Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 5

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I consoli trincerati sul monte Albano erano poco atti alla difesa: Pompeo Strabone, richiamato dalla guerra che faceva agl'insorti in riva all'Adriatico, operò così in tentenno, che si dubitò mirasse a lasciar disanguarsi le due parti onde erigere se stesso; poi morì dell'epidemia allora sviluppatasi. Fu dunque spedito ordine a Metello Numidico, che alla meglio terminasse la guerra contro i non ancora domi Sanniti, e venisse. Ma quando stava per istipulare, Mario propose ai Sanniti più larghe condizioni, talchè s'avventarono di nuovo nell'armi, e Metello dovè tornare senza esercito.

Crescevano le diserzioni dalle file senatorie; e Mario, prese o avute le città marittime ed Ostia, bloccò Roma, che estenuata da fame, contagi, sollevamenti di schiavi, dovette rendersi. Cinna non volle entrare prima d'essere riconosciuto novamente console. Mario s'arrestò alla porta, dicendo: — Non s'addice a me misero proscritto il penetrarvi»; ma non ancora tutte le tribù aveano votato il suo richiamo, ch'egli fu dentro, ordinando a una scorta di schiavi uccidessero tutti quelli cui rendeva il saluto.

Allora cominciò orrido macello, quasi una vendetta de' ragunaticci Italioti contro di Roma. Ottavio console e i senatori di miglior fama furono trucidati: Catulo, reo d'aver avuto merito principale alla vittoria sui Cimri, coll'avvelenarsi tolse all'invidioso Mario la voluttà d'ucciderlo: Cornelio Merula console e flamine di Giove, nel tempio deposte le sacre bende e seduto sulla cattedra pontificale, si fece aprir le vene, e spruzzandone gli altari con tremende imprecazioni, morì. L'oratore Marc'Antonio, meraviglia del suo tempo, riparò alla villa d'un fedele amico, il quale, lieto di tanto ospite, mandò il servo alla bettola pel miglior vino: quest'imprudente non tacque all'ostiere chi fosse ricoverato dal padrone, e l'ostiere il denunziò: e i satelliti di Mario, benchè un istante rattenuti dall'eloquenza e dalla maestà di lui, lo decollarono. Mario abbracciò il manigoldo che gli portò quella testa, e la fece esporre sui rostri, ove tanti anni avea difeso il giusto, e dove poco dipoi doveva sospendersi quella d'un altro sommo oratore. Sovra i padroni gli schiavi sfogavano le covate vendette: solo quelli di Cornuto lo trafugarono in villa, impiccando in sua vece e insultando un cadavere. I generali posero fine alle stragi: pure la banda etrusca di Mario ogni giorno usciva dal campo a saccheggiare e uccidere, poi tornava a prendervi riposo; finchè Sertorio con un branco di Galli la tagliò a pezzi.

Altri schiavi da Mario arrolati tumultuavano pel tardare de' soldi promessi da Cinna; e Mario li fece raccogliere nel fôro, e quivi a migliaja trucidare. Inebbriato di sangue, console per la settima volta com'eragli stato predetto, tentò invano tuffare nel vino i rimorsi e l'invidia contro Silla, cui s'apparecchiava a combattere quando breve malattia il trasse settagenario alla tomba. (86) Mario suo figlio, sottentratogli nel potere, fa scannare quanti senatori fossero a Roma, e nominar console Valerio Flacco sua creatura, il quale si ingrazianisce il popolo col ridurre i debiti a un quarto. Sostenuto dai cittadini nuovi, che divisi fra le trentacinque tribù prevaleano agli antichi e al senato, Cinna, neppur convocati i comizj, dichiarossi console per la terza volta di seguito (85) con Papirio Carbone, e distribuì le cariche cui volle: ma egli medesimo era dominato dalla ciurmaglia che avea preso gusto al sangue, e che al fine ad Ancona lo trucidò. (84)

In questi miseri dissidj struggevasi Roma, mentre all'esterno la minacciava gravissimo pericolo, contro cui stava il proscritto Silla. Questi, sapendo gl'Italiani propensi a Mario, risolve imbarcarsi per l'Asia, onde rendersi devote le legioni col vincere. Va, e come tant'altri ambiziosi, s'appoggia affatto sugli armati; gli abitua a considerarsi del tale o tal capitano, non della repubblica; poi col movere l'esercito contro la patria, spiana la via per cui cammineranno Cesare, Antonio, Augusto, traverso a guerre civili, dove si combatterà non per assicurarsi liberi, ma per darsi un padrone.

Tra i paesi dell'Asia anteriore, sottrattisi alla Persia al tempo d'Alessandro Magno e de' successori suoi, s'avvicendavano guerre e intrighi, e or prevaleva un regno or l'altro, e infine quello del Ponto, il quale traeva nome dal Ponto Eusino che faceagli confine a settentrione, mentre a mezzodì lo chiudeva la piccola Armenia; la Colchide e il fiume Alis dagli altri lati. I Mitradati che lo dominavano, e che di là stendeano la signoria sull'Eusino, stettero ora in guerra ora in alleanza coi Romani, finchè cinse le regie bende Mitradate VII Eupatore, (123) al quale la posterità conserva il nome di grande, sebbene la mancanza di storici nazionali e la superba noncuranza degli stranieri ci riduca soltanto a indovinare la vastità de' suoi divisamenti. Salito al trono di dodici anni, alla orientale fece morire sua madre e i più prossimi parenti; educò il corpo e l'anima all'operosità; sposò la sorella Laodice, che poi condannò a morte come traditrice; e girando l'Asia, studiando costumi, leggi, uomini, formò il proposito di soggettarsela, proclamandosi liberatore contro la tirannide de' Romani, e deliberato di riuscire senza badare per quali mezzi. Già, oltre il Ponto, aveva ereditato la Frigia (93) e pretensioni sui paesi contigui: la Paflagonia occupò, a malgrado dei Romani: la Cappadocia soggiogò, di propria mano scannando il nipote competitore.

Nicomede II re di Bitinia, adombrato degl'incrementi del vicino, mandò a richiamarsene al senato di Roma, il quale decretò indipendenti la Paflagonia e la Cappadocia, (91) destinandovi dei re suoi ligi, e spedì Silla in aspetto d'ambasciatore, per conoscere e sventare i disegni di Mitradate. Ma questi ruppe a guerra, sconfisse i Bitinj e il nuovo re Nicomede III, costrinse i Romani a sgombrare la Frigia, la Misia, l'Asia propria, e tutti i paesi che aveano o sottomessi o amicati sino alla Jonia, e rimandò liberi quanti avea fatti prigionieri. Gli abitanti di Laodicea tradirongli Quinto Appio governatore della Pamfilia, che fu a lui condotto in catene, preceduto per ischerno dai littori e dalle altre onoranze del suo grado. I Lesbj gli menarono Manio Aquilio, che come sommovitore della Cappadocia, egli fece legare piede a piede a un pubblico malfattore, sopra un asino tradurre a Pergamo, ed ivi colargli in bocca dell'oro, a raffaccio della sua ingordigia.

Da questo vizio era fatta esecrabile la dominazione dei Romani. Nella stessa metropoli tutto vendevasi, e il traffico de' voti si compiva così sfacciatamente, che non eccitava vergogna ma celie. Silla pretore, insultato da Strabone Cesare, gl'intima, — Userò contro te i poteri della mia carica»; e quegli, — Ben dicesti mia, poichè l'hai compra». Un giovane, entrando alle magistrature per via dell'edilità, doveva in questa spendere e spandere onde meritarsi i successivi favori del popolo; quindi contrarre debiti e almanaccar le guise di spegnerli o d'accreditarsi a nuovi. Divenuto pretore urbano, trattando soltanto cause minute, sotto gli occhi del senato, dei censori, dei tribuni, non può rubare che a spizzico: ma sa che poi gli sarà dal senato conferita una provincia; su quella fa anticipato assegnamento a tutti i creditori; e arrivatovi, ruba, dilapida, tien mano cogli esattori, cogli usuraj; porta via robe, quadri, statue; e tornando, può mettere splendido palazzo, una galleria che lo faccia acclamar protettore delle arti, sedere sull'avorio del senato, dominare sopra mille schiavi, ascendere al consolato.

Altra belva insaziabile erano gli esattori, cavalieri i più, che, prese ad appalto le entrate d'un paese, non aveano freno nello smungerlo, accumulando tesori per sè, esecrazione pel loro popolo. Marco Tullio Cicerone, onest'uomo e gran persecutore dei depredatori, nel suo governo di Cilicia pose da banda due milioni e ducentomila sesterzj (quasi mezzo milione), e si vanta che fu legalmente[37]; ed al fratello Quinto, governatore in Asia, scrive: — Sei lodato di diligenza per avere impedito alle città di contrarre nuovi debiti, sollevate molte dagli antichi, sciolta l'Asia dal peso dei donativi agli edili. Un nostro nobile si lagna che tu gli abbia sottratto ducentomila lire coll'impedire si facciano sovvenzioni pei giuochi. I pubblicani porranno forte ostacolo alle tue rette intenzioni: e fa mente che resistendo ad essi, alieneremmo dalla repubblica e da noi un corpo cui tante obbligazioni ci legano; lentandone le briglie, accondiscenderemmo alla ruina di coloro, di cui dobbiamo assicurar la salute e gl'interessi. Quanto soffrano gli alleati nostri dai pubblicani, io l'argomento dai molti ottimi nostri concittadini, che trattandosi di abolire i pedaggi d'Italia, si lamentarono non tanto di questi, quanto de' soprusi degli stradieri. Che sarà di alleati posti all'estremità dell'impero? Qui si opina che, per soddisfare ai pubblicani, massime in un appalto di sì grasso loro vantaggio, e al tempo stesso impedire la rovina degli alleati, si richieda nulla meno che una virtù divina»[38].

Erano aperti i richiami, ma che ripromettersene se i giudizj stavano in mano de' rei medesimi? Sempronio Asello pretore, che volle reprimere le usure, fu trucidato sulla pubblica piazza, e nessuno ne fe ricerca. Quando si propose di rimandare Marcello in Sicilia, i Siciliani esclamarono: — Piuttosto ci sepellisca l'Etna», ed esposero le lunghe concussioni di esso: ma che? ben presto si trovarono ridotti a placarlo col buttarsegli ai piedi in pien senato, supplicandolo a riceverli tutti come clienti; e a Siracusa istituirono annue feste in onore di esso. (92) Muzio Scevola, pretore in Asia, citò i pubblicani a render severa ragione delle crudeltà e delle concussioni, alcuni incarcerò, pose in croce uno schiavo loro complice; ond'essi gli preser odio a morte, e non potendo contro lui, sfogaronlo su Publio Rutilio Rufo, consigliere suo in questo fatto, e accusandolo appunto della colpa ond'egli aveva imputati loro, riuscirono a farlo condannare, stando primario accusatore quell'Apicio, la cui ghiottoneria visse in proverbio. Rutilio, premunito dalla filosofia contro la trista fortuna, si ritirò in Asia, dove fu accolto come un liberatore; gli Smirnei l'adottarono; e benchè richiamato, più non volle restituirsi alla patria, della quale nel ritiro scrisse la storia in greco. Laonde Cicerone, panegirista della virtù romana, esclamava: — Qual tempio fu sacro pe' nostri magistrati? qual città santa? qual casa abbastanza chiusa e munita? È difficile esprimere quanto siamo in odio fra gli stranieri per le ingiustizie e le libidini di coloro che mandammo ai comandi»[39]. Alfine Silvano Plauzio portò una nuova legge, (89) per cui ciascuna tribù dovesse eleggere ogni anno a giudici quindici cittadini, tolti indifferentemente dai senatori, dai cavalieri o dalla plebe: ma questo privare i cavalieri del privilegio di giudicare divenne causa della guerra civile.

Non a torto dunque Mitradate potè vantarsi, — Tutta l'Asia mi aspetta». Questa sonava allora di applausi al liberatore, al padre, al dio, al solo monarca; le città libere gli apersero le porte; Mitilene, Efeso, Magnesia abbatterono i monumenti eretti dai dominatori. E poichè gran numero di cittadini romani eransi accasati nelle provincie, (88) il re del Ponto propose di sbrattarsene d'un colpo: e per segreto ordine, a un giorno determinato furono uccisi tanti quanti côlti, con donne, fanciulli e servi; i beni loro ripartiti fra l'erario e gli assassini; resi liberi gli schiavi che trucidassero i loro padroni; perdonato mezzo il debito a chi uccidesse il creditore; morte a chiunque celasse un Italiano. Quali furono strappati dall'invocato altare di Efeso, o dal tempio di Esculapio a Pergamo; quali raggiunti mentre a nuoto tragittavansi a Lesbo coi figliuoli in collo: i Caunj straziavano con lungo spasimo i fanciulli al cospetto delle madri, che altre ne perdettero la vita, altre la ragione; i Trallj, non volendo eseguire l'atroce comando, ne diedero l'incarico ad un Paflagone, che scannò i Romani nel tempio della Concordia[40]. A cencinquantamila fanno alcuni ascendere le vittime di quel giorno.

Assicurato nell'interno, Mitradate vola a sottoporre vicini e lontani, dalle regioni del Caucaso fino ad Atene e a tutta la Grecia, sicchè ben venticinque nazioni a lui obbedivano, delle quali tutte egli intendeva e parlava le lingue. Ripieghi sempre nuovi gli porgeva l'indomita sua attività; uomini la Scizia; denaro le città della costa e dell'interno, arricchite dalla pesca dell'Eusino, dall'ubertà della Tauride, dai cambj cogli Sciti, e massime dal commercio delle Indie, che traversava per l'Oxo, il mar Caspio e il Caucaso. Con quattrocento vascelli custodisce il mar Nero, e coi barbari circostanti a questo macchinava quel che Annibale avea intrapreso coi popoli d'Africa, di Spagna, della Gallia, disciplinarli per condurli contro Roma dalla parte del settentrione.

Fremette Roma all'orrore del sofferto danno e alla minaccia del nuovo, (87) e la vendetta affidò a colui che più ardente erasi mostrato contro gl'insorti Italiani, Silla. Quei barbari ragunaticci mal potevano resistere alla romana disciplina; e a Cheronea, capitanati da Archelao generale di Mitradate, furono sconfitti sì, che Silla scrisse averne ucciso centodiecimila, perdendo soli dodici de' suoi: due altre non meno sanguinose giornate nella Beozia terminarono la campagna. Nel primo esercito si contavano fin quindicimila schiavi fuggiti dai Romani, che vendettero a carissimo prezzo la vita (PLUTARCO).

Silla assediò Atene, e diecimila carrette a muli portavano i materiali per le macchine; i boschi sacri, le deliziose piantagioni del Liceo e dell'Accademia furono tagliati; fame sì rabbiosa desolava la più colta città del mondo, che si lasciò fino spegner la lampada avanti al simulacro di Pallade: alfine restò presa d'assalto, mediante quei traditori che mai non mancarono nelle guerre greche. Silla, entratovi per la breccia a suon di trombe, la inondò di sangue, e voleva distruggerla; poi si lasciò mitigare, e perdonò ai vivi (dicea) per riguardo ai morti. Faceasi mandar le spoglie di tutti i tempj, e co' suoi celiando diceva: — Ho in pugno la vittoria, dacchè gli stessi Dei soldano le mie truppe». Fremevano i Greci, e rammentavano come Flaminino, Acilio, Paolo Emilio non avessero posto la mano nelle cose sacre: essi d'alto animo e di viver parco, avrebbero creduto pari viltà il condiscendere a' soldati, e il temere i nemici. Ma quelli erano legalmente eletti, con truppe disciplinate; i presenti salivano al comando per violenza o prezzo, onde erano costretti andar a' versi de' loro fautori, vendere tutto per comprarsi o voti nella piazza o partito nell'esercito: corruttrici largizioni, di cui Silla fu il primo a dar in grande lo scandalo.

Ma mentre qui trionfava, egli era proscritto in patria, e dovea difendersi contro eserciti della fazione avversa, mandati per contrariarlo od anche ucciderlo. Un Fimbria, esecrabile per forsennate crudeltà, nel funerale di Mario manda per assassinare l'augure Quinto Scevola; fallito il colpo, lo cita in giudizio; e chiedendo tutti con maraviglia di che potesse imputare personaggio sì santo, rispose: — Del non aver ricevuto tutto il pugnale nel corpo»[41]. Logica che non manca d'imitatori. Fatto luogotenente di Valerio Flacco, (86) console destinato a governare e vincere l'Asia, venne in urto con lui, e a Nicomedia lo assassinò; e recatesi in mano tutte le forze di quella provincia, per sostenersi permetteva ogni licenza a' soldati ed ai fautori suoi. Avendo un giorno fatto rizzare delle forche, e trovatone il numero maggiore di quello dei malfattori, fe cogliere alcuni spettatori a caso per riempierne i vuoti. Non mancandogli però valore, ruppe i generali di Mitradate, e lui assediò in Pitana. Per espugnare questa fortezza, avea bisogno della flotta: ma Lucullo che la comandava, e che professavasi avverso alla fazione di Mario e di Fimbria; ricusò prestarla; onde il re ebbe campo di ritirarsi a Mitilene. Fimbria, espugnata Pitana, assediò Troja; e pigliatala d'assalto, sterminò uomini ed edifizj, vantandosi aver in dieci giorni compito quel che Agamennone appena in dieci anni.

Mitradate, preso tra due fuochi, mandò proposizioni a Silla, il quale, da un lato desideroso di mescolare le cose d'Italia, dall'altro di togliere la gloria delle imprese a Fimbria, (85) accettò un colloquio con esso a Dardano nella Troade. Il re del Ponto vi giunse con ventimila uomini, seicento cavalli, innumerevoli carri falcati, sessanta vascelli; Silla con due legioni e duecento cavalli, e dettò i patti. E furono che il re richiamerebbe le truppe da tutte le città che non fossero state alla sua obbedienza prima della guerra, renderebbe i prigionieri senza taglia, pagherebbe duemila talenti, e darebbe a Silla ottanta vascelli in tutto punto con cinquecento arcieri. — Che mi lasci dunque?» chiese Mitradate. — Ti lascio la destra, con cui firmasti il macello di centomila Romani».

Così Silla, in non tre anni menata a buon compimento una guerra pericolosissima, ebbe ricuperata la Grecia, la Jonia, la Macedonia, l'Asia; dichiarati liberi ed alleati i Rodj, i Magnesj, i Trojani, gli Scioti; uccisi a Mitradate censessantamila uomini; e avrebbe anche potuto prenderlo, e risparmiare trent'anni di guerra alla sua patria. Fimbria, che ricusava sottomettersi, fu ridotto a tali strette che s'uccise.

Per avidità di dominare l'Italia, Silla espilava l'Asia, imponendole una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi i soldati chiudendo gli occhi sull'ingordigia e la libidine loro. Espilati i tempj di Delfo, d'Olimpia, d'Epidauro, essi godeano le suntuose mollezze d'Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi, le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all'Italia per farne altrettanto strapazzo.

E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler che rimettere l'ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative: ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi, quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni, cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi, punire i tiranni e i loro satelliti».

Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma l'esercito del primo restò sconfitto, quel dell'altro disertò a Silla, al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre eserciti oppostisi al suo passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d'imperatore, per blandire la fazione de' nobili, di cui era rappresentante.

I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de' cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col soccorso degl'Italiani, esortati d'ogni banda a sostener quella ch'era causa loro. Ma gl'Italiani non sentivansi più riscossi dal grido d'indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale, leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov'è assediato; Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s'uccide; Carbone in Africa, poi nell'isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico, o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo fece scannare, benchè a molt'altri consentisse la fuga. La Sicilia, abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.

Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò amici suoi a quelli di Mario, e senz'altro che minacce tornò alla guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall'altra si versava; e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l'oro e le statue di Roma.

Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò sopra Roma, che sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d'Italia». Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore; Telesino fu trovato fra' cadaveri, ultimo eroe della causa italiana. Tremila de' suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò, purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni riottosi ch'io fo punire», e continuò il sermone.

Tremendo esordio d'inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il fratello di Telesino vollero morire al modo de' gladiatori, combattendo fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende, e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj, ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all'assassinio: poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja insieme e trucidare, assistendo egli stesso all'orrendo spettacolo e compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice de' miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero fuoco alle case, e si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].

Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col sangue quello ch'io versai».