Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 8
Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso, nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi, Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti di eserciti, due questori, e l'anticipazione di duemila talenti attici. Qual cosa più lo rattenea dall'imitare Silla, e dal farsi despoto della repubblica? la sua mediocrità.
Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi umano; a quanti s'arresero, assegnò terreni nell'Acaja e nella Cilicia. «Non l'avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda, non la libidine alle voluttà, non l'umana natura ai godimenti, non la nobiltà d'una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo; anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città, che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere. Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e restituire l'abbondanza a Roma.
L'isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza: poi, secondo il loro stile, la querelarono d'ajutare Mitradate e i corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l'isola, quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo. Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d'un altro, accorse; bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l'isola a provincia: ma gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo splendore di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni, apparecchiò sullo scorcio dell'inverno, intraprese a primavera entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].
Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto. Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata dalle intestine discordie, non aveva impedito ch'ei si mettesse in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano offrirgli il braccio, la maestria e l'odio; e le città d'Asia e di Grecia a visiera alzata s'unirono col Barbaro che le richiamava alla libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide; armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell'Asia.
Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla, restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l'inverno nel fango, l'estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni nemico de' nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni pensiero concentrava nel preparare la riscossa.
Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75), istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando in Italia, l'aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di cui s'acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato, protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature, come di guerra s'era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui mezzo conseguì l'ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per l'armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio, Senofonte, altri scrittori d'arte bellica, dai quali io non so quanto profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l'arte di pazientare.
Un'accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso all'indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato all'indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall'Asia, non ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando l'interesse all'un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a grave scontento de' suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà del sangue e la lautezza del saccheggio.
Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli, cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d'una volta mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo inseguì nell'Ellesponto, e l'avrebbe anche preso se quegli ad arte non avesse forato i sacchi dell'oro, portati dietro il suo cammino, per raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo, che in guerra è tutto.
Mitradate rifuggì a Tigrane II re d'Armenia (71), suo genero, che era divenuto il più potente sovrano dell'Asia occidentale, e che nelle marcie e alle udienze tenevasi accanto quattro re; e ne ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto. Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l'Eufrate, è nel cuore dell'Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri vestiti di ferro: alle città ridona l'indipendenza; col rispettare le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge Mitradate e Tigrane ch'eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva annichilarli, quando l'esercito s'accordò a ricusargli obbedienza (69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo, che solo ne vantaggiate».
E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo (67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto Ortensio, suo emulo d'eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove possiate ricoverarvi e restar liberi».
Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo, indispettito di vedersi carpita la omai sicura vittoria, si ritirò dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.
Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d'unirsi co' pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica! ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l'Armenia, purchè pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de' Romani, non solo sospese d'assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi gliene recasse la testa.
Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s'erano messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni accordo. Vinto poi (65) in riva all'Eufrate, abbandonato dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza aver perduto dramma dell'antico coraggio, sollecitava alle armi le popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le foreste odorose e i boschetti di balsamo e d'incenso dell'Arabia[54].
Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un'ulcera che lo costringeva a celarsi agli occhi altrui, meditava sommovere tutto il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani. Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare sull'Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e Farnace, il dilettissimo de' suoi figliuoli, indettatosi coi Romani, si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore, avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie fidanzate ai re di Cipro e d'Egitto. Quelle perirono; ma egli s'era talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d'un soldato ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse grande lo attestano la gioja dell'esercito e del popolo romano. Gli storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne' tesori di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a inventariare i vasi d'oro e d'argento, e briglie e selle guernite di diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d'onice legate in oro; altrove si rinvennero statue d'oro massiccie, e un damiere fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi pezzi pure di gemme, e sovr'esso una luna d'oro, pesante trenta libbre.
Pompeo rimpastò a suo talento l'Asia, premiando chi l'avea favorito, formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria, la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de' Seleucidi; e dal Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma. Vincitore dell'Europa, dell'Asia, dei mari, Pompeo menò il terzo suo trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l'Armenia, la Cappadocia, la Paflagonia, la Media, la Colchide, l'Iberia, l'Albania, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia, i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città, ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue; versati nell'erario ventimila talenti, non computando millecinquecento dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati, il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola, Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane. Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l'avesse meritato, non egli, che non dovea saper conservarlo[55].
CAPITOLO XXIII.
La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre.
Pompeo aveva cominciato la sua carriera politica collo sbrancarsi dai cavalieri per parteggiare coi senatori; onde quelli l'aborrirono come disertore, mentre questi non mostrarono tenerlo in bastante conto; Silla ne lusingò la piccola vanità, pure nè tampoco menzione di esso fece nel testamento, ove nessuno dimenticò dei suoi amici. Periti poi i veterani di Silla, allorchè la causa de' cavalieri e degli Italiani tornò a galla, Pompeo s'accostò a questa; massime vedendosi oggetto dell'entusiasmo del popolo che nulla gli ricusava, si propose di ripagarlo con servizj.
Rintegrare l'autorità dei tribuni, lento acquisto della democrazia cincischiato da Silla, doveva essere il primo passo della riazione; e il console Aurelio Cotta, come riparo alla carestia prodotta dalla guerra dei pirati (74), avea proposto che più non si vietasse a chi era stato tribuno di ottenere altre magistrature. Pompeo console coronò quel voto, facendo passare, a malgrado di Lucullo (70), di Lepido, di Catulo, che i tribuni fossero novamente eletti dalla plebe, e si ripristinassero i comizj per tribù, i quali rendevano al basso popolo il diritto ch'ei suol confondere colla libertà, quello di poterla vendere. La censura anch'essa fu risarcita, e nel primo sindacato si espunsero dall'album sessantaquattro senatori. Trattavasi di ritogliere i giudizj al senato, attribuendoli ai cavalieri; per riuscirvi, occorreva di mostrare al pubblico quanto la tirannide sulle provincie fosse peggiorata dopo che i senatori erano soli giudici de' proprj delitti; e a tal uopo si adoperò il più famoso oratore.
Già ha potuto accorgersi il lettore quanta parte nelle vicende romane esercitasse l'eloquenza, dovendo, come in governo libero, ciascuno persuadere le riforme che proponeva, convincere i cittadini della giustezza dei suoi pensamenti, o della propria innocenza se accusato; e però veniva coltivata fra le precipue arti civili come mezzo d'ingerenza, e come opportuna ad acquistare clienti col patrocinarli. La cognizione della legge restava uno studio sussidiario, un rifugio per coloro che fallissero nella prova dell'eloquenza; mentre coll'accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la gioventù romana si facea conoscere dal popolo, e meritevole di cariche e d'onori.
I più antichi oratori a solidità di prove e calore di esposizione non univano delicatezza o coltura scientifica o armonica struttura; e l'austero Catone censorio, che pure stette novanta volte in giudizio, e di cui cencinquanta orazioni s'aveano ancora al tempo di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il ben conoscerla[56]. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli di maschia dicitura, Cajo è da Cicerone giudicato il più ingegnoso ed eloquente fra i latini[57]; e ne' pochissimi frammenti che ce ne rimangono, sentesi quel virile e posato, che invano si cerca fra l'incessante artifizio di Tullio e di Livio, nè più ricompare che in Giulio Cesare. A Lelio ed al suo amico Scipione Africano Minore la consuetudine coi Greci aveva scemata la scabrezza, non tolta.
E i Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all'eloquenza, insegnarono a formarsi una traccia con un tema unico, una divisione esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata invenzione. Più non bastò che l'eloquenza procedesse naturalmente, col corredo delle prove e coll'energia delle passioni, le quali istintivamente conoscono come avvincere l'attenzione, movere gli affetti, insinuarsi negli spiriti; ma si pretese l'oratore avesse «lingua snodata, sonora voce, buon petto», e lungo studio degli spedienti oratorj. Prima dunque d'avventurarsi al tremendo giudizio pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne' circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone declamò fin alla pretura, e vi tornò quando, già carico d'allori, le civili tempeste lo rimossero dal fôro; Irzio e Dolabella venivano da lui ad esercitarsi[58]; Pompeo, prima delle guerre civili, addestravasi a vincere colla parola, quasi presumendo che questa potesse ancora decidere dell'impero in mezzo a tante armi; vi si addestrò Marc'Antonio per rispondere a Cicerone; e ne fe grande studio Ottaviano Augusto durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorità in fatto di battaglie.
Memoria di ferro occorreva per ripetere le arringhe studiate, senza lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcuni che, nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini a nome, senza bisogno del servo rammentatore: narrano di un tale che, inteso recitar un poema, per celia accusò l'autore d'averlo a lui stesso rubato, e in prova lo ripetè da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata intera ad un'asta di mobili, e la sera nominò per ordine ciascun capo, coi difetti, il prezzo, i compratori: più tardi Marco Anneo Seneca ridiceva duemila parole sconnesse, nell'ordine che le aveva intese; e si valse di questa facoltà per raccorre i pezzi uditi negli esercizj di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterità in dieci libri di _Controversie_, di cui cinque soli e imperfetti ci rimangono e non si leggono.
Tra questi artifizj, ma non per essi giunse a maturità l'eloquenza con Marc'Antonio e Lucio Licinio Crasso verso la metà del VII secolo di Roma. Il primo, soprannominato l'Oratore e morto ne' tumulti mariani (pag. 58), studiò in Atene e Rodi, ma aveva l'arte di celar l'arte, tanto che si credeva trattasse impreparato le cause che aveva meditate con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica esperienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave, eppure ben provvisto di facezie e di lepidezze non scurrili.
Nella costituzione romana gli alti magistrati rimanevano inviolabili, ma prima di assumer la carica e appena deposta doveano rispondere a qualunque accusa loro fosse apposta. Tale indagine non era affidata ad alcun tribunale prestabilito; chicchessia poteva presentarsi come accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano l'esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica, assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido, e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda od all'esiglio. Cicerone, fra i mezzi d'acquistar gloria, colloca queste accuse giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, _massime_ se innocente. «Del difendere poi un reo (continua il moralista) non conviene farsi coscienza, giacchè il patrono segue il verosimile, anche quando paja meno appoggiato»[59]. Così dalla calunnia, pessima delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza; e l'avvocatura considerava mero esercizio di destrezza, per trionfare nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irreconciliabile nemico. Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo in queste prove giovanili, proruppe: — Ma che? dovrò io andar condannato perchè costui è eloquente?» Tanto è d'antica data la turpitudine vostra, o giornalisti.
Narrammo come Claudio Crasso esordisse egli pure dall'accusare Carbone, il quale si trovò così vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure il giovane per avidità di vittoria non dimenticò l'onestà, giacchè un servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone, egli senza aprirlo glielo rimandò.