Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 19

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Ridotto in tali mani, era naturale che l'insegnamento si applicasse affatto alla scienza divina, le eterne massime o i libri sacri spiegando colla storia, la filosofia, l'allegoria e la morale. Non è più un semplice appetito di piaceri intellettuali, un'idolatria del bello, che solo per accidente influisca sulla società; ma e scienze e lettere volgonsi allo scopo pratico di governare gli uomini, determinare le credenze, riformare i costumi.

La moltiplicità di scritti di circostanza, dispute teologiche, omelie, esortazioni, commenti, che ci resta dopo tanti perduti e inediti, smentisce chi crede intormentiti gli intelletti. Nè è vero che i pensatori si angustiassero nella fede; anzi spingevansi nell'ordine de' concetti per costruire la società nuova, e insinuare nelle menti giovani ed incorrotte le credenze che sole poteano addolcirne la ferità: i vescovi predicavano ogni settimana: missionarj uscivano a spargere la verità, dopo addestrati a conoscerla tanto da ribattere le objezioni; i papi alimentavano la fiamma del sapere, e di molti avanzano lettere piene d'ecclesiastica erudizione.

Già parlammo di Boezio e Cassiodoro. Quest'ultimo, veduto traboccare il soglio al quale aveva prestato valido sostegno, ricoverossi al monastero Vivariese, fra la devozione e le lettere. De' suoi monaci, i meno atti alle lettere volle attendessero a lavori di mano, specialmente alla coltura de' terreni e alla minuta economia rurale, il che, dic'egli, oltre giovare chi vi attende, somministra di che soccorrere poveri e infermi. Nelle ore di riposo copiavano libri, al qual uopo egli, già carico di novantatre anni, scrisse regole d'ortografia. Nel libro _De anima_ risolve dodici quistioni, propostegli da amici mentre stava ancora nel secolo. L'esposizione sua de' salmi è estratta da sant'Agostino e da altri. La cronaca dal diluvio sin al 519 porge qualche notizia sull'ultimo secolo, nulla del resto. È a rimpiangere la sua Storia dei Goti in dodici libri, conosciuta solo per l'estratto di Giornandes. Gemendo che, mentre le umane dottrine _erano pomposamente_ insegnate, mancassero maestri per le divine, nè potendo papa Agapito, pei trambusti d'Italia, porvi rimedio come desiderava, Cassiodoro tentò adempiere il difetto con un corso elementare delle scienze atte al Cristiano. Vuol egli si cominci dal mettere a memoria la santa scrittura e particolarmente i salmi; poi si studiino i Padri e i sacri interpreti; non s'ignori la storia della Chiesa e dei concilj; vi si congiungano la cosmogonia, la geografia e i profani scrittori, colla discrezione onde li studiarono i Padri cristiani. Le scienze colloca egli altre nell'osservazione, altre nella cognizione e stima delle cose, contemplative cioè o pratiche; e fra le prime ascrive l'arte del dire, storica e dialettica; indi aritmetica, geometria, astronomia e musica. Queste scienze sono poco meglio che accennate nel trattato di Cassiodoro; l'aritmetica occupando appena due fogli, senza applicazione delle regole comuni e con assurde sottigliezze sulle virtù dei numeri; la geometria in due facciate, dà alcune definizioni ed assiomi; brevissime e inconcludenti la grammatica e la retorica; alquanto più estesa e ragionata la logica. Ma tale metodo enciclopedico, da lui esteso sull'esempio di Marciano Capella, fu adottato generalmente, e fece sostituire povere compilazioni allo studio diretto de' grandi modelli; ma forse egli stesso e i migliori suoi contemporanei non avevano cognizione di questi, se non per via degli abbreviatori del IV e V secolo.

Son nuovo genere di letteratura le leggende e le vite dei santi, moltiplicate allora e d'intendimento affatto pratico, mirando a muovere la volontà più che ad allettare l'intelletto od appagar la ragione. Siccome su tutti gli altri, così sugli eroi popolari che si chiamano santi, eransi diffusi varj racconti, alcuni finti, più spesso esagerati o frantesi; onde talvolta l'immaginazione vi vedeva miracoli, talaltra l'ignoranza credea tali alcuni fatti, capaci di naturale spiegazione. Ripetuti, ingranditi dalla fama, sono raccolti come verità da una gente men bisognosa di discutere che di credere e d'amare. Volta veniva che si esercitasse in queste vite il talento dei monaci, e sbizzarrivano inventando circostanze; le migliori deponevansi negli archivj de' monasteri, e trattene dopo lunghi anni, acquistavano fiducia dalla loro antichità; finchè venne la critica a vagliarne la mondiglia e unire il meglio in un corpo di storia, che abbraccia quindici secoli e tutti i paesi, tutti i costumi, tutti i gradi.

Era quasi una riazione delle immaginazioni contro i disordini morali d'allora, ponendovi in mostra la bontà, la giustizia, scomparse dal resto del mondo; ed esibendo dolcezze e simpatie fra i dolori, pascolo alle fantasie, sprovviste d'ogni altro alimento: era una consolazione alla vita così bersagliata di quel tempo, il mostrare l'assistenza continua della Provvidenza.

Venuti i Longobardi, il bujo si rese più fitto; e papa Agatone raccomandava all'imperatore greco i legati suoi al concilio di Costantinopoli, come gente d'integro zelo, in cui la fedeltà alle tradizioni adempie il difetto del sapere; «giacchè, come mai può trovarsi perfetta cognizione della sacra scrittura presso gente che vive circumcinta di Barbari, ed è costretta procacciarsi il vitto giorno per giorno?» I padri poi del sinodo Romano scrivono: «Se poniam mente alla profana eloquenza, nessuno ci pare possa in quella levar vanto. Il furore di barbare nazioni agita e sovverte senza posa queste provincie guerreggiandole, correndole, predandole. Quindi da Barbari circondati, meniamo vita piena di crucci e di stento, costretti a guadagnarci il vitto colle proprie nostre mani, essendo periti i beni con cui la Chiesa sostenevasi, e noi ridotti ad avere per unica sostanza la fede». Avendo re Pepino chiesto libri a papa Paolo, questi gli mandò quanti potè raccorne; e quali erano? l'antifonario, il responsale, la grammatica (?) d'Aristotele, i libri del falso Dionigi areopagita, la geometria, l'ortografia, la grammatica, tutti in greco; scarsa suppellettile davvero per un papa e un re.

Ripetiamo di non affrettarci ad accagionarne soltanto l'invasione dei Barbari, giacchè poco meglio incontriamo nell'intatto Oriente.

Carlo Magno, messosi tardi allo scrivere, non aveva mai potuto avvezzarvi la mano, irrigidita dalle armi, sebbene tenesse allato certe tavolette, sopra cui esercitavasi a vergare il proprio nome[227]. Ciò non toglieva ch'egli fosse dotto; esprimevasi con robusta ed abbondante eloquenza; parlava il latino come la lingua propria, e in esso componeva versi; capiva anche il greco, e in assemblee di vescovi ragionò talora con una precisione da far meraviglia ai prelati. Quel che più importa, amò e protesse, senza basse gelosie di paese, chiunque mostrava bontà d'ingegno; fondò le scuole donde nel secolo seguente uscirono insigni maestri; incoraggiò il sapere, facendo che i vincitori stimassero le dottrine di cui conservavasi tra i vinti la tradizione, e i vinti cessassero di fare sinonimi settentrionale e barbaro.

Nella prima sua spedizione in Italia, veduti gli avanzi di quella insigne, se non morale civiltà, si propose di trapiantarla in Francia; e menò seco Pietro da Pisa, già maestro a Pavia, affidandogli la direzione della scuola di palazzo, la quale seguiva Carlo dovunque andasse; e alle lezioni assistevano l'imperatore, i principi di sua casa e quanto di meglio capitasse a Corte. Di rimpatto mandò qui un monaco d'Irlanda, affidandogli il monastero di sant'Agostino presso Pavia, acciocchè istruisse chi vi veniva: e ad uso delle scuole primarie fe comporre libri dall'inglese Alcuino. Credendo la musica opportuna ad ingentilire gli animi, menò d'Italia molti cantori che insegnassero il metodo gregoriano e a sonar gli organi, alcuni de' quali furono fabbricati da Giorgio veneziano, ad imitazione di uno che Costantino V aveva da Costantinopoli mandato a Pepino.

Assai nominammo Paolo, da Cividal del Friuli, diacono della chiesa d'Aquileja, che la Storia dei Longobardi cavò da memorie ancora vive; ma si ferma a Liutprando, forse avendo voluto risparmiarsi il pericolo e la difficoltà di narrare casi recenti, ove il favore e il dispetto potessero alterare i giudizj. Scosceso il trono de' Longobardi, Paolo, ritiratosi nel monastero di Montecassino, conservò devozione pe' suoi re caduti, e tenne mano con Adelchi nei tentativi di ricuperare il trono. Quei vili consiglieri che mai non mancano per contaminare coll'abjezione propria la generosità d'un principe, stimolavano Carlo a punire il diacono colla perdita degli occhi e delle mani; ma il Magno rispose: — Ove troveremmo noi una destra così abile a scrivere storie?» e lo menò seco in Francia, ove gli fece compilare un _Omeliario_ purgato da solecismi e da sensi corrotti; lo trattò amicamente, concesse a un monaco prigioniero la grazia da lui chiestagli in un'elegia, e gli dirigeva enigmi in versi, che Paolo in versi spiegava; e dopo che questi fu tornato a Montecassino, il mandava a salutare con affetto[228]. Della sua _Historia miscella_ i primi dieci libri sono un'amplificazione di Eutropio; col decimottavo giunge a Leone Isaurico.

Nel Friuli pure fioriva Paolino grammatico, che scrisse inni e lettere e una confutazione degli errori di Felice ed Elipando; assiduo a tutti i concilj tenutisi nell'Impero, a lui principalmente sono dovuti i decreti di quello d'Aquisgrana. Carlo Magno gli diede il patrimonio d'un Fedele di re Desiderio morto in guerra, poi una villa, e il creò patriarca d'Aquileja.

Erchemperto, figlio del longobardo Adelgario, continuò la storia della sua nazione, «dal profondo del cuore sospirando nel raccontarne non il regno ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma la ruina, non come progredirono ma come svanirono». In fatti il suo discorso è del ducato di Benevento; fra' principi del quale sappiamo che Arigiso favoriva i letterati e teneva un'accolta di filosofi, dotto egli stesso in tutte le parti della filosofia, logica, fisica, etica: sua moglie Adilsperga aveva alla mano i migliori detti dei filosofi e poeti, e gran pratica cogli storici profani e sacri: il loro figliuolo Romoaldo molto seppe nella grammatica e nella giurisprudenza[229].

Le poche carte avanzateci di quell'età provano estrema trascuranza della lingua e della sintassi. Passiamo ai libri? peccano al contrario di soverchia cura, affettando termini bizzarri e metafore strane e affastellate, intarsiando espressioni greche alle latine, dilettandosi in giuochi di parole, e mostrando un'enfasi che fa ai pugni colla gracilità delle immagini. Se questo stile si esageri ancora, poi si frastagli in una misura inesatta, si avrà quella che allora chiamavano poesia, triviale insieme e gonfia, che ne' componimenti leggieri invanisce in trastulli, imitanti quelli della letteratura rimbambita; se canta imprese, dissocia i due elementi necessarj d'ogni epopea, l'immaginazione e il racconto. Eppure fra loro quegli scrittori, anticipando la codarda petulanza de' moderni folliculari, paragonavansi ai più segnalati[230], dei quali siamo autorizzati a dubitare che mai non avessero veduto le opere.

Nè di arti fu diseredata quell'età. Anzi i re longobardi moltiplicarono edifizj; e per non ripetere la basilica e il palazzo di Teodolinda a Monza, e le pitture e i giojelli ivi posti (pag. 85), Gundeberga figlia di lei un'altra chiesa al Battista eresse in Pavia, dove furono pure edificati da re Ariperto San Salvadore, da Grimoaldo Sant'Ambrogio, da Pertarito il monastero di Sant'Agata al Monte e Santa Maria in Pertica, da Liutprando San Pietro in Ciel d'oro e il battistero poligono unito alla basilica di Santo Stefano in Bologna. A Cuniperto è dovuto San Giorgio in Coronate, dove avea riportato insigne vittoria; a Desiderio, San Pietro di Civate in Brianza, Santa Giulia in Brescia, e i monasteri Maggiore e di San Vincenzo in Milano; a Grimoaldo la rotonda del duomo vecchio di Brescia. Fanno di quel tempo anche San Pietro _de domo_ in Brescia, Sant'Ilario in Stafora presso Voghera, San Zenone e la cattedrale di Verona, e principalmente San Michele di Pavia.

Fu maestrevolmente negato[231] che le chiese oggi portanti questi titoli, sieno le proprie dell'età longobarda; e si discusse quanto si riformassero dappoi. Tutte nei piani somigliano alle costruzioni usitate al fine dell'Impero; nè sotto i Longobardi l'architettura fu altro che un deterioramento della romana: ma l'esterna distribuzione, particolarmente delle facciate, lo stile dei capitelli, con figure d'uomini e d'animali strani, i pilastri di rinforzo, le esili colonne prolungate dal pavimento fino al sommo dell'edifizio, passando da un piano all'altro senza interruzione di archi, di travature o cornici, mostrano un far nuovo d'architettura che cominciò verso il mille, e che poi divenne generale. Nel San Zenone di Verona le navi sono distinte da colonne, con capitelli formati d'animali mostruosi, che sostengono piccoli archi tondi, e sovra di essi un muro a finestre, sorreggente il tetto; ma invece d'un solo arcone trionfale che separi la nave dal santuario, diversi piccoli impostati sopra colonne traversano la chiesa per lo largo. Attorno alla cripta corrono colonnette disposte a mandorla, con capitelli lombardi e arcate tonde, che sostengono il magnifico santuario, a cui si ascende per dodici scalini larghi quanto la chiesa. Il monumento longobardo che forse unico nell'interno conservossi inalterato, è San Fridiano a Lucca, che in pergamene del 685 e 86 si dice restaurato da Flaulone, maggiordomo di re Cuniperto, e fin ad oggi chiamasi basilica de' Lombardi. È disposto a modo delle basiliche, semplicissimamente, con tre navi e cappelle laterali sfondate, che forse formavano altre due navi; undici colonne per lato, alcune greche e romane, sottili a riguardo dell'enorme altezza ch'è dal sotterraneo alla soffitta. Ivi credono longobarda anche Santa Maria _foris portam_, restaurata nell'800; e pensano che il palazzo dei duchi stesse in piazza San Giusto, ove ora il Lucchesini. Più antico è Sant'Alessandro, sebbene ricordato solo nel 1056. Nel ricchissimo archivio di questa città si trova al 763 mentovato un pittore Auriperto, cui da Astolfo re fu donato San Pietro Somaldi, ch'egli cedette al vescovo Aurideo. Pur longobardo credono San Giovanni e il contiguo battistero; e nel 778 è menzione di San Michele che potrebb'essere opera longobarda. Anteriore a Carlo Magno reputano Santa Maria in Campo a Firenze.

La tradizione popolare, che concentrò su Teodolinda quanto di buono hanno operato i Longobardi, assegna a lei il campanile di Brianza, San Giovanni di Besano sopra Viggiù, la torre di Perledo e la chiesa di San Martino a Varenna, il San Giovanni Battista di Gravedona, tutti nel Comasco, e la strada Regina lungo la riva destra del Lario. A Longobardi s'attribuiscono pure le torri in val Leventina che chiudono il varco di Staledro verso il San Gotardo, e che chiamano il castello di re Desiderio e la torre di re Autari. Le torri longobarde di Ascoli tengono del ciclopico, e ad una porta quadrata sovrasta un frontone triangolare forato. Quelle di Spoleto somigliano a quelle di Pavia, e una chiesa fuor della città, cui si ascende per una scalea, ha fregi d'animali a modo del San Michele pavese.

Nessuno crederà che i Longobardi recassero seco un sistema d'arte, nè tampoco architetti proprj; ma si valeano de' natii, ed espressa menzione trovammo (pagina 144) dei _magistri comacini_, capomastri uscenti dalla diocesi di Como, donde fin oggi ne deriva la più parte. Questi lavoravano secondo i tipi che aveano sott'occhio, nè pel lungo tempo che i Longobardi dominarono in Italia, s'avvisa alcun avanzamento; talchè i loro edifizj del VII poco variano da quelli dell'XI secolo, quando fecero luogo ai Normanni, popolo tanto progressivo.

Le belle arti ebbero ad esercitarsi nei molti edifizj da Carlo comandati dopo che i resti dell'antica magnificenza italiana lo eccitarono ad imitarli. Fin al Vasari, idolatro della forma, parve di _bellissima maniera_ il tempio dei Santi Apostoli, per lui edificato in Firenze, con pianta originale di classica semplicità. A stile eguale è San Michele di Roma. Dove egli stesso non operò, Carlo ispirava altrui, e faceva che abati e conti favorissero gli artisti, i quali per lo più si traevano d'Italia, donde talvolta anche le opere antiche. Non è improbabile che tali artisti da lui chiamati fondassero una scuola o fraternita, origine delle loggie de' Franchi-muratori che tramandavansi certe dottrine e pratiche sull'arte del fabbricare.

Insomma Carlo, come avviene degli uomini grandi, campeggia in tutte le opere del suo secolo; eroe germanico, imperatore romano, buono, docile e credente: la tradizione poi ne formò il patrono della cavalleria e il protagonista dei romanzi, accumulando su lui le imprese dei predecessori suoi e de' successori[232]. Adoprò la spada senza pietà, ma non a distruggere, bensì a consolidare l'incivilimento e proteggerlo da nuovi invasori. Vagheggiò l'unità dell'impero romano, ma i tempi gli si opposero; e ai tempi vanno imputati molti vizj e delitti suoi.

Accorgendosi come nessuno de' suoi figli basterebbe a reggere il peso del mondo, tanto più che già li vedeva discordi, pensò d'assicurare la pace: e qui la politica della sua nazione accordavasi coi paterni affetti di lui per consigliarlo a partire tra i figli le tre genti diverse, franca, longobarda, romana di Aquitania, senza però che la divisione pregiudicasse all'unità imperiale. A Lodovico d'Aquitania, unico figlio sopravissutogli, Carlo deliberò anticipar la successione col chiamarselo collega, e il fece coronare ad Aquisgrana (813). In questa città piacevasi egli riposare una vita di tante opere, e cogli esercizj e col bagno sosteneva e rintegrava le forze: quivi moriva il 27 dell'814 a settantadue anni.

Nel testamento non dispose della corona imperiale, sapendo che questa non poteva essere conferita che dal papa, portando il diritto d'allora che il protetto eleggesse il proprio protettore. Neppur del possesso di Roma fe cenno, tanto la considerava come vero dominio de' pontefici. Due terzi de' suoi ricchissimi arredi spartì alle ventuna metropolitane del suo impero, fra cui quelle di Roma, Ravenna, Milano, Cividal del Friuli, Grado; a San Pietro di Roma una tavola d'argento ov'era descritta Costantinopoli, al vescovo di Ravenna un'altra col disegno di Roma.

LIBRO SETTIMO

CAPITOLO LXX.

Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.

Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge, alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de' Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de' Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolava _imperatore e console_, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero o Longobardi o Franchi.

Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi e nei diritti degli avi, non abbiamo titoli a crederlo: forse il vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.

Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo. Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito, l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console, poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono, benchè modificate. Si avevano il senato e il _pater civitatis_ eletto dal popolo, ma sparvero i _defensores_ e i _magistratus_; l'esarca poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri rimasero distinti anche nell'amministrazione della giustizia, da un lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.

Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi, avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità, divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che, avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al despotismo.

Colla nuova civiltà mal si combinano le grandi aggregazioni di popolo, anzi prevale l'esistenza indipendente di ciascuno. L'estesissimo impero di Carlo Magno non resse dacchè manca la sua mano robusta; e le nazioni ch'egli avea strette insieme, rimbalzarono tosto che dall'instancabile volontà di lui non trasse più vigore la complicata amministrazione cui le avea sottoposte; e tutto andò spartito in tante signorie, quanti erano i popoli, con leggi proprie, e con effettiva indipendenza sotto una nominale subordinazione.

L'Italia, che pareva anch'essa dover venire assorbita in quel grande accentramento, ne restò distinta, ma sbranata in moltissime signorie; e i nostri re valeano poco meglio di qualunque altro de' possessori di grandi feudi, fossero signori longobardi qui sopravanzati, o nuovi pòstivi dai Franchi; e dei prelati che, a modo del clero di Francia e di Germania, mescevansi della politica; e che tutti mal s'acconciavano al regolato governo istituito dal Magno.

Pepino re d'Italia sedeva in Pavia, non però distaccato dall'Impero; tanto che Carlo Magno, a lui scrivendo nell'807, s'intitola ancora re dei Longobardi, e gli trasmette ordini[234]. Sinchè fanciullo, ebbe per tutore Wala, poi per consigliere e ministro sant'Adalardo abate di Corbia, che amava la giustizia senza distinguere persone nè ricever regali; i prepotenti che angariavano il popolo, represse; e dicevasi esser non uomo ma angelo. Papa Leone III l'ebbe famigliare, e — Se mi fossi ingannato nel credere ad esso, a niun Francese mai più crederei»[235].