Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 17
Desiderio ci appare fiacco forse più de' predecessori, e in conseguenza temerario all'intraprendere e provocare, poi inetto a sostenersi e compire, vero modo di rovinar un regno; da nessuna legge possono indovinarsi i suoi intenti; solo ci restano larghissime donazioni a conventi in ogni parte d'Italia[212], quasi con ciò volesse illudere coloro che disgustava coll'osteggiar il papa: verso i re Franchi burbanzoso in parole, codardo in fatti; ai pontefici largo di promesse e mentitore; negli assalti contro di loro nè tampoco mostrò quella risolutezza, che tante iniquità giustifica o almeno ricopre. Accoglieva i malcontenti di Carlo; ma mentre la politica l'avrebbe consigliato a non aspettar in casa un nemico da lui medesimo provocato, per iscarsezza di mezzi o per paura di tradimenti si tenne sulle difese, destreggiando a seconda dell'attacco esterno e delle insidie interiori. Mentre dunque vedemmo i Goti cadere e rialzarsi, e far quasi compianta la loro caduta perchè generosa; inetta e vile fu quella de' Longobardi. Solo il prode figlio e collega Adelchi aveva munito le chiuse delle Alpi verso Susa di maniera che i signori Franchi cominciavano a mormorare degli indugi, più disposti, come fu sempre quella nazione, a perire in attacchi repentini che a superare colla perseveranza, quando un disertore, e chi dice un diacono Martino, additò un valico non custodito fra balze impervie (773). Un pugno di Franchi per di là prese alle schiene i Longobardi, che côlti da panico terrore, o forse inviluppati dal tradimento, sbrancaronsi lasciando quelle gole insuperabili, e senza più guardare in faccia al nemico, Adelchi si chiuse in Verona, Desiderio in Pavia colla moglie Ansa e la propria figliuola, e colla famiglia e i Fedeli di Carlomanno.
Giubilante dell'inaspettata ventura, Carlo infisse l'asta sul terreno d'Italia; prima che i nemici rivenissero dalla costernazione, assediò entrambe quelle città, e ajutato da intelligenze, le ebbe. Adelchi riuscì a fuggire a Costantinopoli; Desiderio, venuto in podestà del nemico, fu colla moglie condotto in Francia (774), e, chiuso nel convento di Corbia, terminò sua vita; della famiglia di Carlomanno non è più parola.
Mentre Pavia resisteva, Carlo erasi trasferito a Roma, dove ricevette gli onori che prima si tributavano al rappresentante dell'imperatore. Magistrati e nobili furongli incontro sino a trenta miglia coi gonfaloni; giù per la via Flaminia si stendevano le scuole de' Greci, de' Longobardi, de' Sassoni e d'altri, poichè di ogni gente affluiva colà tanto numero, da avervi distinto quartiere e formare comunità nazionali[213], godendo statuti proprj in quella di Roma, che un tempo ingojava; stuoli di fanciulli con rami d'ulivo e di palme osannavano quello _che veniva nel nome del Signore_.
Carlo, che v'era accolto non come re straniero, ma come patrizio, mutò l'abito Franco nella lunga tunica e nella clamide romana. Appena da un miglio lontano vide la croce, scavalcò, e pedestre si condusse al Vaticano, baciando ciascun gradino della scalea; in capo alla quale aspettavalo Adriano papa, che l'abbracciò, e a paro salirono all'altare, stando il re alla destra. Questi domandò poi d'entrare anche in Roma; e sebbene sulle prime il pontefice prendesse qualche ombra di quest'ospite guerriero, raffidato dalle sue assicurazioni lo introdusse con ogni maniera di solenni onoranze. Carlo seguì colà le commoventi cerimonie della settimana santa; poi confermò la donazione di Pepino, e la crebbe coll'aggiungervi il patrimonio di san Pietro: e l'atto, sottoscritto da lui, da vescovi, abati, duchi e grafioni del suo seguito, fu posto sulla tomba di san Pietro, e sotto al vangelo che solevasi baciare.
Terminava dunque il regno longobardo (568-774), che era durato meglio di due secoli sopra gl'italiani senza acquistarsene l'affetto, e senza dare un solo uom grande: terminava come quelle dominazioni forestiere, che per alcun tempo surrogano la forza al diritto, e possono farsi temere, non amare. Sopraviveva però il nome, giacchè Carlo s'intitolò re de' Longobardi[214]; presto frenò l'impeto de' suoi guerrieri; e poichè conduceva una gente che già s'era assicurata un'altra patria, non gli fu mestieri spogliare gli antichi possessori, come avevano fatto Eruli, Goti e Longobardi. Pose guarnigione Franca in Pavia; a molti nobili di sua nazione conferì feudi vacanti, gli altri e le dignità confermando ai primitivi signori, che non esitarono a giurarsegli ligi.
Non vogliasi supporre incruenta nè generosa la conquista di Carlo; e se crediamo a prete Andrea, cronista bergamasco, lodatissimo dal Muratori e avverso a Carlo Magno, «tanta fu in Italia la tribolazione, che altri di ferro, altri di fame straziati, e quali uccisi dalle fiere, ben pochi sopravissero pei vichi e per le città». Un altro cronista di Brescia racconta che in questa città resistette Potone, nipote di Desiderio; e il capitano Franco mandato ad assediarlo appiccò attorno alla città duemila abitanti della campagna per incutere spavento; poi come i difensori si arresero a patti, egli arrestò Potone e cinquanta nobili, e li fe decapitare: pari strage usò a Pontevico, e quali accecò, quali affogò nel fiume; a Brescia altri uccise perchè mostravano orrore del suo procedere[215].
Avvezzi com'erano alla fiacca sopreminenza degli ultimi re, i signori longobardi s'indispettirono di questa mano robusta che ne serrava il freno; e Arigisio duca di Benevento, genero di Desiderio eppure a' suoi danni collegato col papa, fe trama con Ildebrando duca di Spoleto, Rotgaudo del Friuli, Reginaldo di Chiusi, sollecitati da Adelchi, che da Costantinopoli, come ogni principe caduto, sognava il racquisto del trono. Papa Adriano, vigilante sugli interessi dell'amico e protettor suo, ne informò Carlo, il quale (776), prima che congiungessero le loro forze, menò una banda di volontarj (giacchè la stagione era troppo tarda per convocare a una spedizione l'esercito feudale), invase il Friuli, e sconfittone e ucciso il duca, vi pose il franco Marquardo, poi Unrico (Hunrok), i cui discendenti lo tennero sino al 924.
Anche gli altri duchi furono sottomessi; e a prevenire nuove rivolte, venne mutata l'amministrazione, fondandola sul feudo alla maniera Franca, e le vastissime giurisdizioni dei duchi dividendo in distretti, presieduti da conti. Solito delle conquiste, il buono e il meglio fu assegnato ai signori Franchi, tanto che del regno longobardo quasi altro non restò che il nome; la legislazione fu modificata dai _Capitolari_, ordinanze che obbligavano tutti gli abitanti nel regno, qual che ne fosse la nazione.
Di propria balìa conservavasi il ducato di Benevento, rifugio ai Longobardi che non sapessero chetarsi alla dominazione Franca: ed essendo cessata la supremazia dei re nazionali, quel duca Arigiso (774) si fece ungere dal suo vescovo, e assunse scettro e corona e titolo di principe sopra la nuova Longobardia, sopravissuta alla madre, e procurava or l'una or l'altra occupare delle confinanti terre greche e pontifizie.
Di questo potente irrequieto prendeva noja Carlo, sicchè per la quarta volta calatosi dalle Alpi, s'inoltrò minaccioso contro Arigiso. Questo spedì a far atto di sommessione e promettersi ad ogni voglia del re; ma perchè, non dandogli fede, Carlo procedeva, fuggì a Salerno, dove poi ottenne pace, ricevendo come feudo il ducato, ma scemo di sei città attribuite alla Chiesa. D'allora Arigiso si guardò come vassallo ai re Franchi coll'annuo tributo di settemila soldi d'oro, e consegnò dodici ostaggi, fra cui il proprio figliuolo Grimoaldo. Pure nè promesse nè statici il frenarono, e spedì a Costantino V imperatore d'Oriente, o piuttosto a Irene madre di quello, chiedendo il ducato di Napoli, la dignità di patrizio della Sicilia, e un esercito per iscuotersi dalla dipendenza, promettendo riconoscere la sovranità degl'imperatori, farsi radere la barba e adottare il vestito greco. Ad Irene, disgustata allora di Carlo perchè avea negato sposar una figlia al figliuolo di lei, garbò la proposta, e Adelchi, già re de' Longobardi, comparve sulla frontiera di Benevento per animare e dirigere le mosse. Fra tali disegni moriva Arigiso (787), e Carlo chiamò Grimoaldo e gli annunziò come non avesse più padre. — Non è così (rispose il giovane, accorto fin alla codardia): egli vive e prospera, e spero crescerà per molti anni; giacchè, da quando venni in poter vostro, voi foste a me padre, voi madre, voi famiglia e tutto». Lusingato dalla risposta, Carlo gli conferì il ducato a condizione che smantellasse Salerno e Acarenza; ponesse il nome di lui in fronte agli editti e sulle monete, e accorciasse la barba a' suoi Longobardi, eccetto i lunghi mustacchi.
I Longobardi corsero a folla incontro al nuovo duca; e — Ben venuto sia il padre nostro: salute nostra dopo Dio»; ma come ebbero conoscenza delle dure condizioni, non sapeano darsene pace. Grimoaldo era nipote di Adelchi, onde questi sperò trovarlo favorevole, quando con Teodoro patrizio di Sicilia (788) sbarcò di nuovo su quelle coste; ma affrontato dal beneventano, in battaglia perì, e con esso l'ultima speranza de' Longobardi.
Per consolidare il nuovo reggimento, Carlo menò in Italia il figlio Pepino di sei anni, e investitolo di questo regno, lo fece ungere da papa Adriano, assegnandogli per residenza Pavia.
Le spedizioni de' Franchi contro i Longobardi non erano più correrie, come quelle dei Barbari, per devastare; neppur nimicizie da tribù a tribù, ma guerre consigliate da politico intendimento e da un sistema prestabilito. O l'avesse Carlo veramente dedotto dall'esame della sua età, o vi fosse spinto senza avvedersene dai casi d'allora, e da quell'istinto che ai grandi uomini indica l'opportunità de' loro tempi, da cinquantatre spedizioni che condusse dal 769 all'813[216], perpetua trapela l'intenzione di congiungere in robusta unità le popolazioni stabilite su quel che un tempo formava l'impero romano, onde opporle alla doppia invasione minacciata dagli Arabi a mezzodì, a settentrione dai popoli ch'erano rimasti nella Germania allorchè gli altri n'uscirono. Tali erano i Sassoni, ai quali esso portò lunghissima guerra di sterminio. Vinti quelli, diventavano minacciosi confinanti al regno di Carlo i popoli stanziati dietro di loro, cioè gli Slavi fra i Carpazj e il Baltico; gli Avari fra i monti stessi e le alpi Giulie, separati dalla Baviera soltanto pel fiume Ens. Avendo questi minacciato l'Italia, fu preso il partito di munire Verona, forse smantellata dopo l'assedio sostenutovi da Adelchi: e poichè nacque disputa se agli ecclesiastici toccasse fare la terza o la quarta parte di esse mura, fu rimessa la decisione al giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per quella del vescovo, giovani forzosi, si collocarono in ginocchio colle braccia elevate mentre si recitava la messa col Passio di san Matteo; alla metà del quale, Aregao più non seppe sostenerle, l'altro resse sin al fine; talchè agli ecclesiastici non fu accollato che il quarto della spesa. Dapoi Pepino col duca del Friuli sconfisse affatto gli Avari, e Carlo gli inseguì nel loro paese, e per frenarli fondò un marchesato sul loro confine, detto Austria, cioè orientale (793), che doveva poi tanta ingerenza avere nelle vicende italiane.
Dei tesori riportati da quella spedizione Carlo Magno offrì le primizie al pontefice, il resto all'esercito ed ai paladini suoi, e al duca del Friuli che avea avuto principal merito in quelle vittorie.
Era pertanto l'autorità di Carlo assodata su tutta la Francia e stesa sulla miglior parte dei popoli occidentali: stavangli tributarie le genti slave, dal Baltico a Venezia, onde la signoria di lui dilatavasi a mezzodì fino all'Ebro, al Mediterraneo e a Napoli, a occidente fino all'Atlantico, a settentrione fino al mare germanico, all'Oder e al Baltico, a levante fino al Theiss, alle montagne boeme, al Raab e all'Adriatico. Non a torto dunque il poeta Alcuino lo cantava re dell'Europa: e risorta la grandezza romana qual sotto i successori di Costantino, non tardò guari a rinnovarsene anche il nome, però con un carattere nuovo, quello di capo supremo della cristianità nell'ordine temporale, come nello spirituale era il pontefice.
Il titolo di patrizio che già Carlo portava, esprimeva il patrono della Chiesa, dei poveri e degli oppressi. Il papa, rivestendolo del manto e ponendogli in dito l'anello, gli diceva: — Tale onore ti concediamo acciocchè tu faccia giustizia alle chiese di Dio ed ai poveri, e renda conto al Giudice supremo»; consegnandogli poi il diploma scritto di suo pugno, soggiungeva: — Sii patrizio misericordioso e giusto», e gli metteva in capo il cerchio d'oro. Non implicava dunque sovranità, e il popolo gli giurava non vassallaggio, ma clientela, subordinata alla fedeltà promessa al pontefice[217].
Come tale, Carlo trovavasi tutore della Chiesa, onde fra lui e i papi era vicendevole interesse di sostenersi. Adriano poi era speciale amico di Carlo, consolazione raramente conceduta ai grandi; e fu tutt'occhi perchè il nuovo dominio dei Franchi mettesse radice in Italia. Carlo venerò il pontefice, e morto lo pianse come un padre, largheggiò limosine a suo suffragio, e ne compose l'epitafio da scolpire a lettere d'oro[218].
Il succedutogli Leone III (795), al re de' Franchi, come a patrizio, inviò le chiavi del sepolcro di san Pietro e lo stendardo della chiesa romana con parole d'affetto e sommessione; Carlo mandò a Roma il dotto Angilberto perchè assistesse alla consacrazione del pontefice, seco rinnovasse il patto come già con Adriano, e prendesse accordi «su quanto sembrasse spediente a confermare il suo patriziato, e renderlo efficace alla tutela della Chiesa. Perciocchè (soggiungeva Carlo) missione mia è difendere, ajutante la divina misericordia, all'esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni assalto de' Pagani ed ogni guasto degl'Infedeli, e nell'interno consolidarla colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d'elevar le mani a Dio come Mosè, e sostenere colle vostre preci il mio servizio militare»[219].
Nè però i papi avevano dismesso ogni onoranza verso i Cesari di Costantinopoli; anzi, per ordine d'esso Leone, fu nel palazzo Laterano a musaico rappresentato l'imperatore che riceve lo stendardo dalla mano di Cristo, e Carlo da quella del papa[220]. Se però a quei deboli lontani il papa professava un resto di riverenza, qual conveniva al capo di tutta cristianità ed autore della pace, nessun appoggio poteva sperarne, e ne' bisogni ricorreva al re Franco. Nè gliene tardò occasione.
Campulo e Pasquale, nipoti di papa Adriano, l'uno sacristano, l'altro primicerio della Chiesa, disgustati di vedersi tolta la potenza che esercitavano vivente lo zio, fecero con altre famiglie primarie di Roma una di quelle intelligenze che spesso minacciavano la podestà papale dacchè era divenuta principato terreno. Mentre, per la supplichevole festa delle Rogazioni (799), il pontefice traeva processionalmente dal Laterano a San Lorenzo, fu assalito da una masnada, che maltrattatolo sino a volergli strappar gli occhi[221], lo gettò nel convento di San Silvestro. Vinigiso duca di Spoleto accorse a campar Leone, il quale, appena ricuperata la libertà, istruì Carlo dell'attentato, e passò le Alpi, dirizzandosi a Paderborn, ove Carlo aveva raccolti i Fedeli del suo dominio all'annuale adunanza che dicevasi campo di maggio. I signori germani, di fresco convertiti, gareggiarono a chi meglio onorasse il capo della Chiesa, il quale per la prima volta compariva in una loro assemblea; sicchè quel viaggio tornò di non piccolo incremento alla pontifizia autorità. Carlo ne ascoltò le querele, promise ripararvi, e il rimandò accompagnato da signori, da vescovi, dagli arcivescovi di Colonia e Salisburgo, e da otto commissarj che formassero processo sul tentato assassinio, e provvedessero alla sicurezza del santo padre.
Trionfalmente entrò Leone in Roma fra il poco pontificale accompagnamento di labarde sassoni, franche, longobarde, frisone. Fin a Pontemolle gli vennero incontro le bandiere e insegne della città, il senato, il clero, la milizia, le monache e diaconesse, le nobili matrone, le scuole di forestieri; e fra inni e giubilazioni condotto nella basilica Vaticana, vi cantò messa, a tutti partecipò la comunione; indi riprese la primitiva autorità.
Carlo stesso si dispose al viaggio di Roma, e giuntovi al mettersi della vernata, prima d'ogni altro affare assunse la contesa fra papa Leone e i suoi nemici. Convocato un concilio misto di laici e di vescovi (799 — 21 9bre), Franchi e Romani, fe mettere a scandaglio le accuse recate contro il pontefice: ma come al tempo di Costantino Magno un sinodo raccolto per dare sentenza di papa Marcellino erasi dichiarato incompetente a richieder in giudizio il capo della Chiesa, e l'aveva invitato a semplicemente attestare di propria bocca la sua innocenza, altrettanto si usò questa volta. Leone, salito in pulpito, mettendosi il vangelo e la croce sopra la testa, giurossi mondo delle colpe imputategli; dopo di che si cantò il Tedeum; i suoi accusatori, secondo le leggi romane, come rei d'omicidio e di calunnia, furono condannati alla morte, a preghiera del pontefice commutata in esiglio perpetuo.
Arrivò tra questi fatti la solennità del Natale; e Carlo assisteva alle maestose funzioni di quel giorno, prono al sepolcro de' santi apostoli, quando il pontefice, quasi per subitanea ispirazione, si accostò, e gli pose sul capo un diadema d'oro; e il popolo ad una voce gridò: — Vita e vittoria a Carlo, grande e pacifico imperator romano, coronato per volontà di Dio»[222].
Carlo forse non s'aspettava quest'atto; certo se ne mostrò nuovo e maravigliato, e mosse querela a Leone perchè, malgrado la sua debolezza, gli addossasse quest'altro peso e doveri, de' quali avrebbe a render conto a Dio. Fossero voci sincere, o le dimostrazioni che tutti fanno e nessun crede, fatto è che Carlo cedè al pubblico voto, dal quale restava eletto con diritto non inferiore a quel dei tanti che erano gridati Cesari a Roma e a Costantinopoli dalla ciurma vendereccia o da un branco di soldati. Fu dunque consacrato solennemente qual supremo capo temporale della cristianità, giurando proteggere la Chiesa di Roma con ogni sapere e poter suo.
CAPITOLO LXIX.
L'impero romano-cristiano. Carlo Magno.
I Germani che distrussero l'antico Impero, portavano seco l'idea d'una monarchia, d'origine guerresca insieme e religiosa: guerresca in quanto i camerata si stringevano attorno al più prode; religiosa in quanto il re veniva scelto entro una discendenza di Dei o Semidei; libera per quello, ereditaria per questo. Giungendo in sull'Impero, vi trovarono un monarca che regnava come rappresentante del popolo, e una religione che imponeva d'obbedirgli come a rappresentante della divinità, non pel sangue nè pei meriti personali. Abbattuto che l'ebbero, quella grandezza girava pur sempre nella loro fantasia, e tentavano emularne le pompose insegne, la concatenata amministrazione, le sistemate finanze, la vasta unità; sicchè ne' tentativi di ordinamento de' popoli invasori continuo s'affaccia il contrasto fra la nativa semplicità e le rimembranze romane. E quantunque il loro dominio posasse su differente base, cioè sulla eroica origine, pure quei re venivano adottando l'idea romana di darsi per rappresentanti dello Stato e immagini di Dio. I Longobardi in Italia e i Pepini in Francia sviarono dalla tradizione germanica, costituendosi non più sopra un diritto ereditario, ma unicamente sopra la forza, ossia la scelta de' compagni, disposti a sostenerli colle spade. I Longobardi soccombettero al tentativo; i Pepini con migliore accorgimento facendosi ungere dal clero, consacrarono la loro dominazione, aggiungendole il carattere religioso cristiano; compì l'opera Carlo Magno col ridestare il simbolo politico dell'Impero, e regnare per grazia di Dio.
L'ammirazione che Carlo concepì per Roma al primo vederla, faceagli sentire come, possessore di Stati così ampj, gli mancasse però una capitale, come l'aveva l'antico Impero. Il vescovo di Roma non godeva piena giurisdizione e primazia incontestata su tutti quelli d'Occidente, e non la andava dilatando anche su quelli d'Oriente? Perchè non farebbe altrettanto chi, re di Roma, coi re di Europa? Il mondo non era riunito sotto al papa nel nome di cristianità? ora un nome unico da darsi alle varie nazioni sottoposte a Carlo Magno non poteasi dedurre dai Franchi, non dai Longobardi, non da altri Barbari; e l'unico che tutti abbracciasse senza gelosia di nessuno, era quello di imperio romano. A quel tempo Irene s'era violentemente assisa sul trono d'Oriente, ella donna; e Carlo dovea star pago a un titolo che lo lasciava inferiore ad essa? Può dunque credersi che in lui germogliasse il concetto di restaurare il romano impero; per qual mezzo riusciva all'intento, a cui erano falliti i predecessori, di annestare il dominio settentrionale coll'amministrazione latina, e ripigliava l'opera dei Cesari, cioè esternamente respingere gli invasori, dentro stabilire unità di governo.
Da secoli l'Europa era corsa irrequietamente da sempre nuovi invasori; e anche adesso e i Normanni e gli Slavi e i Sassoni venivano a fatica frenati dalla spada del Magno. Importava di fissare costoro al terreno, sicchè alfine si potesse cominciare l'edifizio della nuova civiltà. A ciò serviva mirabilmente la feudalità, la quale attaccava ciascun vassallo e ciascun suddito a una porzione determinata di terra, e dal possesso di questa unicamente deduceva l'importanza d'un uomo o il vario suo grado. Ma per impedire l'anarchia bisognava che uno sovrastasse a tali feudatarj, innumerabili sovrani.
_Se ogni autorità viene da Dio_, nessun altro che il capo visibile della Chiesa poteva considerarsi immediatamente investito della potenza suprema; onde virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità, congiunta nella Chiesa universale. Dicevasi però che questa potenza data dal Cielo al papa è di duplice natura, temporale e spirituale; e siccome di quest'ultima egli partecipa coi vescovi che la esercitano sotto la sua primazia, così la temporale egli affida all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, diviene capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Non è dunque possibile che le due podestà si separino, dovendo l'una far puntello all'altra; e neppure che si distruggano, attesa l'essenza diversa della loro giurisdizione.
Soprastà naturalmente quella del papa, che come arbitro pronunzia nei litigi de' principi fra loro e coi popoli: mirabile concetto, che col fatto prevenne le utopie di qualche filosofo più umano che pratico; e poteva mettere ai guerreschi micidj il riparo, che ora si va invocando dall'antagonismo della diplomazia.
Essendo l'imperatore non sovrano soltanto dell'Impero, ma dell'Italia e di tutta cristianità, ragion voleva che della sua elezione si domandasse l'assenso e l'approvazione al pontefice. In man del clero l'eletto giurava osservare i dettami della giustizia e le leggi positive; e poichè questo era come il patto della coronazione, se l'imperatore lo violasse, e principalmente se contaminasse la fede di cui doveva essere difensore, perdeva ogni titolo a farsi obbedire. Abbia ciò presente chi brama intendere il medioevo, e trovar la ragione di atti, che, da altro punto osservati, parvero arbitrj ed usurpamenti.
A vicenda l'imperatore, quale amministrator temporale della cristianità, otteneva supremazia, sopra i regni e su Roma stessa. Forse allora Carlo trasmise il suo titolo di patrizio al papa, il quale, sebbene sentisse che col far Roma capitale e quasi sede dell'Impero, elevava accanto a sè un potere da cui resterebbe sminuito il suo, e la giurisdizione propria subordinava a quella del re Franco, pure pospose gl'interessi del temporale suo dominio a ciò che credeva vantaggio di tutta cristianità. Ma chi vorrà mai supporre che, egli libero, volesse imporsi volontariamente un padrone?[223].