Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 2

Chapter 23,515 wordsPublic domain

Pari tolleranza usiamola anche per trasformarci ne' tempi passati, quant'è necessario a intendere un diverso incivilimento. Certo l'età delle incalzantisi rivoluzioni a fatica comprenderà quella delle lente evoluzioni: ma ha torto di rinfacciarle solo gli sconci e il bene che non compì; guardar solo al lato triviale delle cose grandi e al debole delle potenti. Chi il Coliseo di Roma trovi rinfiancato d'informi contrafforti, li befferà o riproverà, se non rifletta che altrimenti la mirabil mole sarebbesi sfasciata. Cura perpetua della Chiesa fu il sostituire l'autorità alla forza. Se non riuscì a rintuzzar le spade, è sua la colpa? e la tacceremo di usurpatrice se in mano dei soli studiosi d'allora traeva i giudizj, strappandoli alle sanguinose e ladre dei baroni? Avendo a fare con uomini, e non potendo annichilare il passato, essa, sprovvista di forze materiali, si contentava di collocarvi accanto qualche cosa che il correggesse. Sussisteva la schiavitù? e la Chiesa istituisce le feste, in cui anche il servo riposi, e l'asilo dove rifugga, e lo riceve agli ordini monastici e agli ordini sacri, mediante i quali si pareggia al padrone, e può divenire capo del mondo. Le fiere pel santo, i mercati attorno al santuario, sono l'unico commercio possibile fra tante prepotenze. Le croci e i tabernacoli sui crocicchi offrono un ricovero al viandante contro alle intemperie e ai masnadieri, e gli servono d'indirizzo, come le lanterne che vi si accendono. Apre i monasteri agli sgomenti d'anime sfiduciate della propria forza, all'espansione di bisognose d'isolarsi col loro Creatore, all'indignazione di disingannate della felicità, alla violenza di inacerbite dalla nequizia, alla prostrazione di logorate d'ogni speranza.

Diversi i sentimenti, doveano essere diverse le scritture. Oltre mancare della carta e della stampa, non si aveano tanti ozj da mascherare coll'occupazione da tavolino, nè si credeva che il mondo potesse governarsi colla penna, quando non sapeano maneggiarla Teodorico, Carlomagno, Federico Barbarossa, personaggi sì grandi. Noi beffiamo la loro ignoranza delle scienze mondane; non potrebbero essi deridere la nostra ignoranza di teologia? noi credere che i nostri studj siano più utili; essi chiederci se v'ha cosa di maggior conto che la salute dell'anima? Pochissimi scriveano la storia, e questa per la congregazione, per la città, per la famiglia propria; noi, tutti politica, empiamo le gazzette colla nascita, la salute, i viaggi dei re, coi pensamenti de' magnati, coi preparativi di guerre, cogli affari altrui, con ciò che fanno, dovriano fare o avrebber dovuto fare i ministri e i re: allora si occupavano di ciò che al popolo concerneva; ad una carestia, ad un allagamento, a un'irruzione di cavallette davano l'importanza che noi oggi alla nomina d'un maresciallo o d'un consigliere; la fondazione d'un convento, cioè d'una repubblichetta nella quale ogni plebeo potea trovare asilo e virtù e primato, era tenuta in conto quanto oggi gli atti d'un'accademia e le conferenze di due plenipotenti: oscure virtù d'un benefico, penitenze d'un eremita, pie fondazioni, credeansi degne dello stile istorico, non meno che oggi le parlate che mai non furono dette, le descrizioni di battaglie non viste, e le teoriche umanitarie. Non dirò che que' cronisti avessero dottrina maggiore dei gazzettieri d'oggi: pure a quelli si ricorre con tanto frutto, quanto si disimpara da questi, perchè non proponeansi d'ingannare; e leggendoli si ha da indovinare cosa volessero dire quando oscuri, illusi o passionati, ma non supporre dicessero quel che non pensavano o sentivano.

Poi, parliamo di lettere e scienze? il poema nazionale d'Italia in quai tempi fu concepito? e il maggior filosofo suo e teologo a qual secolo diede il nome? e il libro più letto dopo la Bibbia quando fu composto? Parliamo di belle arti? il medioevo seppe creare un ordine nuovo; vanto conteso alla moderna sterilità. Parliamo d'opere pubbliche? basta girare gli occhi per vedere in ogni luogo coltivazione, canali, palazzi, cattedrali, dovuti a quei secoli. Parliamo di libertà del pensiero? non v'è opinione per avanzata, infino al comunismo, che non siasi dibattuta ne' concilj, i quali allora proferivano decisioni su dottrine, su cui in appresso si proferirono sentenze capitali; le fondamentali quistioni della filosofia e della teologia v'erano agitate con un'attualità piena di persuasione e di scienza: se non che ogni età ha le sue forme, nè è ancora dimostrato quali siano le migliori.

Che se gli stranieri, i quali ingrandirono coll'uscire dal medioevo, per nazionale pregiudizio lo avversano, pel pregiudizio stesso parrebbe dovesse prediligerlo l'Italia, la cui civiltà vi fu somma non solo, ma unica; «quando (dice lo straniero istorico delle nostre repubbliche) Tedeschi, Francesi, Inglesi, Spagnuoli aveano privilegi municipali, capi feudali, monarchi da dover difendere; ma soli gl'italiani avevano una patria, e lo sentivano; aveano rialzato la natura umana degradata, dando a tutti gli uomini dei diritti come uomini, e non come privilegiati; primi aveano studiato la teoria dei governi, e agli altri popoli offerto modelli d'istituzioni liberali; restituito al mondo la filosofia, l'eloquenza, la poesia, la storia, l'architettura, la pittura, la musica, facendosi istruttori dell'Europa; e a pena si potrebbe nominare una scienza, un'arte, una cognizione, di cui non abbiano insegnato gli elementi ai popoli che poi li sorpassarono: e quest'universalità di cognizioni avea raffinato l'ingegno, il gusto, le maniere; pulitezza che restò loro anche molto dopo ch'ebbero perduto tutti gli altri vantaggi, come l'eleganza e il garbo sopravvissero all'antica dignità che n'era Stato il fondamento».

La grandezza politica dell'Italia non equiparò i vantaggi che essa recò all'incivilimento del mondo, nè i grandi suoi ingegni maturarono frutti politici: ma non sono prediletto tema a declamazioni sentimentali Genova e Venezia, capolavori del medioevo? E se strazj sì lunghi e variati non hanno ancora gittato la patria nostra nell'avvilimento, è dovuto forse più ch'altro agli avanzi delle istituzioni del medioevo e al sistema comunale; e quando essa testè si eresse tutta insieme ad una sublime aspirazione, il fece evocando le idee e le forme del medioevo.

Se non che la quistione restò fra noi complicata dal principato terreno, che la Chiesa assunse, non già per essenza sua, ma condottavi da contingenze deplorabili; e quando, soccombendo dappertutto le repubbliche ai principati, anch'essa più non potè appoggiarsi a' popoli, e dovette cercar posto fra i re, allora le toccò la sua parte dell'odio serbato ai Governi; e vi fu chi ebbe l'arte d'inasprirlo per distornarlo da altri oggetti: rimase esposta all'esagerazione di opposti partiti; e grandi scrittori d'Italia si chiarirono avversi, non tanto ad essa, quanto ad alcun papa: e in conseguenza, da Dante, dal Petrarca, dal Machiavelli si attinse colla prima educazione avversione e disprezzo pei papi; la turba pedissequa fece eco: oggi stesso i dettatori ci intimano che _bisogna_ pensare coi nostri classici. Vero modo di progredire! Ma quelli almeno erano leali, e ci presentano gli errori col contorno delle virtù: poi, altrettanti scrittori nostri diverso giudizio portarono sui poteri in contrasto, o almeno spogli da quell'acrimonia esotica contro ciò che avea formato la grandezza del nostro paese, e che ancora gli dava l'unico primato lasciatogli dal trionfo di coloro, per cui campeggiavano i sostenitori della _libertà del principato_.

E dell'Italia specialmente crediamo rimanga inintelligibile e sterile la storia quando la si guardi come una nazione unica, guidata dai principi, i quali la lasciano occuparsi regolarmente de' mestieri e delle lettere. Questo tipo, acconcio a popoli la cui vita consiste nella vita dei loro re, manca di verità fra noi: il che, se nuoce alla compagine artistica, schiude però uno spettacolo più vario ed animato a chi sappia elevarsi fin là, dove si può non solo abbracciare il movimento politico e le operazioni materiali, ma esaminare sentimenti e raziocinj, lo sviluppo poetico e religioso insieme col teorico, collo scientifico e coll'industriale, unificando sentimenti, dottrina, attività.

E noi, con questo discorso che non a tutti parrà fuor di proposito, vogliamo soltanto inferire che importa osservare il medioevo, non con irriflessivo dileggio o cieca venerazione, ma con meditabonda serietà; non con iraconda preoccupazione, ma con amorevole coscienza; non con santocchieria angustiante, ma con franca e larga indagine; riferendosi all'opportunità de' tempi, anzichè misurare tutto col metro odierno; non repudiando il bene per gl'inconvenienti che l'accompagnano; non rampognando un buon fatto perchè poteva esser migliore, a somiglianza di que' frivoli che accusano i monaci d'avere distrutto alcuni libri antichi, senza tener conto che tutti quelli che abbiamo ci furono conservati da essi.

I lettori vulgari, incapaci di altro vero fuor quello che corre pei caffè o sui giornali, e che s'impennano ad ogni coraggiosa manifestazione di un ponderato sentimento, ci apporranno alcuno di que' nomi, che sono condanne codarde e stolte perchè vaghe e quindi irreparabili; e il meno sarà il dire che noi ribramiamo le istituzioni del medioevo. Spiegare non è lodare, e noi abbiamo detto e ripetuto che non se n'ha nulla a desiderare, forse poco ad imitare, ma moltissimo ad apprendere; e non poco anche a dilettarsi, se il vedere uomini operanti ciascuno coll'attività propria, obbedienti ma per devozione, soffrenti ma per propria colpa e come un'espiazione, alletta più che non il volteggiare d'una coorte al comando d'un colonnello; o il compassato procedere d'una società di pupilli e di petizionanti, o il forbottarsi d'una caterva di scrittori, intenti a illudersi, a piacersi, a stracciarsi a vicenda.

Attruppandoci con cotesti, ci saremmo potuti ripromettere morbidi trionfi: eppure sin nel fervore della gioventù preferimmo affrontare pregiudizj, allora profondamente radicati; molti brani sanguinosi lasciammo a quelle spine, ma forse alcune ne strappammo. L'aggravata età e la sbaldanzita esperienza non ci fan pentire di quel sentiero, e lo ricalcheremo come italiani, come cattolici, come indipendenti, che sottomettendosi ai supremi dogmi sociali e morali, respingono il despotismo e uffiziale e vulgare; disposti ai medesimi patimenti, e confidando non sieno indarno.

Perocchè, lontani dal fare idillj del medioevo italiano, nessuna delle piaghe sue dissimuleremo, procurando riescano a scuola ed emenda de' presenti; se non altro, chiariremo che la felicità vagheggiata non si godette in nessun tempo; che il carattere di sapienza, di accordo, di bellezza, cui il mondo aspira, e la convivenza amorevole, regolata, robusta, non sono a cercar nel passato; che, se è progresso il crescere in dose e l'estendersi in ispazio la libertà e la dignità dell'uomo, si progredì sempre verso il meglio; che, essendo legge della società e di tutto ciò che ad essa appartiene, il passare per successioni e rinnovazioni continue, il medioevo fu il valico da un passato non più possibile a un avvenire non possibile ancora, onde riteneva moltissimi vizj di quello, di questo non possedeva ancora le virtù; che, in quella serie di emancipazioni lente, tergiversate, dolorose, è di conforto efficace il contemplar la fatica de' padri; che l'età nostra è dunque migliore delle passate, ma sarà superata dalle future: dal che trarremo pazienza a sopportare i mali inevitabili, fiducia nel credere al meglio, perseveranza a cooperare coi nostri fratelli per ottenerlo.

CAPITOLO LIX.

Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore delle lettere latine con Cassiodoro e Boezio.

Fin qui parlando dell'Italia parlavamo del mondo intero civile, di cui essa era il capo: ora il cessare dell'impero d'Occidente lascia Costantinopoli alla testa dell'antica civiltà romana. L'impero non avea cangiato d'essenza, e conservava le leggi, la gerarchia, lo spirito, il nome; solo perdeva sempre maggior numero di provincie, concentrava a Costantinopoli l'amministrazione dell'altre. L'Italia però non solo cessava d'esser capo degli altri paesi, giacchè, a tacere i più remoti, di là dell'Alpi Marittime dominavano i Visigoti nella Gallia meridionale e fin nella Spagna; di là dalle Cozie e nella Savoja s'erano assisi i Borgognoni; i Franchi nella restante Gallia; gli Alemanni nella bassa Germania: ma perdeva anche l'indipendenza, e come campo indifeso, i Barbari, vogliosi di bottino, d'imprese, di patria più fortunata, venivano a correrla, spogliarla, conquistarla, lasciandola poi per altre prede, sinchè alcuni vi fermarono stanza.

Tutta Germania, cioè dall'Adriatico al Baltico e dalle foci del Reno a quelle del Danubio, era in movimento: per vendetta o per amor di conquista, di guadagno, d'imprese, i capibanda menavano di qua di là i loro fedeli, senz'altro sentimento che della propria forza, abbattendo le istituzioni ammirate, non provvedendo a sostituirne: i vanti della maestà romana, le finezze dell'amministrazione soccombevano: solo coloni e schiavi proseguivano in egual modo le fatiche, poco badando per qual padrone sudassero; e i sacerdoti, pregando, istruendo, mitigando, mostravano il flagello di Dio nella caduta del passato, e procuravano ammansare i nuovi oppressori.

Uno di questi apostoli della carità abitava presso Vienna sul Danubio, venerato per santità dai paesani, visitato da personaggi; e la cortesia de' suoi modi e la purezza del parlare latino il facevano supporre di buona nascita, quantunque e' lo celasse. Lo chiamavano Severino, e pareva che Dio ve l'avesse collocato a edificazione degli invasori che per di là irrompevano sull'Italia; molti ne convertì, altri ammansò; schermì i fedeli, consolò i desolati. Quando Odoacre menava bande ragunaticcie a difesa degl'imbelli successori di Costantino, passando da quelle parti volle vedere quel pio, e modestamente in arnese entrò nella cella di lui, così bassa, che dovette star chino. L'anacoreta, ragionatogli d'iddio e dell'anima, — Tu passi in Italia (soggiunse) vestito di povere lane; ma poco andrà che sarai arbitro delle più elevate fortune[2].

Questa leggenda sul limitare de' nuovi tempi sia un preludio delle molte che v'incontreremo; potendo lo scettico deridere e il critico repudiare, ma non lo storico tacere fatti, che dai contemporanei furono creduti, e di cui sentiremo l'efficacia, il più delle volte benefica. Chi conosce la potenza delle anime dolci e meditabonde sopra i caratteri vigorosi, esiterà a credere che le parole del pio romito di Vienna abbiano mitigato il feroce Odoacre, e risparmiato qualche dolore ai nostri padri?

Col suo valore e con quest'augurio venne Odoacre a procacciar sua ventura in Italia; e senz'altro che voltare contro degl'imperatori le armi da questi assoldate, dissipò quella scena dove si riproduceano le immagini e le denominazioni antiche, combinate coi dolori presenti e colla fantasia di nuovi. Perocchè già era un pezzo che l'Impero veniva preseduto da Barbari; anche soppresso il titolo supremo, non tralasciò di raccogliersi il senato, rappresentanza civile sotto a quella militare; si nominavano i consoli; nessun magistrato regio o municipale fu spostato; il prefetto del pretorio continuò co' suoi dipendenti ad amministrare l'Italia e riscuoterne i tributi: Odoacre potea dirsi uno de' tanti, che stranieri occuparono il trono di Roma: se non che nè imperatore intitolossi, nè forse re[3]: non pretese primazia sugli altri regni; anzi lasciava qui proclamare le leggi emanate dall'imperatore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di patrizio d'Italia.

Rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo civile; come uno di que' governi militari, di cui neppure a tempi più civili mancò la ruina. Colla labarda propria e de' venderecci compagni schermì Italia da nuovi invasori: per assodare la propria autorità e punire gli assassini di Giulio Nepote, sottomise la Dalmazia: per mantenere libera comunicazione fra l'Italia e l'Illiria osteggiò i Rugi, piantati sul Danubio ove ora dicesi Austria e Moravia; e abbandonando quelle terre a chi le volesse, menò prigioniero in Italia Feleteo, ultimo re loro, e molta gente. Ad Eurico, re de' Visigoti, confermò la porzione di Gallia che aveva occupata sotto Giulio Nepote, aggiungendovi l'Alvernia e la Provenza meridionale; e strinse alleanza con lui e con Unnerico re de' Vandali, da cui ottenne la Sicilia mediante annuo tributo. Tuttochè ariano, rispettò i vescovi e sacerdoti cattolici, vietò al clero di vendere i beni, acciocchè la divozione dei fedeli non fosse messa a nuovo contributo per riprovvedernelo. Ma era un conquistatore; e guai ai vinti! Già prima, scarsissima cura adoperavasi ai campi, sì per la sterminata ampiezza dei possessi, sì perchè le largizioni imperiali mettevano sui mercati il grano ad un prezzo, col quale non poteva concorrere l'industria privata: e al modo che usa ancora nella campagna di Roma, su gl'immensi poderi lasciati sodi educavansi branchi di pecore, a guardia di pochi schiavi. Gl'invasori, rubando questi e quelle, lasciavano deserto e fame; nelle regioni più fiorenti a pena si scontravano uomini[4]; la plebe, avvezza a vivere coi donativi del pubblico o dei patroni, periti questi, dismessi quelli, basiva in lunga inedia o migrava.

Odoacre spartì un terzo dei terreni a' suoi seguaci; ma non che ripopolassero il paese e coltivassero le sodaglie, come alcuno sognò, avranno da prepotenti snidato i nostri. Nè gl'italiani potevano quetarsi al nuovo stato, come si fa ad una stabile miseria: giacchè, mancando ogni accordo nazionale, e reggendosi unicamente sulla forza, poteano prevedere che poco durerebbe quel dominio, e che a nuovi Barbari frutterebbero i terreni che si disselvatichissero.

E così fu. Perocchè i Greci non si rassegnavano a perdere quest'Italia, culla dell'impero; e mentre aveano fatto sì poco per conservarla, adesso la sommoveano con brighe secrete o aperte guerre, che le toglievano pace senza darle libertà. L'Impero col restringersi era cresciuto di forza, e in Oriente non si trovava esposto all'arbitrio soldatesco come già l'occidentale: non turbato da memorie repubblicane, o da ambizioni di famiglie antiche, o dall'opposizione d'un clero robusto, nè d'un senato memore d'antica potenza, nè da ordinamenti municipali; ma costituito in regolare dominio, e con una metropoli ben munita e stupendamente collocata, poteva godere quella quiete del despotismo, ch'è il ristoro, sebbene infelicissimo, delle nazioni corrotte.

Ma di rimpatto lo agitavano dentro, sia intrighi di palazzo, sia il farnetico delle dispute religiose, nelle quali parteggiavano gli stessi imperatori or favorendo, or anche inventando eresie, e per esse trascurando gli affari. Il popolo di Costantinopoli, tra garriti teologici, tra le chiassose gare pei combattenti del circo, tra le frivolezze d'un lusso spendiosissimo, abbandonava ogni esercizio d'armi, sicchè bisognava affidar la difesa a capitani barbari, i quali, profittando della disciplina, ultimo merito che perdessero gli eserciti romani, prevalevano agli altri Barbari osteggianti l'Impero.

Tra quei capitani, serviva all'imperatore Zenone l'ostrogoto Teodorico, discendente in decimo grado da Augis, uno degli Ansi o semidei de' Goti. Questa nazione, recuperata l'indipendenza al cadere di Attila, e piantatasi nella Pannonia, promise pace all'Impero, purchè le tributasse trecento libbre d'oro. Siccome statico fu dato Teodorico, giovane figlio del re Teodemiro, il quale crebbe in Costantinopoli alternando gli esercizj di corpo proprj della sua gente colla conversazione colta de' Greci, e in quel centro del mondo civile affinò lo spirito nelle arti del governare e negli scaltrimenti della politica. Succeduto al padre (475), gli fu dall'imperatore assegnata la Dacia Ripense e la Mesia inferiore, acciocchè vi collocasse i suoi Ostrogoti in posto da potere più facilmente accorrere in ajuto dell'Impero. Di fatto Teodorico li menò contro i nemici interni ed esterni dell'imperatore, il quale gli prodigò i gradi di patrizio e di console, statua equestre, nome di figlio, capitananza de' soldati palatini, migliaja di libbre d'oro e d'argento, e gli promise una moglie di puro sangue e di laute ricchezze.

Sintomi di paura più che d'affetto; e come avviene di cotesti liberatori militari, Teodorico divenne minaccioso all'Impero che difendeva, e l'obbligò a vergognose concessioni. Ma più alto levava egli le mire; e volendo terger la taccia appostagli dai compatrioti, di piacersi soverchiamente negli ozj cortigiani, si presentò a Zenone (486), e — L'Italia e Roma, retaggio vostro, giaciono preda del barbaro Odoacre. Consentite ch'io vada a snidarnelo. O cadremo nell'impresa, e voi resterete sollevato dal nostro peso; o ci riuscirà, e mi lascerete governar quella parte che avrò al vostro imperio recuperata».

Qual partito meglio di questo potea piacere a Zenone? All'annunzio d'un'impresa diretta da tal capitano, accorsero in folla gli Ostrogoti, che nel colmo della vernata, con bestiami, salmerie, mulini da macinare, con donne, vecchi, fanciulli, impaccio per la guerra, eppur necessarj a chi cercava non una conquista ma una patria[5], per settecento miglia si volsero all'alpi Giulie, pretessendo alla loro invasione il nome romano. Quanti avanzi di altre orde scontravano per via, gli arrolavano seco, come una valanga che rotolando ingrossa; e tal turba formavano, che nell'Epiro in una sola azione perdettero duemila carri.

Odoacre tentò sviare quella piena sollecitando contr'essa Bulgari, Gepidi, Sarmati, accampati fra i deserti della già popolosa Dacia; indi alle ultime spiagge dell'Adriatico la affrontò: ma _benchè prevalesse di numero_, e comandasse a _molti re_ (490), fu battuto sull'Isonzo presso le rovine d'Aquileja. Allora dall'Alpi accorsero i Borgognoni, non per alleanza o nimistà, ma per rubare, e assediarono Teodorico in Pavia: egli chiamò di Gallia i Visigoti, e liberato per opera loro, scese a giornata risolutiva con Odoacre nel piano di Verona. L'eroe ostrogoto si era fatto dalla madre e dalla sorella ornare con ricche vesti, di lor mano tessute: mescolata la battaglia, già i Goti disordinavansi in fuga, quando essa madre, affrontandoli e rimbrottandone la viltà, li spinse alla riscossa e alla vittoria. Odoacre cercò un ultimo scampo in Ravenna, inespugnabile pel mare e per le fortificazioni, e donde, col favore del popolo o de' malcontenti, sbucò più volte a mettere a nuovo repentaglio la fortuna del vincitore, che alfine accampato nella Pineta, strinse Ravenna d'assedio. Durati per tre anni tutti gli orrori della fame, Odoacre, per interposto del vescovo, patteggiò, salva la vita e diviso il comando: ma poscia alquanti mesi, Teodorico mentì la parola (493), e a mensa ospitale l'uccise, fe scannare i mercenarj che avevano abbattuto il trono d'Augustolo, e, al solito, accusò il tradito di tradimento.

Alla fortuna di lui si sottomise Italia dall'Alpi allo Stretto; vandali ambasciatori gli rassegnarono la Sicilia; popolo e senato l'accolsero qual liberatore — consueta lusinga degli Italiani.