Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 20

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Morto Pepino giovanissimo (810), Carlo Magno gli sostituì il figlio Bernardo: ma come il Magno morì, Lodovico Pio, suo successore, stabilì dividere il regno tra' proprj figliuoli (817), e a Lotario primogenito col titolo imperiale assegnò l'Italia, e primazia sovra i fratelli. Se l'ebbe a male Bernardo, che come re d'Italia aspirava all'Impero, e v'era sollecitato dagli Italiani; e i vescovi Anselmo di Milano e Valfondo di Cremona, scontenti d'una sovranità forestiera, formarono una lega di principi e città, e muniti i varchi, alzarono per la prima volta quel grido che fu poi echeggiato d'età in età, di liberarsi dai Barbari (818). Con essi Bernardo passò di là dalle Alpi, ma presto sconfitto, fu condannato a morte; e i due prelati, e i sacerdoti e i grandi che gli ascoltarono, furono chiusi in prigioni o in monasteri.

Lotario, rimasto re d'Italia, trascinò i nostri nelle lunghe guerre che contro del paese e dei fratelli menò per le spartizioni ripetute dell'Impero. Succeduto poi al padre (813), nel trattato di Verdun divise i possessi coi fratelli a seconda delle nazionalità, e non pretendendo per sè alcuna supremazia che ne sminuisse l'indipendenza, si piantò oltr'Alpe (844), e qui lasciò re il figlio Lodovico II.

Il regno d'Italia occupava la parte superiore della penisola, già dominata dai Longobardi, e che allora prese il nome di Longobardia. Era essa divisa in contadi, e già indicammo quali fossero le attribuzioni dei conti, e quali i privilegi de' liberi, degli ecclesiastici, dei Comuni, allora misti di varie cittadinanze per la concessione di Carlo Magno: e sebbene sussistessero le apparenze longobarde, si estendevano le maniere Franche del possedere e del giudicare, e dappertutto si trovavano benefiziati e vassalli laici o ecclesiastici al modo salico.

Di fatto le leggi emanate dai primi Carolingi non facevano che compiere il sistema del Magno, precisando i diritti e i doveri, frenando gli usurpamenti dei baroni, mentre alle chiese si prodigavano franchigie e privilegi. I re longobardi comandavano sull'intera nazione, e non facevano guerra fuori del regno o ben di rado: i Franchi sì, e perciò avevano bisogno di moltiplicare i vassalli proprj, coll'assegnar loro dei feudi, cioè beni particolari, portanti l'obbligo del militare. Eguagliati Longobardi e Romani col concedere anche a questi il guidrigildo, i nostri ch'erano rimasi della stirpe antica, massime nei paesi non occupati da Barbari, ottennero il diritto e l'obbligo di portare le armi, cogli onori e colle prerogative che ne conseguitavano, così qui pure fu dilatato l'uso de' benefizj o feudi, massime da che i beni confiscati ai contumaci furono scompartiti tra i Franchi. I grandi, possessori di quelli, vennero sempre meglio sottraendosi dal dipendere dai re, e tanto più quanto questi erano meno robusti, e sovente lontani. I vassalli maggiori non poteano essere spossessati dal re, se non per cause prestabilite; anzi riuscirono a rendere ereditario il possesso, lo che avvenne pure delle altre dignità. I piccoli feudatarj, abbandonati di protezione, si sottomettevano a conti e vescovi; i pochi liberi cercavano la tutela dei potenti, e di rendersi vassalli, giacchè il feudo portava seco la giurisdizione.

Era nel sistema de' Franchi di concedere a qualche possesso la piena giurisdizione, di modo che restasse disoggetto da ogni autorità se non fosse la sovrana: per le quali _immunità_ veniva a sminuzzarsi il paese quasi in tante signorie, quante erano giurisdizioni privilegiate, e ponevansi le une a contrasto colle altre. Di questo passo i privilegi delle persone e delle terre nobili si assodarono, formandosi una classe, interposta fra il re e la plebe, qual non v'era nella Roma antica; i re trattavano coi duchi e i conti, non più col popolo o coi Comuni; gl'impieghi e le dignità non furono amovibili giacchè erano annessi al possesso di terreni; gl'individui, privati di qualunque rappresentanza, restavano in balìa dei signori.

Anche i papi, entrando a parte del sistema feudale, assodavano la propria potenza temporale in bilancia colla regia; sicchè il clero, i ricchi, i grandi erano mossi da interessi differenti da quelli del re. Lodovico II (855), e come re d'Italia e come imperatore dopo la morte del padre, dovette essere continuamente colle armi in pugno per mantenere la superiorità Franca, e impedire lo sfasciamento cagionato dalle immunità.

Carlo Magno avea lasciato a ciascun popolo la propria legge; ma ciò valea pe' magnati; valea fors'anche per recuperare qualche proprietà usurpata: realmente però e Romani e Longobardi e Salici restavano a discrezione del feudatario, che non aveva chi lo frenasse ogniqualvolta il suo interesse fosse in opposizione con quello del suddito.

I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali, tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela, punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi; cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco, seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel servo o lo consegni all'offeso[237]: talora al servo si davano tante sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi per la patria, o facesse congiura[241].

De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade, dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i casi d'infedeltà[242].

I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andasse di mezzo la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV (816), che però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone, li perdonò e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir di quello, il popolo romano elesse Pasquale (817) senza attendere la sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana, che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro vescovi giurossene innocente.

Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II (824), Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato senz'aspettarlo (827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni, Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione. Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.

Sergio II fu ancora investito (844) senza dipendere dall'imperatore, il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no. Sulla sua promessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV (847).

Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi, degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi, monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per la specie umana.

Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali: «L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini, e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata, i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uomini sbarbati[245] accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa, dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia, pervertiti i giudizj».

Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.

Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio Pepino, fu assegnato quel che dicevasi Patrimonio di san Pietro, da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati imperatori.

Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria, al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de' Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.

Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso, Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti. Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja: fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto; quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona, e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano, Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia sulla sinistra del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati, amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.

Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie, combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati dal promontorio di Minerva.

Grimoaldo IV, principe di Benevento (803), lottò sempre con re Pepino, e gli diceva: — Libero sono e sempre sarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò coll'assassinarlo (827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo suo successore tornò ad assalirla (833); e, grand'incettatore di reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il suo tesoriere Radelgiso (840): ma i Salernitani disdicono obbedienza a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo, il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa resistenza.

CAPITOLO LXXI.

Irruzione dei Saracini. Gl'imperatori Franchi.

Così straziavansi fra loro i dominatori d'Italia quando più avrebbero avuto mestieri di tenersi concordi per respingere un comune pericolo. Perocchè le irruzioni barbariche non erano finite, e di nuove sull'Italia ne venivano non più dal Settentrione ma dal Mezzodì: che se da quelle dei Nordici i natii s'erano riparati coll'accogliersi presso al mare, eccoli ora assaliti sul mare e ricacciati entro terra.

Dicemmo (pag. 205) come la nazione araba, da Maometto ridesta ad un apostolato battagliero, occupasse la costa d'Africa, ove fondò l'impero di Cairoan; e dai porti onde un tempo le flotte puniche, salpavano pirati saracini a corseggiare il Mediterraneo, interrompendo i commerci, e ad ora ad ora piombando sulle coste o risalendo pei fiumi, minacciosi agli averi e alle persone. Carlo Magno indovinò il pericolo di questi nuovi nemici; e dopo combattuto per ritoglier loro le Baleari e l'altre grandi isole del nostro mare, stanziò in quelle acque una flotta; ma prima di morire potè udir saccheggiate da loro Nizza a mare e Centumcelle. Gettatisi sulla Sardegna e trucidata la guarnigione, rapirono essi il corpo di sant'Agostino, e vi occuparono molte stazioni: parte del popolo fu menata in Africa a formar la colonia di Sardania nei contorni di Cairoan; la restante rifuggì ai monti, talchè si sfasciarono le città, le vie e gli acquedotti ond'erasi arricchita nell'età romana.

Lodovico il Pio fu dai Cagliaritani implorato contro questa stirpe di Agar[248]; ma egli poteva dare poco più che compassione. Bensì i papi nutrirono assidua guerra contro i Saracini di Sardegna; e il conte di Genova ricuperò la Corsica, che fu data a governare a Bonifazio marchese di Toscana, il quale col fratello Bernardo sbarcò fra Utica e Cartagine, e in cinque battaglie sul littorale ebbe prospera fortuna[249]. Ma nè quel coraggio era secondato, nè i Saracini annichilavansi per isconfitte; i quali, padroni delle grandi isole e dello stretto di Gibilterra, prendeano arbitrio nel bacino occidentale del Mediterraneo, come già l'aveano nell'orientale; e poichè la loro civiltà non poteva piantarsi che col distruggere ogni altra, aspiravano a dominare l'Italia, centro della religione e della pulizia cristiana. Già signori della Spagna, chi li avrebbe più rattenuti dall'affrontar con vantaggio il mondo germanico, e prevalere in Europa, come già faceano in Asia e in Africa?

Alla Provenza massimamente diressero le loro correrie; e scannati gli abitanti di Frassineto, e fortificatisi in quella inaccessibile situazione, tennero mano ai paesani del contorno nelle fraterne discordie, riducendo a deserto la contrada posta alle spalle, e dominarono alla guerresca il paese. Varcarono anche le alpi Marittime, e fitto il fuoco ad Acqui e ad altre città sgomentarono l'Italia: poi fortificati nel monastero di San Maurizio, si avventarono per mezzo secolo sulla Borgogna, sull'Italia e fin sulla Svevia, interrompendo le comunicazioni mercantili, e sterminando le carovane che pellegrinavano alla soglia degli Apostoli. I Liguri della costa rifuggivano alla montagna, laonde ancora le pievi montane conservano giurisdizione sopra le parrocchie marittime; vi trasportavano le reliquie de' santi, talora le ceneri de' parenti: anche in Genova si addensavano i cittadini sotto la protezione del vecchio castello, lasciando che le strade a mare divenissero campetti, vigne, canneti, fossati, denominazioni che si conservano tuttora.

E più tardi i Saracini (834), guidati da Safian ben-Kasim, si spinsero fino a Genova. Essa era divisa in tre parti: Castello in alto; la città, chiusa da ripari; borgo di Piè, ove si deponevano le prede marittime: e benchè si difendesse vigorosamente, i Saracini v'entrarono, la posero ad orribile saccheggio[250], e se n'andarono prima che i Liguri tornassero alla riscossa. Poco poi vi fecero ritorno, e se ne partirono carichi, quando la flotta veneziana sopragiunse, ritolse le robe e le persone, e molti ne fe prigionieri. Dopo d'allora si vigilò più attentamente, e fiamme accese sulle alture indicavano l'apparire d'un naviglio sospetto; e si stabilì che nessuna galea uscisse se non allestita a battaglia.

La pingue Sicilia non era caduta in dominio de' Longobardi, sempre impotenti sul mare. L'impero greco la teneva cara, e come sentinella avanzata verso i dominj rimastigli in Calabria, e perchè ne traeva i grani; ma mentre mal sapeva difenderla nè prosperarla, pretendeva cavar da essa quanto un tempo da tutta Italia. Come la trattasse Costante II imperatore lo vedemmo. La Chiesa romana dai larghi possessi che v'avea, coglieva ogni anno moltissimi frutti, senza nulla mandarvi in ricambio: ma quando si ruppe la guerra delle immagini, que' beni furono tratti al fisco imperiale, e la Sicilia sottoposta alla giurisdizione ecclesiastica del patriarca di Costantinopoli.

Nel civile era governata da un patrizio; ma poichè i mari erano corsi da navi franche e da saracine, sempre sminuiva la dipendenza de' patrizj, oramai non soggetti in altro che nel pagare il tributo. Elpidio, un d'essi, rizzò la fronte contro Irene imperatrice, e non potendosi reggere da solo, istigò i Saracini che vennero più volte in Sicilia, senza però mettervi radice.