Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 22

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Tutta Italia fu in armi (866). Lodovico andò a Montecassino a chiedere che le preghiere secondassero l'esercito; e colà gli menò le sue truppe Landolfo, vescovo e signore di Capua, gran mettitore di risse in quel paese, e che, come un'altra volta, fece disertare i suoi pochi a pochi. L'imperatore corrucciato, e vedendo dover assicurarsi degli amici prima d'assaltare i nemici, volse le armi contro il mal fido, e col distruggere Capua sgomentò gli altri, e anche Napoli, che colla indifferenza di gente intesa solo alla prosperità dei traffici, era piena di Saracini come Palermo, e gli ajutava d'armi, di viveri, di ricetto; anzi il duca Sergio avea lega coll'emir[259]. Procedendo, respinse i Musulmani d'ogni dove, restringendoli in Taranto e Bari: ma non arrivando la promessa flotta greca, dovette dar indietro. Lo inseguì Soldano co' suoi, che vincendo si spinse fino a San Michele sul Gargàno, santuario de' Longobardi, ma l'esercito lasciato da Lodovico nella Puglia non cessò di bezzicarli: e sebbene anche i nostri toccassero molte perdite, Matera, Venosa, Canosa furono ripigliate e munite (870); e anche Bari dopo tre anni, e mandata pel fil delle spade, e Soldano non riconobbe la vita che dalla generosità di Lodovico, mosso dalle istanze del principe di Benevento, di cui quello avea avuta prigioniera e rispettata la figlia.

Lodovico spedì ad assediare Tàranto, sollecitando l'imperatore Basilio Macedone ad ajutarlo della flotta per ispazzare il Tirreno da costoro[260]. Basilio mandò meglio di trecento navi; ma poichè i Greci arrogavano a sè il vanto della vittoria, a spregio de' Barbari obbedienti al falso imperatore d'Occidente, Lodovico rispose: — Avevate fatto di grandi preparativi, è vero, simili in numero alle cavallette che oscurano l'aria; ma come queste cadendo dopo breve volo, abbandonavate il campo per ispogliar i Cristiani della Schiavonia, nostri sudditi. Pochi erano i nostri guerrieri; perchè, stanchi di aspettare, li rimandai, solo ritenendo il fiore, con cui ho continuato il blocco, e vincemmo i tre più potenti emiri de' Saracini, sgominammo gl'Infedeli; e se per mare ci secondate, ricupereremo Sicilia. Fratello, sollecita i promessi soccorsi marittimi, rispetta gli alleati e diffida degli adulatori».

Basilio, tenendosi insultato dal tono della lettera e dal titolo di fratello, non rispose alla chiamata, anzi gli nimicò alcune città, spargendo ch'e' volesse farsene signore; laonde l'impresa fallì. I Franchi, usi in Italia a disgustare dopo la vittoria anche quelli a cui pro hanno vinto, offesero coi loro eccessi, e massime Angilberga colla sua avidità straccò i Beneventani a segno, che Adelgiso loro principe, subillato anche da Soldano, si chiarì per gl'imperatori d'Oriente, i quali allora ricuperarono le principali città della Calabria, del Sannio e della Lucania.

Lodovico accorse ad assoggettarle (871); avrebbe mandata a sterminio Capua che a lungo resistette, se non fossero usciti gli abitanti col corpo di san Germano implorando pietà; passò a Benevento, e credendo alla sommessione d'Adelgiso, congedò le truppe o le distribuì in guarnigioni. Adelgiso, senza rispetto all'impero nè alla vittoria, rapì ai Franchi il bottino non solo, ma anche le salmerie dell'imperatore, cui tenne prigioniero nel proprio palazzo[261]. Tre giorni durò egli in cima ad una torre; poi sceso per fame, giurò sulle reliquie di non vendicarsi nè più tornare; ma sciolto appena, si fece dal papa assolvere dell'estorta promessa, e dal senato romano autorizzare a proscriver quel principe. L'assalì dunque, giurando non levarsi d'intorno a Benevento se non avesse preso il ribelle: ma neppur questo giuramento potè tenere, giacchè il principe ricorse all'imperatore di Costantinopoli, promettendo a lui il tributo che prima dava ai Franchi; e papa Giovanni VIII, venuto a sua richiesta nel campo (872), li riconciliò[262]. I re suoi parenti che moveano tardi al soccorso, tornarono indietro: alcuni vassalli che aveano favorito al ribelle o non ajutato il re, vennero puniti.

Di queste dissensioni faceano lor pro i Saracini, che cupidi di vendicare le sconfitte, spedirono immenso esercito dalla Sicilia e dall'Africa a Salerno e sopra Capua, per dar mano alle loro colonie rinvigorite: quella di Tàranto avea ripreso Bari; la Puglia era battuta da Musulmani; Napoli, Gaeta, Amalfi, se non amiche, neppur erano avverse a costoro. Lodovico appena liberato gli osteggiò, ma prima di morire li vide arbitri dell'Italia meridionale, e minacciare d'incendio Salerno e Benevento e sperperarne i contorni. I vicini sosteneano l'assediata Salerno; ma l'imperatore, forte adirato al duca di essa, negava soccorrerla. A quell'assedio l'emir Abdila piantò il letto sulla mensa della chiesa de' santi Fortunato e Cajo, e vi sacrificava ogni notte la verginità d'una monaca, finchè una trave vel fracassò (874). All'assedio di Benevento un cittadino calatosi dalle mura per chiedere soccorsi, nel ritorno è preso; gli Arabi gli fan larghe profferte se inganni i suoi, fiere minacce se no; ma condotto presso le mura, grida: — Coraggio! durate! arrivano i liberatori: avrò morte; vi raccomando mia moglie e figli»; ed è fatto a pezzi.

Lodovico, venuto poi a soccorso, riportò qualche vantaggio, ajutato da Amalfitani e Capuani, avvistisi del pericolo proprio nell'altrui. Anche in Napoli il duca Sergio cozzava col santo vescovo Atanasio, il quale, per sottrarsi alla persecuzione di lui, suggellò il tesoro e fuggì nell'isola del Salvatore. Sergio spedì Napoletani e Saracini per pigliarlo; ma l'imperatore mandò Marino duca d'Amalfi, che fe macello degli aggressori. Sergio in vendetta derubò il tesoro, onde fu scomunicato dal papa, mentre Atanasio conseguì onori dall'imperatore e dai popoli.

I Saracini, nojati del lungo resistere di Salerno, incatenarono il nuovo emir Abimelech, e partirono, abbandonando munizioni e viveri. Ma cresciuti di nuovi rinforzi e d'accordo co' natii, poterono metter radici sulla costa Campana, devastare i territorj di Benevento, Terelle, Alife; e il duca Adelgiso sconfitto dovè mettere in libertà Soldano, che teneva come ostaggio. Costui, non disarmato dal perdono, ricomparve più terribile che mai. I monasteri di Montecassino e di Volturno, mal difesi dalle orazioni e dai vassalli, furono incendiati; nè il paese de' fieri Sabini seppe tener testa alle correrie. Gli assaliti invocavano i Greci, ma questi erano deboli; invocavano i signori di Salerno, Amalfi, Napoli, ma questi se l'intendevano coi Musulmani. Il papa in persona andò a Napoli per distorre dalla lega cogli Infedeli quel duca e gli altri principi di là intorno: Sergio, che ricusava, fu scomunicato; Guaifero principe di Salerno gli mosse guerra; il vescovo Atanasio suo fratello congiurò contro di lui, e preso e accecato il mandò a Roma a finire miserabilmente, e proclamò duca se stesso, come avea fatto il vescovo Landolfo a Capua; e n'ebbe lode dal papa. Ma l'intrigante vescovo anch'egli ben tosto aderì ai Saracini, e partecipava alle loro ladronaje; e chiamato di Sicilia l'emir Sicaimo, gli diè stanza alle falde del Vesuvio. Mal per lui, giacchè le costui masnade cominciarono a predare i contorni, rapir cavalli, armi, fanciulle: si spinsero anche fin alle delizie di Tivoli e alle sacre rive del Tevere, e per due anni le campagne di Roma nulla fruttarono agli atterriti abitatori.

Lodovico II, lodato dai contemporanei come amator della giustizia, sostenitore dei poveri e dei pupilli (875), morì nel territorio di Brescia, e quel vescovo lo fece sepellire in Santa Maria. Ma Ansperto arcivescovo di Milano andò colà coi vescovi e tutto il clero di Bergamo e Cremona, e fattolo disotterrare e imbalsamare, con lunga processione portollo a deporre in Sant'Ambrogio di Milano, con un epitafio di non infelici versi e di amplissime lodi[263].

Papa Giovanni VIII tentò ravvivare il coraggio o la compassione del vano e inetto successore di lui Carlo Calvo. — Il sangue cristiano dilaga; chi campa dal fuoco o dalla spada è trascinato schiavo in esiglio perpetuo: città, borghi, villaggi periscono vuoti d'abitanti; i vescovi dispersi non trovano rifugio che alla soglia degli Apostoli, lasciando le chiese loro per tane alle fiere; sicchè veramente è il caso d'esclamare, Beate le sterili, e le mamme che non allattarono. Chi mi dà rivi di lacrime per piangere la rovina della patria? siede addolorata e sola la regina delle nazioni, la regina delle città, la madre delle chiese. Oh giorno di tribolazione e d'angoscia, giorno di miseria e calamità!» Con eguale istanza dirigevasi agli altri principi perchè non lasciassero dalla stirpe di Agar ridurre serva l'Italia e rovinar la religione. Carlo comandò al duca di Spoleto di dar mano al papa; ma il console di Napoli, sordo a minaccie e scomuniche, ricusò staccarsi dai Musulmani. Roma dunque non si potè redimere che assoggettandosi a venticinquemila annue monete d'argento, e vide i baroni circostanti allearsi coi Saracini per ambizione di piantare la propria signoria in Roma.

CAPITOLO LXXII.

Imperatori italiani. Gli Ungheri.

CARLO MAGNO imperatore 800-814 | |- PEPINO re | 781-810 | | | |- BERNARDO | | re 810-18 | | | |- ADELAIDE | | sposa Lamberto? | | | |- Guido di Spoleto | | re 889 imp. 891-94 | | | |- LAMBERTO | | imp. e re 894-98 | |- LODOVICO il Pio | assoc. all'imp. 813-40 | |- LOTARIO | assoc. all'imp. 817-55 | | | |- LODOVICO il Giovane | | assoc. all'imp. 849-75 | | | | | |- Ermengarda m. di | | | re Bosone | | | | | |- LODOVICO il Cieco | | | re 899 imperat. 901-903? | | | |- Lotario di Lorena | | | | | |- Berta m. di | | | Tibaldo di Prov. | | | | | |- UGO re 926-47 RODOLFO II di | | | Borgogna re 922-26 | | |- LOTARIO assoc. | | | | 931-50 marito di . . . Adelaide che nel | | 951 sposa OTTONE | | il Grande | | | |- Carlo di Prov. | |- CARLO il Calvo | imp. e re 875-77 | |- Lodovico il Tedesco | | | |- CARLOMANNO | | re 877-79 | | | | | |- ARNOLFO | | | imp. e re 896-99 | | | | | |- LODOVICO il Fanciullo | | | | | |- Zventiboldo re di Lorena | | | |- Luigi il Sassone | | | |- CARLO il Grosso | | re 879 imp. 881-87 | |- Pepino d'Aquitania | |- Gisela | |- BERENGARIO I | re 888 imp. 915-24 | |- Gisela m. del | marchese d'Ivrea | |- BERENGARIO II | re 950-61 | |- ADALBERTO | re col padre

Lodovico II non lasciava figliuoli; e quanto si fossero ingagliarditi i grandi ecclesiastici e secolari apparve nelle due fazioni che allora si formarono attorno ai due suoi zii. Una, desiderando un protettore robusto, chiedeva re Lodovico il Tedesco, al quale nella partigione del retaggio di Carlo Magno erano tocche la Baviera, la Boemia, la Moravia, la Pannonia, la Carintia, la Sassonia ed altri paesi d'oltre Reno; l'altro Carlo il Calvo re della Francia occidentale, perchè, debole essendo, non avrebbe attenuato i diritti e gli arbitrj signorili. Carlo passò di subito le Alpi: lo seguì per contrastarlo Carlo il Grosso figlio di Lodovico, e trovandosi prevenuto, guastò il Bergamasco e il Bresciano; poi atterrito, o deluso dallo zio che fingeva assalire la Baviera, diede indietro; e Carlo il Calvo venuto a Roma (875), _coll'arti di Giugurta_ vi comprò voti e la corona dell'Impero, poi in Pavia quella de' Longobardi. Come in Francia egli non sapeva impedire le usurpazioni de' nobili, anzi gli aveva assicurati non sarebbero rimossi dalle pubbliche funzioni nè essi nè i loro figli, ed obbligato i liberi a sottoporsi ciascuno a un patrono; altrettanto fece in Italia.

Già signori e vescovi aveano tratto a sè l'arbitrio di eleggere il re; e per primo Ansperto arcivescovo di Milano, poi i vescovi d'Arezzo, Pavia, Cremona, Tortona, Vercelli, Ivrea, Lodi, Asti, Modena, Alba, Aosta, Acqui, Genova, Como, Verona, Piacenza, uniti con Bosone conte di Provenza, archimandrita del sacro palazzo e messo imperiale, e con varj altri conti, come ottimati del regno d'Italia elessero l'imperatore Carlo il Calvo per patrono, signore, difensore e re, promettendo obbedirlo in che che ordinasse a vantaggio della Chiesa e a salute di loro tutti; quanto sapranno e potranno col consiglio e cogli atti, senza frode nè maltalento, gli saran fedeli e obbedienti; nè direttamente o per lettera o per messi turberanno la quiete e la solidità del regno. Di rimpatto Carlo giurava, coll'ajuto di Dio e con ogni sua possa, onorare e salvare ciascuno, giusta l'ordine e la persona, mantener la legge e la giustizia che a ciascuno compete, e usare ragionevole misericordia a chi ne abbia bisogno: che se per fragilità deviasse, appena lo riconosca procurerà emendare[264].

Quest'atto prezioso ci chiarisce la natura di quel regno, elettivo e aristocratico: e fra gli elettori prevalgono i vescovi, come si sente dal fondarsi sui precetti evangelici, anzichè sulle cautele costituzionali, di cui furono assiepati i re dopo che si cessò di riverirli come immagini di Dio.

Bosone suddetto ricevè la reggenza di questo regno col titolo di duca di Pavia, conferitogli col cingergli la corona, che dopo quell'ora fu adottata negli stemmi ducali. Poco poteva il re, e meno il suo luogotenente; prevalendo i grandi e massime i vescovi, giacchè i piccoli vassalli, non trovandosi protetti altrimenti, si mettevano sotto al loro patronato, salvo le grandi città, le sole dove i liberi conservassero qualche importanza perchè uniti.

Carlomanno, altro figlio di Lodovico il Tedesco (877), cala in Italia, pretendendola come eredità paterna; ed essendo fuggito e morto il Calvo, è salutato re d'Italia: mai però non ottenne la corona imperiale; e non andò guari, che scontento delle turbolenze o impauritone, uscì d'Italia (879) lasciandola campo alle ambizioni, e poco stante morì.

Guido duca di Spoleto, di nazione Franco, e nato da una figlia di Pepino re d'Italia, ingrandì di mezzo alle guerricciuole interminabili de' signorotti della bassa Italia, e campeggiando i Saracini che mai colà non lasciavano pace. Docibile duca di Gaeta, assalito dal principe di Capua, invocò i Saracini, che vennero, e recarono gravissimi danni agli amici non meno che ai nemici. Il papa indusse Docibile a torcere le armi contro di loro, e molti Gaetani perirono in quella guerra; ma poi si calò ad accordi (882), dando loro stanza presso il Garigliano, di dove per quarant'anni manomisero i dintorni.

Anche Anastasio, l'ambizioso arcivescovo di Napoli, ora ai Saracini, ora ai Greci ricorse per ajuti onde nuocere ai Salernitani e ai Capuani; i quali di rimpatto si dirigeano a Guido di Spoleto. Costui non facea divario da onesto a ingiusto, e mentre combatteva gl'infedeli, rapiva continuamente alla Chiesa[265]; anzi, aspirando alla corona d'Italia, empiva Roma di satelliti, e diceano s'intendesse coi Saracini di Tàranto per disfare la dominazione pontifizia. Giovanni VIII, papa di natura irresoluta, corre ad Arles per invocare il re Lodovico il Balbo; ma questi ricusa s'e' non benedica le sue nozze con Adelaide, sposata mentre la prima donna ancora viveva: anche Carlo di Svevia lo respinge perchè gli avea proibito d'invadere la Borgogna cisgiurana; onde il papa si propizia Bosone suddetto, cognato di Carlo il Calvo, ajutandolo a formare il regno di Provenza, poi lo mena seco in Lombardia lusingandolo della corona imperiale. Quivi il vescovo di Pavia fece omaggio a Bosone come a re; ma appunto per questo l'arcivescovo di Milano il ricusò: e il papa stesso abbandonollo, sollecitando Lodovico il Sassone a venire per la corona imperiale. La prese di fatto a Roma; ma morendo presto di dolore (882), la lasciava al fratello Carlo il Grosso. Imperatore, re di Germania, di Baviera, di Sassonia, di Lorena, d'Italia, costui riuniva tutto il retaggio di Carlo Magno, ma nessuna delle qualità necessarie a sostenerlo[266].

A lui Giovanni VIII mandava querele perchè i baroni si rendessero ogni giorno più dissoggetti, mentre la metropoli del cristianesimo era minacciata dagli Infedeli e da figli ingrati, e — per Iddio soccorreteci, chè le nazioni vicine non abbiano a dire, _Ov'è il loro imperatore?_» Carlo trovavasi molestato nel proprio regno dalle correrie de' Normanni e più dall'insubordinazione de' feudatarj, ormai convertiti in altrettanti re: pure venne, e nella dieta di Pavia i vescovi, gli abati, i conti e gli altri ottimati del regno lo elessero, giurandogli omaggio e fedeltà, al solito modo e col solito ricambio. Ma col titolo regio non acquistò l'autorità; e Guido di Spoleto continuava le depredazioni, ad onta de' messi imperiali e dei fulmini della Chiesa; anzi costrinse l'imperatore a rendere a lui ed a' suoi complici i confiscati onori. Carlo, incapace di reggere la nave fra tali procelle, s'affidò a Liutwardo vescovo di Vercelli, che eresse arcicancelliere dell'Impero. Costui se ne valse a soprusare, e le fanciulle di più ricco retaggio forzava a sposare parenti suoi; e rapì da Santa Giulia di Brescia una nipote di Berengario duca del Friuli per darla a un suo nipote. Non comportò l'oltraggio Berengario, e con un grosso di truppe assalse Vercelli, e pose a sacco il vescovado; poi andò a scusarsene all'imperatore. Il quale non tardò a disgustarsi di Liutwardo, massime dacchè lo sospettò di tresche coll'imperatrice Ricarda. Questa giurò non essere mai stata tocca da nessun uomo, neppur dall'imperatore, esibendo sostenerlo col duello e colle sbarre roventi; e così giustificata si ritirò in un convento. Liutwardo esulò, e ricoveratosi presso re Arnolfo, intrigò a favore di questo[267]. Carlo medesimo come incapace e mentecatto fu deposto d'imperatore, e morì miserabile (887); e allora la corona di Carlo Magno andò per sempre a pezzi, e i varj popoli scelsero re nazionali: Eude prese la Francia, Arnolfo la Germania, Bosone la Provenza.

Come regno elettivo ch'era l'italico, i grandi di qui non si credettero obbligati ad Arnolfo, ultimo ed illegittimo rampollo carolingio, e si sentirono forti quanto bastasse per governare il paese senza tutela di forestieri. Già aveano compreso che gl'imperatori, da patroni, tendeano a farsi padroni: il vescovo di Brescia scriveva ad un prelato tedesco i guai degli Italiani, _inquilini o piuttosto affittajuoli della patria loro, e preda del più forte_; e l'oltramontano rispondeva compassionando una terra, ch'era unica fonte della ricchezza a paese arido e povero qual è la Germania[268]. Pertanto voleasi un re nazionale; ma come accordarsi nella scelta in un'età tutta d'individui, dove le fazioni signorili si contrastavano spesso senza conoscere il perchè, mutando parte secondo le inclinazioni e la forza dei loro capi, servi all'interesse istantaneo e immediato?

Fra i signori italiani quattro primeggiavano. Adalberto marchese di Toscana, sposo a Berta figlia di Lotario re di Lorena, la quale prima era stata di Teobaldo conte di Provenza, e n'avea avuti Ugo che poi fu re d'Italia, e Bosone che fu marchese di Toscana. Adalberto era cognominato il Ricco, ma non entrò per allora in lizza. Il principe longobardo di Benevento si era svigorito nelle guerre, e trovavasi sulle braccia le città di Calabria e i Saracini. Berengario duca del Friuli, di gente salica, e nato da una figlia di Lodovico il Pio, avea favorito a' Carolingi, ma con tale circospezione, che al soccombere di quelli rimase in piedi e potente. Guido di Spoleto, per la posizione sua appoggiavasi ai Saracini e al papa, potendo in quelli trovar braccia, a questo ispirar timore come emulo, o gratitudine come protettore. Stefano V l'adottò per figliuolo; e tanto erasi reso potente, che la dieta adunata a Langres per dare un successore a Carlo il Grosso, lui chiamò re di Francia. Abbandonò dunque le speranze del regno d'Italia a Berengario, il quale lusingava la nazionalità col farsi chiamare di sangue latino e principe italiano[269]; e in Pavia da Anselmo arcivescovo di Milano (888) si fe cingere la corona[270].

Ma Guido giunto in Francia si trovò prevenuto, essendo eletto re Eude conte di Parigi; onde col dispetto ripassò le Alpi, menando un grosso di guerrieri francesi, già allora sprezzatori dei nostri[271]; e coll'alleanza dei Camerinesi e degli Spoletini assalì Berengario, sussidiato da altri signori. Si combattè sanguinosamente nelle vicinanze di Brescia; e Berengario vinto (889) dovette contentarsi del suo ducato del Friuli, tenendo sede in Verona.

I vescovi del regno, che omai aveano tratto a sè il supremo diritto, si congregarono a Pavia, e meditando «quanti mali avesse pei proprj peccati sofferto Italia dopo Carlo Magno, tali che umana lingua non può spiegarli», risolsero porre un fine alle orribili stragi, ai sacrilegi, alle rapine, ai misfatti d'ogni genere che attiravano la collera celeste; e per salvare le chiese loro e tutta cristianità volgente in desolazione, si adunarono affine di imporre degna penitenza ai malfattori confessi, e reprimerli in avvenire, al qual uopo elessero Guido re, piissimo ed eccellentissimo. E fu riverito a patto rispettasse le immunità e i dominj della Chiesa romana, coi privilegi e le autorità concedutile dagli imperatori antichi e moderni, troppo disdicendo che questa chiesa «capo delle altre, rifugio e sollievo dei soffrenti, salute di tutti» venisse da chicchessia vessata; piuttosto convenendo che il pontefice da tutti i principi e i fedeli sia supremamente venerato. Rimangano inoltre libere da ogni vessazione e diminuzione le chiese vescovili: i rettori di esse liberamente esercitino la podestà sacerdotale nelle cose ecclesiastiche e nel reprimere i trasgressori della legge divina: a vescovadi, abazie, spedali o altri luoghi sacri non s'impongano nuove gravezze: ogni sacerdote e ministro di Cristo abbia gli onori e la riverenza dovuta al suo grado, e colle cose ecclesiastiche e le famiglie a lui spettanti rimanga imperturbato sotto la podestà del proprio vescovo, salva la ecclesiastica disciplina. A tutti gli uomini plebei e ai figli della Chiesa si lasci usare liberamente delle proprie leggi, senza esiger da loro più del dovuto, nè opprimerli: che se ciò avvenisse, il conte del luogo abbia a ripararli legalmente, per quanto gli preme conservare la sua dignità; ove manchi, e faccia violenze o vi consenta, sia scomunicato dal vescovo. E poichè Guido liberamente promise osservare tali capitoli, unanimamente, a guisa di agnelli rimasti senza pastore, lo elessero a re e signore.

Qui dunque, siccome avviene col ripetersi delle elezioni, s'allargano i patti, e ciò ch'è notevole si è la tutela del popolo e delle sue giustizie, assunta dai vescovi non per distinzione di razze e di grado, ma a favore di tutti, perchè tutti figli della Chiesa. Se i modi divisati per effettuarla non erano i più prudenti, è già assai trovare così proclamata l'egualità civile in nome della religiosa; è bello trovar costituzioni di diritti reali, mille anni prima che la nostra accidia ci facesse credere non poterne noi avere se non dall'imitare le francesi.