Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15)

scene di vita domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri

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simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte figuravansi sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi ginnastici, e spesso oscenità.

Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è un calcare bianco, leggermente cristallino, senza fossili, del periodo secondario del calcare giurassico: se non per durezza, per candore supera i più belli d'Egitto e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta di Plinio, che lo asserisce scoperto poco prima, e fu adoperato a tutte le opere grandiose, ove prima usavansi il gabinio, l'albano, il tiburtino.

Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è d'un rosso bruno mischiato, constando di silice combinata coll'allumina e la potassa, e molto ferro ossidato, e cristalli di quarzo. Non si sapea donde gli antichi lo traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel 1823 ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque miglia dal mar Rosso all'altezza di Licopoli (_Syouth_), non lungi dal porto di Myoshormos, in montagne chiamate _Porphirites_ da Tolomeo, ed oggi _Gebel Dokhan_, cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu poi esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di colore diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare, fecero poco o punto uso gli Egiziani nè i Greci: i Romani ne presero passione al tempo di Claudio, e sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente per mano di condannati; e non che colonne, statue, urne, riuscirono a trame anche oggetti fini e galanterie.

Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi gli appartamenti con porfido, serpentino, agate, diaspri d'ogni qualità, e rilevandone lo splendore con macchie artifiziali, e coprendo le pareti di encausto; di modo che non rimaneva campo alla pittura.

Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono i soggetti, o se li desunsero dai fasti patrj, vi diedero espressione allegorica. Forse ad artisti greci vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che sono i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del gabinetto di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto; tale quella del gabinetto di Parigi, rappresentante Tiberio da dio colla parentela sua; e la sardonica del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio in sembianza di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli, sigilli, coppe attestano la finitezza della gliptica in quei tempi.

Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci la diffusa immoralità. Cessato ogni pudore nella società, ogni scrupolo cessava nell'arte convertita in mestiero, nè ad altro ispirantesi che al gusto dei committenti; i tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi delle mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza maritale doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio ogni tratto rammenta le tavolette impudiche; Orazio dicono ne tenesse tappezzata tutta la camera; a Properzio stesso facea scandalo il trovarne dappertutto[386].

Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si disputò se vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati; e poichè le architetture sono più antiche delle greche, e vanno ornate di preziosi bassorilievi e di cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci stabiliti in quell'isola.

Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a Catania, a Gela, a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a Centuripa, relative le più al culto di Cerere e della dea Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto, collo scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di quercia, e con due chimere che ne sostentano il trono; la Venere, uscita dalle campagne di Siracusa, premente col piede sinistro la conchiglia e il delfino, appartengono all'arte più squisita; la Venere Callipiga vince la Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il Giove Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo, di Minerva.

Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano le espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre, e più tardi degli imperatori romani e bisantini. Pausania ricorda un Ercole in lotta coll'Amazone equestre, consacrato in Messina da Evagora di Zancle; e come, essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro e col sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio per una solennità, in memoria furono poste altrettante statue di bronzo. Quattro arieti dello stesso metallo diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il vento faceva uscirne una specie di belato, che indicava da qual plaga esso vento spirasse: da Siracusa furono trasportati nella reggia di Palermo, ma per quanto si studiasse, mai non si trovò una disposizione che riproducesse quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848 furono spezzati.

Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti de' quali ornano oggi le chiese, benchè portino scene bacchiche o mitologiche[387]. Pietre intagliate si trovano spesso, e specialmente a Centuripa; e l'essere alcune solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. Lo stile di queste apparterrebbe all'età imperiale; segno della durata di tale artifizio: alcune portano le sembianze di Cicerone, di Ovidio, di Comodo in veste d'Ercole[388].

Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di berilli i contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde del monte di Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline e cotognine ed altre mischie l'Erta, di agate molti paesi, e principalmente le sponde dell'Acate donde trassero il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata siciliana, delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro e tenuta in gran pregio. Diaspri variegati offrono i monti di Giuliana e le vicinanze di Palermo; diaspro tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali vennero cavati i sepolcri dei re normanni e svevi.

Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre l'impero romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, fonte di preziose cognizioni storiche e civili; tanto che i maggiori eruditi v'attesero, nè avvi forse città, di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto un illustratore particolare.

Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, alcune in greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo nel parlare de' primordj della nostra civiltà (V. Appendice II); e ad esse si riduce quanto ci arrivò di scritto intorno a quella. Le greche più antiche stanno sopra vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando da sinistra a destra poi da destra a sinistra come fa il bue arando, creduta anteriore fin all'iscrizione Sigea[389]. De' tempi successivi ne abbondano i paesi della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è bilingue, come nel monumento greco-latino di Eraclea ne' Lucani, ove si fa memoria che, rivendicatosi un fondo appartenente al dio Bacco, gli agrimensori posero i termini, e lo divisero in quattro porzioni, rilasciate a vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo, aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare capanne e stalle. Le greche tengono del dialetto dorico ne' paesi colonizzati dai Corintj, quali Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Megara, Selinunte; e dello jonico in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle, Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, pur bastanti a provare che ciascun paese scriveva come parlava; tanto più che a Taormina se ne leggono d'ambo i dialetti, perchè la città d'origine calcidica ricevette poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle romane, che, in qualunque paese siano, non si discernono per lingua; attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi a norme uffiziali per ogni atto, e così per la lingua. Nell'espressione seguono le vicende de' tempi, incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine irte di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia latina estendesi quanto l'antico impero, cioè dall'Africa sin alla Bretagna, e dall'Oceano sino al lembo dell'India.

Infinite occasioni si presentavano da voler eternare con epigrafi; consacrazioni e invocazioni di divinità, voti, processioni, dediche o sacrifizj, are, sacerdoti, magistrati civili o militari, dignità conferite, applausi, vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi, benemerenze di parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, era encomiastica o storica: le più vanno semplici, perfino nell'adulazione: talvolta le funerarie sono anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla lapide di un calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane nel monumento di Euriface fornajo, scoperto a Roma il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana.

Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la storia lo videro già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato il genio dell'erudizione nel secolo xv, se ne trascrissero d'ogni parte in collettanee particolari, o si radunarono gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco usati dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente collegata alla vita, per modo che i capolavori si trovano ne' palazzi, nelle terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente nei tempj, dove _mistagogi_, noi diremmo ciceroni, mostravano le rarità e narravano le tradizioni relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, obelischi, vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo poteva somigliarsi la villa d'Adriano a Tivoli. Neppur allora mancavano ciarlatanerie ed imposture: Plinio ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa dell'orca marina a cui rimase esposta Andromeda, e il sasso dov'erano infisse le catene con cui essa fu legata; Procopio descrive la nave con cui Enea approdò in Italia, quale conservavasi a Roma.

Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma non v'è quasi città che non ne possieda alcuno; e ne fecero la descrizione Scipione Maffei per Verona, il Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino, il Gori per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per Pesaro, Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, Noris per Pisa, Labus per Mantova e Brescia, Boldetti e Lupi per le epigrafi cristiane, e così altri, e più insigne di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal 1580 decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi che si trovassero, meglio disposte poi nell'interno cortile, e illustrate dal Torremuzza; a Catania fece altrettanto il principe di Biscari: altri a Messina, Siracusa, Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo altri, diede _Siciliæ et objacentium insularum veterum inscriptionum nova collectio_, 1784. Infine vennero il Muratori col _Tesoro_ delle iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre cinquemila bene scelte e ben lette, e Carlo Zell con un manuale (Eidelberga 1850) utilissimo perchè di piccola mole; ed ora a Berlino sono radunate e classificate tutte le antiche, colle tante che vengono in luce ogni giorno.

Nelle monete, non considerandole qui che dal solo aspetto artistico, oltre la materia, sono a notarsi la grandezza o modulo, il tipo, l'iscrizione. Qualche moneta triangolare, rettangola, romboidale offrono i popoli dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella Magna Grecia non ne mancano di concave, a guisa di coppe; quelle di Siracusa tirano allo sferico. L'ordinaria materia sono l'oro, l'argento, il rame o il bronzo. Le più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle di rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa, altre a Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a Palermo portano lo stemma punico: Dionigi ne fece di stagno[390]. Alcune sono di bronzo e piombo rivestite poi di foglia d'oro o d'argento (_bracteatæ_): alcune son liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro: altre con orlo di metallo più fino _contorniatæ_. I medaglioni forse non batteansi che per onoranza o per fregiare qualche divinità o per ricompensa in guerra, benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma erano intitolati AAAFF, cioè _auro, argento, ære fundendo feriundo_, dai tre metalli che s'adopravano, e dai due processi di fondere il metallo in una forma vuota portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella, per improntarla stringendola fra due morsi d'una tenaglia, o battendola con un punzone.

Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi un tipo od emblema, che poi si conservò sempre sul rovescio, sanzionato dalla pubblica autorità; fosse l'effigie del principe, o la figura simbolica della città, o lo stemma di questa, molte volte parlante, cioè figurante un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città. Le tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia, il petroselino per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per Agrigento, un gomito (ἅγχων) per Ancona, un muso di leone per Leontini, la luna per Populonia (_popluna_), un toro per Turio, per Camarina il _chamærops humilis_, cioè la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie alate in commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco vinto; talora l'effigie del fiume vicino, come l'Aretusa pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina, l'Amenano per Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come Ercole per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come Timoleone pei Siracusani; sulle monete della Magna Grecia frequenta il bove colla testa umana, quanto i rostri sulle prime romane.

Fra le allegorie in queste la più frequente è la Vittoria, poi la Salute, o la Pietà, o Roma cogli attributi di Minerva. Nel chinare della repubblica crescono i tipi storici, talchè colle monete possono accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non esprimendo capricci d'individui, ma idee nazionali, vi s'indaga la storia de' costumi e delle opinioni, viepiù preziosi degli altri monumenti perchè non soffersero mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle monete delle famiglie: e da settantamila ne conoscono i numismatici. Le spintrie ostentano le lascivie di Tiberio a Capri.

Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri monetarj poteano scolpire i proprj nomi sulle monete, che perciò diconsi di famiglia; e ne' tipi di queste compajono spesso figure allusive al nome loro, Pan pei Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo, le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un Giove cornuto pei Cornificj. Delle città alcune continuarono a porre il nome e il tipo proprio sulle monete, anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori non s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio vedesi sc, il che fece credere che la monetazione fosse spettanza del senato. Bensì gl'imperatori vi posero anche l'effigie delle sorelle, delle mogli, delle figliuole loro, e di parenti naturali o adottivi.

Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato il luogo ove furono battute; roma e romano si ha in moltissime anche forestiere, che forse faceansi a Roma; poi nel Basso Impero COMO o COMOB, che probabilmente significa CO_stantinopoli_ M_oneta_ OB_signata_.

La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete, come se ne hanno le più belle e la maggior varietà, ogni città adoprandovi tipi distinti, secondo il genio municipale dei Greci. Le antichissime sono di Messina, e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del 620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo diede pel primo in luce il medagliere siciliano nel 1612; ma la descrizione che dovea seguirvi, andò perduta. Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo Agostini, Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe di Torremuzza, infine Federico Munter[391]. Della sola Siracusa il Torremuzza pubblicò trentasei monete d'oro, censessantatre d'argento, cenquarantanove di bronzo; e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi.

Le prische monete italiche sono i nummi librali o _æs grave_, rotonde, a lente, con rilievo d'ambo i lati, e che indicavano e il peso e il valore d'un asse. Sono speciali dell'Italia, ma vi mancano segni per discernere a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una testa di Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo e Remo colla lupa, una Vittoria sulla quadriga, o simili. Quando Roma battè o piuttosto fece battere nella Campania denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale del Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che solo nel 485 si battessero monete d'argento: il che vuol forse significare che quell'anno se ne ponessero le fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco oro fu coniato.

Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo e dai casi, e disgiunti da quelle minute particolarità il cui accordo cresce significazione all'insieme, eran ben lontani dal porgere adequata idea di ciò che allora fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e dal rivelare gli usi della vita pubblica e privata, imperfettamente dinotati dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere uscirono dal sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori ad ogni memoria avea vomitato fiamme, tacque per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò le sue eruzioni, colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre borgate e ville, rimasero sepolte Ercolano e Pompej.

Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano cancellata la memoria, quando Emanuele di Lorena principe di Elbeuf, nel 1713, udito che un del paese avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò il diritto di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette altre statue, che spedite subito in Francia, destarono la meraviglia. Continuando, ebbe finissimi marmi d'Africa, poi scoperse un tempio rotondo con ventiquattro colonne e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando acquistò la certezza d'avere scoperta una città. Ma su questa venti metri di lava eransi induriti, e sopra edificate Portici e Resina, che sarebbonsi dovute demolire co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a parziali escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che si poteva, indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare le città.

Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi, quadri, vasi, bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue equestri dei consoli Nonio e Balbo, bronzi, tripodi, lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti di musica e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara ma unica del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si riconobbero, tempj, un teatro, il fôro: tra il resto una bella casa di campagna, con giardino che stendeasi fin al mare, abbellito d'una peschiera che terminava in semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti come d'ajuole; e tutto circondato da colonne di mattone intonacate di gesso, su cui appoggiavano travi, infisse nel muro di cinta, formando così attorno allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi. Fra le colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri di bronzo, alcune grandi al vero, della fusione più perfetta: un canaletto d'acqua lambiva il muro di cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima lentezza, ci regalano tratto tratto qualche novità, ma nulla finora d'importante; e ciò ch'è notevole, un solo è in latino, frammento d'un poema sulla guerra di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio, sei busti creduti de' Tolomei, altri di Platone, Archita, Saffo, Democrito, Scipione Africano, Silla, Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia, Claudio Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due incogniti, due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide ch'è delle migliori statue antiche, due busti di Bacco indiano, il preteso Silla, il Satiro colla capra, tutti di marmo, si trovarono in questo giardino, che pure apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta ad Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben innanzi ai marmi eginetici; antichissima è pure l'Artemisia, che l'esser fatta di marmo di Carrara ci lascia supporre eseguita in Italia[392].

In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano urtò contro una statua di bronzo, e questa diede spia dell'altra città di Pompej[393]. Lapilli e ceneri la ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori e perchè nulla vada perduto, lenti procedono gli scavi, ma è già scoperta la regione principale, con due teatri, un tempio d'Iside, uno d'Esculapio, uno greco, una porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero ad una grande città. All'altra estremità è l'anfiteatro; e mura pelasgiche la circondano.

Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; a uno o due piani; camerette di appena tre in quattro metri, alte da cinque a sei, malagiate di comunicazioni e disimpegni, con poche finestre, simili a feritoje, eccetto quelle che danno sul giardino, e che forse erano serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici, anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi il rezzo. Negli appartamenti non usavasi legname alle costruzioni, eccettochè per le imposte alle finestre e alle porte; pavimenti a musaico; soffitta e pareti con medaglioni di stucco, e con pitture e musaici, rappresentanti vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo il genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, sullo spazio di quindici metri in largo e del doppio in lungo, è divisa in diciannove membri, compreso l'atrio: il musaico alla soglia rappresenta un mastino alla catena coll'iscrizione _cave canem_. Dal corridojo passi nell'atrio, cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno camere pe' forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: rimpetto all'ingresso il tablino, o sala di ricevimento, porta la figura d'un poeta tragico che declama a due astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede il peristilio o seconda corte aperta, in cui un giardinetto cinto da portico di sette colonne doriche, esso pure dipinto. Al fondo sta il larario o cappella domestica, con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore che pesca; un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul muro principale sta dipinta una schiera di libri, che il tragico forse non possedeva se non col desiderio. In faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione, decorata di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta con tutti gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica col triclinio anch'esso pitturato: di sopra era il gineceo.

Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. Nel tempio d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; gli scheletri dei sacerdoti, sorpresi tra quelle, ancor portavano gli abiti pontificali; i carboni stanno sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le libazioni, lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, e un capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo olocausto, miste al grasso delle vittime. Ancora l'insegna invita al fondaco del mercante; leggendo alla soglia la voce salve, credi udirla dal padrone, cui il motto ben augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio una spezieria coll'insegna del serpe che morde un pomo; altrove un altare coll'aquila di Giove, esposti in vendita; l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli spacci di bevande calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove una casa di bordello, indicata da priapi e dal motto HIC FELICITAS, che rivela una filosofia gaudente[394]. I pani hanno il marchio del fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già rotti; nel pistrino hai macine singolari; nella madia preparata la farina col lievito; nel forno una torta entro la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino in fiaschi col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; biche di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento anni di sonno vitale. Entri negli appartamenti delle signore? eccoti scarpe[395], spilli, aghi, ditali, forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami, e gli arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, e monete forate che recavansi al collo; in altre parti, dadi da giocare, palle e balocchi da fanciulli. Ma in tante abitazioni, non carta, non libri.

S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso il nome di Sallustio, lo storico che qui appunto aveva una villa: colà l'_album_ ove si affiggevano i decreti de' magistrati, gli annunzj di vendite, aste e simili: dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici, anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, spaziosa e allineata, fiancheggiano case di campagna, tombe, sedili di pietra, ove gli abitanti venivano sulla sera fra i sepolcri degli amici e dei parenti per respirare il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; e là presso quella del liberto Diomede, benissimo conservata, colla porta aprentesi sopra un verone e fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto da portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti.

Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste sono opera di quadratarj o imbianchini, ma probabilmente riproducono tavole famose; e certamente l'Ercole fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti da quelli di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici monumenti per giudicare dell'arte pittorica presso i Greci, ma ristrette in cento anni quanto all'esecuzione, mentre pei soggetti recano fin ai tempi alessandrini, e sempre con pose tranquille, figure non aggruppate, fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; e quello che serviva di pavimento a un triclinio, e che figura la battaglia fra Alessandro Magno e Dario, è il pezzo più insigne che l'antichità ci tramandasse[396].

Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe[397]. In quella eretta da Tuche vivente pei liberti e le liberte sue, sotto al ritratto di essa vedi l'iscrizione e un bassorilievo, portante da una faccia la famiglia, dall'altra l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il triclinio pei pasti funerei[398].

Se tale era una città di provincia, si argomenti qual dovette essere la metropoli. Pure ammirando la magnificenza e il gusto, abbiam molto a congratularci delle maggiori comodità odierne. Gabinetti di meraviglioso lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma da cui uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano lampade di elegantissime forme, ma dove neppur si era introdotta la corrente doppia, talchè affumicavano le volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi però di quelle tante, che oggi mettono in comunicazione ogni minimo villaggio. Le vie di Roma furono sempre anguste e montuose[399]; quelle interne di Pompej sono strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la plebaglia doveva essere confinata in catapecchie, che non resistettero al tempo, e disgiunte dalle abitazioni civili. Le camere stesse de' ricchi sono bugigattoli senza aria nè luce, nè bellezza di specchi e di finestre: i ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, del resto ben rari, come lo prova l'angustia delle strade: ivi non lampioni per la notte, non pompe da aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia e i fulmini, non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i viaggiatori, non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima classe priva di quelle innumerevoli comodità oggimai a nessuno negate, libri, quadri, oriuoli, vesti di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza de' bagni, e macchine che scusino le più dure fatiche, e libertà di spendere come si voglia il denaro acquistato con libero lavoro?

Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, e figuriamoci che l'età dell'oro, se pur è sperabile, sta davanti a noi, non dietro, per quanto sia vero che per arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi nella scuola del passato.

FINE DEL TOMO TERZO

INDICE

CAPITOLO _pag._ XXXI. Il secolo d'oro della letteratura latina 1 XXXII. Tiberio 79 XXXIII. Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista 92 XXXIV. Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo 118 XXXV. La redenzione 183 XXXVI. Galba. — Otone. — Vitellio 207 XXXVII. I Flavj 217 XXXVIII. Imperatori stoici 235 XXXIX. Gli Antonini 252 XL. Economia pubblica e privata sotto gli Antonini 272 XLI. Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura 304 XLII. Belle arti. Edilizia 392

NOTE:

[1] Orazio, Ep. II.

[2]

_Græcia capta, ferum victorem cepit, et artes_ _Intulit agresti Latio_... _Serus enim græcis admovit acumina chartis._ Ep. II. 1.

(*) Mommsen vorrebbe che i versi fescennini e le atellane fossero detti non dalle distrutte città di Fescennio e Atella, ma dal porsi in queste città la scena delle commedie, affine di satirizzare senza incorrere le gravi pene comminate a chi ingiuriasse un cittadino romano.

[3] Lib. VII, cap. 2.

[4] Plauto nel prologo del _Trinummo_ dice: _Plautus vortit barbare_; e _barbarica lex_ chiama la romana nei _Captivi_; e _Barbaria_ l'Italia nel _Penulo_.

[5] _Vates_ da _fari_, come Fauni; ed è comune alle genti il chiamare sè parlanti, e muti gli stranieri.

[6] ORAZIO, Ep. II. 1; TACITO, _Ann._, XIV. 21.

[7] Singolarmente un Rintone da Taranto, modello di Lucilio, e inventore d'una non sappiamo quale specie di commedia (LYDUS, _De magistratibus rom._, I. 41). Forse era quella che a Roma dicevasi _Rintonica_.

[8] Ciò risulta da Diomede, III. 488, nella collezione di Putsch.

[9] Munck, _De atellanis fabulis_, pag. 52, crede Strabone s'ingannasse sull'_osce loqui_, volendo questo dire non che si servissero della lingua osca, ma che parlavano _oscamente_, cioè rusticamente.

[10] Martino Hertz, in una memoria stampata a Berlino il 1854, sostiene che deva dirsi Tito Maccio Plauto, nè altrimenti pensano l'editore di Plauto Ritschl e Lachmann; così trovando in un palinsesto. Non pare abbiano ragione.

[11] Per esempio:

_Obsequium amicos, veritas odium parit._ _Amantium iræ amoris integratio est._ _Homo sum; humani nihil a me alienum puto._

[12]

_Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen_ _Non atticissat, verum at sicilissat._ Prologo dei _Menæchmi_.

Anche Cicerone (_Divin. in Verrem_) rinfacciava a Cecilio, suo competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva dall'usarsi nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe le lingue; e forse più il commercio co' Cartaginesi.

Nel vol. III delle _Memorie sulla Sicilia_ è inserita una dissertazione di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell'italiano.

[13] Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; tante sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi trimetri, cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che _quasi sempre_ egli osserva è di finire con un giambo.

[14] Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un figlio, trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di esporre i bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle frequenti rapine de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra' paesi. Quanto agli a parte e alla doppia azione, restavano meno sconci per la vastità dei teatri, e perchè la scena per lo più rappresentava una piazza, cui molte strade metteano capo.

Di Terenzio cantava Cesare:

_Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,_ _Poneris, et merito, puri sermonis amator;_ _Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,_ _Comica ut æquato virtus polleret honore_ _Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres!_ _Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti._

Sebbene la frase _vis comica_ sia divenuta vulgata, inclino a credere che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho fatto, unendo il _comica_ a _virtus_. Vedasi tom. I, pag. 364.

[15]

_Quod si personis iisdem uti aliis non licet,_ _Qui magis licet currentes servos scribere,_ _Bonas matronas facere, meretrices malas,_ _Parasitum edacem, gloriosum militem,_ _Puerum supponi, falli per servum senem,_ _Amare, odisse, suspicari? Denique_ _Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius._ Prologo dell'_Eunuco_.

Ecco l'intreccio di tutte le commedie.

Sui comici latini porta questo giudizio Vulcazio Sedigito, vivente sotto gl'imperatori:

_Multos incertos certare hanc rem vidimus_ _Palmam poetæ comico cui deferant._ _Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,_ _Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat._ _Cæcilio palmam Statio do comico:_ _Plautus secundus facile exsuperat ceteros:_ _Dein Nævius qui fervet, pretio in tertio est:_ _Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:_ _Attilium post Licinium facio insequi;_ _In sexto sequitur hos loco Terentius:_ _Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet:_ _Nono loco esse facile facio Luscium;_ _Decimum addo causa antiquitatis Ennium._ Presso A. GELLIO, XV. 24.

Sembra non abbia voluto indicare che gli autori di commedie _palliatæ_, e perciò lasciasse daccanto persino Afranio, illustre nelle _togatæ_.

[16]

_Poeta, cum primum animum ad scribendum appulit,_ _Id sibi negotii credidit solum dari_ _Populo ut placerent quas fecisset fabulas._ TERENZIO, prologo dell'_Andria_.

... _Eum esse quæstum in animum induxi maxumum,_ _Quam maxume servire vestris commodis._ Prologo dell'_Eautontimorumenos_.

[17] Perchè Roma non ebbe tragedie? Tale questione è magistralmente trattata da Nisard, _Etudes sur les mœurs et les poètes de la décadence_, a proposito di Seneca. — Lance (_Vindiciæ romanæ tragediæ_. Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici romani. — Vedi pure _Tragicorum romanorum reliquiæ: recensuit Otto Ribbeck_. Lipsia 1852.

[18] _Si quis populo occentassit, carmenve condisti, quod infamiam faxit flagitiumve alteri, fuste ferito._ Cicerone, _De republica_, dice: — Le XII Tavole avendo statuita la morte per pochissimi fatti, tra questi stimarono non doverne andar esente colui che avesse detto villanie, e composto versi in altrui infamia e vitupero. E ottimamente, perchè il viver nostro dev'essere sottoposto alle sentenze de' magistrati ed alle dispute legittime, non al capriccio de' poeti; nè dobbiamo udir villanie se non a patto che ci sia lecito il rispondere e difenderci in giudizio». Elegantissimamente Orazio soggiunge nella già più volte citata _Epistola_ II. 1:

_Libertasque recurrentes accepta per annos_ _Lusit amabiliter, donec jam sævus apertam_ _In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas_ _Ire domos impune minax. Doluere cruento_ _Dente lacessiti: fuit intactis quoque cura_ _Conditione super communi: quin etiam lex_ _Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam_ _Describi. Vertere modum, formuline fustis_ _Ad bene dicendum, delectandumque redacti._

[19] Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico, recitando il _Telamone_ di Azzio e cambiando poche parole, fece applauso a lui con questi motti: _Quid enim? Qui rempublicam certo animo adjuverit, statuerit, steterit cum Argivis... re dubia nec dubitarit vitam offerre, nec capiti pepercerit... summum animum summo in bello... summo ingenio præditum... O pater!... hæc omnia vidi inflammari... O ingratifici Argivi, inanes Graji, immemores beneficii!... Exulare sinitis, sinitis pelli, pulsum patinimi etc._

Nei giuochi Apollinari, avendo Difilo recitato questi versi,

_Nostra miseria tu es magnus_... _Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes_... _Si neque leges, neque mores cogunt_...,

il popolo volle vedervi un'allusione a Pompeo, e costrinse l'attore a replicarli migliaja di volte; _millies coactus est dicere_. CICERONE, _ad Attico_, II. 19.

Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare, _Addio, padre mio; addio, madre mia_, accompagnò il primo coll'atto del bere, il secondo coll'atto del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori di Nerone. Poi in un'atellana proferendo, _L'Orco vi tira pei piedi_ (_Orcus vobis ducit pedes_), voltavasi verso i senatori.

[20] Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo alzavano gli scenarj:

_Vel scena ut versis discedat frondibus, utque_ _Purpurea intexti tollant aulæa Britanni._ VIRGILIO, _Georg._, III. 24.

[21] Della critica di Acilio un bel saggio ci conservò A Gellio, intendendo mostrarcene la _simplicissima suavitas et rei et orationis_ (XI. 14): _Eundem Romulum dicunt ad cœnam vocatum, ibi non multum bibisse, quia postridie negotium haberet. Ei dicunt: — Romule, si istud omnes homines faciant, vinum vilius sit». Is respondit: — Immo vero carum, si quantum quisque volet, bibat; nam ego bibi quantum volui_». C'è bene da disgradare le _cronicacce di frati_, contro cui se la piglia Carlo Botta.

[22] Εἰ γὰρ, ἧς πάντες εὐχόμεθα τοῖς Θεοῖς τυχεῖν, καὶ πᾶν ὑπομένομεν ἱμείροντες αὺτῆς μετασκεῖν, καὶ μόνον τοῦτο τῶν νομιζομένων ἀγαθῶν ἀναμφισβήτητόν ἐστι παρ’ ἀνθρώποις (λέγω δὴ τὴν εἰρήνην) κ. τ. λ.

[23] Ὅτι σφόδρα οἱ ̔Ρωμαῖοι φιλοτιμοῦνται δικαίους ἐνίστασθαι τοὺς πολέμους. _Framm._ XXXII. 4. 5.

[24] Anche Eumachio di Napoli avea descritto le geste di Annibale. Celidonio Errante ha un discorso sui difetti della primitiva storia siciliana, derivati dall'esserci giunta solo per frammenti; e suggeriva di supplirvi in qualche modo col radunare que' frammenti. Cominciò egli stesso l'opera nella _Biblioteca greco-sicula_ (Palermo 1847), ove discorre di varj storici, quali Antioco, Temistogene, Filisto, Dicearco ed altri.

[25] _Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere posse; quod si assequero, supero Crassum divitiis, atque omnium vicos et prato contemno._ Ad Attico, I. 4. — _Bibliothecam tuam cave cuiquam despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris: nam omnes vindemiolas eo reservo, ut illud subsidium senectuti parem._ Ivi, 10. E spesso ritocca la corda.

[26] _De latinis (libris) quo me vertam nescio; ita mendose et scribuntur et veneunt._ CICERONE, _ad Quintum_, III. 5.

[27] Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e degli alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura delle viti.

[28] _Acad. Quæst._, I. 3: — Noi peregrini e quasi stranieri nella città nostra, i tuoi libri condussero, per così dire, a casa, talchè potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu l'età della patria, tu la descrizione dei tempj, tu la ragione delle cose sacre e dei sacerdoti, tu la disciplina domestica e la guerresca, tu la sede dei paesi e dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose tutte umane e divine i nomi, i generi, gli uffizj, le cause, ecc.

[29] Le etimologie di Varrone sono già derise da Quintiliano, _Inst. orat._, I. 6: _Cui non post Varronem sit venia? qui_ agrum, _quod in eo_ agatur _aliquid; et_ graculos _quia gregatim volent, dictos Ciceroni persuadere voluit; cum alterum ex græco sit manifestum duci, alterum ex vocibus avium? Sed huic tanti fuit vertere, ut merula, quæ sola volat, quasi mera volans, nominaretur._

[30] Fra le sentenze di Varrone, alcune vengono opportune anche oggi, specialmente a coloro che l'erudizione antepongono a tutto.

_Non tam laudabile est meminisse quam invenisse: hoc enim alienum est, illud proprii muneris est._

_Elegantissimum est docendi genus exemplorum subditio._

_Amator veri non tam spectat qualiter dicitur, quam quid._

_Illum elige eruditorem, quem magis mireris in suis quam in alienis._

_Non refert quis, sed quid dicat._

_Sunt quædam quæ eradenda essent ab animo scientis, quæ inserendi veri locum occupant._

_Multum interest utrum rem ipsam, an libros inspicias. Libri nonnisi scientiarum paupercula monimenta sunt; principia inquirendorum continent, ut ab his negotiandi principia sumat animus._

_Eo tantum studia intermittantur, ne obmittantur. Gaudent varietate musæ, non otio._

_Nil magnificum docebit qui a se nil didicit. Falso magistri nuncupantur auditorum narratores. Sic audiendi sunt ut qui rumores recensent._

_Utile sed ingloriosum est ex illaborato in alienos succedere labores._

[31] _Nat. hist._, XXXV. 2. — Raoul-Rochette li credeva miniati.

[32] _Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam veste, detracto; sed dum voluit alios habere, parata unde sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit qui volunt illa calamistris inurere; sanos quidem homines a scribendo deterruit: nihil enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius._ CICERONE, De orat., 75. — _Summus auctorum divus Julius._ TACITO. — _Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio, ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat._ QUINTILIANO, Inst. orat., X. 1.

L'ottavo libro della _Guerra gallica_ si ascrive comunemente a un Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d'Alessandria, d'Africa e di Spagna.

[33] SVETONIO, in _Cesare_, 20, in _Augusto_, 36. — Le Clerc, nella sua opera de' _Giornali fra i Romani_ (Parigi 1838), non solo intende provare ch'essi aveano effemeridi al modo nostro, ma che, per mezzo di queste e degli Annali Pontifizj, può rendersi alla storia de' primi tempi la certezza che la critica tende a rapirle. Vedansi pure

LIEBERKUEHN, _Commentatio de actis Romanorum diurnis_. Weimar 1840.

SCHMIDT, _Zeitschrift für Geschichtswissenschaft_. Berlino 1844.

HUEBNER, _De senatus populique romani actis_. Lipsia 1860.

Eccone qualche esempio:

III. _Kal. Aprileis_.

_Fasces penes Æmilivm· lapidibvs plvit invejenti· Postvmivs trib. pleb. viatorem misit ad eos quod is eo die senatum nolvisset cogere· intercessione P. Decimii trib. pleb. res est svblata· Q. Avfidivs mensarivs tabernæ argentariæ ad scvtvm cimbricvm cvm magna vi æris alieni cessit foro· retractus ex itinere cavsam dixit apvd P. Fontejvm Balbvm præt. et cvm liqvidum factum esset evm nvlla fecisse detrimenta jvssus est in solidum æs totum dissolvere._

IV. _Kal. Aprileis_.

_Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs tacta in svmma velia pavllvm a meridie· rixa ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo ad vrsum galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl. mvlctavit lanios qvod carnem vendidissent popvlo non inspectam· de pecunia mulctatitia cella extrvcta ad tellvris lavernæ._

[34] _Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur Livius._ SENECA. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da Romolo fino alla morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque non seguenti, cioè i primi dieci dalla fondazione di Roma sino al 460; manca tutta la seconda decade; poi si ha dal libro XXI al XL, cioè dal principio della seconda guerra punica fino al 586: del restante i sommarj, che credonsi di Floro.

Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte dall'infelice Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste sono i _Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio_, ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso, giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III, al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il suo rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto; e.... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte le altre Chiese del mondo cattolico, non ho io tralasciato le prove più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che questo... Onde, se mai pe' miei precedenti scritti avess'io in ciò errato e dato occasione ad altri di errare, è ben dovere che si ricredano ora nella sincera dottrina... e se mai avesser seguito la vestigia di un Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate dello stesso Pietro penitente...».

È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti monti delle Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra lo squallore e la tabe d'una misera ed angusta prigione» (Discorso XIII). Non è da aspettarsene gran senno critico, nè estesa filologia; ma assume diversi punti, e per es. nel discorso III ragiona _della franchezza con la quale Livio scrisse delle cose appartenenti alla religione romana, e non solo intorno al culto degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in tutt'i suoi rapporti serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico e di profondo e grave filosofo_.

_Ab uno disce omnes._ Questa, come altre opere del Giannone, venne in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini, coi tipi dell'Unione tipografico-editrice torinese.

[35] _Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum maxima parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit_... _Augustus Bielowski_. Leopoli 1853.

[36]

... _Ausus es unus Italorum_ _Omne ævum tribus explicare chartis_ _Doctis, Jupiter! et laboriosis._ CATULLO.

[37] _Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum adhuc non modo non respondere Græcis, sed omnino rude atque inchoatum morte Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus qui potuerit et etiam debuerit historiam digna voce pronuntiare, quippe qui oratoriam eloquentiam, rudem a majoribus acceptam, perpoliverit, philosophiam ante eum incorruptam latina sua conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu illius, utrum respublica an historia magis doleat._ Framm. — Cicerone stesso (_De leg._, lib. I) si fa dire da Attico: _Postulatur a te jamdiu, vel flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam tractante, effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus: atque, ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus, ut ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim historia literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in ea, quippe quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime._

[38] _Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc displicet philosophari._ CICERONE, De finib., I. 1. — _Vereor ne quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum._ De off., II. 1. — _Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum rerum disputationem principibus civitatis non ita decorum putant._ Acad. Quæst., II. 2.

[39] CICERONE, _De finib._, IV. 28 e 9; _Acad. Quæst._, II. 44.

[40] CICERONE, _Topica. Quæst._ I.

[41] _Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem potest ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non possit... Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum satis, ad edocendum parum._ Lo stesso, _Acad._, I.

Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da Cicerone come _mirifice studio philosophiæ flagrans_, e da lui amata troppo, se crediamo a Dione, lib. XLVI.

[42] _Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur, qui non latinis literis illustratus pateret._ De divin., II. 2. Nel proemio delle _Tusculane_ professa dolergli che molte opere latine siano scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti i quali pensano bene, non sappiano poi disporre elegantemente, il che è un abusare del tempo e della parola. Negli _Uffizj_ raccomanda a suo figlio di leggere le sue filosofiche discussioni. — Quanto al fondo pensa quel che ne vuoi: ma tal lettura non potrà che darti uno stile più fluido e ricco. Umiltà a parte, io la cedo a molti in fatto di scienza filosofica, ma per quel che sia d'oratore, cioè la nettezza e l'eleganza dello stile, io consumai la vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un mio diritto col reclamarne l'onore».

[43] Ἀπόγραφα _sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero, quibus abundo._ Ad Attico, XII. 52.

[44] Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme, non ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e come applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli le virtù cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia. Con queste, più non importa stillarsi a far regolamenti; senza queste, i regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da ridere davvero i nostri politici che tornano ogni tratto sulle loro ordinanze, persuasi di trovare un fine agli abusi, senza accorgersi ch'è un tagliar le teste dell'idra». _De repub._, lib. IV. Queste parole dell'insigne Greco dopa duemila anni non perdettero l'opportunità.

[45] _Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit in hæc, nimias edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere non audeo._ De leg., I. 13.

[46] La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: _Ita discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad veritatis similitudinem videretur esse propensior._

[47] _Tuscul._, v. 7.

[48] _Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum juris est._ De leg., I. 13. — _Studiis officiisque scientiæ præponenda, sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum caritatem, qua nihil homini debet esse antiquius._ De off., I. 43. _Quid est melius aut quid præstantius bonitate et beneficentia?_ De nat. Deorum, I. 43.

[49] _De off._, II. 18. 16.

[50] _Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem totius mundi quasi unius urbis agnoverit._ De leg., I. 23. — _Qui autem civium rationem dicunt habendam, externorum negant, ii dirimunt communem humani generis societatem; qua sublata, beneficentia, liberalitas, bonitas, justitia funditus tollantur._ De off., III. 6.

_Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus præsit, eorum quibus præsit, commodis utilitatique servire._ Ad Quintum, I. 1. 8; e più generosamente _De off._, I. 13: _Est infima conditio et fortuna servorum: quibus non male præcipiunt qui ita jubent uti ut mercenariis; operam exigendam, justa præbenda._

[51] _Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in pace vivatur._ De off., e vedi I, 23.

[52] _De repub._, III. — _De off_., II.

Vedi FACCIOLATI, _Vita Ciceronis litteraria_. 1760.

HULSEMANN, _De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio ipsius et aliis rationibus æstimanda_. 1799.

GAUTIER DE SIBERT, _Examen de la philosophie de Cicéron_. Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi XLI. XLIII.

MEINERS, _Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam philosophiam meritis_.

KUHNER, _M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes merita_.

e tutti gli storici della filosofia.

La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero compresi anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, dal Niebuhr nel 1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc in latino e francese 1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. in-18º. Quella fatta dal Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. Il meglio che l'erudizione abbia accertato intorno al grande oratore, fu raccolto nell'_Onomasticum Tullianum, continens M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam, indicem geograficum historicum, indices legum et formularum, indicem græco-latinum, fastos consulares. Curaverunt_ JO. GASP. ORELLIUS _et_ JO. GEORG. RAITERUS, _professores turicenses_, 1837. È in corso un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per Teubner, curata da Reinh. Klotz.

[53] Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare nell'Asia Minore. È noto che molte opere degli antichi perirono allorchè, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi si praticava: _Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula fuerit, quod delere malueris quam exscribere, nisi forte tuas formulas; non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare?_ Ad fam., VII. 18.

Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico di scrivere in vece sua: _Tu velim et Basilio, et quibus præterea videbitur, conscribas nomine meo_. XI. 5. XII. 19. _Quod literas, quibus putas opus esse curas dandas, facis commode_. XI. 7; e così 8, 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il suo più grande amico non potesse riconoscerlo: _Hoc manu mea_. XIII. 28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d'Alessi nella tua lettera» (15. XV); e Alessi era il solito scrivano di Attico. Bruto dal campo di Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere che spedisco al senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., XI. 19. Un capitano che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, giacchè credo che Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso».

Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che alla firma. In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perchè unciale, poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di cera o sulla cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi, come appare nel codice Giustinianeo _De lege Cornelia de falsis_, lib. XI. tit. 22.

[54] Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta frutte, solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò _lex satura_ una legge che abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per _saturam_, cioè su diverse proposizioni a un tratto. Diomede definisce: _Satira est carmen apud Romanos, nunc quidem maledictum, et ad carpenda hominum vitia archææ comœdiæ charactere compositum, quale scripserunt Lucilius, Horatius et Persius; sed olim carmen, quod ex variis poematibus constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et Ennius_.

[55]

... _Arctis_ _Religionum animos vinclis exsolvere pergo._ Lib. IV.

[56]

_Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta_ _Difficile illustrare latinis versibus esse,_ _Multa novis verbis præsertim cum sit agendum_ _Propter egestatem linguæ et rerum novitatem._ ... _noctes vigilare serenas_ _Quærentem dictis quibus et quo carmine demum_ _Clara tuæ possim præpondere lumina menti,_ _Res quibus occultas penitus convisere possis._ Lib. I.

[57] Ne' primi versi trovi, _Quæ mare navigerum, quæ terras frugiferentes_; e poco dopo, _Frondiferas domos avium_. Cicerone scriveva a Quinto (II. 11): _Lucretii poemata non sunt ita multis luminibus ingenii, multæ tamen artis_.

[58] ORAZIO, _Ep._ I. 4.

[59] Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria

_Me genuit, terris fertilis uberibus;_

e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove

_Lacus æstivis intepet umber aquis,_ _Scandentisque arcis consurgit vertice murus,_ _Murus ab ingenio notior ille meo._

Nel lib. IV. 1, canta

_Ut nostris tumefacta superbiat Umbria libris,_ _Umbria romani patria Callimachi._

Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse romano, e vi fu chi copiò tal errore, mentre Properzio vuol solo dirsi imitatore di Callimaco, del che si vanta pure nel lib. III. 1. e 8:

_Callimachi Manes, et coii sacra Philetæ_ _In vestrum, quæso, me sinite ire nemus._ _Primus ego ingredior puro de fonte sacerdos_ _Itala per Grajos orgia forre choros._ _Inter Callimachi sat erit placuisse libellos,_ _Et cecinisse modis, dore poeta, tuis._

[60]

_Hujus erat Solymus prhygia comes unus ab Ida_ _A quo Sulmonis mœnia nomen habent._ Fast., IV. 78.

_Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo,_ _Pelignæ gentis gloria dicar ego._ Amor., III. 15.

_Seu genus excutias, equites ab origine prima_ _Usque per innumeros inveniemur avos._ De Ponto, IV. 8.

È schiavo de' pregiudizi di nascita quanto un nobile di cent'anni fa: si vanta d'esser cavaliero senza aver mai portato le armi:

_Aspera militiæ juvenis certamina fugi,_ _Nec nisi lusura movimus arma manu;_

e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non per merito di valore:

_Præfertur nobis sanguine factus eques_ _Fortunæ munere factus eques_ _Militiæ turbine factus eques._

[61]

_Non eadem ratio est sentire et demere morbos._ _Sæpe aliquod verbum cupiens mutare, relinquo,_ _Judicium vires destituuntque meum._ _Sæpe piget (quid enim dubitem tibi vera fateri?)_ _Corrigere, et longi ferre laboris onus..._ _Corrigere at refert tanto magis ardua, quanto_ _Magnus Aristarcho major Homerus erat._

[62]

_Os homini sublime dedit, cœlumque tueri_ _Jussit, et erectos ad sidera tollere vultus._ Metam., I. 85.

_... Polumque_ _Effugito australem, junctamque aquilonibus arcton._

Somiglianti ripetizioni incontransi ad ogni piè sospinto. Giove va ad alloggiare presso Bauci e Filemone; il vecchio prepara la mensa:

_Furca levat ille bicorni_ _Sordida terga suis, nigro pendentia tigno;_ _Servatoque diu resecat de tergore partem_ _Exiguam, sectamque domat ferventibus undis._ _..... Mensæ sed erat pes tertius impar;_ _Testa parem facit: quæ postquam subdita, clivum_ _Sustulit etc._ Ivi, VIII. 650.

Queste minuzie di scuola fiamminga disabbelliscono spesso i suoi quadri migliori. Parlando del diluvio, canta:

_Exspatiata ruunt per apertos flumina campos,_ ... _Pressæque labant sub gurgite turres;_ _Omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto._

Fin qui è bello; ma poi cala a particolarità oziose, e quindi nocevoli:

_Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones;_

quasi nell'universale sobbisso importi quel che facciano agnelli o leoni.

[63] Egli stesso si rimprovera di questo verso:

_Tum didici getice sarmaticeque loqui._

Una volta nel verso non accomodandogli _mori_, disse:

_Ad strepitum, mortemque timens, cupidusque moriri._

Altrove leggiamo:

_Denique quisquis erat castris jugulatus achivis,_ _Frigidius glacie pectus amantis erat._

A chi appartiene il _quisquis_?

Frequenti sono i giocherelli di parole:

_In precio precium nunc est..._ _Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua..._ _Speque timor dubia, spesque timore cadit..._ _Quæ bos ex homine est, ex bove facta dea..._ _Semibovemque virum, semivirumque bovem._

E, me lo perdonino gli ammiratori, è un giocherello tutta la sua descrizione del caos.

[64]

_Dummodo sic placeam, dum toto canar in orbe_ _Quod volet impugnent unus et alter opus._ Rem. am., 363.

[65]

_Nec vitam, nec opes, nec jus mihi civis ademit,_ _Quæ merui vitio perdere cuncta meo._ Trist., V. 11.

Spira vera passione l'elegia dove descrive la sua partenza. In un'altra canta:

_Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,_ _Alterius facti culpa silenda mihi..._ _Vive tibi et longe nomina magna fuge._ _Hæc ego si monitor monitus prius ipse fuissem,_ _In qua debebam forsitan urbe forem..._ _Inscia, quod crimen viderunt lumina plector,_ _Peccatumque oculos est habuisse meum..._ _Cuique ego narrabam, secreti quidquid habebam,_ _Eccepto quod me perdidit unus erat..._ _Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?_ _Cur imprudenti cognita culpa mihi?_ _Inscius Acteon vidit sine veste Dianam,_ _Præda fuit canibus non minus ille suis._

[66] La professa dal bel principio:

_Di, cœptis..._ _Aspirate meis, primaque ab origine mundi_ _Ad mea perpetuum deducite tempora carmen._

[67]

_Quoniam occuparat alter ne primus forem,_ _Ne solus esset studui, quod super fuit._ Epil. del lib. II.

[68] _Gressus delicatus et languidus_ (lib. V. f. 1): _filia formosa et oculis venans viros_ (lib. IV. f. 5): _frivola insolentia_ (lib. III. f. 6): _iratus impetus_ (lib. 3. f. 2): _cornea domus_ della tartaruga (lib. II. f. 6): _ignavus sanguis_ dell'asino (lib. I. f. 29): _generosus impetus_ del cinghiale (lib. I. f. 29).

Nella notissima favola della rana e il bue, in quanti varj modi dice la cosa stessa! _Rugosam inflavit pellem_ — _Intendit cutem majori nisu_ — _Dum vult validius inflare se se._ E nelle conchiusioni morali: _Hoc illis dictum est_ — _Hoc pertinere ad illos vere dixerim_ — _Hoc argumento se describi sentiat_ — _Hoc scriptum est tibi_ — _Hoc illis narro_ — _Hoc in se dictum debent illi agnoscere..._ Possiamo credere fossero di pretta lingua certi modi che sanno del latino ecclesiastico, come: _quem tenebat ore demisit cibum_ (lib. I. f. 4): _hi quum cepissent cervam vasti corporis_ (lib. I. f. 5): _rupto jacuit corpore_ (lib. I. f. 24): _quæ debetur pars tuæ modestiæ, audacter tolle_ (lib. II. f. 1): _ante hos sex menses_ (lib. I. f. 1): _invenit ubi accenderet_ (lib. III. f. 19): e l'abuso di astratti come _sola improbitas abstulit totam prædam_ (lib. I. f. 5): _tuta est hominum tenuitas_ (lib. II f. 7): _spes fefellit impudentem audaciam_ (lib. III. f. 5).

Alcuno crede suppositizio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale, nessun antico ricorda il nome; e che venne in luce soltanto nel 1562, in occasione del sacco dato a un convento di Germania: la prima edizione è del 1596. Ma nella Dacia fu trovata un'iscrizione, contenente un verso delle favole di Fedro. V. MANNERT, _Res Trajani ad Danub._, pag. 78. Certo il testo fu alterato e interpolato. Orelli ne diede la lezione migliore a Zurigo nel 1831; poi anche di quelle nuove scoperte dal Janelli e dal Maj, da cui è desunta la favola che diamo nel testo.

[69]

_Duplici circumdatus æstu_ _Carminis et rerum._

Egli ammette con precisione le popolazioni antipode:

_Terrarum forma rotunda._ _Hanc circum variæ gentes hominum atque ferarum_ _Aeriæque colunt volucres. Pars ejus ad arctos_ _Eminet: austrinis pars est habitabilis oris,_ _Sub pedibusque jacet nostris, supraque videtur_ _Ipsa sibi fallente solo declivia longa_ _Et pariter surgente via, pariterque cadente._ _Hinc ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus;_ _Illic orta dies sopitas excitat urbes;_ _Et cum luce refert operum vadimonia terris._ _Nos in nocte sumus, somnosque in membra locamus,_ _Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis..._ _Altera pars orbis sub aquis jacet_ invia nobis, _Ignotæque hominum gentes, nec transita regna,_ _Commune ex uno lumen ducentia sole,_ _Diversasque umbras, lævaque cadentia signa,_ _Et dextros ortus cælo spectantia verso._

[70]

_Quod mihi pareret legio romana tribuno._ Sat., lib. I. 4.

[71]

_Inopemque paterni_ _Et laris et fundi..._ _Paupertas impulit audax_ _Ut versus facerem._ Ep., lib. II. 2.

[72] Ep. XIV. lib. I. v. 3.

[73]

_Alme sol... possis nihil urbe Roma_ _Visere majus._

[74]

_Nullius addicti jurare in verba magistri._ _Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes._ _Nunc agilis fio et mergor civilibus undis,_ _Virtutis veræ custos rigidusque satelles;_ _Nunc in Aristippi furtim præcepta relabor,_ _Et mihi res, non me rebus submittere conor._

[75] Negli Epodi è minore l'imitazione dal greco, com'è minore l'arte e la varietà dei metri.

[76] Vedete, per esempio, l'ode 14 del lib. III. Cesare torna vincitore dalla Spagna. — Esultate, o suore, o madri, o spose: ormai io non temerò tumulti, dacchè Augusto regge il mondo. Qua, ragazzo, porta corone e un fiasco dei tempi della guerra marsica, se pur un sol fiasco potè sfuggire a Spartaco. Affretta, Neera, ad annodarti i crini, e se il portinajo ti ritarda, parti. Il crin bianco mi distoglie dalle risse: non così in pace mel recherei se più giovane fossi». Altrettanto nell'ode _Nunc est bibendum._

Leggansi PASSON, _Horat. Flaccus Leben und Zeitalter._ Lipsia, 1833.

BUTTMANN, _Ueber das Geschichtliche und die Anspielungen in Horat._ Berlino, 1828.

JACOBS, _Lectiones cenosinæ_ (Lipsia 1831) intorno alla valutazione morale del carattere e degli atti e delle poesie d'Orazio.

E SCHMID, e BRAUNHARD, e tanti altri recentissimi che studiarono questo poeta.

Wieland avea tessuto su Orazio un romanzo. Döring, nelle illustrazioni all'edizione di Lipsia 1824, lo volse a satira dei contemporanei. Weichert, _Prolusiones de Q. H. Flacci epistolis_, 1826, e _Lectiones venusinæ_, 1832-33, sulla storia del poeta stesso e dei coetanei, restituì veramente la storia della letteratura del tempo d'Augusto. Hoffman Peerlkamp (Harlem 1834) pretese, colla lunghissima famigliartà, avere acquistato un senso più intimo del poeta, in modo da scernere ciò che vi fu interpolato; e sopra 3845 versi, ne trovò 644, dei quali assolve Orazio per incolparne i grammatici. Orelli, nell'edizione che ne fece a Zurigo 1837-38, dopo venticinque anni di lezioni, non attacca la genuinità del poeta, nè s'accannisce co' predecessori: _Differt autem nostra interpretatio a similibus, quæ nunc in scholis feruntur, his potissimum nominibus; sæpius dijudicantur et variæ lectiones et diversæ grammaticorum explicationes, sine ulla tamen in quemquam insectatione aut contumelia: quin in hoc quoque genere, tacitis plerumque adversariis, quæ veriora ubique viderentur, argumentis additis exposui, ne traquillissima disputatio acris rixæ cum hoc vel illo inimico contractæ, speciem unquam præseferret; quo quidem cum aliis digladiandi et depugnandi studio in hujusmodi scriptis studiosæ juventuti propositis nihil profecto perversius reperiri potest._ Un giojello tipografico e filologico è l'edizione che Ambrogio Didot fece nel 1855, colla vita scrittane da Noël des Vergers.

Non si potrebbe desiderare lavoro più completo e più nojoso di quello che fece Walckenaer, _De la vie et des poésies d'Horace._ Parigi 1840. Egli dice: _Dans les ouvrages de ce poète ressortent sous de vives couleurs la grandeur et la gloire, les ridicules et les vices de ce siècle mémorabile_.

[77]

_Vilius argentum est auro, virtutibus aurum..._ _O cives, cives, quærenda pecunia primum est,_ _Virtus post nummos._ _Omnis enim res,_ _Virtus, fama, decus, divina humanaque pulchris_ _Divitiis parent, quas qui costruxerit, ille_ _Clarus erit, justus, fortis, sapiens etiam et rex,_ _Et quidquid volet..._ _Et genus, et virtus, nisi cum re, vilior alga est._

[78] Vedi nel Cap. XLI. — Assai prima delle recenti controversie intorno al dare o no in mano ai giovani i classici, erasi disputato sulle lubricità di Orazio e degli altri poeti; e singolarmente vollero difenderli König, _De satira Romanorum_, e Barth nella prefazione a Properzio. Jani, nell'edizione di Orazio scagiona i costumi di questo dicendo: _Si cogitemus quam prorsus honestus et a vitii crimine liber fuerit amor peregrinarum et libertinarum; quam parum, certe ante legem Juliam latam, ipse puerorum amor sceleris habuerit; denique, quam multæ et notiones et loquendi formæ eo tempore dignitatem et honestatem habuerint, quas postea politior usus, ut fit, respuit, et inter illiberales retulit: hæc si cogitemus, jam multum ex illo Horatii vituperio perire sentiamus. Loca et carmina Horatii, quæ nos hodie offendunt, eo tempore non ita offendebant; licet, quod nos hodie in verbis castiores sumus ac delicatiores, non sequatur, ut ideo et mores hodierni castiores sint. Accedit, quod dare possumus, Horatium, hominem hilarem et suavem, præsertim in illa sæculi sui indole, ab amore non immunem fuisse, ejus philosophiam morum hac parte laxiorem fuisse, eum arsisse subinde libertina aliqua aut peregrina puella; neque tamen ideo desinet esse is vir magnus, bonus et honestus. Nam numquam amavit matronas aut ingenuas, numquam, quod præclare Lessingius docuit, pueros amavit, et sic leges romanas illasque naturæ numquam violavit; potius graviter subinde in adulteria, proprie dieta incestosque amores invehitur. Carmina etiam illius amatoria haud dubie sæpe lusus poetici, ad hilaritatem facti, sæpe e græco expressa sunt._

[79]

_Clament periisse pudorem_ _Cuncti pene patres..._ _Vel quia turpe putant... quæ_ _Imberbes didicere, senes perdenda fateri._

[80]

... _Usus,_ _Quem penes arbitrium est et jus et norma loquendi._

[81]

_Qui redit ad fastos, et virtutem æstimat annis,_ _Miraturque nihil, nisi quod Libitina sacrarit._ ... _Si tam Graiis novitas invisa fuisset_ _Quam nobis, quid nunc esset vetus?_... _Jam saliare carmen qui laudat,_ _Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis,_ _Nostra sed impugnat, nos nostraque lividus odit._

[82]

_Tua, Cæsar, ætas_ _Fruges et agris retulit uberes._ _Non his juventus orta parentibus_ _Infecit æquor sanguine punico:_ _Sed rusticorum mascula militum_ _Proles, sabellis docta ligonibus_ _Versare glebas._ ORAZIO.

_Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,_ _Hanc Remus et frater: sic fortis Etruria crevit._ VIRG.

[83]

_Si non ingentem foribus domus alta superbis_ _Mane salutantum totis vomit ædibus undam:_ _Nec varios inhiant pulcra testudine postes,_ _Inlusasque auro vestes..._ _Illum non populi fasces, non purpura regum_ _Flexit..._ _nec ferrea jura_ _Insanumque forum, aut populi tabularla vidit..._ _Hic stupet attonitus rostris; hunc plausus hiantem_ _Per cuneos geminatus enim plebisque patrumque_ _Corripuit. Gaudent perfusi sanguine fratrum,_ _Exilioque domos et dulcia lumina mutant._

E vedi tutta la stupenda chiusura delle Georgiche.

[84] Egli stesso invoca le _musæ sicelides_, e attribuisce ai Siracusani l'invenzione delle pastorali:

_Prima syracusio dignata est ludere versu_ _Nostra nec erubuit silvas habitare Camena,_

alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro (lib. IV. c. 16), creò questo genere di poesia quale a' giorni suoi durava ancora in Sicilia; e a Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero (_Poetices liber_ V, _qui et criticus_), coll'erudizione d'un critico e l'ostinazione d'un pedante, rivela i furti commessi da Virgilio sopra Omero, Pindaro, Apollodoro ed altri, ma dimostrando uno per uno ch'esso li superò tutti.

[85] Ennio rammenta altri cantori:

_Scripsere alii rem_ _Versibu' quos olim Fauni vatesque canebant_.

[86]

_Quis aut Eurysthea durum,_ _Aut inlaudati nescit Busiridis aras?_ _Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos,_ _Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno,_ _Acer equis?_ VIRGILIO, Georg., III. 4.

Anche Properzio gl'incensava e derideva:

_Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ_ _Armaque fraternæ tristia militiæ,_ _Atque (ita sim felix) primo contendis Homero..._ _Me laudent doctæ solum placuisse puellæ..._ _Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu:_ _Sæpe venit magno fœnere tardus amor._ Eleg. I. 7.

Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo raccogliamo da quel di Ovidio ove dice:

_Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta,_ _Ingenium movit sola Corinna meum;_

e più dalla famosa ode di Orazio _Scriberis Vario fortis_, ove, invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace n'è Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta, non varrei a trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde, nè i lunghi errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope... Chi parlerà degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione annerito dalla polvere di Troja, del figlio di Tideo che l'ajuto di Pallade eleva a paro degli Dei?»

[87]

_Sacra diesque canam et cognomina prisca locorum._ Eleg., IV. 1.

Di tale poema sono forse brani molte parti del suo quarto libro, come il concetto ne spira nell'elegia a Roma, dove canta: — Quanto vedi, o straniero, della massima Roma, prima del Frigio Enea era colle erboso; dove sorgono i palazzi sacri al navale Febo, riposarono i profughi bovi d'Evandro; questi tempj d'oro crebbero per numi di creta; il padre Tarpeo tonava dalla nuda rupe, e dai nostri armenti era frequentato il Tevere; il corno pastorale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro in un prato assisi formavano il senato. Nè sul cavo teatro pendevano veli sinuosi; nè di solenne croco olezzavano i paschi; nè s'ebbe cura di cercare straniere deità quando la turba tremava intenta ai sacri riti».

[88] Tutte le favole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano in Dionigi d'Alicarnasso. Ora questi non diè fuori l'opera sua che otto o sette anni av. C., e Virgilio era morto da dieci anni. Virgilio dunque tolse le sue favole da altre fonti; ma fa meraviglia che Dionigi non citi l'_Eneide_. Era il disprezzo dei Greci per tutto ciò che era romano? era un'altra delle ignoranze de' lavori precedenti che spesso si trovano negli antichi? Quegli stessi che parrebbero concepimenti di Virgilio, sono reminiscenze. Nevio, nel poema sulla guerra punica, avea già raccontato la venuta di Enea in Italia e seguitone il viaggio coi casi medesimi narrati da Virgilio, come la procella concitata da Giunone, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la consola; anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine, come certo inventò il personaggio di Anna sorella di Didone. La pietà di Enea che salva il padre e i penati si legge in Varrone, dove è soggiunto che l'astro di Venere più non disparve dagli occhi dei Trojani, finchè non afferrarono al lido indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono tradotti da Apollonio Rodio: Stesicoro gli offrì quella soluzione del dramma iliaco: se crediamo ad uno degli interlocutori dei _Saturnali_ di Macrobio, il secondo dell'Eneide è tolto di pianta da Pisandro epico greco; e la _Crestomatia_ di Proclo c'insegna che l'invenzione del cavallo di legno è dovuta ad Aratino e a Lesene.

[89] Perciò molte infedeltà di costume possono notarsi in Virgilio. Enea e Didone vanno a caccia di cervi in Africa, dove pur sono monti coperti d'abeti (lib. IV): al principio del V, Enea col vento aquilone vien d'Africa in Italia: Plinio dice _iliacis temporibus nec thure supplicabatur_ e in Virgilio troviamo gl'incensi, v. 745: vi troviamo guerrieri a cavallo e trombe, inusati in Omero: così le triremi (_terno consurgunt ordine remi_, v. 120), mentre Tucidide le fa introdotte assai più tardi.

[90] Per sentire la differenza de' sentimenti verso le donne nei moderni e negli antichi, basta osservare come Virgilio non faccia da Enea tener conto alcuno degli spasimi di Didone, anzi da questi egli passi a mostrare l'indifferenza dell'eroe con un fatto, ove sembra ch'egli manchi a quella rettitudine di senso e di gusto che pur gli abbondava. Nel IV libro Enea tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo, Didone il prega per quanto han di sacro l'amor loro, il cielo, la terra; infine sviene; le damigelle la trasportano sul letto, e il _pio_ Enea torna alla flotta:

_At pius Eneas, quamquam lenire dolentem_ _Solando cupit..._ _Jussa tamen divûm exsequitur, classemque revisit._

Il _pius_ qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo:

_Miserrima fletus_ _Fertque, refertque soror: sed nullis ille movetur_ _Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit._ _Fata obstant_, placidasque _viri deus obruit aures._

Che più? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi,

_Æneas, celsa in puppi, jam certus eundi,_ Carpebat somnos.

[91] _Est ingens ei cum tragœdiarum scriptoribus familiaritas._ MACROBIO, _Saturn._, v. 18. E lo chiama _vir tam anxie doctus_.

[92]

_Malo me Galatea petit, lasciva puella,_ _Et fugit ad salices, et se cupit ante videri._ _ — Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem._ _ — Cum canerem reges et prælia, Cynthius aurem_ _Vellit, et admonuit: Pastorem, Tityre, pingues_ _Pascere oportet oves, deductum dicere carmen._ _ — Jam fragiles poteram a terra contingere ramos._ _ — Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes._ _ — Tenerisque meos incidere amores_ _Arboribus; crescent illæ, crescetis amores._

[93]

_Fortunate senex! hic, inter flumina nota_ _Et fontes sacros, frigus captabis opacum._ _ — Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos_ _Assidue veniebat: ibi hæc incondita solus_ _Montibus et sylvis studio jactabat inani._ _ — Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycoris,_ _Hic nemus, hic ipso tecum consumerer ævo._

[94] Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere le sue ricchezze a dieci milioni di sesterzj, cioè due milioni de' nostri. Senza credere così appunto, sappiamo però che veramente il poeta lasciossi trarricchire. Giovenale vi allude nella _Satira_ VII. 69; Orazio ne dà lode ad Augusto, _Ep_., lib. II. 1:

_At neque dedecorant tua de se judicia, atque_ _Munera, quæ, multa dantis cum laude, tulerunt_ _Dilecti tibi Virgilius, Variusque poetæ._

Un poeta di poco posteriore, i cui versi sono posti fra gli _Analecta_ di Virgilio, canta i meriti di Mecenate in un panegirico a Pisone, ove, tra le altre cose, si legge:

_Ipse per ausonias æneia carmina gentes_ _Qui sonat, ingenti qui nomine pulsat Olympum,_ _Mæoniumque senem romano provocat ore,_ _Forsitan illius memoris latuisset in umbra_ _Quod canit, et sterili tantum cantasset avena_ _Ignotus populis, si Mæcenate careret._ _Qui tamen haud uni patefecit limina vati,_ _Nec sua Virgilio permisit numina soli._ _Mæcenas tragico quatientem pulpita gestu_ _Erexit Varium, Mæcenas alta_ Thoantis _Eruit, et populis ostendit nomina Grais._ _Carmina romanis etiam resonantia chordis,_ _Ausoniamque chelym gracilis patefecit Horati._ _O decus, et toto merito venerabilis ævo_ _Pierii tutela chori, quo præside tuti_ _Non unquam vates inopi timuere senectæ._

Invece di _Thoantis_ leggerei _Thyestis_, titolo della tragedia di Vario, che, secondo Quintiliano, _cuilibet Græcorum comparari potest_. Inst. orat., X. 1.

[95]

_Tu canis umbrosi subter pineta Galesi_ _Thyrsin, et attritis Daphnin arundinibus._ PROPERZIO, II. 34.

Ciò prova che colà scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche, egli stesso nel lib. iv. 125, canta:

_Namque sub æbaliæ memini me turribus arcis_ _Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc._

[96]

_Cedite, romani scriptores, cedite graii:_ _Nescio quid majus nascitur Iliade._ PROPERZIO, II. ult.

_Tityrus et segetes Æneiaque arma legentur,_ _Roma Triumphati dum caput orbis erit._ OVIDIO, Am., I. 15.

Vedi DONATO, _Vita Virgilii_, § 5.

[97]

_Nec tu divinam Æneida tenta,_ _Sed longe sequere, et vestigia semper adora._ STAZIO, Theb., XII. 816.

La versione di Annibal Caro è degna d'un poeta; e i tanti che dappoi vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti difettosa, alla prova inarrivabile. Gli antichi attribuiscono a Virgilio un poemetto sulla zanzara; ma il _Culex_ che va tra le opere sue, è di cattivo impasto ne' versi, di niun gusto negli episodj, e affatto indegno di lui.

[98]

_Vos exemplaria græca_ _Nocturna versate manu, versate diurna..._ _Apis Mutinæ more modoque._ ORAZIO.

[99] Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro, si tengono sicuri di una fama non più peritura. Fedro, nel prologo del lib. III, dice:

_... Si leges, lætabor; sin autem minus,_ _Habebunt certe, quo se oblectent posteri..._ _Ergo hinc abesto, livor; ne frustra gemas,_ _Quoniam solemnis mihi debetur gloria._

E nell'epilogo del lib. IV:

_Particulo, chartis nomen victurum meis,_ _Latinis dum manebit pretium literis._

Ed Ovidio nelle Metamorfosi, XV in fine:

_Jamque opus exegi, quod nec Jovis ira, nec ignes,_ _Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas..._ _Parte tamen meliore mei super alta perennis_ _Astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,_ _Quaque patet domitis romana potentia terris_ _Ore legar populi; perque omnia sæcula fama,_ _Si quid habent veri vatum præsagia, vivam._

[100] Di Mecenate ci conservò Isidoro alcuni versi diretti ad Orazio:

_Lugent, o mea vita, te smaragdus,_ _Beryllus quoque, Flacce; nec nitentes_ _Nuper candida margarita, quæro,_ _Nec quos thynica lima perpolivit_ _Anellos; nec jaspios lapillos._

E questi altri Svetonio:

_Ni te visceribus meis, Horati,_ _Jam plus diligo, tu tuum sodalem_ _Ninnio videas strigosiorem._

Macrobio dà un viglietto, ove Augusto derideva Mecenate contraffacendone lo stile: _Idem Augustus, quia Mæcenatem suum noverat esse stylo remisso, molli et dissoluto, talem se in epistolis, quas ad eum scribebat, sæpius exhibebat, et contra castigationem loquendi, quam alias ille scribendo servabat, in epistola ad Mæcenatem familiari, plura in jocos effusa subtexuit: — Vale, mel gentium, melcule, ebur ex Etruria, laser aretinum, adamas supernus, tiberinum margaritum, Cilniorum smaragde, jaspi figulorum, berylle Porsenæ,_ ἴνα συντέμω πάντα, μάλαγμα _mœcharum_». Saturn., II. 4.

Di Pollione ci tramandò Seneca un passo nelle _Suasor_., 7, ch'egli dice il più eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo sì per saggio filosofico, sì perchè ritrae Marco Tullio senza l'astio che imputano a Pollione: _Hujus ergo viri, tot tantisque operibus mansuris in omne ævum, prædicare de ingenio atque industria supervacuum est. Natura autem pariter atque fortuna obsecuta est. Ei quidem facies decora ad senectutem, prosperaque permansit valetudo; tum pax diutina, cujus instructus erat artibus, contigit; namque a prisca severitate judicis exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos obstrictos patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissima consulatus ei sors petendi et gerendi magna munera, deûm consilio, industriaque. Utinam moderatius secundas res, et fortius adversas ferre potuisset! namque utraque cum venerat ei, mutari eas non posse rebatur. Inde sunt invidiæ tempestates coortæ graves in eum, certiorque inimicis adgrediendi fiducia: majori enim simultates appetebat animo, quam gerebat. Sed quando mortalium nulla virtus perfecta contigit, qua major pars vitæ atque ingenti stetit, ea judicandum de homine est. Atque ego ne miserandi quidem exitus eum fuisse judicarem, nisi ipse tam miseram mortem putasset_.

[101] _Cassium Severum primum affirmant flexisse ab illa, vetere atque directa dicendi via: non infirmitate ingenii nec inscitia literarum transtulisse se ad illud dicendi genus contendo, sed judicio et intellectu. Vidit namque cum conditione temporum, diversitate artium, formam quoque ac speciem orationis esse mutandam._ De oratoribus, c. 19.

[102] Nelle Pandette (lib. I. tit. 4. fr. 1) leggesi: _Quod principi placuit, legis habet vigorem; utpote cum Lege Regia, quæ de Imperio ejus lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem conferat_. Parve tanto esagerato questo passo, che lo supposero falso: ma qui _omnem potestatem_ non vuol dire che il popolo trasferisse nell'imperatore _tutto il suo potere_, ma che l'imperatore tiene dal popolo _tutto il potere che ha_.

[103] _Miserum populum romanum, qui sub tam lentis maxillis erit._

[104] TACITO, ANN., II.

[105] Svetonio nè tampoco l'accenna, Vellejo appena, chiamandolo _comitiorum ordinatio_.

[106] _More majorum_. TACITO, _Ann_., III. 66; IV. 4.

[107] _Quo magis socordiam eorum irridere libet, qui præsenti potentia credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam. Nam contra, punitis ingeniis, gliscit auctoritas; neque aliud externi reges aut qui eadem sævitia usi sunt, nisi dedecus sibi, atque illis gloriam peperere_. Ann. IV. 35.

[108] DIONE, LVII; PLINIO, XXXVI. 26.

[109]

_Turba Remi sequitur fortunam ut semper, et odit_ _Damnatos. Idem populus si Nurtia Tusco_ _Favisset, si oppressa foret secura senectus_ _Principis, hac ipsa Sejanum diceret hora_ _Augustum._ GIOVENALE, X, 73.

[110] _Sidus et popum et puppum alumnum_. SVETONIO.

[111] _Ut ipse dicebat_ ἀξιοθριάμβευτον. SVETONIO.

[112] _Memento omnia mihi et in omnes licere_. SVETONIO.

[113] _Meditatus est edictum, quo veniam daret flatum crepitumque ventris in cœna emittendi, cum periclitatum quemdam præ pudore ex continentia reperisset_. Ivi. — Chi nel _Trimalcione_ di Petronio crede adombrato Claudio, può addurre in prova questo decreto, corrispondente alle parole che ivi dice quel goffo danaroso: _Si quis vestrum voluerit sua re sua causa facere, non est quod illum pudeat; nemo vestrum solide natus est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere: hoc solum vetare ne Jovis potest._

[114]

_Ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem; Et defessa viris, nondum satiata recessit._ GIOVENALE.

[115] Voglia qualche chimico esaminare se fossero possibili questi veleni, inavvertiti eppur subitanei, quando s'ignoravano le preparazioni moderne. Egli si ricordi che Svetonio dice che sul rogo di Germanico si trovò il cuore di lui ben conservato, perchè si sa che il cuore degli avvelenati è incombustibile.

[116]

_Qui sedet_... _Planipedes audit Fabios, ridere potest qui_ _Mamercorum alapas._ GIOVENALE, VI. 189.

[117] TACITO, _Ann_., XIV. 14 e seg.; XV. 32; SVETONIO, in _Nerone_, 11 e 12; SENECA, _Ep_. 100.

[118] _Ut non modo causas eventusque rerum, qui plerumque fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur_. Hist., I. 4.

[119] _Nam populi imperium juxta libertatem, paucorum dominatio regiæ libidini propior est_. Ann., V. 42.

[120] _Liceatque, inter abruptam contumaciam et deforme obsequium, pergere iter ambitione ac periculo vacuum_. Ann., IV. 20.

[121] TACITO, Ann., II.

[122] _Diu inter instrumenta regni habita_. TACITO.

[123] SENECA, ep. 47. — _Intelliges non pauciores servorum ira cecidisse, quam regum_. Ep. 4.

[124] Il parricida, secondo le leggi dei re, gettavasi al mare chiuso in un sacco di cuojo, con un gatto, una serpe, una scimia. Quando Nerone ebbe uccisa sua madre, si vedeano sospesi dei sacchi alle effigie di lui.

[125] PLINIO, XXXIII. 12; CICERONE, _De orat_., III. 12.

_Me legit omnis ibi_ (a Vienna) _senior, juvenisque, puerque,_ _Et coram tetrico casta puella viro._ MARZIALE, VII. 88.

_Tu quoque nequitias nostri lususque libelli,_ _Uda puella leges, sis patavina licet._ Lo stesso, XI. 16.

_Pervigilium_ o _Vigiliæ_ dicevano certe solennità notturne, che, divenute occasione d'eccessi, la legge restrinse a poche, e ne escluse gli uomini e le nobili. Di rado menzionate sotto la Repubblica, frequentano sotto l'Impero; e probabilmente al tempo d'Augusto fu introdotta la vigilia di Venere, nella quale, per tre notti consecutive d'aprile, le fanciulle menavano cori, poi dopo un banchetto s'intrecciavano danze fra la gioventù (OVIDIO, _Fast_., IV. 133). Più tardi questa memoria del natale di Quirino celebravasi in un'isola del Tevere deliziosissima, dove, osservati dal prefetto o da un console, i cittadini facevano sotto le tende una lieta festa. A cantarsi in questa era probabilmente destinato il _Pervigilium Veneris_, poemetto ove essa dea è venerata siccome madre dell'universo, e protettrice dell'Impero.

[126]

_Nec satis incestis temerari vocibus aures,_ _Adsuescunt oculi multa pudenda pati._ _Luminibus tuis_ (Auguste)... _Scenica vidisti lentus adulteria_. OVIDIO, _Trist._, II. 500.

_Junctam Pasiphaen dictæo, credite, tauro_ _Vidimus: accepit fabula prisca fidem._ MARZIALE, _Spect_., V.

[127] Vedi HUGO, _Storia del diritto romano_, §§ 295. 296. — EINECCIO, _Antiq. Romanarum jurisprudentiam illustrantium syntagma_, lib. 1. tit. 25. — DIONE, LIV. 53. — TACITO, _Ann_., III. 25 e 28.

[128] Espressione di Marziale, lib. IV. ep. 7:

_Julia lex populis ex quo, Faustine, renata est,_ _Atque intrare domos jussa pudicitia est,_ _Aut minus, aut certe non plus tricesima lux est,_ _Et nubit decimo jam Thelesina viro._ _Quæ nubit toties, non nubit: adultera lege est._ _Offendor mœcha simpliciore minus._

Se qui v'è esagerazione, abbiamo in Giovenale, VI. 20:

_Sic fiunt octo mariti_ _Quinque per autumnos._

E san Girolamo vide in Roma un marito che sepelliva la ventesimaprima moglie, la quale avea sepolto ventidue mariti.

[129] _Vix præsenti custodia manere illæsa conjugia_. TACITO, _Ann_., III. 34.

[130] GIOVENALE, _Sat_., VI. 366; TACITO, _Ann_., XV. 32, 37, e XII. 33, 85.

[131] SVETONIO, in _Tiberio_, 35; TACITO, _Ann_., II. 85.

[132] Il generale Armandi, nella _Histoire militaire des éléphants_ (Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in vicinanza di Roma v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso dell'anfiteatro e del circo.

Plinio dice, parlando dei leoni (lib. VIII. c. 16): — Impresa pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un mezzo più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce: un pastore della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il furore dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso spettacolo si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e appena credevasi a' proprii occhi, mirando un animale tanto feroce cadere di subito in un torpore assoluto, col più leggiero drappo che gli fosse gittato in capo, e lasciarsi legare senza opporre difesa: perocchè la sua forza consiste tutta negli occhi. Perciò fa meno maraviglia l'udire che Lisimaco, rinchiuso con un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto strozzarlo». Se si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del popolo romano, del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio, si avrà interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso nell'India, e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni.

Il capitano Williams, autore d'un _Giornale delle caccie durante un soggiorno nell'India_ (_Bibliothèque universelle_ di Ginevra, 1820, aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena, narra che i due Indiani adoperati a ciò portavano solo una stanga di ferro aguzzata, della lunghezza di un piede, un mazzo di corde, e uno squarcio di stoffa di cotone «destinato probabilmente (ei dice) a coprire la testa dell'animale per impedirgli la vista».

Nemesiano (_Cynegeticon_, p. 303 e seg.) descrisse una specie di caccia men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che produce la stessa maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti di caccia provvedersi d'una tela, che possa avvolgere i grandi boschi, e rinserrare nei loro chiusi gli animali, spaventati alla vista delle penne che vi saranno attaccate; perchè queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli orsi, i cignali più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e gl'impedisce di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura di tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche, e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano tanto spavento agli animali selvaggi....; preferite il color rosso».

Marziale, _De spect_., XI, parla d'un orso che nel circo romano fu impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini.

Mongez, nei _Mém. de l'Académie_, vol. X, 1833, annoverò e descrisse tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il 502 di Roma e la morte dell'imperatore Onorio.

[133] SVETONIO, in _Nerone_, 11.

[134] _De spectaculis_, passim: e TERTULLIANO, c. 15.

[135] SENECA, ep. 114; _De provid_., III.

[136] SENECA, ep. 86.

[137] PLINIO, _Nat. hist_., IX. 58.

[138] PAUCTON, _Métrologie_, cap. XI.

[139] Lib. XVIII. cap. 6.

[140] In _Aureliano_, cap. X.

[141] _De beneficiis_, VII. 10.

[142] SVETONIO. — Dione dice tremilatrecento milioni.

[143] LAMPRIDIO, nella Vita di esso, XIX. 24.

[144] PLINIO, lib. XIII.

[145] _Digitus medius excipitur: cæteri omnes onerantur, atque etiam privatim articulis._ PLINIO, XXXVIII. E MARZIALE, v. 11:

_Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno_ _Portat in articulo._

[146] Vedi la nota 13ª al Cap. XXVIII. — Di che materia erano questi vasi, così pregiati agli antichi? Mercatore e Baronio dissero di bengioino; Paulmier di Grentemesnil, d'argilla impastata con mirra; Cardano, Scaligero, Mercuriale, di porcellana; Belon, di conchiglia; Guibert, di onice; altri d'altro. Le Blond, nelle _Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni_, vol. XLIII, mostra che nessuno si appose, ed esorta a far nuove richerche, che non vennero ommesse. Haüy volle provare fossero di spato-fluore.

Vedansi: CORSI, _Dei vasi murrini_. 1830.

THIERSCH, _Ueber die Vasa Murrina_. 1835.

COSTA DE MACEDO, _Mem. sobre os vasos murrhinos_. Lisbona, 1842.

[147] _Margaritas, quæ contra triplum aurum obrizum, atque id quidem in India effossum, veneunt_.

[148] DIONE CASSIO, XLIII. LIX.

[149] PLINIO, VIII. 48.

[150] _Taxatio in deliciis tanta, ut hominis quamvis parva effigies vivorum hominum, vigentiumque pretia superet_. PLINIO, XLVII.

[151] Lo stesso, VII. 39.

[152] MARZIALE, X. 31.

[153] Tre Apicj son citati; uno durante la repubblica, questo contemporaneo di Seneca, e un altro al tempo di Trajano. Il secondo è il più celebre, molti intingoli conservarono il suo nome, e fu scritto sotto il nome suo un trattato di cucina, _De re culinaria_.

[154] MARZIALE, XII. 3. — I pasti dati dagli imperatori al popolo col nome di _congiarium_, valsero,

sotto Augusto, da 30 a 47 nummi L. 9 » — Tiberio, 300 nummi » 67 50 — Caligola, 6 dramme » 60 » — Nerone, 400 nummi » 78 » — Antonino, 8 aurei » 115 » — Comodo, 725 denari » 347 50 — Severo, 10 aurei » 144 50

Il pasto dato da Severo costò 38,750,000 lire; vale a dire che i convitati erano ducensettantamila. Vedi MOREAU DE JONNES, _Statistique des peuples de l'antiquité_.

[155] SENECA, ep. 18. 100.

[156] Seneca, ep. 122.

[157] _Fastidio est lumen gratuitum_.

[158] SENECA, ep. 122.

[159] Era segno di molle e scostumata vita.

[160] _Cave canem_ è scritto su alcune soglie delle case di Pompej, ove spesso un cane è effigiato.

[161] Solennità era ai Romani il primo radere della barba, e questa dedicavasi ad Apollo e conservavasi sollecitamente.

[162] Il posto d'onore era quel di mezzo fra i tre che distendevansi sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di cavallo attorno alle sale, dette perciò _triclinia_. In ogni letto stavano tre, ciascuno colle gambe dietro al dorso dell'altro, e appoggiato ad un cuscino, disposti nel seguente modo:

3 6 5 4 7 1 8 2 9

All'1 era il padrone di casa; al 2 la donna o un parente; al 3 un ospite privilegiato; il 4 era posto d'onore o consolare, considerato tale forse perchè più libero ad uscire, più accessibile a chi venisse a parlare, e più comodo per istendere la mano destra senza impacciar nessuno. Negli altri posti sedeano altri convitati, e sempre consideravasi d'onore quel che non avea nessuno di sopra.

[163] Che l'ovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se ne lamenta Macrobio, _Saturn_., III. 15: _Ecce res non miranda solum, sed pudenda, ut ova pavonum quinis denariis veneant_.

[164] Console Lucio Opimio Nepote, il 633 di Roma, la stagione corse tanto asciutta che i frutti furono squisitissimi e il vino prelibato.

[165] È noto che agli schiavi liberati imponevasi il berretto; onde questo divenne simbolo della libertà.

[166] Tutti e tre nomi di lieto augurio, tratti dal guadagno e dalla felicità; cosuccie, cui i grandi Romani prestavano grande attenzione.

[167] TERTULLIANO, _De anima_, 30; PLINIO, XXVII. 1. Vedansi pure Strabone e principalmente il retore Aristide nell'_Orazione della città di Roma_.

[168] Πηλὸν αῖματι πεφυρμένον.

[169] _Nobilis obsequii gloria relicta est_. TACITO, Ann., IV.

[170] Lib. 49, tit. xv. leg. 5. § 2. ff. _De captivis_.

[171] _Semper autem addebat; Vincat utilitas._ CICERONE, _De off._, III. 22.

[172] _Ann_., II. 16; I. 51; II: 21. _Maneat, quæso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui; quando, urgentibus imperii fatis, nihil jam præstare fortuna majus potest, quam hostium discordiam_.

[173] _Terrarum dea gentiumque Roma_. MARZIALE.

[174] _Leges, rem surdam, inexorabilem._ Livio, II. 3.

[175] ARRIANO, Ep. I. 4.

[176] _Miseratio est vitium pusillanimi, ad speciem alienorum malorum succidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est._ SENECA, De clem., i. 5. — _Misericordia est ægritudo animi; ægritudo autem in sapientem virum non cadit._ Ivi. — _Est aliquid, quo sapiens antecedat Deum; ille naturæ beneficio non timet, suo sapiens._ Ep. 53.

[177] _Quæris quid me maxime ex his, quæ de te audio, delectet? Quod nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo, nesciunt quid agas_. Ep. 32.

[178] _De clem._, II. 2; I. 1. Aveva egli conosciuto il malvezzo del suo tempo e d'altri, scrivendo altrove: — Siamo venuti a tal demenza che credasi maligno chi adula parcamente... Crispo Passieno diceva spesso, che noi all'adulazione opponiamo, non chiudiamo la porta, e la opponiamo al modo che si fa all'amica, la quale se la spinge è grata, più grata se la trapassa». _Quæst. nat._, III.

[179] _De ira_, III. 36; Ep. 24. — Giusto Lipsio cernì dalle opere di Seneca tutti i passi ove loda se stesso, e ne formò un modello d'ogni eroismo. Diderot fece l'apologia del carattere morale di Seneca, per bizzarria di paradosso. Opere, vol. VIII, _Essai sur le règne de Claude et de Néron_.

[180] _Nihil cogor, nihil patior invitus, sed assentior; eo quidem magis, quod scio omnia certa et in æternum dicta lege decurrere. Fata nos ducunt, et quantum cuique restat, prima nascentium hora disposuit Causa pendet ex causa; privata ac publica longus ordo rerum trahit. Ideo fortiter omne ferendum est, quid gaudeas, quid fleas; et quamvis magna videatur varietate singulorum vita distingui, summa in unum venit: accepimus peritura perituri_. De provid.; Ad Marciam consolatio; Ad Helviam consolatio; De constantia sapientis; De clementia, ecc.

[181] _Nec magis in ipsa_ (_morte_) _quidquam esse molestiæ, quam posi ipsam_. Ep. 30. — _Mors est non esse... Hoc erit post me quod ante fuit._ Ep. 54. E nella _Consolatoria_ a Polibio: _Cogita illa quæ nobis inferos faciunt terribiles, fabulam esse; nullas imminere mortuis tenebras, nec flumina flagrantia igne, nec oblivionis amnem, nec tribunalia. Luserunt ista poetæ, et vanis nos agitavere terroribus_.

[182] SENECA, ep. 77. 47. 23. Cousin appone agli Stoici dell'Impero d'aver guasto, esagerato, impicciolito lo stoicismo. Tennemann appena concede ad essi un posto nella storia della filosofia. Hegel (_Vorlesungen über die Gesch. des Philosop._, t. II. p. 387) dice che i costoro lavori non meritano in una storia della filosofia maggior menzione che i sermoni de' nostri preti.

[183] I giureconsulti posteriori a Tiberio cassavano i testamenti e traevano al fisco la sostanza di chi si uccidesse quando accusato e colpevole; ma non di chi il facesse per noja, per intolleranza delle malattie, per vergogna de' suoi debiti. ULPIANO e PAOLO, _Dig_. XLIX, tit. 14; LXXVIII, tit. 3.

[184] Celso stupiva vi potesse essere una legge e un dogma comune a tutte le nazioni, e Cappadoci e Cretesi potessero adorare lo stesso Dio de' Giudei. ORIGENE _contra Celsum_.

[185] PRUDENZIO, _ad Symmacum_, II. 458.

[186] _Ann._ IV. 37. 38.

[187]

_Nec satis est homines, obligat ille Deos._ _Templorum positor, templorum sancte repostor_ _Sit superis, opto, mutua cura tui._ Fast. II. 61.

[188] _Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit_. PETRONIO, Satyr., c. 44.

_Esse aliquos manes et subterranea regna_ _Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur._ GIOVENALE, II. 149.

[189] In _Agricola_, 46.

[190] Lo stesso, _Ann._, III. 60.

[191] GIOVENALE, _Satyr_. 6; TERTULLIANO, _Apolog_. 9; SENECA, _De vita beata_, 27.

[192] Che nei misteri Eleusini si insegnasse più fisica che teologia ce lo dice CICERONE, _De nat. Deorum_, I. 43: _Rerum natura magis cognoscitur quam Deorum_.

[193] Ovidio dice nei _Fasti_, VI. 766:

_Sint tibi Flaminius, Trasimenaque litora testes_ _Per volucres æquos multa monere Deos;_

e nella ep. I. del lib. II. _ex Ponto_, esorta la moglie a scegliere un giorno fausto per presentare ad Augusto una petizione in suo favore.

[194] Vedi principalmente i libri XXIV, XXV, XXVI, XXX, XXXII, XXXVIII.

[195] _Striges, ut ait Verrius, Græci_ στρίγας _appellant, a quo maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant_. FESTO. — E. PLINIO: _Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere_; e altrove: _Post sepulturam visorum quoque exempla sunt_. — APULEJO, Metam. 5: _Scelestarum strigarum nequitia_. — PETRONIO, Fragm. 63: _Cum puerum mater misella piangeret, subito strigæ cœperunt... jam strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium_.

Lucano (lib. VI) descrive i patti col diavolo e le stregherie, come potrebbe fare un cinquecentista:

_Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi_ _Spernendique timor? Cujus commercia pacti_ _Obstrictos habuere Deos?_ _An habent hæc carmina certum_ _Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid_ _Cogitur ipse potest?_

E Sereno Samonico (cap. 59):

_Præterea si forte premit strix atra puellos,_ _Virosa immulgens exertis ubera labris,_ _Allia præcepit Titini sententia necti._

I due versi conservatici da Festo come preservativi, sono scorrettissimi; Dachery gli emenda così:

Στρίγγ’ ἀποπέμπειν νυκτίνομαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν, Ορνιν ἀνώνυμον, ὼκυπόρους ἐπὶ νῆας ἐλαύνειν.

— _La strige rimovi notte-mangiante; la sucida strige, uccello ferale, fuga nelle veloci navi_.

I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da DELRIO, _Disquisitiones magicæ_, lib. II. qu. 9, e _passim_.

[196] ORAZIO, _Epodi_.

[197] SVETONIO, in _Tiberio_, 63. 14. 79; PLINIO, XVI. 30; XXVIII. 2.

[198] _Mihi hæc ac talia audienti, in incerto judicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Ann., VI. 22. — _Mihi, quanto plura recentium seu veterum revolvo, tanto magis ludibria rerum mortalium cunctis in negotiis observantur_. Ivi, III. 18.

[199] _Ad Galatas_, III. 28; _ad Colossenses_, III. 11.

[200] _Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo._ PLINIO, Nat. Hist., V. 14.

[201] È la definizione famosa di sant'Agostino: _Virtus est bona qualitas mentis... qua nullus male utitur_. E altrove: _Ille pie et juste vivit, qui rerum integer est æstimator, in neutram partem declinando_. E de lib. arb.: _Voluntas aversa ab incommutabili bono et conversa ad proprium, peccat_.

[202] La venuta di san Pietro in Italia è uno de' punti della storia ecclesiastica più impugnati dagli eterodossi, perchè molti farebbero dipendere da quella l'istituzione apostolica della santa sede in Roma, ma vien dimostrata da argomenti irrepugnabili. Nell'anno 42, da noi segnato, comincerebbero i venticinque anni che il _Cronico_ di Eusebio assegna al pontificato di san Pietro.

[203] _Atti apostolici_, XVIII. 15.

[204] _Mansit biennio... et suscipiebat omnes, qui ingrediebantur ad eum, prædicans regnum Dei, et docens quæ sunt de domino Jesu Christo, cum omni fiducia, sine prohibitione._ Ivi, XXVIII, 30 e 31.

[205] Parla sempre Tacito, _Ann_., XV. 44.

[206] — Quel che alle donne, è comandato anche agli uomini. Le leggi di Cristo non somigliano a quelle degli imperatori; non la stessa cosa insegnano san Paolo e Papiniano. Le leggi permettono ogni impudicizia agli uomini in donne libere; nei Cristiani, se il marito può ripudiar la donna per adulterio, anche essa lui pel delitto stesso. In condizioni eguali, eguale è l'obbligazione». S. GIROLAMO a _Fabiola_.

[207] _Sap_., XIV. 22 e seg. _Ad Galatas_, V. 19 e seg.

[208] _Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis; et cognoscetis veritatem, et veritas _liberabit_ vos_. S. GIOV., VIII, 31 e 32.

[209] — L'uomo ha diritto di comandare alle bestie, ma Dio solo di comandare all'uomo». S. GREGORIO MAGNO, lib. XXI, _in Job._, c. 15.

[210] _Regimen tyrannicum non est justum, quia non ordinatur ad bonum commune, sed ad bonum privatum regentis... Et ideo perturbatio hujus regiminis non habet rationem seditionis, nisi forte quando sic inordinate perturbatur tyranni regimen, quod multitudo subjecta majus detrimentum patitur ex perturbatione consequenti, quam ex tyranni regimine_. SAN TOMMASO, Summa theol. 2ª 2æ quaest. 42ª art. 2º ad 3um.

[211] _Evulgato imperii arcano, principem alibi quam Romæ fieri_. TACITO, Hist., i. 4.

[212] A Canneto o più verisimilmente a Calvatone nel Cremonese, alla biforcazione d'una strada romana, a due giornate da Verona. Quivi le cronache paesane collocherebbero la città di Vegra (forma vulgare del nome di Bedriaco, o Bebriaco), distrutta dagli Unni; e vi si scoprono continuamente ruderi antichi, e nel 1855 un busto di bronzo dell'imperatore Antonino, e due statuette di marmo pario.

[213] TACITO, _Hist_., lib. IV. 74. 75.

[214] Nel censimento sotto Vespasiano si asserisce che trovaronsi nella Gallia Cispadana cinquantaquattro persone di cento anni, cinquantasette di centodieci, due di centoventicinque, quattro di centrentacinque, quattro di centrentasette, tre di cenquaranta: a Parma ve n'avea tre di centoventi, due di centotrenta; a Faenza una donna di centrentadue; a Rimini uno di cencinquanta, nominato Marco Aponio.

[215] Stazio e Marziale. Ecco alcune delle costoro adulazioni:

_Invia sarmaticis domini lorica sagittis_ _Et Martis getico tergore fida magis..._ _Felix sorte tua, sacrum tui tangere pectus_ _Fas erit, et nostri mente calere Dei!..._

_Redde deum votis poscentibus: invidet hosti_ _Roma suo, veniat laurea multa licet._ _Terrarum dominum propius videt ille; tuoque_ _Terretur vultu barbarus, et fruitur..._

_Hiberna quamvis Arctos, et rudis Peuce_ _Et nugularum pulsibus calens Ister,_ _Fractusque cornu jam ter improbo Rhenus,_ _Teneat domantem regna perfidæ gentis,_ _Tu, summi mundi rector, et parens orbis_ _Abesse nostris non tamen potes votis..._

_Nunc ilares, si quando mihi, nunc ludite, Musæ:_ _Victor ab Odrysio redditur orbe deus..._

Altrove Giano, vedendo passar Domiziano, lagnasi di non avere abbastanza occhi e visi per mirarlo (MARZIALE, lib. VIII. 2). Tardi pure ad alzarsi la stella del mattino, chè, se Cesare compare, il popolo non s'accorgerà della mancanza (Ivi, 21). — Oh poeti!

[216] PLINIO, _Paneg_.

[217] A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello scriver lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei _Cesari_.

[218] Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra le mine di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano il decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro vicini 1,116,000 sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore complessivo di 27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così la rendita di 55,800 sesterzj era destinata ad alimentare 300 fanciulli, cioè 263 maschi, 35 femmine di legittima nascita, più uno spurio o una spuria; attribuendo 16 sesterzj il mese a ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli illegittimi. I fondi obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca. Gli alimenti cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e fin ai diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si educavano già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e un quinto con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per centosei libbre di frumento al mese. Un dono simile apparve da altra tavola scoperta nel 1832 a Campolattaro, presso Benevento, in favore de' Liguri Bebiani. Iscrizioni varie, e passi di scrittori e del Codice provarono che siffatta liberalità venne usata da altri imperatori. Su di che vedasi ERNESTO DESJARDINS, _De Tabulis alimentariis disputatio historica_. Parigi 1854.

[219] _Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi, triduo vocari, triduo contineri_.

[220] Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è di Plinio Cecilio.

[221] EUTROPIO, VIII. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra; che papa Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione di Trajano dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il primo a scriverla, ch'io sappia, fu Giovanni di Salisbury (_Polycr._ V. 8): _Virtutes ejus legitur commendasse ss. papa Gregorius, et fusis pro eo lacrymis, inferorum compescuisse incendia... donec ei revelatione nuntiatum sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum, sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infideli Deum sollicitare præsumeret_. San Tommaso si vale di questa tradizione, e Dante (_Purg._, X. 73) accenna

l'alta gloria Del roman prence, lo cui gran valore Mosse Gregorio alla sua gran vittoria.

[222] SPARZIANO, in _Adriano_, negli _Scriptor. Hist. Augustæ._ Ciò praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio. Narra Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a questo modo l'_Eneide_, gli occorse quel del libro VI:

_Hic rem romanam, magno turbante tumultu,_ _Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem._

Alessandro Severo al modo stesso trovò:

_Te manet imperium cœli, terræque, marisque;_

e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta:

_Excudent alii spirantia mollius æra..._ _Tu regere imperio populos, Romane, memento._

Vedi LAMPRIDIO in _Alex. Severo_. Non cadde questa superstizione col paganesimo. Sant'Agostino (_Ep_. 55 _ad Januar_.) la nota e la condanna; e così il concilio d'Agda col nome di _sorti dei Santi_: e Gregorio di Tours (_Hist. Franc._, IV. 6) scrive: _Positis clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli atque Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano quid eveniret ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum libro, reperiunt: — Auferam maceriam ejus_». E nel lib. V. 49: _Mœstus turbatusque ingressus oratorium, davidici carminis sumo librum, in quo ita repertum est: — Eduxit eos in spe, et non timuerunt_».

[223] Nel 1664 a Upsal si stampò un _Trattato dell'arte della guerra_, presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console Maurizio, ma è composizione d'assai posteriore. È pure suppositizio il dialogo suo con Epitteto, pubblicato dal Froben nel 1551, ove propone varj quesiti che il migliore filosofo del suo secolo scioglie, e in cui, tra massime false, ridicole e triviali, ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è la pace? Una libertà tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e virtù».

[224] SPARZIANO nella vita di lui.

[225] Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco; che essendo eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che odiato dall'imperatore, io viva».

[226] Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν τιμῶντες, ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. I. 12.

[227] LAMPRIDIO in _Alex. Severo_.

[228] Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio Annio Aurelio Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò Marco Elio Aurelio Vero.

[229] Vedi EUSEBIO, IV. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano una vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso relativi si desiderano.

[230] Fra le altre cose gli diceva: _Nonnunquam ego te coram paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu hominum progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio lectitabas; nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis, abstinebam. Tum igitur ego te durum et intempestivum hominem, odiosum etiam nonnunquam, ira percitus, appellabam._ Lib. VI. 12.

[231] Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori, scegliamo da M. CORNELII FRONTONIS ET M. AURELII IMPERATORIS EPISTOLÆ... FRAGMENTA FRONTONIS ET SCRIPTA GRAMMATICA; curante A. MAJO. Roma 1823. — _Magistro meo. Ego dies istos tales transegi. Soror dolore muliebrium partium ita correpta est repente, ut faciem horrendam viderim; mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen eum occidere priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, est solacium. Mater jam levior est, deis volentibus. Vale, mi optime, dulcissime magister. Domina mea te salutat._

Frontone risponde: _Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat dominam tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora omnia nuntiabat. Ego te idcirco non vidi, quod ex gravedine sum imbecillus. Cras tamen mane domum ad te veniam. Eadem, si tempestivum erit, etiam dominam visitabo._

Marc'Aurelio replica: _Magistro meo. Caluit et hodie Faustina; et quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed, Deis juvantibus, æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se tam obtemperanter nobis accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses. Quod jam potes et quod venturum promittis, delector, mi magister. Vale, mi jucundissime magister._

[232] Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero, attribuendo tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime truppe di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene sempre la preferenza. _Principia historiæ_. Si hanno pure le lettere che Vero gli dirigeva, raccomandandogli di esaltare le sue imprese e la gravezza del pericolo, e la nullità degli altri capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato dalle cortesie d'uno scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le azioni, ma soprattutto la portentosa eloquenza spiegata negli ordini del giorno e nei bullettini inviati al senato.

[233] Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ παρὰ θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano:

_Laus ibi nulla ducum..._ _Tum, contenta polo, mortalis nescia teli_ _Pugna fuit._ De VI consulatu Honorii, v. 340.

[234] FILOSTRATO, _Vite dei Sofisti_.

[235] Εἰς έαυτὸν, libri dodici.

[236] Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova ne danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una gli dice: _Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur, quod legam, vel tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii, aut Gracchi, aut poetæ alicujus,_ χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, _et maxime hoc genus; quae me lectio extollat et diffundat_ ἐκ τῶν κατειληφυιῶν φροντιδίων. _Etiam si qua Lucretii aut Ennii excerpta habes,_ εὔφωνα καὶ ... φρα, _et sicubi_ ὴθους, ἐμφὰσεις.

Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio, dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo Gentile».

[237] _Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis_. SENECA.

[238] Cicerone (_pro Roscio_, 7) parla di cinquantasei miglia fatte in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva cento miglia in un giorno: SVETONIO, 57. Plinio (_Nat. hist._, VII. 20) numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne d'Ercole; dieci ad Alessandria.

[239] Vedi CICERONE, _Pro domo sua_, 28. Floro, nella prefazione, dice che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del genere umano. Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non hanno altri limiti che quelli del sole. Livio (XXXVIII. 45, 54) fa dire agli ambasciadori in senato, che ormai Roma non ha a combattere mortali, ma a tutelare l'uman genere, e, come gli Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta ne' _Fasti_, II. 684:

_Romanæ spatium est urbis et orbis idem._

L'autore dei versi inseriti nel _Satyricon_ di Petronio, cap. 119:

_Orbem jam totum victor Romanus habebat_ _Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque._

E Plinio, XXVII. 1: _Una cunctarum gentium in toto orbe patria_.

[240]

_Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,_ _Ex qua spectator non sit in urbe tua?_ _Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,_ _Venit et epoto Sarmata pastus equo;_ _Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,_ _Et quem supremæ Tethyos unda ferit._ _Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,_ _Et Cilices nimbis hic maduere suis._ _Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,_ _Atque aliter tortis crinibus Æthiopes._ _Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,_ _Quum verus patria diceris esse pater._ MARZIALE, Spectac. III.

[241] Gajo lo dice espresso: _Constitutio principis est, quod imperator decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam dubitatum est, quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator per legem imperium accipiat_. Inst. i. 2, § 6.

Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano:

— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà, come fu in arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio.

«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far rendere senatoconsulti per voti individuali o per divisione.

«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od ordine di lui o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano forza, e siano osservati come fosse stato raccolto per legge.

«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere, comando, carica siano raccomandati da lui al senato o al popolo romano, e ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio, in tutti i comizj abbiasi singolare riguardo a tal candidatura.

«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica, estendere i limiti del pomerio (cioè del recinto della città), come fu permesso a Claudio.

«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose divine ed umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero Augusto, Tiberio e Claudio.

«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato Vespasiano. Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero per una legge qualunque, possa farlo Vespasiano.

«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito, decretato, comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra qualsiasi persona per ordine e mandato di lui, sia reputato legale, e rimanga rato, come fosse fatto per ordine del popolo.

«_Sanzione_. Se qualcuno, in virtù della presente legge, contravvenne o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti, facendo ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che ordinano, non sia tenuto in colpa, nè obbligato a veruna riparazione verso il popolo romano. Verun'azione non sia intentata, verun giudizio reso a tal proposito, e nessun magistrato soffra che un cittadino sia citato avanti a lui per questa ragione».

[242] _Princeps legibus solutus est_. D. I. 3. fr. 31.

[243] Molti esempj ne adduce il Labus ne' _Marmi Bresciani_. — Nel 1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due tavole di bronzo, scoperte leggi municipali date da Domiziano imperatore, che Mommsen illustrò negli _Atti della Società sassone delle scienze_. Lipsia 1855. In esse viene comunicato alle suddette città il diritto del Lazio, con formole che probabilmente sono identiche a quelle usate per tutte le città donate di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato lo _jus Latii_, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea la legge comunale. Ivi troviam dato il nome di _municipj_ a siffatte città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito per curie all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano _manus, potestas, mancipium_, proprj de' cittadini romani.

Nel 1872 furono trovate le tavole di _Julia Genetiva Urbanorum_, cioè di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di Roma, edite poi da Hübner e Mommsen.

[244] Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto la conservò tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari il mese (lire 27.47). La gratificazione ai pretoriani concessa da Augusto fu di ventimila sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici anni, e pei legionarj di dodicimila (lire 2421.24) dopo venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro, di cui fece il primo fondo con denari proprj.

[245] SVETONIO, in _Aug_., 102, 128.

[246] Così SVETONIO, in _Vesp_. 17. Alcuni leggono quarantamila milioni di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire: questo è troppo, ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data se s'intendesse di solo contante, senza le contribuzioni in natura e i servigi personali.

Il trattato di Hegewisch _sulle finanze romane_ mantiene più che non prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori intorno alle rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe a cinquecento milioni di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di sterline, cioè cinquecento milioni di franchi; gli autori inglesi della _Storia universale_ a novecensessanta milioni.

Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che ora la maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto agli antichi.

[247] _Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur_. FLORO.

[248] PLINIO, _Nat. hist._, VI. 23; XII. 18.

[249] Lo pretende Dureau de la Malle, _Économie politique des Romains_.

[250]

_Spese per coltivare sette campi a viti_.

Per comprar uno schiavo che da solo basti sesterzj 8,000 Compra dei sette campi » 7,000 Pali e altre spese occorrenti » 14,000 ——————————————— In tutto sesterzj 29,000

Interessi di questi al sei per cento nei due anni che la terra non produce, e che il denaro resta infruttuoso » 3,480

Totale, sesterzj 32,480

_Rendita di sette campi_.

Ogni anno sesterzj 6,300 oltre un diecimila marze che ciascun campo rendeva l'anno, e che vendevansi tremila sesterzj.

[251]

_Tondet et innumeros gallica Parma greges._ _Velleribus primis Apulia, Parma secundis_ _Nobilis, Altinum tertia laudet ovis._ MARZIALE.

[252] Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla la plebe; _neque enim populo romano saturo quicquam potest esse lætius_. VOPISCO, in _Vita_.

[253] È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard a Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior modo da Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici facciate in-8ª. Sono quattrocentrentatre articoli di merci o di manifatture tassati; ma restano molte lacune. Moreau de Jonnès ne dedusse questa tabella, ragguagliata alle monete e misure d'oggi:

_Prezzi del lavoro_.

Al bracciante per giornata 25 denari ll. 5. 62 Al muratore » 11. 25 Al manovale che rimesta la calcina » 11. 25 Al marmorino che fa i musaici » 13. 50 Al sarto, per fattura d'un abito » 11. 25 Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj » 33. 75 di _caligæ_, scarpe di artigiani » 27. — di soldati e senatori » 22. 50 di donna » 13. 50 di _campagi_, sandali militari » 16. 87 Al barbiere, per uomo » — 45 Al veterinario, per tosare gli animali e tagliar le unghie » 1. 35 Al maestro architetto, e per ogni ragazzo al mese » 22. 50 All'avvocato, per un'istanza ai tribunali » — 25 Per una causa » 225. —

_Prezzo dei vini_.

Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano, Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro ll. 13. 50 Vino vecchio di prima qualità » 10. 90 Vino rustico » 3. 60 Birra (camum) » 1. 80 Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium) » 13. 50 Vino d'orzo d'Attica » 10. 90

_Carne alla libbra di Francia._

Carne di manzo ll. 2. 40 — d'agnello, capretto, porco » 3. 60 Il lardo migliore » 4. 80 I migliori presciutti di Vestfalia, della Cerdagna, o del paese dei Marsi » 4. 80 Grasso di porco fresco » 3. 60 Fegato di porco ingrassato con fichi (_ficatum_) » 4. 80 Zampe di porco, ognuna » — 90 Salame di porco fresco (_isicium_) del peso di un'oncia » — 40 Salame di bue fresco (_isicia_) » 3. 37 — di porco fumicato e condito (_lucanicæ_) » 3. 60 — di bue fumicato » 3. 37

_Selvaggina, prezzo medio per capo._

Un pavone maschio ingrassato ll. 56. 25 — femmina ingrassata » 45. — — selvatico maschio » 28. 12 — femmina » 22. 50 Un'oca grassa » 45. — — non ingrassata » 22. 50 Un pollo » 13. 50 Una pernice » 6. 75 Un lepre » 33. 75 Un coniglio » 9. —

_Pesce._

Pesce di mare di prima qualità ll. 5. 40 — di fiume id. » 2. 70 — salato » 1. 35 Ostriche al cento » 22. 50

_Civaje._

Lattuche delle migliori, ogni cinque ll. — 90 Cavoli de' migliori, l'uno » — 90 Cavolifiori de' migliori, ogni cinque » — 99 Barbabietole delle migliori, ogni cinque » — 90 Ramolacci i più grossi » — 90

_Altri comestibili._

Miele ottimo, al litro ll. 18. — Olio di prima qualità » 18. — _Liquamen_, stimolante per l'appetito » 2. —

Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per gli antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni ben diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale i prezzi sono determinati colla sigla *, che significa denaro, ma deve significare il denario _æreus_ di rame, moneta nuova battuta da Diocleziano, che valea la ventiquattresima parte del pezzo d'argento fino, vale a dire centotredici milligrammi, che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È da ricordare che Lattanzio (_De morte persecutorum_, c. 7) dichiara che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi dal vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di morte, fu duopo lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni dunque date da Moreau de Jonnès ripugnano alla storia, non men che al fatto, il quale porta che i prezzi delle giornate son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi a quel che è necessario per vivere.

È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della segala siano perdute; ma abbiamo il

Miglio pisto al moggio L. 2 50 Intero » » 1 25 Panico » » 1 25 Spelta mondata » » 2 50 Fave non rotte » » 1 50 Lenti » » 2 50 Piselli » » 1 50 Ceci » » 2 50 Avena » » 0 75 Lupino crudo » » 1 50 Fagiuoli secchi » » 2 50

Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30; di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto 0.50; di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna 0.05; il burro 0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; le ulive 0.10; i vini d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai 75 centesimi; la birra da 5 a 10 centesimi.

Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; di muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere 1.25; marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, camellajo, bardotto (_bardonarius_), pastore centesimi 50 col vitto; mulattiere, porta acqua, curator di condotti con vitto e per l'intera giornata centesimi 65. Al pedagogo, al maestro di leggere e scrivere 1.25; 1.90 al maestro di calcolo e stenografia; 5 al grammatico greco; 2.50 al maestro architetto; al garzone del bagno centesimi 5; per le scarpe da mulattiere e paesano senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50, da patrizj 3.75, da donna 1.50; il legno di quercia per una misura di quattordici sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici cubiti sopra quarantotto dita, 5.

I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a stabilire che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio del grano, delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero romano, a un bel circa quello della Francia odierna.

[254] Digesto, tit. _De publicanis et vectigalibus_.

[255] _Minima computatione, millies centena millia sestertium annis omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio nostro adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant._ Nat. hist., XII. 41.

[256] — Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri soldati, non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella seconda, che i Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono per orgoglio il commercio, e non pensarono che ad arricchirsi colle spoglie di tutte le nazioni; nella terza, che i Romani, schiavi e voluttuosi, con un commercio passivo e rovinoso, caddero nella povertà e nella barbarie. MENGOTTI, _Del commercio de' Romani_; memoria premiata dall'Istituto di Francia.

[257] Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione altro scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, III. 4:

_Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,_ _Et freta gemmiferi findere classe maris._ _Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;_ _Tigris et Euphrates sub tua jura fluent._ _Seres et ausoniis venient provincia virgis..._ _Ite agite; expertæ bello date lintea proræ._

[258] OROSIO, VII. 16.

[259] Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, IV. 12, V. 1; Plinio Cecilio, _Epist_. III. 11; Origene, _contra Celsum,_ III. 66; san Giustino, _Apolog_. II. 8. — Vedi BURIGNY, _Mémoires de l'Académie des Inscriptions_, tom. XXXI.

[260] La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di Spira in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, ma tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, quanta chi prende una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola _Hispania quacumque ambitur mari_. Nel 1831, in un manoscritto di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trovò la fine dell'opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale nei paesi posti sotto zone diverse, loda l'Europa meridionale e specialmente la Spagna, «ove la dolcezza di un clima temperato dovette, giusta il dogma dei primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe umana a spogliare la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece un'edizione sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: CAJI PLINII SECUNDI _naturæ historiarum_, lib. XI. XII. XIII. XIV. XV, _fragmenta edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r _Fridegarius Mone__.

Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi il gonfio elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire (_Essai de Zoologie générale_, par. I. I. 5) dicendo: — Passare da Aristotele a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza che separa l'invenzione e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso... Plinio è un mero compilatore, forse più elegante, ma altrettanto meno scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima avea ridotte al giusto valore queste inezie vulgari».

[261] _Nat. hist._, III. 7; VIII. 55; II. 7.

[262] _Nat. hist_., VII. 2. 3. 6. 46; VIII. 66. 67; XXVIII. 2. 3. 4; V. 30.

[263] _Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata. — Omnes ejus partes medium capescentes nituntur æqualiter_. De nat. Deorum, II. 39 e 45.

[264] II. 5 e 1.

[265] XXXIII. 1. 3. 4. 13. XIX. 1. 4.

[266] VII. 1. 7; II. 13. 1.

[267] XXX. 4; III. 6. 2.

[268] I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone, nel _Sogno di Scipione_, mostrossi ben addietro di quel che già si conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il Tanai. Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (_Georg_., IV. 293; e vedi pure Lucano, X. 292). La Bretagna fu appuntino descritta da Giulio Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse ch'era isola, le dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e soggiunge che all'oriente ha la Germania, a mezzodì la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza strada incontrando l'Irlanda. Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e comunque raccoglitore appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto Strabone, osservatore tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo nella geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo breve tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo, Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, ai Reti, ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la Dora presso il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; dopo le foci del Po colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando l'Adige; pone come città mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti Altino e Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad ogni modo di poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima, e fa due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica Dicearco d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime delle Alpi si elevano fin a cinquantamila passi».

[269]

_... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,_ _Quot sine aqua Parthus millia currat eques._ _Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;_ _Qualis et hæc docti sit positura Dei;_ _Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;_ _Ventus in Italiam qui bene vela ferat._ PROPERZIO, IV. 3.

[270] VARRONE, _De re rustica_, lib. I. c. 2.

[271] PLINIO, _Nat. hist_., III. 3. 14.

[272] Invece di fare questa superficie = _a_/4 √3 (se si chiami _a_ il lato), Columella la suppose = 13_a_/30; il che dà √3 = 26/15, ossia √675 = 26. Vedi lib. V. c. 2.

[273] PLINIO, _Epist_. IX. 61.

[274] Che scriveva a suo figlio, _jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis._ Ap. PLINIO, XXIX. 1.

[275] BIANCONI, _Lettere Celsiane_, 1779. Brillanti e false.

[276]

_Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra_ _Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;_ _Et magis atque magis desint elementa figuræ_ _Singula quæ semper rapias et cætera figes,_ _Donec in angustum redigatur litera conum._ _His lino nexis collum redimire memento._

[277] PLINIO, _Nat. hist._, XXVI. 1; XXIX. 1. — A Vicenza una iscrizione ricorda un oculista: Q. CLODIVS o. LIBERTVS NIGER MEDICVS OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO.

[278] _Est eloquentia una quædam de summis virtutibus_. CICERONE, De oratore.

[279] _Jucunda senibus, dulcis secretorum comes_. QUINTILIANO, Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la quale insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la _ragione_, l'_antichità_, l'_autorità_ e l'_uso_. Da lui attingiamo queste particolarità sull'educazione, e dal dialogo _De corrupta eloquentia_, attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da nessuno con bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per quest'ultimo, è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di sinonimia _nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus ac flagrans animus_, ecc. ricorre in esso dialogo, ove troviamo _memoria ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac antiqua, nova et recentia, conjungere et copulare_; ma è piuttosto moda del tempo che dell'autore.

[280] Quintiliano (_Instit. orat_., XII) dice: _Si ipsa vox fuerit surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis, inanis, acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio, cui suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma, dulcis, durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens._

[281]

_Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum Dormiret,_

dice Giovenale, _Sat_. I. 15; e non parrà vero che altrettanto abbiam fatto noi nelle scuole del secolo XIX.

[282] Le abbiamo dedotte dalle _Deliberazioni_ e dalle _Controversie _di Seneca, e parte da Luciano.

[283] _Satyricon_, cap. I.

[284] _Instit. orat_., X.

[285] _Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam quicquid loquimur figura est_.

[286] _Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius, et omnem succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut esse et astringi nervis suis debent, sic corpore operienda sunt._

[287] _Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo, quam inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii consilio, qui in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio, nonumque prematur in annum, dabam iis otium, ut refrigerato inventionis amore, diligentius repetitos tamquam lector perpenderem._

[288] Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome.

[289] Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono come quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli artifizj di scrittore, se non altro per rinnegarli (_non sum ambitiosus in malis, nec augere lacrymarum causas valeo_); esce in vane querimonie colla fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo fanciullo era tutto carezze per me, mi preferiva alle nutrici sue, alla nonna che assisteva alla sua educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge la lacrima dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate proteste di non voler più a lungo soffrire la vita. _Illud vero insidiantis, quo me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi blandissimus, me suis nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus qui sollicitare illas ætates solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ spes inanes, labentes oculos, tuum fugientem spiritum vidi? Tuum corpus frigidum exsangue complexus, animam recipere, auramque, communem haurire amplius potui? dignus his cruciatibus, quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te avunculo prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ eloquentiæ candidatum, superstes parens tantum ad pœnas, amisi! Et, si non cupido lucis, certe patientia vindicet te reliqua mea ætate; nam frustra mala omnia ad fortunæ crimen relegamus: nemo nisi sua culpa diu dolet_... Introd. ad. lib. VI.

[290] Eumenio lo dice _eloquentiæ romanæ non secundum, sed alterum decus._ Vedi indietro, pag. 255.

[291] Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una lunga lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. _Me consolatur ætas mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum aderit, si noctis, si lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo discedens, et quæ mihi conscius sum protestabor. Nihil in longo vitæ meæ spatio a me admissum, quod dedecori aut probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda avarum, nullum perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa liberaliter, multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe etiam cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum gaudeo, vestra vero amicitia satis quietum et multum securum video. Honores quos ipse adeptus sum, nunquam improbis rationibus concupivi. Animo potius quam corpori juvando operam dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli. Pauperem me, quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario. Verum dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi negligi quam blandiri, tacere quam fingere, infrequens amicus esse, quam frequens adsentator. Pauca petii, non pauca merui. Quod cuique potui, pro copia commodavi. Merentibus promptius, immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum gratus quispiam repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque possem prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui._

[292] Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar Cicerone. _Eum ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis elocutum, et ante omnes alios oratores ad ea quæ ostentare vellet, ornanda, magnificum fuisse. Verum is mihi videtur a quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel magnitudine animi, vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam sibi, quæ vix aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque videor, ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba propria, translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis amœna; quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima admodum reperias insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi cum studio atque cura, atque vigilia, atque veterum carminum memoria indagatum. Insperatum autem atque inopinatum verbum appello, quod præter spem atque opinionem audientium aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque eum qui legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad significandum adcommodatum verbum aliud reperiat._

Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva nell'_Oratore_: _Rerum copia verborum copiam gignit_; e altrove: _Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa peperisse videatur._

[293] _Te, domine_ (scrive a Marc'Aurelio), _ita compares, ubi quid in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum: plane non ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur et præpollet. Igitur ut populo gratum erit, ita facies atque dices. Hic summa illa virtus oratoris atque ardua est, ut non magno detrimento rectæ eloquentiæ auditores oblectet... Vobis præterea, quibus purpura et cocho uti necessarium est, eodem cultu nonnunquam oratio quoque amicienda est. Facies istud, et temperabis et moderaberis optimo modo ac temperamento_.

[294] _Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam εἰκώνας decem ferme expedivi_. Eppure Frontone avea fama di secco e robusto, onde Macrobio (_Saturn_., v. 1) scrive: _Quatuor sunt genera dicendi: copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sallustius regnat_ (e non Tacito?); _siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue et floridum, in quo Plinius Secundus quondam, et nunc nullo veterum minor Symmachus luxuriatur_.

[295] La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene poche; le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto frà Giocondo, e da Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508.

[296] Lib. VII. 20.

[297] Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; e gliene indicano una grande e bella eppur deserta, perchè ogni mezzanotte vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva un vecchio, scarno, arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte, compra la casa a poco prezzo, vi si alloggia, mettesi a scrivere; ma a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro gli accenna che aspetti, ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il filosofo si alza, prende la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra d'uno quivi trucidato, che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali, Artemidoro godè tranquillamente la sua casa.

Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante medioevo; e potete leggerla in Plinio, _Epist_. VII. 27.

[298] _Epist_. I. 8.

[299] _Epist._ VII. 30.

[300] Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla villa che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo vestigio di antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi a Lenno, la Tragedia a Bellagio.

[301] Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite il mio medico, io non sono insensibile alle preghiere di mia moglie, alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei miei amici, ma non voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise d'avvertirlo quando fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente guarì. Rufo, fratello di Spurina, uomo d'alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che aveva stabilito di lasciarsi morire, nè preghiere di parenti o d'amici valsero a stornarlo.

[302] Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, _Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline_; e può dar idea delle ville romane, per riscontro al _Palais de Scaurus_ (pag. 259, vol. II).

[303] _Epist_. VI. 17.

[304] GIOVENALE, v. 82-93.

[305] _Epist_. VIII. 21.

[306] _Epist_. I. 13.

[307]

_Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello_ _Constabit nummis quatuor emta tibi._ _Quatuor est nimium; poterit constare duobus,_ _Et faciet lucrum bibliopola Triphon._ _Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,_ _Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit._ MARZIALE, XIII. 3.

[308]

_Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis_ _Cum stata laudato caneret quinquennia versu..._ _Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri_ _Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,_ _Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?_

Così suo figlio (_Sylv._, v. 3), che non dubita paragonarlo ad Omero e a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni.

[309]

_... Me fulmine in ipso_ _Audivere patres; ego juxta busta profusis_ _Matribus, atque piis cecini solatia natis._ Sylv. II. 1.

[310]

_Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,_ _Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,_ _Quis tua tam subito præclusit murmura fato?_ Ivi, 4.

[311] _Sylv._ II. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi.

[312] PLINIO, _Epist._ VI. 17.

[313] — Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di lire, ed egli mi rispose: _Te le darà quegli che a me dà i tempj_. Tempj diede egli a Giove, ma non a me le mille lire; eppure avea letto la mia petizione così benigno, come quando concede il diadema ai supplichevoli Geti, e va e torna per le vie del Campidoglio. O Pallade, segretaria del tonante nostro, dimmi: se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel concedere? — Così io; ma Pallade rispose: _Stolto! credi tu negato ciò che non fu concesso ancora? Epigr._ VI. 10.

E nel IV. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente Cesare e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la reggia, risponderei ai Numi: _Cercate chi voglia essere convitato dal tonante; me tiene in terra il Giove mio_.

[314] Lib. IV. 4; VIII. 39.

[315] Vedi il libro XIII, intitolato _Xenia_.

[316]

_Tu sub principe duro,_ _Temporibusque malis, ausus es esse bonus._ Lib. XII. 6.

[317]

_Miratur scythicas virentis auri_ _Flammas Jupiter, et stupet superbi_ _Regis delicias, gravesque luxus._ Ivi, 15.

[318] Delle oscenità scusavasi cogli esempj: _Sic scribit Catullus, sic Marsus, sic Pedo, sic Getulicus_. Pref. al lib. I.

[319] Lib. X. 47.

[320] _Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura_. Lib. i. 16.

[321] Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato giorno bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon gusto.

[322]

_Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso_ _Gaudet habere vias._ Lib. II.

[323]

_Immergitque manus oculis..._ _... Et siccæ pallida rodit_ _Excrementa manus; laqueum nodosque recentes_ _Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit._ _... Percussaque viscera nimbis_ _Vulsit..._ _Stillantis tabi saniem..._ _Sustulit, et nervo morsus retinente pependit._ Lib. VI.

[324]

_Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni._

[325]

_Sunt nobis nulla profecto_ _Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu._ _Mentimur regnare Jovem..._ _Mortalia nulli_ _Sunt cura Deo._ Lib. VII.

[326]

_Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,_ _Sed virtus te sola daret._ Lib. IV.

[327] Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala:

_Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ_ _Eripitur, non posse mori!..._ _Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ_ _Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes_ _A me morte data._ Lib. VI.

[328]

_Nam si quid latiis fas est promittere musis_ _Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,_ _Venturi me, teque legent_ (Nerone): _Pharsalia nostra_ _Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo._ Lib. IX.

[329] I primi libri dell'_Argonautica_ furono trovati dal Poggio fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo quel che manca del libro VIII, e il IX e X.

[330] Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua _Africa_, o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o, come altri malignarono, credendo possederne egli l'unica copia. L'accusa di plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781, fu confutata dal Baldelli, _Illustrazioni_ ecc., pag. 199, e dal Ginguené, note al vol. II dell'_Histoire littéraire_. Durante il concilio di Costanza, il Poggio scoperse il poema intero.

[331] Dopo aver detto nel primo atto delle _Trojane_:

_... Felix Priamus_ _... nunc Elysii_ _Nemoris tutis errat in umbris_ _Interque pias felix animas_ _Hectora quærit;_

nel secondo soggiunge:

_Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil..._ _Quæris quo jaceas post obitum loco?_ _Quo non nata jacent._

[332] In _Tieste_, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice:

_Expedi amplexus pater;_ _Venere, natos ecquid agnoscis tuos?_

Tieste risponde:

_Agnosco fratrem._

Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre cose esclama:

_Parta jam, parta ultio est;_ _Peperi;_

e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto, non congiunti, non ricchezze, essa risponde:

_Medea superest._

Nell'_Ippolito_, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover colla morte espiare; essa risponde:

_Quod vivo._

Il coro di Corintj nella _Medea_ parve profezia del grande ardimento di Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo quattordici secoli prima che la Spagna lo ajutasse e punisse:

_Venient annis sæcula seris,_ _Quibus oceanus vincula rerum_ _Laxet, et ingens pateat tellus,_ _Tethysque novos detegat orbes,_ _Nec sit terris ultima Thule._

[333] Nella _Satira_ I esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere satire all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da frenarsi allorchè incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone riempiuta dalla pingue sua pancia? E che? tanti vizj non li flagellerò io co' miei versi? Chi può dormire fra questi padri che corrompono le nuore avare, fra sposi infami e adulteri giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i versi alla meglio come li facciamo Cluvieno ed io».

Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò sul teatro. Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli di Tèntira per diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità del misfatto, perchè le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive sicuro coll'orso; e finisce col riflettere cosa n'avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i legumi permetteva.

[334]

_Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,_ _Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli._

[335] Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava assurdo l'uso della mitologia nei versi?

_Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus_ _Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum_ _Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras_ _Æacus etc._ Sat. I.

[336] Vedi la Sat. XIII.

[337]

_... Semita certa_ _Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ..._ _Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores_ _Herculis ærumnas credat, sævosque labores_ _Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali._ Sat. X.

[338]

_... Agmine facto,_ _Debuerant olim tenues migrasse Quirites._ Sat. III.

[339]

_Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,_ _Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est._ Sat. VI.

[340]

_Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;_ _Et quid tam parvum est?_ Sat. V.

[341] Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè Cesare introduceva molti Galli in senato, cantavasi per le vie:

_Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;_ _Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt._

E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega Bibulo:

_Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;_ _Nam Bibulo fieri consule nil memini._

Sotto le sue statue si lesse:

_Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;_ _Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est._

Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i vasi corintj, alla sua statua fu scritto:

Pater argentarius, ego corinthiarius.

E alludendo alla sua smania del giuocare:

_Postquam bis classe victus naves perdidit,_ _Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam._

E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì Druso: Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono sin i fanciulli di tre mesi.

Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà:

_Cum primum istorum conduxit mensa choragum_ _Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:_ _Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,_ _Dum nova Divorum cœnat adulteria:_ _Omnia se a terris tunc numina declinarunt,_ _Fugit et auratos Jupiter ipse thoros._

Più violento fu questo contro Tiberio:

_Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?_ _Dispeream, si te mater amare potest._

E contro lo stesso:

_Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;_ _Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est._ _Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:_ _Incolumi nam te, ferrea semper erunt._ _Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:_ _Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum._ _Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;_ _Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;_ _Nec non Antoni, civilia bella moventis,_ _Nec semel infectas adspice cæde manus._ _Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo_ _Ad regnum quisguis venit ab exilio._

Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti:

Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι. Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν. _Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?_ _Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem._ _Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,_ _Non erit Pæan, ille_ ἐκατηβελέτης.

Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo:

_Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,_ _Si non et Vejos occupat ista domus._

Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo e null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì. Allora fu scritto:

_Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?_ _Uxoris mœchus cœperat esse suæ._

Non ho potuto consultare i _Versus ludicri in Romanorum Cæsares priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos edidit_ G. H. HEINRICHIUS. Ala 1810.

[342] Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di uno de' primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di latino quando venne a Roma: così il figliastro suo non parlava che il punico, e intendeva un po' di greco in grazia della madre tessala; _Loquitur nunquam nisi punice; et si quid adhuc a matre græcisat: latine enim neque vult, neque potest._ _Apolog._ Ciò smentisce chi crede il latino fosse comune in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare il latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: _Quiritium indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte, aggressus excolui._ _Metam._

[343] _Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii fidem._ _Metam._ E nell'_Apolog._: _Sacrorum pleraque initia in Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta tradita mihi a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga sacra, et plurimos ritus, et varias cæremonias, studio veri et officio erga deos didici._

[344] _Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Annal., VI. 22.

[345] _Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut singuli regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma laudare facilius quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse potest_. Annal., IV. 53.

[346] JACOBS, _Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz von etc_. Lipsia 1793.

MORGENSTERN, _De fide historica Vell. Paterculi, in primis de adulatione ei objecta_. Ivi 1800.

[347] In _Agricola_, 30 e 31.

[348] _De moribus Germanorum_, 33.

[349] I. 12; II. 15.

[350] Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo stile l'annunzia posteriore.

[351] _Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur_. IV. 10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua _Ars critica_.

[352] PLINIO, _Nat. Hist_., XXVIII. 2.

[353] _Negli Scrittori della Storia Augusta son comprese le vite di_

Adriano per Elio Sparziano Antonino Pio » Giulio Capitolino Elio Vero » Sparziano » Capitolino Marc'Aurelio » Capitolino Avidio Cassio » Vulcazio Gallicano Comodo » Elio Lampridio Pertinace » Capitolino Didio Giuliano, Settimio Severo, Pescennio Nigro » Sparziano Clodio Albino » Capitolino Caracalla e Geta » Sparziano Macrino » Capitolino Diadumeno, Elagabalo, Alessandro » Lampridio I due Massimini, i tre Gordiani, Massimo e Balbino » Capitolino I due Valeriani, i due Gallieni, i Trenta Tiranni, Claudio II » Trebellio Pollione Aureliano, Tacito, Floriano, Probo, Firmo, Saturnino, Proculo e Bonoso, Caro, Numeriano, Carino » Flavio Vopisco

[354] «Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì! dicevano di Policleto». _In Verrem, de signis_.

[355] — Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente come Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un Cupido di Prassitele; giacchè nell'indagine ho imparato anche nomi d'artisti». _Ibi_.

[356]

_Excudent alii spirantia mollius æra,_ _Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,_ _Orabunt melius causas..._

Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone. Veramente Orazio, _Ep._ I 4, cantava:

_Pingimus, atque_ _Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;_

ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare.

[357] Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così perchè alle due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli attributi di tutte le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato da Adriano, poi da Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno di questi restauri probabilmente sono colpa le colonne che dividono lo spazio interno, troppo esili a proporzione della grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria ed ai Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel medio evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere la tribuna di S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure sono i due poveri campanili, che si vedono sul frontone postico.

[358] CICERONE ad _Attico_, lib. I. ep. 4. 6. 8. 9.

[359] VITRUVIO, II. 8.

[360] PLINIO, _Nat. hist_., XXXV. 4. 10. 11. 12.

[361] San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre il più grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre 6240, 3182 il Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto, 636 quel della Concordia ad Agrigento, 434 quel di Giove a Pompej.

[362]

_En quatuor aras;_ _Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo_.

Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè soddisfa la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei _Monuments inédits d'antiquité figurée_, tav. XXVI. 2.

[363] «Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della stessa famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata profusione d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di semplice grandezza, perfetto nelle particolari convenienze, e inapplicabile ad oggetto diverso; l'altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell'esterno la bellezza di cui manca nell'interno; imperfetto in ciascuna combinazione, ma applicabile ad ogni proposito. In Grecia come a Roma il maggiore sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i Romani non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci. Da alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri; ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne affisse al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo esempj. Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel maggior effetto. I tempj circolari non erano comuni ai Romani. Insomma il tempio romano era distinto dal greco per aspetto più grande, colonne più sottili, generalmente corintie, e costruzione sopra un podio o basamento».

[364] PAUSANIA, X.

[365] Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj:

_lunghezza larghezza spettatori_

Coliseo metri 207 171 87,000 Anfiteatro di Caracalla » 226 146 20,000 » Marcello » 132 132 30,000 » Verona » 154 122 23,000 Circo Massimo » 660 190 254,000

[366] Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata quella di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il piedistallo; Napoleone fece demolire le umili costruzioni che ne ingombravano il contorno, e i papi successivi restituirono la grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono nel 1616 scriveva che ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano, e che dagli scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi dal cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto.

[367] LAMPRIDIO, in _Alexandro_, 27. 28.

[368] ROSSINI. _Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi Romani, sparsi per tutta Italia_. Roma 1736.

Ecco un parallelo:

_altezza larghezza grossezza_ Arco in Roma di Tito metri 24 16 5 » di Costantino » 25 22 7 » di Settimio Severo » 24 21 7 di Benevento » 25 17 5 d'Augusto a Rimini » 16 16 9 di Ancona » 15 14 3

A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso, Tiberio, Gallieno.

[369] _Manentque vestigia irritæ spei_. TACITO.

[370] Dureau de la Malle (_De la distribution, de la valeur et de la législation des eaux dans l'ancienne Rome_. Parigi 1843) calcola che i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero insieme 428,000 metri, di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone la derivazione fraudolenta, portavano 11,075 pollici d'acqua, di cui 4388 vendevansi ad usi privati. Rondelet sopra Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma per gli acquedotti a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della velocità di trenta pollici per secondo.

[371] Paragone dei ponti romani:

_lungo largo costruito da_ Milvio metri 126 9 Silla Senatorio o Rotto » 25 13 C. Scipione Salaro sul Teverone » 77 9 Tarquinio Sisto o del Gianicolo » 70 — Fabricio o de' Quattro capi » 25 — Cestio o Ferrato » 50 — Valente Elio o Sant'Angelo » 113 15 Adriano Mammea presso Roma » 60 9 Antonino Di Rimini sulla Marecchia » 46 — Augusto Sulla Narina fra Roma e Loreto » 194 34 Augusto

[372]

_Muræna proibente domum, Capitone culinam..._ _Proxima Campano ponti quæ villula tectum_ _Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque._ Sat. I, V. 46.

[373]

_Scalis habito tribus sed altis._ Epigr. V. 22.

[374] CICERONE, _pro Milone_, 15; _Philip._ II. 9. ORAZIO, _Ep_. II. 2. 15.

[375] Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel di Ovidio, _Amor._, I. 3:

_Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ._

Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava e riuniva due camere.

[376] _Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur._ PLINIO.

[377] Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, VII. 3, al Burmanno sopra Petronio, _Satyr_. 135, che lo negano, ed al Ferrario, _Electorum_ lib. I. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli del Calogerà, tom. XLVII. p. 449, ove sostiene che gli antichi non avevano camini al modo nostro. Pure in Aristofane (_Vespe_, 1. 2) è accennata una canna di camino, in cui poteva star nascosto un uomo; Svetonio (in _Vitellio_) dice che, in un pasto dato da questo imperatore, la sala bruciò per fuoco appigliatosi al camino (_flagrante triclinio ex conceptu camini_).

[378] _Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus ferunt? Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant, inde ortis radicibus quo improbe cacumina egissent?_ Ep. 122.

[379] _Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt._ LIVIO, XLI. 27.

Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il Mazzocchi credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma ora si asseriscono agli ultimi tempi della Repubblica, e portano regolamenti intorno alle strade:

— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo abitato, una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà mantenere essa strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel quartiere. L'edile veglierà perchè ciascun proprietario mantenga come deve la strada dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non s'impozzi e non la renda incomoda.

«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo eletti, trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a sorvegliare la riparazione e il selciato delle strade pubbliche a Roma e ad un miglio in giro.

«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque e una casa privata, l'edile farà conservare a spese dello Stato metà di questa parte della via pubblica.

«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua casa dopo l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore: ma dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà intimar l'avviso ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e l'aggiudicazione si farà pubblicamente nel fôro, mediante il questore urbano.

«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien diritto sui loro beni.

«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario, esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà pagare metà di più.

«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede, lo manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben piane, secondo ordinerà l'edile di quel quartiere».

Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono i carri dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si obbligavano gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando. NAUDET, _Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut_, vol. IV.

[380] Dionigi d'Alicarnasso (lib. IV) dice difficile misurare il perimetro di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo Paolo (_Digest._, lib. II), _Roma_ esprimeva tutto l'indeterminato spazio dov'erano case, _urbs_ il solo ricinto legale del pomerio, come oggi Londra e la City.

Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e Valente, riferite da Grevio, _Thesaurus antiquitatum roman._, tom. III; ed una a mezzo il V secolo, in calce alla _Notitia dignitatum utriusque imperii._

L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati, dopo l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva, per un di mezzo, centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto erano piccole: eppure bisognerebbe mettere venticinque casigliani per ciascuna se si volesse giungere a soli un milione ducentomila abitanti; che è assai meno di quel che alcuni suppongono. Londra ha la superficie di ventimila ottocento ettari, con ducensessantamila fabbricati.

Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione di Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La Malle, dal calcolo dello spazio in paragone colle città moderne, non gliene dà più di cinquecentosessantamila. Si avverta però che la mura d'Aureliano non dovea comprendere quello spazio indeterminato che pur chiamavasi città: che con tanti schiavi poteasi molto più affollare la popolazione, stivandoli anche sotto ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto dovè proibire di alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il grano d'Africa e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un anno sessanta milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole per circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà di cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano (in _Settimio Severo_, VIII. 23) riduce a settantacinquemila moggia il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo in ventisette milioni ducensettantacinquemila; il che limita la popolazione a cinquecentomila.

[381]

_Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,_ _Nescio quid meditans nugarum, totus in illis._

[382] La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e commenti; e la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine 1825-30, con trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello Stratico di Zara e del Polini.

[383] _Nat. hist._, XXXV. 5.

[384] _Spectantem aspectans quocumque aspiceret_.

[385] _Nat. hist._, XXXIII. 38.

[386]

_Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum_ _Artifici fulgent corpora picta manu,_ _Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras_ _Exprimat, est aliquo parva tabella loco._ OVIDIO, Trist., II.

_Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,_ _Inveniat plures nulla tabella modos._ Ars am., II.

_Non istis olim variabant tecta figuris,_ _Tum paries nullo crimine pictus erat..._ _Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,_ _Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc._ PROPERZIO.

SVETONIO, in _Horatio_: _Ad res venereas intemperantior traditur: nam speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocumque respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc._

CLEMENTE ALESSANDRINO, in _Protrep._: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς περιπλοκὰς ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ συμπλοκῆ δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν... Πανίσκοι τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες.

Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte osceni, e n'è stampata la descrizione a Parigi, _Cabinet secret du musée royal de Naples_, con sessanta tavole a colori che rappresentano le pitture, i bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto.

[387] Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina due col ratto di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti: e più bello il fonte battesimale di Girgenti colla storia di Ippolito.

[388] FERRARA, _Storia di Sicilia_, tom. VIII. p. 112.

[389] CRISPI, _Opusc. di letteratura e archeologia_, 1836.

[390] ARISTOTELE, _Econom_., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. LII. tit. 10, è ordinato: _Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere, vendere dolo malo velit_.

[391] _Auctarium Siciliæ numismaticæ_. Copenhagen 1816.

Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie, sono:

_Abacænum_, presso Tripi; _Abolla_, presso Avola; _Acræ_, presso Palazzolo; _Adranum_, oggi Adernò; _Agrigentum_; _Agyra_; _Alantium_, sul monte San Fratello; _Amestratum_, oggi Mistretta; _Apollonia_, oggi Pollina; _Assorum_, oggi Asaro; _Atna_, o Inessa presso Licodia.

_Calcata_, oggi Caronia; _Camarina; Catania; Centuripa,_ oggi Centorbi; _Cephalædium_, oggi Cefalù.

_Drepanum_, oggi Trapani.

_Emporium_, oggi Castellamare; _Enna_, oggi Castrogiovanni; _Entella; Erix_, oggi Monte San Giuliano.

_Gela_?

_Iccara_, presso Carini.

_Leontinum_, oggi Lentini; _Lilibæum_.

_Macella_, oggi Macellaro; _Megara_, oggi Augusta; _Menæ_, oggi Mineo; _Messana_, già Zancle, oggi Messina; _Morguntium_, nel golfo di Catania; _Motya_, nell'isola San Pantaleo.

_Naxus_, al capo Schifò; _Neetum_, oggi Noto; _Nissa_, poi Petilia.

_Panormus_, oggi Palermo.

_Segesta_ o _Egesta_, sul monte Barbaro; _Selinus_, oggi Selinunte; _Siracusæ_.

_Talaria? Tauromenium_, oggi Taormina; _Thermæ; Tyndarium; Thracia_ o _Trinacio_, presso Potica. Possono aggiungersi le vicine isole di _Melita_, Malta; _Gaulus_, Gozo; _Melingunis_, Lipari; _Lopadusa_, Lampedusa; _Cosyra_, Pantellaria.

Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale, ne' _Discorsi sulla storia antica della Sicilia_ (Napoli 1843), ne dà il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da quelle che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico, Inico, Onface; Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre, Indara, Ippana, Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala, Giorgio, Ambiche. Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi, e poi divenute greche; e di tutte cerca la geografia, i fondatori, le vicende. In testa alle _Antichità di Sicilia_ del duca di Serradifalco sta un _Quadro comparativo dei nomi antichi e moderni_ delle città siciliane. Alla geografia di questo paese giovano immensamente le otto carte di Alfonso Airoldi, che la rappresentano nei tempi favolosi fin alle colonie greche e alla conquista de' Romani, sotto di questi, sotto gl'imperatori, sotto i Saracini, sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi; e l'ultima le riepiloga tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono le città.

Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore, Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino, Samnio, Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania, Bruzj.

[392] Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro, che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove l'arte comincia a decadere, è moderno il braccio destro del padre, e furono fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del figlio maggiore e tutto il braccio destro del minore: nel toro Farnese sono restauro la parte superiore di Dirce, le teste e le gambe di Zeto e Anfione: Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole Farnese, che poi furono trovate: dell'Apollo di Belvedere son moderne le mani: alla Tersicore del Vaticano si sovrappose la testa di un'altra statua. Le statue di Ercolano e Pompej hanno questo insigne vantaggio, di essere state immuni da restauri.

[393] Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799. Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla Torre dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti di Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità di esplorarli?

[394] Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio, che si ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta _Nihil intret mali_: ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione, ch'è bello tacere.

[395] Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni, giungendo fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie o lacciuoli. Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo, nelle persone eleganti, lasciavasi trasparire la calza, per lo più bianca o rossa, e sostenuta da un legaccio. La suola talvolta era rialzata da severo, che anche oggi trovasi opportuno a tenere asciutto il piede. La moda variò la forma e il colore del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate di gemme. Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto erano un distintivo degli imperatori.

[396] È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un triclinio presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha nel mezzo un teschio, e attorno simboli delle vicende della vita; un archipenzolo, un bastone, un'asta rovesciata da cui pendono cenci, una farfalla con ali rosse screziate d'azzurro, librata s'una ruota a sei raggi. Come vedemmo nel convito di Trimalcione, rammentavasi la fugacità della vita, per eccitare a goderne.

[397] Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le romane; anche con vasi e monete che attestano una civiltà sviluppata prima del contatto coi Greci.

[398] Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto venne raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: _Le case e i monumenti di Pompej disegnati e descritti_. Ora il Fiorelli ha dato maggior regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione.

Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni, che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti, o sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse:

_Candida me docuit nigras odisse puellas;_

e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse:

_Oderis, et iteras non invitus;_ _Scripsit Venus Fysica Pompejana._

Un amante posposto scriveva: _Alter amat, alter amatur, ego fastidio_; e un arguto vi soggiungeva: _Qui fastidit, amat_.

E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: _Auge amat Arabienum; Methe Cominiæs atellana_ (commediante) _amat Chrestum corde. Sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes vivant_.

Spesso sono scherzi, come questa lettera: _Pyrrus c. Hejo conlegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale_. Sul palazzo di giustizia uno scriveva: _Quot pretium legi?_ «Quanto si vende la giustizia?»

Talune sono manifesti di spettacolo:

_Hic venatio pugnabit_ V _kalandas septembris_ _Et Felix ad ursos pugnabit._

Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i convitati leccano la pentola ove furon cotti:

_Ubi perna cocta est si convivæ apponitur_ _Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum._

Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa:

_Urna vinicia periit de taberna_ _Si eam quis retulerit_ _Dabuntur_ _HS lxv: sei furem_ _Quis abduxerit_ _Dabit decumu_m (il doppio) _Januarius_ _Qui hic habitat._

Ci sono annunzj d'affitti o di vendite:

_In prædiis juliæ sp. felicis_ _Locantur_ _Balneum venerium et nongentum tabernæ_ _Pergulæ_ _Cænacula ex idibus aug. primis in idus_ _Aug. sextas_ _Annos continuos quinque_ _s q d l e n c a_ _Smettium verum ade._

Le quali ultime sigle devono forse leggersi: _Si quis dominun loci ejus non cognoverit, ad..._ Ma sono strane quelle novecento botteghe in una sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie.

Un ghiotto esclama: _Quæ gula quæcumque in vino nascitur;_ un altro: _Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est._ Uno schiavo liberato: _Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi;_ uno impreca: _Asellia tabescas;_ un altro taccia di ladro: _Oppi embolari_ (facchino) _fur furuncule;_ e con espressione più mercatina: _Miccio cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram._

Anche Cicerone (in _Verrem_, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale e la testa del pretore: _De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur._

Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. _Il tuo candidato giunga agli onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva qui;_ cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto. E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni.

PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT

è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen (_Inscriptiones regni neapoletani_): come quest'altra: INSCRIPTOR ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI NOMEN IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM FERAT NEQVE HONOREM VLLVM GERAT. _Prego lo scribacchiante a lasciar intatto questo monumento: il candidato, il cui nome vi sarà scritto, possa esser rejetto nelle elezioni, e non giunga ad onore alcuno._

Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso; come la 1810 dell'Orelli: M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED SI HOC MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM. _Mal mi capiti se a questo monumento iscriverò il nome di qualche candidato;_ mentre la 4751 dello stesso dice: ITA VALEAS SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI. _Ben t'avvenga se non scarabocchi questo monumento._ E dianzi presso Narni fu trovata questa: ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA PERENNES SCRIPTOR OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE VALE. _Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga vita; ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, t'auguro salute e bene._ Vedi _Athenæum français_, agosto 1855.

Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo graffite le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: così nel programma di un grammatico, _Saturninus cum discentes rogat;_ versi di Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) son riferiti con errori e varianti. E quegli sbagli molte volte servono di riprova a quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza d'un parlar vulgare, e alla sua somiglianza col moderno italiano. _Cosmus nequitiæ est magnissimæ_, esclama uno; un altro: _O felice me;_ un terzo: _Itidem quod tu factitas cotidie..._

Dopo altri, più compiutamente ne trattarono GARRUCCI, _Inscriptions gravées au trait sur les murs de Pompej_; FIORELLI, _Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa_. Napoli 1854, edizione di soli cento esemplari a spese di Alberto Detken. E meglio _Inscriptiones parietariæ pompejanæ, herculanenses, stabianæ etc. edidit_ C. ZANGEMEISTER, Berlino 1871, nel _Corpus inscriptionum latinarum_.

[399] _Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata et suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis._ CICERONE, _in Rullum_, 33.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.