Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 9

Chapter 93,489 wordsPublic domain

Uno di casa Bruto, cominciando la carriera oratoria dall'accusare, pose cagione al ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si contraddiceva. Crasso di rimpatto fe recitare gli esordj di tre dialoghi del padre di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese all'accusatore che ne avesse fatto di quella, prendendo da ciò le mosse ad un'invettiva violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal fôro passasse allora il funerale d'una matrona; e Crasso cogliendo al volo quest'incidente, si volse all'avversario, e — Che fai costì seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre? cosa a coloro, di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale campò questo popolo dalla regia dominazione? Cosa dirà che tu fai? in quali interessi, in qual gloria, in qual virtù t'adopri? In aumentare il patrimonio? ciò non s'addirebbe alla nobiltà: pure tel comporterei; ma se omai nulla t'avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nell'eloquenza? ma se non n'hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo commercio della calunnia! E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu stare nel fôro, tu in città, tu al cospetto dei cittadini? Non hai sgomento di quella morta, di quelle immagini cui non serbasti luogo, non che d'imitarle, nè di riporle tampoco?»

Anche Marc'Antonio vantavasi d'aver salvato Norbano, imputato di sedizione, non già per raggiri, ma col destare gli affetti[60]: e nella difesa d'Aquilio stracciò a questo le vesti d'in sul petto, e pianse, e commosse al pianto[61]. Il quale Antonio è da Cicerone lodato per la vigoria d'animo nel recitare, l'impeto, il dolore espresso cogli occhi, col volto, col gesto, col dito, con un fiume di gravissime ed ottime parole.

In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo nella scienza del diritto, e squisito parlatore; Aurelio Cotta, florido e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e che determinava i giudici a forza d'abilità, sebbene il fievole petto gl'impedisse di gridare e movere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo nè mai eccedente.

Più di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in Arpino (106) nella regione dei Marsi, l'anno stesso che Pompeo, da buona famiglia equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed alle lettere, diresse con premura e senno l'educazione di Tullio, che si segnalò sulle scuole, nelle quali gli esercizj faceansi in greco, giacchè la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la gioventù vi traeva in folla come alle novità; ma il giovane Tullio n'era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all'ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni[62]. Quelle scuole però diventavano palestre di dispute vane, d'artifiziale verbosità e di sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso credettero bene riprovarle, come contrarie all'uso dei maggiori.

Di ventisei anni Cicerone fece la prima comparsa nel fôro a difendere Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell'eloquenza immaginosa e pittoresca, che più tardi egli trovava soverchia. Anzichè addormentarsi sopra gli allori, facilmente condiscesi a un principiante, andò a viaggiar la Grecia e l'Asia, a farsi iniziare ne' misteri eleusini, e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacchè i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre è buon segno ne' giovani; e udendolo declamare, — Ahimè! (disse) costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e dell'eloquenza».

Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand'oratore, più che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benevolenza, l'acume, l'immaginazione. Nessuno creda che, quali le leggiamo, fossero veramente recitate le orazioni sue: teneva in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s'abbandonava alla foga dell'improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que' lunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo[63].

Nè vi cercate que' tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono e fermano; ma piuttosto uno splendore equabilmente diffuso sul tutto, una continua grandiloquenza. Nell'arte di dar risalto alle ragioni, non sia chi pretenda superarlo: ma non s'accontenta a ciò; e vuol recare diletto, s'indugia in descrizioni, digredisce ora intorno alle leggi, or alla filosofia, or alle usanze[64]; celia sopra gli altri e sopra se stesso; singolarmente primeggia nel movere gli affetti. Sempre poi si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia trasparire il lungo artifizio: di qui la purezza insuperabile del suo stile, di qui il finito d'ogni parte, e il non produrre mai un'idea se non vestita nobilmente; talchè osiam dire che nessuno abbia meno difetti e maggiori bellezze.

Ma parlando come chi vuol dilettare più che convincere, e non teme essere contraddetto purchè dica bene, non lascia mai risentire lo sforzo, e la rotonda facilità della sua parola non si eleva mai al vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le parole, e tutti li usa come padrone; ma t'accorgi che è formato alla scuola, e v'incontri, non i torrenti di luce fecondatrice che versa dall'inesauribile grembo il sole, bensì i riflessi della luna che su tutto diffonde gli armonici suoi chiarori.

E alla luna il dovremo paragonare se ne ponderiamo i sentimenti. Non t'arresti ad una sua sentenza che mostri un risoluto giudizio, un partito deciso, senza che altrove non t'imbatta nel preciso opposto: e viepiù nelle orazioni il calore del discorso o l'intento di piacere gli faceano mettere alle spalle la verità[65]. Sosteneva un assunto quando gli servisse, non rifuggendo dal sostenere il contrario quando meglio gli tornasse. Leva a cielo i poeti difendendo Archia? li vitupera nella _Natura degli Dei_: encomia i Peripatetici nella difesa di Cècina? li disapprova nel primo degli _Uffizj_: i viaggi di Pitagora e Platone trova stupendi nel quinto _dei Fini_, li trova sordidi nell'epistola a Celio: chiama povera la lingua latina in più luoghi, in più altri la fa più ricca della greca, anzi la greca accusa di povertà[66].

Riservandoci a parlare altrove de' suoi scritti filosofici, qui diremo come i segreti dell'arte sua esponesse in dettati di squisito sapore, rilevati da sali e grazie carissime. Chè la critica acquista dignità e grandezza in mano d'uomini i quali fanno scomparire la differenza fra l'arte del giudicare e il talento del comporre, portano una specie di creazione nell'esame del bello per genio istintivo, pare inventino allorchè non fanno che osservare, e possono dire — Son pittore anch'io». La pretensione di dar precetti sul modo d'adoprare ciò che più è personale all'uomo, la sua lingua, l'espressione degl'intimi sentimenti, sa di stolta o ridicola: eppure in Cicerone si leggono volentieri quelle regole, di necessità incomplete ma dedotte da lunga e splendida esperienza, e dall'abitudine di tener conto di tutte le ragioni del favellare, dalle più astruse fino alle minuzie materiali della dizione figurata e del ritmo oratorio. A questi attribuendo le vittorie sue o degli altri, volle analizzarli con una sottigliezza intempestiva, discutendo sul tono di voce conveniente al principio e al seguito dell'orazione, sul battersi o no la fronte, sullo scompor le chiome nel tergere il sudore, ed altre inezie che non tardarono a divenire principali.

Quei precetti intorno al simulare ciò che farebbe naturalmente chi esprimesse i proprj sentimenti, a noi, cambiata lingua e modi, riescono disutili; talvolta neppure intelligibili i suoi suggerimenti sulla disposizione delle parole, la consonanza dei membri, la distribuzione de' periodi, l'alternare delle sillabe lunghe e brevi, e finir col giambo piuttosto che collo spondeo; nè partecipiamo alla sua ammirazione pel dicorèo _comprobavit_: ma queste che a noi somigliano frivolezze, aveano somma importanza fra un popolo dove Gracco parlando alla tribuna faceasi dar l'intonazione da un flautista, e dove a una frase ben compassata di Marc'Antonio sorsero applausi fragorosi. Pure Cicerone fu appuntato di troppa arte nel contornare il periodo; e a noi stessi non isfugge quanto egli prediliga certe chiuse sonanti, e il frequente ritorno della cadenza _esse videatur_.

Sì gran maestro di tutti i secreti della parola, era argutissimo nel notare i meriti e i difetti degli emuli e de' predecessori suoi, che tutti superò. Contemporanei fiorirono Giulio Cesare, Giunio Bruto, Messala Corvino, Quinto Ortensio Ortalo. Quest'ultimo a diciannove anni (113-49) si mostrò al pubblico con un'arringa in favore degli Africani, e fu come un lavoro di Fidia che rapisce i suffragi degli spettatori al sol vederlo[67]. Memoria sfasciata, bel porgere, somma facilità il rendevano arbitro della tribuna, e facevano accorrere i famosi attori ad ascoltarlo, mentre la fluidità asiatica, l'ornamento, l'erudita accuratezza ne rendevano piacevole la lettura. Egli introdusse di dividere la materia in punti, e di riepilogare al fine; ottimo spediente a far bene abbracciar la causa e dar nerbo alle prove condensandole. Nulla di lui ci rimane, ma sappiamo che nessuno de' coetanei potè reggergli a paro, fin quando non rallentossi e sviò dal fôro per viver bene e placidamente in compagnia di letterati, fra magnificenza di case e giardini e vivaj di pesci squisiti. Sacrificò anche al suo secolo collo scrivere versi licenziosi; patteggiò con Silla, e si oppose a coloro che, distruggendone le leggi, spianavansi la via alla potenza; contraddisse a Pompeo quando rintegrò la potestà tribunizia e quando chiedeva missioni straordinarie; fece condannare Opimio già tribuno; e torna a suo onore l'essersi conservato amico di Cicerone, benchè di parte opposta ed emulo, e l'averlo a capo de' cavalieri protetto in giudizio.

L'eloquenza politica non era però la principale e più studiata in Roma; e Cicerone stesso, re della tribuna, la riguarda come un trastullo a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi; vi si mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicchè era una delle più ghiotte curiosità l'osservare il modo con cui l'oratore saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia e la propria opinione.

Perocchè l'arte dell'avvocato non limitavasi, come dovrebbe, a scoprire la ragione e dimostrarla; bensì a far parere tale ciò che non è, sparger veleno e sarcasmi sopra atti incolpevoli, ad un racconto ingenuo tramezzar bugie e calunnie, sapere colla ironia sostenersi ove non si potrebbe cogli argomenti, affettar gravità e morale nell'enunziare dogmi machiavellici, profondere la beffa sull'avversario, solleticare la vanità, la paura, l'interesse, l'invidia......; arti che possono vedersi analizzate con compiacenza da Marco Tullio. Il quale pure scrisse una _Topica_, indicando i luoghi comuni da cui desumere le ragioni; perocchè il trovare argomenti doveva essere speciale magistero là dove l'eloquenza mirava meno a chiarir la verità, che a far trionfare una parte, una causa, un uomo.

Educatosi nelle arti giuridiche sotto Lucio Licinio Crasso, gran sostenitore del senato, Cicerone non sciorinò bandiera, ma velando il suo modo di pensare, si bilicò in quel giusto mezzo, che porta innanzi, sebben non porti alla sommità. Un liberto di Silla volea far reo di morte Roscio Amerino, per gola di spogliarlo; e Cicerone, già l'accennammo, ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun pericolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo alle troppe sue occupazioni se lasciava prevaricare i dipendenti suoi, piacque però il veder un giovane alzarsi in favore dell'umanità che sì rado trovava campioni, e rinfacciare l'iniquità a coloro che fecero loro pro della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville suburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Delo, con uno scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di fornaj, di lettighieri; piacque l'udirgli dire: — Tutti costoro che vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare tale soperchieria: ripararla essi non osano per la nequizia dei tempi».

Del resto Cicerone oggi lo qualificheremmo per un conservatore, un dottrinario: eclettico in filosofia, adotta i nuovi concetti morali che si faceano strada traverso alla rigidezza del prisco sistema giuridico; ride degli auguri, egli augure; esercita l'umor suo gioviale alle spalle de' giureconsulti, aggrappati alle formole, e superstiziosi delle sillabe, dei riti, delle azioni, delle finzioni arbitrarie[68]; antepone l'equità allo stretto diritto, e doversi cercare le vere norme, non nelle XII Tavole, ma nella ragione suprema scolpita nella nostra natura immutabile, eterna, da cui il senato non può dispensare, e che fu da Dio concepita, discussa, pubblicata[69].

Benchè Cicerone versasse l'intera vita negli affari, nulla di nuovo produsse circa a cose dello Stato e alle leggi; e il patriotismo gli toglieva di stimare al giusto gli istituti nazionali al paragone degli stranieri. Nelle _Leggi_ non sa che ammirare le antiche consuetudini romane. Nella _Repubblica_ vanta di dir cose attinte dalla propria esperienza e dalle tradizioni degli avi, e superiori buon tratto a quanto dissero i Greci[70]: eppure non sa far di meglio che tradurre il sesto libro delle storie di Polibio, ove è divisata la costituzione romana; anzichè risalire alle fonti del diritto, accetta il fatto, dando per modello la romana repubblica, blandendola più che non paressero dover consentirglielo i mali di cui era testimonio, e dei quali non ravvisava la ragione nè i rimedj. Fra le costituzioni pospone la democratica, perchè alle persone illustri non dà che una più elevata dignità; e preferisce la monarchia che la turba delle passioni allivella sotto una ragione unica; ma conchiude per un misto delle tre forme[71]. Siffatta gli è d'avviso che sia la repubblica romana, coll'elemento monarchico ne' consoli, l'aristocratico nel senato, il democratico ne' tribuni e nelle adunanze. Ma il potere del popolo vorrebb'egli restringere, e dà consigli sul modo di riconoscergli una libertà apparente, levandogli in effetto il potere.

Appassionato della gloria di Roma e della propria, se era molto acconcio a trattare locali interessi, non comprendeva le quistioni vitali dello Stato, che erano l'assimilazione delle provincie e l'accomunar le franchigie cittadine: e uom di temperamenti e del bene possibile, irresoluto perchè il suo buon senso gli mostra tutte le difficoltà e lo rattiene dagli eccessi, fra i pochi che riescono al despotismo e la folla che trae all'anarchia tende a frapporre una classe media, credendola unica salvaguardia all'integrità della costituzione, e a togliere pretesto alle lotte fra patrizj e plebej, fra provinciali e romani, fra i vincitori e i vinti della guerra civile. Quest'interesse per la classe di cui erasi costituito patrono, è il lato più costante e meglio appariscente del suo carattere; a quel divisamente politico mai non avendo fallito neppur quando sbagliò di mezzi; nè, come il suo Pompeo, se ne lasciò sviare dalla speranza illegittima di ergersi superiore alle leggi, che applicava e difendeva.

Un uomo così eloquente e così popolare parve al Magno Pompeo opportunissimo a ferire l'aristocrazia, e gli porse il destro d'offrire a noi posteri il quadro più parlante della corruzione d'allora.

Cajo Licinio Verre senatore, amico dei Metelli e degli Scipioni, spende la giovinezza nei bagordi; questore di Carbone nella guerra civile, diserta al nemico colla cassa; luogotenente di Dolabella contro i pirati, pirateggia egli medesimo, e la dà per mezzo alle peggiori scelleraggini. Raccoltele tutte in un libello, Scauro gliele presenta, minacciando richiederlo in criminale se non gli rivela per filo le colpe e mancanze di Dolabella: e Verre tradisce il suo capo, anzi sta in giudizio contro di esso. A Scio, a Tenedo, a Delo, ad Alicarnasso ruba le più belle statue: da' Milesj chiede a prestanza una nave, e avuta la migliore, la vende e se ne tiene il prezzo. A Lampsaco invaghitosi della figlia di Filodamo, ordina ai littori di conciargliela; ma i fratelli e il padre repulsano quella brutale violenza; ne nasce un parapiglia, che a gran fatica è calmato dai cavalieri e negozianti romani: poco dopo Verre cita Filodamo al suo tribunale, e il dimostra reo di morte. Venuto a Roma pretore, lasciasi governare da Chelidone cortigiana greca e da un favorito, che fanno traffico delle sentenze di esso. Qual dovea riuscire mandato pretore, cioè arbitro nella Sicilia?

A malgrado di tanti danni, quell'isola era tuttavia il fiore delle provincie. Prima ad infondere ai Romani il gusto del comandare ad altre genti[72], coi porti e colle vettovaglie sue aveva agevolato la conquista dell'Africa, onde Publio Scipione Africano in ricompensa le avea restituito le spoglie rubatele dai Cartaginesi. Il commercio la stringeva agl'Italici: ricchi e industriosi terrazzani prendevano a fitto estesissimi poderi, e v'impiegavano a gran vantaggio grossi capitali. Roma la guardava come suo granajo, e nella guerra Sociale ne trasse tele, frumento, cuoj, oltre mantenerle, vestirle, armarle eserciti. In paese così portuoso talmente fruttava l'un per venti delle merci importate, che dal solo porto di Siracusa in pochi mesi Verre ricavò dodici milioni di sesterzj[73]. Che ghiotto boccone alla gola de' magistrati romani! che bell'arricchirsi in provincia tanto ubertosa, e per soprappiù così vicina da potere considerarsi un suburbano di Roma! Ma quel paese che aveva avuto una letteratura emula della greca, medici e naturalisti insigni, filosofi, matematici, artisti, tutto avea perduto coll'indipendenza; e dimentiche le antiche grandezze, era caduto in quel fondo di oppressione, dove nè tampoco rimane il coraggio di querelarsi e la forza di fremere[74].

Verre, ottenutone il governo (73-71), se la gratificò collo sterminare le reliquie dell'esercito di Sertorio che cercavano un asilo e da vivere in quell'isola; poi sbrigliatosi ad ogni peggior talento, le nocque più che la guerra cartaginese o le servili. Calpestate e le leggi romane e le paesane consuetudini, in quei tre anni fece traboccare a sua voglia le bilancie della giustizia: egli cavillava ogni testamento finchè nol si satollasse di denaro; egli obbligava i contadini a contribuire più di quello che raccoglievano, talchè molti campi rimasero abbandonati; egli saccheggiava città, o le obbligava a mantenere le sue bagascie; egli assoldava accusatori, citava, esaminava, sentenziava. Possessi aviti furono aggiudicati altrui; cassati testamenti e contratti; alterato il calendario per vantaggiare gli appaltatori[75]; fedelissimi amici condannati come avversarj; cittadini romani messi alla tortura, o mandati al supplizio; gran ribaldi assolti per denaro; onestissime persone accagionate assenti, e condannate; porti e città dischiuse ai pirati; uccisi i capitani, le cui squadre s'erano lasciate vincere perchè egli tardava le paghe; perdute o vendute ignominiosamente opportunissime flotte; e tiriamo un velo sulle violenze al pudore.

I Romani mai non mostrarono nè disinteressato culto nè retto gusto per le belle arti[76]; però dalle grosse somme che costavano agli amatori, e dal dispiacere che le città greche palesavano al vederseli rapiti, avevano imparato ad apprezzare i capi d'arte, a crederli un glorioso trofeo nella città, un signorile ornamento ne' palagi. Pisone proconsole dell'Acaja (per tacere le imposte gravezze, le prepotenze, le libidini, a cui matrone e vergini non si sottrassero che gettandosi nei pozzi) spogliò Bisanzio delle moltissime statue, conservatevi gelosamente anche in mezzo ai pericoli della guerra mitradatica; e da ogni tempio, da ogni sacro bosco della Grecia tolse simulacri ed ornamenti[77]. Mummio fece altrettanto a Corinto; Paolo Emilio nella Macedonia e nell'Acaja.

Ricchissima di capolavori era la Sicilia, greca ella stessa e forse maestra alla Grecia, corte di re possenti e generosi, e madre di segnalati artisti. Parve dunque a Verre d'avere un bel destro onde radunarsi una galleria che non iscapitasse dalle più vantate di Roma; e già prima di porvi piede s'era informato ove giacessero i capi più stimabili; indi, o a prezzi determinati da lui medesimo, o più sovente colla frode e colla violenza, ne spogliò il paese. — Prima della costui pretura (dice Cicerone), in Sicilia non v'avea casa per poco doviziosa, dove, se anche altro argento non si trovava, mancassero questi capi, cioè un grande vassojo con figure e intagli di divinità, una patera da servirsene le donne ne' riti sacri, un turibolo, e tutti di lavoro antico e di squisito artifizio: onde si può argomentare che un tempo i Siciliani anche delle altre cose tenessero in proporzione; e sebbene la fortuna ne avesse rapite di molte, pur conservassero quelle che appartenevano alla religione.

A tutti Verre fe togliere le incrostature, gli emblemi, i lavori fini; poi da cesellatori e vasaj, che aveva in abbondanza, per sei mesi fabbricare vasi d'oro, e in essi incastrare i pezzi levati ai turiboli e alle patere, in maniera che sembrassero fatti apposta. — In quella sì antica provincia (parla ancor Cicerone), di tante città, tante famiglie, tante ricchezze, v'assicuro a stretta precisione di termini, non esser vaso d'argento di Corinto o Delo, non gemme, non lavoro d'oro o d'avorio, statuette di bronzo, di marmo o d'altro, non pittura o in tavola o in tessuto, ch'egli non abbia esaminata per portarne via quel che gli garbasse. Siracusa perdette più statue allora, che non uomini nell'assedio di Marcello»[78].