Storia degli Italiani, vol. 04 (di 15)
civili. Tutte le città ragguardevoli n'aveano scuole, dove rimasti
cinque anni, i giovani cercavano ricchezza ed onori col dibattere sopra le innumerevoli cause private, o coll'iniziarsi agli impieghi, abbondantissimi, e nei quali il merito o l'abilità o la pieghevolezza potevano condurre sino a divenire Illustri. Questo sciame che strepitava pei tribunali, o strisciava alla corte, o traforavasi nelle case private ad azzeccare litigi e trafficar di cavilli, divenne nuova peste dell'impero, e degradò la nobile giurisprudenza fino all'abjettezza de' mozzorecchi.
Degli antichi questori un solo rimase, non più incaricato dell'erario, ma di comporre orazioni ed epistole a nome dell'imperatore, e leggerle in senato. E poichè quelle presero la forza, poi anche la forma di editti, il questore equivalse al moderno grancancelliere, rappresentante del potere legislativo, fonte della civile giurisprudenza. Talora sedeva a suprema giudicatura nel gabinetto imperiale coi prefetti del pretorio e col maestro degli uffizj, o scioglieva i dubbj dei giudici inferiori; oltrechè, per servizio dell'imperatore e per modello uffiziale di stile, coltivava quel gergo pomposo e barbarico che acquistava nome d'eloquenza. Come giudice delegato proferiva egli talvolta di casi riservati all'imperatore; talaltra consultavansi i due senati, come alle corti di giustizia.
Da un ministro del fisco (_comes rerum privatarum_) amministravasi il tesoro particolare dell'imperatore, costituito dai patrimonj dei re e delle repubbliche sottoposte, da quei delle varie famiglie venute al trono, e dalle confische. Le entrate pubbliche furono maneggiate da un Conte delle sacre largizioni, che centinaia di persone occupava in undici uffizj per fare e riscontrare i conti. Le zecche, le miniere, gli erarj deposti nelle diverse città dipendevano dal tesoriere, che corrispondeva co' ventinove ricevitori provinciali, regolava il commercio esterno, dirigeva le manifatture del lino e della lana, esercitate da schiavi per uso della corte e dell'esercito.
La distinzione fra l'erario militare e il fisco disparve in diritto dacchè l'imperatore potea disporre liberamente di tutte le casse: pure si lasciarono separati l'_erario sacro_, che riceveva le imposte pubbliche, il _privato_ che riceveva le rendite particolari del principe, e quello _di prefettura_ per le entrate che si destinavano specialmente all'esercito. Le pubbliche consistevano ne' possessi imperiali, nelle contribuzioni dirette, nelle indirette, e in frutti eventuali, oltre i dominj del fisco: ma qui ci si affaccia la peggior piaga de' popoli nel Basso Impero.
Ciascun patrimonio veniva esattamente descritto, con la misura dei terreni, il numero degli schiavi e del bestiame, adequandone il valore per ogni jugero sopra giuramento del proprietario: al quale l'usar frode sarebbesi imputato come sacrilegio ed offesa maestà[69]. Censo vizioso che ad ogni mutar di possesso sarebbe convenuto rifare; laonde ne faceano lor pro i ricchi, vendendo gli sterili per comprar terreni feraci: dal che richiami incessanti, e visite, e riforme.
Ad ogni jugero della stessa categoria era imposto un eguale tributo in denari e in derrate. Ma al tempo di Costantino il tributo fondiario si esigeva per _capi_, intitolandosi così un complesso di terreni, varj d'estensione, ma stimati di rendita eguale, e perciò d'egual valore. Questo valore era di mille _aurei_, lo perchè un capo dicevasi anche _millena_; e da tale unità tassabile venne il nome di capitazione[70]. La capitazione personale colpiva i nulla aventi. Al censo venivano proporzionate altre gravezze o straordinarie, o canoniche, o sordide, o d'altra categoria.
Era dunque lo stesso _tributum ex censu_ dei tempi repubblicani: ma un decreto (_indictio_) del principe determinava ogn'anno la quantità e qualità delle imposizioni; e se al bisogno non bastasse, imponevasi una _superindizione_: alle straordinarie occorrenze potevano supplire fin i prefetti del pretorio, sovrintendenti alle finanze. Il tributo ripartivasi sul luogo, vigilando il preside della provincia, e intervenendovi i Difensori della città. Pagavasi in tre rate, nelle mani de' ricevitori del preside; il quale ogni quattro mesi trasmetteva al tesoriere della provincia la lista delle somme percette, e questo al conte delle largizioni. La più parte si pagava in denaro, anzi in oro; il resto coi generi che il terreno dava, i quali, a spese de' provinciali, erano spediti nei pubblici magazzini, donde si distribuivano alla Corte, all'esercito, alla plebe di Roma e di Costantinopoli.
Che se riescono sempre malvedute le incumbenze de' finanzieri, viepiù allora quando con sì largo arbitrio si esercitavano, e smungevasi il popolo con sovrimposte e anticipazioni accumulate, non impedite da verun corpo dello Stato. L'esazione sotto Galerio offriva a Lattanzio l'immagine della guerra e della cattività: «Misurar terre, numerare viti e alberi, registrare gli animali d'ogni razza, il nome di tutte le persone, non distinguendo contadini da borghesi: ognuno accorreva con figli e schiavi, e lo scudiscio faceva l'uffizio suo: per forza di torture costringevansi i figliuoli ad attestare contro il padre, gli schiavi contro i padroni, le donne contro i mariti: se mancassero prove, mettevansi alla corda i padri, i padroni, i mariti, per farli deporre contro se stessi; e quando il dolore avesse loro strappato di bocca alcuna confessione, questa si tenea per vera, nè età o malattia valeva di scusa: faceansi recare infermi e malati, e si fissavano gli anni di ciascuno, aggiungendone ai fanciulli, detraendone ai vecchi; poichè pagavasi un tanto per testa, e a denaro si comprava la libertà del respirare... Fra ciò gli animali perivano? perivano gli uomini? tassavasi ciò che più non esisteva, in modo che nè vivere nè morire si potea gratuitamente: pur beati i mendichi, che restavano esenti da tali violenze. Galerio, mostrandone pietà, li fece imbarcare, con ordine che, quando fossero in alto, venissero gettati al mare: egregio spediente per nettare dalla mendicità l'impero! e acciocchè, sotto pretesto di povertà, nessuno si esimesse dal censo, far perire un'infinità di poveretti!»
Nè meno della capitazione gravava la _collazione lustrale_, che ogni quinto anno esigevasi dai trafficanti. — Il tempo in cui essa matura (dicea Libanio davanti ad un imperatore), cresce il numero degli schiavi; e dai padri vendonsi i figli, non per riporne il prezzo, ma per darlo agli esattori». E Zosimo: — Quando torna il tempo della collazione lustrale, allora pianti e guaj per tutta la città; vedesi con battiture ed altri strazj tormentar chi per povertà non può sborsare la tassa; madri vendono i figliuoli, padri menano le figlie al postribolo per procacciarsi di che soddisfare l'esattore»[71]. Costantino proibì quelle torture, surrogandovi una cortese prigionia: gli eredi dovevano spegnere il debito del defunto al fisco, o abbandonare l'eredità.
I contribuenti erano inoltre tenuti a molte prestazioni personali, come cuocere il pane, la calcina, trasportare i generi ai magazzini o all'esercito, servire di cavalli le poste. I senatori e gli ottimati delle provincie pagavano un tributo speciale (_follis_) sulle loro sostanze, e una tassa qualora venissero promossi ad una carica[72]. I donativi spontanei che davano le città a trionfanti o a benemeriti, per lo più in corone d'oro, ben presto furono tenuti come un dovere verso il principe quando salisse al trono, menasse moglie, avesse figliuoli, guidasse trionfi. I senatori a quest'_oro coronario_ surrogavano un'offerta di mille seicento libbre d'oro[73].
Sull'entrata, l'uscita, il transito, il consumo pesavano gabelle: fors'anche pagavano le merci nel passare da una all'altra diocesi, poichè dell'entrate di ciascuna assumevano l'appalto distinte società di pubblicani. Era speciale dell'Italia il dazio di consumo della vigesimaquinta e della centesima, che oggi diremmo del quattro e dell'uno per cento. Poi si pagava su quanto si portasse in viaggio, poi per mantenere le vie; sicchè dappertutto erano guardie e stradieri, le cui concussioni mal potevano esser frenate dal minaccioso rigore delle leggi.
Le arti tiranniche degli esattori ci sono legalmente attestate dall'imperatore Valentiniano. — Appena l'esattore giunge nella sbigottita provincia, circondato da fabbri di calunnie, inorgoglisce dei sontuosi ossequj, chiede l'appoggio delle autorità provinciali, talora aggiunge a sè anche le scuole, acciocchè, moltiplicato il numero degli uomini e degli uffizj, il terrore estorca quanto piaccia all'avidità. Comincia egli dall'addurre e svolgere terribili comandi sopra molteplici decreti; presenta caligini di minute supputazioni, confuse con inesplicabile oscurità, che, fra gli uomini ignari delle tranellerie, più fanno effetto quanto meno possono intendersi. Domanda le quietanze distrutte dal tempo, non conservate dalla semplicità e fiducia dello sdebitato: e se perirono, coglie occasione di predare; se vi sono, bisogna pagare acciocchè valgano: talchè presso quel malvagio arbitro la carta perita nuoce, la conservata non giova. Da ciò innumerevoli guaj, dura prigionia, crudele tortura e tutti i martorj preparati dall'esattore ostinato nelle crudeltà. Il palatino, complice de' furti, esorta; incalzano i turbolenti uscieri; sovrasta la spietata esecuzione militare: nè questa ribalderia, usata su cittadini come su nemici, termina per giustizia di prove o per compassione»[74].
Le passate turbolenze e i tanti usurpatori aveano chiarito come fosse pericoloso l'unire ne' governatori delle provincie la giustizia e l'amministrazione col comando militare; laonde Costantino li separò. La suprema ispezione sugli eserciti fu commessa ad un maestro generale per la fanteria, uno per la cavalleria: poi n'ebbe uno a ciascuna delle frontiere più minacciate, sul Reno, sull'alto e basso Danubio, sull'Eufrate: in fine diventarono otto. Sotto di essi erano disposti trentacinque duci, distinti tutti col cingolo d'oro; a dieci era concesso il titolo di _comiti_, ossia compagni più onorevoli; ed oltre il soldo, ricevevano onde mantenere cennovanta servi e cencinquantotto cavalli. Essi non doveano brigarsi dell'amministrazione civile, nè i magistrati del loro comando: il che assicurò la quiete interna, togliendo il despotismo militare, unico ed infelicissimo avanzo della democrazia.
La milizia fu ridotta ad una specie di tributo, giacchè i senatori, gli Onorati, i sacerdoti del gentilesimo, e i principali decurioni furono obbligati somministrare un prefisso numero di soldati, o in cambio trenta o trentasei soldi d'oro per uomo. Tale somma attesta quanto fossero scarsi i volontarj; e malgrado le grosse paghe e i ripetuti donativi, la milizia era aborrita tanto, che molti per sottrarsene si mozzavano le dita; e quantunque fosse appiccinita la misura pei coscritti, e s'ammettessero anche schiavi, pure, se vollero empiere le file, gl'imperatori dovettero concedere terre immuni e inalienabili ai veterani, col patto feudale che i loro figliuoli, giunti a età virile, dessero il nome all'esercito, se no perdessero l'onore, il fondo ed anche la vita[75].
Le ripetute severissime minaccie non rattenevano dal disertare ai Barbari, o favorirne le correrie; nè dal soperchiare i sudditi, mandando i cavalli a pascolo sull'altrui fondo, o mescolandosi d'affari civili; nè induceano i veterani ad occuparsi nel mercimonio o coltivare le terre concesse. Si dovette anche ricorrere ad ausiliarj stranieri, arrolando Goti e Alemanni, e sollevandoli ai gradi della milizia, donde ai civili, e perfino al consolato: lo che sempre più sviliva le magistrature curuli.
La legione fu ridotta da seimila a mille o millecinquecento guerrieri, separandone, come pare, la cavalleria; il che, se scemò la robustezza, crebbe la mobilità, assomigliandola ai reggimenti nostri. Centrentadue legioni allora componeano l'esercito romano; e sembra fra tutto si armassero seicentoquarantacinquemila uomini, sullo spazio stesso dove in piena quiete ora ne stanno in armi più di due milioni. Li dicono necessarj alla pace!
La guardia del principe era fatta da tremilacinquecento domestici[76], distribuiti in sette scuole, e comandati da due conti. Splendidamente divisati con armi d'oro e d'argento, fra essi cernivansi due compagnie di cavalli e fanti, detti dei _protettori_. Facevano la scolta negli appartamenti interni; andavano nelle provincie quando abbisognasse dar pronta e vigorosa esecuzione agli ordini imperiali; e l'esser messo fra questi era la più elevata speranza del guerriero.
I sudditi liberi dell'impero si dividevano in tre classi: abitanti delle due metropoli, abitanti delle città provinciali, e campagnuoli. I primi, sebbene assoggettati alle medesime imposizioni, erano però vantaggiati da privilegi, e dalle distribuzioni del grano, spedito per obbligo dalle provincie, a cura d'un preside particolare (_præfectus annonæ_).
Gli abitanti delle città provinciali cessarono d'esser divisi in cittadini, socj e sudditi quando Caracalla, accomunata la cittadinanza, tutti eguagliò nella soggezione all'imperatore. Allora vi troviamo senatori, curiali o decurioni, e plebe. I senatori erano ombre dell'ombra di senato che sopraviveva a Costantinopoli e a Roma; quell'onorificenza di puro nome ricevendo dagl'imperatori per avere sostenuto cariche insigni, e che infine diventò comune ai maggiori possidenti. Poteano esser giudicati soltanto da un tribunale particolare, non richiesti alla tortura, nè obbligati alle cariche municipali: vantaggi che pagavano con una speciale imposizione, e con contributi straordinarj in caso di bisogno[77]. I possessori, fossero originarj (_municipes_) od avveniticci (_incolæ_), formavano i decurioni o curiali; e poichè doveano spendere e denaro e tempo nelle pubbliche cure, le leggi municipali determinavano qual facoltà dovessero possedere. Nel II secolo, da un curiale di Como esigevansi centomila sesterzj, cioè da diciannove a ventimila lire; nel 342, Costanzo II obbligava alla curia d'Antiochia chi possedesse venticinque jugeri di terreno; nel 435, Valentiniano III quei che avessero trecento soldi d'oro, che potevano contarsi per quattromila cinquecento lire: tant'erasi avvilita quella dignità, in prima ambita e con suntuose largizioni procacciata. Le iscrizioni accennano anche un ordine equestre, forse de' membri di certi collegi.
Nella plebe si riducevano i minori possidenti, artieri, mercadanti, esclusi dall'amministrazione urbana (_jus honorum_); era distribuita in varie maestranze; del resto faziosa, tremante o minaccevole, attenta ad ogni occasione di saccheggi e di violenze.
Alla campagna stavano o proprietarj liberi, o coloni, o schiavi. Di questi ultimi non faremo parola più che di animali domestici. I coloni, di mezzo fra liberi e schiavi, erano avvinti al terreno che coltivavano, in modo che con esso erano venduti e divisi, benchè una legge pietosa vietasse di separare i membri della stessa famiglia[78]. Erano dunque un avviamento ad abolire la schiavitù; e mentre verun cenno ne fanno i giurisprudenti classici, frequente si trovano menzionati dopo Costantino. Donde provennero? chi li crede imitati da ciò che si vedeva nelle nazioni germaniche; chi derivati dalle colonie barbare trapiantate nell'impero: più probabilmente germogliarono dall'antica forma dei possessi, quando Vespasiano e Tito chiamando al fisco i beni comunali, su cui aveano diritto gli abitanti di ciascun cantone, e Costantino applicandoli al culto cristiano, ridussero gran parte de' possessori a miseria, ed a vendere il proprio patrimonio, o lavorarlo a titolo di coloni[79].
Obbligati a vivere e morire sul suolo ove nasceano, trovavansi del resto liberi di loro persona; e perciò il diritto li annovera tra gl'ingenui, e ne fa legittime le nozze; ma insieme li chiama servi della gleba; nè contro del padrone poteano stare in giudizio, salvo si discutesse della propria condizione. Ad esso retribuivano in denaro o in natura un canone impreteribile, al fisco l'imposizione; col rimanente viveano, e risparmiando poteano comprar beni, dei quali però l'alto dominio restava al padrone. Condizione peggiore dello schiavo in quanto non potevano essere affrancati, non disgiunti dal suolo, nè tampoco emanciparsi coll'entrare ecclesiastici o militari[80].
Colle traversie pubbliche ne crebbe il numero e peggiorò la condizione, scomparendo la classe tanto utile de' liberi coltivatori e de' minuti possidenti. Chi non potesse soffrire la perdita della libertà, rifuggiva nelle città a nuove miserie: altri, oppressi da crudeli padroni o dall'ingordo fisco, rompevano ad aperte ribellioni.
Questa causa s'univa alle anzidette per aumentare i terreni abbandonati. Gl'imperatori fecero esente da tributi chi gli occupasse; li distribuivano anche fra i possessori di buone campagne, minacciando privarli di queste se quelli trascurassero: provvedimenti vessatorj, che a niun bene riuscivano perchè non toccavano la radice del male. All'uopo stesso fu introdotta l'enfiteusi, contratto pel quale, mediante un canone statuito, assegnavasi un fondo a coltivare per un certo tempo od in perpetuo. Prima fu praticato solo con terreni del fisco o del municipio; dappoi anche coi privati, allorchè questi possedettero intere provincie.
Prima di Giulio Cesare, ciascun municipio costituiva una repubblica indipendente, associata alla romana, cui contribuiva un contingente determinato, e ne ricevea protezione; partecipava ad alcuni impieghi, e ne comunicava la capacità ai Romani entro le sue mura; del resto avea leggi proprie, magistrati elettivi, libera amministrazione degli interni affari. Intera dunque la libertà civile e la comunale; soltanto la libertà politica era legata dal patto federale.
Ma talora il municipio o per forza o di voglia adottava le leggi civili romane, e in tal caso entrava fra i popoli detti _fundi_. Sotto l'impero, la condizione di fundi diviene generale, adottandosi dappertutto il diritto civile romano come condizione della cittadinanza, formandosi così l'unità giuridica, mentre gl'Italici non aveano chiesto che l'accomunamento del diritto politico. Allora tutte le colonie latine divennero municipj; ed essendo caduto in dissuetudine il diritto di suffragio, municipio significò una città abitata da cittadini romani, qual che ne fosse l'origine.
Tutto ciò effettuossi colla _lex julia_[81] o poco dopo: e in conseguenza Roma non fu più soltanto una repubblica sostenuta da repubbliche, ma la metropoli d'un grand'impero, di cui l'Italia era la provincia principale. Ma a farla vera monarchia si opponeva il carattere del diritto pubblico e privato di Roma, municipale per essenza, come di quasi tutte le antiche città italiche: onde fu mestieri riformare il modo della libertà municipale in Italia, per armonizzarla colla politica imperiale e coll'accentrata uniformità.
Come in Roma i soli cittadini di ottimo diritto erano partecipi della sovranità, cioè potevano render suffragio in una tribù e sostenere le magistrature, così nelle città i decurioni. Non che in pratica, neppure nelle filosofiche speculazioni si conosceva il sistema della rappresentanza, che fa partecipare al governo effettivo i sudditi, per quanto discosti. La riforma di Cesare rese possibile ad Augusto di risparmiare ai cittadini lontani il disagio di recarsi fin a Roma a rendere i voti, imponendo di raccoglierli ne' particolari comizj, indi spedirli alla metropoli. Questo diritto egli limitò ai municipj, sotto il qual nome vennero intesi non più tutti i cittadini, ma puramente i decurioni. Il senato di questi (_ordo, curia_) insieme coi magistrati amministrava la città; ma non che la curia fosse contrappeso ai magistrati, unicamente da essa sceglievansi. Questi potevano presentare i proprj successori; ma poichè ciò li rendeva garanti dell'amministrazione del surrogato, guardavanlo come un peso, e le più volte ne abbandonavano la scelta al governatore della provincia[82].
Prima magistratura della città erano i due o i quattro giuridici (_duumviri, quatuorviri jure dicundo_), equivalenti ai consoli di Roma innanzi che avessero divisa l'autorità coi pretori. Annui, soprintendevano all'amministrazione, presedevano il senato municipale, ed esercitavano la giurisdizione entro certi limiti, di là dai quali le cause portavansi al magistrato. Col crescere dell'imperatoria, scemò l'autorità dei corpi municipali; fu tenuto per concessione graziosa quel che era diritto anteriore alla conquista; e i duumviri scaddero fra gl'impiegati inferiori, senza più nè imperio nè potestà nè tribunale. In fine cessarono, e alla curia e all'amministrazione degli affari municipali presedeva il primo decurione (_principalis_) per tutta la vita o almeno per quindici anni, senza giurisdizione perchè non era un magistrato, ma solo il decano del collegio[83]. Così il despotismo imperiale insinuava le forme monarchiche perfino nella costituzione delle curie.
I Comuni dunque conservavano la sovranità municipale, ma non aveano alcuno schermo costituzionale contro il potere assoluto.
Al vedere l'ordinamento delle curie, ov'è scritto nell'_album_ chiunque abbia capacità e certi possessi, senza privilegi di nascita o limite di numero; ove gli imperatori raccomandano di non sollevare al duumvirato se non grado a grado[84], siccome al sacerdozio; ove la curia stessa prende parte immediata agli affari della città, elegge i magistrati suoi, convoca all'uopo tutti gli abitanti, fa decreti che spedisce direttamente, senza che il prefetto possa altro che accompagnarli d'informazioni, voi credereste aver sottocchi altrettante repubbliche, democratiche affatto, la cui opposizione impedisca o turbi le violenze de' lontani dominatori. Apparenza e null'altro.
Ogn'atto delle curie poteva essere cassato dal principe; il rettore della provincia annullava a volontà l'elezione dei magistrati; quando poi la centralità imperiale spense ogni pubblica vita, l'ordine de' decurioni cadde nell'ultimo avvilimento. Perocchè nella difficoltà di esigere le esorbitanti imposte, gl'imperatori obbligarono i decurioni a riscuoterle, e star garanti di quelle della comunità coi beni e colla persona propria, come pure a rispondere della propria amministrazione, e di quella degli uffiziali dipendenti da essi. Da un debitore del fisco erano abbandonati i campi? la curia era tenuta a pagarne i carichi, trovasse o no a chi venderli. Erano dunque i decurioni ridotti ad agenti gratuiti e vittime del despotismo, e coll'aumentare de' bisogni dell'impero, la carica ne divenne insopportabile; mentre l'assodarsi della monarchia scemava e l'autorità e la riverenza de' municipj. Costantino e i successori suoi, esentando molti dalle cariche municipali, le facevano pesare viepiù sui restanti, e togliendo a molte città i lauti patrimonj per applicarli alle chiese cristiane, resero impossibile il sostenere le spese. Aggiungete che i curiali senza figli poteano disporre solo un quarto de' loro beni, cadendo il resto alla curia; dal municipio non potevano allontanarsi senza permissione del governatore della provincia; sopra di essi pesava la speciale oblazione dell'oro: di modo che trovavansi esposti alle sempre crescenti avidità dell'erario, alle prepotenze dei Barbari che soprarrivavano, all'esecrazione dei cittadini, che li riguardavano come implacabili riscossori.
Bisognò dunque ristorarli di nuovi privilegi: cadendo in miseria, fossero nutriti a spese del municipio; se sani e salvi uscissero dal giro di tutte le cariche municipali, se n'intendessero dispensati per l'avvenire; fossero anche decorati col titolo di conte. Poi s'apposero rimedj agli artifizj onde si declinava questa penosa onorificenza; Trajano proibì di spender denaro per esimersene; ogni figlio di decurione dovesse restar curiale; entrarvi chi acquistasse fino a venticinque jugeri; nessuno potesse vendere il terreno che gli conferiva quell'oneroso diritto; nessuno ottenere uffizio di corte se prima non avesse adempito a que' carichi. Per sottrarsi, il decurione arrolavasi all'esercito? la legge lo strappava agli stendardi; davasi schiavo? la legge il ritornava libero per empiere la curia; gli spurj, gli Ebrei, i nati da padre servo e donna libera, il guerriero vile, il prete scostumato erano condannati a farsi decurioni[85]. Questi erano i padri della patria; questi i puntelli delle municipali franchigie.
L'eccesso dei mali portato dal pervertimento delle curie fece, dopo il 365, introdurre sindaci (_defensores_), eletti dall'intera città per tutelare i contribuenti contro le pretensioni della curia, e questa contro gli uffiziali dell'impero[86]. Nelle cause criminali istruivano essi il processo, nelle civili giudicavano fino all'ammontare di trecento soldi, e da loro davasi appello ai governatori. Ne crebbe l'importanza quando, più esigendosi dai Comuni, più bisognava a questi concedere; e quando, oppressi i decurioni, non si poteva usufruttare che la plebe. Stranio da prima alla curia, il Difensore finì per diventarne capo: sinchè, cadendo a fasci l'amministrazione, il clero s'insinuò nelle curie, e il vescovo assunse l'uffizio del Difensore.
Nella giurisdizione volontaria alcuni atti solenni dell'antico diritto, come le _vindiciæ_ con tutte le loro applicazioni del manomettere, adottare, emancipare, rimanevano ai magistrati del principe, nè comunicavansi ai municipali. Altri di forma nuova furono introdotti dagli imperatori, quando si cominciò a distendere protocolli d'ogni cosa; e secondo lo statuto di Onorio, gli alti doveansi erigere davanti ad un magistrato o al difensore, a tre _principali_ e ad uno scrivano (_exceptor_); e consistevano in un dialogo fra il primario attore e il magistrato. I testamenti sarebbero dovuti aprirsi solennemente alla presenza del governatore della provincia; ma per agevolezza alcuna volta si leggevano nella curia.
Le città nostre conservavano l'antico diritto italico, che la giustizia fosse resa dai cittadini stessi, almeno in materia civile e per la prima istanza. Il magistrato istruiva il processo, determinava il principio di diritto applicabile al caso, e rendeva una decisione condizionata: allora un giurato (_judex_), scelto ciascuna volta e di privata condizione, ponderava il fatto, e lo metteva in relazione col principio dottrinale esibitogli dal magistrato; dal quale accordo usciva il giudizio deliberativo. Quest'ordine di _giudizj privati_ cadde sotto gl'imperatori, come dicemmo, e i magistrati pronunziavano d'alcuni affari senza assistenza di giudici (_extraordinariæ cognitiones_). La quale procedura straordinaria fu poi da Diocleziano abolita in alcune provincie, in altre dileguò, rimanendo la giurisdizione ai governatori, salvo l'appello.
Il nobile romano continuava a credere abjezione il lordar la mano nelle arti; ancora al tempo di Costantino erano infami coloro che si applicassero a vendere a ritaglio e guadagnare d'industria; Onorio e Teodosio vietarono a' nobili e ricchi il mercatare, come cosa pregiudicevole allo Stato. Ma rivoluzione importantissima, comecchè neppure accennata dalla storia, fu il mutarsi l'industria dagli schiavi ai liberi. Mentre prima ciascun dovizioso teneva in casa chi facesse ogni servizio sì pel suo occorrente, sì per venderne, allora troviamo artigiani indipendenti che lavorano per se stessi e per chi paga; in ciascuna città raccolti in maestranze, le quali molto estese e con ampj privilegi, dapprima servirono di valido sostegno ai municipj, poi dalla fiscalità furono ridotte a nuovo stromento di tirannia e d'oppressura.
I nove collegi d'arti che sussistevano a Roma fin dai tempi di Numa, dovettero esser formati piuttosto per apparato che pei bisogni: ma sotto l'impero crebbero tanto, che Costantino ne distingue trentacinque; cioè, fonditori di metalli, fabbri, lavoratori di ferro, di bronzo, di piombo, d'argento; orefici, giojellieri, doratori, fabbricatori di vetri, di specchi; conciatori, tintori di porpora, tessitori di damaschi, d'altre stoffe operate; folloni, muratori, tagliapietre, lavoratori di marmo, di musaico, d'avorio; terrazzieri, plasticatori, falegnami, marangoni, quei che ornavano le soffitte, carpentieri, vasaj, livellatori dell'acqua, pittori, architetti, intagliatori, scultori, medici, veterinarj[87].
Gli aggregati doveano assicurarsi protezione coll'eleggersi un patrono: acquistavano il privilegio d'esercitare quell'arte, ad esclusione d'ogni altro; aveano sindaco, statuti, possedimenti; erano immuni da prestazioni di corpo, e fin dal militare nelle legioni, ma dovevano allo Stato certi servigi. Così ai fabbri in Roma incombeva di spegnere gl'incendj; lungo i fiumi alcuni _navicularj_ erano tenuti a trasportar le derrate degli eserciti; i _bastagarj_ a carreggiare le annone del fisco, e via discorrete. Pertanto consideravansi come legati al territorio della città, coi figli e cogli averi; lo scostarsene pareggiavasi a diserzione, e venivano rinviati; nè agli obblighi poteano sottrarsi neppure per rescritto imperiale, eccetto se entrassero soldati o cherici[88]. Di questa servitù si valsero gl'imperatori a sevizie fiscali, e tennero le maestranze in solido responsabili delle tasse; quando non trovassero denaro altrove, gettavansi sopra di esse con tale oppressura, che molti se ne sottraevano fino col rendersi servi della gleba.
Grave crollo all'industria diedero gl'imperatori col fabbricare per economia checchè occorresse al servizio proprio, alle distribuzioni pei cortigiani e ministri, agli eserciti, infine anche per farne traffico: intempestiva reminiscenza dell'antica costituzione domestica, quando ogni padrefamiglia teneva in casa servi per tutte le manifatture occorrenti. Alessandro Severo faceva tessere e tignere porpora, e la più fina e lucente mandava sul mercato[89]: Costantino vendeva vesti, lino, pelliccie per conto del fisco: Costanzo II avea telaj di lana, seta, lino. Errore grossolano d'economia, del quale fu conseguenza l'avere Valentiniano proibito a qualunque privato di fabbricar seterie, o tessere ori od altre stoffe; Graziano e Teodosio multano di morte e confisca chi tignesse o vendesse porpora, o comprasse seta dai Barbari, serbandosene il monopolio l'imperatore, dal quale pure i soldati doveano comprar le vesti[90]. Davano opera a tali manifatture innumerevoli schiavi, obbligativi in perpetuo coi figli loro acciocchè non portassero fuori l'arte.
Gli armajuoli erano liberi di condizione; ma ascritti una volta al collegio, doveano per un certo numero d'anni rimanervi coi figli, marchiati al braccio ond'essere riconosciuti. Internamente le armi si vendeano alla libera, ma era vietato asportarle. Fabbricavansi (per dir solo dell'Italia) freccie a Concordia, scudi a Verona e Cremona, corazze a Mantova, archi a Pavia, spade a Lucca: ad Aquileja, Milano, Ravenna, Roma, Canusio, Venosa lavoravansi stoffe di lana e seta per uso particolare degl'imperatori, divise militari, vele e sartiame per le navi: Taranto e Siracusa aveano tintorie; zecca Aquileja e Roma.
Al fisco furono tratte anche le miniere, le saline, le cave di gesso, di coti, di marmi, e perfino delle pietre; ed affittavansi a privati. Vi lavoravano o condannati, o schiavi coi loro figliuoli: schiavi erano i monetieri. Tante opere affidate a schiavi, che non costavano se non il mantenimento, diminuivano i modi di guadagnare alla libera popolazione, offrendo le manifatture ad un prezzo cui non poteano i privati.
Il commercio non fioriva meglio che nell'età precedente; e se le leggi il tolsero in cura, fu con meschini ed avari accorgimenti. Allorchè i Barbari si avvicinarono, e preser gusto alle delicature della civiltà, i Romani avrebbero potuto, collo stabilire mercati sulle frontiere, ricuperare in parte l'oro che quelli rapivano o ricevevano in tributi e soldi. Ma temendo di allettarli colla mostra delle ricchezze, fu limitato quel traffico, e interdetto, pena la confisca e l'esiglio, il vendere ai Barbari nè ai loro ambasciadori non solo le armi, ma sino il ferro greggio o lavorato, nè le coti, o l'insegnare a costruir navi nè somministrarne il legname, anzi fin il dare vino, olio, caviale, sale: poi il timore fece escludere gelosamente i mercadanti persiani e barbari, salvo alcune città determinate[91].
Se pensate che a Roma era chiusa la principale sorgente di sue ricchezze, la conquista, comprenderete come ella doveva impoverire. I metalli fini eransi cumulati in poche mani, e resi sterili nel lusso de' giojelli, delle dorature, de' vasi; le miniere di Spagna e di Grecia erano esauste, ossia entrate nel terreno duro, che esige tempo e forza soverchia; dall'Egitto e dalla Libia conveniva trarre tutto il grano, il quale si paga a contanti: onde la mancanza di numerario fu uno degli sconci più sentiti in quell'estremo, non bastando a pagare gli eserciti, a incoraggiare l'agricoltura, a dar capitali all'industria e agevolezza al cambio.
Già Antonino Pio avea dovuto sovvenire alle pubbliche necessità fin col vendere gli ornamenti imperiali; Marc'Aurelio mandò due volte all'incanto i vasi d'oro e le preziosità della reggia; Didio Giuliano adulterò la moneta, indotto forse dall'ingente somma a cui erasi obbligato per comprare il breve impero. Le monete d'oro si conservavano a settecentottantotto di fino, ma deteriorarono quelle d'argento; Caracalla vi mescolò metà rame; di due terzi le alterò Alessandro Severo: Massimo fece coniare i metalli preziosi dei tempj e dei luoghi pubblici, e fino i simulacri degli Dei e degli eroi: sotto Filippo non correvano quasi altre specie d'argento che le battute dagli Antonini: da Gallieno a Diocleziano se ne spendeano soltanto di rame stagnato; e tanto insolentivano i monetieri falsi, da proromper fino contro Aureliano in una sommossa, che settemila soldati costò il soffocarla. Dopo lui ricomparve l'argento, forse perchè egli ne traesse dalla depredata Palmira; ma a poco andare fu esaurito. Mentre Costantino nel 325 tagliava ottantaquattro solidi ogni libbra d'oro, quarantadue anni più tardi Valentiniano I ne tagliava settantadue, cioè l'aumentava d'un settimo: e mentre la proporzione dell'oro coll'argento al tempo di Vespasiano era di uno a dieci, Costantino la stabilì come di dodici a quattordici.
Teodosio determina che ai soldati sui confini dell'Illirico si dia denaro invece delle razioni, e che ottanta libbre di carne porcina salata valutinsi un soldo d'oro, come ottanta libbre di olio, e dodici moggia di sale. Il soldo d'oro può ragguagliarsi a lire 14.81, talchè una libbra metrica di carne valeva 57 centesimi, e lire 1.13 la mina del sale; tanto era incarito il denaro dal tempo di Diocleziano.
Doveva incarirne anche l'interesse. Già sotto la repubblica abbiam veduto a che grosse usure si collocassero i capitali: senza tener conto degli abusi, la legge al tempo d'Augusto determinava il quattro per cento, il sei sotto Tiberio, il dodici regnante Alessandro Severo: questi lo ridusse ancora di tratto al quattro; infausto accorgimento, che fece chiuder l'oro, e moltiplicare le segrete usure, tantochè a Costantino parve assai il poterle ridurre al dodici[92].
Nell'ignoranza de' principj che regolano la ricchezza, fu persino vietato di portar fuori l'oro, e, ciò che a pena si può credere, venne ordinato di usare ogni astuzia per carpirlo ai forestieri[93]. Allo scemare del denaro, si assegnavano in natura gli stipendj a' magistrati e guerrieri, valendosi dei tributi pagati in natura dalle provincie. E poichè il soldo tanto cresciuto alle legioni non poteasi senza pericolo diminuire, s'introdussero ausiliarj barbari, i quali s'accontentavano di pane, lardo, vino, olio e poca moneta.
Così l'enorme avidità delle finanze, se non bastava diroccasse l'industria e l'agricoltura, apriva anche il paese ai Barbari, che ben presto dovevano dominarlo.
CAPITOLO XLVIII.
Figli di Costantino. Sistemazione ecclesiastica. L'Arianismo.
Tanti interessi favorì e guastò Costantino col mutare politica, religione, metropoli, che non è meraviglia se di niun altro personaggio forse tanto bene fu detto e tanto male. Converrebbe trasferirsi al suo tempo per ponderare con esattezza il merito e la colpa dell'assodare sulle ruine del governo popolare la sovranità centrale, mutando lo spirito della sua nazione non solo, ma delle successive, che da quel punto appajono distinte dalle antiche. Robusto animo si richiede per certo a cangiare, non che gli statuti, la religione d'un paese, senza sbigottire a pregiudizj d'educazione, a sofismi, a mormorazioni; robusto per resistere alle insinuazioni d'un partito trionfante, anelo di vendicarsi della lunga oppressione. A chi il chiedeva di condannare Gentili od eretici, Costantino rispondeva: — La religione vuole che per lei si soffra la morte, non che la si dia». Nelle carestie mandava generosamente ai vescovi grani, vino, olio, vesti, denaro da compartire ai bisognosi, massime ad orfani e vedove, senza divario di credenze. Represse le spie, _pubblica peste_, punendole se calunniatrici; professava di voler calcare le orme di Marc'Aurelio e dello zio Claudio; attesa la fragilità degli uomini, doversi nel governo propendere alla condiscendente equità più che alla stretta giustizia. Riferitogli che alcuni popolani aveano lanciato sassi contro le sue statue, si palpò, e disse: — Non mi risento di nessun'ammaccatura». In uno di que' panegirici che la viltà de' letterati tesseva, e l'impudenza de' Cesari tollerava, un sacerdote predicevagli che, dominato glorioso sugli uomini, salirebbe a regnare a lato del Figliuol di Dio; ma l'imperatore lo interruppe, e, — Non de' tuoi elogi ho mestieri, bensì delle tue preghiere».
Quando di paganesimo era satura la società, non poteva egli a un tratto promulgare editti che abolissero il passato, e sopra la formalista legalità facessero trionfare il giusto e il buono: pure adoperò per elevare l'uomo materiale a uom morale, e al diritto di natura sottoporre gli arbitrj del diritto civile. Conforme alle dottrine religiose, abrogò le punizioni contro il celibato, esentò i cherici da ogni pubblico servizio od impiego oneroso, restrinse la facoltà di far divorzio; mandò a tutte le città d'Italia poi d'Africa, che si sussidiassero i genitori poveri, acciocchè non avessero a mandar a male i neonati. Punì il ratto fin a volere arso vivo il reo, o sbranato nell'anfiteatro; ed anche la rapita se confessasse aver consentito; i genitori di lei doveano pubblicamente accusarla; gli schiavi che v'avessero tenuto mano, erano bruciati, o liquefatto loro del piombo nella gola; nè lunghezza di tempo prescriveva l'azione contro questo misfatto, i cui effetti cadevano anche sulla prole: legge dove la moralità faceva trascendere la giustizia, e che perciò dovette modificarsi.
A insinuazione de' vescovi, meglio tutelò gl'interessi dei pupilli, ne garantì i possessi immobili, e volle s'intendessero aver ipoteca legale sui beni dei loro tutori. Generalizzò il diritto delle madri sulla successione ai proprj figliuoli; rinfrancò la buona fede, mediante il giuramento che i testimonj doveano proferire prima di deporre; estese l'uso de' codicilli; e volle più non fossero essenziali le formole nelle stipulazioni, nè le parole rituali nei legati. Da qualunque decisione diede appello a magistrati superiori; ma per ovviare allo spirito contenzioso, morbo d'allora, inflisse pene a chi interponesse appelli temerarj[94]. Sottopose anche il soldato all'ordinaria autorità nelle cause civili: nelle criminali, per tutti i sudditi fino ai Chiarissimi, furono competenti i medesimi tribunali. Stabilì che le condanne si registrassero, per responsabilità morale dei giudici: minacciò i magistrati prevaricatori o negligenti: dalle confische esentò ciò che fosse stato donato alle mogli ed ai figli, e nel registro de' confiscati si notasse sempre che aveano prole: addolcì la detenzione ai prevenuti, e volle che gl'incarcerati per debiti al fisco avessero stanza capace ed ariosa: mitigò le pene afflittive, abolendo quella tanto prodigata del marchio in fronte e la croce.
Vietò agli uffiziali pubblici di togliere, per debiti fiscali, i bovi, gli schiavi o gli attrezzi rurali, nè per le poste usare gli animali destinati ai campi: durante la seminagione e la messe dispensò i contadini da ogni servizio di corpo, e fin dal santificare le feste. Incoraggiò le arti e il sapere, mantenne pubbliche biblioteche, e la tradizione fa da lui fabbricare innumerevoli chiese, e tutte dotare pinguamente, con vasi preziosi e aromi e marmi fini. A tali liberalità gli porgevano modo sì i beni che i predecessori suoi aveano confiscato ai martiri, sì quelli ch'e' toglieva ai tempj profani o alla celebrazione de' giuochi circensi e teatrali. Proibì anche i gladiatori, ma non fece osservare il divieto: come anco ripermise l'aruspicina, che prima avea vietata.
Ma prode a capo degli eserciti, nella reggia annighittiva a posta de' ministri, che sperdevano il genio di lui tra frivole particolarità. Guasto dalla prospera fortuna, portava inseparabile il diadema, effeminato nell'addobbo e nel lusso aulico; al quale ed alla fabbrica della nuova città non bastando i tesori accumulati, gravò di nuovi accatti i sudditi. Da crudeltà ed avarizia nol ritennero la riflessione e il cristianesimo.
Da Minervina, moglie oscura di sua giovinezza, avea generato Giulio Crispo; giovane di ridente aspettazione, che a diciassette anni (317) proclamato cesare e governatore delle Gallie, con vittorie su Germani e Franchi e nella guerra civile acquistò il cuore della moltitudine. Ma repente Costantino lo faceva giudicare e uccidere a Pola (326): dappoi, scopertolo innocente, lo pianse, e punì atrocemente coloro che l'aveano indotto a un misfatto, le cui ragioni sono avvolte nel mistero, come avviene di questi assassinj di palazzo. Allora dichiarò Cesari Costantino, Costanzo, Costante, partoritigli da Fausta figlia di Massimiano; associò loro, non si saprebbe perchè, gli zii Dalmazio e Annibaliano; e li collocò in diverse parti dell'impero, con qualche porzione di autorità, ma sempre in sua dipendenza.
Negli ultimi quattordici anni meritò il titolo di fondatore della pubblica quiete: temuto dai Goti, dai Vandali, dai Persi, riceveva ambascerie fin dalle rive dell'oceano Orientale, e dalle sorgenti del Nilo. Dieci mesi dopo celebrato il trentesimo anno d'impero, ammalò a Nicomedia, e sentendosi mancare, chiese l'imposizione delle mani ed il battesimo (337 — 27 maggio) fin là differito, e morì protestando esser unica vera vita quella in cui entrava. Onorato di solennissime esequie, fu collocato dall'adulazione de' Pagani fra gli Dei, dalla gratitudine del clero fra gli apostoli e i santi, dalla giustizia della posterità fra i grandi monarchi, come quello che intese il suo tempo, e non che ostinarsi al passato, secondò e favorì i maturi progressi, e si pose a capo della maggior rivoluzione che la storia descriva.
Appena lui morto, il popolo e i soldati, non si sa per qual motivo, trucidarono Dalmazio, Annibaliano e i nipoti di lui, sicchè regnarono soli i figli. Costanzo II ebbe l'Asia, l'Egitto, la Tracia; Costante l'Italia, l'Illirico e l'Africa: Costantino II, non contento delle Gallie, della Spagna e della Bretagna, pretese anche la Mauritania (340), e per averla invase l'Italia; ma ad Aquileja restò ucciso. Ne occupò i dominj Costante, ma debole e scostumato, perdeva gli amici, esacerbava i nemici: del che imbaldanzito Flavio Magnenzio, capitano barbaro, l'uccise e si fece gridare imperatore (350), ed ebbe l'Occidente coll'Italia. Contemporaneamente Vetranione, antico generale delle legioni dell'Illirico, intesa la morte di Costante, lasciossi da queste acclamare augusto; e in Roma Popilio Nepoziano, nipote di Costantino, con un branco di schiavi e gladiatori, carpiva la porpora.
Costanzo dalla guerra di Persia si volse contro gli usurpatori; ricevette al perdono Vetranione che sempre avea fatto mostra d'essere daccordo con lui; a Magnenzio, che già aveva ucciso Nepoziano, diede una delle più sanguinose battaglie che da gran tempo vedesse l'Europa[95]. Costanzo pianse allo sterminio di tanti prodi che avrebber potuto far barriera ai Barbari: Magnenzio, fuggito in Aquileja, sostenne alquanto tempo la guerra nell'alta Italia poi nelle Gallie, finchè a Lione s'uccise (353). Allora Costanzo si trovò unico possessore di tutto l'impero; egli _eterno_, egli _signore dell'universo_: ma era un fiacco, inetto a far il bene o impedire il male, aggirato da eunuchi, i quali, arbitri del nuovo impero come dell'antico erano i pretoriani, ergevano ai primi gradi creature loro, accumulavano ricchezze, impedivano che i lamenti giungessero al monarca, illuso da mendace quadro di prosperità e d'applausi.
Di tali disordini si fanno forti alcuni per dire, — Ecco a che fu ridotto l'impero dal cristianesimo».
Perchè l'illazione reggesse, bisognerebbe dimenticare qual era l'impero pagano; chè è solo dei fatui, allorchè una medicina non risana un infermo disperato, dire che lo ammazzò. Il cristianesimo operava una rivoluzione, non di accademiche speculazioni, ma pratica, volendo mutare la condizione morale, dirigere la volontà e la vita. Non tendeva dunque ad operare sull'opinione per via della pietà, ma viceversa, a penetrare nelle credenze, e da queste nelle leggi quale indistruttibile componente. In mutazioni siffatte, il movimento, non che si arresti alla superficie, investe tutte le azioni e le idee, la società domestica non men che la pubblica, s'intreccia spesso ne' legami della famiglia e dello Stato, sempre alla loro sanzione; talchè l'opinione recente trovasi a petto un ordine legale da abbattere, affezioni da contrastare, abitudini inveterate da rompere, giudizj abbarbicati da revocare in discussione.
Men difficile riuscirebbe la vittoria se i novatori portassero seco un ordinamento bello e compito, una legislazione foggiata sui dogmi che insegnano. Ma il cristianesimo, società spirituale, volta a convincere gl'intelletti e far retti i cuori, più che a sovvertire le relazioni e l'esterior condizione dell'uomo, quando uscì dall'angusto circolo delle chiese non aveva in pronto veruna teorica sociale da offerire agli imperatori convertiti, sicchè trovossi esposto agli inevitabili ondeggiamenti del tirocinio.
I successori pertanto di Costantino trovavano nei precetti del Vangelo e nei consigli della Chiesa di che migliorare le leggi dal lato morale: ma mentre la legislazione civile assumeva spirito cristiano, gentilesca rimase l'amministrazione; il sovrano era ancora identico collo Stato, coll'autorità senza confini rendendo smisurata l'efficacia de' vizj suoi; alla Corte duravano perversi costumi, e raggiri d'eunuchi e cortigiani; le credenze evangeliche rimanevano falsate dal despotismo di teologi coronati. Se v'aggiungete l'irriflessivo ostinarsi di molti nella dottrina dei loro padri; la necessità di rispettare certe forme di reggimento, unico puntello della costituzione di cui erano scalzati i fondamenti; le gravi sventure che percossero l'impero; le dissensioni interne della Chiesa, vi sarà spiegato perchè sì lento arrivasse il finale trionfo di questa, e nella sua visibile attuazione si mescolassero estranei elementi.
Frattanto alla società civile essa ne contrapponeva un'altra, costituita regolarmente ma sovra tutt'altre basi. E poichè gli affari esterni della Chiesa tale importanza acquistano, che senza di essi rimarrebbe inintelligibile la storia, vogliamo esaminarne l'ordinamento allora introdotto; e tanto più che durò dopo scomparso il civile, per dar carattere alla storia moderna d'Italia, e conservasi fino a noi colla stabilità che la Chiesa imprime a tutto.
A una dottrina veramente cattolica, la cui identità resterebbe distrutta per ogni minima deviazione dalla fede comune, era indispensabile un sacerdozio ordinato in modo, da perpetuare la rigorosa conformità di credenze nell'infinito numero di Stati fra cui è divisa la comunità spirituale, indipendenti, distinti di luoghi, di stirpe, di favella; in modo che s'attuasse una civiltà, universale di fatto come di nome. A ciò servì l'unità del sacerdozio, pel quale l'esistenza del potere ecclesiastico rimane assicurata accanto al temporale, senza che l'uno minacci l'altro.
Col sacerdozio s'introduce fin dal principio una distinzione, ignota a Greci e Romani, fra preti e laici. I sacerdoti, destinandosi a speciale servizio divino, ricevevano la missione e la dignità dai vescovi coll'imposizione delle mani. Ogni comunità aveva un solo vescovo, che la propria elezione comunicava ai confratelli con lettere pastorali, ove faceva professione di sua fede: gli uni agli altri poi partecipavansi la lista degli scomunicati, acciocchè nessuno di questi fosse accettato in altre chiese; e davano lettere di raccomandazione (_literæ formatæ_) pei fedeli della propria diocesi che viaggiassero. Così l'universalità moltiplicava le relazioni, potentissimo mezzo d'incivilimento.
Il territorio su cui un vescovo aveva giurisdizione, chiamavasi diocesi, con nome dedotto dalla nuova distribuzione imperiale. Più tardi a molti vescovi fu preposto un metropolita, col titolo d'arcivescovo o di patriarca, che li consacrava, convocava a sinodi, rivedeva le loro sentenze. Ne' primi secoli non appajono altri patriarchi che a Roma, Alessandria, Antiochia.
La chiesa di Roma, oltre esser eretta nella maggior città d'allora, vantavasi fondata avanti ogn'altra di Occidente, e dal maggiore degli apostoli, e bagnata del sangue di esso e di san Paolo; onde consideravasi capo della gerarchia il vescovo di essa, malgrado che gli altri patriarchi ora ad ora competessero: ma almen nella pratica, la primazia teneasi piuttosto d'ordine e dignità, che di potere o giurisdizione. Quando la Chiesa universale fu legalmente riconosciuta, e potè congregare i suoi rappresentanti, e pubblicare decreti per tutto l'impero, l'autorità della romana sede fondossi sopra atti legittimi, emanati dalla potenza ecclesiastica d'accordo colla civile[96], e s'andò via via fortificando anche esteriormente.
La comunanza dei beni, possibile in società ristretta, perdette opportunità appena la Chiesa fu dilatata; e i proseliti poterono conservare i loro beni ed aumentarli ciascuno col traffico, l'industria, le eredità, solo obbligati a soccorrere i fratelli poveri, e ad un'offerta nelle ebdomadali o mensili adunanze, pel culto o per opere di pietà. Il denaro raccolto custodivasi dal vescovo, e tre porzioni generalmente se ne facevano: la prima a sostentamento del vescovo e del clero; la seconda al culto e ai banchetti di carità; l'ultima ai poveri, pellegrini, schiavi, carcerati, a salvar la vita e l'anima degli esposti, a quelli che soffrissero per la giustizia. N'erano dispensieri i diaconi; nè lontananza di provincie, nè diversità di nazione limitava la carità, anzi neppure la differenza di religione. Essendo dalle leggi imperiali interdetto ai collegi e corpi il possedere fondi senza dispensa del senato o del l'imperatore, le chiese non n'ebbero se non sullo scorcio del secolo III. Dall'editto di Costantino ne ricevettero ampia facoltà, e allora cessarono di trarre unico sostentamento dalle limosine dei fedeli.
Gli ecclesiastici dapprima vestivano non altrimenti de' laici, per la necessità di nascondersi; ed abito consueto a' Cristiani era il mantello filosofico sopra la tunica, quale con poca varietà conservasi tuttora dagli ecclesiastici. La maestosa toga già cadeva in disuso sotto Augusto[97], riserbandosi solo a certe comparse, per quanto egli e più tardi Adriano tentassero richiamarne l'usanza: smessa poi affatto nel dechino dell'impero, dell'antico vestimento serbarono traccia soltanto gli ecclesiastici, i quali in tal modo vennero a trovarsi addobbati diversamente dalla comune de' cittadini.
Ciascuna _plebe_ poi eleggeva i proprj sacerdoti: fra questi cernivasi il vescovo, cercando appartenesse alla diocesi medesima, onde conoscesse il suo gregge, ma del resto prendendolo dovunque si trovassero scienza, virtù, opportunità alle circostanze; e popolarmente era pure eletto il romano pontefice. Per decidere sui dubbj, o per refocillarsi di fede e di carità, si radunavano in sinodi particolari, ovvero in generali.
Era dunque la Chiesa costituita in monarchia elettiva e rappresentativa, colla libertà e l'eguaglianza accoppiando l'assoluta obbedienza dovuta al capo, benchè tolto dal popolo: nè altro culto al mondo seppe coordinare una gerarchia in modo, da potersi svolgere ed ampliare indefinitamente, eppur rimanere sotto ad una magistratura suprema ed infallibile in diritto e in fatto. Re e sudditi, individui ed assemblee non sono sommessi che alla legge di Dio, promulgata e interpretata dalla Chiesa, a cui egli disse, — Chi ascolta voi, ascolta me; pascete le mie pecore; ciò che voi sciorrete sarà sciolto, ciò che legherete sarà legato»; onde l'autorità e l'obbedienza rimangono del pari nobilitate; ai popoli s'impone un'autorità scevra d'ogni violenza, e tale che lo spirito vi s'inchina senza che il cuore s'avvilisca; giacchè, parlando dall'alto, obbliga eppure non costringe.
La potenza morale de' pontefici, divenuta poi efficacissima nel medioevo, riducesi, come quella de' prischi tribuni, a una negazione protettrice, impedendo si conculcassero la giustizia e la moralità. Come un pretore romano, il pontefice pacifico e inerme decide, secondo equità, le dissensioni, che l'interesse o l'ambizione suscitino fra i credenti; come un censore, ammonisce gl'ingiusti ed i violenti; come un tribuno, protesta a favore degli oppressi. I suoi ministri, recisamente distinti da quelli dell'ordine temporale, sono obbligati all'universale insegnamento, epilogato in simboli noti a tutti, ed esposti al cherico, al laico, all'incredulo: il che impedisce del pari e l'esclusività delle Caste orientali, e il vacillamento dei moderni Riformati. Il sacerdote accostandosi al sovrano siccome deputato della monarchia della Chiesa, rammenta l'eguaglianza di tutti e la preferenza dovuta ai poveri; accostandosi al popolo, predica la ragionata soggezione.
I primi pontefici, dopo sudato tutta la vita a serbare pura la fede e incoraggiarne i confessori, l'avevano suggellata col proprio sangue. A Pietro succedettero (67) Lino volterrano; Anacleto romano; Clemente romano, già compagno di san Paolo, e di cui ci rimangono due lettere ai Corintj (100); Evaristo siro; Alessandro romano; Sisto della gente Elvidia, che introdusse il digiuno della quaresima; Telesforo di Turio, cui si attribuisce il _Gloria in excelsis_ (139). Di Igino ateniese, Pio d'Aquileja, Aniceto d'Ancisa, Sotero di Fondi, non è ben certo, non che il tempo, l'ordine di successione (177). Eleuterio di Nicopoli narrano mandasse missionarj nella Bretagna. Lo zelo di Vittore africano (193) fu temperato dai prelati occidentali, affinchè non segregasse dalla Chiesa i vescovi d'Asia per la quistione sul tempo in cui celebrare la pasqua. Calisto della gente Domizia (249), succeduto a Zefirino romano, dicono scavasse il famoso cimitero lungo la via Appia, che vi fossero tumulati censettantaquattromila martiri e quarantatre papi. Seguono Urbano e Ponziano romani (253), Antero di Policastro, Fabiano, Cornelio, Lucio, Stefano romani: quest'ultimo ebbe dispareri con san Cipriano. Poi Sisto II ateniese (257); Dionisio di Turio, de' cui scritti ci rimane qualche frammento; Felice romano; Eutichiano da Lucca; Cajo Dalmata; Marcellino romano; Marcello romano (304), di cui la severità e le contraddizioni sono attestate dall'epitafio che san Damaso ne scrisse. Pochi mesi durato papa Eusebio calabrese, gli successe Melchiade o Milziade africano (311], indi Silvestro di Roma [Sidenote: 314), sotto il quale avvenne il fortunato cambiamento degl'imperatori.
Tardi si narrò che Costantino, mondato dalla lebbra e battezzato da questo pontefice, cedesse a lui ed ai successori la sovranità di Roma, dell'Italia e delle province d'Occidente. L'atto, forse foggiato nell'VIII secolo e inserito nelle Decretali del falso Isidoro, parve assegnare remotissima antichità e legittimo principio alla dominazione temporale dei papi. Pure sin dal secolo XII ne fu impugnata l'autenticità, poi Lorenzo Valla l'abbattè con ragioni, cui i leali difensori della santa sede furono i primi ad assentire. Costantino dotò bensì lautamente le chiese di Roma; ed un catalogo, comunque imperfetto[98], enumera le rendite che da case, botteghe, fondi, giardini traevano quelle di San Pietro, San Paolo, San Giovanni Laterano, sommanti a ventiduemila aurei, oltre quantità d'olio, lino, carta, aromi, frutti. Pure i pontefici anche dopo il trionfo perseverarono in umile tenore di vita, non aspirando a regnare su questo mondo, ma a darsi specchi di costante virtù.
Tosto però che le cose del cielo toccano queste umane, partecipano della pervertita loro natura. Nella Chiesa, da perseguitata divenuta dominante, a folla entrarono Pagani, non sempre per intima convinzione, nè dopo lottato col raziocinio, colle passioni, coll'abitudine, cogl'interessi; ma sovente per conservare le cariche o il favore, o per cupidigia de' privilegi e delle ricchezze sacerdotali: di che i costumi de' Cristiani peggiorarono, e i vizj dell'antica s'insinuarono nella nuova religione. Trista pittura de' costumi dei prelati fa Ammiano Marcellino, ma siccome uomo che del cristianesimo non conosce se non l'austera semplicità, senza avvertire come già acquistasse ingerenza civile, e in conseguenza dovesse mostrare pompe esteriorj, suntuose solennità, ricevere tributi, avere possessi, co' privilegi e coi pericoli che gli accompagnavano.
In Oriente si era meno ammazzato e più discusso; laonde, se rapido germogliò il cristianesimo, insieme nacquero dubbj e novità, e quella serie di dissensi che rampollano da ogni verità tosto che sia seminata in mezzo agli uomini, dove può restare contaminata da amici, da nemici, dai mezzi stessi di cui l'uomo è costretto valersi per propagarla, cioè la parola e la scrittura. Quindi nuova nè sempre incruenta persecuzione cominciò alla sposa di Cristo, la quale, sicura omai della costanza dei martiri, doveva temere la seduzione dell'errore, e travagliarsi a conservare nell'apostolica integrità questo vasto simbolo della rivelazione, di cui ogni parte, ogni parola corrisponde al tutto.
Al nostro libro non appartiene di toccarne se non quanto concerne l'Italia, e quanto operò sui pubblici avvenimenti; perocchè le eresie, che dapprima erano dispute di scuola, giunsero ben presto a sconvolgere la politica: e la più clamorosa fu l'Arianismo.
Cristo nulla scrisse. Che gli Apostoli, prima di spargersi a predicare alle nazioni, abbiano fra sè combinato il simbolo della fede comune, quale ci fu tramandato col titolo d'_Apostolico_, è pia credenza[99]. Un'esposizione generale e compita del dogma non si aveva; e la dichiarazione di fede consisteva nell'escludere dalla comunione d'una chiesa chi credesse altrimenti, cioè chi alla verità generale surrogasse una restrizione di particolar suo giudizio.
Di siffatta guisa erano stati combattuti i primi errori intorno alla natura divina, dove alcuni aveano sostenuto l'unità astratta della sostanza di quella, fino a negare ch'essa si svolgesse in tre persone; alcuni eransi abbandonati alla vaghezza d'idee platoniche, analoghe alle cristiane sul Verbo; altri aveano posto troppa differenza tra il Padre e il Figliuolo, o formandone un dio distinto, o riducendolo a un uomo, nel quale per alcun tempo si fosse incarnata una virtù celeste, una sostanza divina. Da che il mondo omai apparteneva a Cristo, viepiù importava di conoscere chi e quale egli fosse. Ario, prete d'Alessandria d'Egitto (312), pretese spiegarlo; ma mentre gli ortodossi tengono Cristo come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente coll'eterna sua attività, della medesima sua sostanza (ὁμούσιος), Ario vi riconosceva la forza, la verità, l'avvenire, ma non voleva identificarlo con Dio, e ne formava un essere distinto, di sostanza analoga (ὁμοιούσιος) a quella di Dio, una creatura tipica, che Dio generò per servire di modello agli uomini.
Erudito in quanto erasi detto prima di lui, con sottilissima dialettica, stile splendido e fin lezioso, arguta industria d'insinuarsi negli spiriti, perseveranza di aspettare, accorgimento di cedere a tempo, e rimanere nella Chiesa nel mentre la sovvertiva, faceva libri e poemi popolari, entrava nelle case confabulando, e — Avete voi (domandava alle donne), avete avuto figli prima di partorire? così neppur Dio potette averne uno prima che il generasse». Da questa triviale comparazione molti restavano convinti che il Padre dovess'essere anteriore al Figliuolo.
Già allora non pochi teneano che, nella forma della dottrina, nulla vi fosse di assoluto, e tutto dipendesse dal riflesso d'una certa modificazione del sentimento, e che le differenze della Chiesa non fossero se non varianti maniere di vedere dell'intelligenza cristiana: sicchè gl'istinti razionali dirigeansi a favore di Ario, il quale al mistero opponeva il senso comune: i tanti che, sull'esempio di Costantino e della Corte, si erano convertiti prima di vincere sè ed il mondo, abbandonavansi alla rilassatezza nel credere, alla svogliatezza nel cercare il vero: lo scarso studio agevolava l'errore, e a gente inavvezza alle sublimi audacie dell'ideale, riusciva più facile rappresentarsi Gesù nella sua vita e morte qual profeta, che qual dio; tanto più che, con tale spediente, le dottrine comunicate dall'alto per suo mezzo conservavano il valore dogmatico, mentre all'unità di Dio non restava più questa nube della triplicità di persone.
Ma se l'autore del cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autore delle cose, quei che l'adorano sono idolatri, o riconoscendo due Dei, ricascano nel politeismo; Cristo non è più il tipo a cui l'uomo dee conformarsi per meritare, lo che costituisce la base del cristianesimo pratico; e perduta la fede del mediatore divino, trova novamente fra sè e Dio quell'abisso che ne lo separava nei secoli pagani. La dottrina di Ario feriva dunque l'essenza del cristianesimo. Inoltre, per conservare la società e per migliorare i costumi e la condizione civile, allora più che mai faceva duopo di opere; e per operare bisogna credere; e per credere bisogna ammettere un'autorità infallibile. L'egoismo avea sfasciato la società romana; il sacrifizio dovea ricostruirla, e per sagrificarsi bisogna non dubitare dello scopo dei proprj sforzi. Ben è dritto dunque se tanta importanza attribuì la Chiesa ad un'eresia che intaccava le basi della fede, l'appoggio della speranza, il nerbo della carità.
L'introdursi d'una nuova religione avea spezzato l'unità politica romana, sicchè gl'imperatori a ferro e fuoco vollero distruggerla; ma cresciuta tanto da divenire prepollente, Costantino la favorì per ricomporre l'unità in senso cristiano. Erasi appena avviata, quand'ecco il cristianesimo scindersi in parti; ecco sconnettersi quella fede, che della propria unità avea sempre fatto arma trionfante contro la Babele delle opinioni gentilesche.
Costantino, che dapprima l'avea sprezzata come un problema irresolubile a raziocinj umani, si accorse quanto seria si rendesse la querela sì pel pericolo della fede, sì pel calore sedizioso con cui era agitata: persuaso però che la Chiesa nelle credenze non dev'essere regolata che da se stessa, indicò un'adunanza, non più particolare, ma universale. Ora che voleasi accogliere tutto il mondo romano nella comunione cristiana, non bastavano parziali decisioni; ma la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente ristabilita nell'unità, dovea mostrarsi una in un concilio ecumenico, e in questo chiarirsi del comune consenso, e stabilire qual credenza tenere sopra il punto essenziale del cristianesimo, la natura del Verbo.
Pertanto a Nicea di Bitinia (325) convennero i vescovi di tutto l'impero, in numero di trecendiciotto. Molti di loro portavano sul corpo le gloriose stigmate del martirio, sostenuto per la fede che allora venivano a difendere colla parola; altri rendeva illustri uno speciale dono di santità, di miracoli, di dottrina; e fra loro primeggiavano da una parte Ario, attentissimo ad ogni opportunità di far trionfare la sua causa; dall'altra Atanasio, diacono poi vescovo d'Alessandria, per lunghi anni il campione più fervoroso della parte ortodossa. Silvestro papa vi mandò legati; varj laici vennero ad appoggiare colla dottrina l'una o l'altra causa; e lo stesso imperatore vi comparve colla maestà richiesta da tale assemblea.
Qui cominciossi a contendere di testi, di ragioni e di cavilli; per sottrarsi ai quali fu adottata una parola platonica, dichiarando che il Figliuolo è _consustanziale_ (ὁμούσιος) col Padre; fu compilato un simbolo, e condannati Ario ed i suoi[100]. Le decisioni del concilio furono notificate a tutto l'impero; e Costantino moltiplicò lettere in tal senso, ed esigliò Ario. Ma questo, inesauribile di spedienti, ora esclamava contro l'introdurre nel dogma una parola sconosciuta alle sacre scritture, o contro la presunzione di definire assolutamente sovra punti imperscrutabili; ora propugnava le opinioni sue davanti a nuovi concilj; ora con capziose professioni di fede sorprendeva l'imperatore, infelice teologo: il quale al fine ordinò al vescovo di Costantinopoli di ricevere Ario alla comunione. Questi però, mentre recasi alla chiesa, è preso da colica e muore (336).
Non che spegnersi con lui, l'incendio divampò: diciotto simboli in pochi anni pubblicarono gli Ariani, i sinodi particolari decidevano un contrario all'altro, s'avvicendavano le persecuzioni; e gl'imperatori succeduti a Costantino, e adombrati del potere conceduto da questo alla Chiesa, propendevano per la fazione che gl'invocava. Costanzo II perseguitò accannitamente sant'Atanasio, che instancabile parlava, agiva, scriveva, passava da Oriente in Occidente, dai deserti di Libia alla sede di Roma per far trionfare la verità. Papa Liberio romano, succeduto a Marco e Giulio romani anch'essi, sosteneva Atanasio e le decisioni del concilio Niceno (352); ma per ciò Costanzo, o piuttosto i suoi eunuchi il tolsero a perseguitare, e coltolo nottetempo, il trasferirono a Milano (356), indi il confinarono a Berea nella Tracia; ma nulla il divolse dal proponimento.
E violenza era in ogni dove; per bandi imperiali, chiunque sostenesse la parola _consustanziale_ era marchiato in fronte, espulso di città, confiscati gli averi; i Cattolici comunicassero cogli Ariani, o guaj; date a questi le chiese e le pubbliche dotazioni; in Roma si veniva alle mani per la consustanzialità, come un tempo pei diritti del popolo; e i soldati, «cattivi apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la persuasione» (ATANASIO), pretendevano imporre la fede. Ma intanto riconosceasi qualcosa di nuovo nel mondo romano; il vessillo della Chiesa sventolava di fronte a quel della terra: la Chiesa proclamava un'autorità superiore alle umane, e da cui queste ritraggono; Cesare rispondeva colla spada; ma gli ecclesiastici ne aspettavano imperterriti il colpo, sostenuti dal popolo e dal rappresentante di questo, il pontefice.
Frattanto i fedeli, privi di pastori, esitanti nelle coscienze, sottoposti a vescovi non eletti da loro e non conosciuti, alzavano concordi lamenti. Allorchè Costanzo venne a Roma, una nobiltà di matrone in addobbi sfarzosi gli si presentò, invocando — Restituisci alla sede papale Liberio, giacchè nessuno entra nelle chiese dacchè vi sta Felice a lui surrogato». L'imperatore accondiscese, purchè Liberio convenisse nel parere de' vescovi; ma quando tal concessione fu proclamata nel circo, il popolo, che in Italia non aveva disimparato le democratiche manifestazioni, raccolse a scherni, dicendo: — La Chiesa è forse un anfiteatro, dove fare due fazioni? Un solo Dio, un solo Cristo, un vescovo solo».
Pure i soliti artifizj de' prelati greci, affinati alla Corte e nelle scuole, prevalsero nel concilio di Rimini (358); quattrocento vescovi furono tratti a firmare una formola di fede, la quale condannava chi dicesse, il Figliuolo di Dio essere creatura eguale alle altre; formola che, sotto sembianza di verità, implicava che Cristo fosse creatura. All'insistente persecuzione non seppe resistere Liberio; e in un istante di debolezza, affine di esser restituito alla sua sede, sottoscrisse un simbolo in senso ariano, o più veramente la condanna d'Atanasio[101].
San Girolamo potè allora dire che il mondo stupì di trovarsi tutto ariano: vent'anni di durata toglievano a quest'opinione la taccia di nuova; il papa vi aveva aderito, non cercavasi per quali arti, nè se subito si ritrattò: laonde si poteva credere imminente la caduta della fede Nicena, un concilio ecumenico si sarebbe ingannato, avrebbe mentito la parola di Cristo. Ma Atanasio, non che disperare, sbucato dal settenne nascondiglio, si scagliò non contro i prevaricatori, bensì contro la forza che li traviava; tosto i Padri illusi protestano contro l'errore; e nel concilio d'Alessandria vien rintegrata la dottrina cattolica.
Invece di risecare tante vane quistioni, le fomentava Costanzo, non assodando per fede, ma turbando per curiosità la Chiesa, e intanto lasciando mal capitare l'impero.
CAPITOLO XLIX.
Giuliano. Riscossa del Paganesimo.
Dallo sterminio della famiglia imperiale (pag. 164) erano campati Costantino Gallo e Claudio Giuliano nipoti di Costantino, che furono educati principescamente. Gallo tentò signoria (354), onde fu condannato e ucciso. Giuliano dissimulando sguisciò dal pericolo; e messo ad onorevole esiglio in Atene, assunse il vestire e i modi de' filosofi, alle cui arti intendeva da lunga pezza. Eusebia, moglie di Costanzo II, nelle mille occasioni che ad ogni donna si presentano e che la scaltra fa nascere, insinuava nelle grazie del marito il giovane Giuliano; e poichè i nemici d'ogni parte irrompevano, Costanzo, sentendosi incapace di tener testa, concesse a Giuliano il titolo di cesare (355), la mano di Elena sua sorella, ed i paesi di là dall'Alpi. I soldati, la cui approvazione allora bastava, la diedero in Milano, battendo dello scudo contro i ginocchi, pieni di fiducia nella virtù del giovane venticinquenne. L'ombroso imperatore gl'impose per iscritto il modo di contenersi, e fin le spese della tavola; non gli permise di fare il donativo ai soldati, nè lo fece egli stesso; e lo circondò di servi e cortigiani che, in aspetto d'ossequio, limitavangli la libertà degli atti, delle parole, fui per dire del pensiero.
Lasciato lui a guardia dell'Occidente, Costanzo si voltò all'Asia; ma prima volle veder Roma, dove ricevette gli onori trionfali e gli omaggi servili dell'antica metropoli del mondo, alla quale tributò ammirazione, e ne crebbe gli ornamenti coll'erigere nel Circo l'obelisco egizio, che ora grandeggia sulla piazza del Laterano. Guerreggiò i Barbari prosperamente, e con minor fortuna i Persiani.
Basso di statura, grosso di collo, spalle larghe, tra cui affondava la testa, agitata da frequenti moti involontarj; arruffata la capigliatura, occhi vivi ma stravolti; prolissa, ispida, impidocchiata la barba; irsuto il petto, sucide le mani, lunghe le ugne; in compenso, faticante di corpo e ardito d'animo, memoria pronta e tenace, ingegno arguto, piacentesi in sottili quistioni; parlare facile e naturale, men volentieri in latino che in greco; buono e dolce nel fare, intrepido ne' pericoli: tale era Giuliano. Cresciuto prima in un carcere cortese, poi fra gli ozj ringhiosi delle scuole e sui libri, quando rase la barba e depose il mantello per assumere il paludamento di cesare, parve strano e ridevole a' cortigiani di Costanzo. Ma dalla sventura e dai libri aveva imparato temperanza, continenza, amor della fatica, disprezzo del fasto. Vestiva poco meglio che soldato, dormiva sopra un tappeto steso sul terreno, e nel fitto della notte sorgeva per attendere agli affari o agli studj; poi l'eloquenza appresa dai retori adoprava nel calmare o dirigere le passioni della turba guerresca; le nozioni di giustizia attinte dai sofisti applicava a districare i litigi avviluppati, quantunque poco versato nella giurisprudenza; univa l'arte di scegliersi buoni consiglieri, e la docilità di confidarvisi. Tre volte passò il Reno per portar guerra rotta ai borghi che i Germani vi fabbricavano ad imitazione de' nostri; e obbligatili alla pace, menò di qua ventimila prigionieri redenti. I Franchi, di più formidabile valore, riuscì a snidare dalla Gallia (357), di cui ricostruì le città, e fortezze e navi dispose coi materiali somministrati per patto dai Germani e coll'opera delle legioni e degli ausiliarj.
Alla Corte imperiale i buffoni, fastidiume d'ogni età, proverbiavano questo soldato filosofo, le sue sinistraggini e lo strano vestire, paragonandolo a uno scimiotto, a una talpa, a un caprone, e facendone la parodia. Ma allorchè le vittorie impedirono di prenderlo più a gabbo, la beffa si risolse in gelosia; e cortigiani ed eunuchi esageravano le sue imprese per metterne ombra a Costanzo come d'un emulo.
E vi riuscirono. Parendo composte le cose della Gallia mentre cresceva il pericolo in Oriente, Costanzo ne colse pretesto (361) onde togliere a Giuliano le legioni gratificategli dai trionfi, per portarle nella Persia. Moltissimi volontarj d'ogni favella aveanvi dato il nome col patto di non passare mai le Alpi; nè la tutela della gloria romana era motivo efficace su' Barbari. Amorosi di Giuliano quanto aborrenti dalla disastrosa marcia e dal campeggiare in terre sconfacenti e con nemici nuovi, si gettarono all'unica via che restava per non abbandonare la patria e lui, la ribellione, e gridarono augusto Giuliano. Questo seppe procurare all'infedeltà la scusa della violenza; e ne' suoi scritti giura per Giove, pel Sole, per Marte, per Minerva, per tutti gli Dei, che della cospirazione non ebbe sentore. Altri assicurano che sinceramente vi resistette finchè, avendo preso sonno, gli comparve il genio dell'Impero, istantemente rimproverandolo di mancante coraggio: Giuliano destatosi pregò di cuore Giove, il quale con manifesto augurio gli ordinò di rassegnarsi al voler del cielo e dell'esercito.
Fatto è che egli regalò di cinque monete d'oro e una libbra d'argento ciascun de' soldati che gli aveano usato quella violenza: poi avventatosi ad atti che gli toglievano di più riconciliarsi con Costanzo, si accinse alla guerra, confidando negli Dei immortali. Colle celeri marcie che spaventano gli avversarj e trascinano gli esitanti, a giornate crescendo di gente, riceve l'omaggio dell'Illiria, dell'Italia, della Grecia; e traversato il monte Emo, s'accosta ad Adrianopoli. Apollo avevalo assicurato della morte di Costanzo, il quale infatti consunto da lenta febbre risparmiò una guerra civile.
Costantino, ingegno mediocre, meritò insigne posto nella storia secondando il progresso delle idee e coordinandole ai fatti. Or ecco un uomo di splendide qualità riuscire meschino coll'affaticarsi a rimorchiare il mondo verso un passato irremeabile; col ripetere in mille toni: — Schiviamo le novità».
Associata nella giovine testa l'idea di Costanzo suo oppressore con quella dei Cristiani, Giuliano li confuse in un odio comune; stomacato dagli inesplicabili litigi sull'arianismo, nojato degli obbligati esercizj di pietà, ribramò il culto antico, sotto del quale l'impero aveva raggiunto il colmo, e le lettere prodotto lavori immortali. Gli accarezzavano questa inclinazione i sofisti, che ristrettisi a ripetere la parola vecchia, nulla capivano dello spirito recente, e che il lusingavano colla speranza di future grandezze. Ha un bel ridire che egli disprezza la gloria, ma da ogni atto Giuliano lascia trasparire filosofica ostentazione; qualunque azione sua egli narri, ne dà per ragione che così doveva un filosofo; qualunque sua virtù era un calcolo, un esercizio scolastico, una parata.
Aggiungerei anche un'impostura. Noi rispettiamo le convinzioni religiose; ma potremmo compatire Giuliano che, mentre lusinga gl'idolatri colla speranza d'una ristorazione, continua a fingersi cristiano per conciliarsi ora l'imperatore, ora i soldati, comunica con questi nella solennità del Natale, adempie le solenni cerimonie? Que' numi suoi compajono troppo a proposito nei casi decisivi di sua vita; per essi giura non aver nodrito ambizione; ad essi imputa la sua ribellione; con aruspici e indovini passa ore ed ore almanaccando sull'esito de' suoi tentativi. In queste vanità stava occupato allorchè gli giunse la morte di Costanzo (11 xbre); onde padrone incontrastato dell'impero, pensò effettuare le promesse tante volte date ai fautori dell'idolatria.
Ripetemmo come Costantino si fosse creduto obbligato a riguardi co' partigiani di essa, ed a palliare col nome di tolleranza la protezione conceduta al cristianesimo. I figli suoi, col vantaggio di chi viene secondo, e nell'età che tiene minor conto degli ostacoli, ardirono di più, ma non tutto. La legge del 341 ordina che «cessi la superstizione, si abolisca l'infamia de' sacrifizj»[102]; ma non vi annette pena, e Magnenzio la abrogò, sperando acquistarsi fautori. Costanzo II, trovatosi unico padrone, decretò fosse interamente abolita l'idolatria, pena la vita[103]; pure nulla intraprese contro il culto antico. Può darsi che i Cristiani de' decreti contrarj all'aruspicina ed ai riti segreti e divinatorj profittassero onde molestare i sacerdoti pagani; ma l'esecuzione misuravasi all'arbitrio de' magistrati. Laonde troviamo sussistere e tempj e sacrifizj in Occidente, e in ispecial modo a Roma; alla Sibilla di Tivoli chiedevansi ancora oracoli; se i venti contrariassero la flotta portatrice del grano, la plebe strascinava i magistrati ad Ostia affinchè sagrificassero sugli altari di Castore; i sacerdoti Salj menavano cogli scudi caduti dal cielo le frenetiche carole, per quanto derisi dai Cristiani; libazioni d'umano sangue continuavansi a Giove Laziale sul monte Albano; sussistevano le varie gerarchie sacerdotali; sotto la sanzione delle leggi riposava ancora il voto di castità delle Vestali; si eressero anzi nuovi tempj alle divinità già ferite a morte[104]; e, al dire di Lattanzio, nuovi numi ogni giorno nasceano[105]. Ma agli altri prevalsero Cibele e Mitra.
Dicemmo come, fervendo la seconda guerra punica, fosse dalla Frigia introdotto a Roma il simulacro della Madre Idea; i cui sacerdoti, chiamati Galli, fanaticamente danzando e cantando sul cimbalo, erravano di terra in terra, traendosi dietro la turba, meravigliata dello strano vestire, della scurrile devozione, dei prestigi, in cui erano destrissimi. Scostumati, ignoranti, golosi, scrocconi, non sarebbonsi attirato che lo spregio, se non avessero acquistato forza dal trovarsi disposti in compatta ordinanza sotto un arcigallo.
Il culto che da antichissimo a Mitra prestavano i Persiani, andò alterato da eterogenee mescolanze: i nuovi Mitriaci esigevano rigide macerazioni, e da chi aspirava a' gradi più sublimi, la verginità e il celibato. Insinuatosi, non si sa quando, nel Campidoglio, crebbe sotto gl'imperatori, ed eccedeva fino a sagrifizj umani. Per diversi gradi compivasi l'iniziazione a quei misteri. Il supremo capo a Roma chiamavasi _pater patrum_; avea sotto di sè il _pater sacrorum_ e gli ordini inferiori, intitolati il corvo, il grifo, il soldato, il leone, il perseo, l'eliodramo. Erano cerniti i più fra l'aristocrazia, sebbene nelle molte iscrizioni che ricordano criòboli e tauròboli, cioè sacrifizj d'arieti e di tori, si trovi ben di rado ornato di que' titoli il capo dello Stato, cioè della religione nazionale. I neofiti ricevevano una specie di battesimo, s'imprimevano dei segni in fronte, beveano farina stemprata nell'acqua, con certe formole rituali. Nei sotterranei del Campidoglio aprivasi il principale tempio di Mitra; all'equinozio di primavera se ne celebravano i misteri; ma con maggior festa il _natale del Sole invitto_ ai 25 dicembre: lo perchè i padri della Chiesa occidentale scelsero questo giorno a solennizzare la natività di Cristo, vero sole, la quale in Oriente festeggiavasi il 6 gennajo, giorno colà sacro ad Osiride[106]. Tali particolarità raccogliamo dai Cristiani che impugnarono quel culto; e le somiglianze sue con quello di Cristo indussero alcuno de' filosofi antichi e de' razionalisti moderni a sostenere che questo derivasse da quello i misteri e i riti.
Oltre queste novità, duravano ancora molte forme del gentilesimo nazionale, care a un popolo così tenace delle costumanze avite. Alla elezione dell'imperatore Probo, il senato volgeva ancor la preghiera alle grandi divinità: — O sommo Giove, o Giunone regina del cielo, o Minerva protettrice delle virtù, o Concordia, o Vittoria romana, accordate ai senatori, al popolo romano, ai soldati, agli alleati nostri, agli stranieri la grazia di veder Probo regnare come ha combattuto». Un calendario del 354 dopo Cristo o circa, descrive le feste profane che si devono celebrare giorno per giorno[107]. Da recenti scavi dell'anfiteatro di Capua uscì un'iscrizione del 387, ove Romano Giuniore sacerdote enumera le solennità pagane da lui celebrate quell'anno: e sono _vota_ al 3 gennajo per la salute del principe; _genialia_ in febbrajo, tre lustrazioni per le sementi; _rosaria_ in maggio; feste vendemmiali all'uscire di ottobre; e così via. Un viaggiatore del 374 trova «in Roma sette vergini nobili e chiarissime, che per la salvezza della città compiono le cerimonie degli Dei secondo l'uso degli avi»; e soggiugne che «i Romani onorano gl'iddii, e spezialmente Giove, il Sole, Cibele»[108]. Di quel torno stesso abbiamo l'arida nomenclatura delle vie e degli edifizj di Roma, fatta da un Publio Vittore e un Rufo Festo, dove riscontriamo cencinquantadue tempj e cennovantuna cappelle.
— Alle calende di gennajo tutti levansi buon'ora e si corrono incontro ciascuno con regalucci chiamati strenne: agli amici si fa un dono prima di augurare il buon giorno, si premono le labbra, stringonsi la mano, non per ricambiare espressioni d'amicizia, ma per farsi pagare le cortesie dell'amicizia. Così al tempo stesso abbracciano e tastano un amico...; poi tornando a casa, portano rami, come se avessero presi gli augurj, e riedono carichi dei doni raccolti, senza accorgersi che sono altrettanti peccati». Così predicava Massimo vescovo di Torino, il quale non pensò gittar invano il suo zelo in confutare quelli che credevano in Venere, in Marte, negli altri Dei, lamentandosi che i magistrati non facessero adempiere, nè i Cristiani osservassero gli editti imperiali attorno al culto; esortava ripetutamente ad abbattere gl'idoli ne' contorni di Torino, vietare i sagrifizj intemperanti o crudeli, non credere a maghi o a coloro che vantano di potere coi carmi trarre dal cielo la luna[109].
Gaudenzio vescovo di Brescia, seguitando l'esempio di Filastro suo predecessore, combattè vigoroso l'idolatria nella sua diocesi; e — Voi, neofiti, chiamati al banchetto di questa pasqua mistica e salutare, badate bene di conservar le anime monde dagli alimenti contaminati dalla superstizione pagana. Non basta che il vero Cristiano respinga da sè il pascolo avvelenato dai demonj; bisogna ancora che sfugga tutte le abominazioni dei Gentili, tutte le frodi degl'idolatri, come si fugge il veleno vomitato dal serpente infernale. L'idolatria si compone d'incanti, di presagi, d'augurj, di sorti, di tutte le vane osservanze; e inoltre di quelle feste chiamate _parentali_, per cui mezzo l'idolatria sa rianimar l'errore. Di fatto gli uomini, cedendo alla gola, cominciarono a mangiar i cibi che avevano imbanditi pei morti, poi non temettero di celebrare a onor loro sacrileghi sacrifizj, per quanto sia difficile a credere che adempiano un dovere verso i loro morti quelli che, con mano tremolante per l'ubriachezza, ergono il desco sui sepolcri, e dicono a chiara voce, _Lo spirito ha sete_. Ve ne supplico, astenetevi da questi atti, chè Dio sdegnato non abbandoni al furor dell'inferno i suoi sprezzatori e nemici, reluttanti al suo giogo».
Abondio, vescovo di Como, col risuscitare un fanciullo morto toglieva dal gentilesimo il principale signore di quella città. Benchè sia attribuita a san Romolo la conversione di tutta l'Etruria al tempo di Costantino, numerose iscrizioni attestano che il culto idolatrico sopraviveva in Firenze, a Pisa, a Volterra, a Rimini. Giove e la Fortuna Pubblica erano adorati a Spoleto, Vesta ad Alba, Castore e Polluce nell'isola Sacra presso Ostia, Nettuno in questa città; Anzio, Preneste, Velletri, Terracina, Narni consultavano e riverivano gli Dei antichi; in Ardea continuavasi il culto della madre degli Dei; Napoli era la metropoli del paganesimo dell'Italia meridionale. Con tanta ostinazione si conservavano le viete osservanze! E più ancora nella campagna, donde venne il nome di paganesimo (_pagus_); sicchè i missionarj osavano appena staccarsi dalle città.
Per isvecchiare l'antico si era tentato innestarvi i culti orientali, con una tolleranza che degenerò in grossolano sincretismo. L'arguto Luciano mise in burletta l'affaccendamento di Mercurio per trovar posto nell'Olimpo agli Dei che v'arrivano in folla dalla Persia, dalla Scizia, dalla Tracia, dalla Gallia; e il dispetto con che i vecchi guatavano cotesta gentaglia nuova, il dio Ati, il dio Sebazio, i Coribanti; Bacco che seco introduce i satiri capripedi, e fin il cagnuolo d'Erigone: Mitra, che giungendo di Media col turbante in testa, adocchia stupido i colleghi, e non capisce quel che dicano, neppur quando trincano alla salute di lui.
Inoltre i filosofi avversavano la nuova dottrina, la cui umiltà mortificava la loro superbia: i sacerdoti che aveano divulgato tanti miracoli e tante baje, or trovavano ridicole le leggende de' Cristiani: i retori erano menati dall'abitudine scolastica e dalla classica educazione a sostenere e imbellire cerimonie senza fede, numi senza vita, e render popolare la causa soccombente, ch'essi patrocinavano tanto più, quanto meno poteano comprendere le sublimità della trionfante. Si tentò dunque opporvi una religione filosofica, impastata di neoplatonismo; e a quell'estremo sforzo per rigenerare la società e il politeismo diede opera principale Plotino di Licopoli. Coll'esercito dell'imperatore Gordiano era venuto in Asia e a Roma, dove si pose a lottar di virtù e di scienza col cristianesimo, e chiese a Gordiano una piccola città della Campania, ove stabilire un governo repubblicano secondo le massime della sua scuola. Non l'ottenne, ma molti seguaci si attirò predicando il distacco delle cose terrene: i ricchi lo costituivano tutore de' loro figliuoli, i litiganti lo sceglievano arbitro, lasciavansi le delizie della città per ritirarsi seco nella solitudine. Altri correano a cercar lumi a Edesio, scolaro di Giamblico: ma anche costoro erano costretti assumere aspetto religioso; ed o impostori contraffacevano le austerità de' cristiani per combatterli; o avidi del vero, eppure sfasciati nel dubbio, riuscivano a pratiche teurgiche e a teorie panteistiche, le meno convenevoli ad una fede pubblica, che vuole un oggetto degno d'amore, di riverenza, di speranza.
Tutti questi aveano occhieggiato con compiacenza Giuliano, che mostravasi disposto a rimettere in onore il culto avito. Compita la poca filosofica sua rivolta, egli getta la maschera; man mano che acquista un paese, vi lascia riaprire i tempj, rinnovare i sagrifizj; egli stesso come sacerdote massimo moltiplica questi a segno, da far temere non venissero meno i bovi nell'impero. Conoscendo troppo che una religione da alcun tempo riposata, anzi seduta sul trono, più non poteva essere combattuta coi supplizj e a spada sguainata, introdusse una persecuzione d'altro genere dalle precedenti; e potè vantare non senza verità d'essersi coi Cristiani mostrato più umano che non il predecessore, il quale tanti n'avea espulsi e morti a titolo d'eresia, mentr'egli restituì agli esuli la patria, i beni agli spogliati, le sedi ai vescovi di qual si fossero setta. Ma operava non per generosità, bensì per iscaltrimento, prevedendo che con ciò susciterebbe tale vespajo, da sovvolgere la Chiesa, e da aprire largo campo alle beffe sue e de' suoi.
Altro pensato attacco fu l'interdire ai Cristiani la elevata educazione; e stando a lui la nomina de' maestri di grammatica e di retorica e fors'anche de' medici, arti liberali stipendiate dall'erario, sbandì dall'insegnamento tutti i Cristiani, per dirigere all'intento suo le prime tanto efficaci impressioni della gioventù, e così o guastarla o escluderla dalle scuole, e preparare alla Chiesa gli erramenti ed il fanatismo dell'ignoranza. Al modo stesso precluse loro tutti gl'impieghi d'onore e di confidenza, munendo ogni aula, ogni bandiera colle immagini idolatriche, cui il fedele non poteva rendere omaggio: la quale esclusione in mano de' subalterni diventava una fiera tirannia, portando sino a negare la giustizia.
Poi egli medesimo scese alla lizza, e nei _Cesari_ e nei _Sette libri contro i Cristiani_ risvegliò quante folli ed esagerate accuse mai si fossero avventate contro di questi, condendole colla beffa, arma terribile perchè vulgare, e perchè dispensa dal ragionamento. Mentre con ciò tendeva ad offuscar la luce, erasi proposto di trovare virtù e verità là dove erano vizio e pazzia, svecchiare le credenze pagane col ritrarle verso i loro cominciamenti, imbellire come simboli ed allegorie ciò che d'empio e di turpe v'aveano introdotto le popolari tradizioni, trarre dagli adulterj di Giove una lezione di morale, e dall'eviramento di Ati un simbolo dell'anima separata dal vizio e dall'errore; Omero doveva essere per lui quel che l'Evangelo pei Cristiani; morale caritatevole, dogmi puri, idee nuove indagando sotto idee antiche e favole sensuali; e foggiando a proprio talento una scientifica superstizione, la quale pretendeva innestare, non già ne' cuori, ma nelle teste degli uomini.
Era egli possibile riformare una religione che mai non possedette principj teologici assoluti, nè precetti morali, nè sacerdotale ordinamento? Vero è forse che ne' misteri tradizionalmente s'insegnasse alcun che di meno materiale che non le oscenità e le ridicolaggini delle cerimonie e delle credenze propalate: ma qualvolta il senato romano volle rinvigorire la fede, nol seppe altrimenti che coll'introdurre numi forestieri, a cui la novità procacciasse devozione. Se un robusto pensatore, conoscente della società fra cui vivea, avesse mai potuto proporsi di rimpedulare il passato, con che spedienti vi si potea accingere? col saldare le istituzioni romane, sostegno della religione in cui erano nate e cresciute; religione del resto tutta politica, nè punto metafisica. Che se Costantino, per sottrarsi all'ascendente di questa, avea mutato la sede dell'impero a Costantinopoli, chi volesse risuscitarla dovea ritornare verso quel focolajo dell'idolatria.
Giuliano, all'incontro, filosofo da scuola, nè tampoco s'accôrse che in Roma sopravivevano un senato ed un'aristocrazia, avvinghiati al culto degli avi; e tutte le sue sollecitudini concentrò sull'ellenismo, vale a dire sopra credenze impotenti da gran pezzo a sostenere il dechino de' costumi e ad invigorire la nazionalità; e pensò affidar l'avvenire del mondo a sofisti, indovini, ciancieri furbi e sprezzati. Con un eclettismo senza buona fede, injettando alla credenza greca sentimenti che mai non v'erano stati o che da secoli erano periti, egli accettava l'unità di Dio: al tempo stesso, avendogli il Sole in visione a Vienna pronosticate le future grandezze, venerò specialmente il _padre Mitra_, e si dichiarò assessore di quell'altro[110]; nelle medaglie si lasciò figurare or da Serapide, ora da Apollo, e dipingere fra Marte e Mercurio; giurava per Serapide[111]; faceva il panegirico della Madre Idea, sgridando cotesti _ridicoli_ che, acuti, ma non sani dell'intelletto, negano fede a ciò che dalle città viene creduto, e preferiscono la croce ai sacri trofei degli Ancili, indubbiamente caduti dal cielo; con una turba di sofisti e teurgici celebrava sacrifizj, rinnovava le spaventose scene dell'iniziazione e l'orrida maestà de' riti in antri cupi, fra tuoni e lampi.
Dopo imperatore e pontefice massimo, non poteva accomunarsi ai sudditi nelle pratiche devote; onde ebbe una cappella domestica sacra al Sole: di statue e altari empì gli appartamenti e i giardini: appena l'astro del giorno apparisse sull'orizzonte, il salutava con un sacrifizio; di nuove vittime l'onorava al tramonto; nè la notte lasciava prive d'offerte la luna e le stelle: ciascun giorno visitava il tempio del Dio, di cui correva speciale commemorazione; poi non isdegnando gli uffizj più bassi, vestito di porpora, in mezzo ad impudichi sacerdoti e a donne carolanti, soffiava nel fuoco, sgozzava di propria mano le vittime, e nelle palpitanti viscere indagava il futuro; si sottopose anche ad un taurobolo, facendosi piovere sul capo il sangue d'un toro scannato. — Con ciò vuol cancellare il carattere impressogli dal battesimo», dicevano i Cristiani, ai quali se volessimo credere, scannò vergini e fanciulli per esplorarne le viscere, e i cadaveri ne furono trovati lui morto: ma il titolo di _apostato_ attribuitogli, bastava a denigrarlo agli occhi di quelli ch'esso perseguitava; onde conviene andar cauti nel credere ai delitti, di cui essi funestano i tre anni del suo regno.
A vicarj del suo pontificato elesse sacerdoti e filosofi, amici e confidenti di sua gioventù, zelatori della credenza avita; e principalmente il rétore Libanio d'Antiochia, il quale ci assicura che, dopo che fu ammesso all'illustrazione, Dei e Dee scendevano assiduamente a conversare coll'imperatore; talvolta gli rompevano il sonno, lambendogli leggermente i capelli; sempre il tenevano consigliato ne' dubbj, avvertito se alcun pericolo gl'imminesse; e talmente v'era abituato, che discerneva alla voce e all'incesso Minerva da Giove, Ercole da Apollo[112].
Tanti favori si meritava egli con opere, cui non mi ricorda che Omero abbia mai riconosciute per meritorie, come l'astenersi in certi giorni da alcuni cibi ch'egli immaginava meno graditi a questo o a quello iddio. Ad imitazione del cristianesimo, tentò riordinare l'ellenismo con riti nuovi e con una gerarchia, raccogliendone in sè i supremi uffizj, e formandone una superstizione ragionata. Voleva introdurre nei tempj la predica e il catechismo, preghiere ad ore determinate, canti a due cori, penitenze per li peccati, apparecchi per l'iniziazione, ritiri per i contemplativi e per le vergini: singolarmente gli piacevano le _lettere formate_ dei vescovi, mediante le quali i fedeli viaggiando erano dappertutto accolti con effusione di carità. Sull'esempio delle pastorali de' Cristiani, ne mandava fuori anch'esso, raccomandando ai sacerdoti di esser buoni, e d'imitare quei cani di Galilei, i quali alle loro credenze acquistavano fede con tante opere di carità: proponeasi d'assistere gl'indigenti, stabilire ospedali pei poveri, senza distinzione di patria nè di credenza: il che se avesse effettuato, avrebbe porto un'altra prova dell'efficacia della verità anche sopra coloro che repugnano dalla luce di essa.
Mentre involontaria testimonianza rendea della virtù cristiana volendola conculcata e imitata, chiudeva gli occhi ai progressi che il cristianesimo avea fatto fare all'equità legale; e di tante sue costituzioni inserite nel codice Teodosiano, neppur una asseconda l'affrancamento del diritto naturale, sì bene avviato da' suoi predecessori. Che poi egli non operasse convinto, ma per odio al cristianesimo, il mostrò con favorire gli Ebrei, che cercò anche ristabilire a Gerusalemme, affine di smentire la profezia di Cristo: ma si disse che fiamme sbucate di terra distruggessero le fabbriche cominciate.
Trattavasi di teurgie e sagrifizj? Giuliano deviava dalla parsimonia introdotta in ogni altro atto; e rari uccelli e fin cento bovi al giorno propiziavano le sorde divinità; e largizioni veramente regie dotavano i santuarj, sopravissuti all'indifferenza dei Gentili ed allo zelo dei Cristiani. Che gioja per lui quando i soldati esercitavano l'appetito sopra le vittime scannate agli idoli, e s'ubriacavano col sacro vino![113] Poi nei giorni solenni, mentre passavangli davanti in rassegna, largheggiava con chiunque gettasse sull'ara alcuni grani d'incenso. Molti Cristiani rimasero ingannati dalla semplicità di quest'atto; poi come lo conobbero colpevole, corsero a furia al palazzo, repudiando l'oro ricevuto, e gridandosi cristiani: del che cruccioso, l'imperatore ordinò fossero decollati; e già avviavansi contenti al supplizio disputando a chi primo, quand'esso li graziò, ripetendo: — Non voglio dare a costoro la gloria del martirio».
Quest'entusiasmo artifiziale non gli toglieva di accorgersi come ai riti ellenici o etruschi più non appartenesse la direzione delle coscienze; ogni tratto si querela della trascuranza ne' doveri religiosi, della spilorceria nell'onorare gli Dei; ma sordo all'eloquenza de' fatti, per decreti imperiali e per filosofiche elucubrazioni ostinavasi ad imporre una religione, la cosa più libera del mondo.
E per imporla non rifuggiva dell'accoppiare alla dotta persecuzione la legale. Ordinò che i Cristiani restaurassero i delubri degli Dei, dal loro zelo demoliti, e vi si restituissero i beni confiscati; e attesochè per lo più su quelli eransi costruite chiese, conveniva abbatterle; e non permettendo la religione ai Cristiani di fabbricare tempj profani, venivano trattati a maniera dei debitori insolvibili, carcerati al modo romano, e malmenati da uffiziali che colla arbitraria severità sapevano di gratificarsi l'augusto. Ai pontefici profani trasferì l'amministrazione dei beni assegnati da Costantino e da' suoi figli pel culto; confuse i sacerdoti cristiani coll'infimo vulgo; attese ad escludere i fedeli da ogni onore e vantaggio temporale; e non dissimulava l'intenzione di adoperar cogli ostinati una salutare violenza[114].
Insomma la tolleranza di Giuliano era quella di tutti i tiranni, clementi finchè nessuno si oppone. Ma una Chiesa avvezza a quarant'anni di dominio spiegava più sicura la costanza di cui avea fatto mostra fin quando era scarsa ed oppressa: che se alle prime persecuzioni avevano i Cristiani chinato la fronte, obbedendo alle potestà superiori anche ribalde, or che si sentivano divenuti un popolo, non si credevano obbligati a sopportare l'ingiustizia peggiore, quella che violenta le coscienze. Adunque in varie parti abbatterono i rialzatisi altari, i riaperti delubri; alto levavano i lamenti contro l'usurpare beni alle chiese per darli agli idoli. Giuliano, indispettito della resistenza, puniva i contumaci: e i Cristiani veneravano le vittime sue come martiri; e la presunzione d'innocenza faceva accompagnare di non dissimulato compatimento il supplizio anche di quelli che per avventura l'aveano meritato coll'esorbitare nell'opposizione, solito e naturale effetto delle inique procedure. Anzi, temendo che Giuliano non si avventurasse a peggio, i Cristiani accingevansi ad una resistenza che poteva travolgere l'impero nella guerra civile, se i casi non l'avessero prevenuta.
Giuliano conservò in trono molte belle qualità. Semplice nel vestire e nei piaceri, attento ai gravi obblighi di re, dava udienza ogni giorno agli ambasciatori ed ai privati, prendendo istantanea deliberazione sopra le suppliche; scriveva lettere pubbliche e trattati filosofici; le caste notti usurpava al riposo per darle agli affari; nè ai giuochi del Circo, passione de' suoi predecessori, recava la sua noja se non quando il rito l'obbligasse. Ripigliando uffizj dimenticati dagli augusti, sovente arringava, massime nel senato, per isfoggiare eloquenza: più spesso sedeva ne' giudizj come a dovere o come a divertimento, spassandosi a sventare i cavilli degli avvocati; ma talora appassionandosi in modo disdicevole a giudice, empiva l'aula di schiamazzo, e una volta, stomacato dalla zotichezza di certi villani venuti a supplicarlo, li prese a pugni e calci. Con quelli che tramavano contro di lui usò clemenza; ricusò il titolo di signore; mostrò riverenza ai consoli; pensava anche rinunziare al diadema, se non l'avesse distolto una rivelazione degli Dei.
Nel libro dei _Cesari_ protestò contro le interminabili conquiste di Roma, preferendo Antonino a Cesare ed Augusto, cioè la pace alla guerra. Eppure della gloria d'Antonino non s'appagava, e ambiva pur quella di Trajano. Chetati in Occidente i Franchi, gli Alemanni, i Goti, restava in Oriente l'impero dei Persi, contro di cui, in trecent'anni di guerra, i Romani non aveano ancor potuto stabilmente acquistare pur una provincia della Mesopotamia, o dell'Assiria. Per vendicare i danni recati da re Sapore, Giuliano raccolse formidabile esercito ad Antiochia, ove consumò l'inverno a ristabilire l'idolatria e saldar la disciplina. A primavera (268) si mosse, a vicenda consolato ed afflitto dagli oracoli bene o male risposti, e dal trovar in fiore o sfruttato il culto de' suoi numi.
Dirizzatosi sopra Ctesifonte, assalse l'esercito nemico, e l'inseguì fin sotto alla città: ma improvvidamente abbandonato il Tigri, base delle sue operazioni, e sul quale le navi lo provvedeano di vettovaglie, inoltratosi nell'interno della Persia, non trova che solitudine; le ubertose campagne, i pingui villaggi sono ridotti a fumanti deserti dall'amor della patria o dagli ordini d'un déspoto; ogni giorno s'assottigliano le provvigioni; false guide rendono più disagiate le marcie al pesante treno; uomini e Dei non suggeriscono più ripieghi all'eroe, il quale, se dianzi fantasticava la conquista dell'Ircania e dell'India, allora, desolato al vedersi causa di tanto pubblico disastro, dovette dar volta verso il Tigri.
Le bande, che aveano bersagliato incessantemente la marcia, si raccozzarono in immenso esercito per abbarrargli la ritirata. Grossi di numero, leggeri di movimenti, a dovizia provvigionati, chiudevano in mezzo i Romani, costretti a combattere marciando, impediti dalle gravi armature, sì scarsi di cibo, che logoravano quanto potevano sottrarre ai somieri. Giuliano non concedeva a se stesso nulla più che all'infimo soldato: ma la superstizione che l'avea spinto ad afferrare il diadema, minacciava strapparglielo. Quel genio dell'Impero, che nella Gallia avea chiesto d'essere ammesso nella sua tenda, or rivide in atto di velare di gramaglie il capo e il cornucopia, e ritirarsene esterrefatto: Giuliano balza all'aria aperta, quand'eccogli avanti un'ignota meteora in sembianza del dio Marte, corrucciato con esso perchè in un trasporto di collera avea giurato non volergli più fare sacrifizj[115]. Gli aruspici etruschi consultati lo sconsigliano dalla pugna; ma come evitarla? Al nuovo giorno intimata la mischia (27 giugno), mentre, imbaldanzito del primo successo, insegue i Persiani, questi al modo loro saettano a man salva un nembo di dardi e giavellotti, uno de' quali imbrocca Giuliano nel petto.
Portato nella tenda, e riconosciuta mortale la ferita, cogli amici egli ragionò della morte alla maniera di Socrate, e come gli sapesse dolce in quel punto l'incolpabilità di sua vita; compiacersi di morire da re, anzichè per segrete cospirazioni, o per violenza di tiranno, o per languore di malattia; augurare ai Romani potessero esser felici sotto un sovrano virtuoso. Dissertò sulla natura dell'anima e sulla sua, che presto sarebbe ricongiunta alle stelle da cui emanava; e spirò di trentun anno e otto mesi.
Così narrano i suoi ammiratori; e Ammiano Marcellino, ch'era presente, gli pone in bocca una dissertazione nè da moribondo nè da lui. I Cristiani invece fanno che, sentendosi ferito, urlasse — Vincesti, o Galileo», e spirasse fra spasimi e rimorsi. E una cosa e l'altra sarà stata creduta, perchè i partiti credono non esaminano, e la storia rimane esitante fra eccessi opposti, colla sola certezza che entrambi esagerarono.
CAPITOLO L.
Da Gioviano a Teodosio. I santi Padri. Trionfo del cattolicismo.
Non rimanendo alcun rampollo di Costantino, e importando aver un capo da opporre all'incalzante nemico, fu acclamato Claudio Gioviano, primicerio de' domestici, trentaduenne, bello, piacevole, prode, non ambizioso, diviso tra il cristianesimo e le voluttà. Ridotto ad accettare capitolazioni indecorose ma inevitabili, dopo disastrosa ritirata si raccolse a salvamento in Nisibe.
Lo aveva preceduto nell'impero la fama della morte di Giuliano, accolta con impeti d'esultanza e di dolore; perocchè il labaro, drappellato in capo all'esercito annunziava ripristinato il culto del vero Dio. L'idolatria, risorta per obbedienza o per adulazione, ricadde per sempre; spontaneamente richiusi i tempj, cessate le vittime; i filosofi si rasero, deposero il pallio, e tacquero; i Cristiani non vendicarono l'arroganza e l'oppressione passata se non con un'allegrezza trascendente forse i limiti della carità: ma quanto son pochi quelli che s'accontentino di vincere senza voler trionfare!
Gioviano restituì le immunità alle chiese, al clero (364), alle vedove, alle vergini sacre, proibendo di violentarle o sedurle al matrimonio; richiamò i vescovi; interdisse magìe e superstizioni, ma non l'esercizio del politeismo; circondato dai vescovi delle varie sêtte, premurosi di trarlo dalla loro, egli si chiarì pei Cattolici. Ma appena riconosciuto da tutto l'impero, una notte morì [Sidenote: 15 febbr.], chi dice d'intemperanza, chi d'asfissia, chi di tradimento.
Dopo dieci giorni, i capi dell'esercito buttarono la porpora sulle robuste spalle di Flavio Valentiniano, soldato pannone, in cui gran destrezza, valore, bella presenza, eloquenza naturale sebbene incolta. Siccome Gioviano, così egli fu eletto da soli i capi, non da tutto l'esercito, che, composto il più di Barbari mercenarj o di ragunaticci, poco badava a cui toccasse l'impero; e di tal passo s'introdussero le elezioni per intrigo.
Il 25 febbrajo era bisestile, giorno di sinistro augurio, onde Valentiniano si tenne nascosto, poi il domani fu acclamato a grida incessanti. Sentendo per altro la necessità che almen due capi vi fossero in tanta estensione, l'esercito il richiese di darsi un collega, e Valentiniano rispose: — Testè dipendeva da voi l'eleggere un imperatore; eletto, ora spetta a me il provvedere al pubblico interesse: non bisogna precipitare, state cheti e fidate in me». Poco appresso condiscese a quel voto intitolando augusto suo fratello Valente (8 marzo) di trentasei anni, che debole e timido, unico merito aveva l'amare il fratello; e gli lasciò le prefetture d'Oriente, tenendo per sè quelle dell'Illirico, dell'Italia, della Gallia, cioè quanto si stende tra i confini della Grecia, il muro Caledonio e il monte Atlante; l'antica amministrazione non innovando in altro che nello stabilire guardia doppia e doppia corte, una in Milano, una in Costantinopoli.
Sol dunque di Valentiniano spetta a noi il dire. Egli invitò ognuno ad esporre le querele, e ne fioccarono contro i ministri che avevano abusato della credulità e della superstizione di Giuliano, e che furono puniti di multe e tormenti. Soldato grossolano, dilettavasi a vedere torture ed esecuzioni; più gli veniva in grazia chi più spietato; e a Massimino conferì la prefettura della Gallia per avere menato strage tra le famiglie di Roma. Innocenza e Mica Aurea chiamava due orse che teneva sempre accanto alla sua camera, pascendole e trastullandole egli stesso; porgeva loro a sbranare i malfattori; e quando gli parve che Innocenza avesse abbastanza ben servito, le rese la libertà delle selve. — Uccidetelo» era l'ordinaria sua sentenza sopra le accuse; e non già per propria sicurezza, ma perchè gli aveano detto che vuolsi esercitar la giustizia.
Un prefetto desidera cangiar luogo, e l'imperatore: — Va, conte, e spicca il capo a costui che vuole spiccarsi dalla sua provincia». Un ragazzo sguinzaglia troppo presto un cane? un artefice fa una corazza bella, ma alquanto mancante del peso convenuto? sono decretati a morte. Trovate esauste le finanze, benchè da quarant'anni in poi il tributo si fosse addoppiato, Valentiniano non si fece coscienza d'intaccare le proprietà dei più ricchi e magnifici. Irritato dai disordini derivanti dallo esorbitare delle imposizioni, comanda gli si porti il capo di tre decurioni per ciascuna città di quella provincia. — Piaccia alla clemenza vostra decretare come comportarci ove tre decurioni non vi sieno», gli chiese il prefetto Florenzio; e l'ordine insano fu revocato.
Però nel vivere privato si condusse con castigata semplicità, nè fu cieco pei parenti. Difese avvisatamente l'impero, e lasciò che i giurisprudenti gli suggerissero ottime leggi. Zelante quando il mostrarsi cristiano recava pericolo, si mantenne poi tollerante[116]; allontanò una legione da una sinagoga, di cui disturbava il culto; i Pagani esercitassero i loro riti, esclusa però la magìa e le superstizioni che dal senato erano state interdette; ai pontefici provinciali concedette le immunità proprie dei decurioni e gli onori di conti[117]; lasciò rinnovare i misteri Eleusini, e si videro arder vittime sugli altari, menarsi per le vie le orgie di Bacco, e uomini e donne, vestiti di pelli caprine, stracciar cani e fare l'altre follie di quel culto.
Perchè il clero non si corrompesse nelle prosperità, a Dàmaso vescovo di Roma dirizzò Valentiniano un editto, che ecclesiastici e monaci non frequentassero le case di vergini e di vedove; ai direttori inibì di ricevere dalle figlie spirituali donativo, legato o eredità; e pare che dappoi a tutte le persone dell'ordine ecclesiastico fosse vietato l'accettar testamenti o legati, atteso l'abusare che alcuni faceano della fiducia, massime delle donne, onde fraudare i parenti della legittima eredità[118]; e il lusso e l'ambizione facevano che il seggio pontificale fosse ambito per ben altro che per zelo delle anime, e acquistato sin colla forza.
Valentiniano esercitò sua bravura contro le nazioni straniere, che quasi di conserto invadevano l'impero. I Germani, offesi della scarsezza dei donativi fatti agli ambasciatori spediti colle congratulazioni, si avventarono sulle Gallie, ruppero i Romani in battaglia ordinata, uccidendone il generale Severiano; ma poi vennero interamente disfatti da Gioviano presso Metz. I Sassoni penetrarono nell'impero; ma tolti in mezzo, furono rinviati, e malgrado la salvezza promessa, assaliti e fatti a pezzi. Valentiniano stesso entrò sul territorio degli Alemanni, e nel paese che ora è regno di Würtemberg li ruppe sanguinosamente, e passò gran tempo sul Reno (366-70) per inanimare i soldati alla fabbrica de' forti con cui muniva quella linea. Da lui istigati, ottantamila Borgognoni si affacciarono a quel fiume per danneggiare gli Alemanni; ma non vedendosi assecondati dall'imperatore, diedero volta, trucidando quanti aveano prigionieri.
Avendo Valentiniano fabbricato forti di là del Danubio sulle terre dei Quadi confederati, Gabinio re di questi venne in persona a querelarsene (373); ma essendo stato vilmente trucidato, i suoi mandarono a sperpero l'Illiria, e ruppero due legioni romane. Contro di loro mosso in persona, Valentiniano ne dilapidò le terre, sicchè essi spedirongli ambasciatori a Guns in Ungheria implorando pietà. Mentre a questi Valentiniano parlava coll'escandescenza cui soleva talora abbandonarsi, cadde morto (375 — 17 9bre), avendo vissuto cinquantacinque anni, regnato dodici.
Graziano suo figlio sarebbe potuto succedergli; ma alcuni, ambiziosi di governare sotto il nome d'un re bambino, acclamarono Valentiniano II, partorito da Giustina, seconda moglie del defunto, perchè nato nella porpora: e ne seguiva guerra civile se il prudente Graziano non si fosse quetato all'elezione, consigliando la vedova imperatrice a stabilirsi col figlio in Milano, mentr'egli assumeva il difficile governo delle Gallie.
Ma ecco giungergli avviso che i Goti aveano invaso l'impero orientale, onde s'allestì a difesa dello zio Valente; prima però che giungesse, questo in fiera giornata ad Adrianopoli era stato vinto ed ucciso (378 — 9 agosto). Con ciò Graziano trovavasi a diciannove anni padrone del mondo: se non che davanti si vedea un milione di Goti, insuperbiti d'aver ucciso quarantamila guerrieri, e acquistatone l'armi e i cavalli in una battaglia tanto segnalata; alle spalle gli si agitavano i Germani; all'un estremo del mondo fremevano i Persi, gli Scoti all'altro, istrutti alla prova che potevasi vincer Roma, incatenare od uccidere i suoi imperatori. Graziano, sentendosi insufficiente a tanti urti, il pubblico bene preferì alla personale ambizione, e fermò scegliersi a collega non un fanciullo nato per caso nella reggia, ma un uomo pari alla gravezza dei tempi; e pose gli occhi sopra un esule, un oltraggiato, che non ambiva nè sognava tampoco il trono.
Teodosio conte spagnuolo avea condotto gl'imperiali a vincere Firmo, principotto mauro di gran seguito, il quale avea sommosso l'Africa, disgustata dalle vessazioni di Romano, governatore avido, crudele, e insieme superbo a segno, che non volea mettersi in marcia se non con quattromila camelli. Firmo, ridotto alle strette, dopo ostinata difesa si strangolò; ma Teodosio rimostrò che le sollevazioni non si poteano prevenire efficacemente se non reprimendo gli eccessi de' governatori, e massime di Romano. Tale franchezza gli costò la vita.
Suo figlio, di nome anch'egli Teodosio, liberalmente educato, aveva nella Bretagna represso le irruzioni de' Pitti e Scoti, e vinto l'usurpatore Valentino, consegnandolo ai magistrati, ma esigendo non l'obbligassero a nominare i complici, per non essere costretto a punirli. Piombò poi sulle terre degli Alemanni, e assai ne prese, che furono messi in colonia sul Po. Venuto famoso per questi ed altri fatti, fu spedito duca della Mesia, la quale salvò dai Sarmati. Quando suo padre fu decollato, egli, sentendosi invidiato dai cortigiani, si ritirò in Ispagna, dispensando il tempo fra le cure di cittadino e la tranquilla amministrazione d'un vasto patrimonio, lieto di tre figliuoli, Arcadio, Onorio e Pulcheria.
Cincinnato della Roma decrepita, fu invitato da Graziano, prima a combattere in difesa dell'impero, poi a parte del trono, quando compiva i trentatre anni (370 — 19 genn.). L'imperatore non temeva che alla vendetta domestica posponesse il pubblico vantaggio, e gli sposò Galla sua sorella: il popolo ne ammirava la maschia bellezza, la maestà temperata dalla grazia, e — Viene dalla patria stessa di Trajano e d'Adriano; gli imiterà». A Teodosio furono assegnate le provincie già imperiate da Valente, oltre la Dacia e la Macedonia; Graziano serbò le Gallie, la Spagna, la Bretagna; mentre di nome obbedivano al fanciullo Valentiniano II l'Illiria occidentale, l'Italia e l'Africa.
Graziano sospese le persecuzioni; protesse le lettere e le coltivò, trovando agio di trattare la cetra colla mano avvezza alla spada, e di cantare le imprese degli eroi; al poeta Ausonio suo maestro concesse il consolato, e una toga quale gl'imperatori indossavano nel trionfo; conservò perenne amicizia con sant'Ambrogio vescovo di Milano[119]. Ma morti coloro che lo avevano messo sul cammino diritto, lasciossi forviare da indegni cortigiani, sicchè consumava il tempo tra le caccie e in disputare coi vescovi, de' quali talvolta assecondava l'intolleranza.
Nella Bretagna i soldati scontenti si levarono a sedizione; e Magno Massimo, compatrioto e commilitone di Teodosio, non avendo ottenuto grado pari alla sua ambizione, si fece gridare imperatore, e passò nelle Gallie con trentamila soldati e centomila paesani; coraggioso e degno d'impero se l'avesse cercato per vie migliori. Fissatosi a Treveri, si procacciava ogni giorno nuovi partigiani, anche dei più vicini di Graziano. Questi da Parigi fuggì verso l'Italia; ma presso Lione tratto insidie, cadde ucciso a ventiquattr'anni [Sidenote: 383 — 23 agosto]. Massimo spedì a Teodosio giustificandosi del fatto; e — Riconoscimi per collega, o mi sosterrò colle forze de' più floridi paesi dell'impero». Necessità e desiderio di risparmiare una guerra indussero Teodosio al patto; e i tre imperatori furono acclamati per tutto l'orbe romano.
Pochi anni dopo (387), Massimo, non sapendo limitare la sua ambizione, sotto finta di ausiliarj esibì un grosso di truppe, le quali in sicurtà di pace passando le Alpi, assicurarongli l'entrata nell'Italia. Valentiniano II, o dirò meglio Giustina che ne reggeva la fanciullezza, fuggirono allora da Milano, ove Massimo entrava trionfante: ma Teodosio sopragiunsegli con esercito agguerrito e somma rapidità; talchè chiuso in Aquileja, fu da' suoi spogliato e condotto all'imperatore (388 — agosto), che ne volle il capo a vendetta di Graziano. Sbrigata così la guerra civile, e sveltene le radici colla moderazione e col perdono, Teodosio salì al Campidoglio in trionfo.
E ben n'avea diritto: i Goti aveva ripartiti in colonie per paesi deserti, dove si convertivano al cristianesimo e alla civiltà; i Persiani invocavano la sua amicizia; i sudditi gli mostravano riconoscenza. Nella privata condotta abbastanza temperante, ai parenti affezionato e rispettoso, allevò come proprj i nipoti; affabile al conversare, variava tono a seconda delle persone, gli amici sceglieva tra' migliori, e impieghi e premj dava a' più degni, non adombrandosi del merito, nè dimenticando i benefizj. Fra le cure del vasto impero trovava pure alcun respiro onde applicarsi alla lettura, e massime alla storia, giudicando i fatti antichi, fremendo alle crudeltà di Cinna, di Mario, di Silla, il passato facendo scuola dell'avvenire. Senza ostacolo e quasi senza lamenti avrebbe potuto occupare intera l'autorità; pure ricollocò sul trono Valentiniano II, aggiungendogli anche le provincie tolte a Massimo di là dell'Alpi.
In tempi ove l'impero sfasciavasi, nè un palmo di terra egli perdette, costretto però aggravare le imposizioni, e amministrar con un rigore molto simile a tirannia, unico puntello del cadente dominio. La rivoltosa Antiochia avea minacciata d'estremo rigore; ma lo placarono gli anacoreti e san Giovanni Grisostomo. Tessalonica però, che uccise i primarj uffiziali di lui, fu condannata a sanguinoso sterminio. Ambrogio, vescovo di Milano, ove l'imperatore si trovava, ne smarrì d'orrore; gli scrisse ad esecrazione del fatto, esortando ne facesse penitenza a calde lagrime, e avvertendolo non ardisse accostarsi all'altare del Dio della misericordia colle mani stillanti del sangue innocente. Teodosio a quei rimproveri risensò; e poichè non poteva più riparare all'eccidio, si recò per penitenza nella basilica milanese. Ed ecco Ambrogio farsegli innanzi sul vestibolo, dichiarando che, pubblico essendo stato il delitto, pubblicamente doveva soddisfare alla divina giustizia; nè lo volle ricevere alla comunione finchè non si sottomise alla canonica penitenza. Spoglio delle insegne della suprema podestà, comparve supplichevole in mezzo della chiesa, confessandosi in colpa: col che dopo otto mesi ottenne indulgenza e d'essere ricomunicato; e frutto ne fu un editto che ingiungeva di soprassedere sempre trenta giorni alle comandate esecuzioni.
Di maggior memoria è degna quest'altra legge, viepiù opportuna dopo profonde commozioni: — Se alcuno, dimentico della prudenza, si fa lecito di straziare con trista e sconsiderata maldicenza il nostro nome, e per orgoglio si rende detrattore sedizioso del tempo presente, vietiamo gli s'infligga alcun castigo o maltrattamento. Se l'offesa proviene da leggerezza, vuolsi disprezzarla; se da follia, compatirla; se da perversità, perdonarla»[120]. Nè erano i detti smentiti dalle opere, giacchè essendosi scoperta una congiura contro di lui a Costantinopoli, e i rei condannati nel capo, Teodosio perdonò a tutti, e non volle si cercassero i complici, soggiungendo, — Così potessi rendere la vita ai morti»[121]. E un'altra volta un magistrato insistendo che degli uffiziali della giustizia doveva essere principal cura l'assicurare la vita del principe, — Sì (soggiunse egli), ma vorrei prendeste anche maggior cura della mia reputazione».
Poichè le rivoluzioni durature non si compiono d'improvviso, i primi imperatori cristiani aveano lasciato il culto antico sussistere allato al nuovo; ancora i riti pagani si riguardavano, o almeno chiamavansi nazionali; i pontefici sagrificavano in nome del genere umano; in mezzo alla curia Giulia, dove accoglievasi il senato, sorgeva sull'ara la statua della Vittoria, tolta ai Tarantini, e da Augusto ornata colle spoglie dell'Egitto; e prima delle adunanze, i senatori vi ardevano incenso, giurando fedeltà all'imperatore.
E in Italia non pochi nelle scuole difendevano le antiche credenze, e nella società se ne chiarivano campioni. Nominerò fra questi Vettio Agorio Pretestato, «capo della pietà pagana», nella cui biblioteca Macrobio fa radunare gl'interlocutori de' suoi Saturnali, e prestargli un rispetto vicino a venerazione. Mettevasi egli attorno gl'illustri avanzi del paganesimo; fu deputato a Valentiniano I perchè sospendesse le persecuzioni contro gli auguri; ed altamente onorato finchè visse, ebbe dopo morte due statue dagl'imperatori, una dalle Vestali[122].
A lui diresse amichevoli lettere Aurelio Anicio Simmaco romano, che dal retore Libanio avea succhiato la venerazione del paganesimo e la speranza di rintegrarlo. Nato dal prefetto di Roma, salì pontefice, questore, pretore, governò la Campania e i Bruzj, stette proconsole in Africa, indi prefetto di Roma, da ultimo console (391); parteggiò per Magno Massimo, vinto il quale, rifuggì in una chiesa di quei Cristiani che aveva osteggiati, e papa Liberio gl'impetrò perdono; aggregato ai pontefici, vi portò uno zelo vigoroso, lamentando che troppi di essi col negligere i sacri doveri cercassero la grazia degli imperanti. Mirabile accecamento! in mezzo a tanta mutazione, egli favella delle patrie religioni come niuno le avesse revocate in dubbio, e a Pretestato scrive: — Oh se m'accora che, dopo moltiplicati sacrifizj, il funesto presagio manifestatosi a Spoleto non siasi ancora pubblicamente espiato! Giove si mostrò favorevole appena alla quarta mactazione, e neppure all'undecima ci fu possibile soddisfare alla fortuna pubblica. Deh in qual paese siamo! Ora si tratta di raccorre ad assemblea i colleghi nostri, e ti terrò informato se giunsero a scoprire qualche rimedio divino»[123]. Con singolare contrizione supplica egli i patrj numi che perdonino le neglette cerimonie[124]; esorta le Vestali a mantenere severa la disciplina; chiede la punizione d'alcuna che avea leso il voto[125]; e s'adopera per sostenere la politica importanza del paganesimo.
A questa unicamente dirigeano la mira i difensori del politeismo in Occidente; a differenza dell'impero Orientale, che aveva in Atene una scuola regolarmente piantata all'uopo di mantenere, per una _catena d'oro_ d'iniziati, la fiducia nelle defunte immortalità e nelle dottrine teurgiche associate al neoplatonismo. Solo i maestri delle varie scuole di Roma, Milano, Bordeaux, Treveri, Tolosa, Narbona diffondeano le favole degli autori pagani nel farne ammirar le bellezze; e quando uno di essi, Eugenio, dall'accidente fu portato al trono, diede mano all'idolatria, rialzò l'altare della Vittoria, collocò la statua di Giove al varco delle alpi Giulie[126], e drappellava l'effigie di Ercole innanzi a' suoi eserciti.
La costoro esistenza è prova che il cristianesimo trionfante si guardò dalle persecuzioni, cui era soggiaciuto nascente. Il numero però de' Cristiani era grandemente cresciuto, e illustri famiglie[127] vi aggiungevano credito e potenza. La stessa scenica persecuzione di Giuliano, comprimendo un istante la libera manifestazione del culto, rintegrò l'elasticità; e il facile trionfo sopra la impotente ricomparsa degli idoli di Grecia crebbe l'autorità dei vescovi, che, quasi altrettanti capitani non solo per dilatare il cristianesimo, ma per combattere il politeismo, a gran voce domandavano che la società rompesse finalmente i legami che l'avvincevano all'idolatria.
Internamente però la Chiesa non avea mai cessato d'essere conturbata dalla quistione sulla natura del divin Figliuolo; e vescovi gli uni avversi agli altri, non paghi di lanciarsi riprovazioni ecclesiastiche, studiavano nuocersi a vicenda ora nell'opinione de' fedeli, ora nel favore dei potenti. Questi collocavano nelle sedi non il più meritevole, ma quello che tenesse la loro credenza; e spesso il popolo od eleggevasi un altro vescovo, o lasciando vuote le chiese, s'adunava alla campagna; agli uffiziali che volessero mescolarsene facea resistenza, e ne nascevano violenze, bandi, uccisioni.
Di nuove glorie intanto ammantavansi i padiglioni del militante cristianesimo; e i santi Padri costituivano una letteratura, non educata alle imitazioni, non a ritrarre una società che avea cessato d'esistere, od una ideale che non era esistita mai, bensì il presente, l'attualità, le idee sociali più avanzate, cioè le religiose.
Nei primi tempi del cristianesimo predomina il miracolo; e sebbene campeggi la potenza dell'uomo nel soffrire, nel resistere, nel vincere, quegli avvenimenti sono men tosto da descrivere che da venerare. Semplici ed incolti erano la maggior parte de' primi discepoli, più pratici che speculativi, più d'azione che di discorso; la dottrina, perpetuata dalla tradizione orale e viva, concentravasi in poche parole gravi e schiette; nascevano dispute? le terminava la voce d'un discepolo che potea dire, — Ho veduto io stesso il verbo umanato» oppure — L'ha veduto chi a me lo narrò»; e della verità era splendida prova la rinnovazione dell'uomo interno, che si operava per via di virtù dapprima ignote, pace, fraternità, eguaglianza, universale beneficenza, costanza ai martirj, magnanimo perdono. Ma ben tosto i dotti, loro malgrado, sono costretti ad accorgersi della presenza de' novatori, e se non altro, a vituperarli: allora i Padri cominciano a difendere i dogmi dai Gentili e dai filosofi, per mostrare come le dottrine antiche siano inferiori e meno conformi alla ragione. Non paghi di tenersi sulle difese, provano la verità della dottrina cristiana con eccellenti ragioni, coi miracoli, colle profezie; e già mettono fuori idee profonde e nuove sulla natura di Dio e su quella dell'uomo; anzi colla logica e colla storia assaltano il paganesimo e la filosofia, e a quegl'imperatori onnipossenti favellano con nobile ed insolita libertà.
Qui ci si apre un nuovo prospetto dell'attività latina. Ne' primi secoli le Chiese occidentali somigliarono a colonie delle orientali; ordinamento, riti, libri, lingua liturgica erano greci: perocchè la greca era la lingua internazionale dell'impero, siccome nel XV secolo l'italiana ed oggi la francese; laonde con essa parlavano gli apostoli e gli eresiarchi, la Bibbia leggeasi nella versione dei Settanta fatta ad Alessandria, in greco si stesero le omelie di san Clemente, il _Pastore_ di Ermia, le apologie di san Giustino, la confutazione delle eresie di Ippolito, il quale, al par di Origéne, predicò a Roma in greco. Non dicasi per questo che la religione cristiana appartenesse alla letteratura de' Greci; chè se di questi tiene la forma, ebraico essenzialmente erane il fondo, colla semplicità, coll'ispirazione, colla rigidezza d'espressione e di sentimento.
Dopo gli apologisti di cui già parlammo (pag. 115), il primo scritto teologico in latino fu l'_Ottavio_ di Minucio Felice. Ottavio convertito e Cecilio ancora pagano, condottisi ad Ostia, dove villeggiava Minucio celebre avvocato, passeggiavano sul lido; e perchè, al vedere un idolo di Serapide, Cecilio si pose la mano alla bocca baciandola, come praticavasi in segno d'adorazione, Ottavio il disapprovò come d'ubbia indegna d'un par suo. Fermatisi poi ad osservare fanciulli che faceano il rimbalzello mentre altri ne prendevano diletto, Cecilio rimaneva pensieroso sopra le parole udite, sicchè fu proposto di mettere fra loro la cosa in discussione. Tale è il soggetto d'un dialogo di Minucio, che volta a volta rende sapore de' platonici; Cecilio sostiene gli Dei, antica e generale credenza, contro questa pazzia di gente nuova, deturpata di sozze infamie e perseguitata; ma gli altri due sillogizzano così bene, che egli si dà vinto e convertito.
L'africano Arnobio, a lungo sostenuto il paganesimo, si rese vinto alla Chiesa, la quale gl'impose d'adoperare contro dell'idolatria la sua artifiziosa parola. Come dunque dapprima aveva commentato gli autori profani, così nei sette libri _contro i Gentili_ offrì una compiuta oppugnazione delle antiche credenze, rivolgendosi agli addottrinati ch'erano capaci di bilanciarle colle nuove; confuta coloro che dicevano, — Dopo il cristianesimo è perito il mondo: il genere umano diventa preda di ogni male»; e nel suo zelo di proselito, domanda la distruzione non solo dei teatri, ma anche delle opere de' poeti.
Educò egli un altro potente campione del cristianesimo in Lattanzio suo compaesano. Più d'immaginazione oratoria che di storica verità egli fa prova nel trattatello _Della morte de' persecutori_; nelle _Istituzioni divine_, pubblicate sul fine del regno di Costantino, debolmente ribattè gli errori senza saperli schivare. Men notevole per elevata eloquenza che per accurata espressione, è il più elegante fra gli autori ecclesiastici latini, nè però merita il titolo di Cicerone cristiano. Ben lontano dall'indignazione di Giulio Firmico, il quale suggeriva di punire l'idolatria a rigor di legge, proclama essere la religione la cosa più spontanea: — Via da noi il pensiero di vendicarci de' nostri persecutori; a Dio se ne lasci la cura; il sangue de' Cristiani ricadrà sul capo di chi lo versò».
San Cipriano, vescovo di Cartagine (248), colle moltissime opere di soave e lucida abbondanza, contribuì forse meglio che altri a separare i due ordini di fede e d'esame, di rivelazione e di concepimento, la cui mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelligenza, mentre la distinzione schiude allo spirito umano le barriere dell'infinito, traendolo dal simbolo nella realtà.
San Girolamo (331-420), nato nobilmente a Stridone nella Dalmazia, educato a Roma sotto Donato commentatore di Terenzio, e sotto il retore Vittorino, contrasse la coltura e la corruzione di quella grande città, finchè nauseato concentrò sopra il cristianesimo l'ardore potente che prima dissipava nelle passioni. Gustò le maschie voluttà della solitudine, abbellita, come egli dice, «dai fiori di Cristo, lontano dall'affumicata prigione della città»: ma non restandone soddisfatta la operosità sua, si condusse ad Antiochia, dove contro voglia fu ordinato prete; indi a Costantinopoli, benchè quinquagenario, si pose discepolo a Gregorio Nazianzeno nell'esegesi sacra, e mutò in latino varie opere; poi a Roma papa Damaso l'adoprò a diversi negozj e lavori letterarj.
Quivi legò amicizia con pie matrone, degne di storia. Melania, uscita d'una di quelle case senatorie, alle quali, cessata ogni potenza politica, erano rimaste opulentissime rendite, perduti il marito e due figli, lasciò il terzo fanciullo per passare in Egitto a conoscere gli anacoreti; sovvenne largamente ai fedeli perseguitati dagli Ariani, accogliendoli nella fuga, e vestendosi da schiava per nutrirli e consolarli nelle prigioni. Marcella, pur vedova, erasi raccolta in villa a monastico rigore con Principia sua figliuola. Di pari virtù rifulgevano Asella ed Albina, suora e madre di Marcella. Per maggiore pietà e più generosi soccorsi a poveri ed infermi si segnalò Paola d'antichissima famiglia[128], colle sue figliuole Eustochio e Blesilla. Queste dame sottometteansi al dominio dell'anima robusta di Girolamo, e così Leta, Fabiola, altre coscienze profondamente convinte, che colle virtù più austere protestavano contro le fiacchezze, e soccorrevano generosamente alle miserie d'un secolo infelicissimo.
Saldo al vero, Girolamo insegnava che la saldezza della Chiesa dipende dall'unità del pontefice, e se a questo non si dia un potere superiore agli altri, v'avrà tanti scismi quanti vescovi. Umile in faccia a Dio, altero in faccia agli uomini, flagella stizzosamente quanti vizj incontra; nè risparmia gl'indegni ministri della religione, smascherando certuni che, fattisi diaconi e sacerdoti per trattare più liberamente colle donne, si piacevano in vesti eleganti, capelli ricci e profumati, anelli alle dita, camminar in punta di piedi, traforarsi nelle case, e sollecitare donativi e legati[129]. Punti da ciò, tolsero a perseguitare il santo, denigrandone le amicizie spirituali; tanto che egli, sebbene davanti ai magistrati si chiarisse innocente, abbandonò Roma e tornò in Palestina, percorrendone passo passo i luoghi per meglio comprendere le sacre scritture.
Paola suddetta, fissatasi con Girolamo a Betlemme, dove accorrevano Cristiani d'ogni paese senza distinzione di grado o di ricchezza e riguardando primo chi facevasi ultimo, presedette a un monastero di donne; Girolamo ad uno d'uomini. Caloroso martire di se stesso, egli scriveva sin mille righe il giorno: pure trovava tempo di spiegare la Bibbia a' suoi anacoreti, dirozzare colle prime lettere i fanciulli, e tornare di furto agli autori profani, delizia della sua gioventù.
Anche Melania, piantatasi a Gerusalemme, vi accolse per trent'anni tutti coloro che affluivano a venerare i santi luoghi. Con lei erasi stretto di spirituale amicizia Rufino prete d'Aquileja, ammiratore d'Origene, teologo austero, ma traviato dal proprio orgoglio; talchè Gerusalemme, popolata di questi fervidi proseliti e ingegnosi, divenne il centro delle dottrine rigorose e razionali di Origene. Girolamo, che dapprima lo avea levato a cielo, dappoi ne vide il pericolo, e cominciò contro Rufino una polemica, disabbellita da ingiurie che ripescava in Persio e Giovenale.
Le più importanti sue elucubrazioni sono di critica sacra. I Greci aveano avuto fin dall'origine i libri sacri, stesi in parte dagli apostoli in quella lingua, come la più diffusa: i Latini anch'essi di buon'ora ne fecero una traduzione, per quanto faticoso riuscisse il voltarli nella lingua del vulgo, da cui fu detta _la Vulgata_. Incaricato da Damaso di togliere ad esame la versione italica dei Vangeli, fedele ma da interpolamenti e variazioni alterata, Girolamo il fece, e insieme corresse il Salterio, Giobbe ed altri libri che non ci rimangono. Pensò poi a una nuova versione dell'antico Testamento, non più sul testo dei Settanta, ma sull'originale; e per quindici anni vi si ostinò, fedele al testo a segno da introdurre nella lingua molti modi ebraici, valendosi pure delle versioni siriaca ed araba, e delle greche: fatica stupenda per un uomo solo, ove dovette crear quasi una lingua nuova, che si appropriò immagini e frasi orientali, piegossi ad esprimere idee e cose opposte al suo carattere, eppure non perdette maestà e gravità. Per tale opera le lingue d'Oriente vennero ad influire, più tardi, sopra quelle dell'Europa; e la traduzione di Girolamo, adottata dalla Chiesa invece dell'antica italica fatta sopra i Settanta, diventò fondamento a quella che il concilio Tridentino dichiarò autentica.
Accortosi per propria sperienza che alcune letture aduggiano i fiori celesti sotto un rigoglio d'importuni pensieri, e smorzano il gusto degli studj meglio confacenti a Cristiano, Girolamo nella tarda età garriva coloro che, dopo abbandonata la sapienza del secolo, si nauseavano della semplicità delle sacre scritture, e tornavano ai poeti[130]. Eppure egli stesso gli amò sempre, tanto che gliel'apponevano i suoi avversarj: nuovo indizio della battaglia, che le due civiltà si portavano nella letteratura come in ogni altra cosa.
Del che un nuovo esempio abbiamo in Ponzio Meropio Paolino da Bordeaux (353-431), che, dopo dignità primarie nella Spagna e nelle Gallie, governò la Campania; e nominatissimo per parentadi non meno che per dottrina, consentì alla chiamata di Dio, rinunziò al mondo, e a Roma ricevette il battesimo. Di tale acquisto i Cristiani fecero pubbliche gratulazioni, mentre i Pagani se ne rodevano; parenti e amici incontrandolo voltavano largo da lui come da disertore; clienti, liberti, schiavi consideravano rotto ogni vincolo con esso. Il poeta Ausonio non lasciò via intentata per istornarlo dalla sua risoluzione, tra le frivolezze letterarie d'allora non intendendo come la forza della convinzione e l'autorità della coscienza potessero reggere contro consigli e lamenti così poetici.
Paolino, a Firenze animatosi nei colloquj di sant'Ambrogio, si ritirò nella solitudine presso Nola, ove colla moglie, ridotta a sorella, visse sedici anni, istituendo una specie di Tebaide fra le delizie della Campania: fabbricò una chiesa a san Felice con dipinte istorie dell'antico Testamento, per guardar le quali i terrazzani dimenticavano fin il desinare. Minacciano i Barbari? ei non li teme, assorto in una pace che il mondo non può rapire. Ogn'anno, il giorno natalizio del suo santo prediletto, compone un canto; e benchè gl'idolatri della forma sentenziino ch'egli scrisse meglio da pagano che convertito, Ambrogio trovava composti e soavi quei carmi, e Agostino ne lodava la _gemebonda pietà_. Fatto vescovo, mantiene corrispondenza con Ambrogio, Girolamo, Agostino, coll'Italia, coll'Asia, coll'Africa, ricambiando idee, consigli, schiarimenti.
Trapassando altri Padri della Chiesa occidentale, nominerò Zenone vescovo di Verona, che sbarbicò dalla sua chiesa i resti dell'idolatria e dell'arianismo, e ci lasciò settantasette discorsi, eleganti d'espressione, se non nuovi d'idee. Eusebio sardo pel primo introdusse la vita regolare fra il clero di Vercelli ond'era vescovo; nel concilio di Milano resistette all'imperatore, il quale cacciò fin la mano alla spada contro di esso; mandato esule qua e là, stava nella Tebaide allorchè lo richiamò l'editto di Giuliano; caldeggiò sempre sant'Atanasio; fu spedito a rimettere in pace la chiesa d'Antiochia; al che non essendo riuscito, tornò alla sua sede, ove chiuse santamente i giorni. Ebbe amico Lucifero vescovo di Cagliari, uno dei più fervorosi oppugnatori de' varj scismi, e che dall'esiglio mandò all'imperatore uno scritto dettato con quella violenza che gli faceva ordinare a' suoi di non aver comunicazione di sorta cogli eretici. Conformi opinioni sosteneva l'amico suo diacono Ilario, pretendendo sino che gli Ariani, per rientrare in grembo alla Chiesa, dovessero ribattezzarsi; il che lo faceva da san Girolamo soprannomare il Deucalione del mondo.
Mai non s'era pensato dai Pagani ad accogliere in una chiesa il popolo per esporgli che cosa credere, come adorare, come operare: la cognizione delle cose sacre, siccome tutto il resto, essendo privilegio di pochi, non mai accomunata alle plebi. D'altra parte, che sarebbesi potuto predicare nel tempio quando i dottori stessi non aveano dogmi comuni, e stavano perplessi sulla morale? L'eloquenza antica esercitavasi negl'interessi particolari d'un cittadino o d'una città; al più qualche filosofo disputava coi discepoli, ma intorno a dottrine speciali, sprovvedute di carattere pubblico e universale.
Da che Cristo ebbe detto, — Andate e predicate a tutti», doveva alla congregazione dei fedeli essere esposta la verità universalmente accettata, e spiegarvisi i punti che rilievano alla salute di tutti. Dalla più tenera età il sacerdote assumeva il fanciullo, e col catechismo gl'insinuava le verità sublimi, mercè delle quali potrebbe anche la femminetta rispondere a ciò che ignoravano Aristotele e Platone. L'istruzione continuava quanto la vita, o confermando i credenti, o convertendo i traviati, o persuadendo gl'increduli. La predicazione sulle prime era avvalorata dal santo olezzo della virtù, dall'evidenza del miracolo; e parlando lo Spirito Santo per bocca degli apostoli, non era mestieri di persuasive d'umana sapienza[131]. Ma come la religione fu estesa e mescolata alla società, si munì anch'essa delle armi con cui l'errore la combatteva, e l'eloquenza fu trasportata dalla ringhiera al pulpito, dalla politica alla morale, dagl'interessi del mondo a quelli del cielo. La Chiesa, fatta trionfante, volle ornarsi dell'eloquenza, come si ornava di pompe e d'apparati, e supplì coll'arte del pulpito all'intepidita fede primitiva. Suo primo campo furono le lotte cogli Ariani; poi giganteggiò per opera di oratori, i quali, nel combattere l'orgoglio del sapere e l'indocilità del cuore, reggono a petto di quanto l'antichità vanta di più insigne, non che sorpassare di buon tratto i loro contemporanei.
Con gagliardia affrontò Ariani e idolatri (340-97) in Occidente sant'Ambrogio, romano nato a Treveri. Come governatore della Liguria e dell'Emilia sedeva egli in Milano, dove la presenza dell'imperatrice Giustina facea prevalere gli Ariani a segno, che vi fu posto a vescovo il cappadoce Ausenzio di quella setta. Quando l'imperatrice ottenne dal figlio una legge, che a quelli concedeva piena libertà di assemblee, e guaj se i Cristiani li molestassero, il segretario Benevolo negò formolarla, e rinunziò piuttosto al grado; ma Ausenzio se ne incaricò. Allorchè questo vescovo morì, poteasi prevedere tumultuosa l'elezione del successore, che faceasi a voci di popolo; e il governatore Ambrogio si presentò ai comizj per tenerli in dovere. Ma appena entrato, le due divise d'accordo gridano: — Sii vescovo tu stesso», poichè il vescovo si eleggeva di qualunque condizione, nè tampoco esigendosi fosse cristiano; onde Ambrogio, tentato invano sottrarsi a quel peso colla fuga e col seder giudice in un caso di sangue, riconoscendo il volere di Dio a portentosi indizj, si lasciò battezzare, poi ordinar prete e vescovo; e ceduto ai poveri il suo denaro, alla Chiesa i terreni, al fratello Satiro l'amministrazione della propria casa, tutto si affisse al santo ministero.
Dalla Bibbia e dai Padri, letture a lui nuove, tal frutto colse, che divenne il primo dei santi Padri in Occidente; e se cede in genio a Gregorio Magno, a Basilio, a Giovan Grisostomo, li supera in pratica attività, sublimandosi negli atti più che negli scritti. La vita sua, delineataci eloquentemente da Paolino suo segretario, era assorta nelle cure più diverse; giudicare cento affari a lui portati dai fedeli, curare spedali, attendere ai poveri, accogliere tutti con affabilità, e fra ciò meditare e comporre: forniva di vescovi chiese che mai non ne aveano avuti; visitava ed incorava gli altri, e talvolta li raccoglieva a concilj; interponevasi a favore de' rei di Stato; vendeva gli ori del tempio per riscattare prigionieri dai Goti. Missioni importanti erano a lui affidate come a pratico: da Valentiniano morendo gli furono raccomandati i suoi figliuoli: dissuase Magno Massimo dall'entrare in Italia: ucciso Graziano, andò ad impetrarne il cadavere, e con franchezza intimava a Teodosio la verità, e gl'insegnava le distinzioni fra il sacerdozio e l'impero, talchè quegli diceva, — Solo Ambrogio conosco, il quale di vescovo porti degnamente il nome». Intanto egli rappresentava con dignità ed amore il tribunato che in nome di Cristo aveano assunto i vescovi dopo caduto quello in nome della legge, colla parola e colle opere offrendosi sostegno al popolo, invocando la giustizia o l'indulgenza de' principi, interponendo a favore de' tapini e de' soffrenti le dottrine della povertà, dell'eguaglianza, del riscatto umano, operato col sangue d'una vittima celeste.
Quanta pratica avesse coi classici lo palesano le opere sue; sebbene scriva balzellante e scorretto, senza padronanza di frasi, e con vane sottigliezze e giocherelli, qualora non sia animato dal sentimento del dovere o del pericolo[132]. Nella più estesa e curiosa fra le sue opere, sui _Doveri degli ecclesiastici_, passa in rassegna quelli di tutti gli uomini, e scioglie quistioni di pratica filosofia. Nell'_Esamerone_, commentando le sei giornate del mondo creato, molto si giova di Origene. I suoi elogi della virginità producevano tale effetto, che padri e mariti lamentavansi perchè troppe donne dedicassero a Dio la loro continenza.
L'imperatore Graziano avea decretato che ciascuno potesse onorar la divinità nelle adunanze al modo che più credesse opportuno; ma Ambrogio seppe persuaderlo a ferire di colpo estremo l'osservanza antica. In conseguenza ordinò di toglier via dal senato di Roma la statua della Vittoria; poi chiamò al fisco tutti i beni con cui mantenevansi i tempj, i pontefici, i sacrifizj; annullò i privilegi politici e civili delle Vestali, e vietò ai sacerdoti d'accettare legati se non di beni mobili[133]. Spaventati i nobili romani, i capi del senato, e quelli che si ostinavano a chiamarsi «la parte migliore dell'uman genere»[134], spedirono a Graziano perchè sospendesse questi decreti; e per fare maggior colpo, gli recarono la veste di sommo pontefice, religiosamente custodita, e che a lui dovea rammentare la lunga serie de' predecessori che se ne fregiarono come simbolo del potere supremo in terra e d'onori divini dopo morte. Graziano non si arrese a quelle dimostrazioni, e proferì, — Tale ornamento disdicesi a cristiano»; onde la religione antica rimase senza sommo pontefice, e il sacerdozio spogliato dei beni che lo facevano ambire anche dopo ch'era privato degli onori e de' privilegi.
Nè diverso esito sortì l'ambasceria mandata a Valentiniano II acciocchè ripristinasse l'altare della Vittoria; e le suppliche di Simmaco e di Libanio a tale intento sono l'ultimo grido del paganesimo, che sentesi trafitto nel cuore. Lo sdegno di questi esalò non soltanto in segreti mormorii, ma in voci aperte; nè forse restarono estranj alla sommossa, nella quale Graziano perdette la vita. Ma soccombettero definitivamente allorchè ebbe la porpora Teodosio, che il titolo di Grande dovette principalmente all'avere terminata con coraggio e convincimento la prolungata contesa fra le due religioni.
Narrasi che, venuto a Roma, e ricevuto da un bell'incontro di dame e senatori, Teodosio proponesse a discutere qual fosse la religione da seguitarsi, e che l'idolatria vi soccombette. Il fatto non ha sembianza di vero: certo per legge generale egli vietò che «alcuno si contaminasse co' sagrifizj, immolasse vittime, difendesse simulacri fatti a man d'uomo»; i magistrati non entrassero ne' tempj; confisca per qualunque atto d'idolatria, e morte a chi immolasse; il giorno del Signore fu dichiarato sacro, proibendo in esso i giuochi e gli spettacoli, e riformando il calendario giuridico a norma delle prescrizioni cristiane[135]. Eppure le leggi di Teodosio convincono che non erano cessati i riti antichi; imperocchè egli decretò che, chi dal cristianesimo ritornasse all'idolatria, rimanesse incapace di disporre de' suoi beni per testamento; dappoi estese questo statuto ai catecumeni, e dichiarò infami gli apòstati[136]. I concilj ripeterono queste leggi, e gli scrittori ecclesiastici inveivano contro le cerimonie gentilesche, conservate massimamente nelle feste, nei saturnali e nei giuochi. Tempj e delubri furono però chiusi allora dai magistrati, e spesso demoliti dalla pietà: i senatori, come cantava Prudenzio, bellissimi splendori del mondo, deposero le insegne del vecchio sacerdozio per rivestire la candida toga del catecumeno[137].
Restava a domare l'eresia; e Teodosio, caduto in grave malattia, decretò essere volontà sua che tutti aderissero alla religione insegnata da san Pietro ai Romani, quale allora si professava dal pontefice Damaso e da Pietro vescovo d'Alessandria; ai seguaci di essa dava autorità d'assumere il titolo di Cristiani Cattolici; i dissidenti infamava col nome d'eretici, minacciandoli anche di castighi[138]. Rimossi i vescovi e cherici ostinati, senza tumulto nè sangue si stabilì la fede ortodossa; e il terzo[139] concilio ecumenico, adunato in Costantinopoli, confermò nell'interezza sua il simbolo Niceno, dichiarandolo più distesamente in alcuna parte, onde combattere posteriori eresie.
Ciò in Oriente; ma fra noi l'arianismo erasi ricoverato sotto il manto di Giustina madre di Valentiniano II, la quale, arrogando all'imperiale autorità anche l'ispezione sopra il culto, pretendeva che sant'Ambrogio cedesse agli Ariani una delle chiese di Milano. L'indegna proposizione con fermezza egli respinse; e Giustina, chiamando ribellione l'opporsi ai voleri imperiali, si ostinò d'ottenere a forza l'intento. Cominciò a gravare i mercanti d'una tassa di ducento libbre d'oro, e imprigionare molti che non vollero o non potevano pagarla. Mandò ad Ambrogio l'ordine di uscire dalla città, ma egli protestò non poter abbandonare il gregge da Dio affidatogli: minacciollo di morte, ed egli mostrò nulla desidererebbe meglio del martirio. Deliberata poi di pubblicamente solennizzare a modo suo la pasqua, citò Ambrogio al suo consiglio; ma per ispontaneo affetto essendogli corso dietro a turba il suo gregge fino al palazzo, i ministri imperiali dovettero supplicare il prelato a disperdere e calmare l'estuante moltitudine, promettendo non sarebbe violata la religione.
Bugiarde promesse! Nella solenne mestizia della settimana santa, uffiziali di palazzo si recano dapprima alla basilica Porziana, poi alla nuova[140], per disporre ogni cosa a ricevervi l'imperatore e sua madre. Il popolo torna allora sui tumulti, sicchè gran pena durarono le guardie a difendere le chiese; e un sacerdote ariano versava in grave pericolo, se non fosse ricorso per difesa ad Ambrogio stesso. Questi negava d'esser obbligato a cedere il tempio, attesochè le cose divine non vanno soggette all'imperatore, il quale si trova nella Chiesa, non sopra la Chiesa; e dalla cattedra di verità mostrava come sia lecito resistere all'ingiustizia, non però con armi, non colla forza; pregava Dio a non permettere si versasse sangue per la sua Chiesa; e congregati nelle due basiliche i fedeli, gl'intratteneva, or cantando, ora predicando, e ripeteva — La tirannide del sacerdote è la sua debolezza».
Fu allora che Ambrogio, per animare e distrarre il popolo, introdusse il cantare a vicenda in due cori, cioè le antifone, ancora inusate nel nostro Occidente. Prima d'allora certamente cantavasi dai fedeli, ma forse con una semplicità tutta di pratica; e probabilmente nelle chiese derivate dagli Ebrei seguivasi il modo che questi aveano tenuto nel recitare i salmi, mentre in Grecia vi si applicavano le melopee della lira. Da questa melopea greca prese le mosse Ambrogio, sia togliendone i nômi o le arie popolari, sia riducendo in _octacordi_, o serie di otto suoni (le ottave), i tetracordi o serie di quattro suoni di cui componeansi i modi greci[141]. Scrisse pure inni di nobile commovente semplicità, alcuni dei quali si cantano tuttora[142]. Con santa compiacenza egli rimembrava la melodia d'uomini e donne, di vergini e fanciulli, sonante come il fragore delle onde, e dalla quale anche sant'Agostino restava commosso fino alle lagrime[143].
La fermezza d'Ambrogio vinse l'ostinazione dell'imperatrice, che dischiuse le carceri, tolse le guardie; e Valentiniano, sentendo la potenza di quell'inerme, diceva a' suoi uffiziali: — Se Ambrogio l'ordinasse, voi mi consegnereste a lui colle mani legate».
Ma poco di poi gli fu elevato incontro un dottore degli Ariani, e pubblicato un editto che permetteva a questi di tenere loro assemblee, minacciando di morte i Cattolici se le turbassero. Ambrogio tornò alle armi sue, la predica, le antifone; e dì e notte la chiesa fu occupata dai fedeli. Tale consenso distolse i principi dall'usare violenza; e il concilio d'Aquileja, tenuto poco dopo il Costantinopolitano, e dove Ambrogio sostenne la parte principale, chiarì la fede de' vescovi d'Occidente, che poterono asserire non esistere più Ariani fino all'Oceano.
Ambrogio durò ventidue anni al laborioso ministero, finchè di cinquantasette a Dio piacque chiamarlo al premio. Si pretende che, per ricompensare lo zelo adoperato contro gli Ariani da lui e da san Valeriano, il pontefice erigesse le sedi di Milano e d'Aquileja in metropoli, dignità fin allora ignota in Occidente. La prima estese la giurisdizione sui vescovadi da Po fin dentro la Rezia; l'altra su quei della Dalmazia, della Pannonia, del Norico, e poc'a poco della Venezia: e l'un metropolita consacrava l'altro, risparmiando il difficile viaggio a Roma.
Contemporaneamente san Filastro combatteva gli Ariani, stese un _Catalogo delle eresie_, e fatto vescovo di Brescia «città rozza, ma avida di dottrina»[144], resistette a Valentiniano e Giustina insieme con Benivolo, magistrato, il quale, piuttosto che cedere alle blandizie dell'imperatore, si ritirò a vivere oscuro in riva al Benàco. A questo Benivolo sono diretti alcuni sermoni di san Gaudenzio, che peregrinato a Gerusalemme, in Antiochia conobbe san Giovanni Grisostomo, poi succedette a Filastro nel vescovado di Brescia, ove colle reliquie portate d'Oriente consacrò una chiesa col titolo di Concilio de' Santi. Vigilio dal vicino Trento scorreva la valle dell'Adige e il Veronese, predicando, battezzando, ergendo chiese, abbattendo idoli: perocchè nelle vallate alpine conservavasi il culto di Saturno, e nella trentina di Non (Anaunia) circuivansi processionalmente i campi, litando a quel dio; al che non avendo voluto uniformarsi Sisinio, Martirio, Alessandro, furono martirizzati: anche i valligiani di Rondera, ligi all'adorazione di quell'idolo, lapidarono Vigilio[145].
Sì grandiosi uffizj incombevano ai Padri in quella Chiesa, che di perseguitata diveniva dominatrice; ma sebbene greci e latini difendano le stesse verità, e in tutti si senta la convinzione che lotta, l'entusiasmo che eleva, la carità che santifica, traggono carattere particolare dalla natura del paese, secondo che vivono in Oriente o in Occidente. In Roma non erano mai prosperate la metafisica e la filosofia sublime, per difetto in parte della lingua; mentre il sano intelletto e lo spirito pratico vi campeggiarono nello svolgere ed ordinare la legislazione. Pertanto gli apologisti latini non offrono grande apparenza d'ingegno, conservano alcun che dell'alterezza romana, rigidi, ostinati di non calare ad accordi coll'avversario, nè tampoco valersi d'altre armi che le proprie; onde sdegnano gli ornamenti dell'eloquenza, gli artifizj della logica, le reminiscenze della letteratura ostile. La Grecia, ancora fiorente di lettere quando il cristianesimo apparve, gli oppose più clamorosa lotta, armata di cavilli, di seduzioni, di disprezzo; ma quando convertita gli esibì difensori, questi conservarono le costumanze e i difetti delle scuole dond'erano usciti, e comparivano in campo come Davide, accinti della spada rapita al gigante.
Il nemico stesso che combattevano era differente. Roma, per cui sono identici la religione e lo Stato, non sa apporre al cristianesimo condanna peggiore che dichiararlo nemico del genere umano, cioè dell'Impero; il genio suo legale decreta, uccide, non discute; e gli apologisti, opponendo rigore a rigore, s'accontentano spiegare il dogma ed appellarsi alla lettera scritta. I Greci, perdute le avite istituzioni, naturali alla disputa e alle sottigliezze, retori e sofisti ingordi di quistioni nuove, guardano i Cristiani come novatori pazzi o pericolosi, che ripudiando la tradizione, precipitano la coscienza umana nell'incertezza. Mentre dunque i magistrati a Roma uccidevano, i dotti di Grecia esaminavano, discutevano, sicchè gli apologisti erano obbligati scendere a minuzie, accettare l'objezione arguta, snodare il sottile paradosso, il sillogismo capzioso; e sentendo tutta la potenza della libera parola, invocavano solo che la forza non intervenisse nella discussione della verità.
Gli uni e gli altri aprono la nuova società, posati tuttavia sul terreno dell'antica; convincono l'uomo che, senza quel lume del lume, egli ignora le verità più necessarie alla sua condotta, più care al suo cuore, più dolci alle sue speranze; e invocano la libertà delle coscienze, non più per il solo senato, nè per una città od una gente, ma per l'universo. Vinti che ebbero i nemici esterni, dovettero lottare contro le discordie intestine, cioè coloro che, al modo del serpente antico, adopravano la parola di Dio per diffondere l'errore, o per restringere a concetti particolari le verità generalissime che la Chiesa annunziava.
Nelle scuole vengono a fronte l'antico Oriente, l'antico Occidente e il cristianesimo, il quale, estendendosi su tutti gli uomini e tutti gl'interessi, era naturale che trovasse molte ed interessate contraddizioni. I Neoplatonici vogliono elevarsi a Dio non mediante la fede, ma mediante la dottrina. Sêtte giudaizzanti, sêtte giudaiche, sêtte orientali assenzienti od avverse agli Ebrei, sêtte cristiane propense o nemiche all'ascetismo, docili o reluttanti all'asiatica teosofia, cominciano la più splendida gara d'ingegno che il mondo avesse mai veduta, fra la teologia antica e la nuova, fra la mitologia poetica e la religione morale, fra la vetustà che tramonta e il nuovo tempo che s'apre. Onde alla dottrina evangelica incontrò come a tutte le novità; prima tacciata di sogno e di follia, dappoi se ne confessa la sublimità, ma appuntandola di plagio, quasi ogni sua verità fosse dedotta dall'Egitto, dall'India, dall'Accademia; infine se ne adottano i concetti, mentre tuttavia si persiste ad oppugnarla. Ma su quella bilancia ha perduto ogni peso la spada; e l'autorità dei cesari, nell'apogeo della sua forza, non entra per nulla a determinare la credenza; tanto efficace sonò la parola che distingueva i diritti della spada da quelli del pensiero.
Fra le eresie fu clamorosissima quella di Nestorio, il quale negava l'incarnazione di Dio, distinguendo in Cristo la persona divina dall'umana, e ripudiando perciò la divina maternità di Maria: condannata nel concilio di Efeso (431), quarto ecumenico, venne per ricolpo a dare estensione al culto della Vergine, il quale contribuì non poco a svellere i resti del paganesimo, convertendo alla Madre dell'amore e alla donna dei dolori i tempj pagani. Non più sulla natura di Dio ma su quella dell'uomo sofisticarono i Pelagiani, cercando perchè tanti mali si patiscano sotto un Dio buono, come la prescienza divina si combini coll'umana libertà, e la Grazia coll'attività morale dell'uomo. I Manichei lo spiegavano in modo vulgare, supponendo un Dio buono e un malvagio; e da quella provincia romana dell'Africa, dove si svolsero le più vigorose intelligenze cristiane, dove si elaborarono i principj fondamentali della cristiana filosofia, sorse il più vigoroso combattitore, sant'Agostino, del quale parleremo fra poco. Eutichiani, Monofisiti, Monoteliti, colle varie gradazioni di loro eresie concernenti la natura o la volontà di Dio e del suo Verbo, agitarono piuttosto l'Oriente.
Perocchè la divisione ch'erasi fatta nell'Impero, estendevasi pure alle chiese, e cominciata dalla fabbricazione di Costantinopoli, dura fino ad oggi, avendo ciascuna, anche prima di scindere la essenziale unità, conservato un'impronta e una pendenza particolare; speculativo il genio bisantino, pratico il genio romano. Allorchè la Chiesa greca si radunò nel concilio di Nicea, fu per chiarire la relazione delle tre persone divine, e settanta opinioni agitavano il clero abissino sopra l'unione delle due nature in Cristo: la latina non ebbe trattati dogmatici prima di Agostino, nè prima di Gregorio Magno alcun metafisico sedette sul trono papale. In Oriente si disputa sulla essenza della natura divina, mentre quasi ignote vi sono le quistioni sulla libertà umana e sulla Grazia: al contrario, da noi si ragiona sopra gli atti umani.
I rigori della vita monastica erano cominciati in Oriente; e i deserti della Siria e della Tebaide si popolarono d'anacoreti, che nella solitudine attendevano ad operare la salute delle proprie anime, staccati dalle cose terrene, come Antonio[146], Pacomio, Ilarione. Non tardarono i monaci a propagarsi nel nostro paese, forse allorchè sant'Atanasio scorreva l'Italia per combattere l'arianismo: ma ben presto si raccolsero in compagnie, sotto regole dettate da sant'Agostino, poi da san Benedetto; e furono piuttosto missionarj di Barbari, dissodatori di terreni, assistenti di infermi; nè le Alpi e gli Appennini videro strazj e macerazioni quali i torrenti petrosi dell'Egitto e le bollenti arene della Libia; e invece di quegli stiliti che colà passavano l'intera vita su di una colonna, da noi si vide l'attività efficace di sant'Ambrogio, di Leon Magno.
La Chiesa greca restò corrotta dalla propria immobilità, non progredendo in mezzo a tanto sapere, non raffinando l'arte in mezzo a tanto cerimoniale, anzi vedendo sorgere gli Iconoclasti, poi retrocedendo collo scisma. Nella latina invece il buon senso filosofico e pratico si piegò al progresso, si modificò a seconda dei tempi e nello svolgersi dell'attività; man mano che la società secolare diveniva impotente, l'ecclesiastica vi si surrogava; i riti pagani come i tempj conservava, trasformandoli e traendoli a superiore intelligenza; le terre cambiavano i nomi per assumer quello d'un santo.
La differenza fra le due Chiese fu rivelata maggiormente dall'ordinamento esterno. L'impero Occidentale sfasciavasi quando appunto ingrandivano i pontefici; e in questi si concentrava l'autorità, che lasciavansi cadere di mano i magistrati civili. Avrebbero essi dovuto allegare l'incompetenza, per non esporsi al rimprovero d'usurpazione, dato molti secoli dopo da una filosofia non solo estranea a quei pericoli, ma incapace o risoluta a non intenderli? doveano lasciare che la società andasse a fascio, anzichè togliere a dirigerla, come ognuno deve fare ne' frangenti?
Il patriarca di Costantinopoli scapitava per la presenza dell'imperatore; nè era meglio che una delle ruote d'un sistema civile, regolare, protetto dalla gerarchia e dall'esercito. In Italia invece vedremo ben presto gl'imperatori fuggire da Roma, sicchè il papa, dolente sì, ma non vergognoso delle pubbliche sventure, mantenevasi colla fronte alta, come scevro dalle colpe imperiali; quando ogn'altra autorità perdea vigore, egli solo rimaneva cogli attributi di un'altra sovranità, reale e permanente; e le istituzioni politiche dell'impero, l'energia delle genti occidentali, il pericolo valeano ad assodarlo, mentre a lui si volgeano i Barbari, ch'egli doveva convertire, illuminare, incivilire, governare.
Il bisogno di difesa e d'azione facea stringere fra sè i monaci, milizia poderosissima de' pontefici. Il celibato staccò l'ordine sacerdotale dal laico, e dagli interessi e affetti terreni; sicchè il prete si considerò superiore al laico, e perciò esigeva rispetto e sommessione, come marchio di santità adducendo le astinenze e la dottrina. Perfino la lingua comune e la pace universale, che parvero sin oggi utopie benevole, vennero dalla società cristiana attuate per quanto è possibile col parlar latino e coi concilj.
Così, mediante il cristianesimo, dentro periva il despotismo, cioè il potere separato dal dovere, l'autorità che crede aver sopra gli uomini ogni diritto, fin quello negatogli dalla legge naturale e divina; fuori periva la nazionalità esclusiva, tutto dirigendo all'affratellamento. Nè però la Chiesa aboliva l'individualità degli uomini o de' popoli, anzi la nobilitava; solo alla nazionale esclusività contrapponeva il concetto d'universalità, dovendosi rispetto anche ai minimi, non perchè greci o romani od ebrei, ma perchè uomini e cristiani, perchè non fattura capricciosa di varj numi, ma libera creazione del Padre nostro[147]. Le verità, tramandate parte in iscritto, parte a voce, riceveano non solo spiegazione ma autenticità dalla Chiesa, che n'è la depositaria e la garante, e ogniqualvolta ne vede intaccata una, la chiarisce e svolge viemeglio; e poichè non c'è verità astratta che non operi sulla morale, stabilendo quelle purifica questa.
Tale fu il còmpito de' santi Padri. Malgrado che le condizioni della società d'allora e i sopravenuti infortunj tardassero i frutti, pure non v'è per avventura miglioramento alcuno de' tempi più civili, che almeno in germe non si trovi in essi. Succeduti agli apostoli ed ai martiri per propugnare col sapere e colla parola le credenze nuove, sorte col popolo e fra il popolo rampollate, essi rompono il perpetuo circolo dell'imitazione fra cui era incantata la profana letteratura, e formano il secolo d'oro della cristiana: e noi potemmo studiarvi molte particolarità della storia de' popoli, e il lento ma incessante maturarsi della più vasta rivoluzione, e gli ostacoli attraversatile dalla scienza appoggiata sulle antiche osservanze, sinchè fu chiamata a sostenere con reintegrato vigore le nuove.
Le dispute che essi agitarono, oggi sono dimenticate: ma essi combatterono perchè noi, vulgo senza diritti nè forza nè divinità, potessimo cessare d'essere schiavi negli ergastoli, o pasto ai leoni per divertimento del popolo re, e le nostre anime trastullo ai sofismi dei filosofi, alla prepotenza dei dominatori, alla lascivia de' ricchi; combatterono, perchè noi plebe potessimo sentire l'eguaglianza nostra e proclamarla in diritto, sinchè il tempo non la consacri nel fatto.
CAPITOLO LI.
La coltura pagana digrada, si amplia la cristiana.
Quella dei santi Padri era letteratura vitale, nuova, dell'avvenire; ma la scolastica, di forme ricalcate sui modelli classici, neppur un grande scrittore produsse dopo Costantino. Dall'Africa fu chiamato a Roma e a Milano sant'Agostino per insegnare eloquenza; dalle Gallie un retore per tessere il panegirico a Teodosio; le vennero d'Egitto Macrobio e il migliore poeta Claudiano, da Siria il retore migliore Icherio, d'Antiochia il migliore storico Ammiano Marcellino; e ricordiamoci che in gran carezza di viveri, essendo rinviati i forestieri da Roma, i pochi letterati dovettero andarsene, conservando invece tremila ballerine, altrettante cantatrici, e loro maestri e cori e turba seguace.
Scuole però non mancavano, e san Girolamo vi si esercitava fanciullo a declamare, e con finti litigi addestravasi ai veri; nei tribunali, udiva eloquenti oratori disputare fino a svillaneggiarsi e mordersi[148]. Valentiniano e Graziano istituirono scuole di retorica e grammatica greca e latina nella metropoli di ciascuna provincia; e coloro che venivano a studio in Roma, dovevano portare dalla patria attestazioni dell'esser loro, poi arrivando notificare dove abitassero, a che studj intendessero, non bazzicare male compagnie e spettacoli, se no cacciati a verghe[149]. I maestri di grammatica non insegnavano meramente gli elementi della lingua, sibbene tutte le scienze filologiche[150]: che in conto maggiore fossero quei di retorica, appare dal doppio delle razioni a loro assegnate[151]: passavano di città in città al fiuto de' migliori stipendj, trafficando di versi, complimenti, panegirici, dispute, senza curarsi dell'impero che cadeva o del cristianesimo che sorgeva. Così le scuole diventavano semenzaj di cattivo gusto, come ogniqualvolta s'insegna a supplire ai pensieri con un'enfasi sempre più esagerata, e con cumuli di figure alla perfezione dello stile e alla purezza della lingua.
Deteriorando la coltura e crescendo la mescolanza, sopra l'arte imitatrice studiata dagli scrittori rivalse l'elemento popolare, spontaneo e incolto; sicchè nemmeno i Romani giunsero a conservare l'aristocratica purità della dicitura. A ciò s'affaticarono retori e grammatici; Mauro Servio commentator di Virgilio; Elio Donato precettore di san Girolamo e autore dei rudimenti della grammatica, che divennero modello alle posteriori; Nonio Marcello che trattò _della proprietà delle parole latine_; Pomponio Festo che scrisse della significazione delle parole; Sosipatro Carisio che diede cinque libri di osservazioni grammaticali; Diomede, Fabio, Planciade, Fulgenzio, che hanno il merito d'averci conservato qualche frammento o qualche tradizione antica; ultimo Arusiano che dispose alfabeticamente frasi e locuzioni spigolate nei classici.
Questi grammatici erano i soli che trascrivessero i libri per uso della scuola: e regolandosi secondo il gusto particolare, lasciavano perire i migliori per conservare i più opportuni; preferivano le cose tenui e le brevi alle storie di Tacito e di Livio; col divulgare estratti buttavano in dimenticanza le opere, il cui guasto venne dunque ben prima che dal medioevo e dai frati.
Altri compilatori ci tramandarono notizie sulla storia e sulle scienze, come Aurelio Macrobio, vissuto al tempo di Teodosio II, che nei _Saturnali_ introduce persone di conto a discorrere di variatissimi argomenti, riportando le notizie e le dottrine degli autori colle parole lor proprie. Di qui una sgarbata mescolanza di stile, confessando egli stesso maneggiare a stento il latino, giacchè era nato in Oriente: ma ci conservò per tal modo brani importanti[152]. Marciano Cappella africano nei nove libri del _Satyricon_ fa fascio d'ogni erba in verso e in prosa: e quella specie di compendio di tutte le scienze servì di testo alle scuole del medioevo. Di Censorino, più che gli _Indigitamenta_ sulle divinità che hanno potenza sopra la vita dell'uomo, è utile il trattato cronologico, astronomico, aritmetico, fisico De die natali, per la cognizione che se ne trae de' computi del tempo fra' diversi popoli.
Le scienze non furono nè estese, nè applicate. La medicina seguitava in un empirismo misto d'incantagioni e di formole. Oribaso da Pergamo, medico di Giuliano e suggeritore delle costui superstizioni, transuntò opere d'antichi; ma il poco che ne rimane non ci aggiunge veruna cognizione: se non che discorre saviamente sugli esercizj di corpo frequentati dagli antichi, e sull'educazione fisica da darsi ai fanciulli, raccomandando quel che mai non sarà predicato abbastanza, d'invigorire il corpo prima di coltivare lo spirito, e lasciar questo in riposo fino ai sette anni, e allora affidare i ragazzi a maestri, ma fin ai quattordici astenerli da grammatici e geometri; dappoi non lasciarli mai oziosi, acciocchè precoce non si svegli in essi l'istinto della carne. Teodoro Prisciano scrisse in latino e in greco un _Emporiston_ delle malattie facili a curarsi, il _Logicus_ sugl'indizj delle croniche e delle acute, il _Ginecion_ su quelle delle donne, e un libro d'esperienze fisiche. Di veterinaria (_mulomedicina_) trattò un Publio Vegezio, de' mali de' bovi un Gargilio Marziale, scorrendo su tutta l'economia rustica. Va col titolo di _Medicina pliniana_ un libro mal attribuito a Plinio Valeriano. Dopo Costantino v'ebbe archiatri di palazzo, spesso decorati del titolo di conti del primo ordine, e nel v secolo posti a paro coi duchi o vicarj. Fu pensiero nuovo quel di Valentiniano II d'assegnare un medico a ciascuno dei quattordici rioni di Roma.
Vindanio Anatolino diede alcune regole d'agricoltura, buone quantunque miste a gentilesche superstizioni. L'ultimo scrittore latino d'agraria, Palladio Tauro Emiliano, in quattordici libri offre, appropriandoli a ciascun mese, estratti d'antichi, massime di Columella, più di questo esatto nel parlare d'alberi fruttiferi e degli orti: l'ultimo libro è in versi elegiaci. In Italia, dove la retorica guasta sì spesso e la storia e la precettiva, giovi ricordare ch'egli dal bel principio avvertiva: — Innanzi tratto vuolsi por mente a qual sia la persona cui devi insegnare, nè chi istruisce l'agricoltore deve emulare le arti e l'eloquenza dei retori, come si fa da certuni che, volendo parlare eloquentemente ai contadini, ottengono che la loro dottrina non possa capirsi nemmeno da' più esperti».
I Romani sapevano la guerra per arte più che per scienza; nè lo stesso Giulio Cesare riesce di grande utilità agli studiosi della strategia. Il primo che ne trattasse dogmaticamente fu Vegezio Renato, che nell'_Epitome institutionum rei militaris_, dedicato a Valentiniano II, spogliò varj autori di arte bellica terrestre e marittima, e gli ordini d'Augusto, Trajano e Adriano «affinchè, coll'esempio e l'imitazione delle antiche virtù, gl'istitutori de' giovani soldati potessero ripristinar l'onore della milizia romana guasta e giacente».
Adriano, trovando mal accomodarsi l'antica legione coi nuovi modi della guerra, era ricorso al triviale ripiego di sceglierne i più prodi e obbedienti, e formarne una coorte di mille, quasi il frantumarlo rendesse buono ciò che non è. Probabilmente collocavasi essa a capo della legione, e dietro a lei le nove altre coorti, disposte sopra tre linee: lo che rendeva agevole il formare il battaglione quadrato, di grand'uso nelle guerre di quel tempo contro la cavalleria, nerbo de' Parti e degli Arabi. Ma al tempo di Vegezio la coorte era già ben diversa da quella d'Adriano, componendosi di due linee; la prima d'una fila di soldati pesanti, e d'una d'arcieri ferrati, con lancie e chiaverine; seguivano due file di veliti; indi una schiera di macchine da saettamenti, tra cui balestrieri e frombolieri e reclute male ad ordine d'arme, e gli _additi_ destinati a protegger le macchine alle spalle; ultimi stavano i triarj per la riscossa. Vegezio si lamenta che della legione non sussista più che il nome: a fatica si reclutava, doveasi concederle voluttuosi quartieri, alleggerirne le armi, infine empirla di stranieri; eppure, dice Vegezio, lasciavansi uccidere non come uomini, ma come bruti, anzichè portar armi di buona difesa.
Espone egli coll'ordine schietto e appropriato di Senofonte; mette per fondamento valere più l'arte che la natura, e coll'esercizio e le istituzioni essere i Romani riusciti ad una superiorità, non data loro dalla natura. — Non superavano essi in numero i Galli, in agilità gli Spagnuoli, in forza i Germani, in iscaltrimenti gli Africani, gli Asiatici in ricchezza, i Greci in dottrina; ma meglio di tutti sapeano scegliere buoni soldati, istruirli nella guerra per principj, rinvigorirli con esercizj giornalieri, prevedere quanto può occorrere nelle varie maniere di mischie, di marcie, d'accampamenti; punire i vili, ricompensare i prodi. Queste parti della scienza militare crescono il coraggio; nessuno ha paura nel praticare ciò che ha bene imparato; ond'è che un gomitolo ben destro e disciplinato prevale ad uno più numeroso, ma di minor disciplina ed esercizio, che perciò trovasi esposto a sconfitte micidiali». Scende poi alle particolarità de' varj esercizj nella centuria, nella coorte, nella camerata, nell'individuo.
Nel libro secondo elevasi ad ordinamenti superiori, e alle guise con cui avvincevasi alla bandiera il soldato, non più volontario; facendogli, per Dio, per Cristo, per lo Spirito Santo e per la maestà dell'imperatore, giurar d'obbedire, di non disertare, d'immolar la vita per l'impero. Nel terzo tratta del formare gli eserciti, del conservarli sani e ben animati e disciplinati, delle qualità del capitano, dei segnali, delle disposizioni a norma del terreno, del passo dei fiumi, dei fenomeni naturali. Nel quarto ragiona delle fortificazioni; nel quinto della marina: cose del tutto mutate oggidì.
Nè gran cosa si può imparare da' suoi ordini di battaglia; ma i consigli e le massime generali contengono principj sicuri, che ancora non perdettero l'utilità. — Più avrete esercitato e disciplinato il guerriero ne' quartieri, men pericoli correrete in campo. Non ordinate mai le truppe in battaglia campale, che non ne abbiate sperimentato il valore con avvisaglie, e non siano sicure di vincere. I grandi generali non danno mai battaglia se non tratti da occasione favorevole o dalla necessità. Procurate ridurre il nemico colla fame, col terrore, colle sorprese, più che colle battaglie, giacchè in queste la decisione sta alla fortuna. Maggiore scienza si vuole a ridurre il nemico per fame che per ferro. Staccate dal nemico più uomini che potete, e ricevete bene tutti quelli che a voi verranno: chè guadagnerete più col trar uomini a voi che coll'ucciderli. Dopo una battaglia fortificate i posti, anzi che sparpagliare l'esercito: chi lascia i suoi sbandarsi inseguendo i fuggiaschi, cerca perdere la vittoria. Il disegno migliore è quel che rimane celato al nemico. Cogliere le occasioni è arte di guerra più utile che il valore. L'armata acquista forze nell'esercizio, le perde nell'inazione. Chi rettamente giudica delle forze proprie e delle avversarie, di rado soccombe. Il valore prevale al numero; una posizione vantaggiosa prevale talvolta al valore. Manovre sempre nuove rendono formidabile un generale; condotta troppo uniforme lo fa vilipendere. Secondo sarete forte in fanteria o in cavalleria, procuratevi un campo favorevole a questa o a quell'arma; e l'urto maggiore parta da quel dei due, su cui fate maggior caso. Deliberate con molti ciò che in generale converrebbe fare; decidete con pochissimi o anche da solo su ciò che dovete fare in ciascun caso particolare».
Sesto Giulio Africano, nei _Cesti_, deplorata la invalsa trascuranza delle armi offensive, continua: — Se si pensasse a proteggere i guerrieri con corazze ed elmi alla greca, se si attribuissero ad essi lunghe lancie, se si esercitassero a scagliare più a sesto il giavellotto, e a combattere caduno per se stesso, e quando occorra avventarsi sopra il nemico, correndo di tutta forza sin al tiro dei dardi, certo i Barbari non resisterebbero». Le quali modificazioni furono appunto adottate sotto Alessandro Severo, che con soldati così allestiti formò una gran falange di sei legioni, più numerosa che mai non fosse stata la greca. Ma già alla forza surrogavasi l'astuzia, ed esso Giulio si diffonde intorno ai modi di far perire il nemico senza combattere, cioè avvelenar le acque, i cibi, l'aria stessa, spaventare i cavalli, circuire il nemico con quelle frodi che la prisca virtù romana aveva aborrite. Poi suggerisce spedienti per sostenere intrepidi sia l'attacco de' nemici, sia il ferro de' chirurgi; all'uopo è ben fortunato chi trovi nello stomaco d'un gallo una pietruzza, e la porti seco alla mischia; come pure converrà tenersi propizio il dio Pan, ispiratore del terror panico, e potentissimo a dare e togliere il coraggio.
In tempi di tanta importanza pel morire di una e il sottentrare d'un'altra civiltà, nessuno tolse a delineare al vero i popoli invasori, o il carattere dei personaggi senz'adulazione o livore. Nè a contemplare d'occhio fermo i casi, e con ordine e verità narrare tanti disastri era opportuna quella mollezza degli intelletti, quello spossamento degli animi. Qual fiducia avere nel domani quando si vedeva perire ramo a ramo la pianta sociale, nè prevedevasi qual sorgerebbe dal suo ceppo? I Barbari, in perpetuo ed irragionato movimento, presentavano soltanto l'agitazione del caos o l'impulso dell'accidente cieco, ineluttabile: maledirne le vittorie era pericoloso quando già sovrastavano, viltà il celebrarle; meglio tornava il tacere o stordirsi.
Aurelio Vittore scarnamente compendiò le vicende romane da Augusto fin alle vittorie di Giuliano nelle Gallie, il quale gli decretò una statua di bronzo, onore svilito, e il governo della seconda Pannonia, indi Teodosio la prefettura di Roma. Flavio Eutropio, che fece la campagna di Persia con Giuliano, per ordine di Valente scrisse un _Breviario_ della romana storia in dieci libri, dall'origine fino a Gioviano, con facile, semplice e pulita dettatura, e con amor del vero, quantunque non gli basti sempre l'arte di sceverarlo dal falso. Sesto Rufo, per ordine di Valentiniano, dettò un _Compendio delle vittorie e delle provincie del popolo romano_, specie di statistica, cui fa corona un opuscolo sui monumenti e gli edifizj di Roma. Storie scritte per ordine!
Ammiano Marcellino, nato di buona casa in Antiochia, militò nella Mesopotamia e nella Gallia; poi di cinquant'anni ritiratosi dalle armi in Roma, scrisse in latino una storia dal punto ove Tacito finisce, sino alla morte di Valente: ma dei trentun libri ci rimangono solo gli ultimi diciotto, che abbracciano dal 352 al 78, viepiù importanti perchè ogn'altro storico è venuto meno. A modo dei cronisti, digredisce grossolanamente sopra le comete ed altri accidenti naturali, mentre tace occorrenze di capitale rilievo. Da soldato narratore scarseggia d'arte e finezza, ma non di buon senso e amore della verità; non si propone scolasticamente un modello qualsivoglia, non fa della storia un retorico esercizio, e conosce che la semplicità ne è merito supremo; sa mostrare come i fatti si concatenino, e delineare i caratteri; e preziose informazioni ci trasmise su paesi e costumi che avea veduti, e massime sulla Germania. Al cristianesimo non fa buon viso, pure non l'aspreggia; e disapprova egualmente le mistiche follie di Giuliano, l'intolleranza di Costanzo, e lo sviare d'alcuni vescovi dalla primitiva disciplina. È l'ultimo suddito di Roma che in latino scrivesse una storia profana, onde si prova un vero rincrescimento nell'abbandonarlo[153].
I narratori ecclesiastici sono greci i più; e fra' latini, per dizione pura e calma sobrietà fu chiamato Sallustio cristiano Sulpizio Severo d'Aquitania, che con pia credulità scrisse la vita di san Martino, e le vicende della religione dall'origine del mondo fino al 410 dopo Cristo.
Dal vuoto Plinio sin a Costantino appena si trova chi aspiri al titolo di oratore; e le _Declamazioni di dieci retori minori_, raccolte da Calpurnio Flacco al tempo degli Antonini, girellano sopra soggetti immaginarj con poca arte, meno eleganza e niuna spontaneità. All'introdursi del fasto orientale frequentarono i panegirici, e dodici ce ne rimangono, infelici imitazioni del non felice Plinio: sono gratulazioni e piacenterie recitate agli augusti in nome della provincia dai più eloquenti, cioè da quelli che sapevano dir a disteso e ornatamente ciò che in breve e con semplicità si potrebbe. Anicio Simmaco romano, da Prudenzio anteposto fin a Cicerone, ci pare infelicissimo; pregia gli antichi, ma smanioso del bagliore poetico, ingordo dell'applauso anzi che castigato veneratore della bellezza, trastullasi in licenziosi traslati, e di giocherelli ingegnosi copre fracide adulazioni[154]. Suo figlio ne raccolse le lettere in dieci libri, senz'ordine cronologico, ma non inutili alla storia; e chi le paragoni con quelle di Cicerone, poi con quelle di Plinio, avrà tracciata la crescente digradazione dalla franca semplicità repubblicana alle formole pomposamente servili. Per eloquenza Mario Vittorino africano ottenne una statua nel fôro Trajano, e dall'Apostato fu eccettuato dal divieto d'insegnar belle lettere, quantunque cristiano: ma nè ciò, nè gli encomj dei santi Agostino e Girolamo tolgono alle opere sue di parer buje ed incolte, oltrechè povere di dottrina teologica.
I poeti ridussero a mestiere l'adulare, e uniti in maestranze come le altre arti, dai loro priori erano condotti al palazzo dei grandi per celebrare onomastici, matrimonj, virtù finte quanto le augurate prosperità. Si lascino nell'oblio co' loro odierni imitatori que' verseggianti ispirati da fame e da vigliaccheria; quelle poesie descrittive, dove l'eleganza stentata rivela la meschinità dell'ingegno. Solito delle età di decadenza, al bello si credette supplire col difficile; e Publilio Ottaziano, esigliato da Costantino, ottenne grazia coll'offrirgli una serie di componimenti, alcuni dei quali figurano un altare, altri un flauto, quale un organo[155]; in uno il primo verso è tutto in bisillabi, il secondo in trisillabi, il terzo in quadrisillabi; in un altro si succedono le parole di una, due, tre, quattro, cinque sillabe; in altri la prima parte dell'esametro è riprodotta nella seconda del pentametro[156]; in uno i versi possono leggersi da destra a mancina senza che si alteri il metro; in uno di venti versi, tutte le prime lettere insieme formano _Fortissimus imperator_, le quattordicesime _Clementissimus rector_, le finali _Costantinus invictus_[157]. Altri tessellavano poemi nuovi con emistichj vecchi, come Falconia Proba che applicò a Gesù Cristo le frasi di Virgilio; del casto Virgilio, cui Ausonio trasse a laide significazioni. Rufo Avieno, due volte proconsole al tempo di Teodosio, ridusse in versi latini i _Fenomeni_ e i _Prognostici_ d'Arato, e la _Descrizione della terra_ di Dionigi Alessandrino, e fin le storie di Livio pensava verseggiare in giambi.
Claudio Claudiano d'Alessandria, già maturo, adottò la lingua latina, e le restituì un vigore disimparato; scrisse sopra differenti soggetti, alcuni di rimembranza, come il _Ratto di Proserpina_ e la _Gigantomachia_; i più d'occasione, or lodando il barbaro suo mecenate Stilicone, or con estro più caldo vituperando Rufino ed Eutropio avversarj di quello; sempre esagerato, sempre ingrandendo le cose piccole, abbellendo le grette. Triviale d'immaginativa, trova però felici modi[158]; è mirabile artefice d'armonia: ma non trascende mai quel piccolo valico, per cui gli ottimi arrivano a sollevare l'intelligenza e toccare il cuore. Entrato franco nel soggetto, languisce come chiunque non sorregge l'ingegno collo studio: nè rifugge da immagini esuberanti o schife, come cavalli che pregustano la preda che avran domani, o vene che vomitano l'oro, o mari che sputano gemme sulla spiaggia.
Soprastava Alarico, soprastava Attila; ed i poeti chimerizzavano la Roma di Fabrizio e di Catone, nella città dei papi ricantavano Giove e la guerra, e a Stilicone parlavano un linguaggio qual sarebbe stato conveniente a Mario. Claudiano ha in pronto numi ed augurj per ogni occorrenza, per levare in cielo il cattolico imperatore Teodosio, per festeggiare il natalizio d'Onorio e vaticinare la fecondità de' suoi illibati imenei. Il genio poetico s'incateni a idee che hanno perduto la forza, la vita, l'avvenire, e avrà condannato se stesso a rimbambolire. Nè allora si trattava de' trastulli poetici di certi poetonzoli odierni; perocchè, quando stavansi a fronte due civiltà nemiche, il cantar Giove significava chiarirsi contro Cristo; e Claudiano forse col beffare i Cristiani[159] e rendersi cantore uffiziale del paganesimo, meritò che il senato facesse dai _dottissimi_ imperatori decretargli il titolo di chiarissimo, il grado di notaro e una statua nel fôro Trajano[160]. Ma la ruina del generale Stilicone ravvolse anche il poeta.
A Magno Ausonio di Bordeaux l'esser maestro di Graziano fece ottenere il titolo di conte, e le dignità di prefetto al pretorio d'Italia e d'Africa, e di console. Graziano, che non avea potuto trovarsi presente all'inaugurazione di lui, volle assistere allorchè deponeva i fasci; nella qual occasione il poeta recitò il ringraziamento che ci resta. L'imperiale alunno gli rispose: — Pago un debito, e pagandolo resto ancora debitore»; motto che val meglio di tutta l'elucubrata arringa del poeta. Morto Graziano, Ausonio collocossi in patria, ove compose la più parte delle opere che ce ne restano; delle quali tal conto facevasi, che Teodosio gliele chiese per lettera. Però, se nella verseggiatura conserva quel fiore che ultimo i Latini perdettero, dà troppi segni di decadenza; alla parola propria surroga artifiziate circonlocuzioni; e le lettere son le nere figlie di Cadmo, bianca figliuola del Nilo la carta, gnidj nodi la cannuccia da scrivere. Nel _Grifo_ enumera tutte le cose che vanno tre a tre, le Grazie, le Parche, le fauci del Cerbero, il tridente di Nettuno, le teste della Gorgone, Iddio uno e trino; mescolanza di sacro e profano, in cui cade sovente. Piacesi anche degli sforzi, come terminare un verso col monosillabo da cui comincia il seguente: insomma un frivoleggiare perpetuo in mezzo a pericoli incalzanti.
E s'egli è vero che fosse cristiano, voleva per arte rimanere gentilesco. Anche altri poeti cristiani s'accontentarono d'imitare i classici in descrizioni, narrative, didascaliche, panegirici, antichi di forma come d'immagini e di stile, se non che surrogavano la sacra scrittura, vite di santi, virtù cristiane; innesto disopportuno sul giovane tronco. San Severino lasciò un poema bucolico sopra una delle molte epizoozie che, uscente il iv secolo, s'aggiunsero alle altre sventure. Bucolo pastore al mandriano Egone guaisce d'aver perduto il suo armento; e Titiro, chiesto come il suo conservasse, risponde, col fargli in fronte il segno della croce; dal che toglie occasione per ridurli a seco adorare il Cristo: veste antica con toppe nuove.
Altri, affidandosi ai sentimenti personali, aprivano campo intentato; e col cristianesimo, religione intima, coi sublimi modelli de' profeti, coll'espressione della gioja e della tristezza universale per via di cantici ripetuti a coro, la poesia latina si svincolò dalle elleniche imitazioni, e si fece originale, spontanea, inspirata. Alcuni inni, che tuttora si cantano dalla Chiesa, reggono a petto delle migliori odi de' classici, se non per elegante purezza di lingua, certo per profondità di sentimento e poetica potenza[161]. Destinata non a dilettar pochi, ma ad operare su tutti, non ad essere letta a tavolino, ma cantata nelle piene chiese, la lirica dovette scegliersi altre forme, più libera nella frase e nel metro, preferendo strofe di quattro versi, e giambici di quattro piedi, confacevoli alle schiette cantilene del coro; dalle severità della prosodia e del ritmo emancipandosi più sempre, finchè l'accento prevalesse del tutto alla quantità, e ne venisse la versificazione moderna. Anche nella descrittiva, qualora non vada sopraccarica d'inutili ed estranie particolarità, come in alcuni panegirici di santi, ricorre la solenne gravità e la forza dignitosa de' classici, mentre occupa di profondo sentimento il lettore, lontano al pari dalle sdulcinature e dalla gonfiezza.
Negli inni di Aurelio Prudenzio tarragonese, oltre la cristiana unzione, si riscontrano passi e graziosi e commoventi, e pratica delle bellezze classiche, benchè incappi in solecismi, e leda le regole del metro. San Prospero d'Aquitania, notaro di Leon Magno, lasciò alcuni poemi, centosei epigrammi, o dirò meglio pensieri morali, derivati da sant'Agostino; un carme degl'_Ingrati_, designando con questo nome i Semipelagiani, che pretendevano potesse l'uomo colle sole sue forze operare la propria santificazione. Sidonio Apollinare, nobile lionese, coi panegirici agl'imperatori Avito, Magioriano, Avieno acquistò onori; poi ritiratosi placidamente nell'Alvernia, vivea con tre figli e coll'ottima moglie, visitato da quanto possedeva di meglio la fiorente Gallia, e scrivendo versi su tutti i piccoli accidenti: non manca d'estro e immaginativa, ma l'andazzo delle scuole il trasse a sottigliezze e metafore esagerate, che parevano un oro ai depravati Romani e agl'ignoranti invasori.
Comodiano di Gaza fece un poema contro i Pagani, ove le iniziali di ciascun articolo formano il titolo dell'opera; ma è degno d'osservazione che gli esametri non han più riguardo alla quantità delle sillabe, ma al numero soltanto: avviamento dalla versificazione metrica alla ritmica moderna, e indizio che la pronunzia già fosse alterata, sebbene vivesse ancora il latino. E nuovo segno ne è l'introdursi della rima, la quale, se talvolta già era sfuggita anche ai classici, allora adopravasi per sistema sì nei versi che nella prosa[162]. Pure, se la prosa, accostandosi al parlar comune, ritraeva dell'alterazione prodotta dalla mescolanza di tante barbare voci e frasi, il poeta, non ispirato e spontaneo ma studioso e ricordevole, trovava ne' suoi modelli la purezza primitiva e meditata: laonde fin quelli che scrivono disacconcio e barbaro, come Sidonio e Capella, nei versi non sembrano più dessi. E sebbene ad altri insegnamenti che gli ordinarj fossero formati coloro che s'applicavano alla scienza di Dio ed alle quistioni morali e teologiche, salta agli occhi un malaugurato contrasto tra il fondo e le forme, le idee e lo stile: quelle, gravi e interessanti, come espressione degli uomini e del tempo cui appartengono; questo, affettato, quasi l'autore, nell'applicar la fantasia a cercare ingegnose combinazioni di parole e di frasi, tema sempre non trovarne di abbastanza nuove, bizzarre, forzate. È costretto usar la parola propria e immediata? vuol però rialzarla e darle apparenza di nuova con un giro della frase che stuzzichi l'attenzione, ecciti la meraviglia.
La Bibbia portò un ringiovanimento nella letteratura latina, insegnando una inusata semplicità d'esposizione, una poesia più schietta, e a trattare i punti più elevati senza metafisiche astrazioni, ad esprimersi per immagini vive: e di là cominciarono le invenzioni simboliche, onde si arricchì il medioevo. Troppe cagioni, e non letterarie, intristirono i frutti; ma non è men vero che, mentre, per la trasfusione della lingua cristiana, sovvertivasi il latino classico, ne nasceva un nuovo che poi divenne comune a' filosofi, e durò fin nel Cinquecento allorchè risorse il ciceroniano.
Di bonissima ora la Bibbia fu tradotta in latino, e forse qualche parte in latino scritta: dal che raccogliete quanta ragione abbiano i pedanti di considerare come barbara una dettatura contemporanea di Tacito[163]. Il Vangelo e gli Atti apostolici, narrandoci puramente quel che rileva alla dottrina, lasciavano la curiosità su quel profluvio di notizie, che soglionsi desiderare intorno a tutte le persone insigni, venerate o dilette. Per soddisfarvi cominciarono alcuni a raccontare la vita di Cristo, della sua madre[164], degli apostoli, parte raccogliendo quel che da altri udivano, alterato come accade dalla tradizione, parte aggiungendovi di loro fantasia. Ne vennero così i vangeli apocrifi, i quali, sebbene non sieno esibiti alla fede del credente, nè resistano all'esame del critico, sono però modelli d'ingenuità, che contrastano singolarmente coll'antica letteratura, massime della decadenza. Alla pietà poco avveduta fece poi intoppo la malizia, quando, dilatandosi le eresie, ogni setta volle avere un vangelo suo proprio, con avvenimenti o sentenze che servissero a' suoi errori: talchè la Chiesa dovette intervenire per sceverare i veri dagli apocrifi.
Campo nuovo alla letteratura cristiana aprivano pure le vite di tanti martiri e de' mirabili solitarj. Anche in antico si erano stese biografie, ma sempre di personaggi da storia; mentre qui l'umile virtù trovava il suo panegirico e la sua rivelazione, e l'umana natura riproducevasi nel racconto di minuti accidenti, esposti per edificazione altrui. Nessuno voglia cercarvi scene dilettevoli al bel mondo, nè filosofici accorgimenti, bensì l'ingenua narrazione domestica, in cui, se la storia positiva è talvolta alterata, la storia morale rivelasi con tocchi pieni d'attrattiva e di verità. Il mondo romano, fidato nella propria eternità mentre strisciava sull'orlo dell'abisso, proseguiva i suoi vanti e le sue cure; i poeti ricantavano i loro Dei, senza volersi accorgere che erano trafitti nel cuore; i filosofi disputavano sul crepuscolo, quando già era spiegata la pompa del giorno: frattanto il popolo, a cui quelli non ponevano mente, tesseva la storia secondo il suo stile, ripetendo ora le predicazioni dell'apostolo, ora i tormenti del martire, ora la castità della fanciulla, or le astinenze dell'eremita, con quegli abbellimenti di circostanze che sono carattere dei racconti popolari. Da ciò le tante leggende che esercitarono la pietà de' secoli credenti e la critica dei pensanti, ma dove nessuno potrà non riconoscere un'ammirabile semplicità, una credenza talvolta ingannata, non però ingannatrice; troppo male imitate da quelli che dappoi ne composero per esercizio di scuola.
I primi scrittori cristiani, occupandosi della virtù più che della dottrina, pensarono solo esporre i dogmi della fede, i precetti della morale, i riti del culto: onde la più parte delle opere loro sono catechismi, dettati col calore della convinzione. Il cristianesimo aveva posto come base d'ogni dottrina quel che di più generale v'ha nelle credenze e nella ragione umana: agl'intelletti non restava dunque che adoperarsi a piantare ogni scienza sopra tale inconcusso fondamento, dal che sarebbe venuto e il totale rigeneramento del sapere, e l'immenso progresso che è frutto dell'accordo. Sciaguratamente sottentrò ben presto alla fede universale l'individuale opinione; e fra problemi inestricabili, logorossi tempo e fatica per fabbricar sistemi, incerti di diritto, effimeri di fatto; il carattere dell'universalità si smarrì nelle suggestioni parziali; e le speculazioni furono mentosto un ingrandimento dell'ordine della fede ben accertata, che un ritorno a parziali teoriche, a scuole esclusive, ad ipotesi gratuite.
Già prima d'Augusto le produzioni dello spirito e delle arti non si proponevano che di stimolare i personali appetiti: al leggere i profani, diresti componessero in paesi remoti da ogni tumulto, nella Roma trionfale e confidente ne' suoi numi; tanto puerilmente cantano sull'orlo della tomba, e incensano per reminiscenza le quatriduane immortalità. Arte siffatta dritto è bene se vien presa a vile dai Padri della Chiesa; essi che, tonando dal pergamo, argomentando nell'assemblea, od orando nella solitudine, sempre sono gli uomini del momento e della realtà, risentono e rivelano i martorj d'una società che perisce; essi eroi della carità e dell'opposizione, quando nel resto non appajono che smaccate piacenterie, o flacida rassegnazione, o pazienza addolorata. Non per questo vilipendevano i classici; e Girolamo credeasi castigato dal cielo perchè troppo ciceroniano; e sant'Agostino raccomandava che ai fanciulli si desse di buon'ora Virgilio, acciocchè non più lo dimenticassero[165].
Per assodare il vero, i Padri dovettero ribattere il falso, e mostrare l'accordo della fede colla ragione, non solo adducendo le prove storiche della rivelazione, ma costituendo un sistema di speculazioni razionali, fondate sopra di quella. Adunque, considerando filosofia e religione derivate dalla fonte stessa, drizzaronsi a conciliarle con un eclettismo, che differisce da quello dei Neoplatonici in quanto, invece di strascinare le concezioni delle varie scuole ad accordarsi con altre dell'ordine medesimo, le normeggia ad uno superiore, qual è la fede. I Padri latini, quand'ebbero a combattere eresie, adottarono anch'essi il sillogizzare d'Aristotele e di Zenone; ma in generale trovarono più confacente il platonismo, che alcuno disse un'anticipazione od un preparamento del cristianesimo, salvo a scostarsene ove men retto argomentasse; tenendo costantemente la filosofia come ancella della teologia, la rivelazione come base d'ogni cognizione pratica e speculativa.
Ammessa la rivelazione, restavano chiariti tutti i dubbj logici. Essa contiene la morale, cioè quanto concerne le azioni umane: essa è comunicata per mezzo della parola, dunque spiega le origini del linguaggio: essa è fatta da un essere ad esseri, dunque accerta l'esistenza molteplice: essa viene da sorgente infallibile, dunque porge il criterio della certezza. Così argomentava la Chiesa, benchè alcuni de' Padri, ligi ad abitudini di scuola, andassero a cercare dalla scienza ciò che soltanto la fede può somministrare. Dio pertanto e la sua relazione col mondo e coll'uomo sono il primario oggetto del loro spiritualismo più o meno razionale. Dio per atto di libera volontà cavò dal nulla il mondo. Alcuni poi sostenevano operata la creazione nel tempo; altri da tutta l'eternità, come l'altre qualità di Dio così quella di creatore dovendo essere eterna. Alla fatalità degli astrologi e degli stoici opponevano una provvidenza generale e particolare, forse esercitata col ministero degli angeli.
Questa scienza, opposta all'egoismo filosofico, non aspira alla gloria mondana di fondare scuole, anzi professa che la dottrina non è sua; non dipartendosi mai dal senso comune del genere umano unito a Dio, cioè dall'autorità della Chiesa. La morale da que' principj dedotta non formolavano in una scienza; ma datole per fondamento la volontà di Dio, espressa dalla ragione e dalla rivelazione, e l'obbligo dell'uomo di obbedire a chi ordina o in virtù di potenza assoluta, o per dirizzare alla felicità temporale ed eterna, dettavano precetti severi e purissimi: raccomandavano specialmente la carità, ossia l'amore disinteressato del prossimo, la sincerità, la pazienza, la temperanza: alcuni si spinsero fino a rigoroso ascetismo, che purgasse dal peccato e sciogliesse dalla materia per via di contemplazione e di penitenza.
Il complesso della dottrina, e insieme il punto più elevato della storia e della filosofia cristiana si riscontrano in Aurelio Agostino da Tagaste nella Numidia (354-430). Cresciuto fra le lusinghe d'una giovinezza voluttuosa ma colta, sul terribile problema del come coesistano un Dio buono ed il peccato, accettò la vulgare soluzione de' Manichei, che supponeano un principio buono ed uno malvagio; poi non se n'accontentando, ne cercò altre, perfino coll'astrologia e colla chiaroveggenza; al fine per disperato abbandonossi allo scetticismo. Fatto professore di retorica a Milano, invaghito de' classici, sì che piangeva ai lamenti di Didone e dall'_Ortensio_ era trascinato alla ricerca più sublime, per dotta curiosità andò ascoltar le prediche di sant'Ambrogio; ma queste gli crebbero il bisogno d'acchetarsi nella verità, e si rivolse a Platone, dal quale iniziato al sentimento dell'essere spirituale[166] e al concetto della realtà vera, tranquillò l'anima nell'autorità e nella rivelazione, e ricevuto il battesimo da sant'Ambrogio, alleò la fede di cristiano colla ragione di filosofo, tolse a confutare gli errori cui prima aveva aderito, dibattè i problemi più spinosi della filosofia, e primo in Occidente ridusse a forma sistematica la dottrina evangelica, mostrando indispensabile alla scienza e alla ragione umana l'appoggiarsi nella divina.
Sublime ingegno benchè sfavorito dai tempi, fu il più filosofico tra i santi Padri; tutto seppe, a tutto piegò il docile intelletto; egli metafisico, egli storico, egli erudito delle arti e de' costumi[167], sottile dialettico, oratore grave e maestoso; scrisse di musica, come dei più ardui punti teologici; descrisse la decadenza dell'imperio come i fenomeni del pensiero; avvivò la disputa scolastica coll'eloquenza; eloquenza talora barbara e affettata, spesso nuova e semplice, sempre viva e concisa, e sostenuta dall'affetto. Ne' _Soliloquj_ ragiona seco stesso «per saper Dio e l'anima», all'arguta dialettica accoppiando fantastica sensività. Nelle _Confessioni_, libro per le anime che ritornano al cammin dritto, non per quelle che mai non se ne scostarono, esponendo i proprj fatti non per celia come Orazio e l'Ariosto, nè coll'aria provocatrice di Rousseau e dell'Alfieri, ma gemebondo e a ginocchio, egli ci mostra un'anima tutta ambizione ed amore, che nel giovanile traviamento s'inebbria non si soddisfa, della celebrità s'annoja, corre ingorda dietro alla felicità e al vero, e nella turbolenta solitudine del cuore contrasta con se stessa, e supera le barriere che oppongono una falsa sapienza, una lunga abitudine, i fomiti della gioventù e della concupiscenza. La profonda naturalezza di quello scritto è cosa insolita all'antichità; come la riflessione severa e la mestizia senza disperazione, che il cristianesimo metteva nell'uomo.
Quanto alla politica, al detto di san Paolo «Non v'è potestà che non sia stabilita da Dio», Agostino aggiunge, «O la ordini egli, o la permetta». Che appartenga al sovrano il diritto di vita e di morte, era allora sì indubitato, che il cristianesimo non bastò a negarlo; e sant'Agostino disse, il soldato che non uccide quando il principe legittimo glielo impone, esser reo come quello che uccide senz'ordine[168]; non bene ancora afferrando l'idea di un nuovo diritto pubblico, che discernerebbe affatto la forza dal diritto di giudicare. Assolve la tremenda necessità della guerra qualvolta sia fatta per respingere l'ingiuria, vendicar il torto recato ai sudditi, opporsi ad ambiziosi invasori; ma iniqua la rendono l'ingiustizia del motivo, la violenza dei mezzi, l'abuso della vittoria, l'accannimento contro il nemico, il turbar la pace, l'ambir conquiste, il permettere violenze che si potrebbero impedire[169].
Agostino stesso dal tribuno Marcellino implora grazia per alcuni settarj, proponendo invece della morte una prigionia «dove siano ricondotti dalla malefica operosità all'utile lavoro, dalla follia del delitto alla ragione e al pentimento»: nel che voi scorgete adombrato quel sistema penitenziario, da cui tanto spera la nostra età. Altrove proclamava essere i governi istituiti dal popolo e pel popolo; «i re nè i signori non ebbero nome dal regnare o dal signoreggiare, bensì dal reggere; regno deriva da re, e questo da regolare. Il fasto principesco vuol riguardarsi non come attributo di chi governa, ma come orgoglio di chi domina. Iddio, avendo fatto l'uomo ragionevole ad immagine sua, volle dominasse sulle creature irragionevoli, non sull'uomo; e però i primi giusti furono collocati pastori di greggie, anzichè re d'uomini; volendo Dio con ciò darci a conoscere qual cosa fosse confacevole e all'ordine delle creature e alle conseguenze de' peccati»[170].
Assunto vescovo d'Ippona (395), coll'eloquenza evidente e colla straordinaria emozione allettava le fantasie degli Africani, che, per udirne i prolungati ragionamenti, abbandonavano i riti superstiziosi. Poi da' trattati più eccelsi della metafisica scendeva a catechizzare i fanciulli, addolciva la condizione degli schiavi, per redimere i quali vendea sino i vasi dei tempj; ed esortava tutti all'armonia e alla carità.
Già considerammo i santi Padri nell'azione: come filosofi e letterati voglionsi misurare ad altra stregua che la ordinaria. È vero che ai latini manca la bella armonia del genio greco e la graziosa e castigata elocuzione; di rimpatto sono più originali, più attuali; piaciono meno, penetrano meglio. In Agostino e Ambrogio si fa sentire la scuola con tante antitesi, coll'enfasi, col sottilizzare; Cipriano ha l'ampollosilà meridionale; Lattanzio un'acquosa facilità; Tertulliano uno stile ferreo: ma di rimpatto la veemenza di Cipriano è sempre magnanima; Tertulliano spiega una robustezza senz'esempj; Ambrogio, naturalmente ameno, sempre nobile e pieno d'unzione; Agostino sublime e popolare, accoppia i pregi degli altri, e sa adoprarli a vicenda in una carriera di diversi combattimenti. In tutti poi, se la lingua digrada, si rialza lo stile; al difetto di purezza suppliscono il vigore del sentimento, la ricchezza delle immagini, l'elevatezza del vedere, e massime la novità del fondo, pregio notevolissimo in una letteratura che sempre erasi applicata a tradurre o imitare. Girolamo, fra bellezze stupende, tanto nerbo, tanta immaginativa, tanta erudizione, ha le bizzarrie d'un genio sbrigliato; l'espressione sempre energica, sovente naturale, guasta con citazioni disadatte, con triviali riflessi, col non sapersi arrestare a tempo: ma come riuscire corretto se talvolta in un giorno scrivea mille righe, e in una notte compose il trattato contro Vigilanzio?
E la fretta è il carattere di scritture dettate per occasione: dettate fra l'universale scadimento, fra invasioni, fra dispute iraconde, fra grossolana effeminatezza e imbelle scoraggiamento, come pretendervi la sobria e severa purezza che innamora ne' classici? Ne' loro contemporanei trovammo grammatici gelati, retorici ciancieri, cronisti digiuni, poeti da nozze e da idillj, tutto ciò che può combinarsi colla depressione morale: i cristiani, filosofi e politici, destinati a meditare e fare, persuadere e governare, sovrastano per convinzione ardente ed operosa, conseguente calore e verità di linguaggio, pel continuo occuparsi degli interessi più attuali e grandiosi dell'uomo e dell'umanità, per l'elevatezza che ritraggono dall'osservare gli eventi non secondo l'impressione istantanea, ma in relazione colle verità eterne e con una vita di cui questa non è che l'ombra e la preparazione. Da tale punto d'aspetto doveano essi ravvisare ben altrimenti le grandezze e il decadimento di Roma.
Quando questa, come or ora vedremo, fu presa dai Goti, il mondo cristiano esclamò esser vendicato il tanto sangue de' martiri; e da molti discorsi, anche di sant'Agostino, trapela una specie di contentezza per questa grande giustizia. Gli amici dell'antico culto interpretavano invece quel disastro come punizione degli Dei abbandonati, e imputavano ai Cristiani la ruina dell'impero. A costoro Agostino oppose la _Città di Dio,_ curioso lavoro di genio e d'erudizione, tanto complesso di mezzi eppur unico di fine, e il primo monumento di filosofia della storia. Gran potenza doveva conservare il politeismo se Agostino credette d'insister tanto nel provare la superiorità di Dio sugli Dei. Assume egli di mostrare come nel paganesimo giacessero sconvolte le idee di virtù e di gloria, lo riconduce ai veri elementi suoi, il panteismo materialista e l'adorazione della carne, e cerca in esso le reali cagioni della rovina della società, ponendo a parallelo le due civiltà che si combattevano.
Gli abitatori della città di Dio e della città del mondo vivono mescolati quaggiù, ma quale trionferà? che fia di Roma? Invece di rispondervi direttamente, egli s'approfonda ne' misteri dell'eternità, scruta i tremendi abissi della giustizia divina e le esultanze della rimunerazione. Quante bellezze nella natura! quante meraviglie nell'industria! quante gioje nell'intelligenza! Agostino divaga nel descriverle, e — Se tanto Iddio largisce a chi ha predestinato alla morte, che farà per coloro che predestina alla vita?» così dell'una città preconizza la caduta con una convinzione fin allora ignota alla storia, mentre canta il trionfo dell'altra, che da Abele in poi, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, peregrinando procede. «Quella venne fabbricata dall'amore di sè, portato fin al disprezzo di Dio; questa dall'amor di Dio, portato fin al disprezzo di sè; l'una si glorifica in se medesima, l'altra nel Signore; l'una cerca la gloria degli uomini, l'altra non vuol gloria fuorchè il testimonio della coscienza; l'una cammina tronfia e pettoruta, l'altra dice a Dio, _Tu sei mia gloria_; nell'una i principi sono strascinati dalla passione di signoreggiare sopra i sudditi, nell'altra principi e sudditi si rendono reciproca assistenza, quelli ben governando, questi obbedendo».
Come dunque nella sua gioventù, cerca ancora le ragioni della lotta fra il bene e il male, ma pone fuor di questa un Dio immutabile, sorgente unica degli esseri tutti. Il male esiste, ma viene da una creatura, qual è il demonio: gli uomini si disputano la gloria, la ricchezza, i beni che Dio abbandona ad essi. L'incarnazione futura del Riparatore è la ragione suprema di essere del genere umano, la lanterna nel mar della storia. Viene Cristo, ma allora l'impero si scoscende, e sono le sue ruine che ispirano il libro d'Agostino, la più grande rivelazione del maggior conflitto che la storia ricordi tra i due mondi; l'uno perduto sempre dal peccato, l'altro sempre salvato da Cristo.
Cominciata l'opera nel 411, la pubblicò in ventidue libri successivamente fino al 427; e chi non s'adombri alle incessanti antitesi[171] e allo stile brillantato, chi non s'offenda alle particolarità in cui si sminuzza nel determinare la fine delle due città, volendo applicarvi parola per parola l'Apocalisse senza che gli bastino l'immaginazione per valersi del linguaggio misterioso, e l'alta intelligenza per discernere qual idea convenga o no tradurre in immagini, ammirerà tanto ardimento di pensiero e tanta umiltà di fede, con cui affronta problemi fondamentali, il governo temporale della Provvidenza, l'accordo della prescienza col libero arbitrio, gli arcani della morte e della resurrezione.
Prima d'ogni altro, Agostino seppe comprendere con uno sguardo l'intera umanità da Adamo fin alla consumazione dei secoli a guisa di un uomo solo, solidariamente congiunto nel male e nei patimenti, che dalla fanciullezza alla vecchiaja, passando per tutte le età, compie la sua carriera nel tempo[172]; e sotto la contingente varietà degli avvenimenti ond'è tessuta la storia dell'umana famiglia, scopre un disegno immutabile e necessario di essa Provvidenza, il quale gradatamente si compie, malgrado gli ostacoli dell'ignoranza e delle passioni.
La storia fin allora era stata alea, cioè considerava che la società avesse in se medesima il proprio fine; nè i più grandi filosofi avrebbero potuto scorgerne il fine comune, quando le nazioni camminavano ciascuna per la sua via, distinte una dall'altra, e il libero arbitrio dell'uomo, la forza, le vittorie, le sconfitte decidevano della loro fortuna. Solo il cristianesimo poteva annunziare che gli uomini sono tutti fratelli, che Cristo è centro dell'umanità, e che l'estendersi del suo regno è il fine, cui le umane cose vengono dirette anche da ciò che sembra ad esse opporre contrasto. Le persecuzioni aveano di ciò offerto una dolorosa ma incontrastabile prova, e i Padri della Chiesa acclamarono che l'attuazione del vangelo è lo scopo a cui la Provvidenza governa le cose di quaggiù. Sotto questa prospettiva osserva Agostino gli avvenimenti.
Erasi proposto di rispondere al paganesimo politico dell'Occidente, ma poi allargò il proprio soggetto, e invece d'una semplice confutazione, diede al mondo un'esposizione si può dire compiuta delle dottrine cristiane. A trattare quel primo assunto egli indusse Paolo Orosio spagnuolo, il quale fecesi a mostrare come, fin da' primordj, gravissime sciagure flagellarono senza tregua l'uman genere; la storia è una ripetizione continua del fallo d'Adamo, una serie di rivolte contro Dio e di conseguenti punizioni, talchè nulla di straordinario erano quelle d'allora, per quanto desolatrici: donde inferisce che la vita è un cammino d'espiazione, per cui l'uomo, traverso un'acerba preparazione, si conduce alla vera felicità, la quale anche in terra può prelibarsi da chi impari dalla religione ad accettare i travagli come si deve.
Allorchè, occupata l'Africa dai Vandali, non i Gentili soltanto rinfacciavano al cristianesimo i disastri dell'impero, ma i Cristiani medesimi lagnavansi di non mietere che sventure dalle virtù e dai patimenti, Salviano, «eloquente prete di Marsiglia», scrisse _Del governo di Dio_, dove, mostrato quanto a torto si giudichi spesso del bene e del male, investiga nella storia la manifestazione della divina giustizia, e non potersi a ragione mover lamento, dacchè così universale vedeasi la corruttela dentro e fuori della Chiesa: anzi con ricche descrizioni e con patetici tocchi istituendo confronto, ne' Barbari devastatori dell'impero indica virtù non mai conosciute o dimenticate in questo, a segno che non sia da meravigliare se essi prevalgano. Palesava in somma di comprendere ciò che nessuno de' suoi contemporanei, cioè che la caduta dell'impero darebbe origine a nuova civiltà, costituita sopra il cristianesimo.
CAPITOLO LII.
Trasformazione delle arti belle.
Dopo l'archeologica restaurazione di Adriano, le arti andarono a precipizio. Già un gusto immiserito palesa la porta de' Borsari a Verona, colle colonne a strie torse, e sovrapposti alle nicchie frontoni a vicenda angolari e tondi. Nelle terme di Diocleziano, il quale volle sorpassare quante se n'erano fatte sin allora, caricaronsi le volte di ornamenti, i quali cadendo uccisero molte persone. Nel suo meraviglioso palazzo a Spalatro, l'arcata nasce dalle colonne senza cornicione; queste posano su modiglioni invece di piedistalli, e una schiera sopra l'altra senza che una linea continuata accenni una soffitta interna; le cornici, invece di tirare orizzontalmente dall'una all'altra colonna, circolano col fregio attorno di un'immensa arcata; aggiungete ornamenti, senza sobrietà nè significazione nè effetto, onde la superfluità genera confusione. Le proporzioni più non si osservarono; pesanti e secche modanature, goffi e meschini profili, archi senza archivolto, colonne spirali o elittiche, e perfino nel medesimo peristilio se ne posero di differente altezza. Eppure l'arte spiegava maggior libertà ed ampiezza nel gettare francamente le volte da una colonna all'altra senza bisogno di piedritto, ampliando così gl'intercolunnj, e dando snellezza e luce ai portici.
Sì rapidamente degradò la scultura, che i giganteschi modiglioni del magnifico tempio della Pace non vantaggiano sui lavori dei secoli barbari. La noja del bello si rivela nella cupidigia del singolare; le statue degli Dei staccansi dalle sembianze umane per ridiventare simboliche all'orientale; il Mitra, o dio Sole, effigiasi con viso di leone e piccole ali e un serpente attorcigliato alla persona e molti simboli: anche i busti diminuiscono di rilievo, di correzione, di disegno; tutta la rappresentazione perde di carattere per modo, ch'è necessario ajutarne l'intelligenza per mezzo di scritture. Costantino, che tanto fece fabbricare nelle due città capitali, per ornare le sue terme a Roma portò di Grecia i colossi di Montecavallo, che l'epigrafe certo posteriore attribuisce a Fidia e Prassitele; ma in molto maggior numero opere trasferì da Roma a Costantinopoli, e per erigere edifizj nuovi fu ridotto a spogliare gli anteriori, acconciandone i frammenti in maniera sgraziata, quasi non si trovassero tampoco scarpellini per copiare l'antico.
Ma qui pure avvicinavasi alla materia la scintilla dello spirito, perocchè le rivoluzioni che si fanno nell'idea, portano conseguenze in tutti i fatti; e come la morale privata e pubblica e la letteratura, così anche le arti belle doveano dal cristianesimo ricevere un mutamento radicale, e non essere distrutte ma compite. Quelle sensuali che effigiavano l'idolo o il monarca, poi identificavano l'idolo col Dio, non poteano ispirare che abominio ai primi Cristiani; ma ben tosto dall'essere mero trastullo de' fortunati, blandizie de' sensi, corredo della ricchezza, essi doveano chiamarle ad ornare le solennità d'amore e di dolore, associarsi alla nuova civiltà per esprimere l'aspirazione ad un perfezionamento, di cui continuo è il desiderio in questa vita, ma il compimento non si dà che nell'altra.
Fin dal loro nascere i Cristiani usavano alcuni simboli, esprimenti le loro credenze: sulle tombe intagliavano palme, cuori, triangoli, viti, pesci, croci, specialmente il monogramma ☧, cioè Cristo, col nome dell'estinto. Null'altro che questi simboli tollerava l'austero Tertulliano, il quale, confondendo l'arte cogli abusi, riprovava qualsifosse effigie, sin quella del Buon Pastore: ma gli altri dottori mostraronsi più condiscendenti alla inclinazione della natura umana di rappresentare ai sensi gli oggetti consacrati nella sua memoria e nella sua venerazione.
Roma posa sovra un terreno vulcanico, e le lave indurite, il peperino, la pozzolana da una parte, dall'altra il più moderno travertino, sedimento del Teverone, prestarono materiali a fabbricarla. Dallo scavo di queste materie, massime presso porta Esquilina, risultarono grotte vastissime, serpeggianti sotto alla gran metropoli, e talvolta a varj piani sovrapposti. Pare che di buon'ora s'introducesse l'uso di sepellire in alcune di esse _catacombe_ la gente vulgare, entro cellette o loculi, ricavati nelle pareti l'uno sopra l'altro a maniera di colombajo.
I Cristiani, forse condannati a lavorare in que' sotterranei, o che vi cercarono oblio e nascondigli, ne fecero il luogo di loro convegno e i dormitorj (_cœmeteria_), come con fausta parola chiamavano i sepolcreti dei fratelli addormentatisi in Dio. Quest'opinione vulgata appoggiasi sopra esempj consimili di Napoli, di Siracusa, di Parigi: ma renderebbe perplessi intorno alle reliquie che se ne estraggono, e supporrebbe un accomunamento de' riti cristiani co' gentileschi, troppo repugnante dal primitivo zelo; laonde qualche moderno dimostrò vittoriosamente che le catacombe cristiane furono fatte a bella posta, e i Gentili, come non posero mano a scavarle, non poterono per legge servirsene.
Lunghi androni sotterranei, con nicchie a più ordini ricavate ne' fianchi, tratto tratto riescono a camere decorate di stucchi, e a cappelle destinate a celebrarvi i sacri misteri. Dopo che più non furono necessarie a celarvisi, restarono venerate come teatri di quelle scene devote, ove i fedeli, commemorando i martirizzati, preparavansi ad imitarli; e i più morendo chiedevano di dormire a lato a quei santi, per partecipare alle loro intercessioni. Furono pertanto frequentate dalla divozione fin al secolo xii, quando Pietro Mallio ne diede l'enumerazione; dappoi si visitava soltanto quella cui s'entra per la chiesa di San Sebastiano.
Pontificando Sisto V, si tornò l'attenzione a questi antichi sepolcreti, ed egli ne fece estrarre delle reliquie; pietà che si estese, e che fu poi regolata da Clemente VIII e da altri, acciocchè non si confondessero le ossa de' santi e i distintivi del martirio con avanzi profani. Qualche erudito ne formò oggetto di studio; ed Onofrio Panvinio enumerò quarantatre catacombe a Roma, e discorse i riti e le adunanze che vi si tenevano; Antonio Bosio continuò più di trent'anni ad esplorarle, e senza misurare spese e fatiche ne levò i piani, disegnò le pitture, le sculture, i sarcofagi, gli altari, gli oratorj, e ne tessè l'opera della _Roma sotterranea_, che, pubblicata postuma, fu riveduta ed ampliata da Paolo Aringhi nella _Roma sotterranea novissima_, di maniera che se ne diffuse la cognizione, e si eccitarono nuove ricerche. Marc'Antonio Boldetti, nelle _Osservazioni_ sopra i cimiteri de' santi martiri e degli antichi Cristiani di Roma, sebbene insista specialmente sull'autenticità delle reliquie e sui decreti della Chiesa in tal proposito, esibì insieme i disegni di molti oggetti scoverti nelle catacombe, e continuò lunghe indagini, di conserva col Marangoni; ma quando stavano per pubblicare gli studj di tanti anni, il fuoco li distrusse, e solo pochissimo il Marangoni ne stampò. Per commissione di Clemente XII, il Bollari si applicò a questa ricerca con ricchissima erudizione, ma poca diligenza e pochissimo sentimento dell'arte cristiana. Miglior esame vi portò il gesuita Marchi, in un'opera che le ultime vicende hanno sospesa, e che divenne il fondamento ad altre di forestieri[173].
Da quelle grotte, che sono pel curioso una delle meraviglie di Roma e pel devoto un santuario di pietà e di speranze, si trassero in diversi tempi avanzi d'arte, che venivano collocati nelle chiese, massime di San Martino ai Monti, Sant'Agnese, San Giovan Laterano, Ara Coeli, Santa Maria Maggiore e Santa Maria Transtevere, e che poi si pensò raccogliere in un Museo Cristiano nel Vaticano.
Delle figure le più sono ad incavo, empito di minio, colore de' trionfanti, che qui dinotava un nuovo genere di vittorie: appena arrivano a cento in tutta Roma le opere di bassorilievo, a cencinquanta nella restante Italia, e quaranta in Francia: non mancano musaici. E rappresentano il Buon Pastore; san Pietro col gallo; l'orante, cioè un uomo o una donna, stanti, cogli occhi al cielo e le mani protese; il fossore in atto di sterrare, col riscontro spesso di una figura portante la lucerna.
Fra i simboli che si conservavano come passaggio dall'iniziazione dei culti antichi alla realtà ed alla storia, sono le sigle Α Ω, ☧, IH, indicanti Cristo; la colomba posata sul ramo di palma con una stella nel becco, o che bee dal calice; cervi che corrono al fonte; pesci in asciutto; un gallo che annunzia il mattino dell'eterna giornata; due mani erette al cielo, o due mani e due piedi disposti a croce; il delfino, simbolo del tragitto delle anime verso una riva ospitale; l'àncora della speranza, o un semplice ramo d'ulivo; talvolta il cuore, che i Gentili appendevano al collo de' loro fanciulli. La croce era segno usitatissimo; e dapprincipio si faceva greca, cioè a braccia eguali; nel secolo iii si allungò, quando vi si appose il Crocifisso, ignoto a' primi tempi; com'era inusato il calice, da cui più tardi si fece sporgere l'ostia, o fu posto in mano all'evangelista di Patmo col serpente. Il serpente, nota di salute ai Greci che l'attribuivano al dio della medicina, ed agli Ebrei che ricordavano quello eretto nel deserto, passò a significare lo spirito del male, e si figurò vinto a piè della Croce, poi più tardi conculcato dalla Immaculata concetta. Talora il maligno esprimevasi col corvo; ma solo nel medioevo fu introdotta la sconcia forma di mezz'uomo e mezza bestia. La forza irrazionale trovasi talora rappresentata col leone, che dappoi fu posto fuor delle chiese con un agnello o un fanciullo in gola; altre volte, indicando la forza morale, sostiene la sedia vescovile, o il cero pasquale, o colonne.
Alle allegorie si aggiungono rappresentazioni storiche, desunte dal nuovo Testamento, come le parabole del Vangelo, o dell'Apocalisse il libro dei sette suggelli, il candelabro di sette rami, i quattro angeli dei quattro venti, i ventiquattro vecchioni, la bilancia, la donna inseguita dal dragone: non ne mancano di cavate dai Gentili o dalla tradizionale sapienza, quali sarebbero l'Orfeo, le Sibille, le Muse: e scene di vendemmia, che raffiguravano pel pio artista una vita matura, e da cui stavasi per ispremere il succhio spirituale. La morte, effigiata dai Greci in genj di graziosa mestizia colla face rovesciata, non aveva emblemi tra' primi Cristiani, e furono i Gnostici che introdussero la forma dello scheletro[174].
I nomi di _santo, caro, innocente, dolcissimo_, attestano l'affetto verso il defunto: l'_in pace_, frequente imitazione degli Ebrei, la fiducia religiosa che fa men tristi gli avelli; mentre negli epitafj romani l'idea d'una vita futura era mentosto credenza che augurio. I caratteri romani vi sono deformati, ineguali, fitti, raccorci, misti a lettere greche[175].
Antichissimo era l'uso dei doppieri accesi ai feretri; e sebbene Tertulliano riprovi lo spargervi fiori, troviamo usitato questo bel simbolo della bellezza e fragilità della vita. V'avea sepolture private, bisomi, trisomi, cioè per due, tre o più cadaveri; e alcune separate pei fanciulli vissuti men di quaranta giorni. Spesso il cadavere acconciavasi con aromi, donde quella fragranza che spesso si legge usciva dalle tombe dischiuse.
I sarcofagi s'introdussero quando alla nuova religione diedero il nome senatori e ricchi. Il primo, di cui l'età sia accertata dall'iscrizione, è di appena due anni anteriore alla morte di Costantino[176]; ma forse il più antico è quello della villa Panfili, figurante portici alla corintia, sotto cui quindici personaggi che circondano Cristo, in toga sopra sedia curule, bello del volto, e colle chiome spartite sul capo, al modo che suole ancora figurarsi. Sui sarcofagi per lo più si scolpiscono scene evangeliche, come l'adorazione de' magi o la benedizione dei fanciulli: talvolta anche della mitologia, o pagane reminiscenze, talchè non meno di Giona e Noè vi appajono Deucalione e Giasone, e le agapi non differentemente dai banchetti profani. Imperocchè l'arte plastica greca rivaleva sulle concezioni giudaiche; e massime dopo che la Chiesa non fu più costretta a nascondersi, si palesò il contrasto fra i comandi a metà pagani de' signori, tendenti a ridur materiale il culto, e il genio riordinatore e progressivo della Chiesa, che sostituiva la storia all'allegoria: la qual lotta impedì qui pure la trasformazione totale, cui il cristianesimo aspirava.
Intanto era nuovo questo prendere a soggetto, non più la forza e la leggiadria nella più vistosa appariscenza, bensì la bellezza che deriva dall'interno, i patimenti, l'ascetismo: e l'uomo dei dolori, la vergine madre, vecchi plebei, donne piangenti, esprimevano una religione insolita, per cui la vita era una espiazione, e che rendeva sacre le lagrime, e nell'amore e nella speranza trovava una significazione morale alla gioja e ai tormenti: anzi, per protestare contro gli abusi del bello, alcuni effigiavano la divinità in forma umile e servile. Quando la Chiesa divenne trionfante, più non ebbe a temere di quel che a principio potea parerle un inciampo; e non che repudiare le arti, se le appropriò, purificandole come tutto il resto; e conoscendole capaci di produrre effetti morali e intellettuali qualora sentano la propria elevatezza, se le rese ferme ed eloquenti ausiliarie nella promulgazione della divina parola.
Nella vicenda di persecuzione e di tolleranza, corsa per quattro secoli, i Cristiani fabbricarono qualche cappella in Roma stessa: Adriano, dopo udita l'apologia di Quadrato, permise si radunassero in celle che s'intitolarono Adrianee: e già avanti Costantino, più di quaranta chiese aveva la sola metropoli. Ma sol dopo ottenuta la pace e il trionfo si potè alzare tempj artisticamente, ed abbellirli di effigie ed ornamenti. Papa Silvestro, avuto in dono da Costantino il palazzo di Laterano, vi fece disporre un battistero ottagono, consacrato al santo, dal quale prese nome la chiesa vicina di San Giovanni Laterano, dove ancora il pontefice prende possesso della città e del mondo (_urbis et orbis princeps_). Distrutto il circo di Nerone, Costantino v'alzò una chiesa al principe degli apostoli, fabbricò quella di San Paolo fuor delle mura, e San Lorenzo, e Sant'Agnese. Quest'ultima, in una valle sparsa di catacombe tra la via Salaria e la Nomentana, fu conversa poi in cappella funeraria, ove Costanza figlia dell'imperatore venne deposta entro stupendo sarcofago di porfido, ornato di bacchiche allegorie. Simboli eguali appajono nel musaico del vicino battistero rotondo.
La chiesa dedicata in Roma a santa Prisca là dove sorgeva il palazzo di questa, battezzata da san Pietro e considerata come la prima martire, arieggia alle catacombe, con un sepolcro, un altare, una cappella. Quella di San Clemente, che è anteriore a Teodosio Magno, conserva inalterata la forma rituale, cinta d'un atrio a colonne e col pronao; dentro in tre navate, di cui la mediana ha undici metri di sfogo, quattro la destra, sei la sinistra, con anomalia non rara; ampia scala conduce alla tribuna, sotto cui si apre la confessione colle reliquie. Anche San Silvestro, Sant'Ermete, San Martino ai Monti in Roma furono elevati sopra oratorj sotterranei. Galla Placidia, figlia di Teodosio, volle che la chiesa de' Santi Nazario e Celso in Ravenna imitasse gl'ipogei; e vi collocò le tombe per sè, pel fratello Onorio, pel marito Costanzo e pel figlio Valentiniano III[177]. A Leon Magno s'attribuisce San Pietro in Vincoli a Roma, e ignoriamo donde togliesse quelle colonne d'un dorico assai più alto del pestano.
Costantino imperatore e i primi successori suoi non abbatterono nè mutarono i tempj pagani; ma ciò si fece via via che il cristianesimo prevaleva. Uno dei primi che fossero ridotti a chiesa fu Sant'Urbano fuor porta Capena, sopra la fontana di Egeria, di cotto, con portico di quattro belle colonne. Però tempj così piccoli come i pagani mal potevano servire al popolo intero, che congregavasi a partecipare della preghiera e del sagrifizio, e ad ascoltare i dogmi della fede e i precetti della morale. Più opportune a tal uopo venivano le basiliche (t. III, p. 425), recinti coperti, nei quali raccoglievansi i mercadanti agli affari, gli oratori a discutere, i magistrati a sentenziare. Dieci ne aveva la sola Roma, che altrove nominammo; e mentre i tempj per lo più abbellivansi esternamente di colonnati, della basilica non si vedeano che mura. La sala interna formava un quadrilungo, tripartito da due serie di colonne, le quali riuscivano ad un semicerchio, alzato d'alquanti gradini, e coperto d'un emiciclo. In questo abside o tribunale sedeva il pretore, con attorno i giudici e rimpetto gli avvocati: in gabinetti attigui si tenevano gli scrivani minori, uffiziali intenti a risolvere o conciliare i piati insorti fra negozianti: alcune basiliche erano provvedute di loggie in alto per comodo degli spettatori. Siffatte erano opportunissime alle riunioni dei Cristiani, non solo per la capacità, ma anche per la distribuzione, collocandosi in mezzo del tribunale l'altare, sulla cattedra del magistrato il vescovo, attorno ad esso il clero, nel resto i fedeli, e sulle loggie le vedove e le vergini devote. Dicono che la prima basilica volta ad uso cristiano fosse in Roma la Porcia, e servisse di modello alle chiese che conservarono quel nome.
Mentre papa Liberio con un senatore romano ideava la chiesa di Santa Maria Maggiore, cadde neve, benchè fosse agosto entrante; e su quella un angelo delineò la pianta della fabbrica. Questa leggenda attesta che s'attribuiva alle costruzioni sacre un senso superiore al capriccio dell'artista; e sembra che ogni parte fosse rituale, come già nel tempio ebraico. Allorchè fossero arbitri della scelta, i Cristiani costruivano le chiese sulle alture, lunghe due volte la larghezza, e colla cella rivolta ad oriente. Prima incontravasi l'atrio o paradiso, portico a colonne largo quanto la chiesa, e talora formante un cortile quadrilatero[178]. Ivi si deponevano gli estinti, col capo verso levante, ad aspettare la resurrezione. Del sepellire in città, vietato rigorosamente dalle XII Tavole[179], più non s'aveva scrupolo, come mostrano le tombe di Costantino e d'Onorio: un campo fuor della chiesa serviva ai più: alcuno impetrava di collocare i suoi cari presso i martiri, come sant'Ambrogio depose il fratello Satiro vicino a San Vittore. Solo i vescovi poteano essere sepolti nelle navate della chiesa; la famiglia imperiale sotto la sacra soglia.
In tre zone era partita la chiesa: alla prima (_narthex, ferula, pronaos_) vicina alla porta aveano accesso i penitenti non iscomunicati, e i catecumeni, che udivano il vangelo senza poter assistere al sacrifizio. La seconda (_navis_), ad uso degl'iniziati, n'era separata trasversalmente per un muro a tre porte; quella a destra per gli uomini, la sinistra per le donne, la mediana per le processioni. Nella nave di mezzo, riservata alle cerimonie religiose, avevano posto i leviti e i tre cori cantanti attorno ai tre pulpiti o amboni. Questi si faceano ottagoni o quadrati[180] con musaici e scolture; e uno serviva per l'orchestra, uno per l'epistola, dall'altro i diaconi leggeano il vangelo e le lettere dei vescovi. Davanti agli amboni stava la colonna del cero pasquale. La sedia del vescovo dietro all'altare occupava il centro dell'abside, che poi si chiamò presbitero, e che avea la volta dorata, e a lato i pastofori. All'estremità delle navi minori il _senatorium_ ed il _matroneum_ servivano pei patrizj e le dame. Al sacrario (_cella, hieration_), separato dal restante tempio con un arcone trionfale, si saliva per tre gradini; un velo colorato lo toglieva agli sguardi; nè ad altri che al sacerdote era dato penetrarvi. Stava sotto di esso la confessione, cripta delle ossa de' martiri, sopra cui ergevasi l'altare, unico all'unico Dio. Sopra di quello pendea la pisside, spesso in figura di colomba, entro cui conservavasi l'eucaristia; e attorno lampade di varie forme, appese al baldacchino in triangolo (_ciborium_) che era sorretto da quattro colonne. A questa generale distribuzione molte varietà s'introducevano.
Per edificare più prontamente, e trovandosi già le arti in decadenza, alle chiese s'adattavano colonne tolte ad edifizj diversi, e perciò di grandezza disuguali. Invece d'accorciare le troppo lunghe o rialzare con uno zoccolo le brevi, si sbandì l'architrave, e dall'una all'altra gettaronsi archi, sorgenti immediatamente da esse; metodo già conosciuto, allora fatto generale. Nella basilica di San Paolo fuor della mura[181] ventiquattro colonne di pavonazzetto furono portate dalla Mole Adriana, i cui elegantissimi capitelli discordavano dalle sedici aggiuntevi forse quando Teodosio ed Arcadio l'ampliarono; divideano esse la basilica in cinque navate, che con una trasversale formavano croce, e davano un vedere ben più grandioso e magnifico che i peristilj esterni degli antichi: tutti gli archi impostavano sulle colonne. In Santa Costanza le colonne sono binate, non nel senso della circonferenza, ma secondo il raggio della rotonda; quali pure in una chiesa presso Nocera de' Pagani, e in non poche posteriori. Il tempio pagano ricevea luce dalle porte o da un foro nella volta o da lampade; ne' cristiani finestre rotonde ed arcuate trasmettevano una luce, temperata da vetri a colore che rappresentavano al popolo le storie bibliche o dei santi.
Moltiplicaronsi poi le chiese a Roma, e in esse potrebbe seguirsi passo a passo l'architettura nel dechino e nel risorgimento, nessuna età così infelice trovandosi che qualcuna non ne ergesse per munificenza o devozione de' pontefici. Anche nelle altre città se ne aprivano, man mano che il cristianesimo vi era piantato, prediligendo le forme rituali nelle piante, nell'elevazione e negli ornamenti. Quando poi il culto non si limitò ad un martire solo, crebbero gli altari, il che coll'interrompere le linee alterò la semplicità del disegno; molto più quando s'introdusse la profana pompa de' mausolei.
Edifizj considerevoli son pure i battisteri. Nelle rovine della casa di Prisca a Roma, ove credono abitasse san Pietro, mostrano un capitello incavato, nel quale è fama ch'egli battezzasse, con acqua dapprima sacra a Fauno: aggiungono ch'egli amministrasse quel sacramento in una catacomba della via Salaria, e in quella dove poi fu sepolto presso un luogo ch'ebbe nome di Fonte san Pietro. Dappoi si eressero a quest'uopo edifizj presso le acque, accanto alle chiese, alle quali talora erano congiunti per via di portici, come ad Aquileja. Presso al palazzo Laterano, Costantino o san Silvestro fece il suntuoso battistero che ancora sussiste, con più ordini di magnifiche colonne di porfido o marmo, e membrature di edifizj antichi, senza unità di stile e di proporzioni: nel mezzo vaneggia il bacino, a cui si scende per alquanti scaglioni, ottagono come tutto l'edifizio, al quale precede un portico pei neofiti aspettanti; e serbasi ancora pei solenni battesimi amministrati dal papa. A tal uso furono pure ridotte in Roma le terme pubbliche di Novato, fratello delle sante Prassede e Pudenziana; il bagno del loro padre senatore Pudente; e quello di santa Cecilia, chiuso ora nella bella chiesa che da questa trae il titolo. Ottagona se ne volea per lo più la pianta; ma talora quadra, rotonda o a croce, con gallerie in alto, e una cappella coll'immagine del Battista, o di san Pietro che battezza Cornelio, o altra da ciò. Alle vasche giungeva l'acqua per doccie sotterranee, talchè il vulgo credeva si empissero miracolosamente. In quel di Sant'Andrea, rifabbricato da Leone III, la fonte era circondata da colonne di porfido; e di mezzo ne sorgeva un'altra, portante un agnello d'argento che versava l'acqua. Talora era un vaso isolato, sorretto da colonne o da animali simbolici. Un solo battistero faceasi per diocesi, e a pasqua e pentecoste soltanto si compiva la cerimonia; lo perchè i battisteri doveano essere molto capaci. Sulla forma de' primi se ne costruirono poi molti nel medioevo[182].
La decorazione e la sfragistica si esercitavano nei dittici, ove scriveansi i nomi dei santi e dei benefattori, da commemorare alla messa, ne' troni dei vescovi, negli altari e altarini, ne' candelabri, ne' reliquarj, nelle coperte dei libri rituali.
Coloro che non giudicheranno queste opere col sentimento, ma le scruteranno colla critica artistica, non dimentichino che era un'età di universale decadenza; e già imperante Costantino tal penuria si pativa d'artisti, che si dovettero dilapidar le fabbriche anteriori onde fornire le nuove. L'arco alzato a' suoi trionfi è tutt'insieme più maestoso che quel di Settimio Severo; ma gli ornamenti furono levati dall'arco e dal fôro di Trajano, e mal raccozzati con lavori di nuovo, scarsi di quell'arte di profilare che produce la grazia. Di questa mancano affatto le immagini del Salvatore e dei dodici Apostoli ch'egli fece porre in argento a San Giovanni Laterano, ed altre statue dell'età sua in Campidoglio, come pure le medaglie e monete: e per dedicargli una statua, si pose il capo di lui sovra un antico Apollo. Di quel tempo si fusero le porte di bronzo di San Paolo, perite nell'ultimo incendio, con incise figure e rabeschi contornati d'argento, ove la ricchezza mal potè velare lo scadimento dell'arte. E tanto fra il popolo scemava il culto del bello, che fu necessario vietare si demolissero mausolei, archi e colonne per capriccio o per bisogno di murare, e istituire un magistrato per difendere colla forza i pubblici monumenti[183].
Come dapprima la Grecia aveva allattata l'arte romana, così questa si trapiantò in Grecia con Costantino, e le costruzioni da lui fino all'imperatore Giustiniano derivano affatto dalle latine, e primieramente l'ippodromo e la gran cisterna di Costantinopoli; le medaglie bisantine portano latine leggende, e perfin la lupa romana. Solo al tempo di Giustiniano e colla fabbrica di Santa Sofia appare quel che volle dirsi stile bisantino, non bene definito nè cronologicamente nè artisticamente, ma che infine potrebbe ancora dedursi da edifizj romani, e specialmente dalle terme, preferendo alla sala rettangola delle basiliche la pianta rotonda e le cupole semicircolari, e tutto ornando di musaici e di pietre multicolori, e d'una ricchezza di ori, figure, rabeschi, opposta alla semplice nudità che dai Latini fu sempre preferita.
CAPITOLO LIII.
Miglioramenti e complesso della legislazione.
Man mano che le altre discipline e l'Impero decadevano, migliorava la legislazione; segno evidente che la cagione non era a cercarsene nell'incremento della civiltà romana, bensì nello spirito nuovo, infuso dal cristianesimo. Solo un secolo più tardi dell'età che narriamo quella legislazione fu raccolta e vagliata per cura dell'imperatore Giustiniano: ma a noi pare questo il luogo di toglierla ad esame, sì perchè le sue disposizioni capitali si riferiscono a quest'età, sì per coglierne occasione a spingere un estremo sguardo nella vita intima del gran popolo, e comprendere meglio in qual senso deva intendersi la sua caduta.
L'antico Oriente non ebbe idea del diritto individuale, tutto rimanendo assorto dal capocasa, patriarca, autor della vita come del diritto; la personalità confondeasi nella famiglia, la famiglia nello Stato, lo Stato nel monarca; sicchè all'uomo non rimaneva altra difesa che ne' costumi patriarcali e nella religione, la quale, mentre sanziona l'obbedienza, mitiga insieme l'impero. Assoluta v'è pertanto la podestà paterna; il matrimonio è una vendita combinata fra' genitori; la moglie è serva; il padre può vendere i figliuoli, adottarne altri; sconosciuto il testamento, energica manifestazione della libertà individuale. È dunque il dominio dell'autorità, cioè della fatalità.
In Grecia la filosofia, cioè la libertà e la ragione, spezzano quell'unità indefinita e universale, si svincola il progresso, la religione si scevera dal governo; ma la vita pubblica rimane tuttora confusa colla privata, pubblici i giudizj, il pubblico diritto identico coll'individuale; il matrimonio non ha luogo che fra concittadini; la potestà patria è proprietà sulla prole, e il genitore scontento ne fa protesta al magistrato, e rinvia di casa il figlio, che più non può vantare alcuna ragione. E però la Grecia elevossi a tante libertà, ma puramente comunali, fossero aristocratiche o democratiche; donde moltissime varietà. Ma in verun luogo la libertà individuale acquistò pienezza all'ombra del potere principesco, siccome accadde ne' nostri Comuni: bensì arrivarono a compimento la potenza e la franchigia delle città. Se non che i cittadini di Grecia erano nobili d'origine, a differenza degl'italiani ch'erano mercanti e borghesi; l'uomo rimaneva subordinato alla qualità di cittadino; lo spirito comunale teneva escluso lo straniero dal matrimonio legittimo: bensì questo fu purificato col ridurlo a monogamia, siccome la pubblica animadversione fu sostituita alla guerra privata.
Roma apparve al termine de' tempi antichi, per modo che potette riassumere quanto di meglio erasi prodotto sotto il dominio dell'autorità, ed insieme profittare di quanto introducevano dapprima la filosofia, poi il cristianesimo, cioè la libertà, la ragione, l'umanità rinata nell'amore di Dio. Missione provvidenziale di essa parve il costituire e perfezionare socialmente l'elemento del diritto, il lato politico e giuridico della vita umana. Lo spirito d'ordine e l'inflessibilità de' primitivi patrizj introdusse lo _stretto diritto_, complesso di massime e d'azioni legali, arbitrarie, che, volendo regolare con atteggiamenti materiali lo spirito dell'uomo, ancora incapace di dirigersi per ragione, lo faceano chinare all'autorità, ad arcani religiosi, a formole impreteribili, cambiate le quali son cambiati gli effetti[184]; a solenni interrogazioni e risposte solenni, che non lasciano dubbio sulla volontà; la quale trovasi obbligata non dalla coscienza e dalla nozione del giusto e dell'ingiusto, ma dalla espressione letterale.
Questo ferreo diritto nazionale, scritto nelle XII Tavole, diveniva insufficiente dacchè Roma accolse in grembo tanti forestieri, nelle cui controversie non potendo aver luogo le azioni legali, vi si sostituì l'imperio del magistrato. Inoltre molti de' suoi mandò a governare altre genti; l'agro sacro più non rimase privilegio dei patrizj; nuove vie s'apersero ad acquistare ricchezza, gloria, magistrature. Roma dunque avrebbe o dovuto rannicchiarsi negli angustissimi suoi principj, o sovvertirsi violentemente, se il flessibile e progressivo talento della democrazia non avesse reso diritto umano quel ch'era diritto quiritario, insinuato nel legale il sistema dell'onesto (_bonum et æquum_), l'_arbitrio_ delle ordinanze annuali, e un _gius de' forestieri_, che la legge scritta temperasse coll'equità. E per _equità_ intendevano la ragione naturale, cioè quel fondo di idee morali che tutti gli uomini civili possedono, che sopravive ad ogni corruzione e che fonda la convivenza sulla libertà, sull'eguaglianza, sui sentimenti naturali, sulle ispirazioni del buon senso.
Il diritto _equo_ era espresso negli editti, ove i pretori e gli edili pubblicavano le regole secondo cui giudicherebbero durante l'annuale loro magistratura (t. i, p. 411). In essi, conformandosi ai fatti, s'insegnavano azioni od eccezioni, per le quali piegare l'inflessibilità delle formole patrizie; per esempio, supporre erede chi nol sia, usucatto ciò che non è ancora, e vivo il morto o viceversa; proteggeasi la proprietà naturale in modo che si equiparasse alla quiritaria; accanto all'usucapione, riservata ai possessi italici, elevavasi la prescrizione, estesa anche ai provinciali. Al testatore è arbitrio di diseredare i proprj figliuoli; ma il pretore cassa quel testamento, supponendo nol potesse fare se non mentecatto (querela inofficiosi). Chi cadde prigioniero del nemico perde ogni diritto, fin quello di testare; ma il pretore ne autorizza il testamento, supponendolo morto all'istante che cominciò la cattività di lui. Pel gius civile romano, negli atti giuridici, malgrado l'errore, il dolo, la violenza, se il consenso fu dato, se l'atto ebbe il compimento delle solennità e delle parole, rimane prodotto l'effetto, creato o modificato il diritto: non così nel gius delle genti, e il pretore condanna l'iniquità, e con ingegnosi procedimenti corregge la materialità inflessibile della ragion civile. Questa non conosce altre forme d'obbligazione che i contratti o i delitti qualificati: ma l'equità pretoria inventa i quasi-contratti e quasi-delitti, coi quali fa passare nel fòro esteriore alcuni doveri, dapprima riservati alla coscienza.
S'appajano dunque progresso e tradizione; creasi del nuovo, ma senza distruggere l'antico: mentre oggi troppo incliniamo ad abolire una istituzione perchè vecchia, i Romani la conservavano appunto perchè vecchia, modificandola; preferivano la scuola storica alla filosofica, le riforme inglesi alle rivoluzioni francesi. Perciò dappertutto s'incontra un diritto doppio e parallelo; parentela civile (_agnatio_) e parentela naturale (_cognatio_); matrimonio civile (_justæ nuptiæ, connubium_) e unione naturale (_concubinatus_); proprietà romana (_quiritaria_) e proprietà naturale (_bonitaria_); contratti di diritto formale (_stricti juris_) e contratti di buona fede. In questo modo si passava dall'iniziazione secreta de' patrizj alla pubblicità popolare, dall'autorità alla ragione, dalla generalità astratta alla personalità libera; conciliavasi la venerazione pel passato colla necessità di progressivi miglioramenti.
Dalla lotta fra i due diritti è costituita la storia interna di Roma, la sua guerra nella pace: e siccome nell'esterna il valore, così nell'interna ebbe importanza principale la giurisprudenza, scienza capitale fra i Romani. Abbiansi i Greci le splendide qualità dell'immaginazione, i fiori, i canti, le arti: Roma possederà il positivo dell'età matura, la grande ambizione, ed un'unica letteratura originale, quella della giurisprudenza, che potrà effettuare l'unità del mondo antico.
Già nella società primitiva, uno de' precipui uffizj del patrono romano consisteva nel tutelare il cliente; onde le famiglie grandi voleano tutte che un loro membro valesse nella giurisperizia; e poichè senza di lui non poteva il plebeo stare in giudizio, egli talvolta colle sportule che esigeva, gravava i clienti quasi d'un tributo. E il guadagno e l'influenza induceano i patroni a tenere arcane le azioni simboliche e legittime sì della giurisdizione volontaria, sì della contenziosa: avendole fatte pubbliche Gneo Flavio nel 449 di Roma (_jus Flavianum_), i patrizj ne inventarono di nuove; ma un secolo dopo, Sestio Elio palesò anche queste (_jus Ælianum_); finchè accomunate a' plebei le magistrature, Tiberio Coruncano, primo plebeo che salisse pontefice massimo, professò pubblicamente la giurisprudenza.
Allora nuova importanza ottennero i giurisperiti, fossero assessori dei magistrati, o dirigessero i privati ne' loro affari, o gli assistessero nelle controversie, rispondendo, scrivendo, cautelando[185], cioè dando consulti, redigendo formole di contratti e d'azioni, prevenendo contro le nullità. A Servio Sulpizio si fa merito d'avervi introdotto il metodo scientifico: ma Cicerone attribuisce questa lode a Quinto Scevola suo contemporaneo, che all'abilità letteraria e all'eleganza dell'esporre associò l'arte di distribuire, distinguere, definire, interpretare[186]. Vi ottennero popolarità Aulo Ofilio, Alfeno Varo, Sulpizio Rufo, Aquilio Gallo, che passava parte dell'anno in villa per iscriver opere; Aulo Cascellio, arguto ne' motti, indipendente nelle opinioni, che mai non volle comporre una formola secondo le leggi pubblicate dai triumviri, dicendo, — La vittoria non conferisce legittimo titolo al comandare»; e a chi lo consigliava a moderarsi nello sparlar di Cesare, rispose: — Due cose mi rendono franco; l'esser vecchio, e il non avere figliuoli».
Anche Marco Tullio con occhio filosofico osservava la legislazione, volgendo in beffa le formole dello stretto diritto, religione del passato ormai insufficiente, e sostenendo risoluto la legge naturale e l'equità. Dichiarata allora la lotta del diritto naturale col civile, questo si trovò ridotto alla difensiva; tanto più dopo che vennero gl'imperatori, i quali lo astiavano come avanzo aristocratico, e Caligola voleva abolirlo d'un colpo, Claudio ne eliminava ciò che serbasse di troppo nazionale e rigido. I giureconsulti medesimi si persuasero che non era possibile circoscriversi nelle formole aristocratiche; e impedita o screditata la tribuna, e spenta l'eloquenza, si volsero alla pacata discussione e alla scrupolosa indagine dei fatti; e con tempo, dottrina e impassibilità maggiore che non potessero giudici e pretori, e con metafisica più esatta, pigliarono assunto di armonizzare le teoriche o discordi o repugnanti delle varie fonti, e giungere ai semplici risultamenti della pratica.
Dall'età aristocratica del diritto si passò così alla filosofica; definita la giurisprudenza «cognizione delle cose umane e divine, scienza del giusto e dell'ingiusto, arte del buono e dell'equo», i giureconsulti videro la necessità di posare il diritto più sodamente che non nella contingenza dei casi e della volontà umana, e lo derivarono da un'eterna giustizia, ingenita nell'uomo, donde emanano tre regole cardinali: Vivere onesto, non offendere altrui, attribuire a ciascuno il suo.
È fenomeno tutto particolare ai Romani questa letteratura legale, che per purità del dire, concisione, chiarezza[187], lucido svolgimento delle intricatissime quistioni, e principalmente per l'analisi severa, rimarrà perpetua meraviglia de' savj e vergogna di que' moderni, nei quali non sai se più incoerenti le ragioni o più barbara la dicitura. Presentata la tesi in termini precisi, quei giureconsulti la svolgono al modo che sogliono i matematici, adoprando a vicenda l'analisi per penetrare nella natura delle cose, la grammatica per ispiegare le voci, la dialettica per acuire la rigorosa interpretazione, la sintesi per valutare l'autorità, non solo d'altri giurisprudenti e degl'imperatori, ma di filosofi, medici, fisici: invece di definizioni, pongono termini di senso certo e tecnico, tali da escludere il dubbio; invece di divisioni puramente da scuola, e di lungagne retoriche, si difilano alla effettiva applicazione; e vi arrivano con tale rapidità, che, per quanto complicatissime sieno le tesi, nessun loro consulto riempie una facciata. Questo li preservò dal guasto che nella letteratura e nella lingua recavano Seneca e i suoi; e come Galileo scriveva con limpida sobrietà fra le petulanti ampolle del Seicento, così la concisa purezza di quei giureconsulti, la semplice dignità, provenienti dal buon senso e dalla gravità, fanno mirabile contrasto coi ventosi traviamenti de' puri letterati, i quali separavano il linguaggio pratico dallo scritto.
Chi si ricorda l'infelicità degli etimologi latini, non avrà meraviglia se in questo fatto anche i giureconsulti nè colsero nè diedero rasente[188]. Di rado criticano la legge, ancor più di rado ne investigano la ragione politica ed economica o, come oggi diremmo, lo spirito; eminentemente pratici, facevano fondamento sopra certi assiomi, dai quali deducevano le conseguenze e le applicavano a casi particolari, senza risalire ai generali principj e al diritto naturale; dialettici robusti, anzichè teorici, s'acchetavano talvolta a ragioni che fanno sorridere[189]: pure vanno qualificati filosofi d'una scienza tutta pratica, e a ragione intitolavansi «sacerdoti che cercano la vera non la simulata filosofia»[190]. S'appoggiarono essi sopra la scuola stoica, austera e castigata ancora, ma già diselvatichita, più tollerante e meno superstiziosa, quale ne' più recenti suoi adepti proclamava il governo della Provvidenza divina, la consanguineità degli uomini tutti, la potenza dell'equità naturale.
Distinsero il diritto in naturale, delle genti, e civile, secondo che traeva i suoi principj dalla natura animale dell'uomo, o dalla razionale di tutti i popoli, o dall'ordine politico di ciascuno: in pratica però intrecciarono il primo col secondo, solo separando il diritto civile e il diritto delle genti, quello applicato ai cittadini soltanto, questo a tutti. Il primo formava parte di quel che anche oggi chiamiamo diritto civile, e regolava i possessi e le prerogative di chi godeva i privilegi di cittadino romano; mentre il gius naturale riconosceva ad ogni individuo la facoltà di soddisfare i bisogni e gl'istinti comuni; il gius delle genti poneva l'uomo in relazione cogli altri uomini non appartenenti al medesimo gremio sociale.
Quest'ultimo era dunque ben altro da quel che noi chiamiamo ora diritto delle genti; sopra il quale anzi, fra tanti lavori giuridici, nessuno ne fecero i Romani, per la ragione che realmente non esisteva, nel senso che noi l'intendiamo. Due popoli, finchè in guerra, si conoscevano unicamente per la forza: solo alle nimicizie dava qualche norma il diritto feciale, stabilendo le cause di romperle e i modi di dichiararle; venuti ad accordi, si regolavano secondo la lettera di questi. Dagli alleati generalmente si esigeva che avessero gli stessi amici e nemici del popolo romano, e che riverissero la maestà di questo[191]: ma la prima condizione li privava del diritto di guerra e pace, e dava ai Romani quella di passarvi coll'esercito, di farvelo mantenere, di chiederne soldati; l'altra attribuiva a Roma la superiorità del patrono sul cliente: perciò i legati investigavano e decidevano nel paese amico, metteansi arbitri nelle querele; il senato, guardiano del diritto, pacificatore universale, dava o toglieva l'immunità, l'indipendenza; e chi resistesse a' suoi ordini, consideravano come irriverente, come un superbo da debellare.
Ma alla natura umana come tale non aveasi riverenza; il forestiero non poteva tampoco possedere, ottener giustizia, entrare in relazioni di proprietà con un cittadino romano; fosse privato o nazione, solo per mezzo d'un patrono o d'un ospite poteva aver sicurezza garantita, e stare in giudizio; finchè non venne stabilito anche un pretore _peregrino_, che proferiva sopra le liti tra forestieri e cittadini. E nel discutere e risolvere i litigi dei tanti stranieri accorrenti a Roma, si compararono le differenti legislazioni; e que' principj che trovavansi comuni a tutte, compresero essere insiti alla natura umana e ne dedussero un diritto, proprio di tutte le nazioni civili.
Gli editti pretorj essendosi estesi con successive aggiunte, sentivasi il bisogno di raccorli, ordinarli, armonizzarli. Ofilio, contemporaneo di Cicerone, pel primo gli avea radunati: più famosa opera prestò Salvio Giuliano (t. iii, p. 246), che scelse i migliori e più opportuni, per ordine di Adriano imperatore; il quale nel 131 fece dal senato approvare quella compilazione (_Editto Perpetuo_), forse allorchè istituì i quattro giuridici per l'Italia. Se con ciò abbia tolto ai pretori la facoltà legislativa di modificare l'editto, non è certo[192]. In questo lavoro, che servì di testo ai legisti, Giuliano non introdusse nuovi principj, pure cambiò il diritto coll'eliminarne ciò che più non confacevasi al tempo. Molti lo tolsero a commentare, incominciando Giuliano stesso; indi Pomponio ed Ulpiano in ottantatre libri, Paolo in ottanta, Furio Antico in cinque, e Saturnino e Gajo; oltre i moderni che tentarono rintegrarlo.
L'effetto di questa buona istituzione che fissava norme comuni al governo dell'impero, incagliossi in due altre: la prima fu l'autorità concessa alle risposte dei prudenti; l'altra le costituzioni imperiali.
Anticamente qualunque pratico di leggi rispondeva ai consulenti, senza bisogno di licenza; ma Augusto, accorgendosi quanto la loro autorità varrebbe a introdurre principj nuovi, conforme alla nuova amministrazione, prescelse taluni, le cui risposte si considerassero come date dall'imperatore stesso. Fu dunque un privilegio la dignità de' giureconsulti, i quali esponevano gli avvisi loro; se unanimi, acquistavano forza di legge; in caso di disparere, il magistrato decideva: modo opportunissimo a togliere di mezzo le discussioni di diritto, che poco s'acconciano colle monarchie. Per un rescritto d'Adriano tale privilegio restava comune ai giureconsulti classici, senza bisogno di particolare domanda[193].
Il cambiamento di costituzione avea introdotto una nuova fonte di diritto. Dapprima non v'avea che leggi e editti; pochi senatoconsulti ci restano dei tempi repubblicani[194], perchè il senato, assorto dalla politica, del diritto civile abbandonava la cura ai tribuni; ma venuti gl'imperatori, su questo concentrò l'attenzione, esclusa dalla politica. Intanto la rivoluzione morale e la economica s'andavano compiendo; la nuova religione aveva insegnato un'eguaglianza ed una libertà che rinnegavano gli inveterati privilegi; l'astuta cupidigia, sottentrata all'energia ed alla politica ambizione, esigeva leggi meglio combinate per mettere barriera all'egoismo crescente. Più non bastando pertanto la tradizione avita, gl'imperatori si trovavano costretti intervenire ogni tratto, moltiplicando le costituzioni; e fu istituito che gli _atti_ loro avessero forza di legge. Di questi alcuni introducevano veramente un nuovo diritto (_mandata, edicta_); altri non facevano che chiarire o applicare il già esistente (_rescripta, epistolæ, decreta, interlocutiones_): compilati dai migliori giureconsulti, erano avuti in molta stima, massime quanto all'applicazione del diritto[195]. Aggiungansi le _sanzioni_ o _formole prammatiche_, rescritti imperiali pel governo delle provincie, diretti ad università o ai governatori come ordinanze speciali sull'esecuzione di leggi.
Sul fine dunque dell'impero, fonti del diritto si riguardavano, per la teorica, le XII Tavole, i primitivi plebisciti, i consulti del senato, gli editti dei magistrati, le consuetudini non iscritte: ma nell'uso non cadevano se non gli scritti dei giureconsulti classici e le costituzioni imperiali.
De' giureconsulti i più si attennero all'ordine pratico, quello cioè dell'Editto Perpetuo[196]; sebbene alcuni seguissero classificazioni filosofiche, come fecero Gajo ed Ulpiano, che distinsero i diritti spettanti alle persone, alle cose, alle azioni. Quel che oggi a noi pare di tanto rilievo, la determinazione storica delle leggi, è da essi negletta, se non venga assolutamente necessaria per comprendere il diritto: più volentieri fermansi a svolgere l'origine delle opinioni de' giureconsulti, e i principj da essi introdotti[197].
Per quanto concordi nel fondo, i giureconsulti formarono delle scuole, che poi vennero a conflitto, come succede ogniqualvolta il ragionamento si applichi a discussione. Già ai tempi d'Augusto contrastavansi Antistio Labeone e Atejo Capitone; il primo fedele agli antichi privilegi, l'altro ligio all'imperatore; questo sottomettendo l'intima essenza del diritto all'indipendente esame della ragione, desideroso dei progressivi perfezionamenti; quello attaccato al positivo, alla lettera, alle dottrine tradizionali; rappresentanti insomma della più generale divisione fra le dottrine, quella del progresso e quella della conservazione[198]. I giureconsulti poi si spartirono: gli uni denominati Sabiniani in grazia di Sabino scolaro di Capitone, gli altri Proculejani da Proculo scolaro di Labeone, che propendeva a una trattazione più filosofica e storica del diritto, e a dar regole generali all'ermeneutica giuridica. Poi nuove scuole sorsero, distinte fra sè o pel metodo, o pel punto di partenza, o pel fondo della loro discussione; quali preferendo lo stretto diritto, quali il diritto equo, quali i principii teorici, quali l'espression della legge, finchè si avvicinarono nella convinzione che il gius positivo non può perfezionarsi meglio che coll'unire i metodi diversi.
I libri dei giureconsulti esercitarono maravigliosa efficacia sull'avvenire, perciocchè in parte chiarirono il diritto, e furono posti a contributo da Giustiniano[199], altri pervennero fino a noi, istruzione e guida, e talvolta impaccio ai giurisperiti ed ai legislatori, e per lungo tempo legge comune negli Stati moderni. Lungo sarebbe il dire di tutti quelli che acquistarono nome in sì importante scienza, la cui storia fu descritta da Sesto Pomponio romano, insigne giureconsulto, in un frammento, prezioso malgrado alquanti errori di fatto[200]. Lo pareggia Salvio Giuliano testè citato, probabilmente milanese, che viveva ancora sotto Antonino Pio; sostenne cariche eminenti; oltre compilare l'Editto Perpetuo, scrisse novanta libri di _Digesti_, di cui nelle Pandette si conservarono frammenti.
Nei settant'anni fra Antonino e Alessandro Severo furono compilate le _Istituzioni_ di Gajo in quattro libri, di Fiorentino in dodici, di Callistrato in tre, di Paolo e d'Ulpiano in due, di Marciano in sedici. Tutte si smarrirono, eccetto quelle di Gajo Tazio romano, rimaste ignote fino al 1816, cominciate sotto Antonino, finite sotto Marc'Aurelio, e formano il fondo di quelle di Giustiniano[201]. Erano destinate ad insegnare il diritto, e sono l'opera che, a malgrado delle troppe lacune, più particolarmente c'informa del diritto classico, ed anche de' costumi, delle istituzioni, della società pubblica e della privata; onde la loro scoperta fu per la scienza storica del diritto romano un acquisto, qual non toccò a verun'altra parte analoga delle cognizioni umane, improvvisamente aprendo una delle migliori fonti, inesplorata fin allora.
Seguirono altri giureconsulti, finchè arrivano i più celebri, e principe fra essi Emilio Papipiano fenicio, prefetto al pretorio e presidente al consiglio privato di Settimio Severo, mandato a morte da Caracalla perchè non volle giustificarne il fratricidio. Giulio Paolo padovano e Domizio Ulpiano fenicio, assessori suoi nel consiglio di Stato, composero moltissime opere, tanto accreditate che gli estratti d'Ulpiano formano un terzo delle Pandette, un sesto quelli di Paolo; anzi può dirsi che fondo di quelle sieno i loro commenti sull'Editto Perpetuo. Di settantotto opere di Paolo trovasi cenno nel Digesto; oltre i cinque libri di _Receptæ Sententiæ_, che contengono tutti i principi giuridici non contestati, disposti coll'ordine dell'Editto Perpetuo. A volta a volta pecca d'oscurità; mentre preciso e chiaro procede Ulpiano, quantunque molti solecismi semitici rivelino la sua origine.
Le opere de' giurisperiti, dotate d'autorità giuridica, formavano un'intera biblioteca; sicchè era da pochi l'averne copia, e da pochissimi lo studiarne gl'intendimenti: poi qualora uno dissonasse dall'altro, a quale appigliarsi? Convenne dunque gl'imperatori designassero quali preferire; e prima Costantino autorò gli scritti di Paolo, e specialmente le _Receptæ Sententiæ_, abolendo le note di Ulpiano e Paolo sopra Papiniano[202]; poi Valentiniano III determinò quali costituzioni imperiali e quai rescritti potessero allegarsi, quali tenersi per leggi comuni, eccettuando i rescritti per negozj particolari, od estorti dai litiganti in opposizione alle leggi. Quanto al modo di valersi de' giureconsulti, attribuì vigore legislativo a Papiniano, Paolo, Gajo, Ulpiano, Modestino; ove discordassero, valeva l'opinione dei più; ove pari, quella di Papiniano; e s'egli non parlava, decidesse la prudenza del giudice. Singolare e veramente unico tribunale, in cui l'imperatore, per isgravarsi del rendere egli stesso il diritto, lo restringeva a citazioni.
Al consiglio de' classici giureconsulti, fioriti da Augusto fino a Caracalla, vanno attribuite le più savie, precise e circostanziate disposizioni intorno ai diritti reali ed alla famiglia, ed altri veri miglioramenti indotti nella legislazione; merito in parte alla natura della nuova costituzione, nella quale l'imperatore non era inceppato dai privilegi d'alcun corpo, e i cittadini, distolti dalla vita politica, ne cercavano un compenso dall'ottenere la massima indipendenza civile; in parte maggiore alle nuove dottrine che i Galilei opponevano alle superbe ed inumane delle scuole antiche. L'efficacia dello stoicismo, modificato dal cristianesimo, si sente in essi quando Fiorentino insegna che la schiavitù è un'istituzione del diritto delle genti contro natura, e che natura stabilì una specie di parentela fra gli uomini; e Ulpiano, che tutti gli uomini quanto al diritto naturale sono eguali e nascono liberi[203]. Ma que' giurisprudenti teneano ai pregiudizj dei tempi pagani, allorchè non eransi ancora introdotte tante alterazioni rispetto alle persone, ai legati, alle obbligazioni, alle forme, alla procedura. I giudici dunque si trovavano strascinati due secoli addietro, e incatenato il diritto alla latina pertinacia e a idee formaliste, di cui i precedenti imperatori si erano affaticati a spastojarlo.
Anche ridotta la giurisprudenza a quella meccanica applicazione, e malgrado le scuole all'uopo istituite, ogni giorno cresceva la difficoltà d'intendere gli scrittori; sempre nuove complicazioni recavano gl'incessanti rescritti degli imperatori, massime di Costantino, venuto a compiere ed attestare la nuova rivoluzione. Come doveva riuscir lungo lo studiare, imbarazzante l'applicare tante leggi, spesso abrogate e derogate! come avvilupparsi la giustizia in un labirinto, ove non era avviata da canoni prefissi! Unico rimedio sentivasi il raccogliere i decreti e le sentenze ancora vigenti, disporle sistematicamente, formare insomma un codice.
Già temendo che Costantino, per favorire alla religione adottata, non disperdesse le leggi de' suoi antecessori, due giureconsulti aveano unito quelle pubblicatesi da Adriano a Diocleziano, formandone i codici, che dagli autori trassero nome di Gregoriano ed Ermogeniano: impresa d'autorità privata, opportuna ma non legale. Teodosio il Giovane eternò la propria memoria con un divisamente degno de' Cesari più illustri, quale fu la prima raccolta autentica delle costituzioni romane. Con solenne editto elesse otto personaggi di grande scienza e dignità, i quali la compilassero sulle norme ivi prefisse; radunate le leggi, si disputerebbe della loro convenienza, per formarne un codice espresso con semplicità; si tralasciassero le costituzioni degli antecessori di Costantino, registrate nei codici di Gregorio ed Ermogene, attesochè quell'imperatore, coll'abolire le formole e solennità antiche, aveva mutato faccia alla giurisprudenza, e quindi messe fuori d'uso gran parte delle istituzioni precedenti. L'opera fra tre anni fu ridotta a compimento in sedici libri, di cui i primi cinque concernono il diritto civile, gli altri il pubblico e le cose della religione; e nel 438 fu promulgata in ambi gl'imperi, acciocchè avesse preminenza sopra ogni altra legge[204].
Compilato a precipizio in tempi di scadente letteratura e fra gli sgomenti de' Barbari, il codice Teodosiano riuscì deteriore; limitandosi alle leggi posteriori a Costantino, cioè fatte sol dove tacessero le antecedenti, ne tralascia d'importanti, mentre ne inserisce alcune d'interesse affatto parziale; vane repliche, errori di data e di soscrizione, mutilazioni di leggi, irragionevole partimento disabbelliscono quel lavoro; per renderli concisi, oscuraronsi alcuni testi; talvolta le rubriche sono più particolari che il testo, talaltra affatto dissone da questo; benchè l'imperatore esigesse perfetta ortodossia, vi s'insinuarono leggi favorevoli all'aruspicina; del _divino_ Giuliano è riferita la costituzione dove ai violatori de' sepolcri minaccia l'ira degli Dei Mani; il privilegio antico, che reclama la libertà del divorzio e del concubinato, attaccasi alle leggi Papia ed altre, posteriori al trionfo dell'equità. Insomma, piuttosto che un concetto creatore, vi si scorge una fatica da compilatori: eppure, a tacer la scienza legale, non v'è libro che meglio conduca alla cognizione di quel secolo, e principalmente della lotta estrema del privilegio patrizio e nazionale coll'equità universale. Perocchè, da sì varie fonti emanata, la giurisprudenza romana non poteva armonizzarsi in un bell'insieme; gli elementi eterogenei, venuti a transazione faticosa dopo lotte ostinate, ancor si discernono; fino i più arditi giureconsulti si acconciano alla patria ed al tempo: sol quando, caduto l'impero romano, restò dominante il cristianesimo, che dava vinta la causa all'equità, un più compito lavoro potè eseguirsi dall'imperatore Giustiniano.
Quest'impresa appartiene all'impero d'Oriente, e all'età in cui l'Italia era occupata dai Barbari; sicchè noi ci limiteremo a dire come il dotto Triboniano e i collaboratori a ciò eletti cominciarono dal raccogliere tutte le leggi, ordini, rescritti degl'imperatori, cristiani fossero o gentili; e disponendoli secondo l'Editto Perpetuo, formarono il _Codice_ giustinianeo, decretato il 528.
Non potendo un codice abbracciare tutti i casi e sminuzzarsi sopra ciascun accidente, occorreva di ricorrere alle opere de' giureconsulti per le spiegazioni e l'applicazione particolare. Ma poichè quella moltiplicità di responsi chiedeva lunghissimi studj, e spesso le sentenze erano irreconciliabili, si pensò estrarre da essi i più importanti teoremi di ragion civile. Duemila volumi si spogliarono a tal uopo, riducendoli in uno, ove in sette parti di cinquanta libri, sotto quattrocenventidue titoli, si trovarono classificate novemila cenventitre leggi, portanti ciascuna il nome di chi l'aveva emanata: nè i compilatori ci lasciarono ignorare quanta fatica sostenessero per aver ridotti a cencinquantamila i tre milioni di versi o, vogliam dire, sentenze de' loro autori. L'opera, pubblicata nel dicembre 533, fu intitolata _Pandette_[205], perchè abbracciava intera la giurisprudenza romana, o _Digesto_, perchè esse leggi v'erano classate con metodo: e quantunque le decisioni di casi particolari trascendano d'assai la vera legislazione, pure questo è l'unico codice compiuto che i Romani abbiano posseduto dopo le XII Tavole.
Perdettero allora la giuridica autorità le decisioni de' prudenti, che non fossero ammesse nelle Pandette; la qual cosa fece trascurar le fonti, e smarrirsi così le XII Tavole, l'Editto pretorio, il papipiano, l'ulpiano e quegli altri che tanto or verrebbero destri per chiarire assai punti oscuri nella scienza del diritto. Neppur tutte le ammesse valsero per legge; ma le decisioni ed interpretazioni si considerarono come tali e nulla più. Ai copisti fu vietato lo scriverle con abbreviazioni, ed agli interpreti il commentarle altrimenti che parola per parola.
In acconcio della gioventù, Giustiniano commise a Triboniano, Doroteo e Teofilo, consultando i compendj degli antichi giuristi, e principalmente quello di Gajo, componessero un corso d'_Istituzioni_ in quattro libri: il primo che tratta delle persone, il secondo delle cose, il terzo delle azioni, il quarto delle ingiurie private, coronandoli cogli elementi criminali. Come il Digesto, e quasi al tempo stesso, ottennero forza di legge; e benchè al bello stile de' giureconsulti classici e al romano spirito di questi si mescolassero parole barbare e idee servili, di immenso prezzo riesce quell'opera vuoi per la storia, vuoi per la intelligenza del diritto.
Ma poichè tra il fare comparvero soluzioni e pareri contraddittorj, fu duopo ricorrere all'oracolo sovrano, che pronunziò cinquanta decisioni. Giustiniano le volle innestate ai luoghi convenienti nel Codice, onde nel novembre 534 ne fece una seconda edizione (_Prælectio repetita_), che sola a noi pervenne, in dodici libri di settecentosettantasei titoli, contenente costituzioni di cinquantaquattro imperatori da Adriano in giù. Poi forse ducento nuove costituzioni portò Giustiniano, che furon dette _Novelle_, e che i glossatori raccolsero in gran parte, e con poche altre di successivi imperatori distribuirono in nove collezioni.
Molta confusione giuridica e morale derivò dallo sbranare lo studio della giurisprudenza in modo, che da un lato si accumulassero le opinioni dei legisti, originate talvolta da particolari circostanze de' consulenti; dall'altro le decisioni imperiali, autorevoli per l'origine; inoltre quelle prime compendiare, mutilare, disgiungere dalle antecedenti, lasciandole così oscure ed ambigue, eppure da concepimenti privati elevarle a dignità legislativa; nelle altre insinuar quelle dettate da spirito diverso, e fin ostile. Non che s'ardisse ad una legislazione nuova e originale, Giustiniano veruna fondamentale istituzione non introdusse, nè tampoco seppe ridurre d'accordo le contraddittorie che regolano le sociali e le domestiche relazioni dei Romani. Suggerite da accidentali bisogni, e spesso varie d'intento secondo il magistrato popolare o patrizio, conservatore o progressivo che le avea pronunziate, cozzano fra sè: quelle da lui promulgate contraffanno sovente alle consuetudini[206] e al diritto antico, ch'egli non osa annichilare secondo avrebbe chiesto la mutata condizione del mondo: nè seppe sinteticamente raccogliere i frutti della sperienza pubblica e privata, in un accordo robusto che veramente meritasse nome di legge, come avviene ne' codici moderni.
Se non che a sgravio de' compilatori vuolsi riflettere ch'essi non si dirigevano a scientifico intento, ma puramente alla pratica: e in ciò ben riuscirono; e quantunque obbligati ad indagar le fonti in una letteratura straniera all'Oriente dov'essi viveano, nella scelta procedettero così accorti, da rimanere anch'oggi la più fedele espressione dello spirito del diritto romano.
Sotto tale aspetto, e perchè formato sopra lavori del tempo che descriviamo, noi discorriamo qui del _Corpo del diritto civile_, e non sarà discaro che con esso c'indugiamo attorno a quella legislazione che tanta efficacia esercitò sulle successive, e al progredir suo man mano che abbracciava maggior numero d'uomini, finchè a tutti si estese col cristianesimo.
Tre cose son nostre, la libertà, la città, la famiglia, dice Paolo: e la testa (_caput_) d'un cittadino era appunto costituita da queste tre qualità, protette dal gius civile. La libertà s'acquista per nascita o per manumessione, si perde per condanna giudiziaria o per prigionia: giacchè talmente riconosciuto era il diritto della forza, che il Romano caduto prigioniero di stranieri, foss'anche un console come Regolo, perdea la qualità di cittadino e d'uomo; era riscattato da un Romano? restava servo di questo, finchè non se ne fosse ricompro. La cittadinanza acquistavasi per nascita, per naturalizzazione, per affrancazione: perdeasi per la relegazione o la deportazione, o pel naturalizzarsi in uno Stato forestiero, cioè che non avesse il diritto di cittadinanza, quantunque appartenesse all'impero.
A noi, avvezzi a vedere tutte le parti d'uno Stato sottostare alle medesime leggi, è difficile comprendere la diversità de' legami che univano a Roma i vinti e gli aggregati: ma il nuovo codice portando in fronte _Nel nome del signor nostro Gesù Cristo_, il diritto veniva essenzialmente mutato da una religione che, al contrario delle dottrine uscite dai santuarj d'Etruria e di Grecia, proclamava esser gli uomini eguali; non la forza, ma ragione e carità aver a dirigere il mondo; e sommo rispetto doversi a ciascuno, non perchè cittadino, ma perchè uomo. Ne conseguì che il diritto delle genti prevalesse affatto sopra quello de' Quiriti.
Tale lotta noi seguimmo già ne' politici ordinamenti, nelle leggi sui debitori, nelle successive acquisizioni del tribunato. Anche delle relazioni fra patroni e clienti, liberi e schiavi, ingenui e liberti, cittadini e provinciali, a lungo abbiamo e ripetutamente divisato. Qui cercheremo il progredire dell'equità in quella ch'è fondamento della civile convivenza, la famiglia romana. Questa anche nell'ordine privato non era naturale, ma creazione del diritto civile, abbracciando tutte le persone discendenti per maschi da un autore comune, ovvero entrati in essa per adozione o per manucapione. La donna è moglie pel marito, è madre pei figliuoli, ma non rimane compresa nella famiglia pel solo fatto del matrimonio; vi dà dei figliuoli, ma non è di loro famiglia. I figliuoli stessi possono esserne stranieri, mentre ne fanno parte straniere persone; attesochè fondamento non ne è il matrimonio, come da noi, bensì la potestà. Il padre è re in casa; nella propria persona assorbisce quella della moglie, dei figli, dei discendenti; giudica fin della loro vita. Ordinamento tirannico al modo orientale, vigorosissimo a conservar le case e la disciplina, restringendo i diritti domestici e di successione ad una parentela meramente civile (_agnatio_).
La favola primitiva di Roma atteggiava fanciulle sabine di buona casa, rapite dai grossolani masnadieri di Romolo, i quali redimono il rapimento col rispetto, e ad istanza di esse si rappacificano coi Sabini; nel trattato si obbligano a non costringerle mai a girar la macine o preparare il pranzo, ma solo a filar lana. Per legge le donne non potevano esser tradotte al giudice degli omicidj, reputandole incapaci di tal delitto[207]; duranti le feste a loro onore, gli uomini doveano cedere ad esse il passo. Malgrado questo rispetto, che le differenzia dalle orientali, pesava sopra di esse la rigidezza della potestà domestica.
I patrizj conoscono soltanto le _giuste nozze_, contratto d'impreteribile solennità, pel quale la matrona diviene parte della famiglia (_materfamilias_), e mediante la formalità della confarreazione, o una compra (_coemptio_), o l'usucapione, è ridotta in assoluta dipendenza dalla maestà del marito (_in manum convenit_), a segno che nulla possiede in proprio, può da quello esser venduta, giudicata, fin messa a morte per deliberazione presa coi parenti[208]. Al contrario nel _matrimonio_ plebeo la moglie (_uxor_), non che diventi schiava allo sposo, serba il godimento de' proprj beni, e può fino convenir il marito in giudizio. La seconda forma prese col tempo vigore ed estensione, mentre invecchiò l'altra.
Pertanto, invece d'entrare nella famiglia del marito, le matrone rimanevano spesso in quella del padre, indipendenti da quello: vivo lui, doveano aver un assegno per le spese di casa; morto, ne ereditavano i beni, in solo usufrutto è vero, ma pure amministrandoli a voglia, senza dipendere dal marito. Ne derivava alla donna un'aria d'eguaglianza e talora di superiorità; il marito, per ottenerne prestiti, dovea farle delle concessioni[209], oppure essa armavasi dei titoli di creditrice. I comici, non meno del censore Catone, schernivano cotesta indipendenza, causata dalla dote: eppure essa avviava la donna all'emancipazione.
Al tempo di Teodosio e Valentiniano trovansi le donazioni _avanti nozze_, ma come istituzione già consueta. Furono introdotte quale un compenso della dote, e stipulavansi prima, atteso che le donazioni tra marito e moglie erano nulle. Tale donativo rimaneva immune dall'azione de' creditori, e se il marito fosse insolvibile, la donna aveva un'azione personale ed anche reale per farselo attribuire. La sorte di lei e de' figli era dunque assicurata dalla dote e dal dono antenuziale. Cessando il matrimonio, il marito ripigliava su questi la pienezza de' diritti, come anche per colpe della moglie determinate dalla legge. In caso di sopravivenza, ella avea diritto ad una porzione. Così via via s'accostava la donna a quella libertà che poi ottenne piena col cristianesimo, e che la sottrasse all'assoluta potestà maritale, facendola _consorte_, non serva, dandole l'uguaglianza legittima, conservandole la padronanza ne' suoi beni, ed obbligando il marito ad una donazione per nozze, equivalente alla dote ricevuta[210].
Da principio non dovea confondersi un ordine coll'altro: dappoi, per la legge Canuleja del 445 avanti Cristo, i plebej possono unirsi in matrimonio con patrizj: poi, per la Papia Poppea del 9 dopo Cristo, l'ingenuo può mescolarsi al liberto: infine, al tempo di Giustiniano, il sangue senatorio potè innestarsi con quello della liberta e della prostituta senza avvilirsi.
Anticamente la madre rimaneva esclusa dall'eredità legittima del marito, e solo se cadesse in miseria, ne riceveva una parte[211]; se il marito le lasciasse ogni aver suo, non ne toccava che un decimo; e nessun dono poteva accettarne. Ma le leggi Giulia e Papia Poppea le attribuirono un decimo dell'eredità del marito se avesse un figlio, un terzo se tre, volendo in ogni modo favorire la moltiplicazione della prole: a questo intento, la madre potea col marito ereditare da uno straniero.
Nemmeno dai figli redava in origine la madre, nè essi da lei: ma al tempo di Claudio, essendo morti tre figlioletti, unica delizia della genitrice, l'imperatore ne fu commosso, e lei dichiarò erede universale. L'eccezione divenne regola, e l'affezione un titolo; e sotto Adriano e Marc'Aurelio, i senatoconsulti Tertulliano ed Orfiziano assegnarono alla madre una porzione legittima ed eguale alla paterna nell'eredità de' figli, come a questi nella materna eredità.
Anche dalla perpetua tutela s'emancipò allora la madre, perocchè un senatoconsulto, imperante Claudio, proferì che l'ingenua la quale avesse tre figli, o la liberta la quale n'avesse quattro, per questo solo fatto rimarrebbero dispensate dalla tutela dell'agnato: la tutela stessa del padre fu poi ristretta alla minore età. Sopraviveva, gli è vero, la tutela _atiliana_, per cui una donna non poteva stare in giudizio o far contratti senza un curatore[212]; ma col dare a lei i diritti di tutrice venivasi a eluder quella, e mostrarne l'assurdità. In fatto dapprima si permise alla donna di sceglier essa medesima il tutore: ma divenuta questa tutela o inutile o viziosa, fosse di scelta loro od imposta dalla legge (_ottativa_ o _dativa_), Costantino la abolì riconoscendo alle donne diritti eguali all'uomo, e Giustiniano cassò dal suo codice tutto quanto rammentasse le antiche restrizioni, e decretò alla madre o all'avola la tutela legale di pien diritto[213]. Merito ancora del cristianesimo, che nella vita attiva diede alle donne una posizione quale non aveano mai avuta sotto il patriziato romano, e che esse eransi meritata col loro zelo alle conversioni, coll'eroismo al martirio e alla carità[214].
Le seconde nozze erano state incoraggiate dai primi imperatori; nè il cristianesimo le riprovò, quantunque paressero indizio di debolezza. Gl'imperatori cristiani provvidero che l'interesse de' figliuoli non restasse deteriorato quando il padre o la madre passavano ad altro letto[215].
La donna, ond'essere romanamente considerata moglie, bisognava fosse di classe conveniente, ed entrasse in casa colle richieste formalità, coi riti sacri e cogli Dei penati; diversamente era _concubina_, non partecipe all'acqua, al fuoco, al culto interiore: matrimonio inferiore, sprovvisto di solennità, solubile, eppur regolato dal diritto naturale, e che serviva a coprire unioni libere ma non viziose di chi non voleva gli eccessivi legami del matrimonio legale, o sposava liberte; i figli consideravansi naturali, e non aveano i diritti de' legittimi verso il padre, bensì verso la madre. Gl'imperatori cristiani non osarono batter di fronte questa consuetudine[216]; solo provvidero meglio alla legittimazione. Leone il Filosofo abolì poi il concubinato in Oriente: in Europa si protrasse fin dopo il Mille.
Esercitando il diritto suo sopra il matrimonio quale sacramento, la Chiesa vi pose ordinamenti, e tolse di guardarlo come semplice contratto d'interesse e di piacere. Meglio fu tutelata la libertà della donna nella scelta dello sposo[217], tanto più da che contro la violenza offriva rifugio la verginità onorata e sacra.
Le nozze romane non s'intendevano _giuste_ se non vi consentissero e i contraenti e quelli in cui potestà erano: che se padre e madre negassero il consenso senza motivi, il governatore della provincia poteva concederlo, e prefiggere la dote. Perchè i riguardi non impacciassero la volontà, nessun magistrato doveva contrar parentela nella provincia che reggeva; e se vi facesse sponsali, era in arbitrio della donna lo scioglierli, uscito ch'egli fosse d'autorità. Nè il tutore potea farsi sposa o nuora la pupilla. Incestuosi guardavansi i maritaggi tra genitori e figli anche adottivi, tra fratelli e sorelle. Restavano sciolti quando il marito cadesse schiavo o prigioniero, o per cinque anni non se ne avesse contezza.
La Chiesa, volendo purificare tutte le relazioni civili e sottoporle a norme spirituali, crebbe gl'impedimenti, e chiamò _impedienti_ gli uni, _pubblici_ o _dirimenti_ gli altri[218]. Dovendo i Cristiani vivere in legame di carità e in unione di credenza e di pratiche, bisognò proteggere i costumi con maggiori divieti, e insieme propagare a lontane famiglie que' vincoli di benevolenza che già esistono tra parenti: furono quindi proibiti i matrimonj tra figli di fratelli, sotto l'esorbitante pena del fuoco e la confisca de' beni; ed anche lo sposar nipoti nè cognate[219]. Facevano impedimento l'adulterio e il ratto; e come nel diritto romano era d'ostacolo l'adozione, così nel diritto canonico la parentela spirituale. I santi Padri ebbero sempre come pericolosi i matrimonj con infedeli: sotto il qual nome le leggi civili intesero poi soltanto gli Ebrei, giacchè i Pagani sempre più scomparivano; più tardi furono vietate le nozze anche con eretici.
Per simboli antichi il matrimonio dovea simulare una violenza, e la sposa essere fra i pianti divelta dalle braccia materne per passare in quelle del marito. Cinque tede di pino ed una di biancospino; i capelli della ragazza divisi sulla fronte col ferro d'una lancia; le monete ch'essa dava allo sposo; l'invocato nome di Talasso; l'ungere il chiavistello della porta maritale, e varcarne la soglia a braccia d'amici per non incespicare; la focaccia di farina, sale e acqua, ed altri riti antichi, avevano perduto significazione, fin per gli eruditi. Però gli sponsali non andavano senza solennità; e il fidanzato dava alla sposa un anello, ponendoglielo sul quarto dito, che (tradizione egizia, non ancora spenta fra il vulgo) credeasi comunicare per un nervo sottilissimo col cuore. Il cristianesimo semplificò questi riti: ma fin dai primi tempi si esigeva che gli sposi dichiarassero al vescovo l'intenzione di contrar nozze, cerimonia surrogata alle sponsalizie del diritto civile[220]; e gl'imperatori resero obbligatorio tale atto. Generalmente si dava la benedizione; ma solo nell'VIII o IX secolo fu dall'autorità reputata necessaria a render valido il matrimonio; nel diritto canonico non si tenne mai per indispensabile[221].
Sotto la legge Papia il matrimonio si provava per semplice presunzione, e, come ogni altro diritto, per l'uso e il possesso; nè occorreano magistrati per sancirlo, quasi il legislatore avesse sdegnato d'intervenire ad autenticare un obbligo, che ciascuna delle parti potea rescindere a talento. Nasceano dissapori in famiglia? se non fossero tolti da preghiere sporte alla dea Viriplaca, o dal pranzo che imbandivasi il 19 febbrajo (charistia), si consentiva il divorzio, non altro esigendosi se non che uno dei conjugi mandasse all'altro il libello, in presenza di sette cittadini. Elevato il matrimonio a dignità di sacramento, dalle leggi fu derogata la facilità procellosa de' divorzj, e specificatene le cause. La donna poteva separarsi dal marito se omicida, avvelenatore, sacrilego, impotente, o per lunga assenza e professione monastica; in ogni altro caso ella era rimandata spoglia d'ogni ricchezza ed ornamento: ma poteva far esigliare, e trarre a sè gli averi di quella che il marito introducesse nel suo talamo. La Chiesa non permise mai il divorzio nel senso civile; che se gli sposi separavansi, non poteano contrarre altri nodi[222].
Del passo medesimo si addolcì la paterna assolutezza, non derivante dal sangue, ma dalle formole delle giuste nozze, e dalla finzione civile dell'adozione e dell'arrogazione. Era essa illimitata, sin a poter esporre o diseredare i figliuoli, i quali, sebbene fossero indipendenti pel diritto civile, e votassero nella tribù e nella classe del padre, pel diritto privato restavano non soltanto soggetti, ma in proprietà del genitore, per qualunque età o grado o magistratura avessero, salvo se fossero emancipati con finta vendita. Questa faceasi dal genitore a persona terza, la quale gli dava a peso il denaro convenuto, ripetendo l'atto tre volte, giacchè per altrettante la legge permetteva al padre di vendere il figlio; dopo di che il compratore lo menava ad un crocevia, e gli dicea: — Va dove t'aggrada». Chi non avesse figli poteva adottarne o arrogarne, col che su loro acquistava diritti e doveri di padre, e tramandava ad essi il nome e i beni; mezzo di perpetuar le famiglie, che nell'aristocrazia sono il tutto.
Dalla centralità del potere imperiale discordava quella giurisdizione privata de' padri; e il contrasto che la nuova generazione convertita aveva esercitato verso la vecchia pertinace, invogliava a porre limiti alla potestà patria, da carnale mutata in spirituale. Costantino lo fece; tanto che il padre rimase capo rispettato della sua discendenza, arbitro di diseredare, d'infliggere correzioni moderate, di dettare al magistrato la sentenza severa che fosse reclamata dalla disciplina domestica: ma ai genitori micidiali de' proprj figli fu applicata la pena dell'omicidio[223].
Ai pupilli non ancora puberi, vale a dire ai maschi prima dei quattordici anni, e alle fanciulle prima dei dodici, che perdessero il padre, si destinava un tutore fra' più prossimi parenti paterni; e sin a Claudio non era questo obbligato a veruna cauzione. Fatti puberi, gli orfani non potevano disporre de' proprj beni avanti la maggiore età, vale a dire a venticinque anni, se non consenziente un curatore, destinato dal prefetto della provincia.
Ogni guadagno del figliofamiglia apparteneva al padre. Se vivesse a parte e con mestiere differente, il padre gli abbandonava il peculio, in modo che potesse disporne, non però alienarlo a titolo gratuito, nè legarlo in testamento. Dopo Augusto, per equità si permise ai figliuoli di disporre di ciò che avessero guadagnato militando (_peculium castrense_): sotto Costantino vi si assimilarono i beni acquistati in uffizj civili ed ecclesiastici (_peculium quasi-castrense_) o per dote: infine il padre non restò erede del figlio ab-intestato, se non in una parte legittima; de' beni della moglie non gli rimase che l'usufrutto, spettandone la proprietà ai figliuoli. Gran progresso alla indipendenza di questi e al loro valor civile in una società che fin allora gli avea tenuti soggetti. Generalizzando poi quel concetto, e depurandolo dalle viete mescolanze, Giustiniano attribuì al figlio la proprietà di quanto entrava nel suo peculio _avventizio_[224]: del che s'applaudisce egli a nome dell'umanità, e avrebbe potuto dire, a gloria del cristianesimo.
Sfasciasi dunque la famiglia legale per dar luogo al diritto umano; la gentilità cade in dimenticanza, e così il _nesso_ e l'_addizione_ dell'uomo libero; la mano e il _mancipio_ non sopravanzano che come finzioni, onde eludere certi rigori dell'antico diritto. Il figliofamigiia ottiene una capacità, uno stato, poi una proprietà; il gius pretorio favorisce i cognati, i parenti di sangue, e attribuisce loro sempre maggiori diritti; finchè dalle costituzioni imperiali restano cancellati gli effetti della prisca famiglia romana, che da prima politica, poi religiosa, poi di diritto civile privato, infine si riduce a naturale.
La paterna onnipotenza e la nessuna cura dell'uomo se non in quanto era cittadino, palesavasi principalmente nell'infanticidio, costumato da tutti gli antichi. Romolo ordinò di conservare in vita la fanciulla primogenita: le leggi imponevano d'uccidere il neonato deforme o infermiccio: che il padre impoverito potesse vendere i figliuoli, risulta da Paolo, e fin sotto Costantino e Teodosio Magno se ne trovano prove autentiche, e san Girolamo ci porge i gemiti di una madre, i cui tre figli erano stati venduti dal marito per pagare il fisco[225]. L'abortire era una scienza, e Giustiniano dichiarava che il feto, non ancor venuto in luce, non è uomo: onde, se al padre gravasse l'educare altra prole, se la madre non volesse abbreviarsi la gioventù, se gl'indovini o la congiunzione delle stelle profetassero sinistramente, disperdevasi il concetto; o, dopo nato, il padre non lo levava di terra; col che intendevasi ch'egli non lo riconosceva, ed era gettato alla via a morire, se pure nol raccogliessero certi speculatori che, storpiatili, se ne servivano per eccitare la pietà de' passeggieri, o li riducevano eunuchi o nani.
Primi i Cristiani levarono la voce a favore di quei tapini; poi li raccolsero per salvarne la vita e l'anima; Costantino decretò sussidj a chi fosse impotente a nutrire i figliuoli: ma l'uso di gettarli era talmente radicato, che non veniva punito; solo la legge voleva ne diventasse proprietario chi li raccoglieva, passando in esso la patria potestà e il diritto di trattarli come figli o come servi. Valente e Graziano costituirono pene a chi esponesse i bambini: finalmente Giustiniano, sostenuto dalle censure ecclesiastiche, abolì questa nefandità.
Nel codice Giustinianeo è proclamata l'eguaglianza di tutti i cittadini avanti alla legge; abolite le orgogliose distinzioni de' tempi repubblicani, a ottenere cariche e comandi non valeva più l'esser nobile o plebeo, romano o barbaro, ma il merito o vero o supposto. Logicamente ne conseguiva il cassare l'altra più iniqua distinzione fra ingenui e schiavi; ma talmente era connaturata colla società, che lunghi secoli stentarono la civiltà e il cristianesimo prima di toglierla.
L'antico diritto distingueva lo stato dell'uomo in naturale e civile. Per natura ha la libertà, cioè può fare ciò che la forza e il diritto non vieta, nè tal libertà può alienare: ma civilmente ammettevasi la schiavitù; e lo schiavo era diminuito del _capo_, cioè senza le tre cose che lo costituiscono, libertà, cittadinanza, famiglia; era cosa, non uomo. Come fosse trattato, non serve ripeterlo (Cap. XIX); ma gl'imperatori, contornati di schiavi e liberti, presero compassione per quella classe, con cui incrudelivano o straviziavano, e spesso divennero redentori degli schiavi quei ch'erano flagello dei liberi. Claudio pronunziò liberi i servi che nell'infermità fossero abbandonati dai padroni sull'isola d'Esculapio, e omicida chi li trucidasse per non mantenerli: la legge Petronia sotto Nerone impedì d'obbligarli a combattere colle fiere[226]: Adriano volle alle pene capitali non fossero condannati dai padroni, ma dal giudice, e potessero portar querela ai magistrati per mali trattamenti[227]: Antonino Pio costituì, che chi uccidesse il proprio schiavo fosse punito come l'uccisore dell'altrui, e i magistrati soccorressero a quelli che dai padroni fossero straziati, ovvero spinti all'impudicizia: Diocleziano permise allo schiavo di stare in giudizio o per costringere il padrone a concedergli la libertà dopo pagato il riscatto, o per vendicare la morte di quello[228].
Restavano però sempre come una _seconda specie d'uomini_[229], e una legge di Costantino, vietandole, enumera le atrocità usitate contro gli schiavi; toglierli di vita col laccio, la croce, le armi, o trabalzarli, o injettar loro veleno nelle vene, o strapparne a brani le carni, o arderli a lento fuoco, o perfino lasciarli imputridire