Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 16

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L'atto della donazione di Pepino, qual lo abbiamo, olezza d'adulterino; pure del fatto non lasciano dubbio i cronisti, univoci in attestarlo, e una serie di conferme fattene poco dappoi. Abbracciava essa Ravenna, Rimini, Pesaro, Cesena, Fano, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col castello Sussubio, Montefeltro, Acceragio, Monlucati, Serra, Castel San Mariano (forse San Marino), Robbio (diverso da quel di Liguria), Urbino, Cagli, Luculli, Agobio, Comacchio; aggiungendovi Narni, che da molti anni i duchi di Spoleto aveano spiccato dal ducato romano. Leone ostiense[201] vi comprende anche quant'è da Luni al distretto Suriano colla Corsica, di là fin a Monte Bardone, poi a Berceto, Parma, Reggio, Mantova, Monselice, la Venezia e l'Istria, e i ducati di Spoleto e Benevento. Esagerazione destituita di prove: ma in senso opposto taluni pretesero la donazione importasse unicamente il dominio utile dei beni compresi in quel tratto, non già la sovranità riservata da Pepino per sè e successori suoi; o se pure comprendeva anche la sovranità, non si applicasse però che quanto all'utile dominio. Come ciò, se in appresso i Longobardi e l'arcivescovo di Ravenna, venendo in rotta col papa, gli sottrassero la giurisdizione e non i dominj? Inoltre noi vediamo i papi giudici e funzionari nelle città donate, e dire _la nostra città di Roma, il nostro popolo romano_[202], conoscendo d'essere sottentrati in luogo e stato dell'antico esarca. Anzi potrebbe dimostrarsi che, prima della donazione di Pepino, i papi già esercitavano giurisdizione in molti di que' paesi per un consenso popolare, al quale Pepino rendeva omaggio chiamando restituzione il suo dono[203].

Bensì a torto argomenta chi, trasportando a quel tempo le idee del nostro, pretende incontrarvi una precisa distinzione di diritti e di poteri, di dominio utile e governo politico. Il proprietario, come tale, compiva ne' suoi possessi alcuni atti di sovranità, mantener l'ordine, rendere giustizia, menare gli uomini in guerra; intanto che il signor supremo vi riscoteva imposte, mandava sindacatori; e qual dei due più fosse per indole robusto, più larga porzione facevasi nel dominare.

Composte le cose d'Italia, Pepino rivalica le Alpi: ma Astolfo, che al trattato aveva accondisceso soltanto per forza o per guadagnar tempo, raccolse fretta fretta i suoi Fedeli, mosse sopra Roma con quei di Benevento, e l'assediò sbraveggiando: — Apritemi porta Salaria, ch'io entri in città, e datemi il papa, se volete ch'io usi misericordia verso di voi; altrimenti diroccherò le mura, ammazzerò voi di spada, e vedrò chi venga a torvi dalle mie mani». I Romani, bene conoscendo i proprj interessi e la fede di lui, ripulsarono la proposta; e mentr'egli a man salva devastava le circostanze di Roma, e dai cimiteri traeva ossa di santi «con gran detrimento dell'anima sua», i cittadini, tacciati così leggermente di codardi e imbelli, durarono l'assedio per cinquantacinque giorni col coraggio ch'era rinato in essi fra le prove delle ultime resistenze.

Il papa diresse a Pepino una lettera in nome di san Pietro, esortandolo a liberare il suo sepolcro e il suo successore, sotto minaccia di castighi temporali ed eterni. E tosto Pepino ripassa le Alpi, e mentre i nemici l'aspettano alle Chiuse, egli gira alle loro spalle, ed assalta Pavia. Astolfo, costretto a retrocedere in diligenza per difendere la sua capitale, compra la pace con un terzo de' proprj tesori, e col sottoporsi all'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro; oltre obbligarsi di nuovo anche con ostaggi a rilasciare al papa la possessione dell'Esarcato e della Pentapoli.

Deputati suoi, insieme con Fuldrado abate di San Dionisio di Parigi, girarono per le città dell'Esarcato e della Pentapoli raccogliendo gli statici fra i principali paesani; indi passati a Roma, sulla tomba di san Pietro deposero le chiavi d'esse città e la donazione di Pepino; il quale poi giuntovi in persona, fu ricevuto come liberatore. Agli ambasciadori venuti da Costantinopoli per indurlo a restituire all'Impero le terre già greche, ricevendo le spese della guerra, replicò non aver combattuto a pro di quello, e potere di esse disporre a suo grado come di buon conquisto. Poi subito tornò in Francia, o per non recare maggior ombra ai Greci colla sua vicinanza, o perchè forse scaduto pe' suoi Fedeli il tempo di restar in campagna. Abbiasi a ciò riguardo prima di lodare di generosità o censurare di dabbenaggine Pepino, che lascia sussistere i vinti, e non pianta fra loro le leggi sue ed il dominio.

Astolfo non aveva mandato ancora ad esecuzione il trattato, quando morì per una caduta da cavallo: lodato fra i migliori re dei Longobardi, veneratore delle reliquie; delle quali molte trasportò dalla Romagna a Pavia, fabbricò chiese e oratorj, largheggiò coi monaci, tra le cui braccia spirò; eppure di sua morte il pontefice esultava, come di quella d'un persecutore[204]. Suo fratello Rachi uscì dal chiostro per brigare di nuovo la corona, e si pose a capo d'un esercito; ma il voto d'altri guerrieri gli preferì Desiderio duca dell'Istria[205], il quale per toglier via il competitore domandò appoggio dal papa, promettendogli perpetua fedeltà, e non solo eseguir a puntino le promesse di Astolfo, ma di aggiungere alle altre terre Faenza, Imola col castel Tiberiano, Gavello e il ducato di Ferrara. Come l'abate Fuldrado e il conte Ruperto ebbero di ciò giuramento, fu intimato a Rachi, in virtù dell'obbedienza monacale, tornasse al devoto ritiro, e ai Longobardi annunziato che l'esercito romano e franco sosterrebbe all'uopo i diritti di Desiderio (757), il quale così venne confessato re.

Moriva quell'anno Stefano II; e Paolo, suo fratello e successore, promise a Pepino amicizia e fedeltà, e chiese a Desiderio adempisse le promesse. Invano: costui aveva operato a malizia, e appena assicurato del regno, ripigliò il perpetuo disegno de' suoi predecessori di sottomettere tutta Italia. Fatta dunque la maggior levata di gente che potè, e fidandosi nel sapere Pepino occupato in sanguinosa guerra coi Sassoni, mandò a sperpero la Pentapoli, surrogò suoi ligi a Liutprando ed Alboino duchi di Benevento e di Spoleto, che a quello aveano fatto omaggio; e affiatossi in Napoli con un segretario greco, perchè l'imperatore mandasse un potente esercito, al quale egli congiungerebbe le sue forze per recuperare Ravenna, e una flotta per prendere Otranto, ove Liutprando resisteva.

Il papa non indugiò a dare contezza dei preparativi a Pepino, _nuovo Mosè, David nuovo_; e questo spedì ambasciadori, i quali rannodarono la pace colle condizioni già imposte ad Astolfo; sicchè essendo allora comparsa la flotta greca per ricuperare essa città, Romani e Longobardi si trovarono congiunti a respingerla. Malgrado l'armonia apparente, Desiderio non volle mai restituire le città occupate, per lamenti che il papa levasse; favoriva anzi lo scisma dell'arcivescovo di Ravenna, contumace alla Chiesa romana: talchè prevedevasi inevitabile la guerra, che fu indugiata solo dall'esser morti quasi contemporaneamente il pontefice e Pepino.

CAPITOLO LXVIII.

Fine del regno longobardo. Rinnovasi l'impero d'Occidente.

Pepino morendo spartì il regno fra i due figliuoli (768), già unti re dal papa. Carlo, maturato nei campi e nel governo, era alto e maestoso di presenza, robusto a qual fosse fatica, vivace nel conversare, indomabile dai disastri come dalle venture, perseverante ne' propositi, rispettoso alla religione, amico delle scienze, insegnato in quanto si sapeva a' suoi dì; e dal personale suo carattere forse più che da altro provenne l'efficacia che esercitò sui contemporanei, i quali gli applicarono il titolo di Magno, che la posterità gli confermò.

Carlomanno all'incontro, tentennante e sospettoso come i mediocri, lasciavasi raggirare; e alcuni, pagati a tal uopo dal re de' Longobardi, lo subillavano contro il fratello, al quale insidiò perfino la vita. Poco tardò a morire (771), lasciando due bambini; e poichè il diritto germanico non considerava i popoli come una proprietà da ereditarsi, bensì la dignità regia come una magistratura liberamente affidata dal voto comune, i vassalli dell'estinto elessero re Carlo[206], che per tal modo si trovò a capo del più poderoso Stato d'Europa. E cominciò una serie di guerre e di ordinamenti, che lo elevarono al posto più sublime nella storia del medioevo.

Desiderio re de' Longobardi, al morire di Pepino avea sperato rifarsi dei danni patiti sotto di questo: ma come le prime imprese di Carlo Magno lo chiarirono che costui non iscattava dal vigore e dall'abilità paterna, pensò avvicinarsegli. Fe dunque esibirgli in isposa sua figlia Desiderata o Ermengarda, e chiederne la sorella Gisela pel proprio figlio e collega Adelchi: ma un accordo che poteva mettere a repentaglio i temporali interessi della santa sede e dell'Italia, spiaceva a papa Stefano II, il quale scrisse a Carlo violente parole perchè non desse ai sudditi e al mondo lo scandalo di contrar doppie nozze, e ripudiare Imiltrude, nobile Franca, onde unirsi con quest'altra di una rea progenie, da Dio esecrata e infetta di lebbra; nè ad uno, cui soltanto per sua mercede era conservato il regno volesse concedere quella suora sua che aveva negata al greco imperatore. Berta, madre di Carlo, che non secondo la politica ma secondo il cuore giudicava di queste nozze, venne ella medesima in Italia per ridurle a compimento; a Roma forse favellò col papa, promettendo fargli da Desiderio cedere alcune delle terre occupategli (770); e se il legame fra Gisela e Adelchi non si effettuò, Berta menò Ermengarda di là dall'Alpi. Sventurata fanciulla, che coi dolori e coll'umiliazione dovea scontare il breve gaudio d'essersi seduta accanto al maggior re.

In Romagna essendo cessati il dominio degl'imperatori e le magistrature greche, sempre più rivaleva il sistema municipale; e le primarie famiglie aveano colle cariche, le ricchezze, la forza, acquistato predominio sopra le altri classi, e concentrata in sè l'elezione dei consoli, succeduti ai decurioni, e spesso quella dei prelati. Singolarmente pretendeano aver mano alla nomina dei papi; e massime da che questi erano divenuti principi, la cattedra di San Pietro eccitava l'ambizione, sicchè esse famiglie fin alla violenza ricorrevano per occuparla.

Morto Paolo (767), Totone duca di Nepi e tre suoi fratelli congiunsero le loro masnade (_scholæ_), e a forza fecero proclamar papa uno di loro, per nome Costantino, laico ancora; e costretto Giorgio vescovo di Palestrina ad ordinarlo, e collocatolo in Vaticano, giurargli fedeltà dal popolo romano. L'intruso cercò l'amicizia di Pepino che ancora viveva, e che impegnato in guerre, non poteva prendersi pensiero dell'Italia. I Romani mal soffrivano la carpita elezione; e il primicerio Cristoforo con suo figlio Sergio, dignitario della Chiesa, sotto colore di rendersi monaci, fuggirono ai Longobardi della bassa Italia, chiedendone il braccio per isbalzare Costantino.

Afferrò l'occasione Teodicio duca di Spoleto; e consenziente re Desiderio, diede una schiera de' suoi, comandati da un Valdiperto, il quale erasi assunto di tradire la città a' suoi nazionali. In effetto Roma è presa; ucciso il duca Totone accorso al riparo; Passivo, altro fratello, è col papa fatto prigioniero; e fra lo scompiglio della straniera invasione, Valdiperto trae un prete da un monastero, e grida: — Abbiamo pontefice Filippo; san Pietro lo elesse».

Però quel primicerio Cristoforo, insospettitosi delle intenzioni de' Longobardi, che sì improvvidamente egli aveva invocati, subillò molti Romani contro del nuovo pontefice; onde, depostolo come illegalmente eletto, ne' modi canonici nominarono Stefano III. Un concilio raccolto in Laterano dichiarò decaduto Costantino, che privato degli occhi, si presentò ai padri congregati, invocando pietà e confessandosi in colpa; eppure fu battuto a verghe, cassi gli atti del suo pontificato, messo a penitenza per tutta la vita; insieme si proibì che verun secolare mai fosse promosso a vescovo o papa, nè laico o militare assistesse alle elezioni; anzi, duranti queste, nessuno venisse a Roma dai castelli di Toscana e di Calabria, nè vi portasse armi o bastoni. Anche a Valdiperto, convinto traditore, furon cavati gli occhi.

Cristoforo e Sergio, deputati dal pontefice, si presentarono a Desiderio per ridomandargli i beni e le rendite spettanti alla santa sede[207]; e Desiderio li pascolò di parole, dicendo verrebbe in persona a ragguagliare le differenze. Ma mentre così addormentava, guadagnossi Paolo Assarta camerlengo papale, che insusurrando il pontefice contro Sergio e Cristoforo, l'indusse a farli mal capitare.

Questi due fratelli appajono agitatori d'una politica irrequieta nel fine, improvvida nei mezzi, ma in ogni atto avversi alla dominazione longobarda. Ora avvistisi del pericolo non tanto proprio, quanto della patria, essi gridarono all'armi ed afforzarono la città per guisa, che Desiderio, allorquando comparve presso i sette colli sperando esservi accolto, trovò ferma resistenza. Si volse allora all'inganno, ed invitò il papa al suo campo, affine di potersi concordare sulle giustizie e le ragioni da restituire alla Chiesa; e mentre quegli era fuori, Assarta sommosse Roma contro Cristoforo e Sergio, e già davasi mano ai ferri, se il papa tornando non avesse sospeso i colpi.

Desiderio, sempre sleale, invitò il pontefice a nuovo colloquio in San Pietro, posto allora fuor delle mura; e quivi, chiuse le porte della basilica, lo fece sostenere, ed obbligollo a mandar ordine a Cristoforo e a Sergio, — Deponete le armi, ed o venite a me o ritiratevi in un convento». Quelli voleano mantenersi in posto colla forza; ma abbandonati dai fazionieri, uscirono al papa, che, reso alla libertà, lasciò nella chiesa i due fuorusciti, acciocchè, fattosi notte, rientrassero in Roma senza pericolo; ma Desiderio, violando la santità dell'asilo, ne li strappò, e li fe accecare[208].

Lieto d'essersi vendicato di que' suoi nemici, Desiderio diede volta senza nulla restituire. Il pontefice trovavasi tanto più scoraggiato, in quanto non poteva sperare appoggio dal re Franco, genero del longobardo: se non che poco tardò a mettersi resia fra i due. Carlo, fra le cui virtù non era la costanza in amore, s'annojò ben presto della sposata Ermengarda (771), e rinviolla al regio padre, menando invece Ildegarda principessa sveva. L'affronto toccò nel vivo Desiderio; e poichè Gerberga, vedova di Carlomanno, era coi figliuoli rifuggita a lui per cansare le insidie che temeva dal cognato, egli proclamò i diritti dei due orfani alla paterna eredità, e domandò al pontefice gli ungesse re de' Franchi, onde poterli opporre al genero infedele.

Succedeva allora papa Adriano (772), figlio di Teodulo duca di Roma, lento nel prendere un partito, tenacissimo nel mantenerlo; e conoscendo che non era di competenza del papa l'eleggere il re di libera gente, tanto più che ciò attizzerebbe la guerra civile, rispose al Longobardo che, come pontefice, volea vivere in pace con tutti i Cristiani; del resto potea ben poco fidarsi d'un principe, che al suo predecessore aveva fallito tutte le promesse. Desiderio sbuffante si mosse per ottenere l'intento colla forza, occupò altre città della Pentapoli, bloccò Ravenna, devastò i contorni di Sinigaglia, Montefeltro, Agobio, piombò sugli abitanti di Blera intenti alla mietitura, e uccisi i principali, portò via roba e bestiame; indi occupata Otricoli, difilò sopra Roma.

Adriano, fatta vana opera di stornare quel nembo, convocò i popoli della Toscana, della Campania, del Perugino, della Pentapoli, e li trovò dispostissimi nel voler resistere[209]; ma conoscendo non varrebbe quella leva tumultuaria contro un esercito ordinato, imitò Zacaria invitando Carlo Magno: venisse, e proteggesse quella Chiesa di cui, come patrizio, era uffiziale patrono. Carlo tentò indurre Desiderio a cedere a denaro le usurpazioni: avutone un niego, mandò il bando delle armi, ed a' suoi Fedeli radunati in Ginevra espose l'oppressura del pontefice, e la guerra civile che Desiderio tentava suscitare in Francia; talchè a comun voce stanziarono l'impresa.

Carlo giganteggia talmente fra' suoi contemporanei, che l'immaginazione colpita ne formò il tipo delle virtù cristiane ed eroiche, quali le concepiva il medioevo. Ed un cronista, raccogliendo una tradizione vulgare, così racconta la calata di esso in Italia: «Oggero il danese, stato grande nel regno de' Franchi, era rifuggito a re Desiderio. Quando intesero che il tremendo monarca calavasi in Lombardia, essi due salirono sopra ecccelsa torre, donde veder lontano e d'ogni parte; ed ecco da lungi apparir macchine di guerra, quante sarieno bastate agli eserciti di Dario o di Cesare. Desiderio chiese ad Oggero: _Carlo è con quel grande stuolo? — No,_ rispose egli. Poi vedendo innumera oste di gregarj, raccolti da tutte le parti del vasto impero, il Longobardo disse ad Oggero: _Sicuramente Carlo si avanza trionfante in mezzo a quella folla. — Non ancora, nè apparirà sì tosto,_ rispose l'altro. _E che farem dunque_, ripigliò Desiderio inquieto, _s'egli viene con maggior numero di guerrieri? — Voi vedrete qual è allorchè arriverà_, ripetè Oggero: _ma che fia di noi l'ignoro_. E mentre discorrevano mostrossi il corpo delle guardie che mai non conobbe riposo; a tal vista il Longobardo, preso da terrore, esclamò: _Certo questa volta è Carlo. — No,_ rispose Oggero, _non ancora_. Poi vengono dietro vescovi, abati, i cherici della cappella reale e i conti; e Desiderio, non potendo più nè sopportare la luce del giorno nè affrontar la morte, grida singhiozzando: _Scendiamo, nascondiamoci nelle viscere della terra, lungi dal cospetto e dall'ira di sì terribile nemico_. Oggero tremante, sapendo a prova la potenza e le forze di Carlo, disse: _Quando vedrete le messi agitarsi d'orrore ne' campi, il Po ed il Ticino flagellar le mura della città coi fiotti anneriti dal ferro, allora potrete credere che Carlo arrivi_. Finito non aveva queste parole, che si cominciò a vedere da ponente come una nube tenebrosa sollevata da borea, che convertì il fulgido giorno in orride ombre. Ma accostandosi l'imperatore, il bagliore di sue armi mandò sulla gente chiusa nella città una luce più spaventevole di qual si fosse notte. Allora comparve Carlo stesso, uom di ferro, coperto la testa di morione di ferro, le mani da guanti di ferro, di ferro la ventriera, di ferro la corazza sulle spalle di marmo, nella sinistra un lancione di ferro ch'e' brandiva in aria, protendendo la destra all'invincibile spada; il disotto delle coscie, che gli altri per agevolezza di montare a cavallo sguarniscono fin delle coreggie, esso l'aveva circuito di lamine di ferro. Che dirò degli schinieri? tutto l'esercito li portava di ferro; non altro che ferro vedevasi sul suo scudo; del ferro avea la forza e il colore il suo cavallo. Quanti precedevano il monarca, quanti venivangli a lato, quanti il seguivano, tutto il grosso dell'esercito aveano armi simili, per quanto a ciascuno era dato; il ferro copriva campi e strade; punte di ferro sfavillavano al sole; il ferro, sì saldo, era portato da un popolo di cuore più saldo ancora; il barbaglio del ferro diffuse lo sgomento nelle vie della città: _Quanto ferro! deh quanto ferro!_ fu il grido confuso di tutti i cittadini. La vigoria delle mura e dei giovani si scosse di terrore alla vista del ferro, e il ferro confuse il senno de' vecchi. Ciò che io, povero scrittore balbeticante e sdentato, fei prova di dipingere in prolissa descrizione, Oggero lo vide d'un'occhiata, e disse a Desiderio: _Ecco quello che voi cercate con tanto affanno;_ e cascò come corpo morto».[210].

A quel che la fantasia riproduceva in immagini, il raziocinio accompagna gli argomenti, pei quali Carlo Magno dovea prevalere facilmente in Italia. Era questa sbranata tra varj possessori: de' quali i Greci non avevano che pretensioni senza forza nè volontà di sostenerle; i papi invocavano i Franchi; i Longobardi dovevano schermirsi dall'odio de' natii, irreconciliabili a questo governo militare.

In Francia, l'essersi i Barbari collegati ai sacerdoti assodò il poter regio, intorno al quale il tempo e i casi doveano poi restringere gli altri sociali elementi per costituire la potenza nazionale: nell'Italia, al contrario, dissociata la forza dall'opinione, dal potere ecclesiastico il politico, com'era possibile il fondersi degli invasori cogli indigeni? I principi Franchi inoltre, più ambiziosi e robusti, coi maneggi, colla guerra, col delitto, sottoposero i varj capitani e baroni: mentre fra' Longobardi sempre più s'invigorivano i duchi, piccoli sovrani ciascuno nel suo distretto, che consideravano il re niente più che come un primo fra i pari, come un loro creato; e ben lontani dall'assentirgli quell'assoluta potestà che unica sarebbe valsa a trascinarli in comuni imprese, non di rado si accordavano col nemico.

I re giuravano e spergiuravano; sempre inferiori nelle guerre, accettavano il trono a patti da un sovrano straniero; e come fanciulli testerecci, reluttavano petulanti appena si ritirasse quello, dinanzi a cui si erano fiaccamente piegati. Carlo, colla preponderante vigoria dell'indole sua, traeva esercito e duchi a decretare nelle assemblee ciò ch'era sua volontà, ad operare in campo colla confidenza di chi non bada che al comando. Come è degli uomini grandi, comprese quel che il tempo suo richiedesse: e non che cozzare coi sacerdoti e volerli fiaccare colla gelosia consueta ai deboli, si valse della loro potenza, e crebbe la propria col trarre a sè tutte le forze vive della società, e dirigerle al suo intento. Ed ora veniva preparato e deciso, non più, come Pepino, ad umiliare e restituir in dominio i Longobardi, ma a sterminarli, giacchè non sapevano rimanersi quieti.

Desiderio, oltre le forze reluttanti de' Romani, dei sacerdoti, de' proprj duchi, trovossi incontro la fazione di Rachi, che soffogata col rigore, spiava occasioni di vendetta. Appena s'intese la mossa di Carlo, molti Longobardi di Spoleto e di Benevento accorsero a Roma, facendosi tagliar i capelli alla romana, in segno di sottomettersi al papa; altri primarj spedirono a Carlo, sollecitando a liberarli da questo tiranno Desiderio, e promettendo consegnarglielo colle sue ricchezze[211]. Anche i duchi fedeli sapevano che il vincitore non torrebbe loro i possessi nè muterebbe la forma del regno, onde l'avere un re Franco poco differirebbe da quando aveano avuto re bavaresi.