Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 4

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A tutelare i Socj in una riforma pacifica si adoperò il tribuno Livio Druso, uomo destro, eloquente, netto, lontano dalle violenze dei capipopolo, rimasto sempre superiore alla calunnia in una superbia che non lasciavalo mai mancare di dignità. Promettendo l'architetto costruirgli la casa in maniera che veruna vista la dominasse, — Costruiscila piuttosto (rispose egli) tale che le mie azioni rimangano esposte agli sguardi di tutti». Come gli ambiziosi non vulgari, credea bisognasse rinforzare il potere, onde sosteneva il senato contro della plebe e dei cavalieri, ma purchè il senato obbedisse a lui. Ai mali della patria pensò riparare emendando la proposta dei Gracchi. Costoro aveano voluto ridurre i cavalieri, e formare un terzo stato, attribuendo loro i giudizj; ma coll'iniquità di questi eransi disonorati: ond'egli, per consolidare i conservatori, (92) propose che i giudizj fossero restituiti al senato, compensando i cavalieri coll'ammettervene trecento. Come succede nei partiti moderati, Druso scontentò gli uni e gli altri, e sorse rumore: egli fece arrestare il console, poi, a conciliarsi la plebe, propose si distribuisse il pane necessario agli indigenti col tesoro del tempio di Saturno che conteneva 1,620,829 libbre d'oro.

Lui aveano scelto a patrono i Socj italici; e poichè ogni partito vuol sempre incarnarsi in una persona, lo gridavano italianissimo, speranza della nazione; una volta che ammalò, tutta la penisola echeggiò di voti solenni; ed egli domandava obbedienza cieca, in ricambio della potente protezione. Quando però propose che ai Socj si comunicassero tutti i privilegi di cittadino, si trovò contraddetto da senatori e cavalieri, e dalla plebe stessa, indignata di veder attentarsi di nuovo all'onore patriotico col convertire i sudditi in cittadini. I Socj, che in folla da tutta Italia erano accorsi a Roma per sostenere il voto del loro protettore, come lo videro respinto, tornati a casa colla vendetta nel cuore, sparsero il dispetto e l'indignazione, l'oltraggio parve nazionale, e venne a divampare la guerra degli Alleati appunto al tempo che tutti pareano scuotere le catene di Roma, gli schiavi, la Spagna con Sertorio, l'Asia con Mitradate.

Gl'Italiani erano divisi d'interessi; e se l'oppressione in qualche città riusciva insopportabile, in altre era lenita da privilegi e dalla bontà de' magistrati. A mezzodì i bellicosi Sabellici pareano essersi naturati al giogo: il Lazio godea di molti vantaggi, pur non mancandogli ragione di lamenti: Umbri ed Etruschi sentivansi fiaccati, e riconoscevano Roma perchè aveali difesi da' Cimri e teneva in soggezione i Galli confinanti. Nel cuore stesso di ciascuna città cozzavano due partiti, patrizj e plebei, in qualcuna ancora i fautori de' Cartaginesi; e troppo sappiamo come i dispetti parziali impaccino le speranze comuni.

Allora però s'intesero, si diedero giuramenti e ostaggi; il Sannio, la Lucania erano nell'accordo, e non solo tutto il mezzodì, ma perfino città latine alle porte di Roma. — Per Giove Capitolino (era il lor giuramento), pel sole e la terra, per gli Dei penati di Roma, per Ercole suo patrono, e i semidei che la fondarono, e gli eroi che la crebbero, io non avrò altri amici e nemici che quelli di Druso; nulla risparmierò pel vantaggio di lui, nè padre, nè madre, figliuoli, vita; se per opera sua divengo cittadino, terrò Roma per patria e Druso pel suo maggior benefattore».

Questo i moderati, speranti in un pacifico componimento: ma dietro ad ogni capopopolo trae sempre uno stuolo che spingesi più innanzi; e i giovani arrisicati, e i militari vecchi, soliti confidar soltanto nella spada, tramano di scannare i consoli di Roma nelle Ferie Latine sul monte Albano. (91) Druso, avutone fumo, ne avvisò il console Marzio Filippo, benchè suo nemico; e questi ripagandolo d'ingratitudine, il fece assassinare. Spirando egli esclamava: — Chi più tutelerà la patria con intenzioni pure quanto le mie?» I cavalieri ne menarono tripudio; ottennero fossero derogate le leggi di lui, come fatte contro gli auspizj; chiamati in giudizio i presunti suoi fautori, ch'erano il fior del senato; e dichiarato fellone della patria chiunque in avvenire proponesse di comunicare la cittadinanza ai Socj italiani.

A questi dunque, dopo che l'aveano per quarant'anni chiesta invano legalmente, non restava che ottenerla colla sommossa. Lusingati dai demagoghi, già avevano estesa una gran rete d'intelligenze, le quali alla morte di Druso proruppero. Il senato, avuto qualche sospetto, mandò qua e là senatori a chiarirsene: fra questi il pretore Servilio ad Ascoli, sospesa la festa nazionale e prorompendo in superbi rimproveri, esacerba tanto i cittadini, che trucidano lui e quanti Romani colgono, sorprendono le guarnigioni, invadono le armerie e i magazzini, liberano i carcerati che inveleniscono alle vendette. Coi Picentini si uniscono Marsi, Marrucini, Frentani, Peligni, Campani, Irpini, Apuli, Lucani, e principalmente i Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte, e dal pretore fin al mandriano cupidi di vendicare il lungo servaggio: aveano capitani prodi e accorti, abituati alle fatiche del campo non meno che ai maneggi del fôro, primi dei quali erano pei Sanniti Papio Mutilo, e pei Marsi Pompedio Silone. Costui, il più operoso in que' preparativi, con diecimila uomini s'avvia per sorprendere Roma e saccheggiarla; ma lasciasi arrestare a mezza strada dalle preghiere di Gneo Domizio.

Le inveterate divisioni del nostro paese aveano convinto gl'insorgenti che non è possibile formare uno Stato solo, e doversi piuttosto congiungerne i varj in salda federazione. Unironsi dunque nel nome d'Italia, che allora s'estese a più lungo tratto di paese, fu scritto sulle loro bandiere[33], ed appropriato a Corfinio, città nei Peligni, munita per capitale, col fôro, la curia, cinquecento senatori, e dove gli Alleati deposero ostaggi, accumularono armi, e doveano eleggere annualmente dodici generali e due consoli. Così il vitello de' Latini opponevasi alla lupa di Roma in una guerra dichiarata giusta fin da uno scrittore romano[34].

Per verità Roma avea fedeli i Latini, gli Etruschi, gli Umbri, che poteano somministrarle ventimila combattenti; la Gallia Cisalpina lasciavale levar truppe, cavalli i re numidi, fanti il re Bocco; le darebbero navi Marsiglia e Rodi; nel tesoro due milioni di libbre d'oro; nel senato quella prudenza, ch'è la dote più necessaria e più rara ai sollevati. Pure i nemici ch'essa dovea combattere erano disciplinati da lei, conscj delle arti e de' secreti di essa; combattevano la terribile guerra di montagne; e se la vittoria avesse arriso ai rivoltosi, tutti i popoli soggetti sarebbero insorti per ridur Roma a' suoi umili cominciamenti, gli schiavi mal compressi avrebbero aggiunto legna al fuoco. Essa dunque pose in opera tutta l'abilità ferma e ardita del senato; moltiplicò eserciti e generali; il console Lucio Giulio Cesare fu spedito nel Sannio, (90) dandogli per ajutanti Pompeo Strabone padre del Magno, Quinto Cepione, Marco Perpenna, Valerio Messala; l'altro console Publio Rutilio nei Marsi con Publio Lentulo, Cornelio Silla, Tito Tidio, Licinio Crasso e Marco Marcello; quanti insomma godeano fama di avvisati e provveduti in fatto di guerra; e ciascuno col titolo di proconsole comandava una divisione, con arbitrio di operare come e dove gli paresse, dandosi però mano a vicenda nel dirigere centomila legionarj. Al contrario, gl'insorgenti ancor più che a Roma volean male ai magistrati proprj o ai coloni, onde in parziali vendette consumavano l'ardore, e crescevansi il numero de' nemici vicini. Pure cominciarono prosperamente, e i marsi Pompedio Presentejo, il sannita Vettio Scatone respinsero Pompeo da Ascoli, sconfissero Cesare nel Sannio, fugarono Perpenna, dell'esercito consolare uccisero ottomila uomini e Rutilio stesso.

A tal nuova, e al ricevere i cadaveri del console e di tanti senatori portati dagli schiavi, Roma prese il lutto, i magistrati deposero le insegne di loro dignità, si raddoppiarono le sentinelle e munirono le vie, tutti vestirono il sago, cioè l'abito da guerra. L'esercito di Rutilio fu diviso tra Cepione e Mario, che reduce a Roma viveva inoperoso. Pompedio coi figli e con casse d'oro venne a Cepione in aspetto di rendersi; ma quell'oro era piombo, e i figli due schiavi: ingannato dai quali, Cepione lasciò condursi in una gola, dove al grido di Viva Italia rimase sconfitto e morto. Mario in quella guerra mostrò una lentezza, che però non si osa imputargli a viltà o a spossamento; forse non gli reggeva l'animo di combattere questi Italiani, insorti per ottenere a forza quel ch'egli voleva concesso di grazia; fatto è che si teneva sulle difensive, e quando Pompedio gli diceva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputano, discendi a combattere», egli rispondeva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputi, costringimi a combattere mio malgrado»; e presto a titolo di malattia rassegnò il comando.

Crescevano intanto colle vittorie i Socj, e il nome d'Italia risonava più estesamente; Umbri ed Etruschi dal parteggiare con Roma passarono a far parte coi rivoltosi; ed avendo Aponio liberato Acerra, dove Oxinta figlio di Giugurta era tenuto prigioniero, il trattò regalmente, sicchè i Numidi disertavano a frotte dall'esercito romano, tanto che fu forza mandare in Africa la loro cavalleria. Roma ebbe ajuti dai principi d'Oriente; un corpo di Galli le fu condotto da Sertorio; armò anche in dodici coorti i liberti per guarnire le città marittime, e così potè accampare tutte le legioni contro gli Umbri e gli Etruschi, e vincerli. Ma a grave costo, giacchè, come in tutte le guerre di principj, combattevasi accannitamente. Un corpo di Romani, scontento del generale, gli s'avventa e lo trucida, poi per espiazione si precipita sui nemici, e ne sbaraglia diciottomila; un generale, vinto dai Romani nel Piceno, convita gli amici, e si trucida con essi: quattromila accerchiati sull'Appennino, anzi che cedere, si lasciano morire dal freddo. Giudacilio d'Ascoli viene a soccorrere l'assediata patria; e benchè i cittadini nol secondassero com'era combinato, a capo di otto coorti s'apre la via, entra, passa pel filo delle spade tutti i fautori de' Romani, si difende ostinato; e quando più non può reggere, dà un banchetto sotto il vestibolo del tempio, bee il veleno, si adagia sul letto; i soldati gli accendono sotto il rogo, «ove bruciare il più prode Ascolano e gli Dei della patria».

A trecentomila si sommano i periti in quella guerra; ma Roma conobbe che la forza non basterebbe a troncare le teste rinascenti dell'idra. Lucio Giulio Cesare pertanto fece confermare una legge, per cui fossero ascritti alla cittadinanza romana tutti i Latini ed Umbri rimasti in fede; laonde molti si staccarono dalla federazione, e viepiù dacchè la vittoria le si mostrava infedele, e rinasceva in tutte le città la fazione romana, rimasta sopita; onde gli Alleati, non vedendo più sicuro Corfinio, (89) trasportarono la capitale ad Esernia nei Sanniti. Già a Servio Sulpicio e a Pompeo Strabone eransi sottoposti i Marrucini, i Vestini, i Peligni, tradendo il loro capo Vettio. Questi era condotto prigioniero al console, quando un suo schiavo rapisce una spada, lo trafigge dicendo, — Ho liberato il mio padrone; ora a me», e uccide se stesso. I Marsi furono sottomessi, e Pompedio non si sosteneva che a capo di ventimila schiavi redenti, finchè perdè la vita, e dopo tre anni di dura lotta l'Italia soccombea di nuovo a Roma.

Essa affettò di chiamar quella la guerra de' Marsi, come chi chiamasse guerra del Piemonte quella del 1848; e credendo poter essere generosa quando più non parea farlo per paura, sulla proposta del tribuno Silvano Plauzio concesse la cittadinanza a tutte le città italiane che godevano il titolo di federate.

Concessione illusoria. La legge Giulia erasi proclamata nel caldo della guerra, e pochi erano che volessero venir di lontano a Roma, com'essa imponeva, per farsi inscrivere: soli vennero i vicini, de' quali i ricchi speravano gli onori, i poveri le largizioni attribuite a' cittadini romani. Le città federate poi, cui rifletteva la legge Plauzia, eran poche in numero, e neppur tutte ottennero il privilegio. Non ne derivò dunque se non un affluire a Roma di gran turba di poveri, e il senato intervenne ancora colle sottigliezze legali, e fece che i nuovi cittadini fossero accumulati in otto tribù, le quali votavano per le ultime, e quindi il più spesso non erano sentite, giacchè si sospendeva la votazione appena si fosse ottenuta la maggioranza.

Che monta? l'equità avea trionfato del rigido diritto, e su quel cumulo di cruente ruine era proclamata l'eguaglianza di tutti gl'Italiani; non v'ebbe più ostacoli a passare da federati a cittadini, e ridurre a verità il diritto nominale. Marsi, Umbri, Etruschi, che desiderosi d'esercitare l'acquistato diritto accorrevano dai loro municipj ad empiere il fôro o il campo Marzio, vedendosi o non consultati o non valutati, fremevano, e domandavano che la concessione divenisse un fatto. Li blandiva Mario o per sentimento italiano o per ambizione, e da Publio Sulpicio tribuno fece proporre che gl'Italiani, i quali avevano ottenuto la cittadinanza, (88) fossero ripartiti fra tutte le trentacinque tribù, e per conseguenza pareggiati agli altri cittadini. Cornelio Silla accorse per impedire la legge, distraendo all'uopo il popolo con solenni feste: Sulpicio però, armati satelliti, entrò nel tempio di Castore ove stava raccolto il senato, e lo disperse: Silla si rifuggì in casa del nimicissimo Mario, il quale non gli usò oltraggio, ma volle promettesse di sospendere le acclamate ferie. Tolte queste, a Sulpicio riuscì facile di far passare la legge, per la quale Mario salì in gran favore.

Questa nuova turba, non di cittadini corrotti e svigoriti, ma di campagnuoli robusti, dovea diventare un'arma terribile in mano dei demagoghi; e non avendo nè le tradizioni avite, nè la venerazione per le costumanze romane, nè l'esecrazione pei re, spianava il calle a coloro che omai aspiravano a cangiare radicalmente la costituzione.

Non sembra che Roma sevisse contro i vinti; e quantunque penuriasse a segno da dover vendere alcuni terreni attorno al Campidoglio, che da tempo immemorabile lasciavansi ai pontefici ed agli auguri, non confiscò il territorio de' Socj, eccetto quello degli Ascolani, nè mandò al supplizio che alquanti capi. Il pericolo di veder soccombere Roma prima ch'ella compisse la provvidenziale sua missione di unificare il mondo civile in una sapiente amministrazione, era schivato. L'Italia restavale ancora sottomessa, ma non più schiava, e i migliori cittadini verrebbero a questa da altri paesi. Un nome solo abbracciava coloro che prima chiamavansi Latini, Etruschi, Sanniti, Lucani; un solo linguaggio parlavano; e mentre quel di Roma corrompeasi per l'affluenza di tanti forestieri, restava come fisso l'idioma del Lazio. L'avvenire nazionale sarebbe potuto dirsi assicurato, se fra breve questa fusione dell'Italia con Roma non si fosse pur fatta di tutto il mondo coll'Italia, togliendole l'originalità, il vigore, l'attività, facendo che sparpagliasse lontanissimo la vita, invece di concentrarla in sè; per modo che, quando un cozzo esterno ne staccherebbe le provincie, ella, cessando d'essere signora del mondo, neppur rimanesse paese uno e compatta nazione.

CAPITOLO XXI.

Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica.

Ma Roma volgea contro se stessa il ferro, aguzzato contro Italiani e stranieri, prorompendo la inimicizia fra Mario e Silla.

Lucio Silla, (n. 137) dell'illustre gente Cornelia ma di mediocre fortuna, passò la giovinezza fra stravizzi; poi quando Nicopoli cortigiana lo testò erede universale, prese posto fra i cavalieri meglio stanti, e al gusto de' piaceri aggiunse l'amor della gloria e del potere. Attribuito questore a Mario nella guerra numidica, da questo fu lasciato in Italia come effeminato; ma quando lo raggiunse in Africa colla riserva, si mostrò intrepido nelle fazioni, esatto al dovere, più atto di Mario a conciliarsi gli animi. Mettevasi però a tavola? giù ogni contegno; e allegro, spassone, senza più voler intendere d'affari, si abbandonava alle tazze, a cantarine, a saltatrici. Per rimovere l'invidia, le imprese ben succedutegli attribuiva alla fortuna; nelle proprie _Memorie_ mostrava essergli riusciti meglio i partiti improvvisi che non i meditati; ed esortava Lucullo, cui erano dirette, a riporre intera fiducia nelle cose che in sogno sentisse comandarsi dagli Dei.

Mario in prima disprezzò, da poi ne prese ombra, principalmente dacchè Bocco re di Mauritania dedicò in Campidoglio un gruppo, rappresentante se stesso in atto di consegnare Giugurta non a Mario ma a Silla, parendo attribuire a questo il merito d'aver compita essa guerra. Da ciò rancori che non doveano ammorzarsi neppure in torrenti di sangue.

Mario arrischiato e ad impeti; Silla calcolava e misurava verso un fine prefisso, qualunque fossero le vie. Mario allevato in contado, appariva zotico a segno, che a fabbricar un tempio per la vittoria sopra i Cimri adoprò un mastro romano e pietre informi: Silla, raffinato nella greca coltura, sui vizj suoi stendeva una lusinghiera vernice, dalle sue depredazioni raccoglieva libri, quadri, vasi, onde abbellire i proprj palazzi e la città. L'uno e l'altro valorosi in guerra e cupidi d'onori, Mario per brighe spudorate e per denaro ottenne sei consolati quasi consecutivi, Silla si professò stanco di servire a questa specie di re; e avendo già quarantaquattro anni, brogliò la pretura, comprando i voti e promettendo spettacoli che i pari mai non si sarebbero veduti; e per mezzo di re Bocco ebbe cento leoni che espose a combattere con uomini, avvezzando a tali spettacoli Roma, quasi in rimpatto de' sacrifizj umani, allora appunto proibiti dal senato; e divenne il corifeo della parte nobile, come Mario era della popolare. Lo vedemmo adoprarsi più utilmente di questo nella guerra degli Alleati; ed aveva ottenuto il comando supremo contro Mitradate re del Ponto, (88) allorchè il popolo, sollecitato dal tribuno Sulpicio a mostrarsi riconoscente delle leggi liberali, affidò quella guerra a Mario, che, quantunque vecchio, indispettivasi di non esser più il primo uomo di Roma, e aborriva colui che l'eclissava.

Allorchè l'oro dava piaceri e dignità, tutti ambivano le capitananze in Asia, dove si poteva rubare a man salva; laonde Silla, che già l'avea depredata col desiderio, risolse vendicare l'affronto ricevuto; e poichè, vegliando tuttora la guerra Sociale, egli stringeva i Sanniti in Nola, il torto fattogli racconta all'esercito suo, il quale rispondendo con una voce sola alla mozione di pochi intriganti, grida: — Corriamo sopra Roma». Se i soldati semplici erano dediti al generale che potea promoverli, gli uffiziali, che ricevevano le promozioni dai comizj popolari, non vollero partecipare al parricidio: pure Silla volse l'esercito sopra Roma, apprestando fiaccole per incendiarla; e ai pretori mandati per mitigarlo rispondeva sbraveggiando.

Il popolo, sorpreso dall'inaudita temerità, si difende con tegoli e sassi, armi plebee: ma Silla appicca il fuoco, prende la città, fa scannare Sulpicio, bandire una taglia sopra la testa di Mario in vendetta degli amici uccisigli, de' beni predatigli; e radunati i comizj, arringando come se stilla di sangue non si fosse versata, propone che veruna legge sia portata avanti al popolo se non dopo approvata dal senato; i comizj non si tengano più per tribù, ma per centurie; chi sia stato tribuno non possa esercitare altra magistratura; e si cassino tutte le proposizioni di Sulpicio.

Il popolo esprimeva il suo dispetto coll'eleggere magistrati avversi a Silla; e questi simulava di compiacersene, quasi una prova della libertà che aveva restituita alle loro elezioni. (87) Di fatto, con Gneo Ottavio, patrizio amico di lui, fu eletto console Cornelio Cinna suo nemico; il quale però salito in Campidoglio e slanciando un sasso, imprecò: — Se mai contrafarò a Silla, possa vedermi cacciato di città com'io ne caccio questa pietra».

Allora Silla mandò ad inseguire Mario fuggiasco. Il vincitore dei Cimri, soletto con suo figlio e col genero, si era trafugato di casale in casale per quell'Italia ch'egli avea voluto far tutta cittadina; ad Ortea s'imbarcò; ma sospinto a terra presso Circeo, errò mendicando pane da chi scontrava, serenando la notte nel fitto delle boscaglie, e fra i canneti del Liri celandosi dai sicarj che l'ormavano. Colà tuffato nella melma fin alle spalle, lo scoprirono essi, e gettatagli una soga al collo, il trassero a Minturno. Quegl'Italiani però, memori dell'interesse di lui per la causa de' Socj, non soffrirono che perisse, e probabilmente inventarono la storiella, che essendo mandato uno schiavo cimro per dargli morte in prigione, esso gli gridò, — Miserabile! oserai tu uccidere Cajo Mario?» e lo schiavo fuggì esclamando, — M'è impossibile trafiggerlo».

I Minturnesi pertanto dissero: — Vada ove vuole a compiere il destino suo; così gli Dei non ci puniscano di cacciar via Mario ignudo e bisognoso». E l'esposero sulla riva, dove trovò un vascello che il tradusse in Africa, nella quale suo figlio Cajo Mario, campato da pericoli non meno pressanti, erasi condotto a cercare ajuti al numida Jemsale. Proteggevano il fuggitivo da una parte la gloria del suo nome, dall'altra il sapere che la fazione sua, sopita non spenta, poteva da un giorno all'altro rivendicarsi. I magistrati romani non osarono sturbarlo allorchè il videro sedere fra le ruine di Cartagine: grande sventurato sulle ruine d'una grande città sventurata[35].

Il giovane Mario intanto, con aspetto di cortesia tenuto prigione nella Corte del re numida, da una donna fu ajutato a fuggire e raggiungere il padre, col quale veleggiò verso l'Italia. Qui aveva sostenuto la loro parte Cornelio Cinna, audace fin all'imprudenza e insieme timido, che non faceasi coscienza d'un delitto, poi sbigottiva nel coglierne i frutti, e che, malgrado il giuramento prestato, fece dal tribuno Virginio citar Silla per render conto del suo operato.

Questo non vi badò, ma come si fu trasferito coll'esercito in Asia, la fazione sua soccombette, e Cinna rialzò la causa italiana, riproponendo di ripartire i Socj fra tutte le trentacinque tribù, il che equivaleva a dar loro la prevalenza. Ottavio, incorrotto fautore del senato, vi si oppose; e per prova del quanto fosse rigoroso osservatore della giustizia, Plutarco narra che, stimolato in quel pericolo a rendere la libertà agli schiavi, protestò: — Come! vorrei far partecipi della patria i servi, io che dalla patria respinsi Mario per tutelare le leggi?»

Fino alle armi si corse, e le vie di Roma inondò sangue d'Italiani: diecimila si dice perissero, gli altri con Cinna e con sei tribuni dovettero uscire di città. Il senato dichiarò destituito Cinna, il quale presentatosi all'esercito supplichevolmente e in aspetto di martire della violenza, e corifeo della causa de' Socj, ebbe dall'Italia uomini e denaro tanto da formare trenta legioni, e richiamò i fuorusciti. Mario approda a Telamone, festosamente accolto dagl'Italiani; chiama gli schiavi a libertà, arruola i più forzosi contadini, i quali fatti liberi dalla legge Giulia, mentre sognavano tutti i beni della libertà, si erano trovati poveri, costretti alla milizia, ai tributi, alle requisizioni; del che incolpando il senato, insorgeano volontieri contro di esso. Mario si congiunge con Cinna, e difilasi su Roma pur ricusando ogni titolo e distinzione, e camminando dimesso, come attrito da inenarrabili patimenti.

Sotto Roma, affrettatamente munita dal senato, con fierezza battagliarono cittadini contro cittadini: di due combattenti l'uno ferì l'altro a morte, poi nello spogliarlo il conobbe per suo fratello, onde abbracciandolo, e raccogliendone l'estremo anelito, esclamò: — I partiti ci divisero, ci congiunga il rogo», e si trafisse colla spada fratricida[36]. Tremendo simbolo della sorte di noi Italiani.