[273] e Verona devastarono sino a Pavia. Re Berengario che, allor allora domi i rivali, trovavasi solo in dominio del bel paese, mandò il bando dell'armi per la Lombardia, la Toscana, Camerino, Spoleto, e raccolto un esercito _tre volte più numeroso_ di quel de' nemici mosse contro di loro, li sconfisse, e talmente gli avviluppò fra l'Adda, il Brenta e gli altri fiumi dell'alta Lombardia, che non trovando scampo, mandarono offrendo di abbandonare il bottino e i prigionieri, purchè fossero lasciati partire. Berengario, confidando sterminarli, negò: ond'essi da disperati combatterono, vinsero, e dispersi i mal uniti Italiani, senza ostacolo desolarono il paese.
Non combattevano in regolate schiere, ma da scorridori sui rapidissimi cavalli, cui schiomavano acciocchè i nemici non avessero dove ghermirli. Non sarebbe dunque stato possibile ad ordinato esercito il raggiungerli; sicchè ciascuno era costretto provvedere alla propria difesa. Dalla campagna al loro accostarsi fuggiva la gente sulle alture fortificate, e mura alzaronsi allora attorno alle borgate e ai conventi[274]. Così gli uomini, rialzate le teste dalla servitù regolare dei Romani e dalla violenta dei Barbari, imparavano di nuovo a maneggiar le armi, e valersene a tutela della casa, del podere, del convento, delle città; il che tornò poi a vantaggio della libertà, poichè i padri nostri compresero la potenza dell'unione, e trovandosi in mano le armi, le usarono ad acquistarsi od assicurarsi franchigie.
Berengario gli affrontò più volte; ma dall'infelice riuscita disgustati, o seguendo già la politica imputata loro di voler sempre due padroni affinchè l'uno tenesse l'altro in rispetto[275], una partita di signori nostri, e nominatamente Adalberto di Toscana, offerse la corona d'Italia a Lodovico re di Provenza. Adalberto da principio era sì buono, che quando non si trovasse altro, dava ai poveri il proprio corno da caccia colla catena d'oro, che poi riscattava a denaro: in appresso s'abbandonò all'ambizione e alla crudeltà, e perpetuamente avversò Berengario. Lodovico venne, e fu coronato re in un concilio a Pavia, poi imperatore a Roma (901) col nome di Lodovico III. Avendo soggetta tutta l'Italia volle vedere anche la Toscana, e a Lucca fu ricevuto da Adalberto con tanta magnificenza, ch'ebbe ad esclamare: — Questo marchese avrebbe piuttosto a chiamarsi re, in nulla essendomi inferiore che nel nome». Adalberto, e più l'ambiziosa sua moglie Berta, videro in queste parole un'espressione d'invidia, onde se ne alienarono, e svolsero da lui anche gli altri principi. Lodovico, venuto a Verona, congedò l'esercito, distribuì a' suoi molti possessi, e stavasene in improvvida sicurezza: sicchè Berengario, che non gli si era opposto, lo colse, gli rinfacciò d'avergli altra volta giurato non molestare l'Italia, e fattigli cavar gli occhi, il rimandò in Provenza (903?). I suoi soldati restarono dispersi, e al passo dell'Alpi ne fe molti capitar male il marchese d'Ivrea genero di Berengario.
Quel che gli Ungheri all'alta Italia, il faceano alla bassa i Saracini, devastando, uccidendo; e massime la banda postatasi al Garigliano interrompeva le comunicazioni, e dilapidava i beni della Chiesa. Quando poi Ibraim re di Cairoan dall'Africa sbarcò in Sicilia per tornar al dovere gli emiri rivoltosi, si lagnò che a questi avessero dato soccorso le città di Calabria; e benchè esse venissero a dargli scuse, intimò si preparassero alla servitù, ed annunziassero il suo arrivo nella _città del vecchio Pietro_ (908). Ma a Cosenza trovò forte ostacolo, «e una notte per giudizio di Dio morì»[276].
A questi nemici del paese e della fede opponevansi i papi; e Giovanni X, desiderando i signori italiani si concordassero a riscattare la patria, pensò rassodare l'unità cristiana col porvi a capo Berengario, e il coronò imperatore nel Natale 915, a patto osteggiasse i Musulmani. La coronazione fu solennissima; profusi doni alle chiese, al clero, al popolo. Il papa aveva invitato la Corte di Costantinopoli a mandar una flotta che intercettasse il mare ai Saracini; trasse in lega Landolfo principe di Benevento, Gregorio duca di Napoli, Giovanni duca di Gaeta: il papa stesso menò l'impresa con Berengario e col marchese Alberico di Camerino; e bloccata la colonia de' Barbari, gli affamarono di maniera che messo fuoco alle case e alle robe, sbucarono impetuosi a salva chi può, e la più parte furono uccisi o presi e fatti schiavi.
Non per questo le fazioni quietarono. Il marchese di Toscana e Berta sua moglie furono in Mantova imprigionati da Berengario, ma senza poter farsene cedere i castelli. Lamberto arcivescovo di Milano, che da esso imperatore avea dovuto comprar a denaro la dignità; Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario; Odelrico marchese e conte del sacro palazzo, congiurarono a danni dell'imperatore. Saputo che costoro aveano un convegno sulla montagna di Brescia, egli soldò due capi di Ungheri, i quali di fatto li colsero: Odelrico restò ucciso; Adalberto, fintosi un povero fantaccino di Calcinate, scampò; altri, avuto salvezza dalla clemenza di Berengario, invitarono in Italia Rodolfo II, re della Borgogna transgiurana. Soccorso dal suocero Burcardo duca di Svevia, egli venne; ma in sanguinosa battaglia a Firenzuola era sconfitto, quando la riserva del suocero mutò la fortuna, e Rodolfo vincitore fece coronarsi re in Pavia (922).
In questo mezzo erano tornati gli Ungheri, e tagliati a pezzi ventimila guerrieri di Berengario, eransi sveleniti contro Padova, Treviso, Brescia. L'imperatore mal obbedito non potè frenare quella furia che pagando dieci moggia di denari d'argento[277]; al qual fine tolse molti beni alle chiese, e il popolo tutto obbligò, fino i lattanti, a contribuire un denaro per testa. Ma vinto e scoronato, e ridotto a Verona e al ducato del Friuli, invitò essi Ungheri contro l'emulo Rodolfo. Voltisi dunque sopra Milano, assalsero Pavia (924), città florida e popolatissima[278] dove si tenevano le diete del regno, e vi soffocarono il vescovo e quel di Vercelli, distrussero quarantatre chiese; di tanta gente soli dugento lasciarono vivi, i quali raccolsero fra le ceneri otto moggia di denari per ricomprare dai Barbari il luogo dov'era sorta la patria.
Modena fu difesa a lungo dai proprj cittadini, che dall'alto delle mura si incoravano a vigilare con una cantilena guerresca rimastaci[279]. Malmenate anche le estreme terre del Piemonte, osarono imbarcarsi sulla marina Adriatica, ed arsero Cittanova, Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e predato tutto il littorale, tentarono Malamocco e Rialto; ma i legni mercantili di Venezia li respinsero[280].
La chiamata di que' Barbari indignò gl'italiani contro Berengario, onde tra i Veronesi fu congiurato di ucciderlo, e capo della trama era Flamberto. L'imperatore n'ebbe fumo, e chiamatolo a sè gli ricordò come lo avesse colmo di benefizj, sin a tenergli un figliuolo a battesimo, e più gliene compartirebbe ove restasse fedele; e donatagli una coppa d'oro, il lasciò andare. L'ingrato non ne divenne che più accanito. Berengario quella notte non dormì in palazzo, ma in una cameretta attigua alla chiesa, per esser pronto a sorgere la mezzanotte ed assistere all'uffiziatura. Ma come fu in chiesa, Flamberto lo fe trucidare. Milone, suo fedele, fece appiccare Flamberto e i complici.
Come avvenne ad altri infelici autori di conati nazionali, Berengario, bersagliato miserabilmente tutta la vita, ebbe esagerate lodi dopo morto qual valoroso, clemente, pio, e sin a riverirlo per santo, e mostrar lungamente una pietra chiazzata del suo sangue, che mai per lavarla non aveva perduto le macchie[281].
Tolto l'emulo, e scomparsi gli Ungheri, venne a regnare Rodolfo, ma non con pace, giacchè lo contrastarono tre vedove che allora aggiravano l'Italia cogli intrighi e coi vezzi: Berta, vedova di Adalberto il Ricco, sua figlia Ermengarda, marchesa d'Ivrea: e sua nuora Marozia, di disonesta memoria, vedova di Alberico marchese di Camerino. Il voto di coteste e di Guido duca di Toscana e Lamberto fratelli d'Ermengarda si accordò sopra Ugo, duca di Provenza loro fratello uterino, che cogl'inganni più che colla forza vinse Rodolfo (926). Questo si ritira in Borgogna, ma quivi unitosi ancora col suocero Burcardo, cala con grosso esercito in Italia. Burcardo piglia l'assunto d'esplorare le forze de' nemici, e in veste d'ambasciadore viene a Milano. Giunto alle colonne di San Lorenzo, allora fuor di città, disse a' suoi compagni: — Questo luogo pare fatto apposta per erigervi una fortezza che tenga in briglia, non solo i Milanesi, ma tutti i principi d'Italia»; e soggiunse: — Non sono Burcardo se non riduco gli Italiani a contentarsi d'un solo sprone e cavalcare giumenti». Disse ciò in tedesco, ma i nostri lo capirono, e tutto riportarono all'arcivescovo Lamberto: il quale dissimulando prodigò carezze al finto ambasciadore, e gli diede licenza di rincorrere un cervo nel proprio parco; favore che a nessuno egli consentiva. Ma intanto mandava avviso agli Italiani; sicchè, mentre tornava, Burcardo fu côlto in un agguato a Novara, e fuggendo restò trafitto dai duchi di Toscana; a' suoi non valse il ricoverarsi in San Gaudenzio, chè furono trucidati, e Rodolfo voltò indietro.
Ugo, che spertissimo di maneggi, s'era già compri molti signori italiani, allora venne promettendo un secol d'oro; sbarcato a Pisa ebbe universali accoglienze; a Pavia eletto re, a Milano coronato, regnò più robusto che nol desiderassero i signori italiani, proponendosi di restaurare l'unità della signoria col solo modo che par possibile, dopo gravi disordini, cioè la tirannia.
La voluttuosa e intrigante Marozia, sposa a Guido di Toscana, formatosi un grosso partito in Roma e disdicendo ogni obbedienza al papa, aveva occupato Castel Sant'Angelo, e disponeva a sua voglia della città e del papato: entrata col marito e con un pugno di sgherri in Laterano, trucidarono Pietro fratello di papa Giovanni X e questo cacciarono in prigione (928), ove morì dal dolore o soffocato. Poco dopo Guido moriva, e succedeagli nel ducato di Toscana il fratello Lamberto. Ma re Ugo, temendo non gl'italiani gliel sollevassero emulo, fe spargere che esso e Guido ed Ermengarda fossero figli suppositizj. Della grossolana invenzione s'adontò Lamberto, e propose smentirla col duello. Ugo fu vinto nel suo campione Teduino; ma non per questo cessò, troppo premendogli di togliere a Lamberto il dominio e la ricca moglie. Fatto sta che Lamberto poco poi fu côlto e accecato (931); il suo paese dato a Bosone fratel germano di Ugo, cessandovi così quella schiatta de' Bonifazj e Adalberti; Ugo sposò Marozia e dominò in Roma trattandovi con alterigia i grandi.
Alberico, figlio di Marozia del primo letto, dava un giorno l'acqua alle mani di Ugo; e avendo ciò eseguito disadattamente, ebbe da questo un manrovescio. Invelenito si restringe coi nobili (932), assalta e fuga il patrigno. Due volte Ugo tornò coll'esercito per vendicarsi e recuperare Roma, ma non potè che devastarne le circostanze: e infine concedette ad Alberico la pace e le nozze d'una propria figlia. Non per questo Alberico gli consentì mai di entrare in città, dove anzi accoglieva quanti signori fuggivano dalla tirannia di esso; per ventitre anni vi si tenne capo, coi nomi di console, di senatore, di tribuno allucinando i discendenti de' Romani antichi, i quali vedeano un magistrato repubblicano nel demagogo prepotente che usurpavasi fin gli atti pontificali, devoluti a suo fratello Giovanni XI. Ugo intanto, di scellerati portamenti in casa e di perfida politica fuori, insultava ai magnati, molti signori uccise, installò vescovi tedeschi a Milano e a Verona. Al fratello Bosone invidiò la Toscana o le ricchezze che egli e sua moglie Villa aveano carpite ai signori di colà, e col solito pretesto di congiure l'espulse, dando quel marchesato al proprio figlio naturale Uberto. Adombrò pure di Berengario marchese d'Ivrea e conte di Milano, Spoleto e Camerino, nipote all'imperatore Berengario. Il primo colla forza aperta assalì ed uccise; l'altro ebbe benignamente alla Corte, e aveva ordinato di strappargli gli occhi, quand'egli, avvertito dal giovine re Lotario, fuggì ad Ottone.
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Ugo disgustava pure col tuffarsi nelle lascivie, contaminando famiglie principali, e alle bagascie sue e ai tanti sterponi prodigando chiese, monasteri, prelature. Le nozze con Marozia come illegali volle sciolte quando gli parvero più vantaggiose quelle con Berta di Svevia, vedova di Rodolfo e madre del re di Borgogna.
Tuttociò accresceva i malcontenti, e il desiderio di indipendenza trapelava d'ogni parte fra gl'italiani: i quali però, se ebbero sempre vivo il sentimento della libertà personale, poco conobbero quello della libertà politica, e per ottenere la prima sacrificavano l'altra con cotesto bilicarsi fra due padroni. D'altra parte Ugo ben maneggiava con quelli da cui potesse temere: chetò di sue pretensioni re Rodolfo col cedergli i diritti del figlio dell'accecato Lodovico, suo pupillo, sopra la Borgogna cisgiurana, sicchè ne formò il regno d'Arles; strinse alleanza con Enrico l'Uccellatore nuovo re di Germania; concedette nuove sicurezze a Venezia e a papa Giovanni XI. Coll'imperatore romano di Costantinopoli si accordò per assalire i Saracini di Frassineto; e mentre quello li chiudea per mare, esso per terra li snidò, riducendoli sul monte Moro, dove pure li tenne assediati. Quivi pure poteva sterminarli; se non che temendo che Berengario tornasse di qua dall'Alpi a molestarlo, licenziò la flotta greca, e patteggiò cogli Infedeli di collocarli nei monti che dividono l'Italia dalla Svevia, acciocchè si opponessero ad ogni invasione. Colà divennero ostacoli ai tanti forestieri che visitavano la penisola per devozione o per affari, e moltissime vite costò l'averla perdonata a coloro.
Tra questo gli Ungheri continuavano lo sperpero dell'Italia, e anche nella meridionale pervennero saccheggiando Capua, Salerno, Benevento, Nola, Montecassino, e fin Tèramo. Un grosso di Marsi e di Peligni gli aspettò in agguato e ne fa strage; ma per cinquanta anni non lasciarono tregua alla penisola. Ugo non seppe frenarli che con dieci moggia di danari, ponendo perciò gravissime contribuzioni; del che disgustati, e de' codardi portamenti suoi, e del dare le cariche a forestieri, i signori italiani, non potendo trar qui il re di Germania tenuto buono da Ugo con regali, chiesero Arnoldo duca di Baviera e Carintia, che di fatto scese per val di Trento a Verona, ma trovata resistenza a Bussolengo, se ne tornò. Ugo cacciò in prigione Raterio vescovo di Verona come reo d'averlo favorito; il quale descrisse i proprj patimenti.
Più operoso nemico gli era Berengario marchese d'Ivrea, che profondendo denaro, sollecitava ajuti da Ottone re di Germania. Un Amedeo, gentiluomo di sua confidenza, l'esortò a fidare piuttosto nel malcontento degli Italiani, e si esibì di venire a scandagliarli. Di fatto, vestito da pezzente, girò di castello in castello, di vescovado in vescovado; saputo che Ugo era sulle sue traccie, cangiava travestimento e forma ogni giorno; al re stesso ardì presentarsi con altri che limosinavano; infine riuscì a tornare al padrone. Il quale, fidato sulle intelligenze, con piccola scorta calò per val d'Adige. A Manasse arcivescovo d'Arles, e insieme vescovo di Trento, Mantova, Verona, e governatore del Trentino, promise l'arcivescovado di Milano; il vescovado di Como a Adelardo, cherico che s'intromise del trattato; così ad altri prelati e governatori e signori dava e prometteva cariche, feudi, sopratutto monasteri in commenda e vescovadi.
Ugo, ritiratosi a Pavia, spedì Lotario figlio suo alla dieta milanese chiedendo, se erano stanchi di lui, lasciassero a questo innocente la corona; e i grandi commossi dalle costui istanze e dal vederlo abbracciare la croce, gliel concessero. Intanto Berengario scontentava i prelati, a cui toglieva le prebende per mantenere le promesse fatte a' suoi fautori, i quali pure non restavano mai soddisfatti; pure cresceva ogni giorno di fautori e realmente dominava, comunque conservassero il regio titolo Lotario e Ugo. Quest'ultimo, disperato di ricuperarlo, tornò nel suo patrimonio d'Arles (947) portandovi tesori, che presto abbandonò colla vita. Fra breve moriva anche Lotario, forse avvelenato da quello cui era ostacolo a regnare; e Berengario venne gridato re col figlio Adalberto (950). E poichè temea che la bella e virtuosa Adelaide, figlia di Rodolfo II di Borgogna e vedova di Lotario, portasse a qualche marito i diritti suoi e le vendette, la prese, e volea forzarla a sposare suo figlio. Stette ella costante al no, benchè Villa moglie di Berengario giungesse fin a batterla e calpestarla. Chiusa nella rôcca di Garda, la bella infelice trovò compassione; un cherico Martino recò attorno i lamenti di essa, le preparò i mezzi a fuggire (951) e un asilo presso Azzo feudatario di Canossa, castello importante nelle storie, posto verso il fiume Enza al cominciar delle montagne di Reggio, sovra un'alta rupe isolata, sicchè facilmente si difendeva da qualunque assalto. Di quivi ella invitò a vendicarla re Ottone il Grande, che n'ebbe un bel destro onde innestare il nostro paese alla Germania, e distrutto il sistema militare de' Longobardi e dei Franchi congiuntosi colla Chiesa, avviò qualche miglioramento.
CAPITOLO LXXIII.
Età ferrea del Pontificato. Ottone il Grande. La corona imperiale e il regno d'Italia passano ai Tedeschi. Si svolge la nazionalità italiana.
Disordini più deplorabili contaminavano il centro della cristianità. Unendosi all'Impero col rinnovarlo nella persona di Carlo Magno, la Chiesa avea creduto sceverarsi dalle cose mondane, e vi si trovò implicata viepiù, sia per gl'interminabili dissidj cogli imperatori che pretendevano intervenire alle elezioni, sia pel crescere de' baroni attorno a Roma, sia per l'aumento delle ricchezze. Le quali erano tante, che sotto Leone III si trovano offerte ad essa per più di ottocento libbre d'oro e ventunmila di argento; e Leone IV, il sacerdote eroe che contro i Saracini difese e munì il quartiere di Vaticano, nella basilica de' santi apostoli depose ornamenti per trecentottantasei libbre d'argento e ducentosedici d'oro.