Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 13
Nella peste d'allora introdusse la processione che ancora si fa al san Marco, col nome di Litanie maggiori: primo segnò i brevi col giorno e il mese al modo odierno. La Chiesa non era fin qua riuscita a recare anche nella liturgia quell'unità che è suo carattere; e Gregorio pensò farlo col _Sacramentario_, il quale col suo _Antifonario_ delle parti della messa che doveansi cantar in note, e col _Benedizionario_ costituisce il messale romano.
Nel sinodo Romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e sacerdoti il dissolversi nella vanità d'imparare la musica, sconvenendo al maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi e ne' gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane virtù. Pertanto deputa suddiaconi e cherici inferiori a cantare i salmi e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato; a tal uopo istituendo scuole, ch'egli in persona dirigeva, e che duravano ancora trecent'anni dipoi.
Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non sieno che ripetizione dei sette primi, divisò che sette segni bastavano per tutt'i toni, purchè si replicassero alto e basso, giusta l'estensione del canto, delle voci e degli stromenti[174]. Quella maestosa melodia, ove ci furono conservate preziose reliquie dell'ammirata musica antica de' Greci, crebbe splendore al culto divino, con motivi semplici e grandiosi, che poi s'andarono dimenticando fin alla profanità de' nostri giorni, in cui la devozione è distratta da arie guerresche e da teatrali.
Gregorio fra tante occupazioni trovò tempo a scrivere moltissime opere, le quali, non men che le sue virtù, gli procacciarono il cognome di Magno. Le lettere, concernenti per lo più la disciplina, provano quanto instancabile adoperasse a governare la Chiesa e a fondo si conoscesse delle divine leggi e delle umane. Commentò Giobbe ed Ezechiele, e fece omelie sopra gli Evangeli. A Giovanni arcivescovo di Ravenna diresse la _Regola pastorale_, in quattro parti trattando per quali vie s'entri al santo ministero, quali i doveri, come istruire i popoli, e applicarsi alla propria, mentre s'attende alla santificazione di quelli, affine di non perdere, per segreta compiacenza di sè, il premio degli sforzi fatti. L'imperatore Maurizio ne volle copia, e la mandò ad Anastasio patriarca d'Antiochia, da mutare in greco e diffondere per le chiese d'Oriente: re Alfredo la tradusse in sassone pei vescovi d'Inghilterra: le chiese di Spagna e di Francia la proposero per modello ai vescovi, e Carlo Magno e i suoi successori nei capitolari non rifinano di raccomandarla.
Nei Dialoghi narra molte e troppe storie maravigliose di santi italiani, a provare le verità fondamentali per mezzo di rivelazioni fatte da morti risorti e simili casi. Il santo il quale nelle opere sue mostrasi tutt'altro che dappoco, e cita ogni volta da chi gl'intese, s'acconciò al gusto del suo secolo e alla capacità di quelli cui destinava l'opera: e in fatto essa levò immenso grido; mandata a Teodolinda, contribuì assai a convertire i Longobardi, sopra cui cadevano molti dei miracoli ivi narrati; fin in arabo fu tradotta; ai Greci piacque tanto, che Gregorio n'ebbe tra loro il soprannome di _Dialogo_.
Compose inni[175]; aprì scuole; si fece dipingere nel monastero di sant'Andrea a Roma; e nelle copie divulgatesi di quel ritratto soleasi sovrapporgli alla testa lo Spirito Santo in forma di colomba: altra prova che la pittura usavasi in quei tempi.
Eppure v'è chi lo intitola l'Attila della letteratura, dicendo ordinasse l'incendio della biblioteca Palatina, e distruggesse i monumenti della grandezza romana, acciocchè la loro ammirazione non distraesse dal venerare le cose sante. Forse era egli sovrano di Roma da poter ciò? Ben è vero che si mostrò avverso agli antichi autori, forma e null'altro, e pericolosi per lo allettamento del bello, in tempo che non era peranco finita la lotta di questo col vero: e quantunque nel primo dei Dialoghi dica non avere conservato le parole proprie degl'interlocutori, perchè sì villanescamente proferite che non vi starebbero acconciamente, altrove scrive: — Non fuggo la collisione del metacismo, non evito la confusione del barbarismo, trascuro di serbare i luoghi e i modi delle preposizioni, stimando indegno che le parole del celeste oracolo stringansi sotto le regole di Donato»[176]. E però le sue scritture van macchiate dalle colpe de' tempi e da sue proprie; scarsa critica, erudizione inesatta, locuzioni viziose; diffuso e insieme oscuro e avviluppato, sovente si ripete, e vuole aver detto ogni cosa sopra ogni argomento che assume, e soverchiamente inclina alla allegoria.
CAPITOLO LXVI.
Italia disputata fra Longobardi e Greci.
SERIE DEI RE LONGOBARDI
568 Alboino in Italia; assassinato dalla moglie Rosmunda 573. 573 Clefi; assassinato da un famigliare 573. 584 Autari suo figlio; m. 591. 591 Agilulfo duca di Torino; m. 615. 615 Adaloaldo associato al trono dal padre; cacciato 625; avvelenato 626. 625 Ariovaldo duca di Torino; m. 636. 636 Rotari duca di Brescia; m. 652. 652 Rodoaldo suo figlio; assassinato 653. 653 Ariperto I; gli succedono i figli. 661 {Pertarito; attaccato da Grimoaldo fugge. {Gondiperto, ucciso. 662 Grimoaldo duca di Benevento, si fa proclamar re. 671 Garibaldo, suo figlio minorenne, è cacciato da Pertarito suddetto, che regna di nuovo. 678 Cuniperto suo figlio, associato al trono; regna da solo 686. 700 Liutperto suo figlio minorenne; spodestato da 701 Ragimperto duca di Torino. 701 Ariperto II, suo figlio, cacciato da 712 Ansprando, il cui figlio 712 Liutprando regna 32 anni. 744 Ildebrando suo nipote, associato nel 736; stronizzato dal popolo. 744 Rachi duca del Friuli; abdica 749 e si ritira a Montecassino. 749 Astolfo suo fratello, muore alla caccia. 756 Desiderio duca dell'Istria; associa il figlio Adelchi 758? Spodestati da Carlo Magno 774.
Sta dunque divisa l'Italia fra tre dominazioni: Greci, rappresentanti d'un passato irremeabile, e ridotti a tenersi sulle difese; Longobardi, espressione della forza brutale, e destinati a perire, ma dopo lungo regno e lasciando il lor nome alle parti migliori; i papi, podestà dell'avvenire, sorgente appena, ma che sta per gettar radici durevoli fra i rottami delle altre.
Le forme dell'antico Impero si conservavano nella parte sottoposta ai Greci. L'esarca, sedente in Ravenna, amministrava direttamente la Pentapoli, cioè i territorj di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, conterminata a settentrione dalla Marecchia, a occidente dal Tevere, a mezzodì dal Musone, a levante dall'Adriatico; e l'Esarcato che comprendeva il littorale della Venezia, con Oderzo, Treviso, Padova, e il paese che finiva col basso Adige a settentrione, collo Scultenna (Panàro) e gli Appennini a occidente, colla Marecchia a mezzodì, e coll'Adriatico a levante; dov'erano le città di Ravenna, Bologna, Faenza, Forlimpopoli, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì, Cesena, Bobbio, Cervia. Oltre quest'amministrazione diretta, l'esarca sovrantendeva ai duchi che governavano Roma e i paesi meridionali[177]. I quali erano alcune città della Lucania o Basilicata, l'antica Calabria, or Terra d'Otranto, il Bruzio, ora Calabria Ulteriore: poi furono ritolte ai Longobardi la Terra di Bari e la Capitanata, dove Otranto, Galipoli, Rossano, Reggio, Gerace, Santa Severina, Crotone; e nella Campania le terre a mare fra Gaeta e Napoli. Da Gaeta posta fra i monti Cècubo e Massico, poteano i Greci difendere le pianure del Garigliano e le gole di Itri e Fondi. Con Napoli era il promontorio di Sorrento, che sparte i golfi di Napoli e di Salerno; e benchè fin a Salerno si stendesse il principato di Benevento, e molte città verso levante fino a Cosenza, e tutte quelle fra terra fossero tolte ai Greci, Napoli si sostenne. Duravano colà le istituzioni municipali, e nel resistere ai Longobardi ridestavasi il valor militare. Provincia greca era pure l'Illiria: la Sicilia stava sotto un patrizio greco: le isole della laguna veneta riconoscevano anch'esse di nome la supremazia imperiale.
Di questi paesi alcuni venivano francandosi da ogni dipendenza, come Venezia; altri erano minacciati continuamente, e ad ora ad ora invasi dai Longobardi. Trovavansi questi impacciati in guerre straniere o civili? gli esarchi se ne rifacevano coll'assalirli, e ricuperare qualche territorio limitrofo; ma tosto erano ricacciati negli angusti confini: nè pace mai, bensì tregue rinnovate d'anno in anno, e compre fin col tributo di trecento libbre d'oro. Il bisogno di denaro potea dirsi l'unico motore de' governanti, per pagare il tributo o per mantenere gli eserciti; e per averne, senza divario da amici a nemici, correvano a predar le chiese di Roma o questo o quel monastero o il santuario di san Michele sul monte Gargano. Questo sovrasta a Siponto, rimpetto alle isole Diomedee (Trémiti); e dacchè al tempo di papa Gelasio vi apparve l'arcangelo Michele, gli presero vivissima devozione i Greci che ne moltiplicarono le chiese: i Longobardi altrettanto, vi andavano in pellegrinaggio e l'avevano per patrono, siccome san Giovanbattista i Longobardi dell'alta Italia.
Ravenna, sede degli esarchi, tenne sempre testa contro i Barbari perchè assisa tra le maremme e facilmente soccorsa dalla flotta greca. La sua situazione era anche di gran momento per togliere ai Longobardi d'avanzarsi nella bassa Italia, potendo una flotta sbarcarvi e prenderli alle spalle: di modo che le città greche della Campania non si trovavano minacciate che da Benevento. Dandosi aria di capitale di tutta l'Italia, Ravenna negava sottomettersi a Roma neppur nelle cose spirituali; dentro aveva gli ordinamenti municipali del Basso Impero, o più veramente un governo militare con un imperatore e con duchi e scuole. Durò colà molti secoli che, la domenica sulla bass'ora, giovani, vecchi, fanciulli e sin donne d'ogni condizione uscissero di città e divisi in iscuole secondo i quartieri, facessero a sassi, fino al ferirsi ed ammazzarsi. Nel 696 la scuola della porta Tiguriese sfidò quella della postierla di Sommovico, e i primi, rimasti superiori, inseguirono gli altri con tal sassajuola, da ucciderne molti; e sbarattata a forza la porta, trionfanti attraversarono il vinto quartiere. La domenica seguente usciti di nuovo, mutarono ben presto il giuoco in fiera abbaruffata, ove molti Postierlesi caddero uccisi, non ostante che fosse legge di dar quartiere a chiunque supplicasse. I Postierlesi pensano un'atroce vendetta; e fingendosi riconciliati, ognuno invita a pranzo qualche Tiguriese; e quivi li scannano, e gettano nelle cloache o sepelliscono. La città tutta in gemiti e in fremiti: l'arcivescovo Damiano ordinò per tre giorni digiuno: egli stesso andò in processione coi cherici e monaci, scalzi e in sacco, copersi di cenere; seguivano i laici, poi le donne senz'ornamenti; da ultimo i poveri, tutti a gran voce implorando misericordia. Dopo i tre giorni, cerchi i cadaveri e sepolti, furono puniti i micidiali, bruciate le masserizie, che nessuno volle toccarne, e distrutto il quartiere, infamato poi col nome di Rione degli assassini[178].
I pochissimi ricordi che abbiamo di quell'età sono di sevizie usate dagli esarchi, e che forse pajono più atroci perchè ignoriamo quali ragioni ve li determinassero. Ravenna fu più volte saccheggiata per loro ordine, nominatamente nel 710, quando Giustiniano II fece anche rapirne la principal nobiltà, e avutala a Costantinopoli, ucciderla crudelmente: all'arcivescovo Felice risparmiò la vita, ma tolse gli occhi. Colpiti nel vivo da tali atrocità, i Ravennati si sollevarono alla guida di Giorgio figlio di Giovaniccio; e subito vi risposero Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna: Giorgio distribuì queste città con ordinanza militare, e Ravenna stessa divise in bandiere, cioè la prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, la classense, e quella dell'arcivescovo col clero[179]. Pare si sostenessero finchè l'imperatore non morì: e Filepico succedutogli scarcerò l'arcivescovo Felice, il quale fece atto di sommessione al papa, e probabilmente acquetò i Ravennati.
Non era dunque più ragionevole o quieta la dominazione greca che la longobarda; oltrechè gl'imperatori non avevano ancora dismesse le pagane pretensioni di superiorità, dai primi loro predecessori ereditate sopra la Chiesa, e voleano mestare nelle dispute religiose e nelle elezioni dei pontefici. Vedemmo come tra questi sapesse conciliare gran riverenza a sè e alla sua dignità Gregorio Magno: ma la generosa carità con che egli avea distribuito grani, non fu imitata da Sabiniano succedutogli (604), sicchè i poveri s'assembrarono tumultuosi, gridando non togliesse la vita a quelli, cui Gregorio l'aveva tante volte serbata. Sabiniano che guardava con invidia il suo predecessore, meditando perfino distruggerne gli scritti[180], affacciatosi esclamò: — Cheti! se Gregorio vi regalò per comperarsi i vostri elogi, io non sono in grado di satollarvi tutti».
Succedono Bonifazio III poi il IV (607-8), che dall'imperatore Foca ottenne il panteon d'Agrippa, cui consacrò alla Vergine Maria e a tutti i Martiri; in memoria di che fu istituita la festa d'Ognisanti.
Onorio (625) sperò vedere Aquileja e l'Istria ricongiunte alla Chiesa universale, dond'erano scisse per la quistione dei Tre Capitoli: ma la sottigliezza de' Greci lo perigliò nell'errore de' Monoteliti; del che si ritrattò appena se n'accorse. Alla morte di lui gli uffiziali greci vollero saccheggiare il palazzo; e impediti, indussero l'imperatore a metter le mani sul tesoro ivi riposto. Fu allora che l'esarca Isacco pensò pagar sue truppe colle ricchezze della basilica Laterana. D'intesa con lui, il cartulario Maurizio alla soldatesca che domandava il sempre negato soldo, disse qualmente l'imperatore avea mandato le paghe al papa, che, invece di distribuirle, le avea riposte coll'altre richezze, le quali giacevano indarno, mentre sarebbero state opportune a difendere la città. Fu anche troppo perchè i soldati corressero sul tesoro: ma i parenti di papa Severino lo difesero, e solo dopo tre giorni fu possibile a Maurizio d'entrare e sigillar ogni cosa. Ne diede allora avviso all'esarca, che venuto a Roma, relegò gli ecclesiastici da cui temeva opposizione, indi entrato nel tesoro, durò otto giorni a spogliarlo e ne mandò una parte a Costantinopoli[181]. Poco poi Maurizio si rivoltava contro Isacco, e questi spediva truppe che il vinsero, presero ed uccisero. I complici in carcere aspettavano pari destino (638), quando la morte d'Isacco risparmiò la loro.
Alle rinascenti quistioni teologiche avea voluto impor silenzio l'imperatore Costante II pubblicando il Tipo o formola di fede; ma i Cattolici la repudiarono come fallace e come forzata (649). Costante perseguitò i renuenti, e comandò all'esarca Olimpio di prender vivo o morto papa Martino, che condannò quel tipo. Olimpio non avventurandosi ad aperta violenza, finse voler essere dalla sua mano stessa comunicato, e dispose un assassino che in quel atto lo trafiggesse. Costui protestò che, sul punto di eseguire il misfatto, più non vide il pontefice; onde si gridò al miracolo, ed Olimpio confessandosi in colpa, chiese perdonanza. Rise a questi scrupoli il suo successore Teodoro Calliopa (652); e condottosi a Roma coll'esercito, frugò il palazzo pontificio se fosse vero che v'avea massa d'armi, e benchè nulla trovasse, menò via nottetempo il pontefice, con nulla più che sei famigli ed un bicchiere. Tre mesi vagarono pel mare, indi approdati a Nasso, lasciarono a bordo il papa prigioniero, che poi condotto a Costantinopoli, restò tre mesi in carcere senza parlare a persona. Chiamato a giudizio come reo d'aver contro l'imperatore fatto trama con Olibrio e coi Saracini e sparlato di Maria vergine; e convinto co' mezzi che abbondano a' tribunali militari, fu portato in un cortile tra folla di popolo; e qui levatogli di dosso il pallio, il mantello e l'altre insegne di sua dignità, e postogli un collare di ferro, fu tratto per la città e buttato in carcere, senza fuoco, benchè verno stridente. Le donne dei carcerieri, come ad altre vittime, così a lui mitigarono l'atrocità imperiale. Deportato poi a Cherson, stentò fra privazioni e infermità, sinchè Dio nol trasse a sè (654).
Appena rapito Martino, Costante avea dato ordine d'eleggergli un successore; ed i Romani, forse per tema ch'egli mettesse sulla cattedra qualche eretico, s'affrettarono ad eleggere Eugenio, che poco durò (657), poi Vitaliano. Marco, arcivescovo di Ravenna ricusava sottomettersi alla Chiesa romana, appoggiato a un diploma dell'imperatore Costante: ma Vitaliano lo scomunicò, ed egli lui, e lo scisma proseguì finchè papa Dono ottenne si revocasse quel diploma.
Agatone fece esonerar la Chiesa romana (678) dai tremila soldi d'oro che pagava ad ogni elezione di papi, assoggettandosi però a non consacrarli sinchè non fossero confermati dall'imperatore.
A questa foggia andò l'elezione dei successori, spesso controversa. Sergio non volle approvare le costituzioni del concilio Trullano (687); onde il vizioso e inetto Giustiniano II mandò il protospata Zacaria che lo arrestasse: ma sollevatosi il popolo, l'inviato non trovò scampo che sotto il manto del pontefice. Anche Giovanni Platino, esarca di Ravenna, venuto per fargli ingiuria, non osò e se ne pentì. Però l'ambizione di quei che aveano competuto il papato, gli turbò la vita a segno, che dovette a lungo rimanere fuori di Roma.
Talmente si stava in timore di violenze da parte degl'imperatori, che quando, all'elezione di Giovanni VI, venne da Costantinopoli in Roma Teofilatto esarca eletto, i Romani presero le armi (701), nè si chetarono che alle preghiere ed alle assicuranze del papa. Il suo successore Giovanni VII non disapprovò apertamente ma non sottoscrisse gli atti del concilio Trullano, malgrado preghiere e minacce di Giustiniano. Papa Costantino li ripudiò in quanto derogavano al VI ecumenico, anzi per segno di venerazione (708) fece dipingere i sei concilj nel portico di San Pietro; il popolo poi ricusò omaggio a Giustiniano imperatore eretico, non ne volle il ritratto, non commemorarlo nella messa o negli istromenti, nè tampoco ricevere monete col suo conio.
Aveano dunque i pontefici tutt'altro che a lodarsi degli imperatori, e il popolo inclinava a scuoterseli dal collo: se non che li ratteneva il timore d'altri nemici più imminenti, i Longobardi. Questi, nel primo irrompere, occupata una buona parte dell'Italia, dicemmo come la dividessero tra varj duchi: lo che se gli ajutò a conservare parzialmente i vinti in obbedienza, impedì di compiere la conquista. Tra quei signori eleggevasi il re senza ragione ereditaria; talchè ogni vacanza produceva una rivoluzione e solleticava le ambizioni, a segno che di venticinque regnanti, sedici finirono in modo violento. I duchi col favorire all'uno o all'altro pretendente, tiravano a sè autorità sempre maggiore, a detrimento della corona. In maggior conto erano il ducato di Spoleto, che separava Roma da Ravenna, e manteneva le comunicazioni dell'alta Longobardia colla meridionale; e il ducato di Benevento, che separava Roma dalla Campania e dagli altri possedimenti greci, e valeasi del porto di Salerno: e quei due paesi ormai operavano affatto di loro balìa. Usufruttare il particolar dominio, ovvero condurre la guerra per le franchigie o pei possessi o per capricci proprj era l'occupazione dei duchi; e a fatica i re potevano trarli seco, fosse a reprimere i Greci, fosse a respingere i Franchi, i quali senza resta li molestavano o per rapace natura, o sollecitati dagli imperatori d'Oriente. Nè a quest'ultimi i Longobardi, essendo sforniti di marina, potevano impedire di mandar soccorsi, scarsi se volete, ma trasportati agevolmente ove bisogno accadesse, e, se non altro, bastevoli a nutricare la speranza (sempre facile ne' deboli oppressi) che effimero fosse il dominio di quelli stranieri, e che l'altrui braccio ne li redimerebbe.
Neppure dopo che ebbero abbracciata la religione cattolica, i Longobardi cessarono di guardarsi e d'essere guardati come stranieri; nè si fusero coi Romani, nè conobbero quanto importasse il tenersi amici i pontefici se volevano congiungere tutta Italia sotto un dominio, forte per resistere e ordinato per farsi amare.
Vedemmo come re Rotari alle consuetudini longobarde sostituisse un codice scritto; e colle leggi, colla robusta amministrazione e con severi castighi ridotti al freno i duchi, li guidò a sconfiggere i Greci, ai quali (unica conquista durevole dopo le prime) strappò il ducato di Genova, ricovero de' fuorusciti dal Milanese.
Rodoaldo, figlio e successore di lui (652-55), fu presto trucidato da un offeso marito, e la nazione o i grandi affezionati alla memoria della buona Teodolinda andarono negli Agilulfingi bavaresi a cercar un successore; e con Ariperto, figliuolo di Gundualdo già duca d'Asti e fratello di quella regina, comincia una serie di re cattolici, stranj alla gente longobarda. Ariperto fu sepolto nella chiesa di san Salvadore fuor di Pavia, da lui fabbricata: e quasi il regno non fosse già troppo diviso fra' duchi, si volle, a modo de' Franchi e d'altri Germani, partirlo fra Pertarito e Gondiperto, figli di Ariperto (661), sedendo il primo in Milano[182], l'altro in Pavia. L'ambizione non li lasciò in concordia, e Gondiperto volendo spodestare il fratello, spedì Garibaldo duca di Torino per invocare soccorsi da Grimoaldo duca di Benevento.
La storia di Grimoaldo è un romanzo. Gli Avari in gran numero avendo invaso il Friuli, Gisolfo, che v'era duca, fortificò tutti i varchi e le castella, e nominatamente Cormona, Nimaso, Osopo, Artenia, Ragona, Gemona, Biligo, per ricoverarvi la gente inerme: egli poi affrontò i nemici; ma per quanto valoroso, fu soverchiato dal numero e ucciso. Gli Avari si sparsero guastando la campagna, assediarono Cividale dove s'era rinchiusa Romilda, vedova di Gisolfo, coi figli Tasone, Cacone, Romoaldo e Grimoaldo e quattro figliuole. Duravano a resistere; ma Romilda, adocchiato dalle mura il kacano de' nemici, lasciva od ambiziosa mandò esibirsegli pronta a cedergli la città purchè la sposasse. Finse egli aderire, ma avuta la porta, lasciò la città al furore e alle fiamme; e tenuta Romilda una notte, la abbandonò alla brutalità di dodici suoi, poi la fece impalare, dicendo: — Ben ti stia un tal marito». Assai differenti le costei figliuole si sottrassero alla libidine nemica col fingersi puzzolenti, tenendo carni fetide in seno. Il kacano avviò esse coi fratelli e coi cittadini verso la Pannonia in ischiavitù; ma il Consiglio degli Avari pensò meglio ucciderli tutti, salvo le donne e i fanciulli. I figli di Gisolfo, avutone sentore, procuraronsi de' cavalli e fuggirono. Grimoaldo, il più piccolo fra essi, cavalcava in groppa a un fratello, ma non potendo reggersi cadde. Il fratello, non vedendo in lui che un impaccio, e nol volendo schiavo de' Barbari, brandì la lancia per trafiggerlo; ma il bambino implorò pietà, e che avrebbe forza di tenersi a cavallo: di che l'altro impietosito il ripigliò.
Ma ecco gli Avari sopragiungono, e un d'essi riesce a ghermire Grimoaldo, e senz'altro mal fargli, sel pone in groppa e s'avvia al ritorno. Il fanciullo, invece di desolarsi da fiacco, occhieggiava lo scampo, e côlto il destro, trasse il pugnale dalla cintura del rapitore e glielo confisse nel capo. Quegli cadde, e Grimoaldo voltò allegro il cavallo verso i suoi fratelli[183]. Le virtuose sorelle, comunque vendute più volte, illibate poterono esser poi ricompre dai fratelli, e sposate a duchi stranieri. Tasone e Cacone ottennero di nuovo il ducato del Friuli; e vedemmo (pag. 89) come, per tradimento dell'esarca, fossero uccisi in Oderzo.