Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 14

Chapter 143,655 wordsPublic domain

L'audace Grimoaldo, cresciuto in età, fu posto duca di Benevento, e a lui Gondiperto mandò chiedendo soccorsi: ma l'infido ambasciadore lo persuase a venir sì, ma per esterminare entrambi i principi stranieri, e recarsi in mano un regno che avea mestieri di robusti campioni, non di fanciulli. La proposta era conforme al genio di Grimoaldo; che presto regnò, essendo Gondiperto ucciso dal traditore Garibaldo. Pertarito, come udì che Pavia si era resa al ribelle, vilmente fuggì, lasciata a Milano la moglie Rodelinda e il fanciullo Cuniperto, che da Grimoaldo furono spediti a Benevento. Pertarito ricoverò presso il kacano degli Avari; il quale ricusò un moggio d'oro che Grimoaldo gli offeriva se gli consegnasse il ricoverato; pure insinuò a questo di abbandonare le sue terre. E Pertarito osò rientrare in Italia e confidarsi alla generosità del nemico, e giunto a Lodi, mandò a chiedergli sicurezza. Piacque l'atto a Grimoaldo, che gli promise salvezza ed agi; ma poi vedendolo ben accetto ai Longobardi, che in folla accorreano a visitarlo, ne prese ombra, e pensò torlo di mezzo. Lo fe dunque circondare nel palazzo assegnatogli in Pavia; ma Unulfo, suo fedele servitore, travestitolo da schiavo e fingendo cacciarlo a mazzate, il campò di mezzo alle sentinelle, e calollo dalle mura nel Ticino, donde passò ad Asti, e di quivi in Francia. Intanto il guardarobiere, chiusosi nella camera di Pertarito, ai soldati spediti a prenderlo pregava indugiassero finchè colui avesse digerito il troppo vino: alfine fu scoperta la pietosa frode, e Grimoaldo la perdonò, e volle tra' suoi Unulfo. Saputo poi che questo erasi ritirato nella basilica di san Michele, lo affidò della sua parola, e rimandollo col guardarobiere e con molti doni al sempre desiderato padrone.

Grimoaldo, vigoroso di braccio, tenace di proposito, mantenne l'ordine nell'interno (662); avversissimo ai Romani, distrusse la risorta Oderzo per vendicare i suoi fratelli ivi uccisi; respinse i Franchi venuti per restituire Pertarito. Onde assicurarsi il titolo di re, avea costretto una sorella dei predecessori a sposarlo, e dato ai duchi tali privilegi, da renderli quasi indipendenti e snervare la monarchia. D'altra parte, compiuta allora la conversione de' Longobardi, acquistava preponderanza il clero, e per esso il papa; i quali miravano a conservare ciò che i conquistatori a distruggere, la nazionalità italiana.

Grimoaldo avea lasciato duca di Benevento suo figlio Romoaldo; onde l'imperatore Costante II, che s'era fatto esecrare a Costantinopoli col perseguitare i Cattolici, pensò redimersi del pubblico obbrobrio coll'assalire quel fanciullo, a titolo di sbrattare l'Italia, e rinnovarvi l'imperio romano, o fors'anche restituirne la sede a Roma dove credeasi più sicuro. Armato in Sicilia e sbarcato a Taranto, chiamò attorno al drago imperiale le guarnigioni delle città marittime, e con esse marciò sopra Benevento (663). Il giovinetto Romoaldo valorosamente si difese, ma ridotto agli estremi, cercava patti. Re Grimoaldo accorse in ajuto del figliuolo, e mandò innanzi Sesualdo, balio di questo, per avvertirlo del suo avvicinarsi. Sesualdo cadde in potere dei Greci, i quali lo obbligarono a dire agli assediati, non dovessero sperare verun soccorso. Egli promise: ma invece confortò Romoaldo a durare, giacchè suo padre avvicinava; tenesse raccomandati la moglie e i figli suoi, ch'egli era certo di non sopravivere. Di fatto Costante fe mozzarne il capo e balestrarlo in città: poi levò il campo al sopragiungere di Grimoaldo, il quale rincacciò i nemici sin presso Formia, e il sconfisse.

I Beneventani conservavano riti superstiziosi; adoravano immagini di serpenti; ad un albero sacro attaccavano un pezzo di cuojo, poi correndo a briglia sciolta e scagliando dardi all'indietro, chi così riuscisse e staccarne alcun pezzo, sel mangiava per devozione. Il pio Barbato che poi vi fu vescovo, predicava contro tali idolatrie, e Romoaldo gli promise estirparle se Dio gli desse vittoria. Liberato Benevento, osservò la promessa, e Barbato di propria mano recise l'albero sacrilego. Saputo però che Romoaldo teneva ancora nel suo gabinetto un serpente d'oro, persuase Teodorada moglie di lui a consegnarglielo, e ne fa fare un calice e una patena. Romoaldo non solo nol punì, ma gli offerse estesissimi poderi; ed esso li ricusò, sol cercando aggregasse alla sua diocesi Siponto, dov'era la grotta di San Michele.

Costante II, giacchè non sapeva vincere nemici, volle spogliare sudditi inermi, e gettatosi su Roma, derubò quel ch'era avanzato delle depredazioni anteriori. Non saziato dai doni di papa Vitaliano, si prese tutto il bronzo del Panteon, perfino il copertume metallico, e recò le prede in Sicilia. Ma quando veleggiavano per Costantinopoli, una squadra saracina le assalì e portolle in Alessandria, donde forse alcune di esse erano un tempo passate a Roma.

Sei anni rimase quell'imperatore in Siracusa, facendola soffrire de' suoi capricci (668), finchè un Mesenzio lo assassinò, credendo ben meritare perchè eretico[184]. Costantino Pogonato suo figlio, raccolta gran gente dall'Istria, dalla Sardegna, dall'Africa, piombò sopra Siracusa, uccise Mesenzio ch'erasi dichiarato imperatore, e la testa di lui e degli altri congiurati mandò a Costantinopoli. Ma intanto Romoaldo avea pensato vendicarsi dell'aggressione, e a capo d'una ciurma di Bulgari tolse all'Impero le città di Bari, Taranto, Brindisi e Terra d'Otranto, conquiste che non potè conservare.

I Bulgari erano gente sottoposta un tempo agli Avari, dai quali riscossasi, devastò l'Impero, e offrivasi a servigio di chi la pagasse. Alquanti di essi aveano ottenuto i deserti territorj di Supino, Bojano, Isernia, con giurisdizione signorile, dipendente però dal duca di Benevento, e vi conservavano la patria lingua. Al modo stesso nell'alta Lombardia voleano piantarsi gli Avari, chiesti da Grimoaldo contro il ribellato duca del Friuli; ma il re li respinse.

Morto questo (671), i duchi irrequieti deposero il figlio Garibaldo, e richiamarono Pertarito dall'esiglio al trono. Con erigere Sant'Agata in Monte e Santa Maria in Pertica[185] a Pavia, attestò la sua gratitudine a Dio che l'avea campato da tanti pericoli, e quindici anni regnò, osservante della giustizia, limosiniero, istruito dalla sventura a non abusare della prosperità. Ma due fazioni, una contraria, l'altra seconda a questi re bavaresi, non cessavano di rimescolare il regno. Mal seppe destreggiare Cuniperto, figlio di Pertarito (686); sicchè i duchi di Benevento e di Spoleto fin l'ombra cessarono di dipendenza.

Altrettanto di propria balìa operavano i duchi del Friuli, posti come sentinella avanzata contro nuovi invasori d'Italia. Fra quelli nomineremo Ferdolfo (694), che provocò gli Schiavoni tenendosi certo di vincerli; ed essi vennero, e cominciarono a rubare le pecore. Lo scultascio Argaido, nobile e prode uomo, uscì loro incontro, ma non potè raggiungerli; e il duca lo rimproverò d'averli lasciati sfuggire, dicendo che ben gli stava il suo nome, derivato da arga, che in longobardo vale poltrone. Argaido replicò: — Voglia Dio chiarire qual di noi due sia più poltrone». Pochi giorni dopo, gli Schiavoni tornarono grossi, ed accamparono s'un'altura. Ferdolfo ronzava a piè di quella, divisando i modi di assalirla, quando Argaido gli rammentò l'ingiuria; e — Maledetto da Dio chi di noi sarà l'ultimo ad assalire gli Schiavoni». Spronato, salì per la montagna, e Ferdolfo altrettanto; ma gli Schiavoni rotolando sassi uccisero quei due e la nobiltà che li seguì. Così il puntiglio, come altre volte, recò a rovina il paese.

Anche il poderoso Alachi duca di Brescia (688), ingrato a Cuniperto, tramò con Aldone e Gransone, primarj cittadini, e usurpò il titolo regio; ma ben presto disgustò il vescovo di Pavia e altri signori longobardi. Un giorno, numerando certe monete, gliene cascò una; e al giovinetto figlio di Aldone ivi presente che gliela raccolse, disse: — Di queste tuo padre ne ha d'assai, e presto diverranno mie». Il fanciullo riferì quel motto al padre, che prevenne la minaccia col richiamare Cuniperto dalla piccola e forte isola del lago di Como. Venne questi, e scontrato Alachi alla Coronata (Cornate) presso l'Adda, lo sfidò a duello; ma Alachi riflesse: — Costui è ubbriacone, ma robustissimo della persona. Vivo suo padre, trovandosi in palazzo certi montoni di smisurata grossezza, li sollevava col braccio teso; ed io non potevo altrettanto».

Men codarda ragione addusse quando, di nuovo esortato a duellar col nemico, rispose che negli stendardi di quello vedeva l'effigie dell'arcangelo Michele, davanti al quale esso gli avea giurato fedeltà. Il rifiuto svolse da lui molti de' fedeli, i quali unico merito riconosceano la forza. Al contrario, Cuniperto era amatissimo da' suoi; tanto che Zenone diacono della chiesa di Pavia volle assumere la veste di esso, per trarre contro di sè l'attenzione e le armi del nemico, e così sviarle dal vero re; e di fatto rimase ucciso. Ma i Longobardi s'infervorarono alla battaglia, e ucciso Alachi, e tuffatone l'esercito nell'Adda, assicurarono a Cuniperto la vittoria e il regno.

Cuniperto, diffidando de' bresciani Aldone e Gransone, pensava torli di vita, e ne divisava i modi col suo cavallerizzo, allorchè sulla finestra venne a posarsi un moscone, e il re con una coltellata gli levò una gamba. Intanto i due fratelli, com'erano soliti, s'avviavano alla reggia, quand'ecco uno privo d'una gamba gli avvisa del pericolo che correano, sicchè essi rifuggono in una chiesa. Il re, dubitando che alcuno de' suoi fedeli gli avesse ammoniti, invia a prometter loro sicurezza se indichino da chi ebbero l'avviso; ed essi confessano averlo avuto da uno zoppo sconosciuto. Cuniperto, ricordatosi del moscone, comprese che quello era uno spirito maligno, che avea spiato i secreti di lui per rapportarli.

Paolo Diacono riferisce ciò in tutta serietà; e sopra storici siffatti siamo costretti tessere la storia. Agnello, che scrisse le vite degli arcivescovi di Ravenna, ha racconti dello stesso calibro: e ne basti uno. Giovanni, abate del monastero di San Giovanni presso Ravenna, molestato dall'esarca, andò a Costantinopoli e si pose sotto al palazzo cantando versetti di salmi, finchè l'imperatore il fe chiamare, e intesone le ragioni, gli diede una commendatizia per l'esarca. Al domani stesso scadeva il termine da questo prefisso ai monaci per addurre le loro ragioni; onde l'abate struggevasi di ritornare al più presto, ma non trovò nave. Dolente passeggiava sul lido, quando gli si affacciarono tre uomini nerovestiti, e udito il suo rammarico, gli promisero rimetterlo a casa il domani, se facesse com'essi gli diceano. E gli diedero una verga, colla quale delineasse sulla sabbia una barca, colla vela e colla ciurma: poi vollero si collocasse in un letto nella sentina, e per rumori e turbini che intendesse, non si sgomentasse nè facesse il segno della croce. Come detto così fatto: il fracasso fu indescrivibile; ma a mezzanotte egli si trovò sul tetto del suo monastero. La meraviglia dei monaci e dell'esarca lascio immaginarla: egli raccontò la cosa all'arcivescovo, che gl'impose una penitenza.

Ciò che risulta da queste baje è che gl'italiani stavano altrettanto male sotto i Longobardi che sotto i Greci. Cuniperto, tenuto il regno dodici anni, lo trasmise al giovinetto figlio Liutperto (700), sotto la tutela del nobile e saggio Ansprando. Ma in breve da Ragimperto duca di Torino ne fu spodestato, poi ridotto prigioniero e ucciso da Ariperto II (701), figlio e successore di quello, che dovette continuamente lottare contro altri duchi: regni brevi, successioni tempestose, che toglievano d'invigorire la monarchia. Ansprando, tutore di Liutperto, erasi rifuggito nell'isola Comacina, ma assalito da Ansperto, passò in Baviera. Ariperto si svelenò contro gli amici di Ansprando, al figlio di esso fe cavar gli occhi, alla moglie e alla figliuola mozzar il naso e gli orecchi. Ma Ansprando coi Bavari rivalicò le Alpi, e vinse Ariperto (712), che guadando il Ticino a Pavia affogò, ultimo degli Agilulfingi in Italia. Dicono uscisse travestito per intendere quel che di lui si dicesse: agli ambasciadori stranieri mostravasi in abito dimesso e con pelliccie volgari e volgari imbandigioni, per non allettarli alle squisitezze italiane. Ma queste voglionsi difendere con valorosa concordia, piuttosto che celare con pusillanime astuzia.

I Longobardi unanimemente acclamarono il prudente Ansprando, che regnò soli tre mesi[186], ma vide eletto a succedergli suo figlio Liutprando, che in trentadue anni di regno rinnovò lo splendore della signoria longobarda. Le prime cure applicò a riformare lo Stato, comprimendo le rinascenti sollevazioni anche col supplizio d'alcuni duchi; molti castelli tolse ai Bavari, che forse meditavano recuperare il trono; si tenne buoni i Franchi e gli Avari, e dettò leggi prudenti, in capo alle quali s'intitola _cristiano e cattolico, re dei Longobardi a Dio diletti_. Coraggioso fin alla temerità, udito che un Rotari suo parente avea disposto di ucciderlo in un convito, lo chiamò a sè, e tastato se veramente portasse il giaco di ferro sotto ai panni, respinse colla propria la spada che costui trasse, e lo fece uccidere. Saputo che due gasindi gl'insidiavano i giorni, gl'invita a caccia, ed appartatosi solo con essi soli, rinfaccia il perverso consiglio; indi gettate le armi, — Ecco il re vostro; fatene secondo vi piace». Vinti al generoso e franco atto, gli caddero a' piedi, ed esso li perdonò e beneficò. Anche colla Chiesa stette in armonia, e confermò il dono di molti beni nelle alpi Cozie, fattole da Ariperto II. Rintegrato l'ordine e l'obbedienza, svelto ogni seme delle guerre civili, ridrizzò l'animo al disegno de' suoi predecessori, d'unire tutta Italia snidando i Greci. E la fortuna parve mandargliene il destro.

CAPITOLO LXVII.

Gli Iconoclasti. Origine della dominazione temporale dei papi.

L'imperio romano continuava colle antiche forme a Costantinopoli, ma sempre più fievole e minacciato da diversi nemici, ai quali vennero ad aggiungersi i Musulmani. Maometto avea predicato agli Arabi (622) una religione, di dogmi semplicissimi, ridotti quasi solo alla unità di Dio; di morale condiscendente e sanguinaria, giacchè ripristinava la pluralità delle mogli e il diritto della forza, che il cristianesimo avea sbanditi. Subito i suoi discepoli, armati di scimitarra e d'intolleranza, uscirono dalla penisola natia gridando, — Non v'è altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta»; e vedendo non potere dar trionfo alla loro se non soffocando ogni altra civiltà, diressero le prime offese contro i luoghi dov'era nata la religione cristiana, occupando Gerusalemme e la Palestina, poi con una spaventevole rapidità ebbero sottoposto gran parte dell'Asia, il lembo settentrionale e l'orientale dell'Africa, e minacciavano l'Europa dai due lidi che più l'avvicinano, dallo stretto di Gibilterra verso la Spagna, e dall'Ellesponto verso Costantinopoli. L'Impero, spogliato per essi delle sue più belle provincie, videsi ridotto a difendere la capitale, che più volte assalita, si sosteneva per la felicissima postura.

A sì gravi frangenti mal bastavano i discendenti d'Eraclio, che deboli, litigiosi, disumani, peggioravano la condizione de' paesi a loro soggetti, fra' quali mezza l'Italia. Terminata la loro stirpe, seguirono imperatori elettivi; e Leone, pastore d'Isauria mutatosi in guerriero, avea tanto ben meritato col combattere Bulgari e Saracini, che fu portato imperatore (717). La prodezza di lui prometteva un difensore valente, l'operosità un egregio amministratore, un buon fedele l'aver ai vescovi giurato di rispettare i concilj e le decisioni della Chiesa: ma riuscì troppo lungi dalle speranze, e sul trono già turbato da tanti eretici, egli volle comparire eresiarca.

Nessuno ignora quanto abborrimento il legislatore degli Ebrei avesse a questi ispirato contro ogni immagine d'uomini o della divinità, conoscendoli propensi a confondere la rappresentazione col rappresentato. I Cristiani, usciti dalla sinagoga, probabilmente rifuggirono sulle prime dall'effigiare Dio e i Santi: ma oltre esser naturale nell'uomo il venerare le sembianze delle persone o care o stimate, già usavano i Romani una specie di culto ai ritratti degl'imperatori e vivi e morti; onde i Cristiani, intenti a volgere alla verità gli stromenti della menzogna, è probabile che presto effigiassero Cristo e gli Apostoli. Può l'ignoranza essere trascorsa a confondere la copia coll'originale, e prestar adorazione a ciò ch'era destinato unicamente ad elevare le aspirazioni verso l'Ente supremo; laonde alcuni Padri e concilj riprovarono le immagini, o per genio particolare, o per ispeciale pericolo che ne scorgessero: però la Chiesa, che, immobile nel dogma, piegasi nei riti e nella disciplina alle opportunità dei paesi e de' tempi, trovò soverchio questo rigore quando ne fu cessata la ragione, cioè il timore dell'idolatria. Allora si moltiplicarono le figure dei Santi e del Salvatore, e le storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, opportune a dare alle arti il pascolo, che fin allora avevano tratto dal gentilesimo, ed allettare gli occhi dei Barbari, a cui talvolta la curiosità d'intendere il componimento di quelle pitture serviva d'avviamento a conoscere le morali verità del Vangelo. Qual cosa umana va esente da abusi? e questi mossero alcuni a riprovare quel culto, e viepiù quando i Maomettani, aborrenti dall'effigiare la divinità, lo rinfacciavano ai Cristiani come idolatria: laonde Leone Isaurico, valendosi dell'autorità che gl'imperatori si arrogavano sopra le cose ecclesiastiche, lo proibì, e violentemente distrusse le effigie devote.

Le coscienze si rivoltano sempre contro chi pretende forzarle; e il popolo che era affezionato a quelle devote e antiche rappresentazioni, levò d'ogni parte mormorii; quantunque i prelati greci apparissero troppo spesso ligi all'imperiale volontà, il patriarca Germano protestò contro l'incompetente decreto, e ne scrisse al papa e ad altri vescovi, appoggiando il culto delle immagini colle ragioni, coll'autorità, coi miracoli per esse moltiplicati. La violenza chiama violenza; e il popolo, sturbato nelle sue devozioni, insorse a furia contro lo spezza-immagini (_iconoclasta_); dovunque i messi di lui si presentassero ad abbatterle, il popolo toglieva a difenderle a pugni, a sassi, a coltelli; e l'imperatore per esser obbedito bandì il patriarca, moltiplicò i rigori e i supplizj.

L'Italia greca ne toccava la sua parte; e avendo papa Gregorio II esposta all'imperatore la dottrina della Chiesa su questo punto, l'Iconoclasta per tutta risposta raddoppiò intimazioni d'obbedire o guai. I Ravennati non poterono reggere a questo rinforzo di tirannia, e levato popolo, trucidarono l'esarca e chi per lui; altrettanto fecero i Napolitani; e il loro duca Esilarato, venuto per assassinare il papa, fu col figliuolo ucciso dai Romani, che insorti a difendere nella persona del pontefice la religione e le franchigie loro, espulsero il greco governatore. Per tutta l'Italia imperiale si propaga la rivolta; una di quelle che riescono, perchè determinate da sentimento di giustizia e di religione, non da sottigliezze che il popolo non intende, e da cui non ha profitto. Armati per propria difesa, ricusando il peccato e il tributo, non versano altro sangue se non quello che difficilmente si può risparmiare in un primo e contrastato bollimento popolare[187]; abbattono le statue dell'augusto; e accordandosi di più non voler affari con questi Greci, temuti come tiranni, spregiati come deboli, aborriti come eretici, eleggono magistrati nazionali in luogo di quei che venivano da Costantinopoli o da Ravenna, e risolvono nominare un imperatore che sieda a Roma e osteggi Leone.

Tanto l'ambizione dei papi rimase estranea a questo spontaneo moto, che Gregorio intercesse per Leone[188], sperando si convertirebbe alla verità; per sue insinuazioni a Roma fu conservata, a Napoli restituita l'autorità imperiale. Vero è però che, nel fiaccarsi dell'imperiale arbitrio, ripigliavano vigore gli ordinamenti municipali, e quindi l'autorità de' pontefici: nobili, consoli e popolo ebbero ricuperato la rappresentanza loro quando furono raccolti a concilio per condannare l'opinione, che ad essi l'imperatore comandava. Civitavecchia fu munita, e in nome del ducato romano conchiusa alleanza coi Longobardi meridionali, pur conservando l'esteriore soggezione all'Impero. Gregorio fu dunque il primo di que' pontefici che, ne' tempi nuovi, rannodarono la federazione italiana; sotto la religiosa sua presidenza unendo le città che non voleano ricevere il giogo longobardo, nè sopportare il greco.

Profittò di questi sovvertimenti re Liutprando, e con aspetto di favorire l'equità e la libertà di coscienza, assalse ed occupò Ravenna[189]; Bologna e la Pentapoli (728): ma i Veneziani, sollecitati dal papa contro questi Barbari, mandano il doge Orso Participazio, il quale piomba sul re longobardo, lo sconfigge, ne fa prigione il nipote, e sgomberata Ravenna, vi insedia l'eunuco Eutichio, speditovi esarca da Costantinopoli. Liutprando, il quale avea sperato che nel pontefice la recente offesa potesse più che il bene generale della penisola, al trovarsi deluso s'accannisce, conchiude pace con Eutichio, promettendo dargli mano a sottoporre i riottosi, purchè a vicenda egli il soccorra contro i duchi di Spoleto e di Benevento, sollevati a favore di Roma. Riuscita l'impresa, i due eserciti congiunti si difilano sopra Roma, per punirla entrambi d'opposti torti; i Greci dell'avere disobbedito all'imperatore, i Longobardi dell'essergli rimasta fedele. Il papa, venuto al campo nemico, parlò a Liutprando con tale pietà, che questo, il quale pur confessava legalmente la supremazia del papa[190], se gli gettò ai piedi promettendo non far male ad alcuno; e seco entrato nella basilica Vaticana, sul corpo de' santi Apostoli depose in dono il manto reale, i braccialetti, l'usbergo, il pugnale, la spada dorata, la corona d'oro, la croce d'argento.

Ma l'imperatore di Costantinopoli continuò a vessare il papa, il quale gli scrisse risentito, rinfacciandogli l'ignorante sua presunzione, e minacciando la rivolta di tutta Italia: — Voi imperatore, voi capo dei Cristiani, perchè non interrogaste uomini addottrinati ed esperti? ei v'avrebbero insegnato che, se Dio proibì d'adorare le opere degli uomini, fu in riguardo degli idolatri che abitavano la terra promessa. Solo l'ignoranza può farvi credere che noi adoriamo pietre, muraglie, tavole: noi lo facciamo unicamente per rimembrare coloro di cui queste portano il nome e le sembianze, e per elevare il nostro spirito torpido e grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in esse fiducia; ma a quella di nostro Signore diciamo, _Signor Gesù, soccorreteci e salvateci_; a quella della sua santa madre, _Santa Maria, pregate il figliuol vostro che ci salvi le anime; se è d'un martire, Santo Stefano che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e presso lui tanta grazia avete, pregate per noi_».

Prete Giorgio, che dovea portar questa lettera all'imperatore, per via fu còlto dai soldati imperiali che lo cacciarono prigione, dopo toltogli il dispaccio; e l'Isaurico rispose: — Manderò a Roma a sfrantumare l'immagine di san Pietro, e fare con papa Gregorio come Costanzo con papa Martino, portandolo via carico di catene». Ma Gregorio replicava: — I pontefici sono i mediatori e gli arbitri della pace fra l'Oriente e l'Occidente, nè le minaccie vostre ci sbigottiscono. A poche miglia da Roma siamo in sicuro. Gli occhi delle nazioni stanno fissi sopra la nostra umiltà; esse riveriscono quaggiù come un dio l'apostolo san Pietro, di cui voi minacciate frangere la figura: i regni più remoti d'Occidente tributano omaggio a Cristo e al suo vicario; voi solo state sordo alle sue voci. Se persistete, ricadrà su voi il sangue che potesse versarsi».