Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 3
Ambroni, Tugeni, Tigurini, tribù galliche ivi stanziate, al vederne il ricco bottino ne inuzzolirono, e insieme con essi precipitarono verso il Rodano sulla nuova provincia romana (_Provenza_), e riportarono insigne vittoria presso al Lemano, ove il console Cassio Longino rimase ucciso, (106) e le legioni non camparono che a patti vergognosi. Servilio Cepione, venuto alla riscossa mentre quelli indulgevano alle blandizie d'un clima beato e d'improvvisa opulenza, ripigliò Tolosa, abbandonando al sacco le miracolose ricchezze che i Volci e i Tectosagi vi aveano deposte dagli antichi saccheggi; mille libbre d'oro e quindicimila d'argento dirizzò verso Roma, ma sulla via dispose finti ladroni che li predassero per conto di lui. Tal era la lealtà.
Sopragiungendo però nuove orde di Galli, sì Cepione, sì Manlio venutogli in soccorso, (105) furono messi in tal rotta, che a gran pena con dieci cavalieri salvarono la vita: sesto esercito romano distrutto da que' Barbari. I vincitori, secondo un voto, per omaggio al dio Belen gettarono nel Rodano l'argento, l'oro, i cavalli, uccisero i prigionieri, misero a desolazione quanto siede fra l'Alpi e i Pirenei. Tornano allora in mente ai Romani i disastri di Allia ed il Campidoglio assediato dai Galli Cimri; consultasi con paurosa superstizione un tal Batabate, spacciatore di vaticinj; si vota un tempio alla Bona Dea; ogni cittadino è chiamato alle armi; e chi sarà il Camillo che salvi Roma col ferro non coll'oro? chi, se non il generale che allora appunto ritornava incoronato dei lauri numidici?
Per quanto la bellica sia lo stillato delle altre arti, molte volte un rozzo soldato si vide riuscire eccellente stratego. Mario, servendo o comandando, aveva notato i difetti della legione, la quale sin là erasi considerata come la più sublime ordinanza militare; e voltosi a riformarla da capo a fondo, la compose tutta di fanteria pesante, quantunque durassero ancora i nomi di astati, principi e triarj, e a tutti diede abito uniforme; le coorti organizzò in modo, che si adattassero a qualunque terreno. Alla riforma militare accompagnò la civile, perocchè nella legione egli ammise anche i proletarj: passo necessario, dacchè la classe de' coltivatori liberi, di cui sole vasi empirla, si andava sempre più esaurendo; e Mario potea dire come Pirro: — Quel che mi occorre sono uomini robusti; io saprò farne soldati».
A titolo di tali innovazioni, Mario si fece prorogare il consolato, che tenne per altri quattro anni in onta delle leggi, le quali anche questa volta ammutolirono davanti alle armi. L'esercito riordinato condusse in Provenza, e secondando la superstizione, con uno spediente grossolano come lui, si fece da sua moglie mandare una tal Marta, donna vulgare di Siria che indovinava il futuro, e che fingeva suggerire od approvare quel che Mario credesse opportuno. Ma nel tempo stesso abituò le sue reclute a severissima disciplina e alle fatiche, eseguendo difficilissimi lavori, quale fu il Fosso Mariano, per cui i navigli entravano nel Rodano schivando la melma e le ghiaje accumulate alla foce, e che formò la ricchezza de' Marsigliesi.
Una porzione di Cimri, seguendo il vago istinto del saccheggio, erasi diretta sopra la Spagna; ma trovando ostinata resistenza nei Celtiberi e nel pretore Marco Fulvio, diè volta verso l'Italia per l'Elvezia e il Norico, mentre Galli e Teutoni scendevano le alpi Marittime. Terribili a vedersi per gigantesca corporatura, fiero sguardo, armadure bizzarre, il loro re Teutoboco saltava quattro e fin sei cavalli di fronte, e alteramente sfidava Mario a duello, il quale rispondeva: — Se sei stanco di vivere, va e t'appicca».
Fremeva a quelle sfide la gioventù romana; fremeva allorchè i Teutoni, sfilandole innanzi, le dicevano: — Noi andiamo a trovare le vostre donne; avete comandi?» Mario ne reprimeva gl'impeti, ma come videla infervorata dal lungo desiderio della pugna, la condusse ad assalire i Barbari presso le Acque Sestie (102) ed a sconfiggerli interamente. Le donne dei Teutoni, che solevano accompagnarli alla battaglia ed esaltarne il coraggio, vedendoli cedere all'urto, presero le armi e impedirono ai Romani d'invadere l'accampamento, finchè una nuova sconfitta portò quasi a trecentomila il numero dei Teutoni morti o presi.
In questo mezzo i Cimri varcavano le Alpi, scivolando ignudi giù pel ghiaccio sui loro scudi, all'orlo d'orribili precipizj, quasi sbraveggiando il pericolo e l'intemperie; poi calati pel Tirolo in val d'Adige, smisurati pietroni rotolavano contro il ponte fatto dai Romani, e con sassi ed alberi ingombravano il letto, sicchè l'esercito del proconsole Catulo restò compreso da tale sgomento, che molti fuggirono senza arrestarsi fino a Roma. Fu tra questi il figlio di Emilio Scauro; al quale il padre mandò dire non gli comparisse più davanti, ond'egli s'ammazzò.
I Cimri corsero a baldoria il paese ormai indifeso, e se nel caldo della vittoria si fossero difilati sopra la metropoli, questa versava in estremo pericolo; ma avendo essi data la posta ai Teutoni in riva al Po, quivi s'assisero ad aspettarli. Le delizie del clima italiano, il pane, il vino, la carne cotta, svigorivano la brutale loro fierezza; ed ecco, invece dei Teutoni, giungeva Mario con truppe imbaldanzite dalla vittoria. Avendo i Cimri spedito a dirgli — Lascia queste terre per noi e gli alleati nostri, se no ci avventeremo su Roma», egli rispose — I vostri alleati più non bisognano di terra, giacendo a marcire lungo il Ceno». Bojorice lor re negò fede all'asserto, e venne egli stesso al campo romano per accertarsi che i capi teutoni fossero prigionieri, e per determinare d'accordo il tempo e il luogo al decisivo duello. Fu convenuta la fine di luglio e una pianura nei Campi Raudj[19], dove i Cimri non poterono spiegare tutte le forze, e dove la disciplina e l'accorgimento di profittare del sole e del vento diedero la vittoria ai Romani. Le donne cimre vestite a lutto, (101 — 30 luglio) trinceratesi nel campo, chiesero si rispettasse la loro pudicizia, e d'essere consegnate schiave alle Vergini del fuoco: e disdette dell'onesta domanda, uccisero i fanciulli, quindi si appiccarono lasciando i proprj cadaveri in custodia dei mastini, che non poterono esser rimossi finchè non furono sterminati a frecciate.
I bullettini colle solite esagerazioni accertarono la plebe ignorante d'allora e la dotta di poi, che cenventimila Cimri fossero periti in quella giornata, e trecento soli Romani. I prigionieri vennero spartiti come schiavi pubblici fra le città, o destinati ai giuochi come gladiatori: e sebbene al console Catulo appartenesse il merito principale, il popolar favore lo attribuì a Mario, cui si resero onori più che umani; fu gridato terzo Romolo, paragonato a Bacco. Egli insuperbito non beveva più se non nella coppa, di cui diceano si fosse servito quel dio dopo conquistate le Indie; e ottenuto il sesto consolato, poteva quel che volesse: e diceva: — La più parte non esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: da prima attuosi, supplichevoli, moderati, dappoi passano il tempo nella pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io, e vedo sopra di me fissi tutti gli occhi. M'incaricaste di far guerra a Giugurta, del che i nobili mi voller male a morte. Vedete voi se convenga meglio affidare l'impresa a uomo di antica stirpe e d'illustri avi, ma di nessun esercizio nella milizia, che tremi e s'avacci, e assuma alcun del popolo per consigliargli quel che deva fare; giacchè le più volte avviene che, chi voi nominate capo, un altro capo si prenda. Io so d'alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli avi e dei Greci[20]. Ma io, uomo nuovo, le cose ch'essi leggono, le ho vedute; quel ch'essi dai libri, io l'imparai militando. Spregiano essi la mia ignobilità, io la loro indolenza; a me si rinfaccia la fortuna, ad essi le colpe; e quando agli avi loro si potesse chiedere se volessero aver generato me o loro, non credete risponderebbero voler per figlio chi è migliore? Qualora vi parlano, non rifinano di vantare gli avi, credendo rendersi più illustri per le belle imprese, mentre al contrario son quasi un lume che dà risalto alla loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i miei proprj fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste, vessilli, premj militari, cicatrici onorate: questi sono i miei titoli, non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo acquistati. Neppure so parlar con arte, non imparai di greco, ma a ferir nemici, squadronare soldati, null'altro temere che l'infamia, sopportar freddo e caldo, fame e stenti. A questo avvezzerò i soldati, non col lasciare ad essi le fatiche, a me la mollezza, il che vale essere non comandante ma padrone dell'esercito. Mi chiamano zotico perchè non so imbandire lautamente, nè tengo buffone o cuoco a maggior prezzo che il gastaldo; e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la forbitezza, all'uomo la fatica; ai buoni occorre più la gloria che la ricchezza, meglio gli adornano le armi che la suppellettile. Essi dunque facciano quel che pregiano, amoreggiare, sbevazzare; come da giovani, così da vecchi passino il tempo nei bagordi, dati al ventre e ad altro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose, che più di quelle ci sono gioconde. Ma essi nol soffrono, e dopo che s'insozzarono di colpe, si usurpano il compenso dovuto ai buoni; e la morbidezza e l'ozio ad essi non sono d'impedimento, son di ruina alla repubblica».
Dalla fazione aristocratica, ch'egli non solo compresse ma insultò, Mario fu dipinto come un furibondo, imbramosito di sangue: ma per quanto noi ci sentiamo poco propensi ad adulare gli eroi, scorgiamo in esso una premura pel popolo minuto, pei soffrenti, per gl'Italiani in generale, che è difficile attribuir sempre a scaltrezza. Di naturale selvaggio, nè mitigato dalla educazione, pure non consigliava la guerra; anzi tratto a tratto sentiva rinascersi desiderio di quiete: se non che in Roma non si giungeva a capo del popolo se non esterminando nemici in folla, ed avvezzandosi nei campi al rigido imperio, al volere dispotico, alle crudeltà. Queste abitudini avea contratte Mario, ma non le bassezze, le infedeltà, la corruttela, troppo comuni fra' suoi contemporanei; l'oro di Giugurta non fece presa su lui; a Silla giovinetto non portò invidia, anzi il volle compagno del trionfo; e quando, fatto suo nemico, fuggendo dai manigoldi il vide ricoverare in sua casa, lo salvò: pure operava da soldato, ed ebbe a dire più d'una volta che lo strepito delle armi non lasciavagli badare alla legalità.
Qui però nuovi conflitti si preparavano, e non contro Barbari, bensì nell'Italia nostra; alla cui geografia è opportuno diamo un'occhiata, prima che vada tutta a confondersi nel nome romano.
Le Alpi non ne erano ancora il preciso confine, perocchè tra esse e fin sullo scarco meridionale estendeasi la Rezia, in quelle che or sono valli dell'Ossola, Vogogna, Leventina, Valtellina, Camonica, Trompia, oltre i Breuni e i Tridentini. Gallia Cisalpina nominavasi il territorio che ha le Alpi a settentrione ed a ponente, il Varo a libeccio, a levante l'Arsa, a mezzodì la Macra, gli Appennini, il Rubicone; suddivisa in Cispadana e Transpadana secondo il Po. La regione al nord-est chiamavasi Venezia ed Istria; Liguria, quella al sud-ovest.
I Liguri, fra l'Alpi, l'Appennino, la Macra e il mare, toccavano a levante e a settentrione i Galli, a sud-est gli Etruschi; il Varo a ponente li separava dai Liguri della Gallia, stanziati sulla proda occidentale delle alpi Marittime e sul litorale, col nome di Salj o Saluvj, Oxibj, Deceati, Suetri, Quariati, Adunicati. Ad oriente d'esse alpi Marittime si trovavano i Vedianzi; al settentrione dei due porti marsigliesi di Nizza e Monaco, gl'Intimelj e gl'Ingauni; a levante dei quali trafficava Genua, porto dei Liguri forse indipendente dalle altre tribù. A levante di essa le due rive della Macra popolavano gli Apuani, cui sembra appartenesse Lucca[21].
Negli Appennini sul piovente meridionale abitavano gli Ercati, i Lapicini, i Caruli, i Friniati presso agli Apuani; sul settentrionale, fra lo Jala (Stàffora) e le Alpi, i Vibelli, i Magelli, gli Emburiati, i Casmonati, gl'Illuati, i Celelati, i Cerdiciati; ad occidente sul Tànaro i poderosi Statielli; sul corso superiore del Po i Veneni, e alle sue fonti i Vagiani di sangue celto[22].
Seguendo la curva dell'Alpi, le cui vette erano occupate da genti galliche, nelle valli inferiori s'incontravano i potenti Taurini «colà dove la Dora in Po declina»[23]; a settentrione e a levante i Libici sulla Sesia, i Levi sul Ticino[24]. Più alto nelle valli dell'Alpi stanziavano i Segusiani sulla piccola Dora; i Salassi sulla Dora maggiore, dove poi Augusto fabbricò Aosta a cavaliero delle due strade dell'alpi Graje e Pennino; i Lepontini, che dieder nome alle Alpi fra il Monterosa e il piccolo Sanbernardo, possedevano alcune città nella Gallia Cisalpina, e fino Omegna.
La Gallia Transpadana era divisa fra Insubri e Cenomani: dai primi dipendeano i Marici, abitanti fra i Levi del Ticino e i Vertacomagori, e gli Orobj, stanziati a Novara, Como e Bergamo[25]; i Cenomani s'erano piantati nelle città, forse d'origine etrusca, di Brescia colla sua rôcca Cidnea, Verona, Mantova. Al Mincio arrestavasi il dolce parlar veneto, e cominciava l'aspro gallico.
La Gallia Cispadana fra gli Appennini, lo Jala, il Po, l'Adriatico, l'Esi, era tenuta dagli Anamani e da' Boi, colle città fiorenti di Placentia, Parma, Mutina, e con Bononia che crebbe sotto i Romani. Sul territorio de' Lingoni rimaneva l'antichissima Spina; Ravenna ebbe vita allorchè Augusto la congiunse col porto e con un canale al Po e all'Adriatico; di Ferrara non è menzione. Molte città della Cispadana erano abitate dai Senoni, e nominatamente Cesena; ma essi spiegavansi principalmente a mezzodì del Rubicone nell'Umbria, ove da loro ebbe nome Senogallia[26].
La Venezia abbracciava i paesi che tra il Po e l'Adige chinano dall'alpi Carniche al mare Adriatico. A ponente lungo l'Adige aveano avuto dominio gli Euganei, che poi furono confinati nei colli che ne serbarono il nome. La città di Atria rammentava gli antichi Etruschi; Padova sul Medoaco fioriva di commercio; aggiungi Aquileja fabbricata dai Romani per difendere quel varco Altino in riva all'Adriatico, Vedino (_Udine_), donde procedendo si trovava la trafficante Emone (_Laybach_) sulla proda orientale delle alpi Giulie. A settentrione de' Veneti stavano i Carni, a piè dell'Alpi cui lasciarono il nome[27]. Nella penisola dell'Istria, che l'Arsa separava dall'Illiria, Tergeste acquistò importanza sotto Augusto; Parenzo era porto frequentatissimo quanto l'antica Pola.
Dalla Macra e dall'Utente cominciava l'Italia propria, che possiam dividere in Etruria, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio, Campania.
Nel paese fra il mar inferiore, il Tevere, gli Appennini e la Macra erano disposti i dodici popoli etruschi in modo, che a levante verso la frontiera umbra s'incontravano gli Aretini, fortemente situati alle falde dell'Appennino, i Cortoniati, i Clusini, i Perugini, i Volsinj; a ponente verso la costa i Volaterrani, i Vetulonj, i Rusellani, i Cosetani; nella parte meridionale più angusta, al sud della fatale foresta Ciminia fra i laghi Ciminio e Vulsinio, i Falerj, distrutti i quali dai Romani, furono surrogati i Cosetani; poi i Vejenti al sud-est, ad occidente i Ceretani, al nord di essi i Tarquinj sulla Marta. Luna fra la Macra e l'Arno era porto e mercato frequentatissimo; Pisa era stata fondata dai compagni di Nestore al vertice dell'angolo formato dal confluire dell'Arno col Serchio[28]. L'Elba già lodavasi come _insula inexhaustis chalybum generosa metallis_[29].
Gli Umbri un tempo si stendeano oltre il Tevere sino alla foresta Ciminia e al Clani, sulle cui rive aveano fabbricato Aarna (_Bargiano_), mentre i Senoni possedeano molte città fra l'Utente e il Rubicone; ma poi i Romani limitarono l'Umbria fra il Rubicone al nord, il Tevere e il mare all'ovest, l'Esi al sud, l'Adriatico all'est, percorso dalla via Flaminia[30].
Essa Umbria, la Sabina, il paese de' Marsi e de' Vestini chiudendo a occidente il Piceno, dall'Esi a settentrione fino al Matrino (_Piomba_) a mezzodì, chiamando propriamente Agro Piceno la montagna, Adriano il litorale, Pretuziano la pianura. Ancona, colonia siracusana, servivagli di porto; Osimo di fortezza; Tiora di oracolo sacro a Marte[31].
Al sud dell'Umbria e del Piceno cominciava il montuoso Sannio, comprendendo quattro popoli fra gli Appennini e l'Adriatico, quattro negli Appennini e nella pendice occidentale. Ed erano i Vestini, colle città di Amiterno e Priverno; i Marrucini, con Aterno (_Pescara_) e Teate (_Chieti_); i Peligni, con Corfinio (_Pellino_) e Sulmona; i Frentani sul Tiferno, con Lavino, Istonio (_Vasto d'Amone_), Ansano; i Sabini, con Fidene, Nomento, Crustumerio sopra il colle da cui piove l'Allia, Correse presso al Tevere, Regillo, Trebula sul Velino, Reate, e la fredda Nurza presso le sorgenti del Clitunno; i Marsi, a levante del lago Fùcino, con Marruzio, Alba Fucezia, Carseoli e Cliterno; gli Irpini sulle colline che scendono ai piani della Puglia, con molte città, fra cui Avellino, Aquilonia (_Cedonga_), la fortissima Romulea, Compsa, Malevento; infine i Sanniti proprj, nel paese alpestre al sud de' Peligni, federazione composta dei Pentri con Telesia, Esernia, Alifa, Boviano; dei Caraceni fra le sterili alture dell'Abruzzo Citeriore; dei Caudini sul dorso occidentale del Taburno; e degli Irpini e Frentani già detti.
Del Lazio assai parlammo, e come si dilatasse dal Tevere fino al Liri. Con esso, col Sannio, colla Lucania e col mar Tirreno confinava la Campania, abitata nella pianura dai Campani, nei monti al nord-est dai Sidicini, dai Picentini in quelli al sud-ovest; ubertose contrade, piene di città, fra cui Baja e Pozzuoli, villeggiature dei Romani, che non paghi di coprir di casini le falde del vitifero Gauro, fin nel mare ne fabbricavano; Ercolano e Pompej, che doveano conservarsi sotto la lava e i lapilli, piovuti per distruggerle; Casilino sul Vulturno, donde i Romani aveano protetto il Lazio contro Annibale che teneva Capua, città primaria a' piedi del monte Tifata; Atella fra questa e Napoli, rinomata per le sue burlette; Nola piazza forte, fondata dagli Ausonj, popolata di Calcidesi, e fabbricatrice di bellissimi vasi[32].
Entravasi poi nella Magna Grecia, divisa in Apulia, Lucania e Bruzio. La prima comprendeva la Daunia, la Peucezia, la Japigia; e Siponto, Salapia, Aufidena, Bario n'erano città fiorenti: dal porto di Brindisi nella Calabria per ducentoventicinque miglia varcavasi in Grecia; poi cedette il luogo a Idrunto (_Otranto_). Verso la Japigia gli Appennini si chinano poc'a poco per rialzarsi verso il paese de' Salentini, ove il promontorio Japigio frange le onde jonie, e sostiene la cittaduola di Leuca. Ad occidente sul seno che s'incurva dal capo Japigio al Licinio, fra molte minori ergevasi la dorica Tàranto. Delle interne meritano ricordo il vasto Canusio sull'Aufido, Canne presso Vergello, Venusia già degli Irpini, una delle meglio fortificate dai Romani, che di là teneano guardata l'Italia meridionale. Nella Lucania sul mar Tirreno si trovavano l'ancor prospera Pesto, e dappertutto quelle colonie greche di cui tessemmo la storia. Il Bruzio, nella punta che s'allunga verso Sicilia presentava Scilleo, fortificata contro i pirati etruschi, e Columna, detta dall'estrema pietra migliaria d'Italia.
Seguitava la Sicilia, che nel 212 era divenuta provincia romana, e a cui si aggregarono anche i paesi dapprima lasciati a re Gerone II.
Non ripeteremo come in tutti i punti opportuni fossero distribuite colonie, e sistemati i popoli con una gradazione di privilegi. Maggiori ne godeano i Socj d'Italia; ma avendo col proprio sangue procacciato la grandezza di Roma, pretendeano essere pareggiati ai cittadini nel dar voto e nell'ottenere gl'impieghi. Era l'unico mezzo di risparmiarsi la poderosa coazione che è necessaria per tenere popoli nell'umiliazione e nella servitù; ed essi l'aveano sperato ora dagli Scipioni aristocratici, ora dai Gracchi demagoghi, ora dal senato stesso: ma ai patrioti conservatori pareva ne patirebbe la costituzione, la metropoli si affollerebbe di gente accorsa a votare, la quale prevalendo pel numero ai pochi cittadini veri, disporrebbe della pubblica cosa, in modo che Roma perderebbe non che la primazia sugli altri, fin la padronanza di sè. Come dunque conciliare la conservazione delle individualità di essa colla formazione d'una grande società italiana?
Questa da un secolo era la suprema quistione, e vedemmo come vi si maneggiasse la politica abilità del senato, mediante le elevazioni progressive. Ma le lente provvisioni spiacciono sempre ai partiti, e Mario riassunse ed esagerò il concetto de' Gracchi. Essendo stato soccorso validamente dagli Italioti nella guerra contro i Cimri, a molti militari concesse gli onori della cittadinanza, e a tutto il contingente di Camerino; e perchè il senato nel querelò, rispose: — Lo strepito delle armi impedì d'intendere le parole della legge». Propose di distribuire ai federati le terre che i Cimri già aveano occupato nell'Italia settentrionale, e che per la vittoria consideravansi divenute di pubblico dominio: a tal modo s'opporrebbe una barriera a future invasioni, e si terrebbero in fede i Lucani, i Sanniti, i Marsi, i Peligni, colà trasportati in colonia.
In tutto ciò Mario, che poco valeva agli intrighi, adoperava la violenza; ad Apulejo Saturnino che chiedeva il tribunato, prestò i suoi soldati, coi quali in mezzo al fôro uccise il competitore Nonio, fugò gli avversarj, e si fece proclamare. Mario, Saturnino e il pretore Cajo Glaucia formarono allora un dispotico triumvirato, (100) che riaffacciò la legge dei Gracchi, non tanto per favorire ai popolo, quanto per contrariare a Cecilio Metello il Numidico, di cui già cliente e beneficato, era allora capitale nemico. Questo, a capo della fazione senatoria, malcontenta anche de' tolti giudizj, repulsò pertinacemente la legge agraria; ma vedendosi soccombere, andò volontario in esiglio, sperando che un giorno la patria ravveduta il richiamerebbe: e la parte di Mario volse e sconvolse la repubblica, colla forza padroneggiò i comizj, assassinò gli oppositori, usurpò i diritti del popolo sotto pretesto di tutelarli, sicchè restava disonorata la causa degli Italiani.
Mario, scarso d'intelletto politico, lasciavasi menare dai due colleghi, che, stile degli arruffapopolo, non cessavano di accaneggiare la corruttela e le tirannie degli aristocratici sovra la povera plebe. Saturnino fece prorogarsi di nuovo il tribunato, e con un assassinio tolse di mezzo Memmio che competeva il consolato con Glaucia, anzi s'impossessò del Campidoglio. Proruppe allora la comune indignazione, (99) e conferito ai consoli autorità assoluta come nelle congiunture più pericolose, Glaucia e Saturnino furono lapidati, richiamato Metello: Mario, che nelle zuffe di piazza mancava dell'intrepidezza mostrata in campo, e che aveva abbandonato i due suoi complici, perdendo così autorità presso gli amici e nemici, si ritirò nella Galazia sotto pretesto di sciorre un voto alla Dea Madre, sentendo che le giornate sue erano le campali, e paragonandosi ad una spada che nella pace arrugginisce.
La riazione allora infierì secondo il solito; e perchè i Socj d'Italia, i quali col domiciliarsi a Roma ne acquistavano la cittadinanza, servivano di stromenti alle sedizioni dei tribuni, Licinio Crasso e Muzio Scevola fecero stanziare che quelli di essi che dimoravano in Roma senz'averne la cittadinanza, tornassero alle patrie antiche, niun riguardo avuto ai legami di parentela, di affari, d'abitudine, contratti da una generazione.