Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 15
Sentiva dunque il pontefice che, contro l'oppressione del mondo antico, troverebbe schermo nelle genti nuove; e sapendosi insidiato, prese guardia alla propria persona, e informò gl'Italiani dell'occorrente. I popoli della Pentapoli e i Veneziani chiarironsi pel culto avito, scotendosi dalla soggezione agli ordini di Costantinopoli: i Longobardi si opposero all'esarca di Ravenna che avviava l'esercito verso Roma.
Non minor fermezza del predecessore palesò Gregorio III, il quale non chiese la conferma dell'esarca (731), repudiò gli editti che proscrivevano le immagini, esortò l'imperatore a cassarli; e non esaudito, ricorse all'armi sue raccogliendo novantatre vescovi d'Italia, che dichiararono anatema chi le distruggesse, profanasse o bestemmiasse. Infellonì Leone a tale annunzio, e non potendo per allora contro le vite, nocque alle sostanze dei disobbedienti col crescere d'un terzo il tributo e la capitazione in Sicilia e Calabria, e staggire i patrimonj che da antichissimo vi teneva la santa sede; sottrasse al metropolita di Roma e sottopose a quello di Costantinopoli le chiese di Napoli, Calabria, Sicilia ed Illiria; poi inviò in Italia un grosso navile: ma sul golfo Adriatico andò disperso da violenta fortuna. Le reliquie della flotta approdate a Ravenna, tentarono saccheggiarla; ma il popolo, avutone sentore, diè di piglio alle armi, e li respinse ed affogò, e per più anni seguì a far festa di un tale avvenimento.
Salvo da questo frangente, il papa si trovò in un nuovo per parte di Liutprando. Trasimondo duca di Spoleto, che questi aveva precedentemente soggiogato, era di nuovo insorto; talchè Liutprando dovette muovere contro di lui l'esercito. Trasimondo fuggì a Roma, e avendone il re domandata l'estradizione, Gregorio e Stefano patrizio e l'esercito romano ricusarono. Il re sdegnato, insieme con Ildeprando che in occasione di malattia gli era stato dato collega (740), entrò nel paese[191] e pigliò Amelia, Orte, Bomarzo e Bleda. Per allora voltossi indietro, ma essendo Trasimondo ritornato a Spoleto coll'ajuto de' Beneventani e de' Romani, Liutprando invase di nuovo il ducato romano, e benchè a Rimini fosse messo a fil di spada parte del suo esercito, e tra Fano e Fossombrone lo assalissero vigorosi i natii, difilavasi sopra Roma. Gregorio, non vedendo scampo nelle forze proprie, e nulla avendo a sperare dai Greci, pensò ricorrere a principe barbaro.
Come nella Gallia Cisalpina i Longobardi, così nella Transalpina si erano piantati i Franchi, e Clodoveo lor re fu il primo dei Barbari che, col battesimo, accettasse le credenze cattoliche e la soggezione ai papi, i quali perciò fregiarono col titolo di _cristianissimo_ lui ed i suoi successori. Vedemmo come essi fossero pericolosi vicini ai Longobardi, da cui lungamente esigettero un tributo: ma poi digradarono dalla primitiva robustezza, e i re, datisi al far niente, abbandonarono l'autorità ai maggiordomi. Tale dignità pertanto fu ambita, e Pepino d'Héristal (687-714) riuscì a renderla ereditaria in sua casa, ai re lasciando soltanto il titolo e il fasto. Suo figlio Carlo acquistò il soprannome di _Martello_ pel valore guerriero, che spiegò principalmente contro i Musulmani. Questi, occupata la Spagna, aveano valicato i Pirenei e minacciavano la Francia, ed era pericolo che Maometto prevalesse a Cristo anche in Europa come in Asia; laonde il pontefice avea spedito a Carlo tre spugne colle quali ripulivasi la mensa eucaristica, onde confortarlo a combattere que' nemici della nostra fede e della nostra civiltà. L'eroe li vinse più volte, poi (732) decisivamente a Poitiers; il papa gli mandò regali e il titolo di patrizio romano: il longobardo Liutprando ne chiese l'alleanza; ed avendogli il Franco inviato suo figlio Pepino acciocchè l'adottasse come figlio d'onore, il re gli recise i capelli, e lo rimandò con larghi donativi[192].
A costui, che l'Europa acclamava vincitore dei figli d'Agar, salvatore della cristianità, è naturale che il papa, minacciato dai Longobardi, volgesse gli occhi, e gli diresse una lettera così compilata: — Gregorio all'eccellentissimo figlio signor Carlo, vicerè (_subregulus_) di Francia. In estrema afflizione noi gemiamo, vedendo la Chiesa abbandonata da que' suoi figli stessi che dovrebbero a sua difesa consacrarsi. Lo scarso territorio di Ravenna, che unico ci rimaneva l'anno scorso per sostentamento dei poveri e illuminazione della Chiesa, fu posto a ruba e fuoco da Liutprando e Ildeprando re longobardi; hanno distrutto i poderi di san Pietro, tolto il bestiame che rimaneva, desolato fin i contorni di Roma. Neppure da te, eccellentissimo figlio, abbiamo fin a quest'ora ricevuto consolazione di sorta, e conosciamo che, invece di riparare questi mali, presti maggior fede ai principj da cui derivano, che non alla verità da noi esposta. Preghiamo l'Altissimo che di tale peccato non ti punisca, ma potessi tu udire i rimproveri di costoro che ci dicono, Ov'è questo Carlo, di cui implorasti la protezione? venga egli, e con quei formidabili suoi Franchi ti salvi dalle nostre mani. Qual dolore ci cuoce all'udire questi rimbrotti! al veder così possenti figli della Chiesa non mover dito per difenderla e vendicarla de' nemici! Il principe degli Apostoli, accinto di sua potenza ben potrebbe farle schermo: ma egli vuol provare in questi tempi disastrosi il cuore de' suoi figliuoli. Non prestar dunque fede a quei re quando accusano i duchi di Spoleto e di Benevento: unica loro colpa è di non avere voluto l'anno scorso assalirci contro la santa fede; del resto obbediscono affatto ai re, eppure si vuole privarli del grado, metterli in esiglio per non aver ostacoli a soggiogare la Chiesa e farla schiava. Mandaci uno de' tuoi fidati, incorruttibile a doni, a minaccie, a promesse, che coi proprj occhi veda le nostre persecuzioni, l'avvilimento della Chiesa, le lagrime dei pellegrini, la ruina del nostro popolo, e te esattamente ragguagli. Pel giudizio di Dio e per la salvezza dell'anima tua t'esortiamo a soccorrere alla Chiesa di san Pietro e al popol suo, ed allontanare questi perfidi re. Pel Dio vivente e per le chiavi della confessione di san Pietro, che a te spedisco in segno di dominio[193], t'affretta al nostro sussidio, chiarisci la tua fede, e accresci in tal guisa la fama che di te va pel mondo; acciocchè il Signore ascolti te pure nell'afflizione, e il nome del Dio di Giacobbe ti protegga, e noi possiamo sulla tomba dei santi Pietro e Paolo pregar contenti giorno e notte l'Eterno per te e pel tuo popolo».
Che il portatore di questa lettera tenesse istruzioni a voce per accordarsi con Carlo onde mutare dall'Impero a lui la signoria di Roma, nessun argomento n'abbiamo; anzi il papa dovette con istanze nuove sollecitare Carlo, che alla perfine spedì messi a Liutprando. Ma mentre si menavano trattati, e il maggiordomo e l'imperatore e il papa morirono (741); e Zacaria succeduto a questo, venne in persona a Terni, e a forza di bontà e di dolcezza indusse il re longobardo a restituire le città romane occupate. Trasimondo di Spoleto, vistosi abbandonare dai Romani, si consegnò a Liutprando, che si contentò di farlo chiudere in un convento: Gregorio duca di Benevento, mentre voleva camparsi in Grecia, fu trucidato a furor di popolo. Liutprando conferì i due ducati a parenti suoi, indi, perfidiando le promesse, ritenne quante città di Romagna aveva occupate, sinchè il papa, trovatolo novamente, l'indusse a cederle e donarle alla santa sede. Restava la nimicizia coll'esarcato, e Liutprando l'invase. Eutichio non trovò altro scampo che pregare il papa a interporsi; e questi di fatto mosse a quella volta, entrò nel dominio longobardo, e a Pavia persuase Liutprando a sospendere le offese.
Poco poi i Romani respiravano per la morte di Liutprando (744), cui Paolo Diacono (il quale con esso chiude la sua storia) predica di gran senno, sagace in consiglio, grandemente pio, amator della pace, potente in guerra, clemente ai rei, casto, pudico, bel parlatore, largo limosiniero, ignaro di lettere eppur comparabile a' filosofi. Sappiamo ch'egli aggiunse un monastero alla basilica pavese di san Pietro in Ciel d'oro, dove fece trasportare il corpo di sant'Agostino, sottratto ai Musulmani che aveano invaso l'Africa e la Sardegna; tra le alpi parmensi fondò il monastero di sant'Abondio e Berceto, a Corteolona una chiesa di sant'Anastasio, a Pavia nel proprio palazzo una cappella a san Pietro, con preti che ogni giorno vi cantassero i divini uffizj. Le leggi da lui pubblicate attestano che i Longobardi aveano profittato della conoscenza del diritto romano: e al sommar de' conti, egli fu dei migliori, o forse il migliore fra i re longobardi.
Pemmone, duca del Friuli, avea sposato Ratberga; e sebbene essa, nata rusticamente e brutta, più volte lo esortasse a lasciarla e prendersi altra moglie da par suo, la preferì perchè modesta e savia, e dal loro connubio nacquero Rachi, Racait e Astolfo, che Pemmone fece educare coi figliuoli di que' nobili che erano periti nel conflitto cogli Schiavoni. Rachi sì buon nome levò, che alla morte di Liutprando i Longobardi deposero Ildeprando collega di questo, e lui fecero re. Ricevuta la lancia del comando, Rachi si trovò in rotta non solo coi Romani e coi Transalpini, ma anche coi Longobardi del mezzodì, avvegnachè nel 746 pubblicava divieto di deputare messi a Roma, Ravenna, Spoleto, Benevento, nonchè in Francia, in Baviera, in Alemagna, in Avaria, in Grecia[194]. Al contrario Zacaria papa riceveva omaggio dai nuovi regni che si fondavano in Alemagna e in Inghilterra, e accolse san Bonifazio apostolo della Germania dandogli conforti a convertire il Settentrione, che ricevendo la fede da Roma, al pontefice prestava un omaggio illimitato. Zacaria, istruito che Rachi, rotta una tregua giurata, tornava sopra la Pentapoli, andò a trovarlo a Perugia, e non solo il distolse, ma gli toccò il cuore per modo, che poste la moglie Tasia e la figlia Rotrude (749) in un monastero, egli andò a chiudersi in quel di Montecassino, ove pur dianzi erasi ritirato Carlomanno, fratello del maggiordomo di Francia[195].
Astolfo fratello di Rachi, portato al regno dal pubblico voto, ripigliò le ostilità coi Greci; e sicuro in armi, le menò con tanta fortuna, che in due anni (752) si rese padrone dell'Esarcato e della Pentapoli; e per togliere alla conquista il carattere di passeggera, mutò la sede da Pavia all'imperiale Ravenna. L'esarca Eutichio rifuggì a Napoli, e fu l'ultimo che governasse l'Italia greca; perciocchè i possessi rimasti all'Impero furono divisi ne' _temi_ o distretti di Sicilia e Calabria; i duchi di Napoli, Gaeta, Bari ed altre città operavano omai di balìa propria, sotto la nominale supremazia dello stratego siciliano.
Il posseder Ravenna parve ad Astolfo ragione valevole per attirarsene tutte le dipendenze e Roma stessa; onde intimò al senato e al popolo romano prestassero a lui l'obbedienza che soleano al signor di Ravenna; e sostenne l'intimazione con grosse armi. Il nuovo papa Stefano II con regali e preghiere lo indusse ad una pace di quarant'anni: ma scorsi quattro mesi appena, Astolfo la guastò, e impose ai Romani un annuo tributo, fintanto che non gli piacesse annestare quel ducato al suo reame. Il papa ricorse dapprima alle devozioni, conducendo per Roma una processione, dove egli stesso, a piè scalzi, portava una delle immagini di Cristo non fatte a mano; e il popolo, asperso di cenere e gemebondo, seguiva una croce, alla quale erasi appeso l'accordo della pace violato dai Longobardi. Inviò poi l'abate di Montecassino ed altri sacerdoti che chiamassero il principe a migliori consigli; ma Astolfo li trattò d'alto in basso, ingiungendo tornassero ai loro conventi senza tampoco rivedere il papa. L'imperatore Costantino Copronimo, il quale incaparbito d'abolire le immagini, avea molestato senza posa il pontefice per cui mercè l'autorità sua erasi conservata in Italia, allora non fece che spedire con lettere Giovanni Silenziario. Il papa volle accompagnato dal proprio fratello il messo a Ravenna, unendo nuove suppliche ad Astolfo perchè restituisse l'Esarcato ai Greci: ma non che badarvi, costui raddoppiava armamenti e minacce come leon fremente, asserendo che i Romani tutti passerebbe a fil di spada se non si sottomettessero al suo dominio[196]. Stefano scrisse da capo all'imperatore parole da quel bisogno, acciocchè, secondo le iterate promesse, venisse a difendere l'Italia[197]: ma questo, più che de' Musulmani, più che de' Longobardi, brigavasi di sillogizzare contro il culto delle immagini, ed uccidere i monaci che le difendevano.
Che più restava al papa? Memore di Gregorio III, si volse a Pepino il Piccolo, figlio di Carlo Martello e succedutogli come maggiordomo de' Franchi; e questi l'ascoltò più volonteroso del padre, e spedì un duca Autari e un vescovo invitandolo a condursi di là dall'Alpi. Il papa, coi messi Franchi e col reduce Giovanni Silenziario, fu alla corte longobarda per un'ultima prova: ma rimanendo Astolfo ostinato al proposito, Giovanni tornò disconchiuso in Oriente, Stefano prese la via di Francia.
Come avranno guardato questa gita i contemporanei, e specialmente gl'Italiani?
Da una parte vedevano essi gl'imperatori di Costantinopoli, che possedevano l'Italia, non come legittimi successori dei Cesari antichi, ma per conquista, e da conquista la trattavano, conculcando gli antichi privilegi; dall'altra, re stranieri armati e sbuffanti, che giurano e spergiurano, devastano città, sterminano popolazioni, mettono a spada e fuoco. Rimpetto a costoro, vecchi sacerdoti eletti dal popolo e tra il popolo, pregano, scrivono, fan processioni, mandano ambasciate, vanno in persona ad implorare nient'altro che pace e giustizia; al più mettono insieme un pugno di armati per pura difesa. Fra questi tre, intenti a conservare o sottomettere il nostro paese, stanno milioni d'Italiani, la cui sorte si decideva nei coloro dibattimenti, e che col papa pregavano e piangevano; dal re e dall'imperatore erano spogliati ed uccisi. Quanto non avevano sofferto sotto quel dominio, greco, lontano, irresoluto, arrogante, tiranno delle coscienze, peggiorato dalla ingordigia e prepotenza dei ministri, i quali non isdegnavano farsi satelliti ed assassini per obbedire! quanto non avrebbero dovuto soffrire cadendo sotto questi altri Longobardi, che ai loro fratelli toglievano e leggi e terre e magistrati e la compiacenza del nome italiano! Perocchè i Longobardi, come avviene di un governo militare, in tanti anni di dominio non s'erano punto naturati al nostro terreno, e il nome loro sonava così terribile, che i paesi cui si accostassero avventavansi alle armi per quanto lungamente disusate, onde respingere le stragi e l'oppressione serbate ai vinti.
Se speranza di risorgimento, o almen di sollievo restava agl'Italiani, non potevano appoggiarla se non su quel pontefice, che da lungo tempo consideravano come loro rappresentante, tutore dei loro diritti, l'unico che sapesse consolare gli oppressi e intimar giustizia agli oppressori; pontefice, che pel carattere suo doveva essere più giusto, più mansueto; che faceva ancora venerato a tutte le nazioni quel nome romano che, per altrui cagione, era in estremo vilipendio.
In quei tempi ordinati e sonnolenti, nei quali la dotta inerzia non sapeva aspettar bene se non dai re, gli scrittori serbarono ogni simpatia e raffinarono ogni sofisma a favorire il concentramento dei poteri e l'onnipotenza delle corone, e quindi non rifinivano d'imprecare al pontefice, il quale, col chiamare i Franchi, impedì che tutta Italia cadesse sotto la dominazione de' Longobardi. Per noi sussiste un altro criterio, il voto del popolo[198]; e lo storico imparziale deve guardare qual fosse la causa, il cui trionfo scemasse le lacrime e le ingiustizie tra la moltitudine.
Dopo undici secoli stando tranquillamente a narrare le vicende d'allora, si può intrepidamente riprovare i padri nostri perchè non si siano sottomessi in tutto ai Longobardi, lo che avrebbe dato all'Italia quell'unità che, fra i patimenti conseguita, rese poi forti e stimate Francia ed Inghilterra mercè la dominazione di Barbari. E forse argomentarono così quegli stessi, che non hanno abbastanza lacrime per deplorare la caduta dell'imperio romano, o abbastanza ira contro lo straniero che oggi volesse sottomettersi una nuova provincia, anzi una sola fortezza italiana. Poniamo che costoro conoscano di certa preveggenza come sarebbero procedute le cose: ma se i re si tengono in diritto di sagrificare la generazione presente per l'avvenire, se imprese micidiali riescono a vantaggio, chi potrà pretendere che un popolo volontariamente si sottometta a crudelissima oppressione in vista d'un avvenire che non conosce, e della prosperità che possa derivarne ai nipoti?
Ma sarebbe derivata? Se i Longobardi spegnevano in Italia i resti della civiltà romana, sarebbe uscita mai di qui la luce che poi irradiò la restante Europa? Se sulla ragione politica inesperta e feroce di quei tempi non avesse dominato quel potere moderatore che allora la Chiesa assunse anche nelle cose temporali, sarebbero, di sotto all'irrefrenato dominio militare, giunte a ben composta nazionalità la nostra e neppur le altre genti?
Chiudere gli occhi a ciò che fu, per almanaccare ciò che avrebbe potuto essere, non è da storico: ma chi deplora le miserie posteriori della nostra patria, condotte da troppo fieri casi e da infamie e violenze che sono scritte nel libro dell'ira di Dio qual espiazione o preparamento, deh voglia avvicinarsi a quei tempi, e vedere come, col non lasciar cascare tutta Italia sotto i Barbari, e col farla poi centro del rinnovato Impero, vi si sieno conservate le istituzioni antiche e le migliori tradizioni dell'intelletto e della vita; le quali appurate, le fruttarono commercio, dottrina, incivilimento, libertà, e il vanto di star maestra e modello delle altre nazioni. Ora questo splendido rinnovamento saria stato possibile sotto il dominio uno, fiero, avvilente degli stranieri?
E se l'Italia non fu una, chi vorrà riportarne la causa fin a quei tempi e a quel dominio? Non era stata una sotto il goto Teodorico? e la costui origine e la personale inclinazione agevolavano la mistione coi vinti: eppure quel dominio fu abbattuto non da nuovi Barbari, ma dalla pretesa restaurazione romana, da ciò che poi fu pompeggiato col titolo di nazionalità. Avrebbe ella retto allo sminuzzamento, che dappertutto recò di poi la feudalità? avrebbe retto ai micidiali amori degli stranieri, quando nel secolo XVI Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, Ungheresi, Svizzeri, Turchi vennero a saziar l'ambizione e l'avidità sulla patria nostra, mentre da Roma echeggiava inutile il grido di Giulio II perchè si cacciassero i Barbari?
Nè i Longobardi si erano messi in via di congiungere tutta Italia. Sulle prime li vedemmo persecutori del clero; e anche il loro duca Gumaritt, devastata tutta la maremma volterrana, obbligò san Cerbone vescovo di Populonia a ricoverare col suo clero nell'isola d'Elba, come quel di Milano era rifuggito a Genova. Dappoi, quantunque convertiti alla fede romana, e abbondanti in devozioni e monasteri, tennero il clero in gelosa tutela, quale appena soffrirebbero i moderni[199]; l'ambizione di estendere sopra nuovi paesi, pel solo diritto della conquista, il mal governo che facevano della Longobardia, li pose in urto col pontefice; e poichè questo era dai Romani considerato come il loro rappresentante, doveva ne' soggiogati crescere l'aborrimento verso una nazione che con minaccie ed armi rispondeva alle preghiere e ai consigli di quello. Nella contesa, il clero, diffuso fra gl'italiani per mitigare i guai che toccano al vinto, riceveva come suoi gli affronti fatti al suo capo, ed abituava i fedeli a risentirsene, come le membra patiscono dei colpi dati alla testa.
Se poi i liberatori tutti del nostro paese, da allora fin a jeri, sempre ricorsero a stranieri, sempre, è una di quelle complicazioni, che è facile e perciò consueto battezzare col nome di fatalità.
Senza dunque addebitare a un popolo le lontane e incerte conseguenze del suo procedere, a noi pare che, pel diritto imprescrittibile della conservazione, lo Stato romano, minacciato di cadere in servitù straniera, potesse difendere la propria indipendenza, appoggiandosi a chi glie l'assicurava.
In Francia Pepino il Piccolo, nella saldezza dei trentasett'anni, vincitore di molte guerre, temuto dai vassalli, caro al popolo e ai soldati per modi affabili, al clero per averlo rintegrato delle usurpazioni di suo padre, di re aveva tutto fuorchè il nome; già i Franchi notavano gli atti cogli anni del suo principato; a lui solo volgeano le domande e i richiami; a lui ogni onoranza; i grandi del regno un dopo l'altro erano venuti a sua dipendenza, e dal giuramento di fedeltà restavano legati ad esso, più che agl'imbelli discendenti di Clodoveo. La nazione, che, come tutte le germaniche, conservava il diritto di elegger il capo, voleva ormai che la finzione facesse luogo alla realtà, e il titolo di re avesse chi di re esercitava l'autorità; onde Pepino si fece ungere dal più riverito sacerdote d'allora, san Bonifazio apostolo della Germania.
La nuova dinastia Franca era così avvicinata al papa, sì per l'antico titolo di cristianissima, sì perchè recentemente consecrata, e sì pel missionare che facea le genti idolatre. Quando dunque Stefano II venne per soccorsi, il nuovo re mandò fin a San Maurizio incontro al pellegrino apostolico il figlio Carlo, che poi dovea dirsi Magno, il quale ne precedette il carro a piedi fino alla sua casa di Pontion. Ivi Pepino scavalcato si umiliò davanti a lui come a capo della Chiesa, coi figli e i grandi del suo seguito; e condottolo ad alloggio nella badia di san Dionigi, gli prodigò assistenza durante una malattia cagionata dai crucci dell'animo e dagli stenti del viaggio. Il papa prostrossi con tutto il clero coperto di cenere e cilizio davanti a Pepino finchè n'ebbe promessa di soccorsi: allora per riconoscenza unse di nuovo re de' Franchi lui e i due figli Carlo e Carlomanno, e li intitolò patrizj di Roma.
Come tale, Pepino diveniva protettore uffiziale della santa sede, e obbligato a soccorrerla contro i Longobardi. Ma prima di respingerne l'armi coll'armi volle esperire le vie amichevoli, e spedì a re Astolfo, esibendo dodicimila soldi d'oro se rinunziasse alla Pentapoli ed altre terre[200]; ricusato (753), fece proclamare la guerra. Al bando accorsero i signori Franchi in grosso numero; forzarono il passo di Susa che da cencinquant'anni separava i due popoli rappacificati, e chiusero Astolfo in Pavia, il quale allora si piegò ad un accordo, obbligandosi di rimettere a Pepino l'Esarcato e la Pentapoli (754). E Pepino li donò alla repubblica e alla Chiesa romana ed a san Pietro, cioè a dire al pontefice, il quale fu rimesso in Roma.
Tale principio ebbe la dominazione temporale dei papi, i quali, sebbene capi della Chiesa, non aveano fin allora veruna sovranità, essendo il regno loro assiso altrove che in terra. È un sogno di tarda composizione il dono che Costantino il Grande fece a papa Silvestro, ma sta che i papi teneano vaste possessioni; al tempo di Gregorio Magno contavano ventitrè patrimonj in Italia, nelle isole del Mediterraneo, in Illiria, in Dalmazia, in Germania e nelle Gallie; e basti nominare quello estesissimo delle alpi Cozie, che alcuno vorrebbe abbracciasse anche Genova e la Riviera di ponente. In questi tenimenti, giusta il diritto romano, aveano giurisdizione sopra i coloni, e per conseguenza magistrati, appelli, prigioni; anche altrove, nella trascuranza dei lontani imperatori, esercitavano qualche atto di sovranità; e porzione ne godeano in Roma come primi cittadini. Solo però la donazione di Pepino collocò i papi fra i principi della terra: e poichè sopra di essa fondasi il dominio più antico d'Italia, e tanto ne restò avviluppata la successiva fortuna del nostro paese, dovette naturalmente fermarvisi l'attenzione degli storici e de' pubblicisti.