Storia degli Italiani, vol. 04 (di 15)
vivi. Esso imperatore abolì la croce, consueto loro supplizio, e
il marchio in fronte: se mandò assolto il padrone che uccidesse il servo nel correggerlo, lo dichiarò omicida se per deliberata volontà il mettesse a morte: nel dividere i coloni coi poderi, volle non si separassero i figliuoli dai genitori, dalle sorelle i fratelli, dai mariti le mogli[230]. Egli stesso agevolò le manumessioni fatte in chiesa e da chierici; e tante furono, che l'Impero si trovò affollato di poveri, cui la Chiesa dovette soccorrere con ospedali e sussidj. Se ne induceva la necessità di procedere lentamente: e l'avere un giorno l'effimero imperatore Giovanni abolita la schiavitù, fu un atto di que' rivoluzionarj che non riflettono al domani.
Costantino lasciò sussistere gl'impedimenti frapposti da Augusto alla manumessione per testamento; pure diveniva consueta, e Giustiniano vi diede altrettanta libertà come alle manumessioni tra vivi. Egli stanziò che, chiunque cessava d'essere schiavo, acquistasse immediatamente la cittadinanza, abolendo la restrizione, di cui la legge Giunia Norbana circondava quelli fatti liberi _per lettera, fra amici_, o con formalità meno solenni; introdusse di liberarli _nelle sacrosante chiese_, giusto trovando che i ceppi dello schiavo si spezzassero a piè di quella croce, donde l'uomo era stato redento dalla servitù.
A paro colle persone, venne svincolandosi la proprietà, le cui vicende sono il più significante testimonio della condizione di un popolo. Come fra i più antichi, così probabilmente fra i Greci essa era di natura religiosa: a Roma la troviamo municipale, sebbene in origine l'esser cittadino portasse forse la comunanza di riti. Da principio l'intera tribù acquistava proprietà sopra i campi da essa coltivati, dividendo come le fatiche così i frutti, e ripartendoli per famiglie o consorzj, obbligati a conservare e trasmettere la proprietà comune. A ciascun brano di privata si aggiungeva un pezzo di proprietà pubblica pei pascoli: dal che seguiva che, com'era comune la pubblica, così la privata dovesse unirsi in consorzj, e perciò rimaner solidale nei pesi pubblici.
I Comuni però non erano unioni popolari, quali oggi le intendiamo, determinate dall'unità territoriale; sibbene aggregamento di alquanti consorzj. Talvolta parte di un consorzio si poneva sotto al patronato d'un senatore o d'una persona di Corte, e con ciò restava esente dai carichi, ad aggravio dell'altra parte. Ciò contribuì a sminuire i possessori liberi, moltiplicando i coloni e i servi. Gl'imperatori poco a poco aveano tratto sotto l'immediata loro protezione anche le città, solo garantendone alcune franchigie. I consorzj godeano pure di privilegi imperiali, contribuendo ai pubblici aggravj; e fu come consorzio che la nuova Chiesa crebbe e divenne governo.
Fra le cose, alcune erano state appetite sovra le altre dalla semplicità guerresca dei prischi Romani, come la terra che costituiva la proprietà per eccellenza, poi le case, gli schiavi, le bestie da lavoro. Queste (dette RES MANCIPI perchè non s'acquistavano se non colla mancipazione o con altro atto legale) conferivano la condizione civile, e perciò erano regolate colla religione e coll'autorità pubblica, non poteano acquistarsi che dal cittadino, nè alienarsi senza formole pubbliche. Le altre cose di lusso e godimento, per quanto Roma arricchisse, furono sempre tenute da meno (chiamate res nec mancipi perchè vi bastava la tradizione, senza le solennità sacramentali della mancipazione), e regolavansi col diritto naturale.
Da principio esiste un dominio solo; si possiede pel diritto de' Quiriti (_dominio quiritario_), o non si possiede. Solo il cittadino può avere tale dominio; solo farne oggetto le cose e il suolo _commerciabile_; escluse dunque le persone e le terre straniere: la provincia è proprietà del popolo, poi dell'imperatore; in essa e sopra ogni suolo che non fruisca del diritto italico, si hanno de' possessi, ma non la proprietà: sebbene poco a poco anche quelli acquistino i mezzi di tutela e i vantaggi della proprietà legale romana. Questa non può essere attribuita con modi diversi dalle romane prescrizioni: compite le quali, diviene assoluta, che che inganno o forza vi siano intervenuti.
Dalle scuole stoiche i giureconsulti aveano dedotta la distinzione dei beni in cose materiali e no: contavansi fra le materiali quelle che possono toccarsi; le altre indicavano piuttosto diritti sulle cose stesse, fra cui i più importanti erano le servitù rustiche ed urbane, e le personali, cioè usufrutto, uso, abitazione. Alcune cose erano _sacre_, come i tempj; altre _religiose_, come i luoghi destinati a sepolture; altre sante, come le porte d'una città. Alcune erano di tutti (_res universitatis_), come teatri, stadj; alcune di nessuno, come i lidi del mare, i fiumi; o del primo occupante, come gli uccelli liberi, alla cui caccia unico limite era il rispetto dovuto ai fondi e alle siepi altrui.
Acquistavasi la proprietà delle cose particolari colla prescrizione, col dono, colla compra, o colle successioni: le servitù, gli schiavi e le terre poste in Italia trasmettevansi col solenne rito della mancipazione. Ma accanto al dominio quiritario s'introduce un diritto meno perfetto, un possesso secondo il diritto delle genti, non giuridico ma di fatto, e che si definisce _in bonis habere_, avere tra i proprj beni; donde fu poi denominato dominio _bonitario_: gli editti pretorj lo proteggeranno, la giurisprudenza ne snoderà le regole, vi si annetteranno gli effetti utili del dominio[231].
I Cristiani non riconoscevano per padrona di tutto la patria; i possessi non deducevano dalla ragion di Stato, ma da Dio; laonde il civile diritto cedette a quel delle genti, e invalse la proprietà naturale; e quando si compilò il Codice, furono equiparate le cose màncipi e le non màncipi[232], il diritto quiritario e il bonitario, «ludibrio d'antica sottigliezza». Adunque da principio trovammo una sola proprietà _ex jure Quiritium_; alla fine, ancora una proprietà sola, ma aperta a tutti, in qualunque territorio, e in arbitrio del possessore il disporne. Speciali regolamenti ebbe l'enfiteusi ecclesiastica, o precaria, per la quale un podere veniva dalle Chiese conceduto con lieve canone per un tempo determinato, allo spirar del quale tornava ad esse con aggiunta d'altri terreni e coi miglioramenti.
In prima il solo cittadino romano poteva testare[233], e in due maniere: o ne' _comizj calati_ il patrizio dichiarava alle tribù la sua ultima volontà; o sul campo di guerra il soldato avanti ai commilitoni (_in procinctu_). Da poi, cogli stessi riti onde trasferivasi il dominio, si facea la solenne dichiarazione dell'ultima volontà, presenti cinque testimonj e un pesatore, simulando vendere famiglia e beni ad un altro, il quale non era dunque erede ma compratore (_familiæ emptor_). L'editto pretorio modificò queste norme, accordando valore (_possessio bonorum_) a qualunque testamento portasse il suggello di sette cittadini. Sotto gl'imperatori la dichiarazione d'ultima volontà potè farsi davanti un magistrato, e alla curia municipale, iscrivendola ne' protocolli; donde il testamento _autentico_. Infine Valentiniano III introdusse il testamento _olografo_.
L'istituzione dell'erede, ch'era il punto essenziale, dovea farsi in termini imperativi; ma Costantino alla necessità delle formole surrogò la semplice espressione di volontà. Chi avesse figliuoli naturali o adottivi, non emancipati nè espressamente diseredati, doveva istituirli eredi. Al debitore insolubile imprimevasi nota d'infamia; laonde chi morisse in tal condizione, istituiva erede forzato uno schiavo, acciocchè la procedura fosse patita da questo, senz'aggravio della sua memoria. Perocchè gli schiavi e i figlifamiglia sottentravano _necessariamente_ al defunto nei diritti non meno che nei pesi: poi il pretore permise di _astenersi_ dalla successione del padre: finalmente con Giustiniano s'introdusse il benefizio dell'inventario.
In legati non poteasi disporre di là da tre quarti dell'eredità[234]. I beni dell'intestato passavano agli eredi _suoi e necessarj_, cioè ai figli legittimi o adottivi, o ai discendenti in linea mascolina: gli emancipati non v'aveano diritto per legge, ma furonvi ammessi per editto pretorio (_bonorum possessio ab intestato_). Dappoi non s'ebbe più riguardo all'agnazione, aristocraticamente diretta a conservar i beni nelle famiglie; e le costituzioni imperiali chiamarono alla successione legittima anche i discendenti per donna; le madri ereditarono dai figli, a preferenza degli agnati; non contandosi più il legame della potestà, ma quello del sangue. Così la natura fu ripristinata ne' suoi diritti, e il principio aristocratico soccombette all'equalità naturale. L'ordine di successione stabilito da Giustiniano secondo la parentela naturale, è affatto filosofico, e sopravisse alla barbarie e alla feudalità, per impiantarsi ne' codici odierni.
In una successione non può raccogliersi se non quel che esisteva nel patrimonio del defunto; in conseguenza non si può stipulare una promessa pel momento della morte. Questa sottigliezza de' giureconsulti romani fu tolta via da Giustiniano. Ove mancasse un successore, l'eredità ricadeva al fisco. Da poi alcune corporazioni ottennero privilegio speciale sui beni de' loro aggregati, morti senza eredi; onde quei de' soldati devolveansi alla sua legione, quei del decurione municipale alla curia, quei del monaco al convento.
Di quattro specie obbligazioni riconosce il diritto romano; per _contratti_ e _quasi-contratti_, per _delitti_ e _quasi-delitti_. Le convenzioni fra i Romani non produceano obbligazione se non in casi determinati; cioè quando vi si fosse adoperata una delle formole riconosciute dal civile diritto, come il nesso, la stipulazione; o quando l'uso vi avesse applicato un nome e un'azione speciale, come il mutuo, il comodato, il deposito, il pegno, la fidejussione, la vendita, la locazione, il mandato, la società. Que' primi quattro chiamavansi contratti _reali_, perchè, oltre il consenso, suppongono la tradizione fatta da chi deve a chi riceve; mentre gli altri si formano col semplice consenso. Pel diritto pretorio, a tali contratti se n'aggiunsero più altri _innominati_; finchè Aristone, imperante Trajano, introdusse l'azione _ex præscriptis verbis_, cioè che chi diede o fece una cosa in vista d'una prestazione equivalente, possa esigerla. Quindi i contratti innominati furono ridotti a quattro tipi, _Do ut des, do ut facias, facio ut des, facio ut facias_; ma non si statuì mai che in essi il consenso delle parti bastasse per produrre obbligazione: così, per esempio, il baratto, che alcun tempo fu assimilato alla vendita, si ebbe sempre come un contratto innominato, una variante del tipo _do ut des_.
In generale le formole in cui s'adoprava il verbo _spondère_, tenevansi come di diritto civile, e non creavano obbligazioni che fra cittadini romani; fin a quando l'imperatore Leone dichiarò che le stipulazioni reggevano, qualunque ne fossero i termini. Bastava dunque si facesse un dialogo fra i due contraenti: — Prometti di dare o di fare la tal cosa? — Prometto». Gli atti e le formole inchiudevano la necessità che gli stipulanti fossero presenti: ma uno potea farsi rappresentare dai proprj schiavi. Ogni padrefamiglia teneva un libro di dare e avere (_codex accepti et expensi_), e il registrarvi un obbligo lo rendeva autentico; sebbene non conosciamo di quali cautele abbisognasse quest'atto.
Un fatto lecito da cui risultassero obbligazioni, chiamavasi quasi-contratto, come la volontaria gestione d'affari altrui. Dei delitti parleremo or ora. Quasi-delilto dicevasi un fatto che recò o poteva recar danno, senza precisa intenzione, ma per colpa; come chi sospendesse o gettasse alcun che, o scavasse una fossa con pericolo de' passeggieri.
L'ipoteca potea mettersi su tutti i beni; nè conosceasi la _legale_, cioè non precisata da convenzione. Le ipoteche non erano pubbliche, nè il credito veniva assicurato se non dalle pene minacciate ai venditori che dissimulassero di quali carichi fosse gravato il fondo che vendeano.
Le azioni, cioè il diritto di reclamare in giudizio il dovuto, distinguevansi, quanto all'oggetto, in _personali_, _reali_ e _miste_, secondo che erano da persona a persona per costringerla ad adempiere un obbligo, o chiedevasi compenso o restituzione d'una cosa, o faceasi l'una cosa e l'altra, come nel domandare una divisione d'eredità. Quanto all'origine, erano o _civili_, autorizzate da legge, o _pretorie_, fondate sull'editto del pretore. Quanto al soggetto, erano di _stretto diritto_, di _buona fede_, ed _arbitrarie_; distinzioni fondate sul particolar modo d'amministrare la giustizia, essendo le prime due deferite al magistrato, le terze all'arbitrio.
La giurisdizione rimaneva congiunta all'amministrazione in quel che dicevasi _imperio_: se non che alcuni magistrati inferiori non aveano tutto l'imperio, ma soltanto l'autorità giuridica. Dell'imperio ordinario non facea parte la giurisdizione criminale, che era sempre una delegazione speciale, denominata _merum imperium_, e portava diritto di spada; a diversità del _mixtum imperium_, che consisteva nel poter mettere alcuno in possesso di beni.
Anche dopo dismesse e diradate le azioni simboliche, la legge e la consuetudine avevano determinato le formole della processura. Negli atti giuridici da principio sopra l'intenzione predomina la forma, che è quasi la veste, l'esternazione del pensiero; e non usandosi o poco la scrittura, bisogna far impressione sui sensi, e che l'atto della volontà istantaneo e fuggevole sia ridotto sensibile e irrevocabile. Oltre le cause generali che materializzano le istituzioni al tempo delle civiltà nascenti, e che in paesi diversissimi offrono press'a poco gli stessi fenomeni, le forme della stipulazione giovano in quanto fissano seriamente l'attenzione delle parti sopra ciò che stanno per fare; in un'espressione netta, breve, rigorosa, precisano l'obbligazione che contraesi, e fanno apparire più vigorosamente l'assenso delle parti mediante l'interrogazione e la risposta. Oggi stesso che si bada più ch'altro alla pura volontà, all'intenzione, per certi atti più importanti si conservano pratiche analoghe all'antica stipulazione, come è la formola del matrimonio, come il giuramento.
In principio questi atti s'appoggiano all'analogia, operazione tanto comune nella fanciullezza dell'individuo come delle nazioni. Da poi si arriva al simbolo, che spesso non è se non l'avanzo d'un rito perduto. Via via le istituzioni dalla materia passano nel campo dell'intelligenza; la civiltà si appiglia immediatamente allo spirito, alla volontà, all'intenzione; dall'esteriorità chiedendo soltanto ciò che è indispensabile per rivelare e garantire il consenso.
Così andò in Roma. Quando ancora non si coniava denaro, ogni vendita faceasi a peso; donde ci son rimaste le espressioni moderne di _spesa, stipendio_, _spendere_. Anche dopo conosciute le monete, si comparve al giudizio colla bilancia e col metallo (æs et libra); e questi divennero simbolo in molti contratti, dove si trattava di tutt'altro che vendita. Ne' processi di rivendicazione si finge battaglia, come quando la guerra era il modo d'acquisto per eccellenza: poi la bacchetta rimase simbolo della lancia: e tale procedura s'accomunò a casi, dove nè tampoco trattavasi di decidere una contestazione. Sopra una zolla, sopra un tegolo recati al pretore si adempivano le formalità ch'era prescritto al magistrato di fare sugli oggetti stessi. Abolite le trenta curie, trenta littori ne rimasero simbolo, poi bastò la scure del littore.
A passo passo tutte le azioni legali che drammatizzavano il diritto patrizio (t. I, p. 182), si mutarono in formole che erano date dal pretore stesso, in modo che le parti non deteriorassero la propria condizione per ignoranza di esse: ma benchè la _lex Julia privatorum_ di Augusto avesse concesso ai litiganti di spiegare semplicemente davanti al magistrato l'oggetto in contestazione, pure non era unico intento de' giureconsulti e de' giudici la scoperta del vero e del diritto, e la decisione restava vincolata all'esattezza di esse formole d'azione, che doveano adoprarsi dai contendenti, prima che la causa fosse librata dal giudice; talchè uno trovavasi condannato, non perchè avesse torto, ma solo per ignoranza o fallo in quelle applicare. Un tale (racconta Gajo) portò querela per alcuni ceppi di viti tagliate (_vitibus succisis_); ma le XII Tavole aveano parlato soltanto di alberi, sicchè la petizione fu respinta. Caduta la religione che sanciva le formole, Costanzo le abolì come divenute un lacciuolo di sillabe alla buona fede[235], lasciando che l'attore scegliesse qual più gli piaceva.
Questo, nell'introdurre l'istanza, giurava non esser mosso da prurito di calunniare o vessare, ma da convinzione; e se perdesse, doveva per ammenda il decimo dell'oggetto contestato. Nelle cause reali ciascuna parte poteva obbligare l'avversario a deporre una somma, che andava perduta qualora soccombesse. A nessuno era negato farsi rappresentare da un procuratore, e sopra di questo cadeva la sentenza: ma ben doveano trascinarsi per le lunghe i processi, se Giustiniano, «per impedire che divengano immortali», dichiarò l'intenzione che una causa non oltrepassasse la durata d'una vita d'uomo[236].
Mentre fra noi qualsivoglia reità, dall'adulterio in fuori, provoca azione pubblica nell'interesse della società, fra i Romani il furto, la rapina, il danneggiamento, le ingiurie ed altri delitti erano _privati_, procedendosi contr'essi soltanto sopra istanza dell'offeso. I _pubblici_ si distinguevano da capo in _ordinarj_, contemplati da alcuna legge particolare con pena prestabilita, e _straordinarj_, che erano puniti a stima del magistrato, quali la tentata infrazione del carcere, lo stellionato, il formare delle società non autorate dall'imperatore. Morte infliggevasi anche per colpe vaghe o leggeri, come abbattere un albero, tagliar una vigna, se supponeasi fatto nell'intento di sminuire il censo al fisco[237]. Gravissima pena l'esiglio, che traeva seco la morte civile, e che solevasi infliggere per adulterio, atto falso, estorsioni e simiglianti; o a persone qualificate, pei delitti per cui le inferiori si condannavano alle miniere. Perocchè le pene colpivano in grado diverso secondo il delinquente; e chi uccidesse la propria moglie côlta in adulterio, se libero era relegato in un'isola; se egli fosse di condizione inferiore, subiva i lavori pubblici; anche per dato incendio la persona oscura andava alle catene ed alle fiere, non la illustre; nel furto l'uom vulgare era staffilato e precipitato dalla rupe Tarpea, il ricco si redimeva col dare il quadruplo del rubato.
Non poteva il codice negligere i precetti della nuova religione intorno alla castigatezza del costume, ignota all'antichità[238]. Mentre alle adultere fu ridotta la pena a due anni di solitudine penitente, i peccati contro natura castigaronsi, senza divario di persone, con una squisitezza di supplizj che a fatica può perdonarsi alla purità del motivo. Nuova cosa erano pure le comminatorie contro l'eresia: ma il volere alla religione della carità e della mansuetudine applicare i regolamenti dalla patrizia severità emanati in sostegno dell'inesorabile religione dello Stato, portò a giustificare le persecuzioni, e offrì l'autorità dell'esempio agl'imperatori germanici, quando, più tardi, statuirono fin la morte contro i miscredenti.
Nei casi di maestà rinasce l'esorbitanza del prisco diritto. La società antica, propensa a tutto idoleggiare, avea divinizzato l'imperatore, in modo che qualunque attentato contro di esso consideravasi fatto contro la repubblica in lui personificata, e contro la divinità. Enormissimo fra i delitti era pertanto quello di Stato: ma tale qualifica colpiva anche azioni indifferenti, nè soltanto sotto principi tirannici, ma fin sotto quelli che aveano del cristianesimo adottate le esteriorità, non il liberale sentimento. La legge Giulia fa reo di fellonia chi fonde le statue degl'imperatori od «opera alcun che di somigliante»[239]: tanta latitudine nella più formidabile delle accuse! Vi volle un senatoconsulto per dichiarare che non offendeva la maestà chi disfacesse simulacri di imperatori riprovati; e rescritti di Severo ed Antonino per mandare immune chi ne vendesse di non consacrati, o per caso li colpisse d'una pietra.
Una legge imperiale puniva chi mettesse in forse il giudizio del principe o dubitasse del merito de' suoi impiegati[240]: un'altra pronunziò che l'attentare contro i ministri e gli uffiziali del principe fosse misfatto, come il nuocere al principe stesso, del cui corpo son quasi membri[241]; una di Valentiniano, Teodosio e Arcadio costituisce rei di maestà i monetieri falsi[242]: sotto Costanzo reputavasi fellonia l'interrogare indovini sopra lo strillo d'un topo o d'una donnola, e il medicare una doglia con parole da vecchierella[243]. Soffogata la rivolta di Avidio Cassio, s'introdusse di processare anche morti, per incamerarne i beni se convinti[244]. E la confisca era grande stimolo ad abbondare in siffatte accuse; e v'avea gente apposta (_petitorii_) che le promovevano, per domandarne in compenso i beni, con un'insistenza mal frenata da ventisei leggi del codice Teodosiano[245].
Quanto di severo aveano statuito sopra tal fatto i predecessori, fu accolto da Giustiniano, tenendo fin memoria del giureconsulto Paolino che accusò di perduellione un giudice per aver deciso in senso contrario ad una legge dell'imperatore: e di Faustiniano, che, avendo giurato per la vita del principe non perdonare al suo schiavo, si credette obbligato a perpetuar la collera per non incorrere in crimenlese[246]. Dimenticò invece che l'imperatore Alessandro Severo avea respinte le accuse indirette di maestà, e Tacito escluse gli schiavi dallo attestare in queste contro i loro padroni[247].
Dove ci si manifesta uno dei difetti principali del codice Giustinianeo, l'avere tramandato ai posteri uno spirito dissonante dall'amore e dalla benevolenza predicate dal Vangelo. L'imperatore dispotico e il ligio suo ministro evitarono d'inserire le leggi _sediziose_ della repubblica, e checchè sentisse di libertà o di privilegi, cancellati o cancellabili dalla tirannide. Di tre soli giureconsulti dell'età repubblicana fecero menzione, e scarsa di quelli fioriti sotto i primi Cesari, larga messe invece cogliendo nel tempo che una turba di forestieri portava a Roma l'omaggio di sue adulazioni: osarono perfino il nome degli antichi giureconsulti lasciar in capo a leggi loro, benchè mutilate o travolte[248], mentre non omettevasi alcuno de' passi che consolidi od esageri i monarchici arbitrj; il che, oltre nuocere allora, innestò un morboso elemento alle costituzioni della nuova Europa, presumendo giustificare la tirannia al cospetto di quelli, per cui son tutt'uno giustizia e legalità. Imperocchè, se lo studio rinnovato del diritto giustinianeo offrì dopo il XIV secolo felicissimi concetti d'ordine e d'amministrazione, pregiudicò alla posterità l'idolatrare tutto ciò che Giustiniano avea raccolto della sapienza come dell'imbecillità e ferocia de' suoi predecessori; i principi se ne armarono per menomare le franchigie introdotte dallo spirito de' Germani, dalle immunità ecclesiastiche, dalla feudalità e dai Comuni; si tornò a predicare la pagana onnipotenza del monarca; e i progressi dell'umana ragione furono inceppati dalla pretensione di governare il mondo colle istituzioni di tanti secoli prima, e d'una società e d'una religione essenzialmente differenti.
Non ostante gli errori particolari, non ostante che il Codice di Giustiniano e il Digesto non siano giunti a noi quali erano stati compilati, rimangono il più insigne monumento della sapienza antica, viepiù meraviglioso per tempi considerati d'universale decadenza. E decadenza era veramente, ma solo delle idee antiche, le quali cedevano luogo alle nuove. Il politeismo era perito; perite le favole filosofiche d'Alessandria e le legali d'Atene; perito l'alito esclusivo del patriziato, livellato pur esso nella soggezione alle leggi; perita la fierezza d'un tempo che affiggeva la giustizia a formole morte. Che altro restava se non il cristianesimo? E quanto esso giovasse a migliorare la legislazione ci apparve in tutta questa rassegna, e nelle leggi de' successori di Costantino, che attestano quanto fossero inumane le precedenti.
I tre figli di quello nel 338 ricusavano i libelli infamatorj, le lettere cieche, le accuse secrete, impedendo di procedere sopra tali denunzie[249]. Valentiniano condannò l'esposizione degl'infanti; stipendiò un medico dei poveri per ciascun quartiere di Roma; vietò agli avvocati di ricevere sportule, bastando la gloria di difendere l'innocenza; a tutti impedì lo ingiuriarsi nei dibattimenti; i commedianti, battezzati in pericolo di morte, non si potesse più obbligarli a salire sul palco, nè le figlie delle attrici a seguire la professione materna; istituì scuole, stabilì i difensori delle città, avvocati degli interessi di queste, i quali poteano recar rimostranze ai magistrati civili ed anche al trono. Graziano ai delatori bugiardi infliggeva la pena che sarebbe tocca al calunniato; revocò tutti i privilegi concessi a privati in pregiudizio del corpo cui appartengono; dispensò dall'obbedire ad ordini che i tribunali o i magistrati dicessero aver ricevuto a viva voce dall'imperatore.
Teodosio Magno proibì di sollecitare i beni dei condannati per ribellione, giacchè talora, a forza d'importunità, si otteneva ciò che principe giusto non era in diritto di concedere: la quale ordinanza rattenne dallo spionaggio quei tanti che si faceano delatori per ciuffare i beni dell'accusato. Mentre dapprima gli averi degli esigliati si applicavano al tesoro, egli ordinò fossero divisi tra questo e il reo od i suoi eredi, e che ai figli si lasciassero interi quelli d'un padre condannato a morte. Agli Ebrei fu proibito comprare schiavi cristiani, e ai Cristiani permesso senza misura di affrancare i loro. Dolcezza e umanità prescrisse Teodosio a quei che sogliono averne sì poca, i carcerieri; i giudici visitassero frequente le prigioni, raccogliessero le lagnanze dei detenuti, ed esattamente registrassero le loro imputazioni. Vietò anche il vendere, comprare ed ammaestrare alcuna sonatrice, o invitarla a banchetti e spettacoli, e il tenere musici di professione; contro la quale specie di servi, continui erano in declamare i santi Padri, come semenzajo di scostumatezza.
Una legge d'Onorio vietava il traffico a persone di qualità, non perchè disonorevole, ma perchè aveano agevolezza di far torti agli inferiori: un'altra permetteva a chi trovasse leoni sulle proprie terre, d'ucciderli, non però di prenderli vivi per farne mercato; preferendo ai piaceri imperiali il vantaggio de' popoli. Più ricordevole è quella che impone, i prigionieri ogni domenica sieno tratti fuori dai giudici, per sapere se ebbero ogni necessità, e mandati al bagno; se poveri, siano alimentati dal pubblico: e di questa legge raccomandava l'adempimento a' vescovi, dai quali probabilmente gli fu suggerita. Un'altra ordina ai medesimi di prender cura non sieno maltrattati gli schiavi cristiani tornanti alle case.
I due Valentiniani aveano introdotto di liberare al giorno di Pasqua i carcerati per delitti non gravi[250]. Dipoi Valentiniano III proferiva che alla maestà regia convenisse dichiarare «anche il principe esser tenuto alle leggi, e che l'autorità di lui dipende dall'autorità del diritto, più che l'imperare essendo cosa magnifica il sommettere il principato alle leggi». In conseguenza proibiva a tutti quel tanto che voleva non fosse lecito neppure a lui stesso; e notificava che, salva la riverenza dovuta alla maestà sua, non avrebbe sdegnato litigare coi privati al medesimo fòro, ed esser giudicato colle leggi medesime[251].
Alla rugginosa originalità romana, e ai sistemi non più confacenti colle abitudini contemporanee, Giustiniano più non doveva i riguardi cui Costantino si trovò astretto; alla lettera che ammazza sostituiva lo spirito che vivifica; dai giureconsulti classici estrasse quanto gli parve di diritto cosmopolitico, e ripudiò quel che fosse meramente romano, non esitando ad alterarne i testi per emancipare le leggi da una tutela retrospettiva. Cominciando dal nome di Cristo e dall'augusta Trinità, professava che l'autorità deriva da Dio; riconosceva la Chiesa coll'accettare la fede da questa consacrata; da tal fede dedusse quanto ha d'originale la sua compilazione, l'eguaglianza degli uomini, la giusta democrazia, la rintegrazione della persona morale, sicchè non si guardasse la Casta o la tribù o la famiglia, ma l'individuo. Forte abbastanza per trarre le conseguenze dalle premesse cristiane, si fece uom dell'avvenire, intento sempre a trovare qualche miglioramento conforme alla natura e al progresso[252] e incessantemente accostò il diritto al tipo semplice e puro del cristianesimo: teologo ancor più che giureconsulto.
Insomma la giurisprudenza, unica scienza vera e particolare del popolo romano, estese a tutta l'umanità il diritto equo e buono, e aprì la società moderna col rendere individuale e potente il diritto, formolandolo in un capolavoro della logica. Vero è che l'ingegno non produce moralità, e il difetto di quell'opera consistette appunto nella prevalenza della logica; ma parte sempre maggiore di spiritualità vi s'introdusse dacchè coi giuristi cooperarono i teologi a redimere il mondo dalla legale oppressione per vie differenti. Però il diritto avea già fatto sforzi per separarsi dall'elemento teocratico e aristocratico, ed assumere esistenza indipendente; lo perchè al cristianesimo costò maggior fatica il dominarlo. Ma da quell'ora trovansi a contatto, e spesso a conflitto la ragion civile colla canonica; e l'effettuare il principio eminentemente cristiano che tutta l'umanità abbia diritto alla giustizia, alla simpatia, alla libertà, sarà l'opera di tutto l'avvenire: opera lenta, tergiversata, incompresa, fin maledetta, ma che si compie fra gli errori degli uomini e sotto l'occhio della Provvidenza.
CAPITOLO LIV.
Impero diviso. Onorio. Invasione di Alarico.
Ripigliamo il corso de' fatti, accostandoci alla fine dell'Impero.
Morta che fu Giustina sua madre, Valentiniano II abbracciò la fede cattolica, e sempre più amore e stima acquistossi colla morigeratezza, l'applicazione agli affari, le domestiche virtù, la cura della giustizia. Accusato d'amar troppo i giuochi del circo e i combattimenti delle fiere, se gli interdisse; imputato d'intemperanza, spesseggiò i digiuni; saputo che in Roma una commediante allettava troppi giovani, la chiamò alla corte, e rimandolla senza vederla tampoco, per dare esempio. Grand'amore portava alle sorelle; eppure litigando esse di certi possessi con un orfano, egli rimise al giudice ordinario la querela, e le persuase a recedere dalla pretensione.
Arbogasto, Franco valoroso, de' benefizj di lui abusò per sovvertire l'impero d'Occidente; a proprie creature distribuì i posti importanti nelle milizie e nel governo della Gallia, sicchè Valentiniano si trovò in Vienna come prigioniero di questi occulti nemici. Citato Arbogasto, lo ricevette sul trono intimandogli di deporre le cariche; ma il Franco rispose: — L'autorità mia non dipende dal sorriso o dal cipiglio d'un monarca»; e gettò il foglio dove l'ordine era scritto. Valentiniano fu a gran pena trattenuto da un atto di violenza; ma pochi giorni dopo il trovarono strozzato nella sua tenda (390), e tutti indovinarono da chi. Arbogasto, non osando cingere a se medesimo il diadema, lo conferì al retore Eugenio, suo segretario privato e maestro degli uffizj, reputato per sapere e prudenza.
Commosso dall'indegna uccisione del collega e cognato, Teodosio pascolò di parole Eugenio, intanto che dai valorosi generali Stilicone e Timosio facea porre in essere e in disciplina le legioni e i Barbari federati; coi quali mosse contro il nostro Occidente. Arbogasto si restrinse a difendere i confini dell'Italia; ma Teodosio, occupata la Pannonia sino ai piedi delle alpi Giulie, scese ad affrontarlo nelle pianure di Aquileja (391), e lo vinse. Arbogasto si diede la morte; Eugenio l'ebbe dall'impazienza dei soldati a' piedi di Teodosio. Sant'Ambrogio, che avea resistito inerme all'usurpatore, rifiutandone i doni e ritirandosi da Milano per non avere con esso corrispondenza, allora recò a Teodosio l'omaggio delle provincie occidentali, e ne impetrò amnistia.
Teodosio raccoglieva così novamente il mondo romano nelle proprie mani; e le sue virtù e la florida età serenavano di speranze. Poco dopo la vittoria, egli divise l'impero d'Oriente e quello d'Occidente fra i due suoi figliuoli Arcadio ed Onorio, e questo secondo chiamò a ricevere le insegne in Milano. Quivi splendidi giuochi furono disposti, ai quali avendo Teodosio assistito, la sua salute già logora n'ebbe tale scossa, che la notte morì (395 — 17 genn.). Ultimo imperatore che reggesse con fermo polso le romane cose, e guidasse gli eserciti in campo; lasciava negli amici e nei nemici alta stima di sue virtù, e una grave apprensione per la preveduta fragilità d'un regno spartito tra fanciulli.
Arcadio da Costantinopoli governava l'impero d'Oriente; Onorio da Milano reggeva Italia, Africa, Gallia, Spagna, Bretagna, Norico, Pannonia, Dalmazia, l'Illirico dimezzato. Ma Arcadio contava appena diciott'anni, undici Onorio, nè l'un nè l'altro le qualità che si richiedono anche in tempi quieti, non che le occorrenti in tanta procella. Vero è che il padre li aveva provveduti d'abilissimi tutori, mettendo Rufino guascone a fianco di Arcadio, Stilicone vandalo di Onorio: ma le gelosie di cotesti e de' loro successori approfondirono le divisioni, non solo di Stato, ma d'interessi fra i due imperi.
Stilicone, granmaestro della cavalleria e della fanteria, aveva accompagnato in tutte le guerre Teodosio, il quale lo spedì ambasciadore in Persia, poi gli sposò sua nipote Serena, dalla quale ebbe Eucherio, Maria e Termanzia. In ventitre anni che comandò gli eserciti, non vendette gradi, non fraudò delle paghe i soldati, nè elevò il proprio figlio o gl'immeritevoli: ma avido di piaceri e ricchezze, l'ambizione sua non era soddisfatta al vedersi dagli adulatori corteggiato più di Onorio stesso, e cantato perpetuamente dal miglior poeta d'allora, Claudiano. Traverso alle costui piacenterie ed alle calunnie della storia, queste e quelle stipendiate, è difficile avverare altro, se non il valore di lui, e l'uso fattone a pro d'un impero, che costituito militarmente, sol dalla forza doveva trarre l'ultimo suo ristoro.
Al morire di Teodosio, Stilicone aveva preteso alla tutela d'amendue gl'imperatori; e se ne mostrò degno col coraggio contro i Barbari. Dovendo, come il denaro e le gioje, così le legioni dividersi fra i due imperatori, propose guidarle egli stesso in Oriente, sì per tenere in disciplina i soldati, sì per opporsi all'insurrezione dei Goti: ma Rufino ingelosito gli fece da Arcadio intimare non procedesse, se non voleva essere in conto di ribelle. Stilicone non esitò a dar volta, ma affidò le legioni e la sua vendetta al goto Gaina, che trucidò Rufino (395 — 9bre). Eutropio, succeduto a costui, prima copertamente insidiò a Stilicone per togliergli ora il favore del suo principe, ora la confidenza del popolo, ora anche la vita; poi dal docile senato di Costantinopoli il fece decretare pubblico nemico (396), confiscatine i possessi in Oriente; e quando il vide movere contro Costantinopoli, sollecitò Gildone nobile mauritano a voltarsi da Onorio ad Arcadio.
Questo Gildone aveva in patrimonio mille ottocento miglia di terreno sulle coste d'Africa, che anticamente formavano cinque provincie romane; e fatto anche comandante dell'armi imperiali d'Africa, vi regnò da tiranno, con un'armata di settantamila uomini, Roma riconoscendo soltanto col tributarle il grano, del quale mantenevasi l'Italia. Le lamentanze degli oppressi giunsero però all'imperatore; e Stilicone, fattolo chiarire nemico della patria, spedì Mascezelo a domarlo (398). Cinquemila uomini bastarono contro quell'immenso apparato; Gildone preso si uccise; i capi della sommossa furon dati da giudicare al senato, impaziente di punire coloro che aveano minacciato il popolo in ciò che più gli stava a cuore, il vitto. Dieci anni appresso non erano ancora esaurite le procedure contro i complici dell'Africano.
Leggete le odi di Orazio, ove dagli Dei è promesso a Roma che starà immobile, e detterà patti ai trionfati Medi; poi vedete il poemetto di Claudiano _Della guerra gildonica_; qual melanconico contrasto! Quivi Roma, misera in aspetto, recasi ai piedi di Giove «non coll'usato volto, nè qual dettava leggi ai Britanni, o sottometteva a' suoi fasci i tremendi Indiani; ma fievole di voce, tarda il passo, depressa gli occhi, colle guancie scarne, le braccia smagrite, a gran pena sul debole omero sostenendo lo squallido scudo, rivelando la canizie di sotto all'elmo lentato, e trascinando l'asta irrugginita. Giunta finalmente al cielo, prostrossi alle ginocchia del tonante, e ordì meste querele: — Se le mie mura, o Giove, meritarono di nascere con durevoli augurj, se inalterati stanno i carmi della Sibilla, nè disprezzi ancora la rôcca Tarpea, io vengo a supplicarti, non perchè il console trionfante calchi l'Arasse, o le nostre scuri oppugnino la faretrata Susa, nè perchè piantinsi l'aquile nostre sulle arene del mar Rosso: questo un tempo mi concedevi; ora io Roma ti chiedo il vitto, il vitto soltanto, ottimo padre; rimovi l'estrema fame; già satollammo ogn'ira; già soffrimmo tanto, da movere a compassione e Geti e Svevi; la Partia stessa inorridisce ai casi miei».
L'orgoglio di Stilicone passò ogni segno quando ebbe sposata sua figlia Maria all'imperatore. Ma questi compiva appena i quattordici anni; e dopo dieci altri la sposa morì, illibata da un marito senza forza e senza passioni, il quale in ventott'anni di regno non uscì mai di fanciullo, lasciando imperare Stilicone, che forse ne fomentava l'inerzia e accarezzava l'imbecillità.
Eppure, se in alcun tempo mai, allora veramente era bisogno di principe attuoso e guerresco; perocchè, non appena Teodosio chiuse gli occhi, i Goti pensarono uscire dalla forzata tranquillità, e mettere a nuovi guasti l'impero. Alarico, della principesca famiglia dei Baiti, la più illustre fra' Goti dopo quella degli Amali, era stato formidabile avversario di Teodosio, poi riconciliato seco ed eletto maestro delle milizie. Morto questo, e tenendosi scarsamente rimunerato, stava di mal cuore nelle terre assegnategli; forse inizzato da Rufino, devastò la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia; per le mal difese Termopile entrò nella Grecia, fin allora intatta da scorrerie; e distrutti tempj e città, sospesi i riti di Cerere Eleusina, dal mar Nero al golfo Adriatico gli abitanti furono uccisi o spinti in ischiavitù.
Accorto più che non s'aspetterebbe da Barbaro, Alarico facea spargere un oracolo, che lo diceva fatato a distrugger Roma e l'Impero. Ne lo lusingava la scissura fra le due Corti, posto in mezzo alle quali, poteva profittare degli errori d'entrambe. Ed error sommo commise Arcadio cedendogli la provincia da lui devastata e, ch'è peggio, i quattro grandi arsenali dell'Illiria. Ne conobbe l'importanza Alarico, e per quattro anni li fece lavorare non ad altro che a stromenti da guerra; sicchè, a spese e fatica delle provincie, i Barbari poterono al naturale coraggio unire questo sussidio, sovente mancato. Ne cresceva Alarico di credito e d'aderenti, i quali lo proclamarono re dei Visigoti (382), e chiesero li traesse di servitù e li menasse al trionfo.
Piantavasi in tal modo una terza potenza fra le due che divideano l'orbe romano; e il nuovo re ora all'Oriente ora all'Occidente vendeva i suoi servigi, calcolando con barbara sagacia contro di quale più gli convenisse voltar le armi. Le provincie orientali sono state corse dalle orde in ogni senso: Costantinopoli è situata in troppo mirabile robustezza; l'Asia non è accessibile a chi non abbia flotte: ma l'Italia, oh! essa può dirsi intatta ancora, essa opulenta, essa indifesa.
Ed a quella bellezza, che formò sempre il vanto e il pericolo del nostro paese, drizzò Alarico la voglia e i passi; e valicate le alpi Giulie, consumò buon tempo attorno alle oppostegli difese e massime ad Aquileja, mentre tale sgomento diffondevasi per la penisola, che i ricchi già imbarcavano ogni avere per la Sicilia e per l'Africa. I residui Pagani all'aspetto di queste sventure esclamavano, — Ecco segni della collera dei numi abbandonati»; i Cristiani ripetevano, — Ecco la punizione dei delitti con cui Roma salì tant'alto, e di quelli pei quali ora declina»; e gli uni e gli altri cresceano il danno reale con terrori superstiziosi.
Ad Onorio, sonnecchiante nel palazzo di Milano, le adulazioni non lasciavano pur sospettare che altri potesse avventurarsi contro il successore di tanti cesari; e baloccandosi nel dar beccare di propria mano a una nidiata di polli, non aveva forse tampoco udito il nome d'Alarico. Il nembo gli ruppe il sonno, non gl'infuse il coraggio; e tentennando fra le paure, pensò ricovrarsi in alcuna remota parte della Gallia. Ma Stilicone, prevedendo qual terrore getterebbe la fuga del monarca, vi si oppose; pigliò l'assunto d'accozzare un esercito; e non v'avendo truppe in Italia, che pur era capo d'un impero steso sulla Gallia, la Spagna, l'Inghilterra, il Belgio, la costa d'Africa e mezza Germania, mandò alle più lontane legioni che accorressero, lasciando la mura Caledonia e le rive del Reno sguernite, od affidate a soli Germani. Egli medesimo, non essendo di quelli per cui il patriotismo è passione accecante ed esclusiva, non badava se il soccorso venisse da Barbari o no; e imbarcatosi sul lago di Como nel cuore della vernata, giunse nella Rezia, sedò i tumulti, e arrolò quanti nemici di Roma vollero divenirne i difensori.
Onorio, assediato in Asti, già era a un punto di cedere, quando, gli eserciti d'ogni parte sopravenendo, Stilicone strinse in mezzo i Goti; côlto il tempo che celebravano la pasqua, gli assalì a Pollenza nella Liguria (403), li ruppe, e delle spoglie loro arricchì i suoi soldati. Alarico, dopo che invano adoprò il senno e il braccio a reggere il campo, e vide prigioni sua moglie, le nuore, i figliuoli, si ritirò con la cavalleria, e pensava rifarsi con un colpo ardito varcando l'Appennino per isgominare la Toscana ed assalir Roma. Ma i capi dei Goti, infedeli a un re vinto, o ineducati alla prova dell'avversità, minacciarono abbandonarlo; tanto ch'egli dovette porgere ascolto alle proposizioni fattegli d'abbandonare l'Italia, purchè gli fossero restituiti i parenti presi e una pensione. Nella ritirata avea disegno di sorprendere Verona; ma Stilicone, istruttone, lo colse e sconfisse di modo, che gli fu grazia sottrarsi colla fuga. Eppure quell'instancabile, rannodate le reliquie fra i monti, mostrò ancora la fronte al nemico, che stimò fortuna il lasciarlo uscir dall'Italia, troppo convinta di non aver più barriere contro l'ingordigia de' Barbari.
Onorio solennizzò in Roma il trionfo (404), cui non avea contribuito. Questa, che in cent'anni vedeva appena per la terza volta un imperatore, andò lieta dei doni che fece alle chiese, della riverenza insolita che mostrò al senato, e soprattutto dei giuochi ch'esso le preparò nel circo: ma i sanguinosi spettacoli dei gladiatori erano riprovati a gran voce dai sacerdoti cristiani; il poeta Prudenzio in bei versi ne sconsigliava l'imperatore pupillo; il pio Telemaco uscì a bella posta dal suo romitaggio, e discese nell'arena egli stesso per impedirli: il popolo infuriato lo trucidò, ma col sangue del martire fu scritto il trionfo dell'umanità.
L'adulazione ergeva ad Onorio un arco, ove leggevasi aver lui per sempre distrutta la nazione dei Goti: ma la prudenza dava la mentita col riparare e munire i castelli vicini a Roma e le mura di questa. Eppure nè quivi nè in Milano sentendosi sicuro, l'imperatore andò a rimpiattare la porpora in Ravenna, difesa dalla flotta, dalle paludi e dalle fortezze.
E ben era tempo di munirsi, perocchè tutto il Settentrione agitavasi e traboccava le sue piene verso l'Italia. Allettato dai trionfi e dalle prede altrui, Radagaiso (Radegast), a capo d'un'accozzaglia, alcuno dice di ducentomila Vandali, Svevi, Borgognoni, mosse dal Baltico, e cresciuto per via da venturieri d'ogni nazione, si presentò sul Danubio. Come difendere le lontane provincie quando il pericolo stringeva l'Italia? Stilicone dunque richiamò di là le guarnigioni, e con nuove leve, e col promettere libertà e denaro agli schiavi che s'arrolassero, appena mise in piedi trenta o quarantamila guerrieri, cui aggiunse molti Barbari ausiliarj: tanto era stata micidiale l'ultima guerra, tanto aborrito il militare.
Con uno dei tre corpi in cui erasi divisa quella moltitudine, Radagaiso passò senza ostacolo la Pannonia, le Alpi, il Po; evitando Stilicone accampato sul Ticino, dagli Appennini scese improvviso a saccheggiare l'aperto paese, distruggendo gli avanzi delle già floride città d'Etruria (405), assediò Firenze, e bucinavasi che il feroce avesse giurato ridurre a un mucchio di rottami la regina del mondo, e col sangue de' più illustri senatori propiziare i numi suoi. I fedeli dell'antica religione nazionale, sperando quest'idolatro ripristinerebbe gli Dei, e sulla ruina della patria trionferebbe la loro fazione, invece di eccitare il popolo ad armarsi di coraggio, e se non altro di disperazione, esclamavano: — Ecco, tutto perisce al tempo de' Cristiani; come resistere ad un guerriero che ogni giorno fa sagrifizj, mentre a noi sono vietati?» I Cristiani incoravano l'assediata Firenze con miracoli e rivelazioni; ed uno asserì che sant'Ambrogio eragli apparso in sogno, assicurandolo che per domani la patria sarebbe redenta[253]. In fatti dinanzi a quella città l'esercito di Stilicone raggiunse il barbaro; e coll'abilità medesima onde aveva due volte vinto Alarico senz'avventurarsi all'incertezza d'una battaglia la cui perdita sarebbe stata irreparabile, circonvallò il nemico di robuste trincee, talchè di assediatore assediato sulle aride balze di Fiesole, restò consunto dalla fame. Radagaiso, costretto ad arrendersi, ebbe tronca la testa; e i suoi furono venduti schiavi in tanto numero, che se ne aveva una partita per una moneta d'oro; il clima poi e il vitto cangiato li sterminò. Ad altre grosse frotte aquartieratesi fra le Alpi Stilicone agevolò la ritirata; andassero pure a manomettere le provincie, tanto solo che rimanesse salva l'Italia.
Alla quale ormai riducevasi l'immenso impero d'Occidente; perocchè la Gallia era occupata da Franchi, Burgundi, Alemanni; la Bretagna, sgombra di legioni; effimeri imperatori s'ergeano a disputare il lacero manto d'Augusto, fra cui basti nominare Costantino, che chiaritosi imperator delle Gallie (407), ottenne da Onorio il titolo di collega. Poi sovrastava Alarico, dalla sventura non abbattuto ma istruito; e non che i Barbari perdessero confidenza nel valore e nella prudenza di esso, a lui facevano capo quante bande scorrazzavano dal Reno all'Eusino. Stilicone cercò dunque gratificarselo per averlo fautore nel non mai deposto disegno di sottomettere l'Oriente: e Alarico, affacciatosi alle frontiere d'Italia, esibì difenderla, purchè gli fossero accordate alcune domande, e a' suoi una delle provincie occidentali restate deserte.
Nella crescente fiacchezza d'Onorio e del suo governo, Stilicone s'era industriato di tornare qualche polso al senato, e far che si recasse in mano gli affari pubblici; ma non avea trovato che retori, istruiti nelle forme dell'antica repubblica e nulla più, e vogliosi di pompeggiare in parole sonanti, come al tempo che i loro padri intimavano a Pirro, — Esci dall'Italia, e poi tratteremo». Allora dunque che Stilicone propose le domande del re goto, i senatori gridarono essere indegno della romana maestà il comprare incerta e vergognosa pace da un Barbaro: ma il generale, non badando a ciò che ricordavano i libri, ma a ciò che esigeva la vigliaccheria della corte di Ravenna, attutì l'intempestivo patriotismo imponendo consentissero ad Alarico quattromila libbre d'oro, perchè assicurasse i confini d'Italia. Lampadio senatore esclamò, — Questa non è una pace, ma patto di servitù»; e dalle conseguenze di tale franchezza nol campò che l'asilo d'una chiesa[254]: ma incorati da tale protesta, i senatori si ostinano sul niego, mettendo un'opposizione affatto insolita al generale onnipotente.
Ad essi davano sostegno le legioni, indispettite dal vedersi posposte a Barbari. Onorio medesimo era stato insusurrato contro del suo tutore, come volesse tenerlo perpetuo pupillo, se non anche mutarne la corona sul capo del proprio figlio Eucherio; onde, diretto da Olimpio, pretese esercitare in fatto il dominio che teneva di puro nome, e fare mal arrivato il ministro. Si presenta dunque al campo di Pavia, composto di truppe romane ostili al Barbaro, e ad un segnale fa trucidare tutti gli amici di questo, altri illustri con essi, e saccheggiare le case. I condottieri, la cui fortuna intrecciavasi a quella di lui, ad una voce chiesero a Stilicone li menasse a sterminare questi imbelli Romani. Se gli ascoltava, l'esito avrebbe potuto giustificarlo; ma egli o fiaccamente tentennò, o generosamente preferì la propria alla pubblica ruina, sicchè i federati l'abbandonarono dispettosi; un di loro assaltò la sua tenda, e trucidò gli Unni che vi stavano di guardia; Stilicone, rifuggito agli altari in Ravenna, ne fu tratto con perfidia; e decretato a morte, la subì con dignità e coraggio (408).
Al traditore, al parricida fu allora gridato d'ogni parte da coloro stessi che dianzi incensavano il ministro guerriero; e chi s'affrettava a rivelarne gli amici, chi a nascondersi. Olimpio, orditor primo della trama contro il suo benefattore, esagerava ad Onorio il pericolo sfuggito, e l'inaspriva contro la memoria del salvatore dell'impero; Eucherio, figlio di questo, svelto alla chiesa, fu trucidato; Termanzia, succeduta alla sorella Maria[255] nel freddo talamo di Onorio, fu repudiata intatta; e la fermezza con cui gli amici di Stilicone sostennero torture e morte, lasciò che i servigi di lui rimanessero certi, incerta la colpa. Fu imputato d'intelligenza coi Barbari, egli il solo che li seppe vincere sempre in ventitre anni che diresse gli eserciti; d'avviare al trono Eucherio, egli che il lasciò fino ai vent'anni umile tribuno dei notari; di meditare il rialzamento del paganesimo, egli che educò il figlio nella religione cristiana, e che era esoso ai Gentili per avere arso i Libri Sibillini[256] e perchè sua moglie avea tolto un monile a Vesta, quelli oracolo, questa salvaguardia di Roma.
Al rompere della diga, il torrente traripò; ed Onorio stesso pareva compiacersi d'abbattere se alcun ostacolo restava, congedando i più prodi perchè idolatri od ariani, e sostituendo uffiziali vilipesi dai nemici, esosi all'esercito. I Barbari, che servivano come ausiliarj, dal vendicare Stilicone non si rattenevano se non per riguardo alle famiglie e alle ricchezze che aveano depositate nelle città forti d'Italia: or bene, Onorio ordinò che que' preziosi ostaggi fossero tutti il medesimo giorno scannati, e rapitine i beni. Tolto ogni freno all'ira e alla disperazione, trentamila federati disertarono ad Alarico, che esultò di veder la Corte operare così a suo disegno; e la caduta di Stilicone riverito e paventato, le paghe interrotte, l'istigazione degli offesi lo resero ardito d'intimare all'impero soddisfazione o guerra. Lasciossi poi mitigare: ma i Romani, interpretando la moderazione per paura, nè accettarono i patti, nè s'allestirono d'armi (409); sicchè Alarico, rotta l'amistà e la fede, si mosse, e dall'alto delle alpi Giulie mostrò a' suoi le delizie del clima italiano, le superbe città, i soavi frutteti, le spoglie di trecento trionfi accumulate in Roma, e la facilità di rapirgliele. Aquileja, Altino, Concordia, Cremona soccombono a quel forte; nuovi federati s'aggiungono ogni dì alla sua bandiera, che sventola in faccia a Ravenna; spaventata la quale, egli costeggia l'Adriatico, poi, per la via Flaminia, di città in città senza contrasto pianta le tende sotto l'antica signora del mondo. Un eremita tenta sedarne la furia, ed Alarico risponde: — Non posso fermarmi; Iddio mi spinge avanti».
Più non era il tempo che, contro di Annibale e di Pirro, il popolo romano si alzava quasi una persona sola, e dall'infimo plebeo fin al consolare e al dittatore tutti correvano a vittoria o morte. L'Impero avea perduto le migliori sue provincie; le altre rimanevano sì deserte, che doveasi ripopolarle con sciami di Barbari. L'Italia specialmente, per le ragioni altrove discorse e massime per le colonie militari, andavasi disabitando fin dal tempo dei primi imperatori.
Esauste da piaceri eccessivi od infami le sorgenti della vita, i ricchi per voluttà, i poveri per necessità, aborrivano dal matrimonio; sicchè Costantino grandi privilegi attribuiva a chi pur un figliuolo avesse. Non volendo svilirsi nel commercio e nell'industria, i ricchi investivano i loro capitali in terreni, che vennero a ridursi tutti nelle mani di giganteschi possessori, massime dopo che Trajano pose per condizione dell'aspirare a dignità l'avere almeno i tre quarti del patrimonio in Italia. Sparì dunque la classe vitale de' minuti proprietarj, e alla popolazione agricola sottentrarono gli schiavi: ma fin questa infelice genìa minoravasi, e perchè gl'imperatori non conducevano tutti i prigionieri in Italia dacchè essa non era più riguardata come capo dell'impero, e perchè, meglio delle robuste braccia da aratro e da marra, si cercavano molti servi, che a centinaja seguissero per via i padroni e le dame[257].
I piani d'Italia, dalla maschia loro feracità erano convertiti in molli giardini e inutili parchi; il grano aspettavasi dall'Africa e dall'Egitto, sicchè qualvolta o le flotte nemiche o i tiranni o le procelle intercettassero il tragitto, Italia affamava. Diviso poi l'Impero, essa non solo cessò di ricevere i tributi del mondo, ma ebbe accomunate le tasse degli altri paesi, e divenne simile a colui che, avvezzo a scialare in casa di grandi, si trovi repente senz'appoggio, povero, inerte, male abituato.
Più volte qui gittò la peste, fierissima sotto a Tito, fin ad uccidere in Roma diecimila persone in un giorno; poi riportata d'Oriente dall'esercito di Lucio Vero[258]; di nuovo sotto Comodo, e spesso nel secolo seguente. Tre guerre civili s'erano combattute alla gagliarda nell'Italia settentrionale al tempo dei Trenta Tiranni, tre sotto Massenzio, tre sotto i figli di Costantino, due alla morte di Graziano e di Valentiniano II: e i Barbari, facendosi beffa della barriera dell'Alpi, venivano a rapire schiavi ed armenti, lasciando un incolto deserto.
Procuravano gl'imperatori risanguarlo o colle colonie militari, o trasferendovi gente; Aureliano distribuì prigionieri, che nel paese fra l'Etruria e le alpi Marittime piantassero vigne da far gratitudine alla romana plebe[259]; il vecchio Valentiniano spedì sul Po gli Alemanni presi al Reno[260]; Graziano, Taifali ed Ostrogoti su quel di Modena, Reggio e Parma: ma fin questo inadeguato ristoro mancò quando altrove che all'Italia gl'imperatori mandarono i prigionieri di Germania e di Persia, e quando, cessate le esenzioni, nulla allettava i veterani forestieri a piantarsi in colonia di qua dalle Alpi. Pertanto sant'Ambrogio scrive a Faustino: — Partendo da Bologna, tu lasci alle spalle Claterna, essa Bologna, Modena, Reggio; hai a destra Brescello, di fronte Piacenza, di cui non altro che il nome rimembra l'antica celebrità; a sinistra mettono compassione gl'incolti Appennini; e considerando le borgate un tempo animatissime di popolo, ti si stringe il cuore nell'osservare i cadaveri di tante città mezzo diroccate, e la morte di tante contrade per sempre distrutte»[261].
La Gallia Cisalpina, più discosta dalla corruttela, avea serbato lena più a lungo; ma quando si piantarono altre corti in Ravenna e Milano, le auliche splendidezze introdussero immoralità, le largizioni ozio, le cariche brogli; e la gente, affollandosi a quelle per vivere di donativi, svogliavasi dal lavoro dei campi, dalla tediosa onestà delle famiglie, dalla schietta rozzezza de' villaggi.
Quanto al mezzodì dell'Italia, basti dire che nel 395 una legge d'Onorio sgravò del tributo cinquecentoventottomila e quarantadue jugeri di terreno inseminato nel paese a cui l'ubertà guadagnò il nome di _Terra di lavoro_[262]. Per quei deserti erravano a baldanza orde devastatrici. Già soleano molestar le vie ne' tempi antichi; ripullularono durante le guerre civili, peggio dappoi: un Balla, entrante il III secolo, con seicento masnadieri infestava l'Italia inferiore, e due anni penò Settimio Severo a sterminarlo[263]. Tanto poi crebbe il male, che Valentiniano I venne nella determinazione di disarmare l'Italia come le provincie, sicchè nessuno portasse armi senza sua espressa licenza; nessuno, eccetto le persone di qualità, comparisse a cavallo nel Piceno, nella Flaminia, nell'Apulia, nella Calabria, ne' Bruzj, nella Lucania, nel Sannio, indi neppure nelle circostanze di Roma[264]: provvedimento estremo, che attesta la gravezza del male, e che toglieva alla quieta popolazione il modo di schermirsi da coloro che sfidavano la legge. E perchè di pastori principalmente formavansi queste bande, Onorio decretò che, chi consegnasse figli da allevare a pastori, s'avrebbe come confesso d'intelligenza co' masnadieri[265]. Alla strada e al bosco molti erano spinti dall'ingorda tirannide degli esattori fiscali, che, sotto pretesto di vecchi debiti, taglieggiavano il paese, e molestavano con estorsioni, prigionie, supplizj.
Potevano i cittadini amare una patria, che più non recava nè grandezza nè dignità nè sicurezza nè giustizia? Ristretta la pubblica vita nel gabinetto dell'imperatore, ai sapienti, agli statisti più non rimane che coltivare il diritto civile, ed esercitare la retorica e la giurisperizia nei minuti interessi privati. Proscrizioni dittatorie, guerra civile e supplizj imperiali tolsero di mezzo la nobiltà antica: la nuova, che non ha tradizioni a custodire, privilegi a tutelare, affollasi attorno al principe onde esercitare una parte delle costui tirannidi, e godere in fretta d'una preda che fra breve sarà rapita.
Dispensati dal servizio militare per gelosia, esclusi dai dibattimenti pubblici per costituzione, considerando come turpe l'industria, popolo e ricchi poltriscono nell'inerzia, ovvero esalano la turbolenta energia ne' parteggiamenti del circo o nelle esorbitanze del lusso. Ciascuno si fa parte da se medesimo, e con mercenaria avidità specula sulle pubbliche sciagure per ottenere gradi, piaceri, potenza, e, stromento dell'una e degli altri, il denaro, procacciato con spergiuri, corruzione, falsi testimonj, ladronecci. V'ha chi serba sentimento del nobile e del giusto? geme sulle sventure, e vedendole irreparabili, abbandona la società ai ribaldi e agli ambiziosi, e armato di disprezzo, o si ricinge di virtù austere ma senza viscere, o si stordisce fra godimenti sensuali, e con riti superstiziosi interroga un destino che teme e che non può declinare.
La classe media, più morale perchè operosa, era perduta, l'Impero riducendosi a ricchi sfondolati e a pezzenti, e tra loro l'abisso. Decurioni e senatori, a forza di eredità e di usurpamenti, succedendo ad infinite famiglie cadute serve o mendiche, aveano occupato provincie intere, e facendosi centro ciascuno d'un piccolo mondo, trascuravano tutto il resto. Se ad un de' siffatti il Goto occupasse i campi della Tracia, gliene sopravanzano immensi nella Spagna; se il Borgognone gli ardesse il ricolto nella Gallia, continuavano a fruttargli gli oliveti della Siria. Di qui l'imprevidenza meravigliosa di gente esultante sopra il sepolcro; di qui i prepotenti abusi, giacchè, qual magistrato poteva intimare obbedienza al possessore d'intere provincie?
In queste la nobiltà imperiale, cui spettavano le elevate magistrature, somigliava a quella di Roma, e diffondeva lontano la corruttela della metropoli; la nobiltà paesana, investita degli onori municipali, foggiavasi su quegli esempj. Fatti tutti cittadini romani, crebbe il numero degli ozianti, cui il tesoro dovea nutrire, del quale così aumentavano i bisogni quanto sminuivano le entrate; e ben tosto le campagne e le città lasciaronsi vuote per andar a godere e brogliare in Roma. Quivi bisognava alimentarli; e perciò, invece del grano, distribuivansi pane e carne e vesti già fatte e denaro, tutto a spese del restante impero.
Nelle grandi città s'annida una mescolata d'artigiani e di liberti, viventi sullo scarso traffico lasciato a loro dal monopolio imperiale, e col porgere alimenti al lusso e alle voluttà de' signori; del resto arrogante e vilipesa, conculcata e sommovitrice, minacciosa e tremante. Nè s'agita essa, come al tempo de' Coriolani, pei diritti proprj o per gl'interessi della patria; ma per domandare pane e giuochi, per sostenere prezzolata le cabale d'eunuchi e favoriti, che in pochi anni trarricchiscono vendendo le grazie del monarca. Ignorante e conculcata, paurosa di perdere quel che non possiede, avida d'un avvenire che nè conosce nè spera, esulta non della propria libertà, ma dello strazio de' suoi antichi oppressori; gode allorchè può crescere le sofferenze, e chiedere sieno dati i Cristiani ai leoni, o gettati nel Tevere i tiranni che jeri adorava. L'unica volta che i Romani mostrarono qualche vigore, fu nel respingere la legge Papia Poppea, che reprimeva il libertinaggio.
Così non più affetto pei deboli, non più subordinazione verso i potenti, non zelo per l'ordine sociale, non dignità di carattere, non venerazione per la divinità; una dotta corruttela, sfruttata d'immaginativa e fiacca di ragione, che più non sa se non commentare le opere antiche, rimenar dispute incancrenite, simile ai vecchi che ridicono il passato quando perdettero il senso del presente. Rimescolavano questa decrepita società le dottrine teurgiche, tardo alimento a credenze illanguidite, sicchè il meraviglioso e l'incredibile divenivano ordine e realtà.
E una tal Roma si vorrebbe che noi compiangessimo? Ne' tempi nostri, se ci stomaca la corruttela de' ricchi e de' saccenti, ci volgiamo alle classi operose. Queste in Roma trovavansi sistemate a modo di maestranze fin dall'antica costituzione; ma non che servire alla tutela reciproca, offrirono destro all'avidità del fisco, che esigeva da tutti insieme quel che dai singoli non avrebbe ottenuto. E talmente erano gravate, che non comprenderemmo come durassero, se non sapessimo che gl'imperatori poteano costringer uno ad entrarvi; che entrati, non se n'usciva più, e se uno se n'allontanasse, v'era ricondotto come disertore.
I campagnuoli, tanta oggi e sì vital parte, erano o coloni liberi o schiavi, distinti piuttosto di nome che di fatto, e poco superiori alle bestie che ne ajutavano le fatiche. Non che ispirare a costoro sentimenti di patria, o educarne il coraggio, erano tenuti inermi e ignoranti, che mai non potessero rivoltare contro dei tiranni le braccia od il pensiero: i lontani padroni gli affidavano a qualche schiavo o liberto favorito, che esercitava la superbia dispotica e crudele del servo che comanda. Al colono non restava modo legale di recare i lamenti al padrone o contro di esso; aggravato di canone sempre crescente, s'indebitava; quando l'oppressione giungesse al colmo, fuggiva, abbandonando casa, campi, famiglia per mettersi a servizio d'un altro, col quale ricominciare l'inevitabile vicenda, se pure il primitivo signore nol ridomandasse colle sommarie processure statuite dalla legge.
Se v'è cosa che compensi la libertà, a migliore partito si trovavano i coltivatori schiavi, cui almeno il padrone pasceva per conservare queste macchine animate. Però le fatiche e la durezza de' sovrantendenti li consumavano, e più non essendone empito il vuoto dalle cessate vittorie, bisognava comprarli dai Barbari vincitori, o fra quelli che per castigo erano privati della libertà. Insofferenti dell'oppressione in cui non erano nati, costoro erano tenuti quieti soltanto dalla sferza e dalle catene; al primo bel destro fuggivano a vivere vagabondi; o intendendosi fra loro, trucidavano i padroni, e gittatisi alla foresta, viveano in armi. Non potendo dai Romani aspettare che castigo, blandivano i Barbari, ne imparavano la favella, ne divenivano anche guide, esultando agli strazj del popolo, da' cui ceppi si erano riscossi[266]; ovvero dai loro covili piombando sui coloni rimasti, ne esacerbavano le miserie. Il proprietario assalito o minacciato, se fosse qualche opulento senatore, poteva invocare la pubblica forza: il minuto possidente trovavasi esposto irreparabilmente all'attacco, vietandogli le leggi l'uso delle armi. Che gli rimaneva dunque? vendere il camperello al dovizioso vicino, o lasciarlo sodo, se pure il fisco non glielo staggisse in pagamento de' gravosi contributi; e sottrattosi all'infelicità del possedere, rifuggire a Roma.
Chi s'accostava a questa città, vedeva per tutto magnificenza, codardia e morte; campagne trascurate e parchi voluttuosi; solitudine e stormi di schiavi; poi ville splendidissime, e vie eterne fiancheggiate di monumenti, le quali fin dal Clyde e dall'Eufrate mettevano capo al Foro, pieno di storia più che non interi regni. Alle trentasette porte schiuse nella cerchia di Roma, che girava quindici miglia (t. III, p. 424), rispondevano altrettanti suburbj, simili a città, e che prolungavansi fino al mare, ai Sabini e per entro al Lazio antico e all'Etruria. Là entro stivavasi una popolazione affluente da tutto il mondo, ridotta a un terzo dalle recenti sciagure, e dopo che con Roma, oltre Costantinopoli, gareggiavano Cartagine, Treveri, la florida Milano e la paludosa Ravenna. Là trovavi distinti Cappadoci, Sciti, Ebrei; là quella mescolata d'ogni razza e credenza, senza condizione nè patria nè nome, che è la zavorra di tutte le metropoli. La plebe più non guadagna a vendere il voto o a testimoniare il falso; non v'è più un Clodio, un Catilina che l'assoldi per tumultuare; non più re stranieri che ne comprino il favore, nè la chiamino erede di intere provincie; la pompa de' trionfanti non rinnova ogni anno le largizioni, nè agl'imperatori più cale d'averla amica e plaudente. Il mutarsi a Costantinopoli o a Milano di tante famiglie senatorie e della Corte, lasciò senza pane migliaja di persone avvezze a vivere su quelle: giace dunque la moltitudine scoraggiata, come il pitocco che sciupò nell'inerzia la gioventù; Teodosio e Graziano sono costretti a reprimere l'oziosa mendicità che ingombra le vie; e dell'antica boria non si conservano che i vizj, cresciuti coll'affluirvi d'ogni genìa. Sotto Teodosio si erano piantati lupanari presso certi molini, e gli uomini che v'entrassero cadevano in trabocchetti, ed erano forzati a girar le màcine, senza che più nulla se n'intendesse di fuori[267]. Nel mezzo di Roma! e il delitto sarebbe rimasto occulto, se un soldato non riusciva per gran ventura a camparne.
Pure il popolo, antico padrone del mondo, non avea perduto il diritto d'essere pasciuto gratuitamente; e ogni giorno a tenuissimo prezzo distribuivasi pane a ciascun cittadino, in ducencinquantaquattro forni e ducensessantotto magazzini assegnati ne' varj quartieri: vi si univa per cinque mesi il lardo, somministrato dai majali della Lucania, e che al tempo di Valentiniano III saliva a tre milioni secentoventottomila libbre; tre milioni di libbre d'olio, tributo africano, distribuivansi per accendere i lumi e per ungersi nei bagni; e le vendemmie della Campania procacciavano vino a basso mercato. Ogni sollevazione dell'Africa o della Sicilia, da cui bisognava trarre il grano, recava dunque spavento; e dopo che l'Egitto ebbe ad approvvigionare Costantinopoli, si dovettero empire i granaj di Roma con frumenti del Rodano, dell'Arari e dell'Iberia[268]. Somme ingenti uscivano pure d'Italia per provvedere tante lautezze di vestire e di mangiare, e marmi e travi per le fabbriche, e belve per gli spettacoli; poi anche per assoldare i Barbari, o pagar ad essi un indecoroso tributo. La minutaglia, nudrita non per onore, ma perchè non tumultui, senza letto nè tetto, nè scarpe in piedi o cenci in dosso, s'affolla nei teatri e pei circhi, tronfia di nomi pomposi, lavasi in terme degne di re, e beve, e giuoca; ode una sconfitta? ulula gemiti disperati, che domani più non ricorda; ode una vittoria? esclama, — Viva l'imperatore; avremo pane e giuochi».
Perocchè al pane e ai giuochi riduceansi tutte le sue aspirazioni, e al delirio giungeva l'amore degli spettacoli. «Odono (dice Ammiano Marcellino) che da alcun luogo giungano cocchieri o cavalli? s'affollano attorno al narratore, come gli avi loro affisavano attoniti i figliuoli di Leda, nunzj della vittoria. La plebe logora la vita al giuoco, nel vino, pei chiassi e negli spettacoli; centro di loro speranza, loro tempio, loro abitazione, lor parlamento è il circo Massimo. Pei fôri, sui trivj, nelle piazze s'accalca; e chi più gode autorità, va per le strade gridando che crolla il pubblico stato se, nel prossimo conflitto, il tale auriga suo protetto non ottiene la palma. Il giorno poi de' ludi equestri, prima che il sole mostri dal cielo la splendida faccia, v'accorrono, superando in velocità i cocchi disposti per entrare in lizza; e molti fin la notte vegliano, temendo non soccomba la fazione lor favorita»[269]. Sant'Agostino ed Orosio raccontano che i Romani, fuggiti da Alarico a Cartagine, vi duravano nei teatri quant'era lunga la giornata; nulla credevasi perduto se il circo si ricuperasse; la spada gotica non avea nociuto a Roma se i cittadini potevano rigodere i giuochi circensi[270]: donde la felice frase di Salviano, — Il popolo muore e ride»[271]. Tremila ballerini e altrettanti musici sollazzavano Roma; essi soli vennero eccettuati quando, in una gran penuria, si sbandirono tutti i forestieri, sino i professori d'ogni arte liberale[272].
Gli eccessi del lusso accostavansi a quelli della miseria e della corruzione. I patrizj non sapevano che vantare una serie di avi, alle cui austere virtù potevano contrapporre soltanto un fasto, cresciuto a misura che diminuiva la civile importanza. Il nome di senato non indicava tampoco il primo corpo della metropoli d'un impero; ma opulentissimi senatori occupavano palagi da poter dirsi quartieri, anzi città, comprendendo piazze, tempj, ippodromi, boschi[273]. E provincie poteansi dire le loro possessioni, da cui alcuno traeva quattromila libbre d'oro l'anno, e un terzo di questo valore in generi; la rendita cioè di quattro milioni e mezzo. Chi non avesse che mille o mille cinquecento libbre d'oro sarebbesi appena reputato degno di sedere in quell'ordine, nè sufficiente a sostenerne i pesi e lo sfarzo. Macrino, quando fu eletto imperatore, potea colle proprie rendite bastare alle spese dello Stato: san Girolamo ad Eliodoro nobile cittadino d'Aquileja, poi divenuto vescovo di Altino, rinfaccia i vasti portici, gl'ingenti spazj occupati da case, le villeggiature deliziose[274]: Paola, la devota amica di esso santo, contava tra' suoi poderi la città di Nicopoli.
Di tali ricchezze facevano sciupìo in una vanità senza gusto: empiere la casa d'argenterie; moltiplicare le proprie effigie di bronzo o di marmo rivestito di foglia d'oro; sopraccaricare d'ornamenti i cocchi, di seta e porpora l'abito, che ad arte sciorinato, scopriva tuniche suntuose, ricamate a figure d'animali o a piante; e farsi precorrere da cuochi affumicati, seguire da una cinquantina di schiavi e di buffoni, poi parasiti ed eunuchi d'ogni età, pallidi e lividi. Il figliuolo d'Alipio, nelle solennità obbligate dell'anno di sua pretura, logorò un milione e duecentomila nummi d'oro, o vogliam dire zecchini, in sei o sette giorni: il figlio di Simmaco, senatore di mediocre fortuna, ne spese due milioni: quattro milioni il figlio di Massimo. Quegli Anicj e Petronj ed Olibrj, il cui patriotismo consisteva tutto nell'ostentare alberi genealogici, non che rifuggire dall'armi, nè tampoco comportavano fossero arrolati i loro servi; e quando l'imperatore Onorio volle con questi empire l'esercito, assordarono la curia di lamenti, ed esibirono piuttosto una somma d'oro[275]: tanto alla comune sicurezza preferivano l'avere magnifica famiglia.
Sotterfuggere ogni pubblica cura o domestica fatica, l'intera giornata oziare a garruli crocchi e a bagni, uscire talvolta con apparato immenso a vedere i servi cacciar le fiere, o pel lago Lucrino navigare alle magnifiche lor ville con una salmeria di fanti, eunuchi, staffieri, tal era la loro vita. Vai per loro? alla soglia incontri le are della dea Tutela, il cui nome dia buon auspizio all'entrare[276]. Il damigello non t'annunzia al padrone, se prima non si lavò da capo a piedi. Tarda uno schiavo a recare il tepido lavacro? trecento sferzate. La mano o il ginocchio soltanto concedono ai baci de' clienti, i quali vengono ancora ad offerire omaggio, o ricevere promesse e sportule: nè si lusinghi entrar loro in grazia chi non è destro nell'adulare, nel suono, nel canto, nell'avventurar patrimonj sopra un dado, nello spacciare auspizj e indovinamenti[277], senza i quali non s'intraprende opera alcuna. Dimenticati i libri, se non qualche scurrile; le biblioteche chiuse come sepolcri; in quella vece cercano organi idraulici, lire grandi quanto un carro, flauti ed altri enormi stromenti, de' quali e di voci canore solo risuonano i palazzi.
Che se alcun sintomo di vita appariva ancora fra quella turba viziosa, pusillanime, arrogante, era nella nimicizia fra Cristiani e Gentili, che, invece d'accordarsi a salute della patria, quelli attribuivano tutti i mali all'indulgenza dei Cesari verso le reliquie dell'idolatria, questi faceano voti per la fortuna dei Barbari, da cui speravano rialzati gli abbattuti delubri.
E i Barbari venivano addosso a questa città, che non avea più veduto eserciti stranieri da quando, seicentoventiquattr'anni prima, Annibale sciorinò in faccia a porta Collina il cavallo di Cartagine. Colla baldanza consueta ne' decaduti, ripetevasi sorridendo, — Impossibile che un Barbaro assedii questa città gigante, al modo che Porsena l'assediò nascente!» ma ecco Alarico la circonda (409), e ne interdice ogni comunicazione colla campagna e col Tevere: Allora i Romani si gettarono alla disperazione, solita conseguenza; e poichè il vulgo nelle grandi sventure vuol sempre alcuno su cui versare la colpa, cominciò la solita canzone de' tradimenti: — Fu Stilicone che chiamò Alarico; Serena, vedova di lui, tiene intelligenza con questo per vendicarlo»; e tanto schiamazzò, che spinse il senato ad uno di quegli atti di condiscendenza che attestano una debolezza colpevole; cioè condannarla a morte. Fieri e d'accordo al delitto, divisi e pusillanimi alla difesa.
La fame ingagliardiva alla giornata, nè la pietà dei monaci e di Leta, vedova dell'imperatore Graziano, bastavano a gran pezza al bisogno; onde la gente dai cibi schifi passò ai nefandi, e moriva per le vie, dove il lezzo dei cadaveri generava malattie. Ai mali opponevansi le superstizioni, ed auguri etruschi vennero asserendo di avere, con riti loro, salvato Narni, traendo il fulmine sopra i nemici, ed esibirono fare altrettanto a Roma: Pompejano, prefetto della città, interrogò i libri pontificali sopra ciò che convenisse fare; ma alle Sibille, che alla culla di Roma ne aveano vaticinato l'eternità, non restava più voce se non per annunziarne la morte quand'era già all'agonia. Gli aruspici allora protestarono, — Il Cielo non può placarsi altrimenti che con pubblici sacrificj, e col salire il senato in Campidoglio»; ma verun senatore osò assistere alla cerimonia, e i Toscani furono congedati. Falliti anche i soccorsi che si speravano mandati da Ravenna, più non restava che implorare la clemenza del re goto.
Il senatore Basilio e Giovanni tribuno dei notari furono spediti ad invocarla; ed avendo essi detto ad Alarico, — Non vedi quanta gente sia ancora in Roma?» egli rispose: — Meglio si sega il fieno dov'è più folto», e ordinò gli consegnassero quant'oro e argento rimaneva in città, pubblico o di privati, ogni suppellettile di prezzo, e tutti gli schiavi barbari. — Ma che dunque ci lasci?» chiesero i deputati; ed Alarico: — La vita». Pure assentì una tregua, nella quale piegatosi a qualche umanità, limitò la contribuzione a cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, trentamila di pepe, quattromila vesti di seta, tremila pezze di scarlatto fine, e si rendessero in libertà tutti gli schiavi barbari. Benchè fossero messi a contribuzione tutti i cittadini, non riuscivasi a pareggiare quella somma, onde si mise mano agli ornamenti dei tempj, e si fusero molte statue, fra cui quella del Valore, guajendone gli idolatri come segno che fosse perita la romana virtù.
Così soddisfatto, Alarico lentò l'assedio; e disserrate le porte, tre giorni si fece mercato di viveri ne' sobborghi, empiendo i granaj pubblici e privati pel caso di nuovi disastri. Alarico tenne in rigorosa disciplina il suo esercito, sicchè non insultasse ai vinti; poi diede volta verso Toscana, dove pensava svernare. Accorsero alla sua bandiera quarantamila Barbari schiavi, anelanti alla vendetta contro gli aspri signori, intanto che il suo cognato Ataulfo gli menava un rinforzo di Goti e di Unni, sicchè a capo di centomila uomini sgomentava l'Italia. Ma perchè ripeteva di voler pace, furono spediti tre senatori espressi da Roma alla corte di Ravenna a sollecitare il cambio degli ostaggi e un trattato, per cui fondamento Alarico poneva d'essere eletto generale degli eserciti d'Occidente con annua provvigione di denaro e di grano, e il possesso della Dalmazia, del Norico, della Venezia, che lo facevano arbitro del Danubio e dell'Italia. Olimpio, ministro d'Onorio, negò darvi orecchio; anzi dietro ai messi spedì a Roma un corpo di seimila Dalmati: dal cui minaccioso aspetto irritati, i Barbari li tolsero in mezzo e trucidarono. Poco dopo, Olimpio perde la grazia dell'imperatore, e dovette andarsene esule; ricuperò poi l'autorità, la riperdette, e mozzegli le orecchie, finì la vita sotto le verghe.
Onorio, non potendo far senza d'un padrone, assunse a quel grado Giovio, prefetto del pretorio: agli eretici e a' Pagani furono riaperti i comandi e le magistrature: Gennerido, barbaro di nazione, idolatro di fede, rimesso generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, disciplinò le truppe, le incoraggiò, ricompensando talvolta del suo per supplire alla grettezza della Corte; e trasse a sè diecimila ausiliarj Unni, abbondevolmente provvisti di viveri e d'armenti, talchè assicurò la frontiera illirica. La Corte, non che secondare questi sforzi, armeggiava solo in intrighi disonorevoli e rischiosi. Istigate dal prefetto Giovio, le guardie a tumulto chiesero la testa di due generali e dei due primi eunuchi; quelli furono decollati, questi ricoverarono a Milano. Il brigante eunuco Eusebio e il crudele Allobico rimescolarono la reggia, finchè avversatisi per reciproca gelosia, il primo fu a bastonate ucciso sotto gli occhi dell'imperatore; l'altro s'accordò con Costantino imperator delle Gallie onde abbattere Onorio, e sotto veste di guerreggiare i Goti, il fece calare sino al Po. Ma la trama fu scoperta, e Onorio, non osando (così sentivasi da poco) punire giuridicamente Allobico, dispose una cavalcata, e in mezzo a quella pompa lo fece assassinare; indi scavalcato egli stesso, a ginocchi ringraziò Dio d'averlo libero da un traditore.
Alarico avea, per mezzo di papa Innocenzo I, spedite nuove proposte di pace, e Giovio cominciava a praticarla, quando Onorio, incaparbito dalle istigazioni de' cortigiani, gli mandò disponesse del tesoro, ma non prostituisse ad un Barbaro le onoranze militari di Roma. La lettera, mostrata ad Alarico, lo irritò, ed inveendo contro l'imbecille imperatore, ruppe ogni accordo: d'altra parte la Corte obbligò i primarj uffiziali a giurare sul sacro capo del loro monarca, che in nessun tempo, a nessun patto farebbero accordi col nemico dell'Impero, anzi menerebbero implacabile guerra. Tanta baldanza infondevano le paludi di Ravenna; tanta ne sogliono ostentare coloro che o son lontani dal danno, o vogliono mascherar la paura.
Ma il dissimulare il pericolo non lo rimuove, e già tutto l'Impero andava a balìa de' Barbari, e Roma vide di nuovo calare alla sua volta l'irresistibile Alarico. Costui, moderato ancora nell'ira e nella prosperità, non si stancò di spedire vescovi all'imperatore acciocchè campasse la città e l'Italia dall'ultimo sterminio: ma vistesi ripudiare tutte le condizioni, occupò il porto d'Ostia, e intimò a Roma di arrendersi a discrezione, o distruggerebbe d'un colpo i magazzini da cui ne dipendeva la sussistenza. Alle grida del popolo cedette il senato, e per ordine d'Alarico accettò imperatore Flavio Attalo, prefetto della città. Costui dichiara generale degli eserciti d'Occidente il suo creatore, assume Ataulfo per conte de' domestici, cioè della guardia del corpo; distribuite le cariche civili e militari tra suoi fidati, convoca il senato, e dichiara voler rintegrare la maestà romana, e stendere l'impero sull'Egitto e sull'Oriente usurpatigli. Stolidi millanti in chi era ludibrio de' Barbari: tuttavia furono mandate truppe a racconciare il freno all'Africa; Milano e il resto d'Italia acclamarono a pien popolo il nuovo augusto, che cercossi favore col sostenere i Pagani, e ripermetterne le assemblee; e fra le armi gotiche accampato presso Ravenna, ricusò la proposta d'Onorio di dividere le provincie occidentali, dicendo: — Se egli depone all'istante la porpora, gli concederò pacifico esiglio in qualche isola remota».
Anche Giovio ministro e Valente generale di Onorio si unirono ad Attalo (410); di che tale sgomento concepì il figlio di Teodosio, che in ogni amico, in ogni servo paventava un traditore, e teneva legni sull'ancora per tragittarsi nelle terre del nipote. Ma quattromila veterani speditigli dall'Oriente tolsero a difendere Ravenna; le scarse truppe da Attalo spedite in Africa furono messe a pezzi dal conte Eracliano, che coll'impedire l'asportazione del grano affamò Roma, sicchè ne sollevò la plebe: poi Alarico prese in sospetto il proprio creato perchè talora mostrava condiscendere al senato più che ai Goti; e toltegli le insegne imperiali, le spedì qual pegno di pace ad Onorio.
Ma dalla pace sconsigliavano l'imperatore i baldanzosi ministri e qualche fortunata sortita; laonde Alarico comparve sotto le mura di Roma (24 agosto), anelando alle spoglie ed alla vendetta; e dopo lungo assedio, per tradimento di schiavi v'entrò, passando sotto gli archi che, sette anni prima, erano stati eretti a celebrare il totale sterminio di sua nazione; e la città degli augusti, dopo avere per mille censessantatre anni predato il mondo, rimase preda al furore lungamente represso. Alarico ordinò si risparmiasse il sangue, e non si violassero le chiese degli apostoli Pietro e Paolo, sicchè la religione diventava unica salvaguardia a coloro che l'aveano perseguitata. Un Goto, entrato nell'abitazione d'una vergine matura, le chiese l'oro; ed essa il condusse ad un armadio, gli mostrò una ricchezza di vasi preziosi, e — Io non riterrò ciò che non posso difendere; ma vi voglio avvisato, che queste suppellettili sono sacre a san Pietro, e se le toccate, il sacrilegio resterà sulla vostra coscienza». Il Barbaro non ardì porvi la mano, e ne comunicò avviso ad Alarico, il quale ingiunse si tornassero intatte alla chiesa del maggiore apostolo. Spettacolo singolare, una processione di fieri Goti, mossa in ordine dal Quirinale, tra una schiera d'armati, alternando grida guerresche con devote salmodie, portò quei vasi al Vaticano; Cristo trionfava dove fallivano le armi terrene; e tante vite salvate negli asili della religione attestarono la civile potenza di questa, e il sorgere di tempj nuovi dallo sfasciume degli antichi.
Fuori di là, il furore barbarico esercitò le licenze solite in città presa d'assalto; e dei tanti rimastivi fin allora schiavi, il lungo rancore si satollò nel sangue. Il sacco si stese dagli insigni capi d'arte fino agli addobbi privati; ori, gemme, tavole d'avorio, tripodi d'argento andarono confusi coi tappeti e colle vesti seriche sul lungo traino di carri che seguiva l'esercito goto; egregie statue furono gittate; stupendi vasi barbaramente divisi dall'ascia ignorante; con acerbe torture scoperti i tesori; alcuni palagi caddero preda delle fiamme; molti uomini uccisi, assai più ridotti servi, se non li riscattasse o la pietà congiunta o la religiosa carità; alquante vergini e matrone scamparono vergogna con volontaria morte[278]; una bella dama assalita da un giovane Goto, resistette finch'egli, tocco da quella virtù, la condusse incolume al marito[279].
Il sesto giorno i Goti lasciarono la città, e rigurgitanti di prede scesero per la via Appia all'Italia meridionale, spogliando e vincendo un paese che offriva quanto può allettare un conquistatore, nulla di quanto può frenarlo. Il campo de' Goti era pieno di cittadini e matrone d'illustri case, che ora schiavi e ludibrio della fortuna, mesceano il vino dei non più loro campi ai rozzi Settentrionali, i quali, assisi fra i platani e gli eterni laureti delle ville di Cicerone e di Lucullo, godevano le delizie del cielo italiano, e da quelle balzavano ad altre battaglie, a stragi nuove. Molti Italiani rifuggivano in terre più remote, alcuni nelle isole o in Africa, alcuni in Egitto, a Costantinopoli, a Betlemme, soccorrendo ai miserabili chi avea potuto sottrarre gli averi alla devastazione. Le ricchezze delle chiese si conversero in nutrire poveri e riscattar prigioni; Proba, altra amica di Girolamo, perdute nel sacco della città le sfondolate sue dovizie, approdò in Africa, e il frutto degli ampj possedimenti che vi tenea distribuì ai fuggiaschi.
Alarico, giunto allo Stretto, gettò gli occhi sulla Sicilia, che meditava occupare per farsene scala all'Africa: ma una procella che disperse il primo imbarco, svogliò i Goti da un elemento per essi inusato; poi ne li distolse affatto la morte di Alarico (412). Per dare sepoltura all'eroe fu deviato il Busentino che lambisce le mura di Cosenza; scavata nel letto una fossa, e depostovelo con opulente spoglie, si diede novamente il corso alla fiumana, uccisi gli schiavi che eransi in quell'opera travagliati, perchè nessuno sapesse il luogo dove riposava il terrore di Roma, nè il suo riposo fosse turbato da postume vendette[280].
Allora i Goti raccolsero i voti sopra Ataulfo, cognato dell'estinto. Secondando Alarico, avea costui meditato di rinnovare faccia al mondo, e colle macerie del romano ergere un impero gotico: ma dall'esperienza chiarito che la forza demolisce non edifica, che a comporre uno Stato voglionsi leggi e ordinamenti di cui non erano capaci i nazionali suoi, si propose di meritar gratitudine col rifondere lena all'Impero cadente[281]. Sospesi dunque i colpi, offrì pace ed amicizia alla Corte imperiale: e questa, nulla ostando il dissennato giuramento, ebbe di grazia l'accettarla, e diede impresa ai nuovi federati d'osteggiare i tiranni sorti di là dell'Alpi. Ataulfo menò i suoi fuor dell'Italia, che per quattro anni avevano corsa e devastata; ma come alleati non meno che come nemici mandavano a sperpero le contrade, ora col pretesto di ribellioni, ora per l'indisciplina di gente che, stanziando nell'Impero, n'aveva contratto i vizj, non la pulizia.
Sul cuore di Ataulfo aveva acquistato dominio Galla Placidia, figliuola di Teodosio, che cresciuta nella porpora, s'invogliò d'intromettersi alle politiche vicende, mentre le abbandonavano gl'infingarditi fratelli. Stava in Roma quando Alarico vi pose assedio la prima volta; e leggera o crudele, assentì alla morte di sua cugina Serena. Presa dai Goti, fu trattata con umanità e riguardi, forse per la protezione di Ataulfo che tolse ad amarla. Quand'egli ne chiese la mano, i ministri d'Oriente disconsigliavano superbamente l'ineguale parentela; ma la gradì Placidia, e le nozze furono stipulate prima che i Goti valicassero le Alpi, indi solennemente celebrate a Narbona. Messa da imperatrice, Placidia sedette su splendido soglio, e più basso a lato di lei Ataulfo vestito alla romana, che alla sposa per dono nuziale offrì le spoglie dell'Impero. Cinquanta garzoni, fior di bellezza, in abiti di seta, portavano ciascuno due vassoj, colmi l'uno di monete d'oro, l'altro di gemme: dirigeva il coro degli epitalamj Attalo, che, perduto il trono, non isdegnava seguire da cortigiano i gotici re.
Perdonate le colpe de' passati scompigli, si ristaurò alquanto la capitale, portandovi abbondanza dall'Africa; e la gente tornava con tal ressa, che in un sol giorno n'arrivarono quattordici migliaja[282]. Ma come lusingarsi di durevole ristoro in tanta enormità di mali ed imminenza di pericoli? I rimedj stessi attestavano l'acerbità delle piaghe d'Italia, giacchè la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, l'Abruzzo, la Lucania, provincie le più manomesse, dovettero tenersi assolte dal tributo, eccetto un quinto per mantenere le pubbliche poste; le terre vacanti concedevansi a vicini o a stranieri, scarche di tasse.
Nuovi guaj le vennero quando il conte Eracliano, rompendo la fede serbata nelle più urgenti necessità, ribellò l'Africa, e impedì i viveri alla nostra penisola: anzi con copiosissimo armamento[283] sorto nel Tevere, si diresse sopra Roma; ma scontrato dagli imperiali n'andò rotto, e fuggendo in Africa, fu côlto e decapitato. Della quale vittoria doveasi il merito all'illirio Costanzo, succeduto ad Allobico nel governare Onorio; bello e robusto come piace alla moltitudine, cortese ne' modi, sentito ne' motteggi; di valore poi e di capacità tale, che, mentre diresse le cose, non solo l'Italia rimase franca da invasioni, ma alcune provincie vennero ricuperate. Nelle Gallie vinse l'imperatore Costantino, che, sebbene avesse creduto render sacra la propria vita coll'ordinarsi prete, fu mandato in Italia ed ucciso. Anche Attalo, abbandonato da Ataulfo, fu condotto ad Onorio, il quale l'espose agli scherni della sua capitale, poi gli fece amputar due dita, ed esigliare a Lipari.
Così Onorio, imbelle di corpo e di senno, in cinque anni trionfava di sette competitori. Ma quando doveva mostrarsi meglio riconoscente ad Ataulfo, l'inasprì col pretendere gli restituisse Placidia. Ataulfo da quel punto cessò di far causa coll'Impero; e Costanzo, che aspirava alla mano di Placidia e al trono, assicuratesi le spalle mediante la pace coi Barbari ch'eransi tragittati sulla sinistra del Reno, incalzò robustamente i Goti. Ataulfo allora gittossi di là de' Pirenei; ma presto fu assassinato da Sigerico in Barcellona (415); il quale, succedutogli nel comando, ne scannò i sei figliuoli, e fra una ciurma di schiave vulgari costrinse l'imperiale Placidia a camminare per dodici miglia dinanzi al cavallo di colui che l'avea vedovata. Ma dopo sette giorni di dominio, anch'egli fu ucciso, e surrogatogli Vallia, il quale, avversissimo ai Romani, corse la Spagna fin al mare, e con Costanzo si accordò di restituire Placidia, combattere in nome d'Onorio i Barbari di Spagna, e dare ostaggio, ricevendo in cambio seicentomila moggia di grano e un paese ove collocar sua gente.
Delle vittorie di lui menò trionfo Onorio in Campidoglio; indi a Vallia assegnò l'Aquitania e per sede Tolosa; ai Burgundi consentì la Germania Prima, donde poco a poco si stesero sul bel paese cui lasciarono il nome di Borgogna. I Franchi, combattuto i nemici di Roma, gl'imitarono saccheggiando, e via via si dilagarono su tutta la Germania Seconda. L'isola Britannica, rimasta sguarnita allorchè l'usurpatore Costantino condusse le sue truppe sul continente, pregò ed ottenne da Onorio di potersi difendere colle proprie forze: altrettanto fecero gli Armorici nel litorale della Gallia fra la Senna e la Loira: e così pezzo a pezzo scomponeasi il colosso romano.
In Italia Costanzo sollecitava il compimento de' suoi voti non d'amore, ma d'ambizione, chiedendo la mano di Placidia, la quale finalmente, per espresso comando d'Onorio, lo sposò, ed ottenne per sè e pel marito il titolo d'augusti (421). Quando però le immagini loro furono recate alla corte di Costantinopoli, Teodosio il Giovane sdegnò accettarle, e immineva aperta guerra, se non che fra l'allestirla Costanzo morì (2 7bre). Al cadere di costui, che per undici anni aveva sorretto l'esilità d'Onorio, rannodaronsi gl'intrighi di corte; e Placidia, cara al fratello a segno da dare appiglio alla malignità, gli fu dagli invidiosi messa in odio, e dopo tumulti e baruffe la costrinse a cercare co' suoi figli ricovero alla corte Orientale (423 — 15 agosto). Poco sopravisse Onorio, che, in regno abbastanza lungo, mai non aveva operato se non per impulso di chi lo avvicinava. A sbottoneggiare la sua voluttuosa negligenza, il popolo inventò che, avendo udito Roma essere stata presa dai nemici, se ne desolò, fin quando non seppe che trattavasi dell'antica metropoli del mondo, non d'una gallina sua favorita, che con quel nome egli chiamava[284].
Imperando Onorio, si può dire dato l'ultimo crollo al paganesimo. Arcadio comandò d'abbattere i tempj in città ed in campagna, e coi materiali riparare i ponti, le vie maestre, gli acquedotti e le mura di Costantinopoli, tolto qualunque privilegio ai ministri degli idoli, vietato ogni culto _superstizioso_ sotto gravi pene[285]. Onorio parimenti comminava la morte a chi sagrificasse a' falsi Dei, aboliva le rendite dei tempj, e destinava questi a pubblico uso, punendo gli uffiziali che tollerassero i sagrifizj, e commettendo ai vescovi d'impedirli[286]. Molti tempj andarono pertanto in ruina, alcuni furono vôlti al culto migliore, e i loro beni passarono ad arricchire la Chiesa.
CAPITOLO LV.
Valentiniano III. — Gli Unni.
A separare più sempre i due Imperi, Onorio aveva decretato che in Occidente non valessero le leggi emanate da Costantinopoli. Quivi le cose volgeano non meno improspere che in Italia, anzi la monarchia, non frenata da veruna memoria d'antichi privilegi, operava a maggior baldanza; nè la splendidissima pompa bastava a coprire l'inettitudine del fanciullo Arcadio, che, al pari d'Onorio, metteva la testa in grembo a favoriti, i quali a vicenda acquistavano ed abusavano il potere. Quando egli morì dopo tredici anni di regno (408), Onorio fece qualche movimento verso la tutela del nipote Teodosio II, ma presto lasciolla cascare in mano di favoriti, poi della sorella Pulcheria, che votatasi alla verginità e a pie pratiche, si mostrava però degna di governare mezzo l'Impero, più che non lo zio ed il fratello. Questo fu da lei provveduto di buoni maestri, ma cresceva inetto; eppure intanto la Persia rinnovava gli attacchi contro l'Impero, e strappavagli l'Armenia.
Morto Onorio (423), Teodosio si aggiunse anche il titolo d'imperatore d'Occidente, e mandò a debellare Giovanni segretario dell'estinto, che n'aveva usurpato il diadema, e che, resistito invano in Ravenna, ebbe tronca la destra; poi condotto a strapazzo sopra un asino, fu decapitato nel circo d'Aquileja. Teodosio trovossi allora padrone di tutto l'Impero; ma, fosse moderazione o negligenza, cesse l'Occidente al nipote Placido Valentiniano (425), figlio di Costanzo e di Placidia. Aveva questi appena sei anni, gli diedero sposa Licinia Eudossia figlia di Teodosio, e fu commesso alla tutela della madre, che per venti anni lo governò, con molle educazione sviandolo da occupazioni virili; mentr'essa nè sapeva reggere il freno, nè commetterlo a buone mani.
Ultimo puntello degl'imperi sfasciantisi sono i guerrieri, e Placidia trovò due eccellenti generali in Ezio e Bonifazio. Il primo, nato nella Mesia inferiore da un'Italiana sposata a uno Scita, messosi giovanissimo alle armi, aveva praticato coi Barbari qual soldato e quale ostaggio. Bonifazio erasi non meno segnalato nei governi che ne' campi; riuscito a liberare l'Africa, ne fu posto governatore, e per giustizia e probità si rese caro e rispettato. L'accordo di questi due campioni avrebbe potuto rinvigorire alquanto l'Impero, ma gli diè il tracollo la loro nimistà. Nel passato tumulto Bonifazio avea serbato fede a Valentiniano, mentre Ezio ajutò all'usurpatore con sessantamila Unni. Fallita l'impresa, Ezio è accarezzato per paura, e ringrandisce nel favore dell'imperatrice; e macchinando di elevare se stesso sulle ruine di Bonifazio, susurra a Placidia, — Bisogna richiamarlo dall'Africa»; intanto segretamente avvisa Bonifazio, — Bada che l'obbedire ti costerebbe la testa». Bonifazio gli dà ascolto, e, invece di deporre il comando, avventasi alle armi; e da Placidia dichiarato ribelle, manda a Genserico re de' Vandali, eccitandolo ad acquistare stabili possedimenti in Africa.
Genserico, uomo di meschina statura, azzoppato nel cader da cavallo, ma riflessivo, sprezzatore del lusso, lento al parlare, facile all'ira, cupido del possedere e di mischiar litigi[287], aveva condotto i suoi ad occupare la Spagna; donde allora, sopra vascelli offerti da Bonifazio che l'invitava e dagli Spagnuoli che bramavano liberarsene, tragittò in Africa cinquantamila uomini (429), ai quali s'aggiunsero malcontenti e Mori vagabondi.
Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, pose in opera l'autorità di prelato e d'amico per distogliere Bonifazio dall'insensata vendetta; ma quando altri amici scopersero le fraudolente lettere di Ezio, Bonifazio pentito venne ad affidare la sua testa a Placidia, e Cartagine e le guernigioni romane rientrarono nel dovere. Ma il colpo era dato, e per quante somme il ravveduto offrisse a Genserico acciò sgombrasse l'Africa, questi rimase non più come ausiliario, ma come padrone e devastatore; e sgominato Bonifazio, che combatteva col valore d'un pentito, scorse liberamente la campagna; sperperò le sette provincie, che chiamavansi granajo di Roma e del genere umano, mandando a strazio senza distinzione d'età o di grado, svellendo le vigne e gli ulivi, e se il terrore non esagerò, scannando i prigionieri davanti alle città assediate, acciocchè il lezzo ne ammorbasse l'aria.
Sconfitti interamente i Romani, Bonifazio per disperato fuggì dalla contrada sopra la quale avea tratto tante sventure, e giunto a Ravenna, ebbe da Placidia oneste accoglienze e il grado di patrizio e di generale degli eserciti romani. Questi onori parvero un oltraggio ad Ezio, a cui l'essere scoperto perfido non avea scemato la confidenza; onde accorse con uno stuolo di Barbari; e a tal segno era scaduta ogni autorità imperiale, che assalì armata mano Bonifazio. Questi prevalse, ma d'una ferita spirò poco dappoi (432), perdonando ad Ezio, e consigliando alla ricca sua moglie di sposarlo. Ezio, rassicurato di perdono, torna; e l'imperatrice, baciando la mano che non poteva recidere, il solleva a patrizio. Fatti inesplicabili nella scarsità ed inesattezza de' cronisti d'allora. Nè con Ezio si deve parlare del patriotismo antico: libertà considerava l'affrancare i suoi padroni dagli stranieri, e se medesimo da chiunque l'impacciasse; combatteva per quell'onor militare, che oggi pure manda migliaja di soldati a profondere la vita e farsi eroi per una causa che non esaminarono, che forse ignorano.
Genserico, domata la risorta Cartagine (439), i migliori terreni da Tripoli a Tangar distribuì fra' suoi, riducendo a servi i prischi possessori. Nessun'altra invasione riusciva di tanto pregiudizio all'Italia, avvegnachè i senatori vi perdevano i lauti patrimonj ivi collocati, il fisco l'immensa eredità di Gildone, la plebe le distribuzioni del grano e dell'olio che di là si traevano. Stava dunque sul cuore agl'imperatori di ricuperarla, ma Genserico, scaltro quanto prode, intoppò ogni lor passo; e posta in essere un'armata navale da ricordare i migliori tempi di Cartagine, invase anche la Sicilia, occupò Palermo, sbarcò più volte sulle coste della Lucania. Quand'ecco nuovo flagello scaricarsi sull'Impero: gli Unni.
È impossibile confonderli, come gli storici d'un secolo fa[288], coi Mongoli e Tartari; e meglio si assegnano alla stirpe finnica, cioè a quella da cui derivano gli odierni Ungheresi. I nostri, sgomentati dall'apparire di genti estranie alla razza indo-germanica, non trovando immagini adeguate al loro terrore, ricorsero alle favole, e dissero che re Filimero avendo trovato fra' suoi Goti alcune maliarde, le cacciò in paese deserto, lontan lontano dal campo suo: quivi le imbatterono spiriti maligni, e mescolatisi con esse, generarono gli Unni, orridi e piccoli, nè somiglianti ad uomini se non perchè favellano[289]. Ammiano Marcellino li descrive di ferocia senza pari; nati appena, solcavasi loro il viso con un ferro rovente, acciocchè non mettessero barba; piccoli e tarchiati della persona, con vigorose membra, grosse teste, spalle tozze, tanto da scambiarli per bestie ritte sulle zampe, o per le grossolane cariatidi che sorreggono i palchi; portano alta la fronte, cavalcano a meraviglia, e maneggiano maestrevolmente arco e freccie.
La caccia era loro abitudine; ed inseguendo una cerva bianca, alcuni traversarono la palude Meotide, onde vennero a conoscere il paese degli Sciti; e giudicando che per guisa soprannaturale fosse loro indicata quella via, indussero i compatrioti a invadere le contrade scoperte. Così fecero; e parte vinsero i popoli che scontravano, parte li fugarono col terrore degli orridi aspetti e d'una ferocia mai più sperimentata. Condotti dal re Balamiro (376), sottomisero gli Acatsiri e gli Alani, coi quali saltarono sulle contrade degli Ostrogoti, e li dispersero e sottomisero. I Visigoti chiesero ricovero sulle terre dell'Impero, abbandonando agli Unni il paese a settentrione del Danubio, ove da un secolo e mezzo stanziavano, e che allora divenne centro d'un nuovo Stato che dovea durare settantasette anni.
Balamiro, inanimato dal buon successo, devastò le provincie romane, e molte città distrusse, finchè non venne acquietato col promettergli l'annuo tributo di diciannove libbre d'oro (20,000 lire) (400). Uldino, che gli succedette nel comando, fu assassinato; i Romani dovettero con più larghi donativi sviare le minaccie di Caratone; e d'allora gli Unni si mescolarono volta a volta nelle vicende dell'Impero. Varcato il Danubio, misero a sacco la Tracia e minacciarono Costantinopoli; se non che la peste li sterminò (425). Roila riceveva da Teodosio il Giovane l'annuo tributo di trecencinquanta libbre d'oro (370,000 lire) per tenersi tranquillo; forse con Ezio menò perfide pratiche; ma appena ebbe conchiuso nuovi accordi con Valentiniano III, morì (433), lasciando il principato al nipote Attila.
Deforme figura, carnagione olivigna, testa grossa, capelli brizzolati, piccoli occhi affossati, naso simo, pochi peli al mento, corporatura tozza e nerboruta, fiero il portamento e la guardatura, come d'uomo che si sente vigoria superiore a quanti lo circondano, tale ci è descritto Attila. Sua vita era la guerra, pure sapea frenarsi: severo nel pretendere giustizia, considerava per tale la propria volontà; pure ai supplichevoli mostravasi esorabile, propizio a chi in fede ricevesse. Nè soltanto nella forza fidando, fece spargere di quelle ubbie che allettano la plebe. Una vitella tra il pascolare si ferisce un piede; e il pastore meravigliato cerca fra l'erbe, e vede sporgere la punta di una spada, che egli trae fuori e reca ad Attila; il quale mostra accettarla come un dono del dio della guerra, e un segno della dominazione universale. — La stella cade (diceva), la terra trema, io sono il martello del mondo, e più non cresce erba dove il mio cavallo ha posto piede». Avendolo un eremita chiamato _flagello di Dio_, adottò questo titolo come un augurio, e convinse le genti che lo meritava.
Da principio sgomenta Teodosio il Giovane, che, al prezzo di settecento libbre d'oro all'anno, compra una pace vergognosa, oltre concedergli libero mercato in riva al Danubio, e restituirgli quanti sudditi suoi erano rifuggiti nelle provincie imperiali: avuti i quali, e tra essi alcuni giovani di regia stirpe, Attila li fa crocifiggere (441). Allora osteggia i Barbari di varia nazione, stanziati od erranti nel centro dell'Europa: Gepidi, Ostrogoti, Svevi, Alani, Quadi, Marcomanni si piegano o sono ridotti all'obbedienza di lui, che stende dai Franchi agli Scandinavi il dominio, il terrore per tutto il mondo: una folla di re lo corteggia, settecentomila guerrieri aspettano dal suo cenno qual paese abbiagli designato la vendetta di Dio. Ed egli, dal barbaro volgendosi al mondo incivilito, assale la Persia, ma respinto, ascolta al vandalo Genserico, e si avventa sull'impero romano; e distesi i suoi Barbari in una terribile linea di cinquecento miglia dall'Eusino all'Adriatico, manda dire a Valentiniano e Teodosio — Preparatemi un palazzo».
Tre segnalate vittorie lo recano fino ai sobborghi di Costantinopoli. Devastate settanta città, ridotto in servitù chi campava dal ferro, pretese che Teodosio cessasse d'intitolarsi signore della contrada che si estende dal Danubio fino a Naisso e alla Nava in Tracia; poi qualora volesse premiare qualche suo benemerito, lo spediva alla corte di Costantinopoli ad insultar l'imperatore nel suo palazzo, col pretesto di chiedere l'adempimento de' patti, ma in realtà per farsi impinguare di doni dallo sbigottito augusto.
Satollo di vittorie e di sangue, Attila ricoveravasi a riposo, non in alcuna città, ma nel proprio accampamento fra il Danubio, il Teiss ed i Carpazj, in quei campi d'Austerlitz, che divennero modernamente famosi per segnalata vittoria. Colà i vincitori del mondo e le loro donne compiacevansi attestare i loro trionfi coll'oro e le gemme onde fregiavano la persona fin alle scarpe, le spade, le bardature, e col vasellame d'oro e d'argento cesellato onde caricavano le mense. Attila solo, che sembra gigante perchè montato su tante ruine, e innanzi al quale tremava ognuno dal Baltico all'Atlante e al Tigri, ostentava non portare altro ornamento che d'armi; a tavola usava coppe e taglieri di legno, nè mangiava che carne e pane. Ivi accolse le umili e pompose ambasciate degli imperatori romani, ai quali a prezzo concedette di sopravivere ancora alquanto.
Poco dipoi Teodosio II, cascando di cavallo, morì di cinquant'anni (450 — 28 luglio), dopo quarantatre d'un regno disonestato dall'avvilimento dell'impero, illustrato dal Codice ch'egli fece pubblicare: Pulcheria ottenne anche in titolo il comando sull'Oriente, che di fatto già esercitava; e per la prima volta una donna stette in proprio nome a capo dell'impero romano. Non un marito essa volendo ma un collega, fermò sua scelta sopra Marciano senatore sessagenario, il quale alla scuola dell'armi e della sventura aveva appreso virtù ignote ai cesari ch'erano stati cullati nella porpora.
Quanto importasse il conservar la pace egli lo sentiva, ma non a prezzo di viltà; onde ad Attila, che mandava arrogantemente a chiedere il tributo, rispose: — Oro ho per gli amici, pei nemici ferro». Ultima voce romana. Attila si risolve alla guerra, e move dal fondo dei pascoli pannonj esitando, — Mi drizzerò all'oriente o all'occidente? cancellerò dal mondo Costantinopoli o Roma?» Una serie d'accidenti il determinò verso questa.
Ezio, dopo ch'ebbe costretto Placidia a rimetterlo in grande stato, e sacrificare i nemici alla sua vendetta, baldanzeggiava di potere e di fasto, mentre l'imperatore vero marciva in un vile riposo, assicuratogli dalla valentìa di questo capitano. Il quale veramente ritardò d'alquanti anni l'ultimo crollo dell'Impero; frenò i Vandali con trattati, mantenne l'autorità imperiale nella Gallia e nella Spagna, e strinse federazione coi Franchi e cogli Svevi. Non aveva mai interrotto le relazioni cogli Unni d'Attila, nel cui campo pose ad educare il proprio figlio Carpiglione: la sua intromessa manteneva pace fra l'imperatore e quel formidabile, al costo però di frequenti umiliazioni: anzi ebbe Unni ed Alani agli stipendj allorchè volle combattere i Burgundi e Visigoti, già accasati nelle Gallie. Ma come Genserico mandò invitare gli Unni, Attila si difilò sopra le Gallie, dove lo chiamava anche l'alleanza dei Franchi, che colà avevano preso stanza dal Reno fin alla Somma.
Se occorrevagli un'ombra di diritto, gliel'offerse Onoria, sorella di Valentiniano III, che relegata per aver amato il ciambellano Eugenio, spedì un eunuco ad Attila, esibendogli l'anello e le ragioni ch'essa poteva offrirgli come moglie. L'Unno mandò a chiedere formalmente la mano d'Onoria, come già sua fidanzata, e con lei mezzo l'impero. — Le donne romane non hanno diritto alla successione», gli fu risposto: e la principessa venne maritata di nome ad un uomo oscuro, indi chiusa in perpetuo carcere. Attila allora aduna un nuvolo di popoli germani e di vassalli od alleati, stermina molte città della Gallia (450), ed assedia Orleans.
Ezio, non illudendosi nè alle insidiose profferte d'Attila, nè agli intrighi d'una parzialità che alla corte italiana favoriva la pace, per timida apprensione della guerra, fatto eroe per volontà, come sempre era stato per coraggio, avea raccolto le maggiori truppe che potesse, e massime gli ajuti dei Visigoti e de' costoro alleati, congiuntisi per respingere questi nuovi invasori d'un terreno, dov'essi cominciavano a gustare la dolcezza di stabili domicilj. Un generale romano, purchè riuscisse ad unire un esercito, poteva fare gran fondamento sulla superiorità che la tattica gli dava sopra di gente ragunaticcia, ricca soltanto di personale valore. Lo sentì Attila, il quale, ingombrato più che soccorso dalla moltitudine raccozzata, conobbe la titubanza, e levatosi d'attorno ad Orleans, e ripassata la Senna (451), attese il nemico nelle pianure Catalauniche sulla Marna, opportune ai volteggiamenti della cavalleria.
Ivi dunque s'accampava tutto il mondo asiatico, romano e germanico; quelli cui sfuggiva, e quelli che afferravano il dominio della nuova Europa. Con Roma schieravansi Visigoti, Leti, Armorici, Galli, Breuni, Sassoni, Borgognoni, Sarmati, Alani, Franchi, Ripuarj; con Attila altri Franchi ed altri Borgognoni, Boj, Eruli, Turingi, Gepidi, Ostrogoti: fratelli separati da lunga stagione, qui si rincontravano per trucidarsi. Nella battaglia, con poc'arte e assai furore travagliata, cencinquantamila cadaveri copersero le rive della Marna, ma ai Romani restò il vanto: e fu l'ultima gran vittoria che si riportasse in nome degli antichi signori del mondo. Attila si ritirò dietro la trincea de' suoi carri, e la notte cantava battendo le armi, a guisa di leone che rugge nella caverna dove l'hanno ridotto i cacciatori. Preparatosi alla difesa, accatastò le selle e le gualdrappe dei suoi cavalli, disposto a bruciarvisi vivo perchè nessuno potesse vantare d'aver preso od ucciso il sire di tante vittorie. Ivi aspetta un attacco; ma al silenzio della campagna s'accorge che il nemico s'era ritirato per arte di Ezio, ed anch'egli rivarca il Reno, e costeggiando il Danubio torna in Pannonia.
A primavera s'accinge a nuova invasione (452), e chiesta ancora la mano di Onoria col patrimonio di essa, e ancora disdetto, mettesi in marcia, valica le Alpi, e invade la pianura che l'Isonzo, il Tagliamento, la Livenza, la Piave, il Musone, la Brenta, l'Adige, il Sile avevano formata presso ai lenti loro sbocchi in mare. Era stata popolata dai Veneti Paflagoni[290], i quali colla caccia e la pesca viveano in quelle lagune, che offrivano breve tragitto fra Aquileja e Ravenna: vestiti alla greca con tuniche a maniche, larghi calzoni, il pileo in capo, e molto curandosi dei cavalli[291]. Il paese che con nome generico chiamavasi le Venezie, fioriva per le città di Concordia, Opitergio, Patavio, Altino, ridente di ville quanto il lido di Baja[292], e principalmente Aquileja.
A questa pose assedio Attila colle macchine fabbricategli da disertori, e col dispendio di vite incalcolate. Gl'Italiani nel difenderla mostrarono che l'antico valore non mancava in essi del tutto, qualora o non li disgustasse la dotta oppressione, o non gl'impedisse la gelosia degli imperatori. Dopo tre mesi di vani attacchi, Attila per disperato levava già il campo, quando nel girare vede una cicogna che s'appresta a fuggire coi pulcini suoi da una torre dove aveva posto nido. — La città sta per cadere, se l'abbandonano fin animali così fidi», egli dice; e con tale augurio ravvivato lo stanco coraggio de' suoi, li mena con superstiziosa foga all'assalto. S'apre la breccia, ed Aquileja ruina per più non risorgere. Altino, Concordia, Patavio vanno a strazio uguale; e gli abitanti sbigottiti, dal continente cercano rifugio tra le isolette della laguna, primo nocciolo della città e della repubblica che dovea conservare il libero imperio più a lungo che Roma[293].
Internatosi allora fra terra, Attila mandò a pari guasto Vicenza, Verona, Bergamo: Pavia e Milano si ricomprarono dal fuoco col cedere tutte le ricchezze e colla pronta sommessione. Attila, entrando nella reggia a Milano, e visto una pittura dove gl'imperatori erano rappresentati sul trono in atto di calpestar re barbari, sorrise, e vi fece istoriare i cesari, versanti sacca d'oro a' piedi di lui vincitore.
Tutta Italia, alle incalzanti notizie di replicati disastri, giaceva scarsa di consiglio, sprovvista di esercito, decimata d'abitanti. Ezio solo tenevasi in piedi: ma gli alleati che lo aveano soccorso di là dall'Alpi quando a quella dell'Impero andava congiunta la propria loro salvezza, allora vedevano con indifferenza dirigersi quella furia sopra l'Italia, come l'agricoltore quando il nembo, minaccioso a' suoi campi, si sfoga sopra gli altrui. Anche l'impero Orientale non seppe che promettere soccorsi; talchè a quel generale non restava che bezzicare di fianco l'esercito d'Attila. Valentiniano stesso non ben s'affidava nel suo generale, e tenendosi poco sicuro nel nascondiglio di Ravenna, era fuggito a Roma; poi vedendo anche questa abbandonata di soccorso e imperfetta di mura, meditava uscire d'Italia.
Nell'universale scoraggiamento, Leone papa ed Avieno romano consolare presero il partito di condursi supplichevoli al Flagello di Dio, e in nome della religione e delle antiche memorie implorare la salvezza di Roma. Lo scontrarono vicino a Peschiera, e accolti con rispetto, il pregarono a dar sosta, promettendogli immense somme qual dote d'Onoria.
Le leggende, che non poco s'esercitarono intorno a questo gran frangente, ricordano diverse battaglie avvenute sotto le mura di Roma, sì fiere che tutti i soldati perirono, eccetto i comandanti; ed anche esalate le anime, i cadaveri continuavano a pugnare tre giorni e tre notti come vivi[294]. Altri dissero che i santi Pietro e Paolo comparissero dal cielo, proteggendo la città dove riposano le loro ceneri, e minacciando Attila, il quale atterrito indietreggiò; miracolo perpetuato in colori da Rafaello, in marmo dall'Algardi.
Anche senza miracolo, può credersi che il rispetto all'antica metropoli del mondo gentile e alla nuova del cristianesimo rattenesse i Barbari: recente era l'esempio d'Alarico, di cui restarono spezzati i trionfi e la vita appena ebbe violato la gran città; i seguaci d'Attila, impetuosi negli attacchi, non reggevano alle lunghe prove degli assedj: erano decimati dalle malattie, con cui tante volte Italia punì i suoi invasori; infine, quale allettamento potevano avere i palagi per Attila, avvezzo a considerar libertà l'aria aperta, e prigione le case? Agognava prede? gli venivano offerte senza fatica.
Ripiegò dunque verso la sua città di legno; e tra via, alle tante mogli che l'aveano fatto padre d'innumerevole prole, aggiunse la giovinetta Ildegonda: ma nella gioja o nell'abuso delle nozze fu sorpreso dalla morte (453). Il cadavere di lui venne esposto in mezzo alla campagna fra due lunghe file di tende di seta; i suoi Unni si mozzarono i capelli, sfregiaronsi il volto, e gli offersero esequie di sangue umano. Chiuso in tre casse, una d'oro, una d'argento, una di ferro, nottetempo lo sepellirono colle spoglie più scelte de' nemici e coi cadaveri degli schiavi che aveano scavata la fossa, intorno alla quale i nobili Unni menarono dissoluti e intemperanti banchetti funerali. I molti figli di lui se ne disputarono gli ampj possessi; ma questi già erano perduti al lentar della mano che unica valeva a tenerli congiunti.
La costui corsa non recò all'Italia soltanto i passeggieri disastri d'un'irruzione. Il paese veneto era la linea di congiunzione fra l'impero Orientale e l'Occidentale: i Barbari vi si erano affollati rompendola a volta a volta, ma senza stabilità, finchè la dominazione astuta quanto violenta d'Attila non ebbe dissipato ogni prestigio della superiorità romana. Distrutta Aquileja, la piazza d'arme più rilevante e la piazza di commercio più considerevole nell'alta Italia, questa si trovò aperta a chiunque venisse; e da quel punto la Venezia rimase staccata dall'Impero.
CAPITOLO LVI.
Sulla caduta dell'Impero romano.
L'Impero potè dunque inneggiare e Giove e Cristo perchè trovavasi un'altra volta salvato: ma il cancro ne rodeva gli organi vitali; e dismessa l'obbedienza, indisciplinati gli eserciti, esausto l'erario, un sentimento universale di stanchezza e di paura stringeva gli animi, e facea guardare con isgomento il compirsi del XII secolo di Roma, che, secondo i computi de' sacerdoti etruschi, reputavasi fatale alla durata di essa.
Educati da fanciulli ad ammirare Roma gigante, in una letteratura tutta piena della grandezza di lei, e sopra storie che, isolando la gloria dal diritto, la idolatrano, ne esagerano le virtù, ne giustificano le colpe, infondono idee false ed inumane della libertà, della gloria, del diritto di conquista; condotti poi a meditare quella legislazione, non solo ammirata ma seguita ancora in gran parte dopo tanti progressi della ragione e della pratica; circondati da mirabili avanzi di quella civiltà, e considerando come vanto patrio la magnificenza e i trionfi di coloro che godiamo chiamare nostri avi; qual meraviglia se con fatica deponiamo giudizj ricevuti senza discussione, e convertiti in sentimenti? se ci riesce ingrato chi ci strappa quelle illusioni, ed alle magnifiche frasi surroga i nudi fatti, allo splendore la giustizia, alla gloria l'umanità?
Sulla caduta maestà latina faccia elegie chi, avvinto alle reminiscenze di scuola, giudica col patriotismo di Tullio e di Catone. Un insigne scrittore inglese, stomacato di vedere il convento d'Ara-cœli sorgere a fianco al Campidoglio, e cantici di frati sonare là dove un tempo decretavasi lo sterminio d'intere nazioni, fra sardonico ed epigrammatico dipinse come declinasse Roma dal punto che fu inaugurata la nuova fede. Ma chi si affezioni agli oppressi, ai vinti, al popolo, sarà a stupire se giudichi diverso da chi ammira la violenza, il trionfo, gli eroi? sarà a stupire se, chi della Via sacra e del Campidoglio si occupa meno che della Suburra e delle catacombe, non preconizza tanto la Roma d'Augusto quanto medita sul suo deperimento? V'ha spettacolo più istruttivo che quello d'una società che si sfascia mentre un'altra si forma? e quando mai la storia offrì maggiore opportunità di considerarlo?
Un occhio umano e filosofico dovrà riconoscere che quella catastrofe, di lunga mano preparata, ritardata forse da accidenti che parvero accelerarla, tolse via una barriera ai progressi dell'umanità. D'altra parte l'agonia di dieci secoli dell'impero d'Oriente basterebbe a convincerci del come si sarebbe miseramente trascinata la sopravivenza dell'Occidentale.
Per imputare della caduta di questo le sole invasioni dei Barbari, bisognerebbe dimenticare come esse cominciassero fin dal tempo di Mario e di Cesare, e che cinque secoli urtarono l'Impero senza scassinarlo, fintantochè le corrosioni interne non ebber reso irreparabile un crollo, di cui la grande migrazione fu occasione e nulla più.
Le società moderne, anche traverso a quell'inumano avanzo che dicesi ragione di Stato, si fondano sull'amore; e più s'inciviliscono, più procurano la pace, estendono l'eguaglianza a maggior numero d'uomini, e infine a tutti. Le antiche in quella vece, non riconoscendo la fratellanza originaria nè la solidarietà del genere umano, si nutrivano d'odio, di guerra, dell'escludere ogn'altra gente dal piccolo numero de' privilegiati; libere nell'interno, tiranne e nemiche di chiunque non appartenesse alla loro aggregazione; il patriotismo era meno amor de' suoi che odio de' non suoi; il che fu espresso nel proverbio romano «L'uomo è un lupo per l'uomo»[295]. Di qui la necessità di tenersi sempre in armi per difendersi o per offendere; di qui la cura dei legislatori civili e religiosi nel conservare costumi e istituzioni che la loro tenevano distinta da ogni altra gente.
Però conquiste, alleanze, federazioni dilatavano questa società, col che scemavansi i nemici, e comunicavasi a maggior numero quella giustizia naturale, che è diritto, ma che guardavasi come privilegio. L'incivilimento e l'umanità ne vantaggiavano, ma ne rimanevano sconficcate le società parziali; il patriotismo, svigorito coll'allargarlo, riducevasi incapace di resistere ad altro popolo che ne conservasse la primitiva inesorabilità.
Greci, Pelasgi, Etruschi, gli altri popoli circumabitanti al Mediterraneo viveano in questo secondo stadio, allorchè Roma li colse e domò; Roma patriotica e guerriera per eccellenza. All'impeto suo, all'inflessibilità di que' patrizj, qual ostacolo poteva opporre l'Europa? Le nazioni di questa si trovavano press'a poco al medesimo livello di civiltà; date all'agricoltura, divise in popoletti secondo i territorj, tra loro frequenti in guerre, delle quali la minutezza impediva sino i vantaggi, soliti derivare da queste feconde malattie dell'umanità; non aveano una metropoli che primeggiasse; gelose dell'indipendenza, non s'univano se non a tempo per momentanei interessi o per calcoli d'equilibrio politico. Ma anche dove scarseggiavano i raffinamenti sociali, possedevasi la libertà; e mentre nei grandi imperi asiatici l'individuo andava perduto o sagrificato nelle convenienze dello Stato o nella volontà d'un arbitro, qui la suddivisione produceva quelle lotte, in cui l'uomo svolge ed esercita le proprie forze.
Ne profitta Roma, miscuglio anch'essa di genti diverse; e fra le popolazioni italiote costretta a sostenersi colle armi, introduce quel sistema che da tutte doveva distinguerla, l'assimilare gradatamente al suo Comune i vinti, mediante la potenza del diritto. Quest'assimilazione fu iniziata dai re: la cacciata de' Tarquinj la sospese, ed assodò l'oligarchia, nella quale la plebe soffriva orribile pressura; ma non che fiaccarsi alla tirannide, si agitava, e chiedeva pane e diritti. Come acquietarla? occupandola in incessanti guerre, donde i patrizj traevano infallibile vantaggio, perocchè vincendo arricchivansi, vinti trovavano d'aver decimato e punito i loro tiranneggiati. Delle perdite Roma si rifaceva coll'assorbire il fiore de' paesi soggiogati: mirabile costituzione, mercè della quale divenne padrona non istantanea del mondo.
Sottoposta la penisola, Roma si trovò a petto Cartagine; poi la Grecia e l'Asia, civiltà antiche; poi la Gallia, la Spagna, la Germania, civiltà esordienti: nella resistenza divenuta gigante, nella vittoria irresistibile, sulla meschina bilancia dell'altrui politica getta la sua spada; dà mano al debole, per opprimere con questo il forte, indi l'uno e l'altro soggiogare.
Guai ai vinti! I trattati portavano in capo la parola di pace, come testè vedevamo quelle di libertà e fratellanza; ma realmente erano patti d'un superiore ad inferiori, sottomettendo non solo i vinti ma gli alleati a più o men diretta dipendenza. Il feroce diritto patrizio considera nemici i popoli indifferenti, e di buona presa la roba e gli uomini di chi non sia alleato; con lunga arte cancella i caratteri nazionali; ovunque tocchi, abbatte le vetuste grandezze e l'industria di lunghi secoli; l'opulenta Corinto, Cartagine regina dei mari, Rodi sposa del sole, cadono immolate alla gelosa conquistatrice; pérdono fiore le mercantili città dell'Egeo, muojono le splendide della Grecia; il commercio, anima del popolo attorno ai mari interni, è strozzato fra gli abbracci della padrona.
Ad alcuni paesi vinti d'Italia e di Grecia lasciava essa qualche ombra di libertà; ma delle popolazioni di Spagna, delle Gallie, della restante Europa fa quello sterminio che crede necessario alla sua sicurezza; e sui cadaveri pianta colonie talmente efficaci, che giunsero fino a mutarne il linguaggio. Delle provincie conquistate dividevasi il bottino fra i soldati, il terreno fra i cittadini, che così diventavano barriera contro i nemici, ed estendendo fra i vinti il timore di Roma e il rispetto per le istituzioni sue, preparavano nuovi trionfi. Salvo i pochi che in alcuni paesi ottenevano in tutto o in parte il civile o il politico privilegio di Romani o di Latini, gli altri restavano esposti alle calunnie de' giudizj, alle estorsioni de' legulej, alla tirannide de' nobili, alla rapina de' proconsoli, sicchè il metter pace era un ridurre a deserto[296].
Tutto ciò importava quella necessità che più ripugna alle libere istituzioni, un grosso esercito. Le lontane conquiste obbligarono a prolungare i comandi, sicchè i generali si abituarono a potere ogni lor voglia fra le provincie schiave; gli eserciti, devoti ai capitani che gli aveano guidati alla vittoria, li seguivano anche contro la patria; e con essi Mario e Silla si fecero sanguinarj tiranni, con essi Cesare abbattè l'aristocrazia, Augusto la repubblica.
Non abbandoniamoci a quella sentimentalità, che nelle guerre vede soltanto capitali sperperati e sangue effuso. Non che speciale a Roma fosse la crudeltà, vedemmo anzi lodarla di moderazione: che se tal lode veniva dal concetto che gli antichi si formavano della conquista, è certo che essa sottometteva e inciviliva; fra società fondate sull'odio, sospendea la permanente ostilità che ne parea condizione necessaria; toglieva la libertà, ma dava un governo e i vantaggi della civiltà e dell'ordine; imponeva il patriotismo e la dignità romana; un secolo dopo la conquista, la fiera Spagna era trasformata, con grandi strade, acquedotti, terme, teatri, circhi, tempj, crescente popolazione, e viva industria, e coltura tale che mandava a Roma i maestri d'Augusto, d'Ovidio, di Nerone, i poeti Lucano e Marziale, i due Seneca, gli storici Mela e Floro, l'agronomo Columella; nella Gallia si spianano strade, si aboliscono con lunghi sforzi i sagrifizj umani, grandeggiano scuole d'eloquenza; l'Africa sale ad una floridezza, qual mai non ebbe o prima o poi; in Egitto è portato il lino, nella Gallia l'ulivo, la vigna sul Danubio e sul Reno, ove sorsero città, che fin ad oggi sono le meglio fiorenti[297].
E fu Roma la prima che le conquistate nazioni pensasse a governare. Il diritto pubblico stabilito dalla vittoria la rendea padrona, ma la civiltà diffusa mediante le colonie facea che assimilasse il mondo, divenisse centro d'incivilimento, e perpetuasse i risultamenti dell'invasione armata; sicchè non la violenza solo, ma l'autorità e la coltura congiungeva a Roma il mondo, la cui immensa varietà era diretta da spirito d'ordine, di regola, di stabilità. Anzi, al vederla fatta meta di tutti i desiderj, Roma somiglia un centro che attira, anzichè un vortice che ingoja; e che non essa ingoji il mondo, ma il mondo costringa lei a riceverlo nel suo grembo.
Questi miglioramenti eransi cominciati sotto la Repubblica; ma li perturbava la violenza, divenuta universale quando tanti anelavano a far propria la cosa pubblica colle ricchezze, coll'eloquenza, colle vittorie, cogli assassinj, cogli abusi di quella libertà, che è la parola più frantesa, giacchè valse perfino a scagionare i patiboli di Robespierre e i pugnali di nostri contemporanei. Il mondo n'era scagliato in preda alla forza brutale, quando gl'imperatori poterono sospenderne la caduta; e come la legge internazionale della repubblica era stata la guerra, così dell'Impero divenne la pace. La costituzione andò alterata, non tanto perchè il dittatore de' nobili o il tribuno della plebe avesse assunto il titolo imperiale, quanto pel cessare delle conquiste, ch'erano state l'alimento di Roma. La politica dell'accomunare di dentro l'eguaglianza cittadina, fuori i diritti dell'umanità, prese allora tutta l'ampiezza, avviando ad una grande unità, nella quale per conseguenza cessava la distinzione di nazioni, tutti potendo dar voti, tutti aspirare alle cariche, purchè aggregati all'estesissima cittadinanza.
La innovazione dell'Impero bisogna conchiudere fosse necessaria, poichè durò sì a lungo, nè mai fu seriamente tentato di ripristinare l'antica Repubblica. Ma da una parte venne operata colla forza, in aspetto di usurpazione militare, che imponeva un governo soldatesco senza freni civili; dall'altra le irruzioni, allora cresciute, de' Barbari costrinsero a continuar le guerre, non più di conquista ma di difesa. Sono i due modi per cui si consolida il despotismo.
Sebbene il sistema fosse fondato sulla violenza, già ne veniva indizio di quella spontanea associazione de' popoli, costituita sulla pace e sulla libertà, alla quale tende il mondo; intanto le idee si ampliavano, estendeansi la coltura e i miglioramenti materiali, ed il concetto d'una grande unità.
Di ciò s'avvidero già gli antichi, laonde, col nome di orbe, di universo, di genere umano intesero il popolo e l'impero romano; e al decadere di questo, Claudiano glorificava Roma perchè sola ricevette nel suo grembo anche i vinti, e tutti abbracciò col nome di cittadino, e, merito di lei, anche lo straniero godeva le pacifiche consuetudini come nella propria patria, atteso che tutti sono una sola gente[298].
Ma perchè siavi unità, son necessarj l'accordo degli interessi, la simpatia de' popoli. Qui invece Roma trovavasi fra due civiltà, la greca e la barbara, essenzialmente diverse, e che divenivano germe d'una divisione, la quale si pronunziò col distacco dei due Imperi. L'unità, cioè l'eguaglianza, non era possibile in società costituite sulla separazione, sulla disparità; nè dagli antichi era concepita se non come monarchia universale, cioè il sacrifizio di tutti i vinti al vantaggio del vincitore.
In fatti, dopo che la Repubblica avea cancellate le nazionalità, annichilò anche gl'individui, valutando il cittadino solamente in quanto giovava allo Stato, e scompagnando per tal modo l'interesse personale dal comune. Togli quei pochi che speravano dignità o impieghi, tutti gli altri non conosceano lo Stato se non per le oppressioni o le imposte.
In Roma repubblicana la patria era una religione: scopo supremo delle azioni pubbliche e private l'ingrandirla; per essa sprezzati l'oro, la vita, la pietà, la virtù; non accettata la pace che dopo la vittoria; e creati quegli eroi che formano l'ammirazione di chiunque osservi la grandezza indipendentemente dall'umanità.
Quel vitale sistema di Roma d'aggregarsi i vinti fu guasto dagli imperatori esagerandolo; e per togliere ogni ostacolo ai proprj arbitrj e impinguare il tesoro, estesero a sempre maggior numero di sudditi la cittadinanza, rintuzzando così il sentimento esclusivo dell'amor di patria. A misura che questa dilatavasi, quello s'indeboliva, e la pena dell'esiglio, terribile al Romano quando lo spingeva soltanto a Fidene o ad Ardea, parve sì mite ai tempi di Cesare, che convenne aggiungervi la confisca dei beni.
In un piccolo Stato libero, ove il diritto di suffragio dipende dalla proprietà, si comprende come tutti i privilegi e i poteri si devono concentrare nella città. Ragionevolmente dunque Roma tenne un governo di municipio, ove patrizj, popolo e cavalieri, senato, consoli e tribuni si bilanciavano per modo che una mano vigorosa poteva dirigerli in un bello ordinamento civile. Siffatto ella il mantenne anche ampliandosi, onde perdeva le proporzioni allorchè la città era estesa quanto il mondo. Altre Rome ottennero la forma della madre, ma della prisca non rimaneva che il fantasma; nè coll'aprirla a tutta Italia, poi all'Impero tutto, si produsse un vero ordine di cittadini, una nobiltà imperiale, che desse assicurazioni di libertà al popolo, di durata al governo, d'efficacia all'amministrazione.
Se Cesare, passaggio fra l'antichità conquistatrice e le moderne età civilizzatrici e vero fondatore dell'autocrazia, avesse potuto effettuare i grandiosi suoi divisamenti, ridurre ad unità l'Impero mediante la rappresentanza, accomunare alle provincie la cittadinanza, abolire il patriziato originario coll'accogliere nel senato il meglio d'ogni gente, poteva uscirne un governo bilanciato, che le forze diverse convergesse ad uno scopo, e quella mescolanza di Latini, Italici, nuovi Latini, municipj, coloni, provinciali, fondesse in un grand'insieme per la franchigia della nazione e l'incivilimento del mondo. Ma al piccolo ingegno e al piccolo cuore d'Augusto mancò la capacità o la generosità d'istituire un freno a se stesso e alla rea volontà de' successivi imperanti. Questi, all'ombra de' regolamenti con cui la Repubblica patrizia proteggeva i magistrati, poterono legalmente ciò che vollero, identificando in sè il popolo, armandosi dell'autorità tribunizia; e per logica legalità, al cieco amore di patria rimase sostituita la cieca obbedienza al despoto di essa. Tutto dipendeva dai capricci d'un solo, e questo dai capricci dell'esercito; laonde la monarchia arrotando la conquista, regolò l'ammirazione del mondo, ma riuscì tempestosa poco meno della repubblica.
Sotto le forme d'una grande unità, internamente nulla era fuso; razze, lingue, credenze, istituzioni, intenti, tutto rimaneva differente; un popolo ignorava l'altro; le comunicazioni non aperte che fra le capitali, cioè fra le varie stanze di cittadini di Roma; del resto avversione reciproca fra soggiogati e vincitori; le compresse nazionalità rialzavansi a tratti; le provincie, non che crescessero forza a Roma, la indebolivano reputandola nemica, e consideravano come propria libertà il perdersi della loro tiranna; sicchè quell'antagonismo, nulla avendo di legale, sconvolgeva lo Stato.
I comizj del popolo erano più possibili quando gente da tutto l'orbe potea prendervi parte? Perchè il senato avrebbe potuto frapporre qualche barriera, tutti gl'imperatori, buoni o malvagi, fiacchi o risoluti, accordaronsi nel decimarlo e avvilirlo. E ne restò sbrigliata la tirannide; tanto più che l'esecutivo non era, come nei moderni, separato dal potere legislativo; i principi faceano da giudici, pronunziavano in casi particolari, ed applicavano le pene da loro stessi decretate.
I buoni imperatori si temperavano nell'esercitare quest'illimitato e legale rigore: i malvagi ne facevano stromento a passioni, e coll'infame genìa delle spie spargevano tra il popolo la pessima delle corruzioni, quella che ti fa sospettare un nemico in ogni fratello. Ma a quei mostri che si succedettero sul trono d'Augusto, udimmo mai rinfacciare che trascendessero la legge? Nulla avea questa che restringesse i loro arbitrj; della religione erano essi i pontefici sommi; la moralità era una controversia di scuola, sottomessa alla ferrea parola della legge, per la quale chiamavasi diritto ciò ch'era comandato (jus jussum). Se l'eventualità della nascita, o il capriccio dell'esercito, o la venalità d'un'assemblea assidono un mostro sul trono del mondo, costui diffonderà tanto più la propria corruzione, quanto più in alto è collocato. Se poi la scarsa fazione de' buoni vi innalzi principi d'invidiabile virtù, questi allevieranno i mali di chi sta a loro più vicino, ma dovranno assecondare anch'essi le materiali inclinazioni che ormai allo spirito tolgono ogni possanza; giacchè le abitudini d'un potere sfrenato si connaturarono a segno da non lasciar discernere la giustizia, nè sentire l'umanità; e tutte le classi, disarmoniche e scoraggiate, sospingonsi a vicenda nell'irreparabile abisso.
Questo principe è proclamato superiore alla legge, eppure, come un balocco da fanciulli, è sollevato e abbattuto da frequenti rivoluzioni: non di quelle rivoluzioni, ove fra il sangue proceda la società, come la nave nelle tempeste; ma congiure di Corte o di caserma, che non fruttano nè franchigie nè esperienza, che uccidendo il tiranno assodano la tirannia.
Da qui, come da tutte le rivoluzioni, la prevalenza della forza armata. Costretti a tenersi in guardia men tosto contro nemici esterni che contro i sudditi, gl'imperatori crebbero la potenza de' pretoriani, e questi usurparono la facoltà di eleggerli e mescersi del governo civile, finchè Comodo strappò le ultime apparenze di franchigia rimaste al popolo e al senato, col porre accanto al trono il prefetto del pretorio. Insuperbiti dal sentirsi necessarj, i pretoriani occupavano i beni altrui senza tampoco mascherare colle formole l'usurpazione; svilirono il senato coll'aggregarvi ogni feccia, purchè pagasse; vendettero i decreti; crearono venticinque consoli in un anno; che più? posero all'asta l'Impero.
Quel che i pretoriani in città, pretesero farlo gli eserciti fuori, conferendo il diadema a quel qualunque, cui fossero disposti a sostenere. Dopo Massimino cominciano le gare fra il senato e l'esercito per l'elezione; e poichè il secondo preponderava, sceglieva gl'imperatori da nazioni differenti; Roma, invece di dar il padrone agli stranieri, lo ricevette da essi; e quale patriotismo poteva attendersi fra capi forestieri e sudditi avviliti? Poi ciascun esercito pretendendo l'eguale diritto, ne vennero doppie e triplici elezioni, sostenute da guerre civili, tra cui si logoravano le armi che sarebbero state necessarie contro i Barbari, e lasciavansi sguarnite le frontiere quando più era mestieri guardarle.
Nei censessant'anni descritti dalla _Storia Augusta_, settanta persone portarono il titolo imperiale; e, dove conferivasi a quel modo, manca ogni criterio per distinguere il legittimo dall'usurpatore, se non sia l'esito. Effimeri monarchi potevano attenersi ad una politica uniforme? Ogni nuovo venuto vi mescolava alcun che di personale, compiacevasi operare a rovescio del predecessore; nessuno proponevasi un gran disegno, nè aveva il tempo d'effettuarlo.
La divisione dell'Impero fatta da Diocleziano agevolava il pronto riparare agli invasori, e terminò le sommosse dei soldati: ma ne venne sterminato aumento alle spese delle Corti, non più semplici come al tempo d'Augusto, ma emule della vanità persiana; alle forze mancò l'accordo, e massime l'Italia nostra ne patì, cessando d'essere il capo e il cuore di quel corpo gigantesco.
Costantino conobbe la necessità d'una monarchia regolare, comunque irrefrenata, e di separar il potere che dirige da quello che eseguisce; ma non ebbe arte o volontà di fondere i diversi elementi. Poneva un termine all'anarchia militare, facendo prevalere l'ordine civile; fiaccò la guardia pretoriana; ai capi de' soldati non assegnò che gl'infimi gradi della nuova gerarchia; quattro prefetti del pretorio e quattro eserciti si tennero l'un l'altro in rispetto; i soldati si cernirono solo fra proletarj, e perchè non disertassero, marchiavansi a fuoco sul braccio o sulla gamba. Restavano da ciò prevenute le turbolenze e le insurrezioni, ma fiaccata la robustezza militare allora appunto quando il bisogno ne cresceva; e disperse le legioni che difendevano i passi, lasciavansi a sbaraglio le provincie.
I successori suoi abbandonaronsi alla corruttela d'una Corte asiatica, e i palazzi dov'essi ricoveravano la minacciata maestà, divennero officine d'intrighi, d'iniqui giudizj, di basse turpitudini, surrogate ai macelli dei primi Cesari. Fra cortigiani ed eunuchi, gl'imperatori non contraevano che avidità di godimenti, non gustavano che la beatitudine del far nulla; negligendo di vedere le cose coi proprj occhi, sulla guerra e l'amministrazione, sui lamenti e i bisogni dei popoli acquetavansi alle relazioni d'un confidente scaltro, brigante o venale. Che la traslazione della sede fosse opportuna alla durata dell'Impero, l'attestano i dieci secoli che Costantinopoli sopravisse: ma fra le due metropoli entrò gelosia; Roma indispettivasi di vedere diviso il diadema, e le ricchezze e gli ornamenti suoi passar ad abbellire la figlia rivale; Costantinopoli recavasi a sdegno che Roma pretendesse ancora il primato: sul Tevere ricoveravansi le reliquie del paganesimo in grembo all'aristocrazia; sul Bosforo versavasi sangue per le dispute cristiane: dei reciproci pericoli parevano esultare, anzi talvolta l'una dirigeva sopra l'altra i nemici o per rancore o per salvare se stessa.
Vedemmo i Romani, sempre mal pratici in fatto di finanze, dapprima cercare la prosperità col tener basse le fortune, poi non conoscer la ricchezza che nel cumulo di metalli preziosi; e dopochè col cessar le conquiste cessò l'affluenza di questi, nessun modo si conobbe d'agevolare i cambj, e provaronsi tutte le angustie della mancanza di numerario. Neppure troviamo che in quegli estremi si ricorresse ai prestiti forzati e ai viglietti di banco, come erasi usato ai tempi d'Annibale; e l'arte riducevasi a smungere i sudditi col divisare un raffinato concatenamento di vessazioni. Man mano che l'Impero declina, cessano gli eventuali ristori che la sua potenza recava; e sempre più bisognoso d'uomini e di denaro, maggiormente domanda ai sudditi quanto meno si occupa del loro benessere; anzi, per soddisfare alle sue necessità, incatena le persone ed i possessi. Qui v'avea servi affissi ai padroni, là coloni affissi alla gleba, artigiani affissi alla manifattura, decurioni affissi al municipio colla persona, le sostanze, i figliuoli, l'eredità, l'amore[299].
L'artigiano non paga le tasse? le dovrà la maestranza cui egli spetta. Ai sudditi le imposte riescono esorbitanti? ebbene, soddisfino per essi i decurioni. Abbandonano i terreni? ebbene, siano obbligati gli altri possessori a comperarli. I decurioni, aborriti perchè tiranni, aborrenti perchè tiranneggiati, sottraggonsi a quella carica? ebbene, vi si obblighino a forza; la assumano i bastardi, gli Ebrei, i sacerdoti indegni, i soldati fuggiaschi, i debitori insolvibili. Pertanto i municipj non erano che un sistema di più vasta e più immediata oppressura; le corporazioni d'arti equivalevano ad una galera; il titolo di cittadino romano, dianzi stimato e compro a gran valuta, era fuggito come un supplizio, era ripudiato quasi infame[300].
Ne' mali più gravi i rimedj stessi aggravano; perfin la giustizia diviene un'occasione di danni. L'accomunamento della cittadinanza, reclamato dall'equità e dalla politica, non fece che spopolare l'Italia, traendone a Roma tutti i ricchi e gli scioperati: questo gentame seguì a Costantinopoli il pane e i piaceri, lasciando l'Italia vuota, deserti i suoi campi, le città senza patrimonio, senza capi. Allora la patria nostra perdette le esenzioni, fin là godute come terra sovrana; restò gravata dalle tasse comuni, appunto quando cessavano d'affluirle quelle di tutto il mondo; la migrazione dei ricchi e le rapaci correrie dei Barbari desolavano d'abitanti le sue città, di frutti le campagne, che, da giardini dei grandi com'erano prima, si conversero in letto di fiumi, in asilo di belve e di ladroni.
Come prendersi cura alla difesa d'uno Stato, a cui non erano attaccati altrimenti che pel sanguinoso legame del tributo? Quei Greci, quei Galli che avevano profuso milioni di vite per la propria indipendenza contro Roma, veruna resistenza opposero agl'invasori. Il modo d'esazione dei Barbari, semplice per quanto arbitrario, men rincresceva che non il lento sanguisugio di un governo, che non pareva essersi raffinato se non a danno de' sudditi: le migliaja di schiavi sospiravano l'ora di mirare umiliati i burbanzosi padroni, e lanciar loro in viso i ceppi che aveano sin allora portati: i coloni, sottoposti all'enorme capitazione e ad opprimenti servigi di corpo, offrivansi a chiunque promettesse un sollievo, od almeno una mutazione di mali: il cittadino si divincolava in quella inestricabile rete di tirannia che avviluppava tutti, dall'imperatore sino all'infimo schiavo.
Tra siffatti come suscitare il patriotismo? e tolto questo, qual movente rimaneva nelle antiche società? la legislazione? la filosofia? la religione? La prima fu il vero vanto degli ultimi secoli dell'Impero, consolidando ed appurando la famiglia e la proprietà, sicchè il furore de' tiranni violava quegli ordinamenti, ma non li cambiava: e questo rispetto alle leggi valse a prolungare l'esistenza di Roma, il cui decadimento venne lentissimo perchè il sistema era buono, nè facilmente si cancellava la grandezza del nome suo.
Ma se, vedendo imperatori dispotici, moltitudine adulante, menzogna perpetua nelle apparenze e nel linguaggio, le anime nobili s'indignavano, non sorgeano però ad alto scopo, limitandosi a ribramare il passato; sicchè non mirando a un avvenire, ne seguiva sterilità d'intelligenza e di cuore. Una religione fondata sopra la credenza d'un Dio solo, se anche travii, può revocarsi a' suoi principj, avendo un punto saldo da cui prender le mosse. La latina, senza base una e solida, senz'intima moralità, contraddicente alla ragione e ai bisogni spirituali di quel tempo, non poteva restaurarsi, sconnessa che fosse. Inutili dunque gli sforzi di Augusto per rintegrarla come elemento d'ordine. Tentarono gli Antonini rinsanichirla innestandovi la filosofia stoica, e ne sorsero benefici regnanti e vigorosi magistrati: ma quella scuola, oltre gl'intimi difetti, non potea mai divenir popolare, come dev'essere una religione. Tanto peggio riuscirono i tentativi di ringiovanirla colle dottrine neoplatoniche, coi riti teurgici, colle iniziazioni mitriache.
Rimedj organici portava il cristianesimo, destinato a compier l'opera di Roma, cioè unificare il mondo nel diritto, ricevere tutti nella gran città, reggere coll'impero i popoli senza abolirne l'indipendenza e l'autonomia, e non solo i popoli tra l'Eufrate e il Danubio, ma fin di là da mari, di cui neppure l'esistenza conoscevano gl'imperatori: dentro, virtù cittadine e private rifiorivano; un clero che la legge romana esimeva dai tributi oppressivi e dalle odiose cariche curiali, mentre la legge cristiana gli toglieva d'imbrutalire nell'ozio e ne' bagordi. Ma i monaci nel deserto e i sacerdoti nelle città, non che tutelare l'antico, invocavano il giovane mondo. Perocchè il dire che una società si discioglie, significa che un'altra cova nel suo seno, il cui fermentare scompone gli elementi dell'anteriore acciocchè entrino in nuove combinazioni. Insinuarsi nell'Impero la nuova dottrina non poteva se non iscomponendo l'ordine, di cui l'apparenza durava.
Se n'accorsero fin dall'origine i giureconsulti e gli imperatori, laonde bandirono guerra a questi sudditi riottosi; e i Cristiani, ridotti a considerare per nemico un governo che in guise spietate voleva inceppare la più libera delle cose, la coscienza, se ne sceveravano stringendosi fra sè; disobbedivano ed erano puniti per colpe che non si giudicavano disonoranti, sicchè la disciplina andava a fasci, mentre fiaccavasi il sentimento morale; ne' magistrati onesti lottavano la coscienza e la legalità; entro le stesse mura, nella casa stessa, uno trovavasi nemico dell'altro, e lentavasi ogni legame di società e di famiglia.
Il cristianesimo, sapendo che la resistenza è colpa quando cessa d'essere un dovere, per non provocare i tiranni, aveva dapprima offerto il collo tacendo e perdonando: invigorito poi ne' tormenti e nelle maschie voluttà dell'astinenza e della solitudine, alza la voce di mezzo al fragore dell'armi; da credenza personale e interiore s'è mutato in istituzione, con governo e rendite, rappresentanza ed assemblee, talchè può svincolarsi dagl'impacci della società civile. L'unità, scopo della politica romana, perì allorchè questa a doppio interesse si dirizzò, alla patria cioè ed al cristianesimo; e la società che finiva non avendo più l'autorità, la nuova non avendo ancora la potenza, venne ad accelerarsi lo sfacelo.
Ogni nuova rivoluzione religiosa noceva allo Stato; poichè o Costantino alzasse il làbaro, o Giuliano riaprisse i delúbri, o Gioviano tornasse alla croce, sottraevansi all'Impero le braccia o il senno di alcuni, che faceansi coscienza di coadjuvare a chi adorava altrimenti, o non v'erano sofferti dall'intolleranza: le istituzioni introdotte e quelle abolite dal cristianesimo traevano il crollo di altre, su cui la vecchia società era sistemata: ai municipj non restò più che miseria quando Costantino applicò i loro possessi alle chiese: dalla milizia e dalle magistrature molti forti e pensatori si stornavano per darsi all'eremo o al sacerdozio, e tornavano di aggravio ai laici le esenzioni concedute al clero.
Nella teologia antica il perire degli Dei faceva perire la nazione: sicchè Roma dovea cadere perchè caduti i suoi numi, finir l'Impero perchè era finita quella teologia. La nuova avrebbe potuto rivolgersi tutta a riformare i costumi mediante i precetti morali e le leggi civili: ma ne fu sviata per l'inciampo delle eresie. Perocchè, se la morale era la conseguenza, la premessa era il dogma: e quella senza di questo sarebbe soccombuta nell'urto della barbarie, non potendo dalla sola filosofia cominciarsi una civiltà duratura. Bisognò dunque chiarire, precisare, mettere in sodo il dogma: ma che la morale e l'attuamento di essa nelle leggi non fossero neglette, il palesano la motivazione delle migliori costituzioni imperiali, tutti gli scritti dei santi Padri, e quella folla di sacerdoti e di monaci che coll'esempio e colla parola proclamavano la virtù, pur lamentando che tanto restasse annebbiata dalle antiche abitudini.
Efficacia pubblica scemò alla religione l'essere la società civile rimasta ancora pagana di fondo, d'istituti, di leggi, di costumi, qual era sorta e cresciuta. Essa possedeva tutte le istituzioni opportune al progresso delle idee e all'ammiglioramento degl'intelletti; mentre la religione nuova ne mancava: e tutto dovea dedurre dalla propria volontà, dalle credenze, dall'impero di queste sugli animi, dal bisogno che aveano di propagarsi e d'occupare il mondo.
L'esito del conflitto non restò a lungo dubbioso, e la società antica fu trafitta nel cuore: ma siccome certi paladini del medioevo si favoleggiò che persistessero a combattere tre giorni dopo morti, così quella si reggea per la propria mole, e pagana nelle midolle anche dopo fatta cristiana nell'esteriore, prolungò una vita affatto artifiziale; posto il dogma della Trinità e della Redenzione in fronte alle leggi, pure l'impero progrediva in un ordine diverso, se non anche opposto al Vangelo. Nè il cristianesimo proponevasi d'abbatterlo, suo scopo essendo il migliorare gli uomini acciocchè s'immegliasse la società, non già il correggere quelli per mezzo di questa, come fin allora avevano i savj praticato. Non fa dunque cessar di colpo le intime ostilità, la schiavitù, la passiva obbedienza; con quali forze l'avrebbe potuto? non determina le relazioni di coscienza fra re e popoli, perchè nazioni cristiane non v'aveva ancora, ma soltanto individui; al governo siedono imperatori, che sono capi degli eserciti e dello Stato, pontefici e Dei, con un senato disposto a tutto confermare, un esercito a tutto eseguire: ma la Chiesa intuona che gl'imperatori dipendono anch'essi da un Dio, il quale a suo grado li solleva ed abbatte; che la rigidezza parziale ed esclusiva della legge romana deve piegarsi alla comprensibilità cristiana, cioè alla moralità e alla giustizia, uniformi per tutti; i cesari non sono sbalzati dal trono, ma dall'altare e dalla sedia pontifizia; e accanto alla società peritura ne viene alzata per modello una nuova, diversa all'intutto, fondata sull'eguaglianza degli uomini, con una gerarchia elettiva, dove non nobiltà, non privilegi ereditarj, dove gli onori, la considerazione, il potere si piantano sull'unica base legittima, il merito.
Frattanto i ministri della parola consigliavano a garantirsi dalla corruzione col ridursi nella solitudine, nella preghiera, nel celibato: del che i Pagani li rimproverano, quasi tendessero a rompere ogni legame, fin quelli della famiglia, e il cristianesimo fosse incompatibile con qualunque civile assestamento. Sant'Agostino, che vedeva qual partito potrebbero i nemici della religione trarre da principj, dei quali soltanto l'esagerazione era pericolosa, assumeva a dimostrare che il Vangelo non proibisce nè di portar le armi, nè di sostenere le cariche pubbliche, ma aspira a formare magistrati integri e soldati docili alla disciplina; e — Quelli che pretendono la dottrina di Cristo contraria alla repubblica, ci diano un esercito composto di soldati quali essa dottrina li vuole; ci diano magistrati provinciali, mariti, spose, genitori, figli, padroni, schiavi, re, giudici, debitori, esattori, quali la legge di Cristo comanda che sieno; e allora vedremo chi oserà dire che essa è nemica della repubblica; nè si esiterà a riconoscere quanto la salvezza dello Stato sarebbe meglio assicurata qualora si ascoltasse alle nostre esortazioni».
Tal era il vero spirito del cristianesimo; ma non tutti i dottori cristiani lo comprendevano sì chiaro come Agostino, e la divergenza d'opinioni dava appiglio ai rimbrotti dei Pagani. Ad ogni modo, società cristiana non poteva dirsi fintanto che i depositarj della nuova dottrina non fossero riusciti ad impadronirsi dell'uomo dalle fasce, eliminare le idee dell'ordine antico, divenute seconda natura, ed istillar quelle del nuovo, insieme coi precetti ricevuti sulle ginocchia della madre.
Benchè dunque sembrassero riconciliate la società civile e la religiosa, sussisteva la contraddizione d'origine e d'essenza, e comprendeasi che non bastava mutare le costituzioni romane, ma bisognava per tutt'altra via dirigere il Governo, se si volesse lo scampo non dell'Impero ma della società. La nuova fede non era discesa dal cielo pel Romano soltanto, come il Palladio e gli Ancili; ma nella giustizia e carità sua abbracciando il genere umano, sostituiva l'amore universale all'angusto patriotismo antico: d'altra parte, non vedeansi già i Barbari combattere nelle file di Roma, e governare, e talora anche sedere sul trono? Lontani adunque dal compiangere la rovina d'una società esclusiva, l'invasione dei Goti consideravano come un estendersi dei diritti umani, un necessario risanguamento[301]; e le macerazioni di Roma come un giusto giudizio delle sanguinose sue iniquità.
Pertanto non rinvigorirono il patriotico egoismo e l'odio contro tutte le nazioni: parevano fino esultare ai disastri della città terrena, i quali tornavano a glorificazione della città celeste. Di ciò movevano loro acerba accusa i Gentili, e ne restavano più sempre lentati i vincoli sociali, e indotto quello spirito di diffidenza e persecuzione, che è effetto e diviene causa della sconnessione sociale. Qualora poi il pericolo stringesse, ambe le parti esagerando, gli uni ponevano ogni fiducia ne' martiri e nei miracoli, gli altri nelle viete osservanze; invece di cercar le cause presenti dei mali ed i rimedj, i Gentili ripeteano, — Ecco come si vendicano quei numi abbandonati, sotto i quali era giganteggiata la romana fortuna»; di rimpatto i Cristiani sulla nuova Babele intonavano le minaccie de' profeti contro l'antica, e ne' disastri scorgevano l'avviso o la punizione di Dio, il trionfo della verità, la legge della Provvidenza. Nel più sublime de' loro carmi essi leggevano le maledizioni contro di Roma: «Uno dei sette angeli venne, e disse al veggente di Patmo: — Ti mostrerò la condanna della gran meretrice, che siede sopra le grandi acque. E lo trasportò nel deserto, e vide una donna seduta sopra una bestia color porpora, piena di nomi di bestemmia, con sette teste e dieci corna; ed era vestita di porpora e di grana, fregiata d'oro, di gemme e di perle, e teneva in mano un vaso d'oro, e sulla fronte portava scritto _Mistero_. E l'angelo gli disse: — Perchè stupisci? io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, e che ha sette teste e dieci corna. Le sette teste sono i sette colli sopra cui ella è posta: le acque che tu vedi, sono i popoli, le genti, le favelle: la donna è la gran città, che regna sopra i re della terra. Tutte le nazioni furono sedotte da' suoi prestigi; i mercadanti della terra si arricchirono degli eccessi del suo lusso; essa si elevò nell'orgoglio suo e tuffossi nelle delizie, dicendo in suo cuore, _io son regina, e mai non cadrò in lutto_; e divenne una Babilonia madre delle fornicazioni e d'ogni abominio, e inebbriò i re della terra col vino della sua prostituzione, e nella stessa coppa fece bevere tutti i popoli del mondo. Dai quali comperò preziosità, ed essi esclamarono: _Qual città fu mai pari a questa?_ Ma guaj a lei, che s'ubriacò del sangue de' santi, del sangue dei martiri di Gesù. I mercadanti della terra gemeranno e piangeranno sopra di essa, perchè non fia più chi compri le loro merci, le merci d'argento e d'oro, di pietre, di perle, di bisso, di porpora, di seta, di grana, d'ogni sorta legni odorosi, e mobili d'avorio, e gemme preziose, e rame e ferro e marmo, e cinnamomo ed incenso, vino, olio, fior di farina, biada, bestie da carico, agnelli, cavalli, carri, schiavi ed anime d'uomini. In un giorno le verrà lutto e morte, fame e incendio, perchè forte è il Signore che la giudicherà»[302].
Che vediamo dunque a Roma negli ultimi suoi tempi? sul trono un fasto imbelle e snervante; usurpatori che si disputano le provincie senza saperle difendere; confische e procedure moltiplicate dai sospetti; le pubbliche cose in mano di schiavi, di stranieri, d'eunuchi; cortigiani che rinterzano intrighi; vescovi in lite e scisma tra sè; provincie quali perdute, quali in tentenno; gli eserciti composti di barbari soldati, comandati da barbari generali; decurioni per forza; magistrati che procurano, come nei naufragi, raccogliere qualche brano di potere e di ricchezza; molti ribellatisi alle leggi, che fanno guerra alle vie e ai campi; una plebe ignorante, scostumata, inerme, che, oppressa da sciagure, pretende dall'avvenire ciò che questo non le potrebbe dare, e con odio sovente ingiusto trabalza quelli che con inconsiderato entusiasmo elevò; finchè, caduta nella prostrazione d'animo che consegue alla servitù ed alla diuturnità dei mali, guarda impassibile lo sfasciarsi d'un ordine di cose che nè teme nè ama, e, per sottrarsi ai mali incalzanti, desidera fin i disastri gravi ma passeggeri della guerra. Pertanto l'impronta degli ultimi anni dell'Impero è la vigliaccheria; è una personalità inerte, a cui le irruenti sventure non istrappano che querele, e del passato non ritiene se non un residuo di idee pagane, che rende necessaria la distruzione di quel cadavere, la cui putrefazione avrebbe appestato la terra.
A distruggerlo ecco i Barbari. La Germania era divisa fra cento popolazioni, da nessun legame od interesse congiunte nell'impresa; e non appena le aquile latine aveano fitto in una l'artiglio, una nuova sottentrava con integre forze e diverso metodo di guerra; sicchè per quattro secoli, da Basilea sino alle foci del Reno e del Danubio, durarono aperte ostilità o pace armata, nè le guerre profittavano ad altro che a respingere l'assalto. Ma ormai che valeano le barriere poste dalla natura e dall'uomo, quando d'ogni dove i nemici irrompevano, o per naturale desiderio d'avventure e pericoli, o per avidità di preda, o per vendetta, o per impulso d'altri Barbari, o per sollecitazione d'alcun ambizioso?
Que' Germani venivano tutt'animo e spiriti guerreschi, colle virtù domestiche, e coi vizj della forza. Capi, eletti per merito e nel fiore dell'età, servivano di raffaccio agli accidianti augusti; le assemblee generali sotto cielo aperto, agl'intrighi de' gabinetti romani; gli eserciti ignudi e baldanzosi, alle truppe comprate e insofferenti della disciplina; i Germani robustamente sistemati nelle loro tribù, ai Romani svigoriti dallo spegnersi del patriotismo; il governo semplice e spicciativo di quelli, ad uno di fiscali e legulej, al quale, come al vampiro, non rimaneva fiato se non per suggere il sangue. La brutalità barbarica era meno obbrobriosa che non l'affinata dissolutezza de' Romani che aveano abusato di tutte le dottrine, di tutti i godimenti: que' caratteri vigorosi sapeano obbedire, sapeano sacrificarsi, possedevano istintivamente quel sentimento d'onore che l'antichità classica non conobbe, e di cui il cristianesimo dovea poi valersi per formare la coscienza pubblica, e costituire l'obbedienza ragionevole. I Germani agognavano acquistare una patria: i Romani non curavano difendere la propria. Fra i primi le donne stimolavano al valore ed alle imprese: le nostre svogliavano dalle pubbliche cure, talvolta ancora tradivano, come dicesi che la moglie di Stilicone invitasse Alarico, Onoria conducesse Attila, Genserico Eudossia. Quelli erano animati da religione sanguinaria, che assegnava il paradiso in premio delle stragi: questi divisi tra una voluttuosa che sfasciavasi, e una nuova che, avendo il suo regno in altro mondo che questo, insegnava ad offrire la guancia sinistra a chi la destra avea percosso.
Il popolo di Marte come poteva ritardar la sua caduta altrimenti, che col rinfrescare l'elemento suo primo, la forza? Tanto si vide allorchè sedette a capo dell'Impero una serie di prodi, cresciuti fra l'armi e sollevati dal valore: ma i più, giunti alla porpora, deponevano l'usbergo, o ignari d'ogni altro studio fuor della guerra, mandavano a precipizio l'amministrazione. Nell'esercito, cernito per forza, la disciplina, nerbo di Roma, pervertivasi; si voleva ragionare l'obbedienza: era bisogno di trasportare le legioni su remoto confine? ricusavano, pronte a salutare augusto il primo che promettesse riposo e donativi; lagnavansi del peso delle armadure, e prima la corazza, poi il caschetto vollero deporre; preferivano il comodo dei cavalli alla fermezza della fanteria; cessarono di fortificare ogni volta gli accampamenti, sicchè, esposti senza difesa, più non poterono confidare che ne' turpi passi della fuga.
Che se ancora il desiderio di passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori faceva ad alcuni desiderare la condizione di soldato, in cui potessero saccomannare le provincie, esigere lauti donativi dagli imperatori, deporli e crearli a talento, cambiossi il caso dopo Diocleziano e Costantino, quando una regolata gerarchia ridusse l'esercito alla vera sua natura di macchina. Allora il fasto della Corte attribuiva i titoli della milizia a chi avesse, non meritato in opera d'arme, ma prestato servigi al principe; sicchè trovossi più comodo intrigare in palazzo che combattere sul campo: ogni gloria era riservata all'imperatore; dall'arbitrio di questo gli onori e le dignità. Nulla dunque allettava alla pericolosa e non necessaria carriera dell'armi; e tanto meno dacchè, forse per impedire le frequenti sedizioni, Gallieno escluse i senatori dal capitanare eserciti. Allora i patrizj infingardirono, e fuggendo dall'Italia, s'andavano a rimpiattare nella Macedonia, nella Dalmazia, nella Tracia, per sottrarsi alle dignità e alla milizia che recava gravissimo peso e scarsi onori. Il popolo minuto rifuggiva dal servizio a segno, che per sottrarsene molti si amputavano il pollice[303].
Quando Italia fu invasa, non si trovò chi ostasse: Stilicone offrì due monete d'oro a qualunque schiavo si arrolasse, mentre un tempo costoro venivano accettati appena in pericoli stringentissimi: città folte di popolo e munite resistettero solo qualche istante a bande di scorridori, ignari dell'arte degli assedj, e incapaci di perseverare ad un'impresa. Inetti a resistere coll'armi, i figli di quel Camillo che volea la patria salvata col ferro non coll'oro, chetano i nemici a denaro, prima palliato col nome di soldo, poi preteso apertamente siccome tributo. L'Impero ne resta smunto, e costretto a gravare più sempre i sudditi, mentre i nemici se ne rifacevano, per tornare più vigorosi a nuove pretensioni, perduto il rispetto che ispira una nazione domabile sol dopo lunga resistenza. Che se quel soldo fosse tardato o disdetto, i Barbari venivano a ripeterlo colle armi, più baldanzosi quanto più i provinciali divezzavansi da queste.
Fu dunque forza rimettersi affatto a braccia straniere: riempiute le schiere di così fatti, anche il comando se ne affidò a Barbari, che per tal via ascesero alle supreme magistrature. Grandi capitani ne trasse Roma, non mossi però da carità di patria, o da quel sentimento che è padre del vero coraggio, bensì da cupidigia di tesori e di gradi, o da ambiziose gelosie: Rufino sommoveva i Vandali e i Goti per contrariare Stilicone; questo lasciavasi fuggir di mano i Goti perchè non si cessasse d'aver bisogno di lui; Ezio non esterminava Attila per impedire gl'incrementi di Torrismondo. Gli imperatori non poteano riporre piena fiducia in eroi prezzolati: i cortigiani invidiavano ed aborrivano cotesta genìa, potente solo per le spade: la vanità latina si teneva oltraggiata dalla superiorità di quelli che continuava a chiamar barbari: e Stilicone, Ezio, Romano, Nigidio cadevano sotto al pugnale di maligni eunuchi o d'emuli imbelli.
Eppure a svecchiare l'Impero, o almeno a difenderlo da nuove invasioni, unico partito sarebbe stato il fondere i Romani coi Goti, gente da gran pezzo abituata agli ordini de' Romani, tra cui o presso cui viveva, non isnervata dai vizj della civiltà, e capace di riceverne i vantaggi, come ne fanno prova i regni dove si piantò. Ma da una parte vi si oppose l'antipatia nazionale, inasprita dai disaccordi religiosi; dall'altra la sleale politica credeva sottigliezza d'accorgimento il seminare zizzania fra i popoli assalitori; e col violare i patti e con turpi tradimenti gl'irritava, e toglieva la possibilità d'onorevoli accordi.
Disgustati, essi rivoltavansi contro quelli che dianzi aveano difesi; tornando d'aver servito nelle legioni, rivelavano le ricchezze e le delizie de' paesi romani, e la facilità di conquistarli; e ricomparivano più baldanzosi e più forti. Al crescere del pericolo scemavano i mezzi di ripararvi; ogni provincia che i Barbari invadono, cessano le contribuzioni di generi e d'uomini all'Impero; si ritirano dalle frontiere le guarnigioni e i magistrati, abbandonando le antiche conquiste agli assalitori ed a se stesse. Allora si scioglie il solo legame che unisce a Roma i varj municipj; e tutti si smembrano senza un pensiero al bene del corpo, al quale erano appiccicati, non congiunti. Solo in governi federativi, o dove le libertà provinciali sono profondamente radicate ne' costumi, le nazioni possono sussistere anche con un governo debole, e fin senza governo: qui invece erasi voluto ridurre ogni cosa al centro, e sfasciavasi l'intero corpo quand'era minacciato il capo.
Qualche imperatore s'avvisò di riscuotere il patriotismo coll'avventurare, fra quello scompiglio, alcun elemento di libertà; il diritto di tener armi, levato dall'ombroso Augusto, fu restituito ai sudditi[304]; Graziano esortò le provincie a formare assemblee, ove discutere sopra oggetti di pubblico interesse, non impedite o ritardate da verun magistrato[305]; Onorio suggerì perfino una specie di governo federativo che raccogliesse quei divisi, ma niuna provincia o città ne approfittò[306]: tanto al sentimento affatto locale di quelle società riusciva incomprensibile e repugnante il sentimento dell'unione. Pertanto ciascuno, uomini e corpi, restringendosi in se stessi, non rimase chi difendesse l'Impero: i Barbari lo sovvertirono a loro voglia, finchè risolsero d'abolirlo.
CAPITOLO LVII.
Ultimi imperatori.
Gl'imperatori stessi, inetti a sostenerlo, davano il crollo all'Impero. Valentiniano III, trionfante senz'aver combattuto (450), si scapestrò dopo la morte di Placidia; e preso in odio e in sospetto Ezio, salvatore dell'Impero, ad istigazione de' suoi eunuchi gl'immerse in cuore quella spada che mai non avea saputa impugnare contro de' Barbari. Con pari viltà furono assassinati gli amici del patrizio: al quale, come all'uomo che soccombe, furono attribuiti ambiziosi disegni, accordi coi nemici, macchinate rivolte. Vili che applaudissero all'imperiale assassino non mancarono; ma un Romano osò dirgli: — Tu facesti come chi colla sinistra si amputasse la destra».
A scorno della virtuosa moglie Eudossia, Valentiniano lasciviva fin sopra le dame principali. La moglie di Petronio Massimo, ricco senatore di casa Anicia, gli resistette; ma un giorno al giuoco l'imperatore vinse a costui l'anello, e di questo si valse per mandar a chiamare la casta donna in nome del marito e se ne sbramò. Massimo propose tergere l'oltraggio nel sangue, e due fedeli di Ezio, improvvidamente accolti fra le guardie imperiali, gli prestarono il braccio per scannare Valentiniano (455 — 16 marzo). Massimo non durò fatica a erigersi imperatore; ma quest'atto fu il termine delle prosperità e delle virtù, di cui egli era stato fin allora un modello (455). Quanto non dovette egli sospirare la privata onorevole tranquillità allorchè si trovò a capo d'un Impero che uom del mondo più non era capace di rinfiorire! Coll'amico Fulgenzio, al cadere di giornate tempestose e di notti insonni, esclamava: — Fortunato Damocle, il cui regno cominciò e finì nel pranzo istesso!»
Volle puntellarsi sul trono coll'impalmare a suo figlio Palladia, primogenita dell'ucciso imperatore; ed egli stesso, mortagli la virtuosa donna, menò a forza la vedova di Valentiniano. Costei, per vendicar sè ed il marito, si dirizzò al terribile Genserico, che con robusto armamento di Vandali e Alani dall'Africa sbarcò alla foce del Tevere. Massimo rimase ad aspettarlo con una freddezza che non era coraggio; ma dal popolo fu tolto a sassi, e gettato nel Tevere (12 giugno).
Tre giorni dopo, Genserico era alle porte di Roma, la quale, sapendo assassinare, non difendersi, limitavasi a piangere ed orare. La religione di nuovo la coprì col suo manto; e Leone papa, che l'avea schermita da Attila, uscì col clero in processione, e coll'autorità d'uomo venerato e colla santità del ministero indusse Genserico a risparmiare le stragi e il fuoco; del resto tutto fu abbandonato ad un saccheggio di quattordici giorni. Al tempio di Giove in Campidoglio fu tolto fin il tetto di bronzo dorato, salvandone però le statue dei numi e degli eroi. In quello della Pace aveva Tito deposti gli arredi del culto giudaico, la tavola e il settemplice candelabro d'oro; e questi pure furono rapiti. Nè le chiese cristiane restarono immuni; e le ricchezze sfuggite ad Alarico vennero accumulate sulle navi africane, che parevano vendicare Cartagine. Eudossia medesima, avanzatasi incontro all'invocato liberatore, si vide strappar di dosso le gioje, e con due figliuole fu imbarcata fra migliaja di schiavi, scelti per bellezza o vigorìa. Prospero vento portò a Cartagine le prede e le persone, alle quali alcun ristoro diede il vescovo Deograzia, ricoverandole nelle chiese, soccorrendole cogli ori di queste, e coi conforti che la carità sola conosce. Il poeta Paolino, allora vescovo di Nola, convertì in questo pio uso tutte le ricchezze ecclesiastiche; e nulla più restandogli, per riscattare il figliuolo d'una vedova, diede schiavo se stesso[307].
Anche da altre parti i Barbari irrompevano, e le provincie scotevano il giogo di Roma. Franchi ed Alemanni procedettero fino alla Senna; alle coste portavano assalto i Sassoni; i Goti aspiravano a durevoli conquiste. A frenare costoro, Massimo aveva destinato Flavio Avito, nobile d'Alvergna, che in sua giovinezza attese alle lettere e al diritto, combattè a fianco di Ezio, meritò d'essere prefetto al pretorio della Gallia; poi dal ritiro villereccio presso Clermont chiamato generale della fanteria e cavalleria, non si ricusò al bisogno della patria, tenne in rispetto i Barbari, ed egli medesimo andò a trattare con Teodorico II re dei Visigoti. Costui, udita la morte di Massimo, esibì assistere Avito per succedergli (10 luglio); e Roma e l'Italia nol poterono ricusare, solo pregandolo a por sua sede nell'antica capitale del mondo.
La virtù di Avito non resistette alle blandizie d'un grado, cui, perduta la potenza, restavano le seducenti vanità; e molti mariti inimicò. Lo scontento non tardò a prorompere; e il senato, che nella debolezza degli augusti aveva ricuperato alcuna autorità, pose in campo il suo diritto d'eleggere l'imperatore. A nulla però sarebbe riuscito se non v'avesse dato appoggio il conte Ricimero, uno de' principali comandanti dei Barbari ausiliarj in Italia. Distrutte sessanta galee vandale nelle acque della Corsica, era costui stato salutato liberatore d'Italia: del quale trionfo imbaldanzito, intimò ad Avito di deporre la porpora (456 — 16 8bre). Questo cercò sicurezza col farsi ungere vescovo di Piacenza; ma quivi pure perseguito dalla vendetta del senato, mentre fuggiva verso la natale Alvergna, morì o fu ucciso.
Vacato alquanto l'Impero, fu conferito a Giulio Valerio Magioriano (457 — 1 agosto), degno di migliori tempi. In voce di coraggioso, liberale e accorto, sotto Ezio militò con tanta gloria, da eccitarne la gelosia; degradato per ciò, fu riassunto alla morte di quello, e Ricimero, divenuto patrizio d'Italia, lo costituì generale della cavalleria e della fanteria; e poi ch'ebbe in quel grado respinto gli Alemanni che erano proceduti fino a Bellinzona di qua dall'alpi Lepontine, lo collocò sopra un trono, di cui disponeva a suo talento. Dell'elezione Magioriano fece saputo il senato e l'esercito[308]: — A sostenere il colmo del principato, non per volontà mia m'accostai, ma per ossequio della pubblica devozione, onde non vivere a me solo, o ricusando non parere ingrato alla repubblica per cui nacqui. Or favorite al principe da voi creato, e partecipate con noi alla cura degli affari, acciocchè l'impero, datomi per vostra istanza, cresca per le concordi attenzioni. La giustizia varrà al tempo nostro, e la virtù potrà prosperare sotto la tutela dell'innocenza. Nessuno temerà gli spionaggi, che già da privati noi detestammo, e che ora specialmente condanniamo: delle calunnie abbia paura soltanto chi le porti. Col padre e patrizio nostro Ricimero, vigilantissimo delle cose militari, avremo cura di serbare il mondo romano, che in comune assicurammo da esterni nemici e da domestica discordia. Spero che della elezione nostra voi serberete tal memoria, quale io, consorte una volta dei vostri pericoli, mi riprometto senza manco dall'amor vostro; e se il Cielo m'assista, mi sforzerò, con autorità di principe e riverenza di collega, che non abbia a spiacervi il giudizio che di me recaste».
Il linguaggio costituzionale de' primi anni dell'Impero, disusato da tanto tempo, suona ancora in questo editto, e per l'ultima volta.
Nelle poche sue leggi Magioriano mostrava i sentimenti generosi e generosamente espressi d'un padre di popolo infelice, che ai mali di questo soccorre ove può, se non altro li compatisce. Le fortune dei provinciali, «attrite dalla varia e molteplice esazione di tributi, e dagli straordinarj pesi fiscali», sollevò alquanto depennando i vecchi crediti del fisco; e toltala alle commissioni straordinarie[309], tornò ai provinciali la giurisdizione sulle tasse. I senati minori, cioè i corpi municipali, «viscere delle città e nervi delle repubbliche», erano tanto sviliti dall'ingiustizia de' magistrati e dalla insaziabilità degli esattori[310], che i cittadini se ne sottraevano coll'esigliarsi lontano od ascondersi. Magioriano gli esorta a tornare, alleviandone i pesi; e scioltili dall'esser garanti del tributo nel loro distretto, esige da essi soltanto un esatto conto del ricevuto e dei debitori morosi. Ai difensori della città restituisce la tutelare potenza, confortando ad eleggere a quel grado persone incorrotte, capaci e coraggiose di sostenere il povero e combattere il prepotente, ed informare l'imperatore de' soprusi, col suo nome ammantati. Provvide anche agli antichi edifizj, o per negligenza crollanti, o che abbatteansi onde avere materiali a nuove fabbriche. All'adultero, confisca de' beni ed esiglio; se tornasse in Italia, poteva essere ucciso impunemente. Nessuna si consacrasse a Dio prima dei quarant'anni: le vedove minori di quest'età si rimaritassero, o perdessero metà dei beni. Annullati i matrimonj disuguali. Di quel che vi si scorge d'eccessiva minutezza, di sproporzionato rigore e di rimembranze pagane, lo scusi la buona intenzione.
Sconfitto Genserico che era sbarcato in Italia, Magioriano meditava ricuperare l'Africa; ma non potendo restituire il coraggio e la disciplina nelle legioni, assoldò Barbari, e a capo loro (458) passate le Alpi di fitto inverno, vinse Teodorico II visigoto, e lo accettò in alleanza; intanto che negli arsenali di Miseno e di Ravenna faceva allestire navigli, sicchè prontamente ebbe raccolte a Cartagena trecento grosse galee e adeguato numero di sottili. Ma Genserico ridusse a deserto la Mauritania, e sorpresa la flotta mal guardata nel porto, vi fisse il fuoco. Magioriano si trovò allora ridotto ad accettare una tregua, durante la quale accelerò nuovi preparativi: ma gli scontenti prodotti dalle sue riforme toccarono il colmo per la presente disgrazia, e il sollevato campo l'uccise a Voghera (461 — 2 agosto).
Ricimero allora ingiunse al senato d'eleggere Vibio o Libio Severo, oscuro lucano: poi, appena gli riuscì incomodo, il tolse di mezzo (465 — 15 agosto), e per venti mesi governò, non assumendo verun titolo, ma facendo tesoro, armi, alleanze in proprio nome. Protestavano contro la sua dittatura Marcellino ed Egidio. Il primo, letterato e fedele all'antica religione, era stato caro ad Ezio, perseguito da Valentiniano, da Magioriano messo a governare la Sicilia e l'esercito ivi disposto contro i Vandali; dappoi, occupata la provincia della Dalmazia, si intitolò patrizio dell'Occidente, e andando in corso per l'Adriatico, infestava le coste d'Italia e d'Africa. Egidio, maestro della milizia nella Gallia, si chiarì nemico agli uccisori di Magioriano, e con forte esercito si rese formidabile: presso Orleans sconfisse gl'imperiali e minacciò l'Italia: nè forse Ricimero seppe disfarsene altrimenti che col veleno.
Anche Beorgor re degli Alani era sceso in Italia (464), ma sotto Bergamo toccò una sconfitta sì piena, che dopo d'allora più non trovasi mentovata quella gente. Genserico, non fiaccato dalla grave età, usciva ogni primavera con grossa flotta dal porto di Cartagine, e se il piloto gli chiedesse ove drizzar la prora, rispondeva: — Ove soffiano i venti, che ci porteranno al lido cui la divina giustizia voglia punire». Quanto bagna il Mediterraneo fu infestato da' costui ladroni, i quali, non avidi di gloria ma di bottino, sfuggivano d'affrontare eserciti in campagna, o assaltar fortezze; e sui loro cavalli battuto il litorale e rapitone il bello e il buono, si rimbarcavano. Ricimero, sprovveduto di forze navali, dovette lasciare che gl'italiani ricorressero alla mediazione dell'imperatore di Costantinopoli.
Questi spedì ambasciatori a Marcellino, che, pago di vedersi con tal atto riconosciuto sovrano della Dalmazia, promise restar quieto. Genserico, al contrario, alzava le pretensioni, e pretendeva che suo cognato Olibrio fosse elevato augusto; ma in vece sua, dopo diuturna vacanza, fu gridato Procopio Antemio [Sidenote: 467 — 12 aprile], galata di nazione, uno de' più illustri privati dell'impero Orientale, e genero dell'imperatore Marciano. Mosso da Costantinopoli con molti conti e con piccolo esercito, entrò in Roma trionfalmente, e senato, popolo, federati approvarono la scelta. Ricimero, che nella vacanza avea continuato da padrone, volle gli sposasse una sua figlia, e splendidissime celebraronsi le nozze. Antemio, lasciando Costantinopoli, avea ceduto la sua casa per farne un bagno pubblico, una chiesa, un ospizio pei vecchi: pure in Roma tollerò sì gli avanzi del paganesimo, sì gli eretici, e nel fôro Trajano rinnovò l'antica cerimonia del manomettere i servi colla guanciata, «pronto (diceva il suo panegirista) a sciogliere gli antichi schiavi e farne di nuovi»[311].
Leone imperatore d'Oriente adoprò allora le sue forze e centrentamila libbre d'oro per isbrattare dai Vandali il Mediterraneo; il patrizio Marcellino, colle sue navi avvezze a corseggiare, li snidò di Sardegna; Basilisco, fratello dell'imperatrice d'Oriente, comandava la flotta di mille centredici navi, e più di centomila fra soldati e ciurma: ma Genserico trovò ancor modo di gettar le fiamme nella flotta, sicchè i due Imperj videro andar col fumo un armamento che gli avea spossati. Basilisco, con appena mezze le navi, fuggì a Costantinopoli; Marcellino si ritrasse in Sicilia, dove cadde assassinato; e Genserico tornò despoto del mare, aggiunta anche la Sicilia al suo dominio, mentre l'Impero perdeva tutte le provincie d'oltr'Alpe.
Ricimero, non trovando Antemio abbastanza ligio, si ritirò da Roma a Milano, e intendendosela coi Barbari, minacciava guerra civile, se Epifanio vescovo di Pavia non fosse riuscito a conciliare l'imperatore di nome con quello di fatto. Ma il barbaro patrizio covava l'astio; e raccolto un grosso di Borgognoni e di Svevi, negò di più obbedire all'impero greco e all'eletto di quello, e proclamò Anicio Olibrio. Questo senatore, della più illustre famiglia romana, avendo sposata Placidia, ultima figlia di Valentiniano III, vantava ragioni al trono; e come cognato di Genserico, aveva l'appoggio di questo: lasciati gli ozj di Costantinopoli, dove era fuggito da Roma dopo il saccheggio di Genserico, sbarcò in Italia, e fu portato da Ricimero verso l'antica metropoli. Il senato e parte del popolo stavano per Antemio, e sostenuti da un esercito goto o gallo, tre mesi resistettero; ma una forte fazione repugnava a quell'imperatore, greco d'origine e poco zelante della fede; talchè Ricimero prevalse [Sidenote: 472 — 11 luglio], fece trucidar l'imperatore suo suocero, e col saccheggio satollò le milizie.
Dopo poche settimane Ricimero stesso moriva, cessando di sovvertire l'Impero, e lasciando l'esercito al nipote Gundibaldo principe de' Borgognoni. Olibrio anch'esso non sopravisse che sette mesi; e l'imperiale corona fu usurpata da un Flavio Glicerio (473), non sappiamo quale; poi da Leone imperatore di Costantinopoli data a Giulio Nepote, successo allo zio Marcellino nella sovranità della Dalmazia (474). Condottosi in Italia, e quivi agevolmente mutato in vescovo il competitore Glicerio, riconfortò di qualche speranza l'Impero cadente. Ma da lontano Eurico re dei Visigoti lo costrinse a cedergli l'Alvergna; da vicino i Barbari federati, insorti sotto Oreste, marciarono da Roma a Ravenna (475 — 28 agosto). Fuggì al loro avvicinarsi Giulio, e abdicandosi d'un trono che fa meraviglia come ancora trovasse aspiranti, visse nel suo principato della Dalmazia, ove quattro anni appresso fu assassinato da due cortigiani di Glicerio.
Oreste, figlio di Tatullo, avea servito da segretario ad Attila e da suo ambasciadore a Costantinopoli. Morto il terribile padrone, ricusò obbedire ai figli di esso nè ai Visigoti; e raccozzato uno sciame dei Barbari che seguivano il Flagello di Dio, massime Eruli, Scirri, Alani, Turcilingi e Rugi, li menò al soldo di Roma col nome consueto di federati. Gl'imperatori per paura e necessità lo contentarono di regali e di gradi, fin a intitolarlo patrizio e generale. Infido ajuto, poichè, acquistata autorità su quella sua banda, come uomo sicuro ch'egli era e loro compatrioto e vivente al modo stesso, gl'indusse a scuotere l'obbedienza, e gridar imperatore suo figlio Romolo Augusto (476 — 28 8bre), vezzeggiato in Momillo Augustolo.
Quelle ciurme raccogliticcie, recandosi a vile un imperatore ch'era loro creato, pretendevano facesse ogni loro talento, aumentasse paghe e doni; anzi, invidiando i Barbari che aveano già acquistato ferme stanze nella Gallia, nella Spagna, in Africa, domandarono anch'essi un terzo delle terre italiane. Oreste negò contentarli della domanda; ma essi trovarono chi gliela esaudì.
Collega di Oreste nell'ambasceria d'Attila a Costantinopoli era stato un Edecone, il cui figlio Odoacre, senz'altro retaggio che il proprio valore, l'adoprò alla rapina e a servire chi lo pagasse, pensando farsi buona parte fra le tempeste d'allora. Errò qualche tempo nel Norico; poi calato nel bel paese, e udito i federati mormorare pel rifiuto d'Oreste, — Io v'accorderò quanto bramate, purchè a me vogliate sottomettervi». Accorsero a gara sotto le bandiere di esso (476), che senza contrasto giunse fino all'Adda; preso Oreste in Pavia, lo mandò a morte; avuta compassione o disprezzo dell'imbelle Augustolo, sol notevole per giovanile bellezza, gli assegnò seimila monete d'oro l'anno; e Luculliano, villa sul delizioso promontorio di Miseno, fabbricata da Mario, abbellita da Lucullo con tutte le arti di Grecia, poi gradita campagna degl'imperatori, indi nelle invasioni mutata in fortezza, diveniva asilo dell'ultimo successore d'Ottaviano.
A che serviva omai questa dispendiosa dignità d'imperatore? Adunque, sotto dettatura del Barbaro, il senato scrisse all'imperatore Zenone a Costantinopoli: — Non intendiamo continuare più oltre la successione imperiale in Italia; basta la maestà d'un solo monarca a difendere l'Oriente e l'Occidente; sia dunque Costantinopoli sede dell'impero universale; a tutelare la repubblica romana rimarrà Odoacre, cui ti preghiamo concedere il titolo di patrizio e l'amministrazione della diocesi italica». Zenone esitò; e nel giovane figlio di Oreste, in cui per bizzarro caso si univano i nomi del primo re e del primo imperatore romano, terminò l'impero d'Occidente, 476 anni dopo Cristo, 1229 dopo la fondazione della città, 507 dopo che la battaglia d'Azio vi stabilì il dominio d'un solo. Roma aveano governata in prima sette re, poi quattrocentottantatre coppie di consoli, infine settantatre imperatori.
E qui si chiude la storia di Roma: storia la più importante del mondo, non solo per noi, che viviamo sul suolo stesso, e che possiamo ed affacciarla a chi ci chiama nazione molle, e tenercene obbligati ad essere grandi noi pure, sebbene in modo diverso; ma anche per le lezioni, di cui l'incremento, la grandezza, il dechino di essa sono fecondi a chi guarda l'uomo, e la potenza di lui ammira meno nelle violenze della forza, che nelle lente conquiste del diritto. Poi quella storia si mescola a tutte le posteriori, giacchè gli Stati successivi d'Europa sono romano-germanici, e molti fatti trovano in quella o la spiegazione o l'esempio. E noi, credenti e speranti che l'uman genere progredisca imparando e migliorando, noi severi scrutatori delle virtù romane, noi proclameremo come una delle più belle glorie italiane l'immensa efficacia che Roma esercitò agli avanzamenti di quello.
Dalla rupe Tarpea i Romani guardavansi come una gente privilegiata che non si conosce alcun obbligo morale colle altre, tutte barbare, predestinate al ferro de' guerrieri e all'ingordigia de' proconsoli, i quali, tra un parco di schiavi, in una miniera di denari qual è il mondo straniero, procedono come il dio Marte lor progenitore, intimando — Guai ai vinti». Un popolo che non intendeva la proprietà, non la libertà; che disciplinato soltanto per la guerra anche nella pace, lottava onde ripartirsi la preda; che il patriotismo riponeva non tanto nell'amar la propria, quanto nell'odiare le altre nazioni; che facevasi gloria dello sterminio; che unico mezzo di sussistenza considerava la dilapidazione, la rapina, la schiavitù, parve ad alcuni null'altro che abbominevole, mentre altri ne deducevano falsi concetti di gloria, e il vanto delle guerre ambiziose e dei colpi robusti, e la giustificazione dell'esito.
Ma colla smania o piuttosto la necessità delle conquiste, i Romani arrestavano l'indefinito suddividersi dei popoli, introducevano qualche ordine nel caos delle genti antiche; per modo che quelle che prima non si conoscevano che per cozzarsi e distruggersi, si trovassero strette nell'unità della forza prepotente, poi della legge e dell'amministrazione.
In tutta la società antica non si erano vedute fin allora che comunità di pochi, o accidentale aggregazione di molte comunità, dominate da una sola, e pronte a sconnettersi: Roma sola faticò all'opera eminentemente italiana di unire; ed organizzatrice anche al tempo di sua decadenza, colla spada ravvicina elementi disparati; per conservarli introduce unità di governo, principj di equità, nozioni di diritto; vuole assimilarsi il mondo, impresa mai più tentata, e formare una patria, una città; allo sfrazionamento de' Comuni sostituisce l'idea di nazione; agl'individui surroga un popolo, un popolo re; spezza mille barriere, frapposte alle genti; innesta civiltà dissomigliantissime, sicchè l'una all'altra profitti. In quell'espansione il Britanno del pari e l'Etiope si trovarono concittadini; si estesero la lingua, l'arte, la legislazione romana; anzi ne' paesi sottoposti quasi d'altra civiltà non ci fu tramandata memoria che della romana; e i Balbi di Napoli, i Virj e i Plinj di Como, i Nepoti e i Catulli di Verona, i Severi di Trieste, i Fabj di Brescia, i Sergj di Pola sono romani; come sono inglesi tutti i nomi segnalati nell'Unione americana.
Ma fondere non poteva Roma, essa medesima mancando di quell'unità, superiore alle contingenze umane, nella quale soltanto possono i popoli affratellarsi, e costituire una dinastia di nazione, non più regnante per la forza ma per l'intelligenza. La necessità di questo grande eguagliamento non era predetta dalle Sibille, non l'avvisavano filosofi nè statisti, irritavansi anzi coi Cristiani che la predicavano; sicchè Roma moriva persuasa della propria immortale sovranità; moriva per la forza, essa che di forza era vissuta.
Moriva, ma dopo che, venendo ultima degli antichi popoli, seppe profittare dell'esperienza di tutti, sistemarla col senso legale, sublimarla col cristianesimo; moriva, ma un immenso retaggio lasciando all'avvenire. La sua supremazia assicurò il primato dell'Europa sul resto del mondo, giacchè, in qualunque parte essa arrivò, stabilì città donde s'irradiava l'incivilimento, e che dapprima fissarono al terreno l'onda dei Barbari, più tardi coi vescovi e coi Comuni poterono frangere la tirannide feudale. I reggimenti municipali dall'impero istituiti o regolati, restarono, almeno ne' paesi non occupati dai Longobardi; e sebbene si restringessero a semplice amministrazione, misti ad elementi settentrionali, e vivificati dalle ecclesiastiche immunità produssero i Comuni del medioevo e la più gloriosa età dell'Italia. Già era non solo nata, ma svolta la più parte delle idee destinate a vivere nella società nuova; il primato pontifizio, la solitaria operosità de' monaci, il rinnovamento dell'arte, la lingua vulgare, perfino la scolastica, perfino la filosofia della storia con sant'Agostino. La letteratura latina, per quanto di fioritura breve, più di qualsiasi ebbe durata ed estensione, perocchè si collocò accanto ad ogni altra nazionale, educando i nuovi popoli europei, che tutti ne desunsero qual più qual meno il carattere: l'Omero dei mezzi tempi facevasi guidare da Virgilio traverso al miracoloso viaggio, col quale esordiva al volo delle letterature moderne.
Quell'idioma, universale alla Chiesa universale, depositaria privilegiata della civiltà e del sapere, viepiù veniva opportuno nell'ignoranza, e nelle scarse comunicazioni d'allora; e modificando i prischi dialetti, generò le nuove favelle, che sono un latino corrotto, rigenerato da spirito analitico e flessibile; più logiche se meno maestose, più limpide se meno poetiche.
Le leggi di Roma, perchè dirette al mondo intero, aveano meno dell'arbitrario e del particolare; e in canoni generali dominano i costumi e le credenze tutte; tutti i fatti sociali, tutte le differenze riconducono ad unità di principj. In conseguenza si adattano anche all'avvenire, e mantenute in prima e modificate nella Chiesa, poi introdotte nelle scuole e nella società secolare a dar norma agli atti, alle transazioni, ai contratti, offrirono grandiosi modelli d'ordine e di equità; la legislazione moderna s'affisse al diritto romano come al suo principio, spesso come a suo testo; man mano che si scioglie dai vincoli feudali, la proprietà torna a regolarsi alla romana; il nostro ordinamento amministrativo è istituzione romana acconciata a governi temperati: sebbene sia vero che talvolta quegl'istituti divennero ceppi a coloro che non sanno ammirare senza voler imitare.
Il concetto di un potere centrale, che tutto muova e governi, fu trasmesso da Roma, parte coll'amministrazione sopravissuta, parte nelle ricordanze: i popoli barbari l'ammiravano, pur senza forza o sapienza bastante a raggiungerlo; e di esso fu merito se un impero cristiano rivisse sotto Carlo Magno, se alle sfrantumate giurisdizioni feudali riuscirono legisti popolani ad opporre la liberale perchè tutrice preponderanza d'un'autorità suprema.
Così Roma, perduto lo scettro della forza, afferrerà quello del pensiero; dopochè per cinque secoli fu centro dell'unità materiale e della forza politica, lo diverrà della forza spirituale e dell'unità intelligente; papi e imperatori aspireranno alla primazia per memoria di Roma, mentre il servo invocherà nell'emancipazione d'essere dichiarato cittadino romano; sicchè quella città per nuova via tornerà a mettersi a capo dell'incivilimento, in una grande unificazione, che non abolisca le nazionalità particolari, le provincie, i Comuni, ma dia vita alla nazione cristiana, la quale sarà la più civile; e fondata sul dogma dell'eguaglianza delle anime, cioè sull'unità d'origine, di redenzione, di fine, più non retrocederà, e nella quale la potenza che regola i corpi non potrà nulla sugli spiriti. Stupendi frutti della romana sapienza, dacchè fu fecondata dal cristianesimo, che, cancellando le idee ingiuriose a Dio, cancella pur quelle ingiuriose all'uomo.
FINE DEL TOMO QUARTO E DEL LIBRO QUINTO
AGGIUNTE
Vol. I, p. 169, alla nota 12 aggiungi:
Sul _Nexum et la contrainte par corps en droit romain_ offrì un'importante dissertazione all'Istituto di Francia nel 1874 il sig. S. Vainberg.
Vedasi pure UNTERHOLZER, _Lehre des römischen Rechts von den Schuld Verhältnissen_, Lipsia 1840; SELL, _De jure romano nexo et mancipio_, Brunswich 1840, come Vainberg, sostiene che _nexum_ e _mancipium_ fossero una cosa stessa, attuata sempre per _æs et libram_. GIRAUD, _Des nexi_, distingue il _nexum_ dal _mancipium_; HUSCHKE, _Ueber das Recht des Nexum, und das altrömische Schuldrecht_, Lipsia 1846; BACHOFEN, _Das Nexum_, Basilea 1846.
Vol. I, p. 261, alla nota 23 aggiungi:
Il più recente lavoro che conosciamo sopra Selinunte è di Otto Benndorf (Berlino 1873), _Die Metopen von Selinunt, mit Untersuchungen über die Geschichte, die Topographie und die Tempel von Selinunt_, con 13 tavole.
INDICE
CAPITOLO
XLIII. Da Comodo a Severo. Despotismo militare _pag._ 1 XLIV. I Trenta Tiranni. Diocleziano. Imperatori colleghi. Costituzione mutata » 22 XLV. Nemici dell'Impero. I Germani. Costantino » 65
LIBRO QUINTO
XLVI. Il Cristianesimo perseguitato, combattente, vincitore » 87 XLVII. Traslazione della sede imperiale a Costantinopoli. Costituzione del Basso Impero » 125 XLVIII. Figli di Costantino. Sistemazione ecclesiastica. L'Arianismo » 160 XLIX. Giuliano. Riscossa del Paganesimo » 180 L. Da Gioviano a Teodosio. I santi Padri. Trionfo del Cattolicismo » 199 LI. La coltura pagana digrada, si amplia la cristiana » 236 LII. Trasformazione delle arti belle » 269 LIII. Miglioramenti e complesso della legislazione » 286 LIV. Impero diviso. Onorio. Invasione di Alarico » 342 LV. Valentiniano III. Gli Unni » 379 LVI. Sulla caduta dell'Impero romano » 392 LVII. Ultimi imperatori » 422
Aggiunte al volume I » 437
NOTE:
[1] LAMPRIDIO, _Vita di Alessandro_.
[2] _Sororibus suis constupratis, ipsas concubinas suas sub oculis suis stuprari jubebat, nec irruentium in se juvenum carebat infamia, omni parte corporis atque ore in sexum utrumque pollutus_. Historia Aug., 47.
[3] Lampridio, _Vita di Pertinace_.
[4] DIONE, in _Didio Giuliano_.
[5] SUIDA, pag. 257.
[6] In ragione di settantacinquemila moggia l'anno.
[7] _Omnia fui, et nihil expedit_. Historia Aug., 71.
[8] ERODIANO. Bisognerà comprendervi i giardini.
[9]
_Fecisti patriam diversis gentibus unam,_ _Urbem fecisti quæ prius orbis erat._ RUTILIO, Itinerario.
V'è chi ascrive questa legge a Marc'Aurelio (MANNERT, _Commentatio de Marco Aurelio Antonino, constitutionis de civitate universo orbi data auctore_. Alla 1772); e forse v'avea posto restrizioni, che Caracalla levò.
[10] Lampridio trasse dagli archivj della città questo processo verbale della elezione di lui:
— Il giorno avanti le none di marzo, essendosi in folla raccolto il senato nella curia, cioè nel tempio sacro alla Concordia, e avendo pregato Aurelio Alessandro Cesare Augusto a intervenirvi, ed avendo egli ricusato perchè sapeva trattarsi di onori suoi, poscia essendo venuto, si acclamò: «O augusto innocente, gli Dei ti conservino. Alessandro imperatore, gli Dei ti conservino. Gli Dei ti hanno dato a noi, gli Dei ti conservino. Gli Dei ti tolsero dalle impure mani, gli Dei ti perpetuino. Tu pure soffristi l'impuro tiranno, tu pure ti dolesti di vedere quell'impuro ed osceno; gli Dei lo svelsero, gli Dei ti conservino. Infame imperatore, giustamente dannato! Felici noi dell'imperio tuo, felice la repubblica! L'infame fu trascinato coll'uncino ad esempio spaventevole; il lussurioso imperatore fu a ragione punito. Dei immortali, ad Alessandro vita; di qui appajano i giudizj degli Dei».
E avendo Alessandro ringraziato, si acclamò: «Antonino Alessandro, gli Dei ti conservino. Ti preghiamo ad assumere il nome d'Antonino. Vendica tu l'ingiuria di Marco; vendica tu l'ingiuria di Vero; vendica tu l'ingiuria di Bassiano. Peggior di Comodo fu il solo Elagabalo, nè imperatore, nè Antonino, nè cittadino, nè senatore, nè nobile, nè romano. I tempj degli Antonini un Antonino dedichi; il casto riceva il sacro nome, il nome di Antonino, il nome degli Antonini».
E dopo le acclamazioni, Aurelio Alessandro Cesare Augusto proferì: «Vi ringrazio, o padri coscritti, non ora primamente, ma e pel titolo di Cesare, e per la vita salvata, e per l'aggiunto nome d'Augusto, pel pontificato massimo, per la podestà tribunizia, pel comando proconsolare, cose tutte che, con nuovo esempio, in un sol giorno mi conferiste». E come ebbe parlato, si acclamò: «Queste accettasti; accetta ora il nome di Antonino». Ed egli: «Non vogliate, vi prego, o padri coscritti, costringermi ad accettare un nome cui mi sarebbe difficile soddisfare, già gravi essendo questi insigni nomi. Chi intitolerebbe Cicerone un muto? chi un ignorante Varrone? Marcello un empio?»
Di nuovo fu acclamato come sopra, e l'imperatore disse: «Qual sia stato il nome degli Antonini, ricordi la clemenza vostra. Se pietà, chi più santo del Pio? se dottrina, chi più prudente di Marco? se forza, chi più robusto di Bassiano?» Di nuovo si acclamò come sopra, e l'imperatore soggiunse: «Certo vi ricorda come testè quel più laido di tutti i bipedi non solo ma e de' quadrupedi, portasse il nome di Antonino, e in turpitudine e lussuria superasse i Neroni, i Vitellj, i Comodi, e quali erano i gemiti di tutti: e pei circoli del popolo e dei nobili una sola voce fosse, che sconvenientemente e' si chiamava Antonino, e che da tale obbrobrio era violato tanto nome».
Mentre parlava si acclamò: «Gli Dei allontanino i mali; te imperante, di ciò non temiamo; ne siamo sicuri te duce. Vincesti i vizj, vincesti i disonori, ornasti il nome d'Antonino. Certi siamo, ben presumiamo; noi te fin dalla puerizia approvammo ed oggi approviamo». Allora l'imperatore: «Nè io esito ad assumer questo nome a tutti venerabile, perchè tema che ne' vizj risolvasi la mia vita, o abbia a vergognarmene; ma mi spiace prima il prendere il nome d'altra famiglia, poi credo di gravare me stesso».
E di nuovo gli fu acclamato, ed egli proseguì: «Perocchè, se accetto il nome di Antonino, posso anche quello assumere di Trajano, di Tito, di Vespasiano». E gli fu gridato: «Come Augusto, così anche Antonino». Allora l'imperatore: «Vedo che cosa vi spinga a tale aggiunta. Augusto è il primo fondatore dell'impero, e nel nome di lui tutti succediamo quasi per adozione e per dritto ereditario: anche gli Antonini furono detti Augusti. Ma il nome fu ereditario in Comodo, affettato in Bassiano, ridicolo in Aurelio».
E gli fu acclamato: «Alessandro Augusto, gli Dei ti conservino. Alla verecondia tua, alla prudenza, all'innocenza, alla tua castità. Di qui comprendiamo qual diverrai; tu farai che il senato ben elegga i principi. Sii vincitore! sii sano! regna per molti anni». Alessandro soggiunse: «Vedo, o padri coscritti, d'aver ottenuto quel che desideravo, e ve ne ringrazio, e procurerò che questo nome che porto nell'impero sia tale che da altri si desideri, ed offrasi ai buoni uffizj della vostra pietà». E avendolo più volte ripetuto, e' disse: «Più facile mi sarebbe stato accettare il nome degli Antonini; poichè condiscenderei in parte alla parentela od alla comunanza del titolo imperiale. Ma il cognome di Magno perchè si adopra? che cosa ho fatto di grande? e sol dopo belle imprese l'ebbe Alessandro, dopo grandi trionfi Pompeo. Cheti dunque, e voi stessi, magnifici, contate me per uno di voi, anzi che darmi il nome di Magno».
Dopo di che fu acclamato: «Aurelio Alessandro Augusto, gli Dei ti conservino».
Tali erano le discussioni del glorioso senato; in tali atti si sfogava la manìa delle mozioni, triviale occupazione degli inetti.
[11] Il vescovo Eusebio la chiama religiosissima e di gran pietà (VI. 21), lo che da alcuni la fece credere cristiana. La vita d'Alessandro, nella _Storia Augusta_, è piuttosto un romanzo sul fare della _Ciropedia_. Erodiano sembra più attendibile, e s'accorda coi frammenti di Dione.
[12] Vedi Manso, _I Trenta Tiranni_ (ted.), dietro alla sua _Vita di Costantino_.
[13] Delle minutezze cui scendeva Aureliano in fatto di disciplina militare sia argomento questa lettera a un suo luogotenente: — Se vuoi essere tribuno, anzi se t'è caro di vivere, tieni in freno le mani dei soldati. Niun d'essi rapisca i polli altrui, niuno tocchi le altrui pecore. Sia proibito il rubar uve, il far danno ai seminati, l'esigere dalla gente olio, sale, legna, dovendo ognuno contentarsi della provvisione del principe. Hanno i soldati a rallegrarsi del bottino fatto sopra i nemici, non delle lagrime de' sudditi romani. Ognuno abbia l'armi sue ben terse, le spade ben aguzze ed affilate, e le scarpe ben cucite. Alle vesti logore succedano le nuove. Mettano la paga nella tasca, e non nella taverna. Ognuno porti la sua collana, il suo anello, il suo bracciale, e nol venda o biscazzi. Si governi e strigli il cavallo e il giumento per le bagaglie, e così ancora il mulo comune della compagnia, e non si venda la biada lor destinata. L'uno all'altro presti ajuto, come se fosse un servo. Hanno il medico senza spesa; non gettino denaro in consultare indovini. Vivano costantemente negli alloggi; e se attaccheranno lite, non manchi loro una mancia di buone bastonate».
[14] _Absit ut auro fila pensentur; libra enim auri tunc libra serici fuit_. VOPISCO, in _Aureliano_.
[15] Se pure va inteso così il _publicavit_ di Vopisco.
[16] Da Claudio II a Diocleziano non si batterono più monete d'argento, ma di rame argentato. Quelle d'oro continuarono ad essere di titolo fino, perchè il tributo era pagato in oro.
[17] Vopisco soggiunge che i discendenti di Probo andarono ad abitare nelle vicinanze dei laghi di Garda e di Como.
[18] _Edda Sæmundar. Rigsmal._
[19] _Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt_. TACITO, cap. VII.
[20] Il Muratori talvolta scrive: — Gli Sciti, o vogliam dire i Goti», al 267, 271 ecc.; e tal altra: — Gli Sciti, cioè i Tartari», al 261.
[21] ZOSIMO, i. 67; _Panegyr. veteres_, V.
[22] Romagnosi (_Dell'indole e dei fattori dell'incivilimento_, part. II. c. 252) accolse l'opinione d'alcuni, che, per avversione a Costantino, presentano quella di Massenzio come un'«opposizione armata in senso nazionale». Io non trovai il minimo appoggio a tale asserzione.
[23] È bizzarro come la boria municipale sapesse innestare le origini favolose delle città colle sacre. Il Malvezzi cronista bresciano (_Rer. It. Script._, tom. XIV. 780) racconta che Ercole fondò a Brescia la rocca Cidnea (_Brixia Cydneæ supposita speculæ_, cantò Catullo); poi la cinsero di torri e di spalti i Tirreni, dai quali in dritta linea derivavano i santi Faustino e Giovita.
Nella cattedrale di Gorizia conservossi il bastone pastorale che Ermagora avrebbe ricevuto da san Pietro; come in San Carpoforo a Como quel che usava san Felice primo vescovo. Più famoso è il codice dei vangeli, che stava nel monastero di San Giovanni del Timavo, distrutto dagli Ungari nel 615, donde passò al monastero Belinese, e di là al capitolo d'Aquileja, sotto il patriarcato dei Torriani, di cui porta lo stemma. Carlo IV nel 1353 passando per Aquileja, ottenne dal patriarca gli ultimi due quaderni di quella reliquia, che comprendono dal versetto 20 del cap. XII sino al fine; e li regalò alla metropolitana di Praga, ordinando di legarli in oro e perle, assegnandovi duemila ducati; e volle che l'arcivescovo e il clero andassero incontro alla reliquia, ed ogni pasqua fosse portata in solenne processione. Gli altri cinque quaderni, rimasti ad Aquileja, furono poi recati a Venezia per ordine del doge Tommaso Mocenigo nel 1420: ma l'umidità danneggiò talmente il manoscritto, che più non è leggibile, e si disputò perfino se fosse latino, e se su papiro o pergamena. I dubbj furono risoluti da Lorenzo della Torre, nel ii vol., pag. 548 e seg. dell'_Evangeliarium quadruplex_ del Bianchini (Roma 1749). Che questo brano appartenesse al manoscritto d'Aquileja raccogliesi anche da ciò, che in esso, dove finisce il vangelo di san Matteo, si legge, _Explicit evangelium secundum Matthæum, incipit secundum Marcum_; e nulla segue. Nel 1778 Giuseppe Dobrowsky, sotto il titolo di _Fragmentum pragense evangelii sancti Marci, vulgo autographi_, fece a Praga stampare i sedici fogli donati da Carlo IV, e apparve che non era neppure l'antica versione italica, ma quella emendata da san Girolamo.
[24] _Epistola_ I di san PIETRO, II. 9.
[25] San Paolo, _ad Eph._, IV. 13.
[26] _Audio eos turpissimæ pecudis caput asini consecratum, inepta nescio qua persuasione, venerari_, fa dire Minucio a Cecilio. — _Ab indoctis hominibus scriptæ sunt res vestræ._ ARNOBIO, I. 39. — Il padre Mamachi, nelle _Origini ed antichità cristiane_ (1750), comincia dal riferire a lungo tutti i titoli d'onore che davansi a questi, poi quelli d'ignominia: ed erano, 1. atei, 2. magi e malefici, 3. prestigiatori, 4. greci e impostori, 5. sofisti, 6. seduttori, 7. seguaci di nuova, prava, smodata o malefica superstizione, 8. di religione barbara e pellegrina e barbari, 9. malvagi demonj, 10. disperati e parobolani, 11. sarmentizj e serniassj, 12. biatanati, cioè violentemente uccisi, 13. ottusi, stolidi, rozzi, idioti, ignoranti, goffi, inetti, agresti, miseri, fatui, ostinati, di deplorata e illecita fazione, 14. plantina prosapia e panattieri, 15. nazione nemica della luce e amante i nascondigli, muta in pubblico, 16. persone vili, 17. asinaj e adoratori di asini, 18. stranieri, faziosi, rei d'offesa divinità, sacrileghi, profani, varj, 19. nemici dell'uman genere e de' principi, omicidi, incestuosi, pessimi, scelleratissimi d'ogni ribalderia, 20. uomini da nulla negli affari, 21. Cristempori o negozianti di Cristo, 22. sibillisti, 23. Giudei. Seguono le accuse che ad essi venivano apposte, dividendole in ventiquattro capi.
[27] Αἶρε τοὺς ἀθεοὺς era il grido contro loro sotto Adriano. E nel dialogo di Minucio, l'interlocutore gentile esclama: _Cur nullas aras habent? templa nulla? nulla nota simulacra?... Unde autem, vel quis ille, aut ubi, deus unicus, solitarius, destitutus?_
[28] Pare uno sbaglio di san Giustino, che credette a lui dedicata l'iscrizione, SEMONI SANCO DEO FIDIO SACRUM, la quale alludeva a una delle antiche divinità italiche.
[29] GRUNER. _De odio humani generis Christianis a Romanis objecto_. Coburgo 1755. _Genus humanum_ in questo senso è solenne in Tacito; Pisone dice: _Galbam consensus generis humani, me Galba cæsarem dixit_. Hist., lib. I. Da ciò Tito fu detto _delizia del genere umano_.
[30] DIONE, lib. LII. 36. Le parole sono precise: ἠνάγκαζε..... τοὺς δὲ δὴ ξενίζοντας.... μίσει, καὶ κόλαζε. Se le ricordi chi vanta la tolleranza religiosa degli antichi, dimenticandosi le stragi di Cambise, i tempj incendiati da Serse, i processi contro Protagora, Diagora, Socrate, Anassagora, Stilpone; per non dir nulla degli Egizj. Platone stesso e Cicerone nelle immaginarie loro repubbliche negano tollerare culti stranieri.
[31] _Domitius Ulpianus rescripta principum nefaria collegit, ut doceret quibus pœnis affici oportet eos qui se cultores Dei confitentur_. LATTANZIO, Inst., v. 2.
[32] _Solus Dei homo_. Tertulliano, _Scorp._ 14.
[33] TERTULLIANO, _Apol._ I. 21. Abbiamo una sentenza di questo tenore: «Essendo che Sperato, Cittino... confessano di essere cristiani, e ricusano di rendere omaggio e rispetto allo imperatore, ordiniamo sieno decapitati». BARONIO, _ad ann._ 202, § 4.
[34] In Ispagna fu trovato un marmo, ove Nerone è lodato d'aver purgata quella provincia «dai ladroni, e da quelli che inculcavano una nuova superstizione al genere umano». Ap. MURATORI, _Thes. Ant._, i. 99. Si dubitò della sua autenticità, ma la sostenne il protestante Gian Ernesto Walchio, _Marmor Hispaniæ antiquum vexationis Christianorum neronianæ insigne documentum illustratum, etc. v. c. F. Goris consecratum._ Jena 1750.
[35] Anche qui la leggenda intervenne, e narrò che Plinio fosse in Creta convertito da Tito discepolo di San Paolo, e subisse il martirio. Rincresceva ai Cristiani di credere perduto l'uomo che avea reso testimonianza delle loro virtù.
[36] _Certatim gloriosa in certamina ruebatur, multoque avidius tunc martyria gloriosis motibus quærebantur, quam nunc episcopatus pravis ambitionibus appetuntur_, SULPICIO SEVERO, lib. II.
A coloro che riducono a minimo numero le vittime, volle rispondere il Visconti (_Mem. romane d'antichità_. Roma 1825) colle tante iscrizioni di martiri. Di molti non s'indicava il nome, ma il numero; come,
MARCELLA ET CHRISTI MARTYRES CCCCL. HIC REQVIESCIT MEDICVS CVM PLVRIBVS. CL MARTYRES CHRISTI.
Fors'anche son numeri di martiri quelli che, senz'altra indicazione, troviamo su alcune sepolture, colla corona e la palma; del qual uso è testimonio anche il seguente epigramma di Prudenzio, Carm. XI:
_Sunt et multa tamen, tacitas claudentia tumbas_ _Marmora, quæ solum significant numerum._ _Quanta virum jaceant, congestis corpora acervis,_ _Scire licet, quorum nomina nulla legas._ _Sexaginta illic, defossa mole sub una,_ _Reliquias memini me didicisse hominum_.
Una, per esempio, dice: N. XXX. SVRRA ET SENEC. COSS; cioè ci dà trenta uccisi sotto il pio Trajano; e contraddice a chi asserì (come il BURNET, _Lettere dall'Italia_, pag. 224) che i Cristiani non avessero catacombe prima del IV secolo, giacchè questa, del 107, fu scavata da una catacomba.
[37] BALUZIO, _Miscell._, tom. II. p. 115.
[38] _Ipsam libertatem, pro qua mori novimus_. TERTULLIANO, _ad Nat._ I. 1.
[39] Instit., lib. V. c. 13: _Nam, cum videat vulgus dilacerari homines variis tormentorum generibus, et inter fatigatos carnifices invictam tenere patientiam, existimat id quod est, nec consensum tam multorum, nec perseverantiam morientium vanam esse, nec ipsam patientiam sine Deo cruciatus tantos posse superare. Latrones et robusti corporis viri ejusmodi lacerationes perferre nequeunt, exclamant et gemitus edunt, vincuntur enim dolore, quia deest illis inspirata patientia. Nostri autem, ut de viris taceam, pueri et mulierculæ tortores suos taciti vincunt, et expromere illis gemitum nec ignis potest. Ecce sexus infirmus et fragilis ætas dilacerari se toto corpore utique perpetitur, non necessitate, quia licet vitare si vellent, sed voluntate, quia confidunt in Deo._
[40] Sant'Ambrogio, per mostrarsi indegno dell'episcopato, assistè ad un giudizio capitale.
[41]
_Pone Tigillinum; tæda lucebis in illa,_ _Qua stantes ardent, qui fixo gutture fumant,_ _Et latum media sulcum deducit arena_. Sat. I. 155.
Allude ai fanali degli orti di Nerone.
[42] _Annal._, XV. 44.
[43] È tradizione antica; e i santi Girolamo ed Agostino non metteano dubbio sull'autenticità di quattordici lettere fra Seneca e san Paolo, che ora la critica rifiuta. Altri andarono a cercarne prove nelle opere stesse di Seneca, riscontrandovi passi analoghi a quei dell'apostolo delle genti. Questi nella IIª ai Corintj, 11, chiama _angelo di Satana_ un falso profeta; e Seneca: _Nec ego, Epicuri angelus, scio_... (Ep. 20). Così _progenitura di Dio_ per uom dabbene: così somigliata la vita allo stato di guerra (Epp. 51. 96). Altre maniere Seneca usa nel senso del Nuovo Testamento; come caro (_Animo cum hac carne grave certamen est, ne abstrahatur_. De cons. ad Marciam, 240). E molto maggiore vi è la quantità di idee cristiane. Che se alcuno dica che un uomo, meditando sulla natura umana e sui rapporti fra l'uomo e Dio, può arrivarvi di per sè, noi chiederemo perchè nulla se ne trovi o nei _Dialoghi_ di Platone, o nella _Morale_ d'Aristotele, o nei _Memorabili_ di Senofonte, o nelle opere di Cicerone, anzi neppure in Marc'Aurelio e in Epitteto, della scuola stessa di Seneca?
Se riflettiamo che Seneca si astenne dalla dieta pitagorica soltanto per non parere un ebreo nè dispiacere a Tiberio, se osserviamo le sue colpevoli condiscendenze verso Nerone, siam poco inclinati a farne un santo. Ma storicamente nulla si oppone all'amicizia tra questo e l'Apostolo delle genti; il quale arrivato, come credesi, a Roma nel 61, cortese prigionia ottenne da Burro prefetto del pretorio, amico di Seneca: fors'anche Seneca n'avea già contezza da suo fratello Anneo Novato Gallione, governatore dell'Acaja, al cui tribunale Paolo era stato tradotto mentre dimorava in Corinto. Che se la maggior parte delle opere sue si mostrano scritte prima della venuta di Paolo, quella sulla _Vita beata_ e sui _Benefizj_, ove più abbondano le espressioni cristiane, e massimamente molte _Lettere_, sono posteriori. Del resto le somiglianze potrebbero indicare soltanto che Seneca conobbe i libri de' Cristiani.
Vedi in proposito FR. CH. GELPKE, _Tractatiuncula de familiaritate, quæ Paulo apostolo cum Seneca philosopho intercessisse traditur verisimillima_. Lipsia 1813; il _Seneca_ del sig. Durosoir nella collezione di Panckouke; Amédée Fleury, Saint _Paul et Sénéque_. Parigi 1853. E tratto tratto il tema si ripiglia, e il dotto vulgo lo crede nuovo.
[44] _De benef._, VI. 7. 23; _Quæst. nat._, I. 1, III. 45.
[45] _Ep._ 41. 73.
[46] _Deus ametur_. Ep. 42. 47. 96; _De benef._, VII. 2.
[47] _Hujus socii sumus et membra_. Ep. 93.
[48] _Parere Deo libertas est_. De vita beata, 15; _Colite in pia et recta voluntate_. De benef., I. 6; Ep. 116.
[49] _Ep._ 7.
[50] _De benef._, III; _Ep._ 44.
[51] SAN PAOLO, _ad Rom._, I. 18. 20.
[52] Teodosio e Valentiniano scrivono: _Digna vox est majestate regnantis legibus alligatum se principem profiteri; adeo de auctoritate juris nostra pendet auctoritas. Et revera majus imperio est submittere legibus principatum_. Cod., I. 14.
[53] Il Giannone, nell'opera manoscritta che citammo a pag. 24 del vol. III, esclama: — Or chi crederebbe che, contro un rescritto cotanto savio, prudente e degno della romana moderazione e sapienza, Tertulliano avesse potuto declamar tanto, deridendolo e reputandolo contraddittorio, e con iscipiti contrapposti ed antitesi malmenarlo e schernirlo? ecc.»; e segue dimostrando la _legalità_ del proconsole e dell'imperatore.
[54] Per regola data dal concilio degli Apostoli, e a lungo osservata, i Cristiani s'astenevano dal sangue e dagli animali soffogati. Avanzo di rito ebraico.
[55] Dal giorno dell'acclamazione di Diocleziano, 29 agosto 281, parte l'_êra dei martiri_, usata a lungo dalla Chiesa, e tuttora dai Copti e dagli Abissini.
[56] Agatangelo romano descrisse e probabilmente vide le persecuzioni di quel tempo in Armenia, dove le vergini Ripsima e Galana romana furono esposte alla brutalità di re Tiridate: e molte con loro patirono, ma il martirio di esse valse la conversione dell'Armenia. La storia di Agatangelo, dall'armeno volta in italiano, forma uno degli anelli della Collana Storica, che i padri Mechitaristi aveano cominciata nella loro isola a Venezia.
[57] Costantino scrisse ad Ario: — Sono persuaso, che se io fossi tanto felice da recar gli uomini ad adorare tutti lo stesso Dio, questo cambiamento di religione ne produrrebbe un altro nel governo»; e soggiunge che cerca compiere questo disegno «senza far troppo rumore». EUSEBIO, _Vita Const._, II. 65. Avea dunque chiaro concetto di quel che operava.
[58] Gran colpa gliene fa Zosimo, II. 7 e 30.
[59] Anastasio Bibliotecario cavò dagli archivj del Vaticano il catalogo degli arredi donati da Costantino alla basilica di San Giovanni Laterano, di portentosa ricchezza:
1. Un baldacchino (_fastigium_) d'argento, sul cui dinanzi una statua del Salvatore in sedia, alta 5 piedi, e pesante 120 libbre; inoltre i dodici Apostoli con corone d'argento purissimo in testa, alti ciascuno 5 piedi e pesanti 90 libbre. Sul dietro un'altra statua del Salvatore in trono, e che guarda l'abside, alta 5 piedi e pesante 140 libbre. Vicino di lei, quattro angeli d'argento, di 5 piedi, e del peso di 50 libbre. E tutto il baldacchino pesa libbre 2025.
2. Una lumiera d'oro puro, ornata di 15 delfini, e pesante 25 libbre, colla catena che la sospende al baldacchino.
3. Quattro candelabri a forma di corone, d'oro puro, ornati di venti delfini, e pesanti 15 libbre ciascuno.
4. La volta della basilica, dorata in tutta la lunghezza, che è di 500 piedi.
5. Sette altari d'argento, ciascuno di 200 libbre.
6. Sette patene d'oro, da 30 libbre.
7. Sedici d'argento, da 30 libbre.
8. Sette coppe d'oro puro, da 10 libbre.
9. Una di metallo, sparsa d'oro e adorna di coralli, smeraldi, giacinti, pesante 20 libbre, 3 oncie.
10. Venti coppe d'argento da 15 libbre.
11. Due vasi sacri d'oro puro, da 50 libbre, capaci di 3 medimni ciascuno.
12. Altri venti d'argento, da 10 libbre e da un medimno.
13. Quaranta calici d'oro puro, da 1 libbra.
14. Cinquanta d'argento da 2 libbre.
15. Un candelabro d'oro puro, collocato avanti all'altare, ornato di venticinque delfini, e pesante 30 libbre.
16. Un candelabro d'argento con venti delfini, da 50 libbre.
17. Quarantacinque candelabri d'argento, disposti nella nave, ciascuno da 30 libbre.
18. Dal lato destro della basilica, quaranta candelabri, da 20 libbre d'argento;
19. Dal sinistro, altri venticinque;
20. E altri cinquanta nella nave, simili.
21. Tre urne d'argento, da 30 libbre, e capaci di 10 medimni ciascuna.
22. Due incensieri d'oro puro, da 50 libbre.
23. Nel Battistero una vasca di porfido, dentro e fuori rivestita di lamina d'argento per 3008 libbre.
24. Nel cui mezzo, una colonna di porfido, che sostiene una lampada d'oro puro, da 50 libbre.
25. Sull'orlo della vasca un agnello che versa acqua, di 30 libbre d'oro.
26. A destra di quello una statua del Salvatore, d'argento puro, alta 5 piedi, e pesante 70 libbre.
27. A sinistra un san Giovanni Battista d'argento, alto 5 piedi, del peso di 100 libbre.
28. Sette cervi d'argento che versano acqua, da 80 libbre ciascuno.
29. Un incensiere di 10 libbre d'oro puro, ornato di quarantadue pietre fine.
Erano dunque 685 libbre d'oro, e 12,943 d'argento, non contando la duratura della volta: lo che varrebbe 1,700,000 franchi, senza la fattura. Costantino vi aggiunse fondi per una rendita di circa 230,000 lire, e l'annuo tributo di 150 libbre d'aromi.
Tanta liberalità fece dubitare sulla genuinità del testo, la quale però fu da autorevoli critici sostenuta.
[60] _Constantinopolis dedicatur pene omnium urbium nuditate_, dice san Girolamo. Codino, greco d'età posteriore, riferisce un aneddoto favoloso, ma degno di ricordo; cioè che Costantino chiamò i principali nobili di Roma, e li spedì alla guerra contro i Persiani; intanto fece fabbricare a Costantinopoli palazzi affatto simili a quei ch'essi possedevano in Roma, e vi pose gli stessi mobili, indi le mogli e i figli loro. Tornati dopo sedici mesi quei signori, esso gli accolse con un solenne banchetto, dopo il quale fece condurre ciascuno alla nuova abitazione, dove si meravigliarono di trovarsi nella casa e fra le persone conosciute e care.
[61] _Si quis indebitum sibi locum usurpaverit, nulla ignoratione defendat, sitque plane sacrilegii reus qui divina præcepta neglexerit._ Legge di Graziano nel Codice Teodosiano, lib. VI. tit. 5. l. 2.
[62] Ci sono guida esso _Codice Teodosiano_ coi ricchissimi commenti del Gotofredo e del Ritter.
La _Notizia delle dignità dell'Oriente e dell'Occidente_, specie d'almanacco imperiale, composto un secolo più tardi, commentato dal Panciroli nel _Thesaurus antiquitatum romanarum_ del GREVIO, vol. VII.
LYDUS, _De officiis romani imperii._
SALVIANUS, _De gubernatione Dei_.
_Tabula Heracleensis_, ediz. MAZOCCHI. Napoli 1754.
Oltre i predetti abbreviatori di storie, abbiamo PAOLO OROSIO, _Historiarum libri_ VII, e ZONARA, _Annales_.
Da qui innanzi la storia assume colore diverso, secondo che gli scrittori sono idolatri o cristiani.
Zosimo, alla maniera di Polibio, dipinge la decadenza dell'Impero, avversissimo sempre ai Cristiani: i cinque libri che ce ne restano, arrivano al 410.
Dei trentun libri di Ammiano Marcellino, tredici sono perduti, negli altri egli si stende dal 354 al 378: prolisso, ma istruttivo e di sufficiente imparzialità.
_Panegyricæ orationes veterum oratorum; notis ac numismatibus illustravit et italicam interpretationem adjecit_ LAURENTIUS PATAROL. Venezia 1708. Sono i panegirici recitati agli imperatori da Diocleziano a Teodosio, donde con molta cautela può attingersi qualche notizia, o dirò meglio qualche sentimento.
Eusebio, nei dieci libri della _Storia ecclesiastica_, e nei cinque della _Vita di Costantino_, e i continuatori suoi Socrate, Teodoreto, Sozomene, Evagrio, illustrano grandemente la storia politica; parziali sempre agli imperatori cristiani. Dicasi lo stesso di molte vite di santi.
Fra' moderni, tutti gli storici filosofisti avversano Costantino; sono per lui i fautori del cristianesimo.
[63] Lampridio ci conservò due pagine d'imprecazioni del senato contro Comodo (in _Comodo_, 18, 19) ed altre non meno abjette contro Elagabalo (in _Alex. Severo_, 6. 7. 9). Vopisco ci tramandò il processo verbale dell'acclamazione di Claudio II, da noi riferito a pag. 49.
[64] _Si quis senatorium nostra largitate fastigium, vel _generis felicitate_ consecutus..._ Cod. Teod., lib. V.
[65] Graziano imperatore ad Ausonio poeta scriveva: _Cum de consulibus in annum creandis solus mecum volutarem... te consulem et designavi, et declaravi, et priorem nuncupavi_. Ed Ausonio ringraziandonelo, si congratula di non aver dovuto scendere alle antiche bassezze del cercarlo al popolo: _Consul ego, imperator auguste, munere tuo, non passus septa neque campum, non suffragia, non puncta, non loculos: qui non prensaverim manus, nec consalutantium confusus occursu, aut sua amicis nomina non reddiderim; aut aliena imposuerim; qui tribus non circuivi, centurias non adulavi; jure vocatis classibus non intremui; nihil cum sequestre deposui, cum diribitore nihil pepigi. Romanus populus, Martius campus, equester ordo, rostra, ovilia, senatus, curia, unus mihi omnia Gratianus_.
[66] _In consulatu honos sine labore suscipitur_. MAMERTINO, Paneg. vet., XI. 2.
[67] Da un curioso passo di Lampridio (in _Alex. Severo_, 42) impariamo le paghe che ricevevano i governatori delle provincie: venti libbre d'argento, cento monete d'oro (lire 3913), sei anfore di vino, due muli, due cavalli, due vesti da comparsa (_forenses_), una da casa (_domestica_), un tinozzo da bagno, un cuoco, un mulattiere, e se non avesser moglie, una concubina, reputata necessaria come le altre cose. _Quod sine his esse non possent_. Uscendo di carica, restituivano i muli, i cavalli, il mulattiere e il cuoco: il restante tenevano, se il principe fosse soddisfatto di loro; se no, restituivano quadruplicato.
Valeriano fissa l'assegnamento di Aureliano, tribuno delle legioni, così scrivendo a Sejonio Albino prefetto alla città: _Sinceritas tua supradicto viro efficiet, quamdiu Romæ fuerit, panes militares mundos sexdecim, panes militares castrenses quadraginta, olei sextarium unum, et item olei secundi sextarium unum, porcellum dimidium, gallinaceos duos, porcinæ pondo triginta, bubulæ pondo quadraginta, liquaminis sextarium, salis sextarium unum, herbarum, olerum, quantum satis est._ E a Probo: _In salario diurno bubulæ pondo, porcinæ pondo sex, caprinæ pondo decem, gallinaceum per biduum, vini veteris diurnos sextarios decem, cum lardo bubalino, salis, olerum, lignorum, quantum satis est_. (Historia Augusta)
Sotto Costantino continuavasi a dare la provvigione in natura; e poichè egli limitò a tre lustri la durata del servizio militare, per dare il ben servito ai congedati introdusse una tassa straordinaria ogni quintodecimo anno, dal che venne il ciclo delle _Indizioni_; così alcuni. Savigny (_Ueber die römische Steuerverfassung_) pensa l'Indizione fosse il rinnovamento del catasto, che par si raddrizzasse ogni quindici anni. Certo però l'Indizione trovasi già sotto Diocleziano.
[68] AMMIANO MARCELLINO, _Hist._, XXVIII. 6. — _Cod. Teod._, lib. IV. IX. XII. ecc.
[69] _Si quis sacrilega vitem falce succiderit, aut feracium ramorum fœtus hebetaverit, quo declinet fidem censuum, et mentiatur callide paupertatis ingenium, mox detectus, capitale subibit exitium, et bona ejus in fisci jura migrabunt._ Cod. Teod., lib. XVIII. tit. 11. l. I.
_Finis_ nella bassa latinità voleva dire pagamento, come τέλος in greco, e _Ziel_ in tedesco. Da ciò il nome di _finanza_, venuto a significar l'arte di procurarsi denaro con modi raffinati e dotti. La voce _taglia_ viene dalla tacca, che l'esattore dell'imposta e il riscontratore facevano sopra un pezzo di legno per indicare le somme pagate, e che divideasi, restando espressa la somma sulle due metà.
[70] Da una novella di Magioriano raccogliesi che ciascun capo pagava all'anno due soldi d'imposta, e mezzo soldo per le spese di percezione; vale a dire che queste si valutavano un quarto dell'entrata totale.
[71] LIBANIO, _Or. contro Flor._; ZOSIMO, II. 24.
[72] _Cod. Teod._, lib. XII. XIII. ecc.; NAZARIO, _Paneg. vet._, X. 35; ZOSIMO, II. 38.
[73] _Oblatio auri_. SIMMACO, Ep. 10. 26. — _Universi, guos senatorii nominis dignitas non tuetur, ad auri coronarii præstationem vocentur._ Cod. Teod., lib. XII, tit. 13.
[74] _Nov. Valent._ VII.
[75] Vedi GOTOFREDO al lib. VII. _De re militari_ del codice Teodosiano; e questo codice nei titoli _De tyronibus, De desertoribus, De decurionibus, De veteranis, De filiis veteranorum_.
[76] Giustiniano li portò poi a cinquemila cinquecento; e il _comes domesticorum_ divenne carica importantissima.
[77] Alcuni moderni, come RAYNOUARD, _Hist. du droit municipal en France_. Parigi 1836, tom. I. c. 17, e FAURIEL, _Hist. de la Gaule méridionale_. Ivi, tom. I. c. 10, pensano costituissero in ogni città un senato superiore alla curia. A me non occorse mai menzione di senati provinciali.
[78] Codice Giustinianeo, _Communia utr. jud._
[79] _Nonnulli, quum domicilia atque agellos suos aut pervasionibus perdunt, aut fugati ab exactoribus deserunt, quia tenere non possunt, fundos majorum expetunt, atque coloni divitum fiunt_. SALVIANO, De gubern. Dei.
[80] _Quæ enim differentia inter senos et adscriptitios intelligatur, cum uterque in domini sui positus sit potestate, et possit servum cum peculio manumittere, et adscriptitium cum terra dominio suo expellere?_ Cod. Giustin., lib. XI. tit. 47. l. 21. Forse si eccedette nell'intendere che questo passo di Giustiniano escluda l'emancipazione. E sebbene manumissioni di coloni non si trovino mai, si rifletta che il colono poteva o comprare o ricevere in dono il terreno al quale era affisso, poi con trent'anni d'assenza restava prosciolto; fors'anche non era reputata necessaria la manumissione. Giustiniano permise poi di ordinarli preti, purchè seguitassero negli obblighi del colonato _Nov._ CXXV, 4.
[81] È del 708 o 709 di Roma, e fu conservata in parte dalla Tavola d'Eraclea, e più da una iscrizione trovata a Padova. Vedi SAVIGNY, _Gesch. des römischen Rechts in Mittelalter,_ cap. II. § 8.
[82] «Il soggetto delle curie, malgrado gli abbondanti materiali che esistono, rimane sempre il più oscuro nell'istoria legale dell'impero». GIBBON, cap. XXII.
[83] AMMIANO MARCELLINO, XXV. 4; SIMMACO, _Ep._ 10; Cod. Teod., _De op. publ._ — Se i codici Teodosiano e Giustinianeo parlano sì poco de' magistrati municipali, mentre ogni tratto ne fan menzione i giureconsulti classici, la ragione si è che questi vivevano in Italia, quelli furono compilati in Oriente.
[84] _Nemo, originis suæ oblitus et patriæ, cui domicilii jure devinctus est, ad gubernacula provinciæ nitatur ascendere priusquam, decursis gradatim curiæ muneribus, subvehatur; nec vero a duumviratu vel a sacerdotio incipiat, sed, servato ordine, omnium officiorum sollicitudinem sustineat_. Legge di Valentiniano nel codice Teodosiano, lib. XII. tit. 4. l. 77.
[85] _Curiales nervos esse reipublicæ ac viscera civitatum, nullus ignorat: quorum cœtum recte appellavit antiquitas minorem senatum: huc redegit iniquitas judicum, et exactorum plectenda venalitas, ut nonnulli patrias deserentes, natalium splendore neglecto, occultas latebras elegerint, et habitationem juris alieni._ Nov. Magior, IV. 4. _Curiales... cœperunt se eximere curiæ, et occasiones invenire per quas liberi ab his efficerentur. Ita civitates diminutæ... Decuriones facultatibus... et corporibus fraudare curiam voluerunt, rem omnium impiam adinvenerunt, a legitimis nuptiis abstinentes, ut eligerent magis sine filiis quam sub lege deficere... Transtulerunt curialium facultates ad alias personas, nihil exinde habente curia... sub falsis causis facientes donationes... Vidimus quosdam sic adversos esse contra proprias patrias..._ Nov. Giustin. XXXVIII.
[86] _Hi potissimum constituantur defensores, quos decretis elegerint civitates. Defensores nihil sibi insolenter, nihil indebitum vindicantes, nominis sui tantum fungantur officio, nullas infligant mulctas, nullas exerceant quæstiones; plebem tantum vel decuriones ab omni improborum insolentia et temeritate tueantur, ut id tantum quod esse dicuntur, esse non desinant_. Cod. Teod., lib. XI. tit. 3.
[87] _Cod. Teod._, lib. XIII, tit. 4.
[88] PLINIO, _Ep._ X. 42; _Cod. Teod._, lib. XIV. tit. 1. l. 24; lib. XIII. tit. 5, l. 25; lib. X. tit. 4. l. 11. ecc.
[89] LAMPRIDIO, in _Alex. Severo_, cap. 39.
[90] _Cod. Teod._, lib. X. tit. 20.
[91] _Cod. Teod._, lib. X. tit. 40; _Cod. Giustin._, lib. IV. tit. 41. l. 1; _Dig._, lib. XXIX. tit. 4. l. 11.
[92] Ai tempi di san Girolamo andava ancor peggio. — Si suole in campagna esigere gl'interessi del frumento, del vino, dell'olio ed altre derrate; e per esempio si dà all'inverno dieci moggia per riceverne quindici al ricolto, cioè la metà più».
Le parole che si riferiscono all'interesse sono:
_Fœnus semiunciarium_ 1½ per cento. » _unciarium_ 1 » _Usura triens_ 3 » » _quadrans_ 4 » » _quincunx_ 5 » » _semis_ 6 » » _bes_ 8 » » _deunx_ 11 » » _centesima_ 12 » » _centesimaquaterna_ 48 » _Anatocismus_, interesse dell'interesse.
[93] _Solum Barbaris aurum minime præbeatur, sed etiam, si apud eos inventum fuerit, subtili auferatur ingenio_. Cod. Giustin., lib. IV. _De comm. et merc._, 2.
[94] _Codice Teod._, De fide test., lib. III e _passim_.
[95] Zonara farebbe perduti trentamila uomini da Costanzo, ventiquattromila da Magnenzio: nel che dev'essere corso sbaglio.
[96] Graziano e Valentiniano I ingiunsero che ogni vescovo potesse al romano appellarsi dalle sentenze del metropolita, il quale fosse tenuto esporre i motivi del suo giudicato: Valentiniano III, malgrado l'opposizione di sant'Ilario vescovo d'Arles, volle i vescovi soggetti alle decisioni del papa della città eterna: il concilio generale di Calcedonia nel 451 chiese da papa Leone Magno la conferma dei suoi decreti: i vescovi d'Oriente scrissero al papa Simmaco, riconoscendo che le pecore di Cristo furono confidate al successore di Pietro _in tutto il mondo abitato_: quelli dell'Epiro domandavano da Ormisda la conferma del vescovo da loro eletto; il quale papa stese un formolario, che i vescovi doveano trasmettere firmato ai metropoliti, questi ai patriarchi, i patriarchi al pontefice, come simbolo dell'unità, che le chiese d'Oriente accettarono, affrettandosi di meritare la comunione della sede apostolica, _in cui risiede la verace e intera solidità della religione cristiana_.
[97] SVETONIO, in _Augusto_, 40.
[98] Ap. BARONIO, _ad annum_ 324, num. 58. 65. 70. 71. E vedi indietro, a pag. 123.
[99] A ciascun vescovo era lecito farvi cambiamenti; e Rufino ci reca il simbolo qual recitavasi dalla Chiesa romana, più incontaminato, e quale dall'aquilejese, a cui esso prete apparteneva. Eccoli a confronto:
Romano _Credo in Deum patrem omnipotentem._ Aquilejese _Credo in Deo patre omnipotente invisibili et impassibili._ Rom. _Et in Christum Jesum unicum filium ejus, dominum nostrum._ Aquil. _Et in Christo Jesu, unico filio ejus, domino nostro._ Rom. e Aquil. _Qui natus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine._ Rom. _Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, tertia die resurrexit a mortuis._ Aquil. _Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, descendit ad inferna, tertia die resurrexit a mortuis._ Rom. e Aquil. _Ascendit in cælos, sedet ad dexteram Patris; inde venturus est judicare vivos et mortuos._ Rom. _Et in Spiritum Sanctum. Sanctam Ecclesiam. Remissionem peccatorum. Carnis resurrectionem._ Aquil. _Et in Spiritu Sancto. Sancta Ecclesia. Remissione peccatorum. Hujus carnis resurrectione._
Dalle catechesi di Massimo vescovo di Torino (_Homil. in traditione Symboli_), di san Pier Crisologo vescovo di Ravenna (_in Symb. apost._), e da altri raccogliamo i simboli delle diverse Chiese, dove trovansi introdotte le parole _conceptus, passus, mortuus, catholicam, sanctorum communionem, vitam æternam,_ dappoi adottate nel Simbolo comune, qual già si trova ne' sermoni 240, 241, 242, posti in appendice ai sermoni genuini di sant'Agostino nell'edizione de' Padri Maurini.
Alcune di quelle aggiunte pajono arbitrarie e sin futili; ma tendevano a confutare alcuni errori divulgati. Così nel surriferito simbolo aquilejese il _descendit ad inferna_ si oppone agli Apollinaristi ed Ariani, che negavano l'anima a Cristo, quasi ne facesse vece la divinità: l'_invisibili et impassibili_ è contro i Novaziani e Sabelliani, che diceano esser nato e aver patito il Padre Eterno; l'_hujus carnis_ contrasta a chi teneva che dovessimo risorgere con un corpo aereo e celeste.
[100] Nel concilio Niceno fu pure decisa la quistione delle pasque, importante sotto l'apparente frivolezza, giacchè suggellava il distacco del cristianesimo dagli Ebrei, e la supremazia della Chiesa di Roma; secondo la cui pratica, fu convenuto di festeggiare la resurrezione di Cristo la domenica in cui cade o che segue immediatamente il plenilunio più vicino all'equinozio di primavera. Questa deferenza alla Chiesa romana è un fatto rilevantissimo nella storia ecclesiastica.
[101] È il _fallo di Liberio_, ridetto a sazietà dagli avversarj dell'infallibilità del papa. Ma quand'anche si accetti per vero, il che da alcuni s'impugna, nulla conchiude contro di quella, non avendo egli sentenziato dalla cattedra, non con libera volontà, e, appena rimesso nel suo seggio, si disdisse.
[102] _Cod. Teod._, lib. XVI. tit. 10. l. 2.
[103] Ivi, IV del 353; e V del 356.
[104] I fatti vennero raccolti da TZCHIRNER, _Der Fall des Heidenthum_, Lipsia 1829, e da BEUGNOT, _Histoire de la destruction du paganisme en Occident_, Parigi 1835; ma le conseguenze che questo ne trae, non possono ragionevolmente accettarsi. Vedi pure J. E. AUER, _Kaiser Julian der Abtrünnige_ ecc. Vienna 1855.
[105] _Nascuntur ergo et quotidie quidem dii novi: nec enim vincuntur ab hominibus fœcunditate_. Div. instit., I. 16.
[106] JABLONSKI, _De origine festi natalis Christi_; SANT'EPIFANIO, _Adversus hæreses_, I. 29. Al 22 febbrajo celebravansi le _caristie_ pei morti; e i nostri vi sostituirono la cattedra di San Pietro, _festum epularum sancti Petri_.
[107] GREVIO, _Thesaurus antiq. rom._, VIII. 95.
[108] HUDSON, _Geogr. minor._, III. 15.
[109] _Contra Paganos_. D. MAXIMI _taurinensis episcopi opera_. Roma 1674.
[110] Τὸν πατέρα Μίθραν. _Opere_, pag. 336 e 130.
[111] BANDURI, _Numismata imp. rom._, II. 427-440. — Ὄμνυμι δὲ τὸν Σαράπιν. _Ep._ VI.
[112] LIBANIO, _Legat. ad Julianum_, pag. 157; e _Oratio parænetica_, cap. 85.
[113] Se ne congratula Giuliano nell'_Ep._ 38; e se ne duole Ammiano Marcellino, lib. XXII. 12.
[114] _Ep._ 42, Ἀκοντας ἱᾶσθαι, medicare contro voglia.
[115] AMMIANO MARCELLINO, lib. XXV. 2. Così Ottaviano Augusto negò le feste pubbliche a Nettuno dopo che la flotta pericolò due volte.
[116] _Hoc moderamine principatus inclaruit, quod, inter religionum diversitates, medius stetit, vel quemquam inquietavit, neque ut hoc coleretur imperavit aut illud, nec interdictis minacibus subjectorum cervicem ad id quod ipse coluit inclinabat, sed intemeratas reliquit has partes ut reperit._ Quest'asserzione di Ammiano Marcellino (XXX. 9) è confermata dal codice Teodosiano, ove Valentiniano dice: _Testes sunt leges a me in exordio imperii mei datæ, quibus unicuique, quod animo imbibisset, colendi libera facultas tributa est._ Lib. IX, tit. 16. I. 9.
[117] _Cod. Teod._, lib. XII, tit. 50. I. 75.
[118] _Pudet dicere: sacerdotes idolorum, mimi, et aurigæ, et scorta hæreditates capiunt; solis clericis ac monacis hac lege prohibetur; et non prohibetur a persecutoribus, sed a principibus christianis. Nec de lege queror, sed doleo cur meruerimus hanc legem._ SAN GIROLAMO.
[119] Sono esagerate, ma meritano esser riferite, le lodi dategli da Ausonio in tal proposito, _Epigr._ I:
_Arma inter, Chunnosque truces, furtoque nocentes_ _Sauromatas, quantum cessat de tempore belli,_ _Indulget claris tantum inter castra Camœnis._ _Vix posuit volucres stridentia tela sagittas,_ _Musarum ad calamos fertur manus: otia nescit,_ _Et commutata meditatur arundine carmen._ _Sed carmen non molle modis; bella horrida Martis_ _Odrysii, tressæque viraginis arma retractat._ _Exulta, Æacides; celebraris vate superbo_ _Rursus, romanumque tibi contingit Homerum._
[120] _Cod. Teod._, lib. IX. tit. 7. I. 1.
[121] TEMISTIO, _Oratio_ XIX.
[122] Sotto una statua erettagli nel 387 è _chiamato pontifex Vestæ, pontifex Solis, quindecemvir, augur, tauroboliatus, neocorus, hierophanta et pater sacrorum_. GRUTERO, pag. 1102. Nº 2. In un'ara scoperta allo scorcio del secolo passato gli si aggiungono i titoli di _curialis Herculis, sacratus Libero et Eleusinis, pater patrum_; DONATO, _Suppl. al Muratori_, tom. I. p. 72. Nº 2. _Pater sacrorum_ e _pater patrum_ si riferiscono al culto di Mitra, come abbiam veduto.
Macrobio fa da lui difendere nobilmente gli schiavi contro un tal Evangelo, dicendo ch'essi sono formati degli stessi elementi che noi, ricevono lo spirito dallo stesso principio, vivono, muojono all'egual modo; i costumi distinguere gli uomini, non l'abito o la condizione; infine espone nobilmente la maniera di farsi amato agli schiavi. _Saturn._, I.
[123] Lib. I. ep. 43.
[124] _Dii patrii, facite gratiam neglectorum sacrorum_. Lib. II. ep. 7.
[125] Ep. 9.
[126] AGOSTINO, _De civ. Dei_, v. 26.
[127]
_Sexcentas numerare domos de sanguine prisco_ _Nobilium licet, ad Christi piacula versas._ PRUDENZIO, v. 567.
[128] Sebben Girolamo mostri disprezzo per distinzioni di nascita, rammenta che per padre ella discendeva da Agamennone, per madre dai Gracchi, e sposò uno disceso da Enea e da Giulio.
[129] _Ep._ XXIII _ad Eustoch._
[130] _Ep._ IV _ad Fabiol._ del 401.
[131] SAN PAOLO, I _ad Corinth._, II. 4.
[132] Il migliore per avventura de' suoi discorsi è quello in morte del fratello Satiro, tutto spirante affetti di famiglia. — A nulla mi valse l'aver raccolto il moribondo tuo respiro, appoggiata la bocca mia sulle estinte tue labbra. Io sperava far passare la tua morte nel mio seno, e comunicare a te la vita mia. Pegni crudeli e soavi, sventurati abbracci, fra i quali io sentii il suo corpo farsi gelato e rigido, e l'ultimo fiato esalare. Lo stringea fra le braccia, ma avevo già perduto colui che ancora io serravo. Quel soffio di morte divenne per me soffio di vita. Voglia il Cielo almeno ch'esso purifichi il cuor mio, e ponga nella mia anima l'innocenza e la dolcezza tua».
Dall'affetto domestico sa elevarsi ai pubblici danni, come nel bell'esordio: — Fratelli carissimi, abbiam condotto innanzi all'ara del sacrifizio la vittima che fu richiesta, vittima pura, accetta a Dio, Satiro, mia scorta e mio fratello. Io non aveva dimenticato ch'ei fosse mortale, nè mi lasciai illudere da vana speranza; ma la grazia oltrepassò la speranza, e non che lamentarmi a Dio, devo ringraziarlo, come quegli che sempre desiderai, in caso che alla Chiesa o a me sovrastassero calamità, si sfogasse la tempesta sopra di me e sopra la mia famiglia. Grazie al Signore, che nell'universale sovvertimento prodotto dai Barbari che d'ogni parte recano guerra, abbia soddisfatto all'afflizione comune co' miei particolari dispiaceri, e sia stato percosso io solo quando temea per tutti. Sì, o fratello, avventuroso in quanto rende florida la vita, nol fosti meno per opportunità della morte. Non a noi fosti rapito, ma ai disastri; non hai perduto la vita, ma fosti campato dalla minaccia delle calamità sospese sul nostro capo. Affezionato com'eri a tutti i tuoi, oh quanto avresti gemuto nel sapere che l'Italia è incalzata da un nemico già alle porte! quale afflizione per te in pensare che ogni nostra speranza di salute sta nel baluardo delle Alpi, e che alcuni tronchi d'albero sono l'unica barriera che difende il pudore! quanto l'anima tua si sarebbe contristata nel vedere che sì piccola distanza ci separa dal nemico, nemico feroce e brutale, che nè la vita risparmia nè il pudore».
Nulla di così bello egli dice o nella consolazione per la morte di Valentiniano o nel panegirico di Teodosio.
[133] SIMMACO, lib. X. ep. 54. Il testo proprio della legge ci manca; ma in una d'Onorio del 415 (_Cod. Teod._, lib. XVI. tit. 10. l. 20) è detto: — Conforme ai decreti del divo Graziano, ordiniamo di applicare al nostro dominio tutte le proprietà (_omnia loca_) che l'errore degli antichi destinò alle sacre cose».
[134] SIMMACO, lib. I. ep. 46.
[135] _Cod. Teod._, lib. XVI, tit. 7. l. 11. 12. 16.
[136] Ivi, I. 1. 4. 5.
[137]
_Exultare patres videas, pulcherrima mundi_ _Lumina, concilium que senum gestire Catonum_ _Candidiore toga niveum pietatis amictum_ _Sumere, et exuvias deponere pontificales._ Contro Simmaco.
[138] _Cod. Teod._, lib. XVI. tit. 1. I. 2.
[139] Se nella serie dei concilj ecumenici si annoveri pure quel di Gerusalemme, tenuto dagli Apostoli, nell'anno 50 d. C., e descritto da san Luca nel cap. XV degli _Atti_ — Il simbolo, quale allora fu redatto, si legge quotidianamente nella messa.
[140] Oggi San Vittor Grande l'una, e Sant'Ambrogio l'altra.
[141] Così racconta Isidoro di Siviglia, _De officiis ecclesiasticis_, lib. I. c. 7.
[142] _Deus creator omnium — Jam surgit hora tertia — Nunc sancte nobis Spiritus_; e alcuno dice il _Te Deum_, ma altri lo pretende composto nel IV secolo da un frate Sisebut, vissuto probabilmente a Montecassino.
[143] _Exameron_, III. 5; AUGUSTINI _Confess._ IX. 7.
[144] _Rudis sed avida doctrinæ_, dicevala san Gaudenzio; e l'inno antico di san Filastro,
_Et rudem sed tunc cupidam moneri_ _Insciam quamquam, tamen ad docendum_ _Firmiter promptam._
[145] Labus, _Museo Bresciano_, intorno all'antico marmo di C. Giulio Ingenuo, pag. 56. Da un curioso passo di Rodolfo notajo parrebbe che fin nel VII secolo durasse in Valcamonica il culto di Saturno: _Erant adhuc in illa valle plurimi Pagani, qui arboribus et fontibus victimas offerebant. In tempore usque regis Ariberti imago Saturni magna frequentia venerabatur in curte Hedulio_ (a Edolo): _et quum præcepti regis obedientia non fieret ut illa imago destrueretur, Ingelardus dux Brissiæ misit armatorum manus, qui illam disperderunt in fragmentis_.
[146] Una tradizione molto divulgata fa nato sant'Antonio a Ventimiglia, o almeno da madre di questa città.
[147] Dell'unità del genere umano non ebbe conoscenza l'antichità, alla quale sembrava un fatto fatale la divisione in nazioni. Giuliano imperatore giudica che quest'unità, proclamata dagli Ebrei e dai Cristiani, ripugni alla diversità di leggi e di costumi, la quale deriva dalla volontà degli Dei, rappresentanti de' genj contrarj onde sono ispirati i popoli, da Marte i guerreschi, da Minerva quei che uniscono la prudenza al coraggio, da Mercurio quelli che hanno prudenza più che valore. SAN CIRILLO, _contra Julianum_, lib. IV.
[148] Commento al cap. II dell'_epistola ai Galati_.
[149] _Quicumque ad Urbem discendi cupiditate veniunt, primitus ad magistrum census provincialium judicum, a quibus copia est danda veniundi, ejusmodi litteras proferant, ut oppida hominum et natales et merita expressa teneantur; deinde ut primo statim profiteantur introitu, quibus potissimum studiis operam navare proponant; tertio, ut hospitia eorum sollicite censualium norit officium, quo ei rei impertiant curam, quam se adseruerint expetisse. Idem immineant censuales, ut singuli eorum tales se in conventibus præbeant, quales esse debent, qui turpem inhonestamque famam et consociationes (quas proximas putamus esse criminibus) æstiment fugiendas, neve spectacula frequentius adeant, aut adpetant vulgo intempestiva convivia. Quin etiam tribuimus potestatem, ut, si quis de his non ita in Urbe se gesserit quemadmodum liberalium dignitas poscat, publice verberibus adfectus, statimque navigio superpositus, abjiciatur Urbe, domumque redeat. His sane qui sedulam operam professionibus navant, usque ad vigesimum ætatis suæ annum Romæ licet commorari. Post id vero tempus, qui neglexit sponte remeare, sollicitudine præfecturæ etiam impurius ad patriam revertatur. Verum ne hæc perfunctorie fortasse curentur, præcelsa sinceritas tua officium censuale commoneat, ut per singulos menses, qui, vel unde veniant, quive sint, pro ratione temporis ad Africam vel ad cæteras provincias remittendi brevibus comprehendat, his dumtaxat exceptis, qui corporatorum sunt oneribus adjuncti. Similes autem breves etiam ad scrinia mansuetudinis nostræ annis singulis dirigantur; quo, meritis singolorum, institutionibusque compertis, utrum quæque nobis sint necessaria judicemus. Dat._ III _Id. Mart. Triv. Valentiniano et Valente III A. Cos._
[150] Ne siamo accertati dal carme d'Ausonio in onore d'un grammatico di Bordeaux:
_Quod jus pontificum, quæ fœdera, stemma quod olim_ _Ante Numam fuerat sacrificis Curibus,_ _Quod Castor cunctis de regibus ambiguis, quod_ _Conjugis e libris ediderat Rhodope;_ _Quod jus pontificum, veterum quæ scita Quiritum,_ _Quæ consulta patrum, quid Draco, quidve Solon_ _Sanxerit, et Locris dederat quæ jura Zaleucus,_ _Sub Jove quæ Minos, quid Themis ante Jovem,_ _Nota tibi._ De Profess., cap. 22.
[151] Ai primi, ventiquattro razioni giornaliere, agli altri metà soltanto. L'uso di fissare gli stipendj per razione era generale, e il fisco le ricomprava secondo un prezzo determinato. L'assegno suddetto è per le scuole municipali: nelle imperiali di Treveri i retori hanno trenta profende, venti un grammatico latino, dodici un greco.
[152] Basti, a mostrarne la importanza, il titolo de' capitoli: I. _præfatio_; II. _cur genio, et quomodo sacrificetur_; III. _genius quid sit, et unde dicatur_; IV. _variæ opiniones veterum philosophorum de generatione_; V. d_e semine hominis, et quibus e partibus exeat_; VI. _quid primum in infante formetur, et quomodo alatur in utero etc._; VII. _de temporibus quibus partus solent esse ad nascendum maturi, deque numero septenario_; VIII. _rationes Chaldæorum de tempore partus; idem de zodiaco et de conspectibus_; IX. _opinio Pythagoræ de conformatione partus_; X. _de musica, ejusque regulis_; XI. _ratio Pythagoræ de conformatione partus confirmata_; XII. _de laudibus musicæ, ejusque virtute; item de spatio cœli, terræque ambitu, siderumque distantia_; XIII. _distinctiones ætatum hominis secundum opiniones multorum, deque annis climatericis_; XIV. _de diversorum hominum clarorum tempore mortis_; XV. _de tempore et de ævo_; XVI. _seculum quid sit ex diversorum definitione_; XVII. _Romanorum sæculum quale sit_; XVIII. _de ludorum sæcularium institutione eorumque celebratione usque ad imp. Septimium et M. Aurelium Antoninum_; XIX. _de anno magno secundum diversorum opiniones, item de diversis aliis annis, de olympiadibus, de lustris et agonibus capitolinis;_ XX. _de annis vertentibus diversarum nationum_; XXI. _de anno vertente Romanorum, deque illius varia correctione, de mensibus et diebus intercalariis, de diebus singulorum mensium, de annis julianis_; XXII. _de historico temporis intervallo, deque adelo et mystica, de annis Augustorum et ægyptiacis_; XXIII. _de mensibus naturalibus et civilibus, et nominum rationibus_; XXIV. _de diebus, et varia dierum apud diversas nationes observatione; idem de solariis et horariis_; XXV. _de dierum romanorum diversis partibus, deque eorum propriis nominibus_.
[153] Così conchiude: _Hæc ut miles quondam et græcus, a principatu Cæsaris Nervæ exorsus, adusque Valentis interitum, pro virium explicavi mensura, numquam, ut arbitror, sciens silentio ausus corrumpere vel mendacio. Scribant reliqua potiores ætate, doctrinisque florentes. Quos id, si libuerit, aggressuros, procudere linguas ad majores moneo stylos._ Aveva in idea l'impero di Teodosio Magno.
[154] Per Valentiniano, quando s'associò Valente all'impero, intona: _Si qua in te cognatas cælitum potestates hujusmodi esset æquatio, paribus cum sole luminibus globus sororis arderet; nec radiis fratris obnoxia, precarium raperet luna fulgorem: iisdem curriculis utrumque sidus emergeret, pari exortu diem germana renovaret, per easdem cæli lineas laberetur, nec menstruo pigra discursu aut in senescendo varias mulctaret effigies, aut in renascendo parvas pateretur ætates. Ecce formam beneficii tui astra nesciunt æmulari: illis nihil est in mundana luce consimile, vobis totum est in orbe commune._
Pel ponte costruito sul Reno dall'imperatore stesso: _Eat nunc carminis auctor inlustris, et pro clade popularium Xantum fingat iratum, armatas cadaveribus undas scriptor decorus educat; nescivit flumina posse frenari. Tantumne valuit rivus iliacus, ut in auxilium Vulcani flamma peteretur? Profundus didicit, quid parvus evaserit? Defensio ipsa cælestium tuo operi non meretur æquari. Fluvium incendisse vindicia est, calcasse victoria._
[155] Per l'eleganza della forma scegliamo questo:
ARA PYTHIA. VIDES UT ARA STEM DICATA PYTHIO FABRE POLITA VATIS ARTE MUSICA SIC PULCHRA SACRATISSIMA GENS PHOEBO DECENS HIS APTA TEMPLIS QUI LITANT VATUM CHORI TOT COMPTA SERTIS ET CAMOENÆ FLORIBUS HELICONII LOCANDA LUCIS CARMINUM NON CAUTE DURA ME POLIVIT ARTIFEX EXCISA NON SUM RUPE MONTIS ALBIDI LUNA E NITENTE NEC PARI DE VERTICE NON CÆSA DURO NEC COACTA SPICULO ARCTARE PRIMOS EMINENTES ANGULOS ET MOX SECUNDOS PROPAGARE LATIUS EOSQUE CAUTE SINGULOS SUBDUCERE GRADU MINUTO PER RECURVAS LINEAS NORMATA UBIQUE SIC DEINDE REGULA UT ORA QUADRE SIT RIGENTE LIMITE VEL INDE AD IMUM FUSA RURSUM LINEA TENDATUR ARTE LATIOR PER ORDINEM ME METRA PANGUNT DE CAMOENARUM MODIS MUTATO NUMQUAM NUMERO DUMTAXAT PEDUM QUÆ DOCTA SERVAT DUM PRÆCEPTIS REGULA ELEMENTA CRESCUNT ET DECRESCUNT CARMINUM HAS PHOEBE SUPPLEX DANS METRORUM IMAGINES TEMPLIS CHORISQUE LÆTUS INTERSIT SACRIS.
[156] N'abbiamo già esempj ne' classici, come in Marziale:
_Rumpitur invidia quidam, dulcissime Juli,_ _Quod me Roma legit; rumpitur invidia._
[157]
_Blanditia; fera mors Veneris persentit amando_ _Permisit solitæ nec styga tristitiæ;_
che può leggersi a rovescio:
_Tristitiæ styga nec solitæ permisit amando_ _Persentit Veneris mors fera blanditias._
E così il seguente:
_Perpetuis bene sic partiri munera seclis_ _Sidera dant patria et patris imperium._
[158]
... _Nec te jucunda fronte fefellit_ _Luxuries, prædulce malum, quæ dedita semper_ _Corporis arbitriis, hebetat caligine sensus..._ _Fingendaque sensibus addis_ _Verba, quibus magni geminatur gratia doni..._ _Quoties incanduit ore_ _Confessus secreta rubor, nomenque beatum_ _Injussæ scripsere manus!_ _Et reliquum nitido detersit pollice somnum:_ _Utque erat interjecta comas, turbata capillos,_ _Mollibus assurgit stratis._
Questo mi sembra più felice del pariniano.
La similitudine del cavallo, cara a tutti i poeti da Giobbe in qua, eccola in lui pure (_De nuptiis Mariæ_):
_Nobilis haud aliter sonipes, quem primus amoris_ _Sollicitavit odor, tumidus, quatiensgue decoras_ _Curvata cervice jubas, pharsalia rura_ _Pervolat, et notos hinnitu flagitat amnes,_ _Naribus accensis: mulcet fæcunda magistros_ _Spes gregis, et pulchro gaudent armenta merito._
Nello stesso epitalamio descrive l'abitazione di Venere:
_Hic habitat nullo constricta Licentia nodo,_ _Et flecti faciles Iræ, vinoque madentes_ _Excubiæ, Lacrymæque rudes, et gratus amantum_ _Pallor, et in primis titubans Audacia furtis,_ _Jucundique Metus, et non secura Voluptas,_ _Et lasciva volant levibus Perjuria pennis._ _Hos inter petulans alta cervice Juventus_ _Excludit senium luco._
Non saprei un passo d'Ovidio da contrapporre a questo, che ricorda Tibullo.
[159] Ha un epigramma, ove, per tutti i santi cristiani, prega celiando un tal Jacopo a non censurarlo. Comincia:
_Per cineres Pauli, per cani limina Petri,_ _Ne laceres versus, dux Iacobe, meos._
[160] Nel secolo XV fu dissotterrato il piedistallo con una iscrizione di non sicura autenticità, che dice: C. CLAVDIANO V. C. TRIBVNO ET NOTARIO, INTER CETERAS _vigentes_ ARTES QVE GLORIOSISSIMO POETARVM, LICET AD MEMORIAM SEMPITERNAM CARMINA AB EODEM SCRIPTA SVFFICIANT, ADTAMEN TESTIMONII GRATIA OB IVDICII SVI FIDEM DD. NN. ARCADIVS ET HONORIVS FELICISSIMI AC DOCTISSIMI IMPERATORES, SENATV PETENTE, STATVAM IN FORO DIVI TRAIANI ERIGI COLLOCARIQVE IVSSERINT. Ενι Βιργιλιοῖο νοὸν καὶ μοῦσαν Ομῆρον Κλαυδιανὸν ‘Ρώμη καὶ Βασιλεὶς ἔθεσαν.
Scaligero (_Poetices_ lib. V. _qui et Hypercriticus_) chiama Claudiano _maximus poeta, solo argumento ignobiliore oppressus, addit de ingenio quantum deest materiæ Felix in eo calor, cultus non invisus, temperatum judicium, dictio candida, numeri non affectati, acute dicta multa sine ambitione_.
[161] Tali sarebbero l'inno di sant'Ambrogio, _Deus creator omnium_; e quel di Prudenzio per gl'Innocenti, _Salvete, flores martirum_. Gli altri più antichi che la Chiesa ancor canti, sono il _Gloria in excelsis_ di sant'Ilario, lo _Jam mæsta quiesce querela_ di Prudenzio, e due di Sedulio.
[162] Un poema di sant'Agostino o d'un contemporaneo contro i Donatisti d'Africa è in trocaici rimati:
_Abundantia peccatorum solet fratres conturbare;_ _Propter hoc dominus noster voluit nos præmonere,_ _Comparans regnum cælorum reticulo misso in mare,_ _Congreganti multos pisces omne genus hinc et inde,_ _Quos cum traxissent ad litus, tunc cœperunt separare,_ _Bonos in vasa miserunt, reliquos in mare._
Sant'Agostino (_De tempore_): _Et magis ex ipsa (vita) corrumpitur quam sanetur: magis occiditur quam vivificetur_ (Serm. 138 _De verbis Dom._). _Ecce venitur et ad passionem, ecce venitur et ad sanguinis effusionem, venitur et ad corporis incensionem._ (_De civ. Dei_, XVI. 6) _Tamquam lex æterna in illa eorum curia superna_ (XVII. 12). _Infidelitas gentium cum Dei populum exultabat atque insultabat esse captivum, quid aliud quam Christi commutationem sed scientibus nesciens exprobabat?... Illius enim spei confirmatio verbi hujus_ (_fiat_) _iteratio_ (IX. 1). _Partim erudito otio, partim necessario negotio... Uno_ (_vitæ genere_) _in contemplatione vel inquisitione veritatis otioso, altero in gerendis rebus humanis negotioso... Crucifixerunt salvatorem suum, et fecerunt damnatorem suum..._
[163] Vedi la nota 1 del Cap. XLVI.
[164] Tre lettere conosciamo, attribuite a Maria Vergine. La prima, con quella di sant'Ignazio che le diede origine, è d'antica data, non di riconosciuta autenticità.
Un vescovo messinese in occasione di peste ne trasse fuori un'altra, che pretese diretta da Maria a Messina e che ancora vi ottiene gran venerazione: benchè antichissima, la critica non può accettarla, e la Congregazione dell'Indice appuntò i libri ove troppo assolutamente n'era dichiarata l'autenticità. Eccola: _Maria Virgo, Joachim filia, humillima Dei ancilla, Christi Jesu crucifixi mater, ex tribu Juda, stirpe David, Messanensibus omnibus salutem, et Dei Patris omnipotentis benedictionem. Vos omnes fide magna legatos ac nuncios per publicum documentum ad nos misisse constat. Filium nostrum, Dei genitum, Deum et hominem esse fatemini, et in cœlum post suam resurrectionem ascendisse, Pauli apostoli prædicatione mediante viam veritatis agnoscentes. Ob quod vos et civitatem vestram benedicimus, cujus perpetuam protectricem nos esse volumus. Anno filii nostri_ XLII, III _nonas julii, luna_ XVII, _feria quinta, ex Hierosolymis._
Frà Girolamo Savonarola riguardava per autentica la lettera di Maria ai Fiorentini, d'immemorabile antichità: ma e la Chiesa e la critica vi mettono gran dubbj, tanto più che consta solo nel 65 dopo Cristo essere Firenze stata informata della verità da Paolino e Frontino discepoli di san Pietro. Essa dice: _Florentia, Deo et Domino nostro Jesu Christo filio meo, et mihi dilecta. Tene fidem, insta orationibus, roborare patientia. His enim sempiternam consequeris salutem apud Deum._
[165] _Virgilium pueri legant, ut poeta magnus omniumque præclarissimus atque optimus, teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri._ De civ. Dei, I. 3.
[166] «Platone (dic'egli) mi ha fatto conoscere il vero Dio; Gesù Cristo me ne ha mostrato la via».
[167] Nella _Città di Dio_ ha un intero capitolo sulla Sibilla Eritrea, _quæ inter alias Sibyllas cognoscitur de Christi evidentia multa cecinisse_. E racconta che in Italia seppe che alcune ostiere vantavansi di dare ai viaggiatori certi formaggi, che li cambiavano in bestie da soma, le quali esse adopravano pe' loro servigi, poi vi restituivano la forma primitiva; e benchè trasformati, conservavano la ragione. Ma, soggiunge, tali cose sono false o talmente rare, che poca fede vi si può prestare: pure s'ha da credere fermamente che Dio è onnipotente, e può far quel che vuole a castigo o a ricompensa; che i demonj sono angeli divenuti cattivi per le colpe, e che non possono se non quel che viene permesso da Colui, i cui giudizj sono talvolta secreti, non mai ingiusti. Lib. XVIII. c. 18. E merita esser letto tutto per vedere la possanza delle credenze comuni sopra un'elevata intelligenza, e per ispiegare le opinioni delle fatucchiere, di cui parleremo al CAP. CXLIV.
[168] _De civ. Dei_, I. 29. Vedi DE MAISTRE, _Du pape_, IV. 4.
[169] Confutazione di Fausto Manicheo.
[170] _De civ. Dei_, XII. 2; XV. 1.
[171] È curioso vedere come giustifichi, anzi lodi le antitesi, dicendo che nelle opere di Dio le apparenti contraddizioni producono bellezza, come nello stile le antitesi, «bellissimi ornamenti dell'eloquenza; e come questi contrapposti rendono più bello il parlare, così per una eloquenza di contrapposizione non di parole ma di cose, si compone la bellezza del secolo».
[172] _De quæst. octogintatribus_, q. 58, e _De civ. Dei_, X. 14. Ecco prevenuti Pascal e Bossuet.
[173] PANVINIO, _De ritu sepeliendi mortuos apud veteres Christianos, et de eorumdem cœmeteriis,_ 1574.
MARANGONI, _Appendix de cœmeterio sanctorum Thrasonis et Saturnini_, e _Acta sancti Victorini_, 1740.
BOLDETTI, _Sopra i cimiteri dei santi Martiri_.
BOTTARI, _Roma sotterranea._ 1737-54. Le tavole sono le stesse del Bosio.
MARCHI, _Monumenti delle arti cristiane primitive della metropoli del cristianesimo_. Roma 1844.
Maitland (_La Chiesa nelle catacombe_. Londra 1847) volle fare l'opposto del Marchi, cercandovi argomenti contro il cattolicismo.
A Parigi si era pubblicato _Rome souterraine_, ma il signor Perret non vi conservò il carattere, aggraziando le pitture. Pio IX incaricò il comm. De Rossi di nuove esplorazioni nelle catacombe: ed egli dispose ben 12 mila iscrizioni cristiane, delle quali molto importa accertare il tempo e il luogo. La più antica conosciuta è del 102. Il De Rossi trovò il vero cimiterio di san Calisto e le tombe dei primi pontefici, e i libri suoi sono il più sicuro testo intorno a quelle antichità cristiane.
[174] Che però lo scheletro non fosse mai effigiato dai classici, come asseriscono i trattatisti d'arte, è smentito da pitture e bassorilievi: nel museo Borbonico si ha una donna che sparge di fiori lo scheletro del suo bambino; uno scheletro dalla cui bocca esce una farfalla, simbolo dell'anima; un altro che balla al flauto sonato da Sileno, primo cenno delle danze dei morti.
[175] Semplicissimi sono gli epitafj: LAZARVS AMICVS NOSTER DORMIT — MARTYRI IN PACE — NEOPHITVS IIT AD DEVM — RESPECTVS QVI VIXIT ANNOS V ET MENSES VIII, DORMIT IN PACE — ALEXANDER MORTVVS NON EST SED VIVIT SVPER ASTRA.
È particolare questo di Vicenza: MARTINA CARA CONJVX QUÆ VENIT DE GALLIA PER MANSIONES L VT COMMEMORARET MEMORIAM DVLCISSIMI MARITI SVI BENE QVIESCAS DVLCISSIME MI MARITE. (GIOVANNI DA SCHIO, _Le antiche iscrizioni di Vicenza_, 1850).
[176] IVN. BASS. V. C. QVI VIXIT ANNIS XLII. II IN IPSA PRÆFECTVRA VRBI NEOFITVS IIT AD DEVM VIII KAL. SEPT. EVSEBIO ET YPATIO COSS. E vedi BOTTARI, tav. 33.
[177] _A. F. Quast_, _Die altchristlichen Bauwerke von Ravenna, von_ V _bis zum_ IX. _Jahrhundert historisch geordnet, und durch Abbildungen erklärtert_. Berlino 1842.
Gli edifizj di cui tratta, sono _i_. _Ecclesia ursiana_, cioè la cattedrale, edificata poco dopo il 400, ora tutta rimodernata; Ecclesia petriana, distrutta per tremuoto nell'VIII secolo; San Lorenzo in Cesarea, edificata da Luscrizio cameriere d'Onorio, distrutta per tremuoto nel 1553; battistero della cattedrale, eretto da Neo vescovo (425-30), fabbrica delle più rimarchevoli di Ravenna; battistero della Petriana, distrutto; basilica di san Giovanni Evangelista, costrutta da Galla Placidia; basilica di Santa Croce, dalla medesima, rovinata; cappella de' Santi Nazario e Celso, dalla medesima; San Giovanni Battista e Santa Agata, rimodernate; Sant'Agnese, distrutta; San Pietro, ora San Francesco, cappella nel palazzo arcivescovile.
II. Epoca di Teodorico: Santa Maria in Cosmedin, già battistero ariano; San Teodoro; San Martino _in cœlo aureo_, ossia Sant'Apollinare nuovo; palazzo di Teodorico, mausoleo del medesimo; portico della piazza maggiore.
III. Costruzioni posteriori sino alla morte di Agnello arcivescovo (566); Santa Maria Maggiore, rimodernata nel XVI secolo; San Michele in Affricisco, consacrata nel 545, or quasi distrutta; San Vitale; Sant'Apollinare in Classe, consacrata nel 549; Sant'Andrea e Santo Stefano.
IV. Ultimo periodo, sino al 900; San Severo in Classe, distrutta al principio del nostro secolo; monastero di Sant'Apollinare, e abbellimenti delle parti interne della basilica fatti nel 642-77; devastazioni posteriori di Classe, e risarcimenti sotto Leone III; poi, per le incursioni de' Saracini, si portò in città il corpo di sant'Apollinare.
[178] Ancora si vede in Roma a San Lorenzo, a San Giorgio in Velàbro, a Santa Maria Transtevere, e alquanto modificato a San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, ecc. I cortili si hanno a San Clemente, ai Quattro Santi Coronati, a San Lorenzo in Roma; a Sant'Apollinare e San Giovanni della Sagra in Classe a Ravenna; alla cattedrale di Parenzo in Istria, a Sant'Ambrogio di Milano... Quest'ultima basilica, San Zeno di Verona e Santa Maria di Torcello sono quelle dell'Italia superiore che per avventura conservano maggiori elementi della basilica antica.
[179] _Hominem mortuum in urbe ne sepellito, neve urito_. La ragione politica di ciò era che la tomba dava la proprietà d'un luogo, e la città non doveva essere di verun privato.
[180] A quello di Sant'Ambrogio in Milano servirono due arche funerarie, una sovrapposta all'altra.
[181] Bruciata il 21 luglio 1832, ed ora ricostrutta. Vedi CIAMPINI, _Synopsis de sacris ædificiis a Constantino constructis_. Roma 1691.
Calcolano essersi fabbricate in Roma:
nel secolo II chiese 2 — III » 9 — IV » 17 — V » 8 — VI » 12 — VII » 5 — VIII » 11 — IX » 7 — X » 1 — XI » 7 — XII » 8 — XIII » 16 — XIV » 8 — XV » 30 — XVI » 93 — XVII » 62 — XVIII » 7
[182] Il San Giovanni di Firenze, mal creduto tempio di Marte, mentre la dissonanza delle parti lo attesta eretto ne' bassi tempi; il circolare di Pisa; il San Giovanni di Parma, a sedici faccie dentro e otto fuori, cominciato il 1196 da Benedetto Antelmani, e finito verso il 1260; il dodecagono di Canosa; il San Giovanni in Fonte a Verona, ottagono, come quelli di Cremona, Volterra, Pistoja, ecc.
[183] _Centurio nitentium rerum_. — AMMIANO MARCELLINO, XVI. 6; Cod. Teod., lib. IX. tit. 17; lib. XVI. tit. 49; Cod. Giust., tit. _De sepulc. viol._
[184] _Qui cadit a formula, cadit a toto_. Un esempio vivo possiamo averlo negli Inglesi, schiavi del convenuto, del gusto nazionale, de' casi precedenti, della giustizia, della virtù, della religione uffiziale; eppure questa non è imitazione del diritto romano, il quale anzi è aborrito dai loro pratici.
[185] _Respondebant, scribebant, cavebant,_ dice Cicerone.
[186] _Sic enim, existimo, juris civilis magnum usum et apud Scævolam, et apud multos fuisse; artem in hoc uno. Quod nunquam effecisset ipsius juris scientia, nisi eam præterea didicisset artem, quæ doceret rem universam tribuere in partes, latentem reperire definiendo, obscuram explanare interpretando, ambigua primum videre, deinde distinguere... Sed adjunxit etiam et literarum scientiam, et loquendi elegantiam._ Brutus, 41; Pro Muræna, 10. 14.
[187] _Nihil tam proprium legis quam claritas_.
[188] _Familia_ da _fons memoriæ; metus_ da _mentis trepidatio; furtus_ da _furvus; stellionatus_ da _stellio_, tarantola; _testamentum_ da _testatio mentis_.
[189] Una legge romana dice, non poter il cieco piatire, perchè non vede gli ornamenti della magistratura; Dig. lib. I, _De postul._ Paolo (_Sent._ IV. 9) scrive che il feto di sette mesi nasce perfetto, perchè sembra provarlo la ragione dei numeri di Pitagora.
[190] Dig. lib. I. tit. 2. l. 1.
[191] _Eosdem, quos populus romanus, hostes et amicos habeant — Majestatem populi romani comites conservanto._ CICERONE, pro Balbo, 16.
[192] Eineccio (_Edicti Perpetui ordini et integritati suæ restituti, partes duo_), Bach (_Historia juris romani_. Lipsia 1806) e tutti sostennero il sì, fino ad Hugo che sostenne il no con ragioni di polso. L'Editto Perpetuo andò perduto, e i tentativi di rintegrarlo, fatti da G. Bauchin nel 1597, sono inseriti in POTHIER, _Pandectæ Justinianeæ_, lib. I. Meglio WIELING, _Fragmenta Edicti Perpetui_. Franeker 1733. E vedansi:
GIFANIUS, _Œconomia juris_.
NOODT, _Commentarius ad Digesta_.
DE WEYTE, _De origine fatisque jurisprudentiæ romanæ, præsertim edictorum prætoris; ac de forma edicti perpetui._ Cella 1821.
FRANK, _Commentarius de edicto prætoris_. Kiliæ 1830.
HAIMBERGER, _Il diritto romano privato e puro_ (lat. e ted.). Lemberg 1830.
MACKELDEY, _Manuale del diritto romano_ (ted.). Berlino 1814.
WESTEMBERG, _Manuale di diritto romano_ (ted.). Ivi 1822.
La scuola storica del diritto, già ingrandita in Germania, venne diffusa allorchè fu coltivata dai Francesi; e i recenti lavori di Beugnot, Pardessus, Giraud, Laboulaye, Thibaut, Troplong, Laferrière, Du Caurroy.... ne resero comuni le conclusioni. È principalmente notevole l'_Explication historique des Instituts de l'empereur Justinien_, del sig. Ortolan. Parigi 1854.
[193] Tale parmi il senso più naturale del famoso passo di Pomponio, Dig. lib. I. tit. 2. l. 1: _Sussurius Sabinus in equestri ordine fuit, et publice primus respondit; posteaque hoc cœpit beneficium dari a Tiberio Cæsare: hoc tamen illi concessum erat. Et, ut obiter dicamus, ante tempora Augusti publice respondendi jus non a principibus dabatur, sed qui fiduciam studiorum suorum habebant, consulentibus respondebant. Neque responsa utique signata dabant, sed plerumque judicibus ipsis scribebant, aut testabantur qui illas consulebant. Primus divus Augustus, ut major juris auctoritas haberetur, constituit ut ex auctoritate ejus responderent: et ex illo tempore peti hoc pro beneficio cœpit. Et ideo optimus princeps Hadrianus, quum ab eo viri prætorii petirent ut sibi liceret respondere, rescripsit eis, hoc non peti, sed præstari; et ideo delectari se, si qui fiduciam sui haberet, populo ad respondendum se præpararet._
Come esorbitante, credevasi falsa una tanta autorità, quando la chiarì questo passo di Gajo, recentemente scoperto (_Comm._ I. 7): _Responsa prudentum sunt sententiæ et opiniones eorum, quibus permissum est jura condere: quorum omnium si in unum sententiæ concurrant, id quod ita sentiunt, legis vicem obtinet: si vero dissentiunt, judici licet quam velit sententiam sequi: idque rescripto divi Hadriani significatur._
[194] Alcuno opinò divenissero sorgenti del diritto soltanto dopo Tiberio, e da prima fossero solo proposizioni, vigenti un anno e non più. Il contrario ora è dimostrato da Hugo, _Lehrbuch der Geschichte des römischen Rechts bis auf Justinian_.
[195] Più di mille cinquecento ce ne rimangono da Augusto a Costantino. A domande rispondono colle _epistolæ, literæ_: sulla petizione fanno una _subscriptio, adnotatio_, che chiamasi _sanctio prammatica_ se diretta ad una città o ad un corpo; _constitutiones personales_ si dicono propriamente le concessioni di privilegi: _decreta_ o _interlocutiones_ sono decisioni di cause portate in appello all'imperatore o al suo consiglio: _mandata_ sono gli ordini dati dall'imperatore ai governatori delle provincie: _edicta_ gli ordini diretti al popolo.
[196] Tali le _Receptæ Sententiæ_ di Paolo.
[197] Talvolta in ciò degenerano in minuzie, come si vede nei frammenti trovati nella biblioteca Vaticana il 1823.
[198] _Antistius Labeo, ingenii qualitate et fiducia doctrinæ, qui et in cæteris sapientiæ partibus operam dederat, plurima innovare studuit: Atejus Capito, in his quæ ei tradita erant, perseverabat._ POMPONIO, Dig. lib. I. tit. 2. l. 2.
Avendo Tiberio in un editto usato una parola non latina, qualche senatore, desideroso di far pompa di libertà ove non portava pericolo, sorse a rinfacciargliela. Capitone sostenne che, quantunque mai non si trovasse usata, si dovesse però mettere fra le latine sull'autorità di Tiberio. Un Marcello replicò che Tiberio potea dare la cittadinanza agli uomini, non alle parole. Magnanima opposizione!
[199] In capo alle Pandette si suole stampare il catalogo degli autori di cui si valse Giustiniano, cavato dal famoso manoscritto del Digesto conservato a Firenze. Da Alessandro Severo a Giustiniano tre soli giureconsulti vi sono citati, Arcadio Carisio, Giulio Aquila ed Ermogene, forse autore del codice che porta il suo nome.
[200] È inserito nel Digesto, lib. I. tit. 2.
[201] Fra' molti manoscritti ond'è ricca la biblioteca del Capitolo di Verona, e di cui diede il catalogo Scipione Maffei nella _Verona illustrata_, trovavansi alcuni fogli di pergamena, che quel dotto antiquario giudicò formar parte d'un codice o di qualche opera d'antico giureconsulto, e ne esibì il fac-simile. D'allora più non se ne parlò, fin quando Haubold nel 1816 stampò a Lipsia una _Notitia fragmenti veronensis _de interdictis_._ Niebuhr, venuto a Verona, trasse copia del frammento _de præscriptionibus_, e d'un altro sui diritti del fisco; esaminò varj manoscritti, e singolarmente le epistole di san Girolamo, riconosciute per palinsesto da Maffei e da Mosotti, ma non mai dicifrato: e al modo che sotto la storia poetica di Roma leggeva la vera, scoprì sotto la scrittura quanto bastasse per convincersi che era l'opera di un giureconsulto; e applicando l'infusione di galla a un foglio, lo lesse. Ne informò Savigny, ed insieme proclamarono sui giornali la scoperta, mostrando che il frammento _de præscriptionibus_ apparteneva agli _Istituti_ di Gajo. L'Accademia di Berlino spedì a Verona nel 1817 i signori Göschen e Bekker, i quali, superando le gravi difficoltà che a chi vuol il bene oppongono coloro che fare nol vogliono o non sanno, giunsero a trascrivere nove decimi del libro; il resto era illeggibile. Il manoscritto componevasi di centoventisette fogli; la scrittura più recente in majuscole esibiva ventisei epistole di san Girolamo; la primitiva, elegantissima, gli _Istituti_; e fra questa e quella una terza stendevasi per un quarto del manoscritto, contenente epistole e meditazioni d'esso santo. Onde la membrana fu raschiata tre volte; eppure offre il testo più compiuto, sebbene difficile ed ostinato lavoro esigesse il leggerlo. Niebuhr e Knopp credono la scrittura anteriore al regno di Giustiniano. La prima edizione ne fu fatta a Berlino il 1820. Bluhm tornò a collazionarla col testo di Verona, e ne fece un'edizione _princeps_ nel 1824.
[202] _Costituzioni_ del 321 e 327, scoperte dal Maj nel 1821.
[203] Instit. lib. I; Dig. _De just. et jure_, l. 1; _De reg. juris_, l. 33.
[204] Il codice Teodosiano andò perduto, colpa dei compendj fattine, tra cui il principale è il _Breviario_ d'Alarico, che ebbe vigore presso i Visigoti. Nel 1528 Giovanni Siccardo ne pubblicò un'edizione in Magonza; ma non è se non esso Breviario, purgato dalle leggi derivate da usanze gotiche. Du Tillet aggiunse gli ultimi otto libri, non compendiati in quel Breviario. Cujaccio credette dare interi il VII e VIII col supplemento di Stefano Carpino. A Cujaccio stesso furono da Pietro Piteo comunicate le costituzioni del senatoconsulto Claudiano, appartenenti al IV libro. Giacomo Gotofredo commentò questo codice con trenta anni di lavoro, pubblicato nel 1736 in Lipsia da Antonio Marsigli e Daniele Ritter (_Codex Theodosianus, cum perpetuis commentariis_ J. GOTHOFREDI; 6 vol. in-fol.). Il cardinale Maj in un palimsesto vaticano scoperse altri frammenti, che stampò a Roma nel 1823 coi tipi di Propaganda. L'anno seguente Amedeo Peyron nella biblioteca dell'Università di Torino trovò ben cinquanta leggi non prima conosciute, tra cui quelle ove Teodosio prescrive le norme colle quali produrre la sua legislazione (_Fragmenta codicis Theodosiani_, nel tomo XXVII degli _Atti dell'Accademia di Torino_). Con queste e le scoperte da Clossio fu fatta un'edizione nuova d'esso codice a Lipsia il 1825, per cura di C. F. Wenck. Ma nuove leggi scoprì a Torino e nell'Ambrosiana Carlo di Vesme, che ne fa la più compiuta edizione.
[205] Πᾶν δέχεσθαι, tutto contenere. La sigla _ff_, colla quale suole indicarsi il Digesto, probabilmente viene da un _d_ corsivo, abbreviazione di Digesto, traversato da una linea, che dagli editori fu scambiato per un doppio _f_. Vedi CRAMER, _Progr. de sigla Digestorum ff._ Chilon 1790. Spesso, nel citar le leggi, invece di L. si pone _fr._, perchè in fatto son piuttosto frammenti.
Già al tempo che si compilarono le Pandette, molte opere di diritto erano o perdute o scarse a Costantinopoli, poichè di Casellio vi si dice che _scripta non extant, sed unus liber_; di Trebazio, che _minus frequentatur_; di Tuberone, che _libri parum grati sunt_, ecc. ecc. Le Pandette stesse poco mancò non andassero perdute; giacchè, se anche è una storiella quella dell'unica copia serbatasi ad Amalfi, ne prova però la rarità. Più tardi gli eruditi raggranellarono i brani de' varj autori sparsi per le Pandette, e li disposero secondo i libri dond'erano tolti; e ad alcuni passi recò non poca luce il ravvicinarli e paragonarli.
Degli scrittori di diritto antegiustinianei pochi ci arrivarono intatti; i più, alterati da qualche legislatore, come tutti quelli nella raccolta giustinianea. Queste opere di diritto sono o _Libri prudentum_, o _Codices constitutionum_, ossieno diritto antico e diritto posteriore. Fra i primi voglionsi particolarmente mentovare:
1. I frammenti _Regularum_ di Ulpiano;
2. Le _Instituta_ di Gajo, di cui parliamo;
3. Le _Receptæ Sententiæ_ di Paolo, conservateci mutile dai Visigoti;
4. _Lex Dei, sive Collatio legum mosaicarum et romanarum_, raccolta fatta sul dechino dell'Impero Occidentale, del pari che
5. _Consultatio veteris jurisconsulti_;
6. _Vaticana juris fragmenta_.
I codici sono:
1. Frammenti del Gregoriano e dell'Ermogeniano;
2. Il Teodosiano;
3. Le Novelle degli imperatori da Teodosio a Giustiniano.
Le iscrizioni su pietra o su bronzo, contenenti testi di leggi, senatoconsulti, editti od atti, sono preziosi come testi autentici, mentre i libri non ci danno che le copie. Furono raccolti da Spangenberg (Berlino 1830) col titolo, _Antiquitatis romanæ monumenta legalia, extra libros juris romani sparsa_. Egli stesso avea pubblicato a Lipsia nel 1821 una raccolta d'atti del diritto romano, vale a dire contratti, testamenti e simili; _Juris romani tabulæ negotiorum solemnium, modo in ære, modo in marmore, modo in charta superstites_. E già ne' _Papiri diplomatici raccolti ed illustrati_, a Roma nel 1805, il Marini avea pubblicato una collezione d'atti sopra papiro.
Delle leggi ed atti giuridici che abbiamo su bronzo, i principali sono:
_Senatusconsultum de Bacchanalibus_ del 567 di Roma, che riporteremo nell'_Appendice I_.
_Lex Thoria agraria_ del 613, che sta sul rovescio della tavola che contiene la _lex Servilia repetundarum_ del 654 circa;
_Tabula Heracleensis_, frammenti trovati il 1732 nell'antica Eraclea presso Taranto, di varie leggi dal 664 al 680 di Roma, o, secondo Savigny, del 709: e sta nel museo di Napoli;
_Plebiscitum de Thermensibus majoribus Pisidis_, forse del 690, degente nel museo Borbonico, dove pure la _lex de scribis viatoribus;_
_Lex Rubria de Gallia Cisalpina, del 708 circa_: fu trovata mutila a Velleja, e deposta a Parma;
_Lex Regia_, ossia il senatoconsulto dell'impero di Vespasiano, dell'823 di Roma: sta nel museo Capitolino, anch'essa mutila. Impropriamente chiamasi senatoconsulto: bensì tale è quello _de ædificiis negotiationis causa non diruendis_, dell'801 o 809, dissotterrato da Ercolano; e un altro _de Asclepiade Clazomenio_, uno _de Triburtibus_, uno in onore di Germanico.
Si han pure due rescritti di Vespasiano dell'833, trovati uno a Malaga, l'altro in Corsica; un'_Epistola Domitiani, spectans ad litem inter Falerienses et Firmanos de subsecivis_, trovata presso Faleria; l'_Edictum Diocletiani de prætiis rerum_, del 303 d. C., tariffa dei prezzi e de' salarj, del quale un esemplare sta nel Museo Britannico, un altro a Aix: l'_Edictum Constantini Magni de ordine judiciorum publicorum_ del 311 d. C., tratto da schede della Biblioteca Ambrosiana. Va anche mentovata l'orazione di Claudio imperatore in senato sul comunicare la cittadinanza ai Galli, la quale si conserva a Lione in due pezzi di bronzo; e _Tabula Trajani alimentaria_ sui fondi destinati da Trajano ad un ospizio di orfani nel 108 d. C., scoperta il 1747 a Velleja. Altre riferiscono testamenti, rendite, rescritti di magistrati, atti municipali, determinazioni di confini, fra' quali vuole una menzione particolare la sentenza, resa nel 633 di Roma, sopra le differenze nate tra i Genuesi e i Genuati, e che conservasi nel palazzo municipale di Genova.
Nel secolo XVI cominciaronsi indagini storiche sopra il diritto romano, e massime i Batavi ne meritarono ottimamente. Lavori grandiosi però non apparvero che entrante il secolo passato; e primo quello di Gian Vincenzo Gravina, che nel 1701 pubblicò _Origines juris civilis_; poi in Germania Eineccio nel 1716, _Antiquitatum romanarum jurisprudentiam illustrantium syntagma_, che è il sunto più compito e chiaro degli studj storici fatti sin allora. Questo riguarda solo la storia interna del diritto romano; l'esterna fu dal medesimo trattata nell'_Historia juris civilis romani ac germanici_. Alla 1733.
La quale distinzione della storia esterna ed interna fu prima introdotta dal Leibniz. L'esterna, ossia generale, considera solo l'andamento della legislazione d'un popolo, dando a conoscere l'origine e i progressi delle fonti del diritto, cioè de' costumi, delle leggi, de' codici, gli avvenimenti politici che v'ebbero influenza, la successione dei giureconsulti, le scuole loro, le opere e l'efficacia sulle riforme della legislazione. L'interna, o vogliasi dire _le antichità del diritto_, è la storia speciale de' principj del diritto medesimo, mostrando come progredirono lo stato delle persone, il reggimento domestico, la storia delle proprietà, delle istituzioni giudiziali, delle leggi penali, insomma le particolarità della legislazione d'un popolo.
[206] Dell'autorità attribuita alla consuetudine, molte testimonianze abbiamo: _Pleraque in jure non legibus, sed moribus constant_. QUINTILIANO, Instit., v. 3. — S_ed et ea quæ longa consuetudine comprobata sunt, velut tacita civium conventio, non minus quam ea quæ scripta sunt, jura servantur_. Leg. 35 pr. Dig. tit. I. lib. 3. — _Omne jus aut consensus fecit, aut necessitas constituit, aut firmavit consuetudo_. Leg. 40 ivi. — Anche Portalis, nel discorso preliminare al Codice francese, pose: _Les codes des peuples se font avec le temps, mais, à proprement parler, on ne les fait pas._
[207] Plutarco, in _Romolo_; DIONIGI D'ALICARNASSO, lib. II.
[208] _Sei stuprum commisit aliudve peccassit, maritus judex et vindex estod, deque eo cum cognatis gnoscitod._ XII Tavole.
[209] Vedi tutta l'_Aulularia_ di Plauto.
[210] GIUSTINIANO, Nov. 91.
[211] GIUSTINIANO, Nov. 53.
[212] _Tutoris auctoritas necessaria est mulieribus, si lege aut legitimo judicio agant, si se obligent, si civile negotium gerant._ ULPIANO, Framm. tit. XI.
[213] _Nov._ 118, cap. 5.
[214] Sotto l'impero figurano grandemente Giulia Domna, Soemi, Mammea, Zenobia; e al declinare di esso Pulcheria, Eudossia, Placidia, Onoria, Giustina.
[215] Sant'Ambrogio (_Hexameron_, lib. VI. c. 4. § 22) scrive: _Natura hoc bestiis infundit, ut catulos proprios ament, et fœtus suos diligant. Nesciunt illa odia novercalia, nec, mutato concubitu, parentes a sobole depravantur, neque noverunt præferre filios posterioris copulæ. Nesciunt charitatis differentiam._ — Vedi il Cod. Teod. _De secundis nuptiis_; e POTHIER, _Pandectæ_, tom. II. p. 89.
[216] Sotto Giustiniano potea ciascuno avere la concubina: _Cujuscumque ætatis concubinam haberi posse palam est, nisi minor annis duodecim sit._ Dig. lib. XIV. tit. 1. I. 4. Vanno in tal senso intesi i passi di concilj o d'autori ecclesiastici, ove si parla della concubina.
[217] Sant'Agostino vuole che la madre abbia il maggior diritto nel maritare la figlia, se pur questa non sia maggiorenne: _Puellæ fortassis... apparebit et mater, cujus voluntatem in tradenda filia omnibus, ut arbitror, natura præponit; nisi eadem puella in ea ætate fuerit, ut jure licentiori sibi ipsa eligat quod velit._ Ep. 233 ad Benenatum.
[218] Furono ridotti in versi a questo modo:
dirimenti —
_Error, conditio duplex, insania mentis,_ _Nec non mandati vitium, puerilis et ætas,_ _Raptus, adulterium, cædes, cognatio, votum,_ _Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,_ _Si sit affinis, si clandestinus, et impos;_ _Hæc facienda vetant connubia, facta retractant._
impedienti —
_Ecclesiæ vetitum, nec non tempus feriatum,_ _Atque catechismus, sponsalia, jungite votum,_ _Par nisi sit cultus, nisi proclamatio terna,_ _Ni sacer accedat ritus, patrisque voluntas;_ _Hæc prohibent fieri, permittunt facta teneri._
[219] Arcadio temperò questo rigore, assolvendo dal fuoco; poi abrogò la legge. Cod. Giust., lib. III. tit. 7. l. 2; tit. 12. l. 3; lib. V. tit. 4. l. 19.
[220] _Penes nos occultæ conjunctiones, idest non prius apud Ecclesiam professæ, juxta mœchiam et fornicationem judicari periclitantur._ TERTULLIANO, De prudentia.
[221] — La chiesa (dice Tertulliano) prepara il matrimonio, e ne stende il contratto, l'oblazione delle preghiere lo conferma, la benedizione il suggella, Dio lo ratifica. Due fedeli portano lo stesso giogo; non sono che una carne sola, un solo spirito; pregano insieme, insieme digiunano, insieme sono alla chiesa, alla mensa divina, nelle traversie, nella pace». _Ad uxorem_. — Del quale testo porge un esteso commento il Goudefroy sulla legge III del Cod. Teod. _De nuptiis_. E dopo Tertulliano viveva Modestino, che del matrimonio diede l'elegantissima definizione _conjunctio maris et fœminæ, consortium totius vitæ, divini et humani juris communicatio_. Dig. _De ritu nupt._ I. 1.
[222] _Repudium, quod permissum aliquando, jam prohibet... Solus enim separabit qui et conjunxit... In totum enim, sive per nuptias, sive vulgo, alterius viri admissio adulterium pronuntietur._ TERTULLIANO, De monogamia.
[223] Cod. Giust., lib. III. _De patria potestate_.
[224] Inst., _Per quas personas_. Gotofredo (sulla legge del Cod. Teod. _de maternis bonis_) avverte che ciò stabilivasi _christiana disciplina paullatim patriæ potestatis duritiem emolliente_.
[225] PAOLO, _Sent._ v. 1. BYNCKERSHOECK, _De jure occidendi liberos_.
[226] SVETONIO, in _Claudio_, 25; Dig. lib. XLVIII. tit. 8. l. 2; lib. II. tit. 2.
[227] SPARZIANO in _Hadriano_, 19. — _Dominorum potestatem in suos servos illibatam esse oportet, nec cuipiam hominum jus suum detrahi_. Dig. lib. II. tit. I. l. 6.
[228] Cod. Giust., lib. I. tit. 19. l. 1; lib. VII. tit. 13. l. 1.
[229] Florio, _Hist._, III. 20.
[230] Cod. Teod., lib. IX. tit. 12. l. 1; tit. 18. l. 40. tit. 12. l. 1; Cod. Giust., lib. III. tit. 38. l. 2.
[231] Opera capitale su questo punto è SAVIGNY, _Das Recht des Besitzes_. Giessen 1803. Vi fecero dilucidazioni e commenti WARN-KÖNIG (_Analyse du Traité de la possession par M. de Savigny_ Liegi 1824), e LHERMINIER (_De possessione; analytica Savinianæ doctrinæ expositio._ Parigi 1828).
[232] Tit. _De usucapione_, e _De nudo jure Quiritium tollendo_.
[233] Cicerone prova che Archia era cittadino romano perchè fece testamento.
[234] Inst. II. 22, _De lege Falcidia_.
[235] _Aucupatione syllabarum insidiantes_. L. II. del Cod. Giust. _De formulis_, dell'anno 342.
[236] Cod. Giust., lib. III. tit. 1. l. 13.
[237] Cod. Teod., lib. XIV, tit. 1. l. 1.
[238] Ulpiano scrive che, se una donna fu successivamente concubina del patrono, poi del figlio di esso, e ancora del figlio di questo, non crede operi regolarmente: NON PUTO EAM RECTE FACERE. Dig. lib. I. tit. 1. l. 3.
[239] _Aliudve quid simile admiserint_. Dig., tit. _Ad leg. Jul. maj._
[240] _Sacrilegii instar est dubitare an dignus sit quem elegerit imperator_. Cod. _De crim. sacril._ La copiò re Ruggero nelle costituzioni di Napoli, tit. IV.
[241] _Nam ipsi pars corporis nostri sunt_. Dig. l. cit.
[242] Cod. Teod., tit. _De falsa moneta_.
[243] Ammiano Marcellino, XVI. 8.
[244] Cod. Giust., lib. IX. tit. 8. l. 6.
[245] Lib. IV. tit. 15; lib. IX. tit. 42; lib. X. tit. 8. 9. 10.
[246] Lib. IX, tit. 8. l. 1 e 2.
[247] VOPISCO in _Alex. Sev._; Cod. Teod., tit. _Ad leg. Jul. maj._
[248] _Nomina quidem servavimus, legum autem veritatem nostram fecimus. Itaque si quid erat in illis seditiosum (multa etiam talia erant ibi reposita), hoc decisum est et definitum, et in perspicuum finem deducta est quæque lex_. Cod. Giust., lib. I. tit. 17. l. 3.
[249] Cod. Teod. tit. _De petit._, e _De famos. libell._ — Le seguenti leggi trovansi sparse nel codice stesso.
[250] Ivi, tit. _De indulg. crim._ — Il Muratori, nel riferir ciò all'anno 409, dice che tal costume durava a' suoi giorni in moltissimi luoghi della cristianità, e nominatamente a Modena.
[251] Ivi, lib. XI, tit. 30. l. 68; Cod. Giust., De leg. _Digna vox_.
[252] _Nitimur aliquid invenire semper et naturæ consequens, et quod possit priora corrigere_. Nov. 18 præf.
Il sig. Troplong, nell'_Influenza del cristianesimo sopra la legislazione_, conchiude: — Il diritto romano fu migliore nell'età cristiana che nelle antecedenti; e il dire contrario è paradosso o mala intelligenza; ma è inferiore alle legislazioni moderne, nate all'ombra del cristianesimo, e meglio penetrate del suo spirito».
Gaudenzio Paganini nel 1638 beffò Giustiniano amaramente per avere abolito le leggi d'agnazione, ed essersi mostrato favorevole alle ragioni delle donne. Sagrifizio alle idee pagane, che vorrebbe nei secoli cristiani resuscitare i pregiudizj di Catone, il privilegio contro il diritto comune.
Il grancancelliere L'Hôpital, volendo sviare i Francesi dalla legislazione romana per tenerli alle consuetudini patrie, incaricò Francesco Holmann di scrivere l'_Anti-Tribonien, ou Discours sur l'étude des lois_; dove, animandosi dell'odio contro Cujaccio, flagella non solo la giustinianea, ma tutta la legislazione romana, con acutezza e ardimento talvolta felice, sempre parziale.
[253] Paolino, nella _Vita di sant'Ambrogio_. Anche Orosio ed altri autori ascrivono la vittoria su Radagaiso a miracolo; e a Firenze e nel Mugello si alzarono allora chiese a santa Reparata.
[254] ZOSIMO, lib. 5.
[255] Nel 1554 fu trovato sul Vaticano il costei cadavere, con molti oggetti preziosi; ne' soli abiti aveva trentasei libbre d'oro.
[256] Fa pietà l'orrore che Rutilio Numaziano mostra per quell'enorme colpa, ch'egli trova peggiore di quella di Nerone:
_Omnia tartarei cessent tormenta Neronis,_ _Consumat stygias tristior umbra faces._ _Hic immortalem, mortalem percutit ille;_ _Hic mundi matrem perdidit, ille suam._ Itinerarium, II.
[257] AMMIANO MARCELLINO, lib. XIV. Secondo Dureau de la Malle, l'Egitto aveva appena un milione d'abitanti; un milione e ducentomila la Sicilia; dieci milioni la Gallia; qualcosa meno l'Italia; la Grecia, deserta.
[258] Nella descrizione di quella peste trovansi molti sintomi simili al vajuolo, che molti credono abbia preceduto la invasione degli Arabi.
[259] VOPISCO, 48.
[260] AMMIANO MARCELLINO, XVIII. 5; XXXI. 9.
[261] _Epist._ 39.
[262] Cod. Teod., lib. XI. tit. 28. l. 2.
[263] DIONE, lib. LXXV. E desolazione e briganti sono dunque di buona pezza anteriori al dominio dei papi, cui se ne ascrive la colpa.
[264] Cod. Teod., lib. XV. tit. 47. l. 1; lib. IX. tit. 30. l. 3. 5.
[265] Ivi, lib. IX. tit. 34.
[266] SIDONIO APOLLINARE, _Ep._ v. 5. Di Scronato egli dice: _Exultans Gothis, insultansque Romanis, leges theodosianas calcans, theodoricinasque praeponens... Barbaris provincias propinans_. Ep. VII. 7.
[267] SOCRATE, _Storia eccl._, v. 8.
[268] CLAUDIANO, _in Eutropium_, I, 401.
[269] Lib. XXVIII.
[270] AGOSTINO, _De civ. Dei_, I. 32; OROSIO, I. 6.
[271] _De Providentia_.
[272] San Girolamo (_adversus Rufinum_, lib. II) ricorda Filistone, Lentulo, Marullo, altri autori di commedie biologiche ed etologiche, drammi ove si riproduceano le abitudini della vita domestica e che perciò sarebbero preziosi a conoscere.
[273] Tutto ciò raccogliamo da un curiosissimo frammento di Olimpiodoro, conservatoci da Fozio. Il quale Olimpiodoro compose un verso che in latino suona:
_Est urbs una domus: mille urbes continet una urbs._
Anche Rutilio Numaziano (_Itinerarium_, III) canta:
_Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas_ _Vernula quæ vario carmine ludit avis?_
[274] _Epist._ 14.
[275] SIMMACO, lib. VIII. ep. 65.
[276] _Ipsa Roma orbis domina, in singulis insulis domibusque, Tutelæ simulacrum cereis venerans ac lucernis, quam ad tuitionem ædium isto appellant nomine, ut tam intrantes quam exeuntes domos suas, inoliti semper commoveantur erraris_. SAN GIROLAMO, Comm. in Isaia.
[277] AMMIANO MARCELLINO, XIV. 6. XXVIII. 2. — _Plena sunt conventicula nostra hominibus, qui tempora rerum agendarum a mathematicis accipiunt. Jam vero, ne aliquid inchoetur aut ædificiorum aut hujusmodi quorumlibet operum diebus quos ægyptiacos vocant, sæpe etiam nos movere non dubitant_. S. AGOSTINO, Expos. epist. ad Galatas, cap. IV.
[278] Sant'Agostino non approva il fatto, _De civ. Dei_, II. 17.
[279] SOZOMENE, IX. 10.
[280] GIORNANDES, _De rebus goticis_, cap. XXX.
[281] Lo disse egli stesso ad un Narbonese, il quale lo riferì a san Girolamo in un suo pellegrinaggio a Terrasanta, presente Orosio, che ce lo tramandò, lib. VII. 43.
[282] Olimpiodoro, presso Fozio.
[283] Orosio dice tremila ducento legni; Marcellino settecento.
[284] PROCOPIO, _De bello gotico_.
[285] È la legge che uffizialmente riconobbe il culto cristiano come unico dominante, XVI _kalendas decembris_ 408. Cod. Teod., lib. XVI. tit. 10. l. 29.
[286] Ivi, lib. XVI. tit. 10. l. 13. 14. 15. 16.
[287] GIORNANDES, _De rebus goticis_, cap. 33.
[288] Siccome De Guignes, _Histoire des Huns, des Turcs et des Mongols_, 1756-58. Lo contraddissero Ghébard nella _Storia d'Ungheria_, I, 187, poi Klaproth, Rémusat, e omai tutti gli Orientalisti. Bensì Rémusat e Saint-Martin riconobbero i Geti e gli Asi negli Yue-ti e Osi, rammentati negli annali dei Cinesi come biondi. In una relazione dei regni buddici troviamo verso il 500 gli Yue-ti in guerra coi popoli sulle rive dell'Indo, per disputare la tazza d'oro di Budda. Le ragioni etimologiche hanno scarso valore, allorchè sieno isolate. In fatti Bergmann (nel _Nomadische Streifereien unter den Kalmuken_. Riga 1804, vol. I. p. 129) trova la radice del nome di _Muntsak_ padre di Attila nel mongolo _mu_ cattivo e _tzak_ tempo; Attila è da lui mutato in _Etzel_, che significa qual cosa di maestoso. Egualmente, o con meno stiracchiatura, si spiegano col parlare ungherese: Attila è _atzel_ acciajo; Muntsag, _ment tseg_ fertilità. Altri potrebbe dedurre il nome d'Attila dalla radice _atta, atti, ætti,_ che in molte lingue asiatiche suona giudice, capo, re; donde Attalo re marcomanno, Attalo di Pergamo, Attalo mauro, Atea scita, Atalarico, Eticone, ecc. V'è chi riscontra i nomi di Bleda, Balamir, Munzuk nei nomi slavi di Blad o Vlad, Bolemir, Muzok.
[289] A questa descrizione di Giornandes si conforma quella di Sidonio Apollinare, vescovo di Clermont nel 472, il quale canta nel carme II, vs. 245:
_Gens animis membrisque minax: ita vultibus ipsis_ _Infantum suus horror inest. Consurgit in arctum_ _Massa rotunda caput; geminis sub fronte cavernis_ _Visus adest, oculis absentibus: acta cerebri_ _In cameram vix ad refugos lux pervenit orbes;_ _Non tamen et clausos, nam fornice non spatioso_ _Magna vident spatia, et majoris luminis usum_ _Perspicua in puteis compensat puncta profundis._ _Tum, ne per malas excrescat fistula duplex,_ _Obtundit teneras circumdata fascia nares,_ _Ut galeis cedant. Sic propter prælia natos_ _Maternus deformat amor, quia tensa genarum_ _Non interjecto fit latior area naso._ _Cætera pars est pulchra viris. Stant pectora vasta,_ _Insignes humeri, subcincta sub ilibus alvus._ _Forma quidem pediti media est, procera sed extat_ _Si cernas equites, sic longi sæpe putantur_ _Si sedeant._
[290] Così chiamati non dai Vendi, ma da ἐν ἴημι, _venuti_.
[291] STRABONE, lib. XI.
[292] _Æmula Bajanis Altini litora villis._ MARZIALE.
[293] Una tradizione, che correva già ai tempi di Ottone da Frisinga, fa fondata Udine da Attila. Egli avea altro in vista che fondare città; ma forse su quell'altura, così singolare nel piano, si ritirò una parte della popolazione carnica del Friuli, e se ne formò quell'abitato, che però non trovasi nominato se non nel 983 quando Ottone II donò al patriarca Rodualdo _castellum Utini_.
[294] _Frammenti di Damascio_ nella Biblioteca di Fozio, p. 1039.
[295] _Lupus est homo homini; non homo, quem qualis sit non novit._ PLAUTO, Asinaria, II. 4.
[296] _Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant._ TACITO.
[297] Il nostro Gravina è uno dei primi che riconosca il merito delle conquiste romane. Aristotele pose, e Cicerone sostenne che la natura dà alla ragione l'imperio sopra la barbarie, e l'interesse de' popoli rozzi esige sieno sottomessi a dominazione intelligente. Ora la dominazione di Roma (dice esso Gravina, _Origo juris civilis_, I. 16) fu la sola giusta, perchè _in vertice rationis humanæ_; non considerava come nemici che i nemici dell'umanità; non toglieva ai vinti che la facoltà di fare il male; imponeva servitù a quei soli che preferivano un'esistenza selvaggia al vivere sociale; mentre a' Greci e ad altri popoli civili permetteva di vivere secondo le leggi loro; proponeasi per iscopo di propagare la civiltà, e realizzare l'associazione universale.
[298]
_Hæc est quæ in gremium victos, quæ sola recepit,_ _Humanumque genus communi nomine fovit,_ _Matris non dominæ ritu, civemque vocavit_ _Quem domuit, nexuque pio longinqua redemit._ _Hujus pacificis debemus moribus omnes_ _Quod, velut patriis regionibus, utitur hospes..._ _Quod cunctis gens una sumus._ CLAUDIANO, Consul. Stiliconis, II. 150.
Anche Plinio maggiore conobbe l'efficacia civilizzatrice dell'unità romana e della lingua: _Omnium terrarum alumna eadem et parens, numine Deum electa, quæ sparsa congregaret imperia, ritusque molliret, et tot populorum discordes ferasque linguas sermonis commercio contraheret, colloquia et humanitatem homini daret, breviterque una cunctarum gentium in toto orbe patria fieret_, III. 6.
[299] _Filia curialis, si, genitalis soli amore neglecto, in alia voluerit nubere civitate, quartam mox omnium facultatum suarum ordini conferat, a quo se alienari desiderat_. Nov. Major, IV.
[300] Vedi il nostro Cap. XLVII. — Il decadimento personale dell'impero non potrebbe più al vivo ritrarsi di quel che fa Salviano, _De gubernatione Dei_, v. 5. 8: _Inter hæc vastantur pauperes, viduæ gemunt, orphani proculcantur, in tantum ut multi eorum, et non obscuris natalibus editi, et liberaliter instituti, ad hostes fugiant, ne persecutionis publicæ afflictione moriantur; quærentes scilicet apud Barbaros romanam humanitatem, quia apud Romanos barbaram inhumanitatem ferre non possunt. Et quamvis ab his, ad quos confugiunt, discrepent ritu, discrepent lingua, ipso etiam, ut ita dicam, corporum atque induviarum barbaricarum fætore dissentiant, malunt tamen in Barbaris pati cultum dissimilem, quam in Romanis injustitiam sævientem. Itaque passim vel ad Gothos, vel ad Bagaudas, vel ad alios ubique dominantes Barbaros migrant, et commigrasse non pænitet. Malunt enim sub specie captivitatis vivere liberi, quam sub specie libertatis esse captivi. Itaque nomen civium romanorum, aliquando non solum magno æstimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur ac fugitur, nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur. Ecquod esse majus testimonium romanæ iniquitatis potest, quam quod plerique et honesti, et nobiles, et quibus romanus status summo et splendori esse debuit et honori, ad hoc tamen romanæ iniquitatis crudelitate compulsi sunt, ut nolint esse romani? E poco avanti: Ubi, aut in quibus sunt, nisi in Romanis tantum, hæc mala? Quorum injustitia tanta, nisi nostra? Franci enim hoc scelus nesciunt; Hunni ab his sceleribus immunes sunt; nihil horum est apud Vandalos, nihil horum apud Gothos. Tam longe enim est, ut hæc inter Gothos Barbari tolerent, ut ne Romani quidem, qui inter eos vivunt, ista patiantur. Itaque unum illic Romanorum omnium votum est, ne unquam eos necesse sit in jus transire Romanorum. Una et consentiens illic romanæ plebis oratio, ut liceat eis vitam, quam agunt, agere cum Barbaris. Et miramur, si non vincantur a nostris partibus Gothi, cum malint apud eos esse quam apud nos Romani! Itaque non solum transfugere ab eis ad nos fratres nostri omnino nolunt, sed, ut ad eos confugiant, nos relinquunt._
[301] Gli scrittori ecclesiastici mostrano ben altri sentimenti verso gli Unni d'Attila e i Vandali di Genserico.
[302] _Apocalissi_, cap. XVII.
[303] AMMIANO MARCELLINO, _Hist._, XV.
[304] _Singulos universosque nostro monemus edicto, ut, romani roboris confidentia, ex animo quo debent propria defensare cum suis adversus hostes, si vis exegerit, salva disciplina publica, servataque ingenuitatis modestia, quibus potuerint armis, nostrasque provincias ac fortunas proprias, fideli conspiratione et juncto umbone tueantur_. Costituz. di Valentiniano III del 430.
[305] _Sive integra diœcesis in commune consuluerit, sive singulæ inter se voluerint provinciæ convenire, nullius judicis potestate tractatus utilitati eorum congruus differatur; neve provinciæ rector, ac præsidens vicariæ potestati, aut ipsa etiam præfectura decretum æstimet requirendum_. Costituz. del 382.
[306] Costituz. del 418.
[307] Atto non raro nei primi Cristiani. Nell'_Epist._ I di san Clemente leggiamo: — Molti de' nostri conoscemmo, i quali volontariamente si posero in ceppi per redimere altrui; molti che si assoggettarono alla schiavitù per pascere gli altri col prezzo della venduta libertà».
[308] _Nov._ III, in calce al Cod. Teod.
[309] Erano per lo più ottenute da favoriti, che ne abusavano per trarricchire colle più sottili arti. Una ci è nota dalle leggi. Essendosi peggiorata la moneta, pretendeano non ricevere che oro, portante il conio di Faustina e degli Antonini: il che raddoppiava l'aggravio; giacchè chi non ne avesse, dovea venire a gravose composizioni.
[310] _Nov._ IV, in calce al Cod. Teod.
[311] SIDONIO, _Paneg._
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.