Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 7
Pompeo secondava la crudeltà del dittatore per imitazione, ma tratto tratto ricompariva generoso. Minacciando egli sterminio agli abitanti di Imera infervorati di Mario, Steno, lor primo magistrato, gli dichiara: — È ingiusto il punire tutti per la colpa d'un solo. — Chi è quest'uno?» domandò Pompeo. — Io, che gli incitai contro di Silla», rispose Steno; e Pompeo gli perdonò. Semplice e frugale nei portamenti, magistrato integro in tempi di scapestrata corruttela, non intinto ne' ladronecci dei Sillani; indurito alle fatiche, bel parlatore, piacevole in tutti gli atti esterni, giusto qualora non fosse traviato da mali consigli e dai capricci d'una fazione, cui però non voleva parere di servire, nè sosteneva francamente il popolo, nè mettevasi ligio al senato, quasi bastasse l'essere Pompeo Magno. Studiosissimo dell'arte bellica, nel guidare un esercito in guerra regolare valse quant'altri; non così allorchè doveasi movere una nazione. Seppe tutte le arti d'acquistare la nominanza, meta de' mediocri; nelle imprese arrivava sempre a tempo di trarre a gloria propria i meriti degli altri capitani; in pace mille voci amiche o stipendiate lo sparnazzavano; per tali guise spianava la via al potere supremo; ma quando si trattasse di afferrarlo, non gli bastava vigore di calpestar la legalità che a mezzo avea violata, lasciavasi mettere il piede innanzi da quelli che seco avea portati in alto, e pascolavasi di fumo, immaginando posta negli onori la potenza, mentre gli emuli suoi sorpassavano alle apparenze per toccare la realtà.
Erasi testè acquistato merito calmando l'insurrezione di Lepido; seppe rattenere i soldati dagli eccessi a cui erano abituati di trascorrere dopo la vittoria; ma quando il console Catulo gli ordinò di congedarli, egli non se ne diede per inteso, e chiese d'essere destinato contro Sertorio. Questi erasi accresciuto d'un esercito, guidatogli da Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla Liguria; e stringeva d'assedio Laurona, ove udito che Pompeo vantavasi di prenderlo in mezzo, disse: — Allo scolaro di Silla dovrebbe esser noto che un buon generale guardasi più di dietro che davanti». In fatto Pompeo si trovò egli stesso circuito; vide la città presa e bruciata (77) per mortificare i vanti di lui; e ridotto agli estremi, dal senato supplicava uomini e denaro. Anche Metello Pio, che vi comandava un grande esercito, benchè vantasse trionfi, assumesse il titolo d'imperatore (76), e si facesse cantare dai poeti spagnuoli, fu costretto ritirarsi.
Coraggio, Sertorio! alle grandi ambizioni non voglionsi scrupoli: traverso alla Gallia e alle Alpi scendi in Italia, e vi sarai più terribile d'Annibale, perchè accolto dalla simpatia dei popoli per cui tu combatti.
Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava mai se non vincitrice, ricusò d'esaudirlo; e Mitradate, che allora appunto agguerriva l'Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr'egli in Asia recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio, che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della patria, rispose: — Cessi il cielo ch'io cresca in potenza a detrimento della repubblica. Egli s'abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i Romani non vogliono disputargli; ma nell'Asia Minore non gli assentirò un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».
Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e fuggiasco sulle coste dell'Atlantico, che farebbe presedendo al senato di Roma?» Pure ne coltivò l'amicizia, gli spedì il denaro e le galee; e Sertorio, colla detta riserva, l'ajutò d'un corpo di truppe. Bastò perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.
Men che nei Barbari, Sertorio metteva fiducia ne' Romani angolatisi seco: ma costoro erano un'accozzaglia di fuorusciti, pieni di vanti, che se anche nol tradivano, alienavangli i popoli colle vessazioni. Gli Spagnuoli accortisi che nè Mariani nè Sillani pensavano al loro meglio, ma soltanto ad acquistare primato in patria, inveleniti si rivoltarono contro Sertorio, il quale per punirli scannò o vendette i fanciulli raccolti in Osca. Era dunque perduta la sua popolarità; e Perpenna, uno de' suoi luogotenenti, che da lungo tempo lo invidiava, in una cena lo trucida (72), e va a consegnare l'esercito a Pompeo, insieme colle lettere che al generale scrivevano i suoi partigiani da Roma. Pompeo fa uccidere il traditore ed alcuni magistrati, e le carte getta al fuoco per non compromettere illustri cittadini: altri ebbero morte da' natìi, o misera vita e infame in Africa. La guardia spagnuola che aveva giurato non sopravivere a Sertorio, tutta si uccise: e la facilità onde la Spagna venne assoggettata non prova tanto i meriti di Pompeo, quanto quelli di Sertorio che era bastato e sostenerla dieci anni.
Pompeo menò un secondo trionfo, prima che l'età gli permettesse di entrare fra' senatori. I cavalieri ogni quinquennio comparivano alla rassegna davanti ai censori, come al tempo che questi limitavansi a visitare l'armadura ed il cavallo; e dopo che aveano esposto sotto chi e quanto avessero servito, erano rinviati con biasimo o con lode. Pompeo si presentò anch'esso in abito consolare e coi littori, e chiesto dal censore, — Hai tu militato, o Pompeo Magno, tutte le volte che la legge prescrive?» rispose: — Tutte, e sotto il comando di me medesimo». Gli applausi andarono a cielo, e i censori stessi col popolo l'accompagnarono a casa.
L'inumanità, come già la guerra dei servi, così produsse in Italia quella de' gladiatori. Mancò sempre ai Romani quell'armonico sentimento umano onde abbondavano i Greci; e mentre a questi, abbandonate le prische religioni sanguinarie, piaceva commoversi nei teatri alle regie miserie od alle ridicolaggini umane, esposte in una poesia maestosa od arguta; i Romani, versanti in continue battaglie, e fra lo spettacolo di re incatenati e di prigionieri uccisi, nel combattimento e nel sangue cercavano anche il diletto; l'inferocire delle belve aizzate, gli sforzi contro la morte imminente, i ruggiti feroci, l'ultima convulsione, porgevano uno spasso virile agli Scipj ed ai Catoni, poi anche alle loro donne.
Il circo che Romolo eresse presso al fôro, indica che tali giuochi risalgono alle origini della città: Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri, e capace di cencinquantamila persone, poi di censessantamila quando Cesare l'ebbe ampliato, infine di trecentomila allorchè Trajano il rifabbricò. Ben dieci se n'apersero poi in Roma, quadrilunghi finiti in semicircolo, divisi per lo lungo da un parapetto (_spina_), che ornavasi di statue ed obelischi[43], e terminava in colonnette (_metæ_), attorno alle quali volgeansi le corse.
Gli anfiteatri piegavansi in elissi, attorno al cui piano (_arena_) correvano sedili a gradinate pei magistrati e per le dignità (_podium_), indi pei cavalieri e il popolo. Ivi combatteano le fiere; e dopo conquistata la Macedonia, Metello vi condusse cencinquanta elefanti da guerra, che furono uccisi a frecciate; Silla e Scauro v'introdussero leoni e pantere; Pompeo, a tacere molte altre belve, espose quattrocento pantere e seicento leoni, di cui trecenquindici colle giubbe; Cesare esibì fin quattrocento leoni chiomati, fece combattere quaranta elefanti contro cinquecento pedoni, poi contro altrettanti cavalieri; e nel circo di Flaminio trentasei cocodrilli furono uccisi, dopo essersi azzuffati tra loro. Tanto ancora abbondavano sulla terra quelle razze ferine, che omai cedettero il posto all'estendentesi umana specie.
Crebbe cogl'imperatori cotesto lusso, ed uno può sorridere a tali follie e compatirle pensando alle nostre; ma profondamente si geme al vedere gli uomini spinti a lottar colle fiere o tra sè, per offrire spasso ad un popolo, il quale mai non conobbe la più dolce delle virtù. I sagrifìzj umani che Etruschi e Campani praticavano sulle tombe, saranno probabilmente passati in Roma insieme cogli altri: ma de' figli di Marte sembrò più degno il vedere la resistenza e la vittoria. Primi Marco e Decimo Bruto chiamarono gladiatori a combattere sul feretro del loro padre Giunio: i tre figli di Emilio Lepido augure ne fecero lottare undici coppie nel fôro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino, indi crebbero viepiù. Cesare ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano per cenventitre, offrendo duemila combattenti. Nè soli schiavi: e quando, sotto gl'imperatori, più era conculcata la dignità umana, Nerone fece pugnare un giorno nell'anfiteatro quattrocento senatori e cinquecento cavalieri; Comodo discese egli medesimo nell'arena. Invano Marc'Aurelio avea comandato di ottundere le armi; il popolo chiedeva sangue, e continuò ad inebbriarsi di quegli spettacoli, finchè un editto di Costantino, e più i rimproveri de' Cristiani e la pazienza eroica onde questi scendevano ad incontrarvi la morte per l'integrità delle loro credenze, posero fine a quegli atroci sollazzi. Voi che vi lagnate perchè i simboli della passione di Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v'abbiano quelli risparmiato.
Dacchè Roma se ne piacque, tali combattimenti diventarono un mestiere; e il vizio, la miseria, l'infamia, la guerra provvedeano quest'orribile merce; appositi maestri (_lanistæ_) insegnavano anche a liberi e cittadini il dar morte e riceverla in modo di divertire il popolo sovrano. Ma più che dell'erudito ferire, questo prendea diletto degli schiavi e de' prigionieri, condotti da paesi non ammolliti dalla civiltà, e che, nudi le gigantesche membra, lanciavano colpi, ove la ferocia suppliva alla maestria. Impresarj denarosi tenevano una folla d'uomini, pasciuti con apposito nutrimento[44] pel quale avessero più sangue da versar nell'arena, ed esercitati a quest'uso, che si obbligavano con tale formola: — Giuro soffrir la morte nel fuoco, nelle catene, sotto la sferza o la spada; e ad ogni volontà del padrone sottopormi, anima e corpo, da vero gladiatore». L'edile che doveva offrire spettacoli al popolo, il ricco che voleva attirarsene l'amicizia e l'ammirazione, dirigevasi all'appaltatore, comprandone o a tutto rischio, o soltanto, direi, a consumo. In questo caso procuravasi ne uscissero col minor danno possibile: ma chi volesse lode di generosità, gli esibiva all'intero arbitrio del popolo.
Gran varietà fra essi: v'era l'_essedario_ che combatteva in carro; v'era il _gallo_ (_mirmillo_) armato di coltello e scudo, e che portava per cimiero la figura di un pesce; v'era il _retiario_, che inseguiva il gallo finchè l'avesse accalappiato in una rete e trafitto col tridente, a guisa d'un mostro marino; v'erano i _bestiarj_, che s'azzuffavano colle fiere; v'erano gli _andabati_, che pugnavano a occhi bendati, chiamandosi e inseguendosi dietro alla voce, mentre il popolo schiattava dalle risa a quelle spade che ciecamente cercavano un uomo, il quale non potea schermirsi. Altre volte combatteansi dalle navi; e mentre nelle pugne vere i battelli stanno pronti a raccorre chi s'annega, in queste badavano a respinger dalla riva chi volesse afferrarla.
— Vi saranno regali gladiatorj; l'edile ricompenserà il popolo d'averlo eletto, coll'offrire cinquanta paja di accoltellantisi».
A questo annunzio tripudia il popolo romano, e dimenticando i fratelli che stanno morendo sotto il pugnale degli Spagnuoli o sotto alle macchine di Cartagine e di Corinto, dimenticando ch'ebbe fame jeri e che l'avrà domani, non appena è l'alba, affollasi nel circo; a miglior agio vi vengono i suoi patroni, ch'egli domina nel fôro e serve nelle case; poi le belle, che hanno consumato tre ore al pettinatojo per riparare ai danni dell'età e degli stravizzi; infine colui che dà i giuochi. Allora applausi a cielo: se ne compiaccia egli, chè la gratitudine del popolo il compenserà colla questura e il consolato.
Ma che tardano i gladiatori? in istrepito impaziente ondeggia l'aspettante adunanza. Ecco, finalmente compajono. Vedi robustezza di muscoli! vedi attitudine di membra! vedi maestria di pôse! Al popolo romano brilla il cuore pensando che la costoro vita dipende da un suo cenno.
Su via, al fatto. Cominciano con un battocchio di legno, facendo innocua prova di maestria nelle botte e nelle parate: presto dismessa l'_arma lusoria_, non dicevole alla maestà del popolo romano, brandiscono vere spade, gli animi infelloniscono, rinforzano i colpi, e il popolo con ansietà contempla le ferite, le lividure, il sangue. Sarebbe giudicato mal destro quel che ferisse l'avversario sulla testa in modo d'ucciderlo; è un diritto che il popolo riserva a sè: il popolo, che dintorno fa scommesse, vien fino a baruffe, applaudisce a chi muore compostamente, fischia a chi anela nell'agonia, si lagna di chi mostra morire mal volontieri, credesi ingiuriato da chi rifugge dal morire[45]. Quando dunque uno si sente rifinito, ritraendosi alza il dito in atto di chieder grazia agli spettatori. Si è egli comportato da prode nel conflitto? mostrò generoso disprezzo della morte? il popolo romano gli accorda la vita, perchè possa un'altra volta esporla a suo ricreamento. Se no, o se il popolo vuol conoscere fin dove spinga la costanza, se vuol divertirsi a numerare gli aneliti moribondi e i guizzi d'un corpo che si disanima nel vigore dell'età e nella pienezza della forza, chiude il pugno drizzando il pollice verso il combattente, grida _Recipe ferrum_, e il vincitore, obbedendo al cenno, lo scanna.
Trascinato coll'uncino allo _spoliario_, i lanisti terminano d'ucciderlo: qualche epilettico accorre a beverne il sangue zampillante, supposto rimedio alla terribile sua malattia; o se ne cerca il fegato per mediche prescrizioni[46]. Il vincitore ne toglie l'arme e gli abiti, ottiene una corona di lentischio e un ramo di palma, e talvolta la libertà; e l'applauso a lui e a chi provvide lo spettacolo è immortalità, come è morte la disapprovazione[47].
Deh, che società è codesta, dove in politica ci si offrono solo battaglie e sangue, e se ne torciamo, gli spassi ancora ci presentano battaglie e sangue! E questa a noi inesplicabile voluttà del sangue saziavasi in mezzo agli adornamenti della civiltà, sotto velarj di porpora ricamati d'oro che schermissero dal sole, fra statue ed obelischi e vasi profumanti, fra numerose sinfonie; tubi nascosti versavano sugli spettatori acque olezzanti che correggessero il tanfo del sangue e del sudore; bei giovani schiavi accorrevano a smover l'arena per coprire quello versato dal gladiatore; e là accanto v'era il postribolo per chi volesse acuir la ferocia colla lascivia, compagne frequenti.
Cicerone approva tali spettacoli, come proprj ad ispirare disprezzo della morte[48]; se Trasea Peto biasimava in senato l'eccessivo gusto per i giuochi circesi[49], Plinio loda Trajano d'aver dato spettacoli «ove nulla ricordava la mollezza e la viltà, nulla era fatto per infiacchire gli animi, ma tutto per eccitare in noi lo sprezzo della morte, il desiderio di nobili ferite, facendoci vedere sin negli schiavi e ne' condannati l'amor della gloria e il desiderio del vincere»[50].
I serragli di gladiatori erano inoltre un fondo di riserva pei faziosi, i quali aveano dove comprar bande avvezze al sangue, e stranie alla domestica o alla patria pietà. A Capua, principale emporio di questa merce, Lentulo Bariato ne manteneva buon numero. Spartaco, uno d'essi, trace di nascita, numida di stirpe, robusto e coraggioso se alcun n'era, e per dolcezza e senno superiore al suo stato, eletto a dare spettacolo di sè nell'arena (73), disse ai consorti: — Giacchè s'ha da combattere, chè non combattiamo piuttosto contro de' nostri oppressori?» Ducento s'accordano con esso, atterrano i custodi, tolgono spiedi e coltelli alla bottega d'un vendarrosto, e fuggono sul Vesuvio; la fama se ne diffonde, e il desiderio d'imitarli; altri rompendo gli ergastoli, vi s'uniscono, tutta gente fiera e scurante della morte. Le milizie spedite addosso a loro sono sconfitte, sconfitti due pretori romani.
Cresciuto a diecimila, Spartaco traversa l'Italia e penetra nella Gallia Cisalpina, patria della maggior parte de' suoi seguaci. Colà ed oltr'Alpi meditava egli piantarsi; ma alcuni, ingordi di saccheggiar Roma, si staccano dal grosso per seguitare un Cuixo, e sono battuti dal console Lucio Gellio. All'annunzio di questa rotta, Spartaco riviene sui proprj passi (72), pettoreggia e sconfigge il console Cornelio Lentulo che lo inseguiva, poi anche Gellio. Inorgoglito dal vedere le invitte legioni e i due capi di Roma fuggir dinanzi a sè schiavo vilipeso, ordina non si dia quartiere a verun Romano; con ventimila uomini devasta la penisola: e accampatosi nella Lucania, v'aduna magazzini pel crescente esercito e medita accostarsi al mare, onde da un lato dar mano ai corsari che aveano formato tra l'acque una nuova Cartagine, dall'altro ridestare in Sicilia la guerra servile.
Licinio Crasso, principale sostegno delle vittorie di Silla, spedito dal senato a codiare Spartaco, conosce sì urgente il pericolo, che domanda si richiamino Pompeo dalla Spagna, Lucullo dall'Asia. Memmio suo luogotenente con due legioni erasi lasciato sconfiggere da Spartaco: ma Crasso accorso con dieci altre, decima cinquecento legionarj che eransi ritirati a fronte de' rivoltosi, distrugge diecimila di questi, e racchiude lo stesso Spartaco in una penisola presso Reggio mentre avviavasi per la Sicilia. Spartaco fa scannare un prigioniero e mostrandolo a' suoi: — Ecco qual sorte v'attende se non resistete»; poi col favore d'una notte turbinosa scivola traverso alle squadre romane, e medita difilarsi su Roma. Ma Crasso lo raggiunge (71) presso il Silaro, lo batte, uccidendo dodicimila trecento insorgenti, tutti feriti davanti, eccetto due soli. Avrebbe il gladiatore voluto trarre gli avanzi nei monti, rifugio delle sommosse e della libertà; ma essi, imbaldanziti da un leggero vantaggio, gl'imposero di attaccar Crasso. Prima della mischia, Spartaco ammazzò il proprio cavallo dicendo: — Se vinco, non me ne mancherà; se vinto, non mi bisognerà». E fu vinto dopo prodigi di valore; quarantamila de' suoi morsero la polvere; egli ferito combattè a ginocchio, prostrando chiunque se gli accostava, sinchè trafitto da mille dardi cadde s'un mucchio di cadaveri.
Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli fraudasse il merito a Crasso; e come s'un trofeo piantato ne' Pirenei avea scritto d'avere dall'Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi, io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti fautori suoi, lo faceva proclamare come l'unico capace di salvar la patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d'esercito qual recano sgomento agli amatori della libertà!
Crasso invece, cui veramente competeva il merito di quella vittoria, a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la decima parte de' suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l'esercito vincitore di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega, nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl'incensi; Crasso col farglisi incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.
Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l'uomo di Roma; nè ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa. La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a' pirati; ed un'accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici, Isaurici, altri fuggiaschi dell'Asia superiore parea congiurasse a vendicare sopra l'Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s'accolsero molti di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.
Quando le provincie erano malcontente dell'Italia, l'Italia disgustata di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi, vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi un vanto d'andare in corso, la maschera politica togliendo vergogna alla bassezza e al delitto. E s'imbellivano di parer generosi, come quelli fantasticati da Byron. Una banda s'accostò alla villa dove Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s'accinse a difendersi: ma i capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione era il veder davvicino il grand'uomo; e introdotti presso di lui, si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo non tanto onorare il grand'uomo, quanto rinfacciare l'ingratitudine di Roma per esso.
I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori e piloti; d'ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con poppe d'oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo (77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l'Italia stessa molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V'era qualche catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed affogarsi.
Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome d'Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc'Antonio, figlio dell'oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli (70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle catene ch'egli aveva predestinate ai corsari.
Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d'anello fra' suoi nemici dall'Atlantide alla Meotide, e interrompendo le comunicazioni coll'Africa, potevano affamare l'Italia, che ormai vivea solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto propose che, all'uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.