Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 6

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Espiare con nuove crudeltà le passate! Il dì seguente si videro affisse tavole coi nomi di quaranta primarj senatori e milleseicento cavalieri, devoti al ferro di chi primo gl'incontrasse: ogni assassino riceveva due talenti, fosse pure uno schiavo uccisor del padrone, o un figlio uccisor del padre: confiscati i beni, dichiarati infami i figliuoli sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvasse il fratello, il figlio, il padre proscritto. Al domani ducentoventi altri furono scritti sulle tavole, altrettanti il giorno appresso; i tempj non assicuravano da sicarj e dai particolari nemici; e l'avidità ajutò la vendetta, atrocissima e senza scopo. Case, terme, orti, quadri, lauta eredità, bella donna erano il delitto dei più. Uno, incontrando sulle tavole il proprio nome, — Me misero! (esclama) il fondo Albano mi perseguita»; va pochi passi ed è trucidato. Lucio Catilina, senatore che ci darà molto a dire, aveva ucciso il fratello per sottentrargli all'eredità: per iscagionarsene il fa da Silla portar nelle tavole, ed in compenso gli reca altre teste, e consegna Marco Graditano parente di Mario, vergheggiandolo per le vie di Roma fin al sepolcro della gente Lutazia per farne espiazione a Catulo ucciso da Mario: quivi mozzategli mani, orecchie, lingua, e pestegli le ossa, gli tagliò la testa, e dal Gianicolo portolla sanguinante fin alla porta Carmentale ove Silla sedeva. Vedendo Marco Pletorio per compassione svenire, lui pure decollò, e avuto il premio, andò a tergersi le mani nella pila dell'acqua lustrale all'ingresso del tempio d'Esculapio. Le ossa di Mario furono sturbate e gettate nell'Anio.

Tutto ciò faceasi a titolo di rigenerare la repubblica e i costumi col sangue: e dopo uccise novemila persone, fra cui novanta senatori, quindici consolari, duemila seicento cavalieri, Silla dichiarò aver proscritto quei soli de' cui nomi s'era ricordato; agli altri verrebbe la loro volta. Cajo Metello dissegli dunque in senato: — Noi non intercediamo a favore di quelli che tu pensi uccidere, ma ti supplichiamo di togliere dall'incertezza quelli che vuoi salvare»; e avendo Silla freddamente risposto non aver risolto ancora a chi far grazia, Metello soggiunse, — Nomina almeno quelli che non intendi uccidere», e Silla, — Lo farò».

Parte dell'insana vendetta cadde sulle città italiane chiaritesi contro di lui; quali smantellate, quali multate esorbitantemente, di quali proscritti tutti gli abitanti. A Preneste dodicimila Italiani erano periti; altri a Norba incendiata; Populonia restò distrutta. Volterra, forte sul suo monte scosceso e per le mura ciclopiche, diè rifugio a molti proscritti e a veterani etruschi, sostenne l'assedio due anni, alfine capitolò onorevolmente, e il vincitore non osò toglierle il diritto di cittadinanza. Il resto dell'Etruria, immune fin allora da colonie, rimase preda degli avidi soldati. A Spoleto, Interamna, Fiesole furono confiscati tutti i beni; e per emulare Fiesole, piantossi in val d'Arno una nuova città, la quale, dal nome arcano di Roma, fu chiamata Florenzia. Contro il Sannio principalmente, perchè più bellicoso, s'accannì Silla; diroccava le fortezze, demoliva tempj e case, ripetendo che Roma non sarebbe sicura finchè i Sanniti non cessassero d'esser nazione: e l'ottenne, poichè il fiorente paese non offrì in breve che squallore e ruine, e quel popolo dimenticò tutto, fin l'odio contro i Romani. Silla e sua moglie Metella arricchirono assai delle spoglie di tanti uccisi; n'arricchì Crasso, n'arricchirono molti suoi ligi; e un Crisogono suo liberto per duemila sesterzj ebbe le sostanze di Roscio, che ne valeano sei milioni.

Sgomentati i Romani con tanti supplizj, Silla si ritirò in campagna, commettendo al senato di eleggere un interrè. Fu scelto Valerio Flacco creatura di lui, il quale propose di affidare a Silla la dittatura, onnipotenza da cenvent'anni dimenticata. E il tremante senato lo acclamò dittatore, col diritto di vita e morte anche senza giudizj, di far leggi, di confiscar beni e spartirli, edificare o distruggere città e colonie, dare e toglier regni; s'avrebbe per rato ogni atto di lui presente e futuro; e tale podestà durerebbe finchè la repubblica fosse costituita, cioè finchè a lui piacesse. Nel fôro, dove sanguinavano ancora i teschi di tanti illustri cittadini, gli alzò una statua equestre, per tal modo solennizzando come il trionfo di Roma sopra Italia, così quello de' nobili sopra i ricchi.

Nè, come nelle leggi agrarie, cambiavansi soltanto i campi pubblici, ma possessioni private erano tolte ai legittimi padroni onde rimunerare i soldati. I quali soldati più non erano cittadini che, al bisogno, abbandonassero la campagna per l'armi; e quando si trattava non della difesa della patria, ma delle ambizioni d'un generale, l'avventurar la vita in lontane spedizioni non era più dovere di cittadino, e tanto meno il combattere contro altri cittadini. Fu dunque duopo allettarli con largizioni. E già, dopo conquisa Cartagine, il senato ai veterani d'Africa e Spagna avea distribuito due jugeri di terra per ogni anno di servizio; primo saggio di colonie militari. Col promettere altrettanto avea Silla cercato fautori, e con ciò si era messo nella necessità di sterminare i prischi possidenti. Le immense fortune che aveano accumulate i cavalieri collo smungere le provincie, andarono preda di combattenti di ventura o di senatori, che gli uni colla spada, gli altri coll'intrigo sostennero le ridestate pretensioni dell'aristocrazia. Se non bastava che intere città perissero per sempre, nella campagna fu sterminato quel che restava di libera popolazione, onde distribuire i beni a centoventimila soldati.

In dieci anni di guerra accannita, cencinquantamila Romani erano periti di spada, forse altrettanti Italiani: nè v'era cittaduola che non avesse patito ruine e strazj. Roma erasi assicurato il primato in Italia, e a tutte dava le sue leggi, la sua lingua, i suoi magistrati; ma al mancare di tanti centri di particolare civiltà, doveva affluire a Roma un gentame povero, turbolento, che ai comizj si stivava non per dare il voto al più degno, ma per venderlo al più danaroso.

Ch'è peggio, restò dato l'esempio d'un generale, che col solo diritto del più forte sovvertiva le leggi della patria. Perocchè allora, in incontrastato dominio, Silla professò voler ripristinare la repubblica antica, sodare le prische leggi, e prevenire nuove scosse; e nei due anni di dittatura rintegrò il predominio del Governo, a scapito di ciò che la plebe aveva in tanti secoli acquistato, volendo riformare col tornar indietro, e credendo che l'aristocrazia, che Roma bastassero a sorreggere un edifizio sempre più gigantesco. Al senato, decimato dalla guerra e dalle proscrizioni, trecento membri aggiunse; e perchè restasse cardine dello Stato, gli restituì i giudizj e la discussione delle leggi e l'elezioni de' pontefici. Ai tribuni tolse la facoltà legislativa col ridurre a nulla i comizj per tribù, e vietò che parlassero nè pro nè contro la legge proposta; fece anche meno ambita quella magistratura coll'ordinare che chi l'avea coperta non potesse ad altra aspirare. De' cavalieri, di cui non trovava traccia nell'antica costituzione, e che da mezzo secolo ringrandivano, non tenne verun conto. Soppresse la censura, come istituzione recente, che mettea freno al senato. Per evitare i brogli e le continue agitazioni elettorali, prefisse condizioni di eleggibilità alle primarie magistrature; e stabilì a otto i pretori, a venti i questori; non salga alla pretura chi non fu questore, e solo per la pretura si arriva al consolato. Chiunque attentasse all'onore e alla sicurezza dell'impero, violasse il veto d'un tribuno, o arrestasse un magistrato nell'esercizio delle sue funzioni, e così il magistrato che in queste trascendesse, era punito coll'interdizione dell'acqua e del fuoco.

Ma il ripristinare l'aristocrazia sentiva troppo difficile dacchè n'erano perite la frugalità e la modestia, e invano vi opponeva severe leggi penali, massime per restringere gli arbitrj e le esazioni de' governatori nelle provincie; e pene contro i falsarj, i parricidi, gli assassini, i falsi testimonj, l'abuso del divorzio, gli eccessi del lusso. Ai Latini e alla più parte delle città italiche negò l'agognato diritto di cittadinanza, mentre, per riparare ai tanti periti nelle guerre civili, o piuttosto per mettersi attorno gente devota, ed equilibrare i tanti ammessi nelle tribù, conferì la libertà e la cittadinanza a diecimila schiavi, che tutti portarono il suo cognome di Cornelj: di modo che egli oligarco, non meno de' democratici Mariani, estendeva la città.

Anche alla religione provvide: riedificò più pomposo il Giove Capitolino, arso nella guerra civile; ed essendo in quell'occasione andati in cenere i Libri Sibillini, mandò nelle città d'Eritrea, di Samo, d'Ilio a raccorne frammenti, di cui formò una nuova compilazione, affidata a quindici personaggi.

Le sue riforme, quali si fossero, conveniva seguirle. Trovando un giorno qualche opposizione, narrò questa parabola: — Un villano, sentendosi molestato dal fastidio, cavossi la giubba, e uccise le bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della prima volta; finalmente, sentendosi prudere ancora, le gettò colla veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofella, raccomandato da importanti servizj resigli, osò contraddirgli; ed egli dal suo tribunale ordinò ad un centurione d'andare a mozzargli la testa. Di fatto non era egli dittatore, eletto dal popolo e dal senato nelle forme legali? come tale, non era arbitro della roba e della vita? Mario s'appassionava per impeti, e avventavasi sul nemico come il mastino provocato: Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.

Poi, quasi insultando alla Provvidenza rimuneratrice, s'intitolò Felice; e natigli due gemelli, li nominò Fausto e Fausta; indi, per ultimo spregio all'umanità conculcata, abdicò la dittatura, (79) e da privato visse in mezzo a un popolo ch'egli avea decimato.

Ne faremo anche noi le maraviglie come d'un atto di coraggio?

Nel senato aveva nicchiate trecento creature sue: in Roma accasati diecimila schiavi, per una sola parola mutati in cittadini: per Italia erano sparsi cenventimila veterani, da lui guidati prima alla vittoria, poi resi possessori, e interessati a conservare una vita da cui dipendeva ogni ben loro: la popolaglia giaceva sgomentata o avvezza al giogo. Di che dovea egli dunque temere? e fu mera scena quando, raccolto il popolo, disse: — Romani, l'autorità che m'avete conferita senza limiti, ecco ve la restituisco, e lascio vi governiate colle vostre leggi ordinarie. È fra voi chi voglia conto della mia amministrazione? glielo renderò». E congedati i littori, passeggiò come semplice cittadino, senza che alcuno osasse fargli ingiuria. Solo un garzone gli disse villania, alla quale egli esclamò: — Questo scapato farà che d'or innanzi nessuno più si spogli della dittatura».

Nel ritiro, diviso fra lo studio e le voluttà, compilò un codice per gli abitanti di Pozzuoli; ed egli, riformator de' costumi, promulgatore di leggi suntuarie, con Roscio comico, con Sorice buffone, con Metrobio che faceva da donna nelle commedie, consumava i giorni e le notti a sbevazzare, a consultar indovini, a celebrare i riti frigj, e peggio. Gli si risvegliavano tratto tratto l'indole feroce e la voglia di mostrare che aveva abdicato sol d'apparenza; e tardando Granio questore a rendere i conti, lo fece appiccare accanto al suo letto. Continuava intanto a scrivere le proprie memorie, e l'ultimo giorno (78) vi notò: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio morto testè, che mi stendea la mano, e mostrandomi Metella sua madre, esortavami a lasciare una volta le brighe, e andar con loro a riposarmi in eterno. Io finisco i miei giorni come i Caldei hanno predetto, annunziandomi che avrei sorpassata l'invidia colla gloria, e morrei nel fiore della prosperità».

Strana sicurezza di coscienza di chi s'era satollato di sangue! mirabile fermezza in chi era consunto da' pidocchi! tutto inesplicabile per chi crede che ogni cosa finisca col sepolcro.

Vincitore di Mitradate, aveva egli menato per due giorni un trionfo, in cui si portarono quindicimila libbre d'oro e centoquindicimila d'argento, rubate alla Grecia e all'Asia; altre tredicimila d'oro e settemila d'argento, salvate da Mario nell'incendio del Campidoglio e ricuperate a Preneste: ed istituì giuochi tanto pomposi, da restarne deserti quelli d'Olimpia. Di nuovo trionfo ebbero aspetto i funerali: sopra magnifico feretro, portato da quattro senatori, con attorno i collegi de' sacerdoti e le Vestali, e dietro il senato e i magistrati colle insegne di lor dignità, quindi i cavalieri e i veterani suoi, tragittò da Cuma a Roma, in mezzo a lodi cantategli a muta, a piagnucolamenti e omei e profumi, a corone d'oro spedite dalle città, dalle legioni, dagli ammiratori; e fu sepolto nel campo Marzio, come gli antichi re, di cui non gli era mancato che il nome. Il sepolcro volle chiudesse non il corpo ma le ceneri sue, e vi si scrivesse: — Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere, o da amico nel beneficare».

Ricco d'insigni qualità, uom della guerra e della pace, della sommossa e del consiglio, suo deliberato proposito fu il ripristinamento dell'aristocrazia: ma vivo ancora, egli vide antiquarsi molte sue leggi; appena terminate le esequie, l'edifizio suo civile andò a fascio, la vita politica da lui compressa risorse colle sue lotte, e scompose l'unità che la sua mano di ferro avea ricondotta. Vôlto sempre al passato, non avea tenuto conto dei tanti elementi nuovi, insinuatisi nella costituzione; agli schiavi non provvide; gli Italiani volle tener servi; al popolo tolse la podestà legislativa. Col trasferire questa ai comizj centuriati, avea creduto favorire i patrizj: ma chi erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa, superba di quell'aristocrazia del denaro che è la meno salda, attesochè la mobilità di quell'elemento non lasci assodarsi l'opinione. Non avea scorto la necessità d'un elemento intermedio, che coll'equilibrio potesse mantenere la pace; nè conobbe la via d'istituirlo, la libera industria.

I soldati, cui egli avea appreso a diventar ricchi colla spada e a sostenere i generali contro la patria, crebbero il numero di coloro che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante famiglie impoverite tardava di sommovere lo Stato, per rifarsi delle perdite sofferte. Le immense ricchezze affluite dall'Asia invogliavano di tornare a succhiarla coi governi o a predarla colle armi. Giovani arditi e di fortuna, come erano Lucullo, Crasso, Pompeo, Cesare, alzavano le ambizioni, dacchè l'esempio del dittatore gli avea chiariti che Roma era capace di sopportare un padrone.

CAPITOLO XXII.

Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo.

Gagliarda riscossa del passato contro l'avvenire, della politica d'isolamento contro quella d'espansione, la riforma di Silla fu abile, non opportuna, nè quindi durevole, se non in quanto la sosteneano gl'interessi che implicava, e quello sgomento delle rivoluzioni, ch'è il più possente ausiliario delle riazioni.

Appena egli chiuse gli occhi, (78) il console Emilio Lepido, fedele alle tradizioni de' Gracchi, tenta abrogar le leggi del dittatore, far restituire agli Italiani i campi confiscati, e rialzare il partito italico. Ma egli sapeva sommuovere non dirigere: il senato, deplorando che si scompigliasse la pace così faticosamente restituita dal dittatore, gli oppone gli schiavi liberati, i guerrieri, il fervore di Lutazio Catulo suo collega, onesto e leale partigiano dell'aristocrazia. Sentendosi soccombere in città, Lepido si ricovera a Volterra, nido de' proscritti; fra la turba che in Etruria, balzata dal servaggio alla libertà sprovveduta, era malcontenta degli aristocratici come de' popolani, molti arruola, e con essi e coi veterani di Silla si presenta a Roma a chiedere la conferma del consolato, e l'abolizione delle leggi Sillane. Il momento meno opportuno a ridestare una rivoluzione è quando essa fu appena soffogata. Degl'Italiani i prodi erano morti, i capi erano divenuti romani, sicchè Lepido non fu che mediocremente sostenuto; vôlto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo, passa nella Sardegna, e meditava trasportare la guerra in Sicilia; se non che morendo sciolse gli aristocratici dal timore. Anche Giunio Bruto, che secondandolo aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa italica, fu preso in Modena da Pompeo, e in onta delle convenzioni decapitato; talchè i Sillani si poterono lusingare d'essersi assicurato i possedimenti e i privilegi, e non abusarono della vittoria.

Mancavano però di chi sapesse capitanarli, intanto che la parte di Mario rigalleggiava nella Spagna per opera di Quinto Sertorio, il quale destramente vi annestò la causa dell'italica indipendenza. Nato plebeo (121) a Nurzia ne' Sabini, educato attentamente dalla madre, cui ripagò con indelebile affetto, egli cominciò come tutti i giovani patrocinando cause, poi combattendo; nel campo de' Cimri ardì entrare come esploratore, e per l'ardir suo si fece prediligere da Mario; campeggiò con gran lode nella Spagna; poi questore nella guerra degli Alleati, perdette un occhio, e venne accolto con sonori applausi nel teatro di Roma. Fra il parteggiare cittadino favorì i Mariani, e vedendoli chinare, tornò in Ispagna onde disporvi un rifugio agli amici; e perchè alcuni l'appuntavano d'avere a denaro comprato il libero passaggio dagli Alpigiani, rispose: — Non è mai pagato caro il tempo da chi medita disegni grandiosi».

La Spagna erasi sottomessa, non indocilita al giogo, e tratto tratto lo scoteva sanguinosamente. Il console Tito Didio compresse barbaramente i Celtibéri, (98) e insospettito de' natìi che poco prima erano stati in colonia menati a Colenda, promise collocarli sopra altre terre; ma quando gli ebbe colle famiglie nel suo campo, li fece scannare, e Roma approvò la slealtà. Invocato dai Lusitani, Sertorio con ottomila uomini respinse successivamente sei generali sillani, e ingrossatosi coi malcontenti e coi popoli desiderosi di libertà, costituì nella Lusitania una repubblica; dagli Italiani rifuggiti al suo campo, sceglieva i migliori per consiglio suo e per magistrati, e paragonando il fermo e indipendente suo senato al romano servile a Silla, diceva: — Roma non è più a Roma, ma dove son io». Pretensione consueta ai fuorusciti.

Scarco delle basse passioni dei demagoghi, nè voluttà nè paura nè vendetta lo trascinavano od ammollivano; lauto nel ricompensare, ponderato al punire, eroe al combattere; cinto di splendidissime armi, assediava gli assediatori, recideva le marcie al nemico, ne molestava gli accampamenti, e talora vi si presentava provocando a duello il generale, talora gli attraversava mascherato. Nessuno Spagnuolo conosceva meglio di lui ogni tragetto, ogni scenderello; niun cacciatore lo vinceva nel correre le montagne; niun capitano sapea meglio appropriare la tattica al terreno ed al nemico, evitare gli scontri inopportuni, seguire l'avversario, indurlo nell'imboscata; con un pugno di prodi tenere in bilico gli eserciti, finchè li traesse in luogo dove alla grave e stabile legione mancassero acque, viveri, liberi movimenti. Sono le arti con cui, anche a' nostri giorni, la Spagna diede l'esempio del come possano resistere gl'insorgenti ad eserciti ordinati, e vincere colle squadriglie i vincitori dei re.

Gli Spagnuoli conciliavasi Sertorio colla dolcezza, coll'esimerli dagli alloggi, col far giustizia, fornendoli di belle divise e denari, vestendo, parlando, credendo com'essi. Ad Osca (_Huesca_) radunò i figli de' principali, preziosi ostaggi e futuri legami tra la civiltà romana e l'ibera, mentre i loro genitori godevano di vederli raffinarsi nelle arti ingenue. Manteneva rigorosissima la disciplina; e saputo che una Spagnuola aveva cavato gli occhi a un soldato che tentava farle violenza, e che la coorte di lui pretendeva vendicarlo e ne imitava la brutalità, Sertorio condannò tutta questa a morte, solenne lezione agli altri. Spacciò d'avere scoperto le ossa del libico Anteo, alto sessanta cubiti; e ricevuto da Diana una cerva, dalla quale si facea rivelare ciò che sapeva da buone spie, e suggerir ciò che la sua prudenza avea conosciuto conveniente. Altre volte colle parabole colpiva le menti vulgari: e volendo persuadere che la guerra a spizzico val meglio che l'arrisicar ogni cosa in giusta battaglia, ad un soldato de' più robusti ordinò strappasse la coda ad un generoso puledro; e come quegli vi si fu affaticato indarno, da un debole vecchio gliela fece crine a crine svellere tutta; e ne conchiuse che col persistere si riesce meglio che colla violenza.

Silla portò nel sepolcro il dispiacere di non aver potuto dissipare quel ricovero di suoi nemici, al quale teneano l'occhio i malcontenti che da tutte parti sorgevano contro Roma; imperciocchè l'Asia tornava a strillare dalle concussioni de' senatori, che, fatti arbitri de' giudizj e sicuri d'impunità, malmenavano le provincie; pirati infestavano le coste; gli schiavi faceano sonare tremendamente le loro catene. A frangenti tali doveva opporsi il senato, rifuso pur testè da Silla, e gradito al popolo come un'amministrazione civile che succede alla prepotenza militare. Non erano più quei nomi illustri per tradizione: ma sebbene traforatisi in quel consesso per via di bassezze, s'investivano dello spirito di esso, adottavano quell'altero patriotismo ch'era tirannide fuori, dignità dentro, e che pretendeva dovesse il mondo chinarsi ai cenni di Roma. Ma dacchè la violenza militare avea preso campo, l'autorità civile doveva cercare appoggio in qualche guerriero che volesse accettarne i consigli; e tale parve Gneo Pompeo.

Il costui padre, buon capitano, per l'ingordigia divenne odioso ai soldati, che fecero giura per ucciderlo: l'accorta pietà del figlio lo campò, ma non potè impedire che, morto, gli sdegnati ne malmenassero il cadavere. Da padre esoso venne l'idolo del popolo romano [Sidenote: n. 106]. Silla lo blandì come buono in guerra e opportuno ad attirargli fautori, senza mettergli ombra; e giovanissimo gli consentì il titolo d'imperatore: ma quando, spedito contro i Mariani in Africa, uccise Domizio Enobarbo e fece prigione il numida re Jarba, il vecchio Silla ne ingelosì, e gli ordinò che tornasse. Pompeo obbedì senza esitare; di che il dittatore si chiamò così soddisfatto, che gli conferì il titolo di Magno. Si opponeva però al trionfo di lui; ma avendogli Pompeo ricordato che «al sole nascente guardasi più che all'occidente», Silla si piacque di quella franchezza, ed esclamò — Trionfi, trionfi».