Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 30
_Dum fortuna calet, dum conficit omnia terror._ LUCANO, VII. 21.
[149] Dureau de la Malle pretende che l'erario dissipato da Giulio Cesare fosse di duemila milioni della moneta presente (_Economie des Romains_, vol. I. p. 91). Ora Jacob (_On precious metals_ vol. 1) asserisce che tutti i metalli preziosi d'Europa, prima della scoperta dell'America, sommavano appena ad ottocentocinquanta milioni di franchi. Guaj se nella storia antica si pretende esattezza di cifre!
[150] _Ad Attico_, VIII. 7. 10.
[151] Pompeo aspira ad una dominazione simile a quella di Silla; chiaramente lo mostrò: e' non lascerà un tegolo in Italia, se riesce. Fa terribili minaccie contro i ricchi e contro quelli che non l'hanno seguito. _Ad Attico_, VIII. 11; IX. 7. Ripete, _Se l'ha potuto Silla, perchè nol potrei io?_ Ivi, IX. 10. Sua idea è di far perire prima Roma e l'Italia per fame, tôrre il denaro ai ricchi, devastare le campagne, metter fuoco dappertutto. Poi vuol trattare nulla meglio la Grecia, e crede che il bottino che lascerà farvi ai soldati lo metterà di sopra di Cesare, IX. 7. 10. Nel suo campo non si parla che di proscrizioni, e si gode di richiamar quello che nomasi regno di Silla, IX. 11.
[152] _Nil tam populare quam odium popularium._ CICERONE ad Attico, II. 9.
[153] SVETONIO, in _Cesare_, 62.
[154] Πίστευε τῆ τύχη γνοὺς ὅτι Καίσαρα κομίζεις. Come questo motto è snaturato nella diluita declamazione di Lucano! Qui la poesia sta tutta nella prosa.
[155] La cecità de' suoi nemici è stupendamente ritratta in questo passo di Cesare: _His rebus tantum fiduciæ ac spiritus Pompejanis accessit, ut non de ratione belli cogitarent, sed vicisse jam sibi viderentur. Non illi paucitatem nostrorum militum, non iniquitatem loci atque angustias, præoccupatis castris, et ancipitem terrorem intra exstraque munitiones, non abscissum in duas partes exercitum, cum altera alteri auxilium ferre non posset, causa fuisse cogitabant. Non ad hæc addebant, non ex concursu acri facto, non prælio dimicatum, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse detrimentum, quam ab hoste accepissent. Non denique communes belli casus recordabantur, quam parvulæ sæpe, causæ vel falsæ suspicionis, vel terroris repentini, vel objectæ religionis, magna detrimenta intulissent; quoties vel culpa ducis, vel tribuni vitio, in exercitu esset offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, neque ulla commutatio rerum posset accidere, per orbem terrarum fama ac litteris victoriam ejus diei concelebrabant._ Civ. III. 72.
[156] «A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto al vincitore consiste soprattutto nel numero de' prigionieri. Effetto della natura dell'armi. Quella da projetto degli antichi facevano generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll'arma bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò non succederebbe che al finire dell'azione, ed allorchè si fosse sparso già molto sangue: non v'ha differenza tra il vinto ed il vincitore durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.
«Gli eserciti antichi combattendo all'arma bianca, abbisognavano d'uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti particolari: un esercito dunque d'uomini agguerriti e veterani avea necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della legione decima disse a Scipione in Africa: _Dammi dieci de' miei camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle tue coorti, e vedrai chi siamo._ Questo centurione diceva vero: un soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria, e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un battaglione». Napoleone.
[157] _Ad Attico_, IX. 15.
[158] Adriano fece ristorare il sepolcro di lui, e scrivervi questo verso: Τῶ ναοῖς βρίθοντι, ποσὴ απάνις ἔπλετο τύμβου: «Ebbe già templi, or ha una tomba a pena».
[159] La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.
[160] Cicerone, allora sul denigrare, scriveva che _Sullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ_. Ad fam., XIII. 8.
[161] _Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto._ Ad Attico, VII. 12. — _Incertum est Phalarimne sit imitaturus._ Ivi, 20.
[162] _Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur._ Epistolar. lib. IV, ad Sulpicium. — _Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc._ Lib. VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell'orazione _pro Marcello_, che o non è sua, o men degna di lui.
[163] _Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni._ LUCANO.
[164] Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».
[165] Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi. _Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda._ Ad Attico, XIV. 12.
[166] Cicerone, _ad fam._, IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».
Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival nei _Romani sotto l'Impero_, considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopo BURY, _Histoire de la vie de Jules César, 1758_, e MEISSNER, _Vita di Giulio Cesare_, continuata da HAKEN, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta dai _Commentarj_, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.
[167] Servio scriveva a Marco Tullio (_ad fam._, IV. 5): _Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas._
[168] _Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus._ Ad fam., IX. 15. — _Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo._ Ad Attico, XIII, 31.
[169] Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.
[170] Quidquid vult, valde vult. CICERONE, ad Attico, XIV. 1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως. PLUTARCO in _Bruto_, 1.
[171] _Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium._ SALLUSTIO, Catilin.
[172] Plutarco, in _P. Emilio_, dice che l'universo fremè d'orrore al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco. LIVIO, XLV. 34. 35.
[173] _More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque._ APPIANO, De bello civ.
_Impius hæc tam culta novalia miles habebit?_ _Barbarus has segetes? En quo discordia cives_ _Perduxit miseros! En queis consevimus agros!..._ _O Lycida, vici pervenimus, advena nostri_ _(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelli_ _Diceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni._ VIRGILIO, Egloghe I e IX.
[174] Lib. II. cap. 15. Lo attestano pare Tacito. _Ann._, XII. 43, Plinio, lib. XVII, Columella, _pref._ al lib. 1.
[175] _Pro Flacco_, 6. 7. 8.
[176] Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti furono ridotti a tre quarti.
[177] CICERO, _De officiis_, II. 21.
[178] _Poltifagi_ chiama Plauto i Romani.
[179] _Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter, ἀκοινωνήτως solet scribere._ CICERONE, ad Attico, VI. 1. — _Omnino (soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid._ Ivi, 3.
Molto si è discusso intorno ai nomi di _unciarium fœnus, semiunciarium fœnus, centesima usura,_ adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l'_unciarium fœnus_ indichi l'interesse di un'oncia, vale a dire di un dodicesimo del capitale all'anno; e il _semiunciarium_ di un ventiquattresimo: la _centesima_ sarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende d'ogni mese; il che viene al dodici per cento l'anno. Le due prime denominazioni derivano dall'antica divisione romana dell'asse in dodici oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale. Lasciando via il supposto del Niebuhr dell'anno romano di dieci mesi (Appendice II), l'_unciarium_ darebbe l'otto e un terzo per cento, e il _semiunciarium_ il quattro e un sesto.
[180] Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi, secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.
[181]
_Tota salutatrix jam turba peregerit orbem_ _Sideribus dubiis._ GIOVENALE.
[182] Queste costose tavole pare fossero di cisto, _thuja articulata_.
[183] Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:
_Natat ad magistrum delicata muræna,_ _Nomenclator mugilem citat notum,_ _Et adesse jussi prodeunt senes mulli._ MARZIALE, X. 30.
Vedi le odi d'Orazio _Jam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice_; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio, _De luxu Romanorum_.
Nel _Palazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi_, Mazois suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l'altana (_solarium_) non costa meno di duemila sesterzj l'anno, e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila. Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».
Sopra ciò vedi PLINIO, _Nat. Hist._, XXXVI. 24. A Cicerone reduce furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro al _Palazzo di Scauro_ l'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt, _Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline_. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (_Sur le luxe des Romains dans leur ameublement_) raccolse curiose particolarità.
Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.
Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.
Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d'avorio.
Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.
Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.
Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.
Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei termini di comparazione:
Silla avea di sua sostanza L. 150,000,000 Il commediante Roscio almeno » 20,000,000 Il tragico Esopo, benchè in una sola vivanda consumasse lire 20,000 » 5,000,000 Publio Crasso il Ricco aveva in fondi e quasi altrettanto in case a Roma, schiavi, armenti » 60,000,000 Emilio Scauro, genero di Silla » 80,000,000 Demetrio, liberto di Pompeo, un capitale di » 19,200,000 L'oratore Ortensio acquistò colle arringhe » 20,000,000 Milone, andando in esiglio, portò buona parte del suo avere a Marsiglia; il resto confiscatogli per pagarne i debiti saliva a » 15,000,000 Lucullo ebbe da » 120,000,000 e alla sua morte, i pesci di un suo vivajo furono venduti » 800,000 Marc'Antonio avea per » 120,000,000 Sallustio lasciò » 60,000,000 Virgilio » 1,957,424 tutte per donativi da Augusto. Pel _tu Marcellus eris_ Ottavia gli fece contare 52,000 lire. Augusto in venti anni aveva ricevuto in doni od eredità più di 100,000,000 e ne lasciò » 200,000,000 Apicio, celebre gastronomo, avea per » 19,375,934 e quando si vide ridotto a 2,000,000 si uccise per paura di morir di fame. A Tiberio si trovarono » 540,000,000 Callisto, liberto di Caligola, possedeva per » 40,000,000 Narcisso liberto, poi segretario di Claudio, ammassò » 50,000,000 Seneca filosofo possedeva » 60,000,000 e Plinio il Giovane » 20,000,000
[184] Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto di una dissertazione dell'abate Couture nei _Mémoires de l'Académie française_. Per le donne vedi BOETTIGER, _Sabina, o il mattino d'una dama romana_. Lipsia 1806.
[185] Tra i vini gli antichi lodarono il _Pucinum_, cioè il prosseco del Friuli; e Plinio (_Nat. hist._, XIV. 6) dice che Livia d'Augusto attribuiva a quel vino l'esser campata ottantadue anni.
[186] PLINIO, X. 23. 52.
[187] Lo stesso, X. 23. — L'allevamento dei polli divenne una cura gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in principio non n'avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa corte, e sotto di lui un uccellajo o _pastor avium_. Varrone fa dire all'intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in un'altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari. Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due galline quattromila monete d'argento? Nessuna maraviglia dunque se Varrone si estende lungamente ne' precetti intorno alla bassa corte, dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l'estensione di quell'allevamento.
[188] ORAZIO, _Satir._, 3.
[189] PLINIO, IX. 17.
[190] Lo stesso, III. 8; VIII. 82; IX. 82.
[191] VARRONE, III. 17; PLINIO, IX. 8.
[192] Antica orazione ap. A. GELLIO, XV. 8; e Orazio diceva:
_Romana juventus_ _Non veneris tantum, quantum studiosa culinæ._
[193] PLUTARCO, in _Antonio_.
[194] A. GELLIO, I. 6. — Sallustio appone a Fulvia «l'esser erudita di greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o procace».
[195] VALERIO MASSIMO, IX.
[196]
_Quasi in choro pila ludens_ _Datatim dat se se et communem facit;_ _Alium tenet, alii nutat, alibi manus_ _Est occupata, alii pervellit pedem,_ _Alii dat annulum spectandum, a lubris_ _Alium invocat, cum alio cantat, et tamen_ _Alii dat digito literas._
[197]
_Nunc tibi captivos mittet Germania crines,_ _Culta triumphatæ munere gentis eris._ _O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,_ _Et dices: Emta nunc ego merce probor._ Amor. I. 14.
Tutta quest'elegia va in disapprovare l'amica del soverchio ornarsi.
[198]
_Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,_ _Et tenues coa veste movere sinus?_ _Aut quid orontea crines perfundere myrrha,_ _Teque peregrinis vendere muneribus?_ _Naturæque decus mercato perdere cultu?_ PROPERZIO, I. 2.
[199] L'elegia quarta del 1º libro degli _Amori_ d'Ovidio, a parte le sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d'allora, istruendo egli l'amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il marito e l'amante:
_Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,_ _Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem_..... _Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,_ _Versetur digitis annulus usque tuis_... _Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;_ _Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.
[200] PLUTARCO, in _P. Emilio_, in _Mario_ e in _Cicerone_; VALERIO MASSIMO, VI. 3. 10; PLINIO, VII. 15. — _Paula Valeria divortium sine causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D. Bruto._ CICERONE, _ad fam._, VIII. 7. — _Numquid jam ulla repudio erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii causa, nubunt repudii?_ SENECA, De benef., III. 26. — Lucano, il poeta della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone (_Phars._, II. 329):
_Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;_ _Tertia jam soboles, alios fecunda penates_ _Impletura datur..._ _Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregi_ _Jussa, Cato..._ _Visceribus lassis, partuque exhausta, revertor_ _Jam nulli tradenda viro._
[201] _Qui patrium mimæ donat fundumque laremque._ ORAZIO.
[202] Ovidio (_de Ponto_, III. 3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (I. 6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (_Satir._ II. 63. 82) chiama _togatæ_. Vedi anche PLAUTO, _Epid._, II. 2. 42.