Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 21
Eufemio, tribuno cioè governatore dell'isola a nome dell'imperatore Michele Balbo, s'innamorò d'una monaca e la rapì; e l'imperatore, benchè reo d'eguale sacrilegio, ne ordinò severo castigo. Eufemio ricorse a Zaidat Allah ben-Ibraim, re aglabita di Cairoan (827), promettendogli vassallaggio e tributo se lo ajutasse ad acquistar l'isola e il titolo d'imperatore. Esso gli affidò cento legni e diecimila combattenti guidati dall'emir Aba al-Camo, il quale sbarcato eresse una città del proprio nome (_Àlcamo_) presso le ruine di Selinunte. Eufemio gridato re dell'isola, sperava che i tanti malcontenti lo favorirebbero: ma come s'avanzò fino alle mura di Siracusa, due fratelli dell'oltraggiata lo trucidarono.
Si rianimano allora i Siciliani per salvare la patria dai nemici loro e della fede, li cacciano in isconfitta; ma i Saracini tosto ritornano con un soccorso d'Africa e un altro di fuorusciti di Spagna, e rimangono padroni della parte occidentale dell'isola. Palermo, _celeberrima e popolosissima città_, sostenne sì fiero assedio, che di settantamila abitanti appena tremila restavano al fine (831): ma que' profughi di Spagna la ripopolarono, sicchè divenne sede degli emiri, che dai principi di Tunisi furono mandati a compiere e regolare la conquista. Maometto, figlio di Abd-Allah aglabita, primo emir, uccise novemila romani (832) alla battaglia di Enna (_Castrogiovanni_), nel cui castello, preso dal suo successore Al-Abbas, fu aperta la prima moschea al rito nemico. D'allora non cessarono più di far guerra a' nostri, la cui resistenza meriterebbe essere vantata al par di quella degli Spagnuoli. Vent'anni più tardi, sulle mura di Messina cadeva il patrizio Teodoto (855). Siracusa in dieci mesi d'eroica difesa fece ricordare i mesi in cui fiaccò la potenza d'Atene; ma la viltà del navarca Adriano mandò a vuoto quegli sforzi, e i capi furono trucidati, il vulgo spedito in Africa a rimpiangere la libertà e la patria, e la città coi superbi suoi tempj ridotta a ruine inospitali[251]. I governatori greci si ritirarono sul continente d'Italia, trasferendovi il nome di Sicilia, donde vennero dette le Due Sicilie.
Da Palermo o da altre loro fortezze sortivano spesso gli Arabi a desolare le campagne, distruggere le messi, menare schiavi i natii: quando poi una città si rendesse, giusta la prescrizione del Corano le facevano il partito di professare la fede di Maometto, o di pagare tributo al vincitore. Di questo accontentandosi, dicono che alle città rendutesi compatissero le istituzioni antiche, e nello stabilire le leggi chiamassero a consiglio i vescovi: certo gli straticò o duchi conservarono giurisdizione criminale fin al tempo degli Svevi. Un emir comandava a tutta l'isola; a ciascuna città o distretto un alcade da lui dipendente; i cadì rendevano giustizia: despotismo sminuzzato, e perciò più oppressivo.
Preziosissimo sarebbe il trovare le costituzioni fatte per quel regno; e furono accolte con avidità quelle che pubblicò l'abate Vella come fatte d'accordo coi più assennati fra i vinti, nel 216 dell'egira; il Canciani le inserì nella _Raccolta delle leggi de' Barbari_; ma poi furono convinte impostura. Ridotti pertanto a tenuissime informazioni, diremo come l'isola, che dal tempo de' Cartaginesi avea formato due provincie, la siracusana e la panormitana, fu allora divisa in tre valli, e ciascuno in varj distretti. Entrata dello Stato era la getia, tributo imposto ai possidenti invece di quello dei Romani sulle bestie rurali. Le terre tolte ai Greci non furono serbate come possesso pubblico, ma divise fra i soldati benemeriti; maggior porzione agl'invalidi, ai governatori e ai tre capitani delle provincie. Queste possessioni, a differenza dei feudi, poteano alienarsi con certe formalità e col consenso del caposignore.
Le proprietà, le successioni, e in generale lo stato civile si regolarono in modo, che i Normanni poco trovarono a mutarvi. La schiavitù colonica alla romana sparì col perdersi degli antichi signori; onde il lavoro di mani libere cancellò le tracce della greca infingardaggine; e molte terre furono dissodate, in altre introdotti il cotone, il gelso, il papiro, la cannamele[252], il frassino della manna, il pistacchio; edifizj si elevarono, ricchi di marmi e musaici; e la tradizione accenna fin oggi i giardini vastissimi degli emiri, con vivaj di marmo (_mar morto_). Il Lilibeo, ch'essi intitolarono Marsala, cioè porto di Dio, attestava come non dirazzassero dai loro fratelli di Babilonia e di Spagna.
Così gli Aglabiti, poi gli Obeiditi profittavano della pace che ivi durò buon tempo, non avendo forze bastevoli a sturbarla nè gl'imperatori d'Oriente nè i signori d'Italia. Ma per quanto le donassero i frutti d'Asia e d'Africa, e per sotterranei spiragli (_giarre_) alzassero le acque a provvederne le case e ricreare i giardini, la Sicilia ricordavasi d'essere cristiana ed italiana, nè sapea rassegnarsi a un dominio che offendeva l'orgoglio nazionale e la domestica integrità. Gli Arabi erano dunque costretti a prepararsi frequenti fortificazioni, oggi ancora indicate dal nome di _cala_ o _calata_; i monumenti della grandezza antica convertirono in ròcche; e dai tempj di Selinunte e dal teatro di Taormina bersagliavano i patrioti siciliani, o sbucavano a rapir donne e fanciulli per ornamento o custodia de' serragli.
Il dominio e la presa di Siracusa inorgoglirono gli emiri così, che negarono obbedienza ai principi aglabiti d'Africa. Fu dunque forza che questi venissero a sottometterli; e di fatti Ibraim re di Cairoan (908), sbarcato con un esercito di Mori, e assalita Taormina indarno difesa dalle anguste gole, dalle impervie alture e dal forte che a cavaliero di essa aveano eretto gli antichi re, la presero, e vi posero il borgo e il forte di Mola. Ibraim minacciò anche la Calabria; ma morto lui a Cosenza, i nuovi invasori vennero a contesa fra sè e coi prischi, i quali non si tenevano obbligati ai re fatimiti di Tripoli, che aveano usurpato il dominio degli Aglabiti. E ruppero a guerra; e i Cristiani ad or ad ora rinnovarono tentativi generosi di scuotere il giogo degl'infedeli. Palermo stessa fu occupata (917) da Abusaib Aldaiph, venuto d'Africa; ma i Siciliani, alleatisi con Alì Vava Assahr, la assediarono per sei mesi. I Girgentini insorti si sostennero quattro anni, e furono ad un pelo di prender anche Palermo: ma vinti (927), bagnarono di loro sangue gli avanzi della patria magnificenza.
Allora l'emir, per reprimere le rinascenti sollevazioni, fece abbattere molte fortezze, e menò schiavi in Africa gran numero di abitanti. Al-Mansor, terzo califfo fatimita dell'Africa, assegnò la Sicilia (948) non più a un governatore temporario, ma ad un emir, che fu Assan figlio di Alì, il quale, sottomessala colle armi, la governò con saviezza. Il che non vuol dire con clemenza; giacchè essendosi scoperta una congiura, esso fe decapitare gli imputati. Quattr'anni appresso venne d'Africa il moro Saclabio con camelli e forze, a cui Assan unì le sue, ed estesero le conquiste. I Greci fecero qualche tentativo di ripigliar l'isola, mandandovi soldati mercenarj danesi, russi, warangi: l'ammiraglio Basilio prese Termini, battè Assan, e molti uccise in val di Màzara: ma la battaglia di Rometta (958) costò la vita a diecimila Cristiani.
Gli Arabi, per punire i natii del favore mostrato, deportarono in Africa trenta de' più ragguardevoli personaggi, e fecero circoncidere quindicimila fanciulli col figlio del loro emir. Il tripolitano Khalil venne(938) d'Africa per reprimere i rivoltosi, occupò Màzara, Caltabellotta, infine Girgenti(940), i cui notabili imbarcò per Africa, ma in alto mare fece forar la nave e tutti sommergere. Narrano egli vantasse aver fatti morire nel val di Màzara, più di seicentomila persone. L'imperatore Niceforo Foca tentò anch'egli recuperar l'isola; e Manuele suo cugino pigliò Siracusa (965), Imèra, Taormina, Lentini. I nemici ricoverarono ai monti, e quando Manuele osò avventurarsi fra quelle gole, lo batterono, presero e uccisero; e tosto l'emir ripigliò tutte le città, e rase dalle fondamenta la generosa Taormina. Non per questo cessarono i Siciliani di tener testa agli stranieri, ne uccisero anche in battaglia l'emir: le nimicizie degli Arabi fra loro, e la titubanza de' Greci or collegati ora avversi a questi prolungarono le miserie dell'isola, disperante di respingere un nemico, il quale, come Anteo, sempre nuove forze traeva dalla Libia madre.
I Saracini di Sicilia tendevano a governarsi da sè, e vi riuscirono nel 969 quando l'emirato divenne ereditario, non dipendente dall'Africa che per oggetti religiosi. Internamente le due schiatte di Arabi e di Bereberi disputavansi l'isola, di cui i primi tenevano la parte settentrionale del val di Màzara con Tràpani e Palermo, gli altri la meridionale d'esso vallo con Girgenti, fabbricata presso la gran città d'Agrigento, distrutta l'829, e fino al 1040 non si videro che rivoluzioni e controrivoluzioni, vittorie e fughe, sempre rovinose, fra cui si ridusse a minimi termini la stirpe bèrbera, che poi nel 1015 fu affatto espulsa da tutta l'isola.
Intanto i Saracini si erano dalla Sicilia tragittati in Calabria, e alcuni di quelli di Spagna occuparono Tàranto; quelli d'Africa presero Bari, e si spinsero nella Puglia, saccheggiando e uccidendo. Radelgiso duca di Benevento tentò invano snidarli da Bari; onde prese il sinistro consiglio di adoprarli nelle sue guerre contro Siconolfo duca di Salerno, e li soldò (815) coi tesori della chiesa di Benevento. Siconolfo, sebbene da prima li vincesse, non potè resistere che coll'imitarlo, e anch'egli derubata la cattedrale di Salerno, soldò Abulafar saracino comandante in Tàranto, col quale riuscì vittorioso. Mentre seco risaliva in palazzo, il Longobardo con istrano scherzo lo prese fra le braccia, e portatolo di peso fin in cima alla scala, l'abbracciò e baciò. Recosselo ad onta il Saracino, e disdettogli il servizio, tornò a Tàranto e si esibì a Radelgiso, col quale ruinò i Salernitani. Il cui duca chiamò Saracini di Spagna e di Candia, e con essi vinse i Beneventani alle Forche Caudine: ma Radelgiso sopragiunto, lo battè interamente, ne prese tutte le città, Benevento assediò.
Siconolfo ricorse a Guido duca di Spoleto: il quale venne, e dal collegato e dal nemico cercò smungere denaro, fingendo metterli d'accordo. Siconolfo per conservare il dominio fe omaggio a re Lodovico II, chiedendone l'investitura al prezzo di centomila scudi d'oro. Denari trovava costui dal saccheggiare Montecassino, donde portò via calici, patene, croci, vasi e centrenta libbre d'oro; un'altra volta, trecensessantacinque libbre d'argento e sedicimila soldi d'oro; la terza vasi d'argento per cinquecento libbre; e così via, sempre promettendo restituire. La pace non fu fatta che l'848 per opera di re Lodovico, il quale divise il ducato secondo la solita politica dei Franchi.
Landolfo principe di Capua, morendo nell'842, divideva il paese fra tre figli, a Landone Capua, a Pandone Sora, a Landonolfo Tiano, lasciando ad essi per ricordo non permettessero mai che Benevento si riunisse con Salerno. Anche il ducato di Spoleto divideasi dalla parte transappennina, cioè dal ducato di Camerino: e così ogni cosa era sminuzzata e perciò debole.
Ne approfittavano i Musulmani, che mescendo il sangue loro al cristiano nei fraterni dissidj, si lusingavano dominare il bel paese. Oltre Bari, principale loro ricovero, alcuni si erano stanziati nell'isola di Ponza; ma Sergio console di Napoli, raccolti vascelli da Gaeta, Sorrento, Amalfi, ne li respinse. L'emir tornò, prese il castello di Miseno, sbarcò a Centumcelle, difilandosi sopra Roma; e ignaro dell'antica, nemico alla nuova dignità della metropoli del mondo, vi incendiò i sobborghi e profanò la chiesa dei santi Apostoli. Vacando allora la sede pontifizia, fu tumultuariamente eletto Leone IV (847), che sacerdote eroe, quando i principi fuggivano o pagavano i Barbari, si pose a capo delle truppe e dei cittadini, rianimati dal suo nobile coraggio, e rituffò i Saracini nel mare. Udito che nuove correrie minacciavano, Cesario, figlio del console Sergio, accorse con Napolitani, Amalfitani, Gaetani a difender Roma, e il papa gli accolse e benedisse: una tempesta malmenò l'armamento dei Barbari, altri furono uccisi o imprigionati.
Leone cinse di doppia mura la basilica di San Pietro e il quartiere del Vaticano, stanza dei tanti forestieri accasati a Roma, donde il vocabolo di Città Leonina: al qual uopo, da tutti i poderi del pubblico e da ogni monastero chiese gli uomini che per condizione erano obbligati al lavoro. Compiuta l'opera in quattro anni, il papa che l'avea difesa colla spada la dedicò il giorno dei santi Pietro e Paolo, coll'intervento di molti vescovi e del clero, i quali scalzi e cospersi di cenere circuirono le mura, implorandovi quel Dio, che «se non vigila le città, invano sorgono avanti giorno quei che la custodiscono»[253]. Centumcelle era rimasta quarant'anni smantellata e vuota d'abitanti a cagione delle correrie; e Leone ne accolse gli abitanti nella Città Leonina, donde più tardi ritornati alla prisca, le posero nome Civitavecchia. Il papa munì pure Orta e Ameria; a Porto eresse due torri con grosse catene dall'una all'altra per chiudere l'entrata del fiume: e molti Corsi fuggiti dalla loro isola per paura de' Saracini, giurarono vivere e morire sotto lo stendardo di san Pietro.
I Saracini, disperati di prender Roma (852), voltarono sopra Fondi, saccheggiandola e menando schiavi quei che non trucidarono; posero assedio a Gaeta, rincacciando fin a Montecassino un esercito di Spoletini mandati dall'imperatore a combatterli; e la culla de' Benedettini periva, se i Saracini non si fosser badati la notte in riva al fiume, il quale gonfiò per modo che più non poterono al domani guadarlo. Gaeta fu salvata dal valore di Cesario, che entrò nel porto colle flotte di Napoli e d'Amalfi, create pel commercio, ma disposte a tutelare la patria.
Se n'andavano i Saracini carichi delle spoglie; ma presso ad afferrare a Palermo, scontrarono una barca in cui due uomini, uno da cherico, uno da monaco, i quali dissero loro: — Donde venite, e dove andate? — Veniamo dalla città di Pietro, abbiamo saccheggiato l'oratorio di questo, devastato il paese, battuto i Franchi, arsi i conventi di San Benedetto. E voi chi siete? — Chi siamo? Or ora lo saprete?»; e detto fatto scoppiò procella sì impetuosa, che tutti i vascelli inghiottì[254].
Altri predavano Luni con tal furore, ch'essa più non risorse, il suo vescovado fu trasferito a Sarzana e la riviera dal fiume Magra sino alla Provenza rimase desolata: mentre altri davano il guasto alla Calabria, alla Puglia, al ducato di Benevento. Lodovico II, intercedenti il vescovo di Capua e l'abate di Montecassino, venne in soccorso, e ucciso l'emir Amalmater, si fece per forza consegnare quanti Saracini erano in Benevento, e li decapitò. Ma mentre perdea tempo a riconciliare i duchi di Benevento e di Salerno, i Musulmani rimbaldanziti devastarono il mezzodì. Avendo un tremuoto scassinato le mura d'Isernia, il valoroso Massar, stimolato a giovarsene per acquistare la facile preda, — E che? (disse) Iddio è sdegnato contro questa città, ed io vorrei aggravarne le sciagure?»
Men generoso Lodovico, quando Massar cadde in sua mano, lo decretò al supplizio. Più terribile di questo, Soldano (Saugdana) venne a rinforzar Bari, donde respinse gli assalitori; e Alifa, Telese, Sepino, Boviano, Isernia, Venafro ridusse in macerie; Benevento risparmiò a prezzo d'un tributo, che quel principe si umiliò a pagargli quando vide i Franchi non voler combattere. I Benedettini di San Vincenzo del Volturno, tra i più ricchi d'Italia, ebbero saccheggiato e distrutto il loro convento: quello di Montecassino dall'abate Bertario, illustre letterato, era stato difeso con mura e torri e col porvi al piede una borgata, che fu poi la città di San Germano, dove stavano a guardia i molti vassalli suoi; ma si stimò conveniente il riscattarsene con tremila monete d'oro.
I principi di Benevento e di Salerno rappacificati (856) assalsero Bari, e riportarono grande vittoria; ma i Saracini li rivinsero e fugarono, desolando anche i principati, donde trassero grandi prede. Soldano, sbucato da Bari con trentasei vascelli, va e sperpera l'Illiria greca, spogliando le città che si erano sostenute contro gli Slavi: ma i Ragusei lo fecero stare tanto che giunse di Costantinopoli una flotta, innanzi alla quale i Saracini fuggirono.
Parve ai Romani che Lodovico II non avesse abbastanza ajutato a queste fazioni, e cominciarono a mormorare e dire: — Che cosa fanno per noi codesti Franchi? non ci proteggono contro i nemici, e violentemente ci tolgono il nostro. Non sarebbe meglio chiamar i Greci, e cacciare codesti stranieri dalla nostra dominazione?»[255].
Fu riferito a Lodovico che questi discorsi venivano da Graziano maestro della milizia; onde temendo d'una insurrezione, accorse coll'esercito. Leone papa, così robusto a difendere la Chiesa e la patria, non mostrava orgoglio verso gl'imperatori, e — Se abbiam fatto cosa alcuna incompetentemente, e ai sudditi non osservammo la giustizia, la sottoponiamo al giudizio vostro e dei vostri giudici. Spedite qua, ve ne supplichiamo, dei messi timorati di Dio, i quali facciano diligente indagine delle cose piccole e grandi, sicchè non rimanga nulla non discusso e definito da loro»[256]; e andò incontro all'imperatore con tutti gli onori onde placarlo. Graziano e tutti i nobili giurarono che l'accusatore aveva mentito, onde la condanna cadde su questo.
Partito Lodovico, l'Italia si trovò alcun tempo senza ingerenza di forestieri, in uno di quegli intervalli d'indipendenza, che sempre le furono così brevi e così male adoperati. Morto Leone IV (855), gli successe Benedetto III; ma una fazione sostenuta dai nobili voleva Anastasio, e ricorsa ai messi imperiali, conseguì l'intento. I Romani sdegnati protestarono voler piuttosto la morte che l'indegno pontefice; talchè ai ministri fu forza confermare Benedetto.
Gravissimo affare dei papi era il tutelare la disciplina contro le libidini dei re, i quali, ad esempio dei Maomettani, pretendeano prendere e ripudiar le mogli a loro senno. I re Franchi aveano più volte dato noje siffatte a' pontefici, e allora Lottario II, fratello dell'imperatore, rinviata Teotberga, voleva sposare una Gualdrada. La rejetta ebbe ricorso a papa Nicola (862), che alla violazione del sacramento si oppose risoluto, non ostante la connivenza de' germanici arcivescovi di Colonia e Treveri. Questi due prelati vennero a Roma per addur ragioni; ma scomunicati, trassero a favor loro l'imperatore Lodovico II, che infervoratosi a sostenere il fratello, cioè l'adulterio, e istigato pure dal sempre ostile arcivescovo di Ravenna, s'avviò a Roma per costringere il papa a cassare la data sentenza. Il papa ordinò litanie e digiuno; ma l'esercito sopragiunto quando una di quelle processioni montava la scalea di San Pietro, ruppe croci e immagini, e a bastonate volse i devoti in fuga. Il papa si tenne nascosto; ma intanto essendo morto uno che avea spezzato la croce di sant'Elena, e ammalatosi Lodovico stesso, si credette vedervi un avviso di Dio: la imperatrice andò pregare il pontefice venisse a parlare all'imperatore, e si riconciliarono; ma le uccisioni e le violenze de' costui soldati nessuno le riparò.
Fin quando Ravenna era sede degli esarchi, i suoi arcivescovi pretendevano il primato, o almeno non sottostare al papa. Quando Carlo largheggiava con questo, chiesero anch'essi la Marca d'Ancona, e non disdetti assolutamente, vi esercitavano giurisdizione, procurando estenderla su tutta la Pentapoli; causa d'incessanti lamenti de' pontefici[257]. E sempre reluttarono alla primazia papale, affettandosi pari, come per fasto, così per autorità. Volendo l'imperatore Lotario fare solennissimo il battesimo di Rotrude sua figlia, Giorgio arcivescovo di Ravenna ottenne di levarla al sacro fonte, e a tal uopo portò a Pavia gran parte del tesoro della sua chiesa per farne regali: nei soli addobbi battesimali della principessa spese quattrocento soldi d'oro. L'imperatrice, sentendosi assetata, bevve occultamente una buona tazza di vin forestiere; poi riccamente vestita e tutta gioje e col volto coperto assistette alla funzione, e partecipò alla sacra mensa. Tal violazione del digiuno ci è raccontata da Agnello, storico di quei prelati, il quale assisteva alla cerimonia, e vestì egli medesimo la principessa all'uscire dal sacro fonte.
Tra quegli arcivescovi ebbe trista rinomanza Giovanni, che faceva colà ogni talento; vilipendeva i messi pontifizj, lacerava gl'istromenti di affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava alla sua; preti e diaconi deponeva senza giudizio canonico, e li cacciava in ergastoli; e sebbene la città fosse sotto l'autorità anche temporale del papa, impediva a' suoi vescovi d'andar a Roma, e li scomunicava. Alcuni cittadini ne portarono lagnanze, onde fu citato al concilio Romano; ma egli vantava di non esser tenuto andarvi. Scomunicato, ottenne dall'imperatore due legati, coi quali presentossi a Roma, credendo incuter soggezione; ma il papa stette saldo, e poichè i Ravennati lo supplicarono a venire a rassettar le cose, vi andò: ma vi volle un altro concilio di settantadue vescovi per domare il ricalcitrante. Eppure fra pochi anni lo troviamo in nuova rotta col papa, ed entrato in Ravenna, saccheggiò le robe de' papalini, rapì loro le chiavi della città, e le prese per sè e pel magistrato municipale[258].
Fra ciò i pontefici non desistevano di eccitare contro i Saracini, le cui correrie non lasciavano tregua. Gl'Italiani s'accorgevano che unico modo di sbrattare la patria dagli stranieri è l'unione: e Lodovico imperatore, supplicato da essi, gittò il bando della leva a stormo a tutti i conti, vassalli e liberi, e — Chiunque possiede in beni mobili il valore del suo guidrigildo si conduca all'esercito; i poveri che abbiano dieci soldi d'oro di valsente, proteggeranno le coste e le piazze di frontiera; prelati, conti, gastaldi usciranno con tutti i loro ministeriali, senza riserva o privilegio; i vescovi non lascieranno indietro laico alcuno; chi ha molti figli, non ritenga a casa che il più inutile: i liberi che ricusassero le armi, perdano beni e patria; onori e benefizj i conti, signori, abati e badesse che non mandassero all'esercito i vassalli e servi: i conti lascino a casa soltanto un vassallo pel proprio servizio e due per le mogli, e la gente imbelle facciano chiudere ne' castelli. Ogni uomo da guerra porti seco armadura compita, vesti per un anno e viveri sino al ricolto. Chi ruberà armi od animali domestici pagherà tripla composizione e sarà condannato all'_harnescar_ (cioè a portar una sella in spalla al cospetto dell'esercito, e un messale se preti); se schiavi, abbiano la frusta: morte alle fratture, all'adulterio, all'incendio, all'omicidio».