Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 1

Chapter 13,428 wordsPublic domain

STORIA DEGLI ITALIANI

PER CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO V.

TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1875

LIBRO SESTO

CAPITOLO LVIII.

Il medioevo. — Essi e noi.

Ponete una gente, la quale consideri suprema felicità il riposo, e perciò affidi ogni cura a un ente astratto, chiamato il Governo; che all'unità, alla costituzione, al poter centrale, ad altre formole vaghe immoli la vera libertà, nel mentre a questa tributa un'idolatria, ricalcitrante ad ogni superiorità, fino a quella del merito; che professi principj assolutissimi, poi nell'applicazione li stringa in una mediocrità, rivelante il contrasto fra assiomi che si adorano e conseguenze che si ripudiano; e questa gente creda che ad attuar riforme basti il decretarle; chiami civiltà il sottomettere le idee ai fatti positivi e materiali, e la misuri dalla quantità dello scrivere; e perchè essa scrive assai, abbia di sè una stima così profonda, quanto sogliono essere i sentimenti non ragionati, e un conseguente disprezzo per ciò che a lei non somiglia; e pensando che ciò che le sta sott'occhio sia la natura delle cose, non s'immagini una società senza re, nè un re che non faccia tutto: qual gente meno di questa sarà capace d'intendere quel che chiamiamo il medioevo? Di sentimenti, di idee, di ordinamento politico e sociale tanto diverso, qual meraviglia se, nel secolo passato e dalla nazione legislatrice dell'eleganza e veneratrice della monarchia, fu giudicato con tanta, non dirò ingiustizia, ma leggerezza? Un villano onesto ma incolto, col vestire di cinquant'anni addietro, colla cortesia ingenua ed espansiva, col parlare cordialmente chiassoso, ma che ignori le mille importanze del cinguettìo cittadino, non sfogli gazzette, sappia scrivere a malapena, moverà nausea alla squisita e frivola attillatura della buona compagnia, e la ruvida scorza impedirà di apprezzare e nè tampoco scorgere quell'onestà a tutta prova, quell'inalterabile fedeltà alla parola, quell'effettivo amor del paese, quella limpidezza di buon senso, quella disposizione ai sagrifizj, che nel suo villaggio lo fanno il consigliere dei dubbiosi, il conciliatore dei dissidenti, il padre dei poveri.

Tale ad una coltura cortigiana dovette apparire il medioevo. Al deperire delle cose sottentrano le finzioni; al fiaccarsi delle convinzioni s'ingentiliscono le forme. E di forme qual età fu più raffinata che l'antecedente alla nostra? laonde essa stomacava quell'altra che sì poco le rispettò, cruda di parole, zotica d'atti, stranamente ingenua e scortesemente franca nell'espressione; e che scarseggiando di scienza, lasciava maggior campo al meraviglioso e al soprannaturale. Compassionarono il medioevo perchè mancava delle comodità domestiche: ma ciò è gusto e abitudine, non prova di sociale inferiorità; nè que' raffinamenti di pulizia avanzata entravano nei bisogni o ne' pensieri di alcuna classe, come oggi non ci crediam meno felici perchè non navighiamo sott'acqua o non veleggiamo i campi dell'aria.

La letteratura accademica, che annettevasi direttamente all'antica sopprimendo l'intermedia, giudicava bello soltanto ciò che si uniformasse a prefissi modelli, e si esprimesse con certa dignità e certe riserve; e alle cose straordinarie quantunque vere, preferisse le credibili quantunque false; le corrette quantunque mediocri, alle irregolari che possono riuscire sublimi. Intanto la letteratura militante, già preludendo a quella tirannia in cui trucidò tutti i fratelli maggiori, pretendeva dagli scriventi un coraggio che non hanno i lettori; e poichè sarebbe riuscito pericoloso contro ai forti, lo sparnazzava contro agli impotenti, ai papi, ai frati, ai nobili, a ciò che derivava dal medioevo.

Monarchica com'è per essenza quella nazione, la quale non sa attestare ammirazione e riconoscenza ad uno se non col darsegli in braccio, esecrò le morali restrizioni agli arbitrj regj, e la costituzione del medioevo, dalla quale furono colpite più volte le fronti de' suoi re, e quelle più superbe de' suoi avvocati; trovò schifoso che in altri tempi vi fossero tante repubbliche quanti Comuni, tanti Parigi quante città; che un vecchio inerme e lontano accettasse i richiami degli oppressi, intimasse ai principi di rendere la giustizia, non rincarire le tasse, non computare gli uomini al ragguaglio di bestie; e chi non obbediva, escludesse dall'accostarsi alla sacra mensa, dal partecipare al tesoro delle preghiere; castighi della natura del potere da cui emanavano, e che perciò non avriano dovuto eccitarla che al riso.

Stava, gli è vero, in prospetto un'altra nazione, ricca di senso pratico e di applicazione, la quale rispetta gelosamente le forme del passato, e in un resto di vecchia pergamena trova maggior riparo contro gli arbitrj, che non in tutte le teorie filosofiche: ma la moda facea desumere da altre fonti quella scienza sociale, che da un secolo in qua perdè di vista l'individuo per guardar solo agli Stati; che il principio e la fine dell'ordinamento civile cercò in materiali interessi o in astratte argomentazioni; e a titolo di emancipare gli uomini, li sminuzzò in atomi, fra i quali non si mantiene la coesione se non mediante una pressura esterna.

Da qui la venerazione per la forza, espressa o brutalmente dai marescialli, dalle insurrezioni, dai duelli; o legalmente da quel meccanismo che ha per canone i decreti, per mezzo d'attuarli i soldati. Pertanto snervata l'autorità del padrefamiglia, intepidito l'ardore di cittadino, resi di spettanza pubblica tutti i servigi privati, nel Governo si concentrò ogni azione: anzichè limitarlo ad assistere al progresso sociale e a rimoverne gli ostacoli, ad esso si affidarono gli attributi più preziosi dell'umana individualità, ad esso il dar limosina ai poveri, tutela agli orfani, educazione e collocamento ai figliuoli, impiego ai capitali, ispirazione alle belle arti, norme al culto, misure alla morale; e migliore si giudicò quello che a maggiori atti interponesse i suoi regolamenti. Confidando non vi sia miglioramento che con decreti non si possa raggiungere, si fecero a profluvio ordinanze, e codici sempre nuovi, suppliti da quotidiani bullettini, e costituzioni improvvisate, corrette, mutate, abolite; e per applicar tutto ciò, un esercito d'impiegati irrazionale; e per francheggiarlo, un esercito irrazionale di militari; e in conseguenza enormi imposizioni e debiti divoranti; e per farli pagare, escussioni e carceri; cioè la forza.

Ma mentre tutto si esige dal Governo, si censura tutto ciò che il Governo fa; si onora la sistematica opposizione, quand'anche, priva del sentimento d'onore pe' suoi avversarj e per se medesima, riducasi affatto individuale, e scassini tutte le opinioni, nessuna ne assodi; quand'anche soltanto di abilità e di teorie, è creduta buona perchè suggerisce spedienti tanto facili quanto è il distruggere e il negare, tanto accetti quanto sono quelli che non subirono la prova della attuazione.

Rintronato dalla dottrina che i Governi possano tutto, qual meraviglia se il popolo li imputa di qualunque male succeda? I poveri stentano? le credenze vacillano? le famiglie si sfasciano? che più? intemperie e malattie guastano il paese? se ne accagiona il Governo; e odiandolo come maligno o disprezzandolo come inabile, si cerca abbatterlo per sostituirne un altro, che all'atto non compar migliore. Fallite le prove, sottentra lo scoraggiamento, e l'abbandonare fino i diritti meno contestabili; si piega senza nemmanco la dignità di mostrare che si obbedisce spontaneamente e per stima o persuasione.

Tutto ciò rende difficilissimo l'intendere il medioevo, che fu un irregolato sviluppo della personalità, senza le formole generali secondo cui sono disposte le classificazioni di quella pittura o aritmetica che s'intitola filosofia e statistica. I Governi, derivati dall'eguaglianza di molti capi riunitisi per la guerra sotto di un solo, primo tra i pari, non bastavano tampoco alla legittima difesa dei diritti individuali, ch'è la loro razionale attribuzione; e ciascuno, invece di aspettar tutto dalla società, esercitava intere le proprie facoltà. La classe preponderante si diede un sistema mirabilmente opportuno ad arrestare le migrazioni guerresche, da ottocento anni micidiali della civiltà, fissarle ai territorj, e provvedere alla difesa di questi senza il flagello degli eserciti stanziali: mentre gli antichi non conosceano che l'indipendenza dello Stato e della città, nel feudalismo si otteneva l'indipendenza de' singoli; le relazioni fra individui erano determinate da fede, speranza e carità comuni, e i doveri appoggiandosi soltanto su promesse, prendeano aria di lealtà; gli uomini, non tiranneggiati da opprimente accentrazione, si spingeano ciascuno individualmente alla ricerca del vero, all'attuazione del buono, in una libertà (come disse il Sismondi) che avea per iscopo la virtù, a differenza della moderna che ha per iscopo il ben essere; erranti ma originali, e con infinita varietà di centri e di modi.

Azione privata però non vuol dire isolata, e si concilia coll'associazione, anzi viemeglio quant'è più libera. La rivoluzione che da settant'anni sobbalza l'Europa, figliata da una filosofia che considera la società come un aggregato convenzionale di individui, predicò dai palchi la particolare indipendenza, la formale eguaglianza, il lasciar fare; e in conseguenza vituperò le istituzioni del medioevo, che quella scarmigliata attività aveano sottoposta a regole, mediante suddivisioni gerarchicamente coordinate, entro le quali ognuno operasse stabilmente, anzichè arrancarsi di continuo a sempre maggiore elevazione. Divenuto adulto quel ch'era bambino, si buttarono via le fascie; sta bene: ma insieme si sciolsero i legami benefici, si tolse ogni difesa togliendo ogni unione morale, e l'uomo ne' bisogni si trovò ridotto ai proprj espedienti, e in balìa della forza e della scaltrezza.

Di qui un sospettar reciproco, giacchè in ognuno si vede un emulo, un competitore; s'ignora che cosa pensi, perchè operi, come intenda. Paura e livore rimangono dunque i sentimenti più comuni; fiaccato il coraggio civile, spenta l'operosità interiore, si ha sempre bisogno d'appoggiarsi all'esterno, di cercar l'approvazione altrui. Quindi pertinacia, non costanza d'opinioni, e al chiacchericcio de' circoli, e alle arguzie de' begli spiriti far bersaglio le convinzioni profonde e chi soffriva per esse: quindi il dubbio, padre d'ipocrisia e d'inazione: quindi esitanza a dir ciò che si pensa, e meraviglia e quasi raccapriccio quando alcuno l'esprime senza le complimentose smozzicature: quindi il non procedere mai per slancio; sicchè fra molto intelletto e poca coscienza, il predominio rimane assicurato al ciarlatano, che, deposta ogni vergogna, urla più forte, nella certezza che nessuno oserà opporgli il senso comune, altra parola soggetto di scherni.

Coloro che scorgono questi mali traverso alla bassa adulazione di noi stessi, invocano un rimpasto della società, un organamento che nessuno sa quale sia, nessun vede donde verrà, ma certo non potrà venire dal vilipendio del passato; non da questo divorzio dell'anima dal corpo, degli interessi dall'incremento morale; non dal persuadersi che i fatti siano tutto, e nulla le credenze; non dal sottigliarsi a criticar la società, anzichè accingersi a migliorare gli individui.

A questo invece si dirigevano le istituzioni del medioevo, come fondate sui dogmi di Chi, per riformare il mondo, non sovvertì la società, anzi ne rispettò fin le patenti ingiustizie, ma le elise col far buoni coloro che doveano applicarle o subirle. A quel modo, poco a poco dalla forza passarono gli uomini civili a reggersi sulla fede, cioè sull'autorità; di cui era e depositaria ed espressione la Chiesa.

I pensatori d'oggi vogliono l'attualità, e dicono «A che serve rivangar il passato?» come chi credesse inutile d'un frutto studiar il fiore e la pianta e la radice. Il presente deriva dal medioevo, e molti mali e beni d'oggi vi nacquero; sicchè chi voglia progredire, noi potrà se non meditando seriamente sulle colpe e virtù passate, e cercandovi la morale eterna sotto la varietà de' contingenti.

Ora, chi voglia intendere il medioevo, non avrà mai troppo insistito sulla costituzione religiosa, che tra le infinite differenze, unica rimaneva costante, e dava un'unità, mancata ai tempi di dubbio accidioso e di arrogante oscillazione.

Nel politeismo, su cui il mondo erasi a lungo adagiato artisticamente, si svolse la splendida e armonica civiltà ellenica, trapiantata poi a Roma. Il cristianesimo gli diede il crollo; dopo tre secoli di battaglie e discussioni rimase trionfante: ma, nell'attuarsi nella società civile, si trovò impacciato da quei sostegni ch'egli stesso nella fanciullezza aveva invocati. Quando però l'imperio romano cadde, e seco tutto l'impianto gentilesco, la Chiesa, che nella fede e nella morale nuova riconciliava i barbari vittoriosi coi civili conquistati, si trovò incomparabilmente superiore a quelli per istruzione, per ordinata gerarchia, per moralità, per generali idee di giustizia e di rettitudine. I popoli nuovi aggradirono questa religione, la quale, non che richiedere sottilità d'argomentazioni e copia di dottrine, sottrae alla critica i dogmi cardinali; e su questi riposava lo spirito e si modellavano gli atti, mentre la ragione de' più colti esercitavasi nell'applicarli e nel trarne induzioni.

Questa religione attribuisce l'onnipotenza, la sapienza, la bontà unicamente a Dio; all'uomo il peccato e, punizione di esso, i mali che, mentre necessariamente circondano la vita, servono a prepararne una migliore. L'uomo dunque era un essere decaduto, cui la redenzione avea ravviato al bene coi precetti e con un modello divino, ma senza togliere l'originale disaccordo fra il conoscere e il volere; dato nuovi mezzi alla Grazia, ma senza abolire la concupiscenza: laonde ogni cura dovea drizzarsi a deprimere la materia col rialzare le facoltà morali, invigorir l'anima col mortificare la carne.

Sol quando, cessato di credere alla sua duplice unità, meramente al corpo badando, si proclamò l'uomo destinato alla felicità, ogni attenzione si limitò a farlo star bene, e accelerargli il paradiso quaggiù, non essendo certo se altrove vi sia.

Invece dunque dell'odierno interminabile lamentarsi, si faceano preghiere a Colui che solo può deviare i mali, ed espiazioni per non meritarli; maniere che alcuno direbbe inefficaci quanto le stizzose querele d'oggidì, se non vi si fosse aggiunta la carità per alleggerirli.

Di qui l'importanza de' sacerdoti e de' monaci, le cui preci e le penitenze, attesa la comunione de' fedeli, contribuivano a diminuire i castighi. Che se oggi in Europa quattro milioni di giovani baliosi sono condannati involontarj al celibato in mezzo a tristi esempj, armati, provocatori, ozianti, acciocchè siano pronti a volger l'armi più raffinate, non tanto a sterminio de' nemici, quanto a repressione de' sudditi; allora alquante migliaja di frati inermi si diffondevano tra il popolo, mangiando parte del suo pane, che retribuivano con conforti, benedizioni, assistenza; tanto operosi, che dissodarono mezza Europa, e ci tramandarono tutti i libri che ci restano dell'antichità; tanto amici del vulgo e vulgari essi stessi, che move gli stomachi dilicati il grossolano loro vestire e lo sparecchiato vivere; tanto obbligati alla virtù, che il mondo gli accusava di fingerla, e che metteansi in cronache e canzoni coloro che si mostrassero ghiotti e disonesti; pii così che si fanno caricature della loro santocchieria; così caritatevoli che si imputano d'aver fomentato l'ozio colle limosine, come si imputano perchè frenavano il popolo con rosarj e santini, invece della mitraglia e degli ergastoli.

De' tesori che oggi si profondono nell'esercito, allora si donava parte alla Chiesa, ed essa suppliva a quel tanto che oggi nel culto, nella beneficenza, nell'istruzione consumano i Governi; più lodati quanto più tolgono al cittadino di ciò che è suo, per dare gratuitamente servigi che esso forse non chiede. Monasteri e spedali erano gli edifizj meglio situati in campagna e meglio fabbricati in città; sicchè si potette poi adattarli a palazzi dei ministeri, a ville regie, a caserme, a carceri, a quell'altre necessità dell'odierno progresso.

Posta come importanza suprema la salute dell'anima, voleansi liberi i modi di conseguirla; e non si sarebbe tollerato che un re ordinasse in qual modo credere, quali culti adottare o respingere, a quali scuole mettersi, quali scienze e con quai libri e da quali maestri imparare. Tale persuasione deducevasi dall'infallibilità della Chiesa, la quale sentenziava come organo dello Spirito Santo, e in concilj composti del fior d'ogni nazione. E quelle sentenze non erano le transazioni di assemblee, mutabili dall'agosto all'ottobre; ma tali che il volger de' secoli e tanto incremento di cognizioni non vi cangiarono un punto di essenziale. Quella persuasione trascendeva sino all'intolleranza; e se unica era la verità, unica la via di giungere alla salute, pretendeasi dovessero tutti crederla e seguirla; e fin castighi corporali si inflissero a chi non volesse abjurare l'eresia. Vero è che allora l'intolleranza, persuasa profondamente, tormentava i corpi nella fiducia di salvar le anime; mentre in altri tempi l'intolleranza politica empì le carceri a mero vantaggio d'un uomo o d'un sistema, e per opinioni che, non solo in altri luoghi, ma in altri giorni menano alle ovazioni; e l'intolleranza scettica applica una pena ben più atroce, l'infamia a chiunque declina da opinioni, che ella stessa domani avrà barattato.

La Chiesa, oltre custode, dispensiera e interprete della verità, consideravasi anche depositaria del potere. Unica fonte di questo era Dio; laonde i principi non regnavano perchè figli di re: e se non bastava che nel proprio attuamento esterno ella si costituisse in una repubblica, dove nessun posto era ereditario, e il torzone poteva divenir pontefice, e nulla si risolveva se non in sinodi e concistorj, la Chiesa ungeva i re purchè giurassero ai popoli; cioè sanciva costituzioni, non fissate da una carta e garantite solo dalla forza, bensì fondate sovra la morale eterna e l'inconcusso evangelo. Con tal modo essa creò gli Stati, autorò i principi nuovi, benedisse alle leghe popolari, e consacrò le repubbliche; dava lo scettro ai re di Sicilia, come ai dogi l'anello di sposo del mare, non mettendo divario nelle forme, purchè restasse la libertà.

La società non rimaneva dunque abbandonata al fatale arbitrio delle potestà di fatto; nell'economia religiosa e sociale dell'umanità non eransi dispajati il legame intimo che nell'eternità stringe l'uomo a Dio mediante la coscienza, e il legame imperioso universale che nel tempo sottomette a un'autorità esteriore. Allora tutto era fede religiosa nelle cose soprannaturali, dove ora è fede politica nelle cose terrene: allora attribuivasi all'intelligenza e alla rivelazione l'infallibilità, che oggi passò alla forza e allo scettro; allora tutto riponevasi nella religione, oggi tutto nella dottrina, sino a ridurre la scienza del governo ad abilità, l'educazione a istruzione; sino a misurare la prosperità dalle maggiori spese del governo e l'incivilimento dal numero delle scuole; quand'anche a proporzione di queste aumentino i delinquenti, i pazzi, gli esposti, i suicidi.

In fondo a tutti i fatti v'è un mistero: l'origine loro, la loro destinazione; giacchè li vediamo andare, e non sappiamo perchè. Questo mistero allora rispettavasi, come il medico applica il chinino alle febbri senza sapere di queste o di quello l'essenza. Sottentrata poi l'indagine, più non si potè arrestarsi; che cos'è il papa? il re? la proprietà? la famiglia? perchè i comandanti e gli obbedienti? perchè i ricchi e i poveri? perchè il bene e il male?

Ne deriva la presunzione, la quale non solo beffa opinioni che più non sono le sue, ma non vuol tampoco dubitare che un giorno anche il suo senno possa venire chiamato a scrutinio da qualche futura infallibilità. Eppure, per poco che uno sia vissuto, dovrebbe ricordarsi quanto i giudizj nelle stesse materie e sulle identiche persone s'invertirono in questi otto anni[1], e perciò accettare i sentimenti d'altre età, almeno quale spiegazione di atti che altrimenti mancano di significato.

Al ferreo medioevo sottentrò un tempo che, per contrapposto, fu intitolato secol d'oro. Ma l'Italia quanto vi dovette patire, e fra quante vergogne abjettarsi, fin alla suprema di perdere la nazionalità! Certo il medioevo non subì papi quali Alessandro VI e Clemente VII; non abusi della vittoria così avvilenti come il sacco di Roma; non ribaldi così calcolanti come il Valentino; non maestri quali il Machiavelli; nè principi che violassero la morale non solo impunemente, ma quasi con vanto; nè leghe assassine come quella contro Venezia, nè paci sozze come quelle di Cambrai e di Castel Cambrese. Eppure si fa astrazione dai nomi del Medeghino, del Leyva, di Carlo V, per proporre all'invidia il secolo di Rafaello e dell'Ariosto. Perchè non fare altrettanto, non dico affine di encomiare, ma affine di conoscere il medioevo?

Anche il nostro secolo si presenterà all'avvenire co' suoi miliardi di debito e milioni di soldati, per attestare che unicamente la forza egli seppe surrogare a idee e ad istituzioni abbattute; coll'incertezza di tutte le opinioni; con un tarantismo di brame, di prove, di sforzi; colla smania del bene senza coscienza per discernerlo dal male; colla perpetua surrogazione dell'intelletto alla coscienza, del fatto al diritto; con quell'inettitudine alla carità, per cui fra la nazione più ricca di denari e d'istituzioni si vedono migliaja di poveri morire ogni anno di pura fame: per cui ai cuori impetuosi invasi dalla noja, esasperati dall'ingiustizia, non sa largire che lo scherno finchè vivi, e compassione dopo suicidi: per cui le inclinazioni perverse diede a punire alla polizia, invece di industriarsi a raddrizzarle, e moltiplicò tante prigioni quanti v'erano conventi, prigioni di condanna, di prevenzione, di correzione, fin d'osservazione, e birri e gendarmi e vigili e guardie e ferri duri e durissimi, e disopra di tutto il carnefice a tutelare la sicurezza pubblica e salvare la civiltà.

Eppure chi negherà i meravigliosi suoi avanzamenti? e non dico solo questa dominazione assicurata sopra il mondo fisico coll'applicazione di stupende scoperte; ma questo rispetto all'uomo, quest'acquisto di dignità, questa diffusione degli agi, delle dottrine, della ragione?