Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 29
[86] «Vi fanno vendere i campi di Attalo e degli Olimpeni, aggiunti al popolo romano dalle vittorie di Servilio, fortissimo uomo: poi i regj campi di Macedonia, acquistati dal valore di Flaminino e di Paolo Emilio: poi la ricca e ubertosissima campagna corintia, unita alle rendite del popolo romano dalla fortuna di Lucio Mummio; quindi i terreni della Spagna, posseduti per l'esimia virtù dei due Scipioni; poi la stessa Cartagine vecchia, che spogliata di tetti e di mura, o por notare la sciagura de' Cartaginesi, o per testimonio della nostra vittoria, o per qualche religioso motivo, fu da Scipione Africano ad eterna memoria degli uomini consacrata. Vendute queste insegne, ornata delle quali i padri vi trasmisero la repubblica, vi faranno vendere i campi che re Mitradate possedette nella Paflagonia, nel Ponto, nella Cappadocia; e non pare che inseguano l'esercito di Pompeo coll'asta del banditore, costoro che propongono di vendere i campi stessi dov'egli or agita la guerra?» _De lege agraria_, I.
[87] MACROBIO, _Saturn._, II. 10. Vedi le orazioni contro Rullo e Pisone.
[88] Se ne vantò molti anni dipoi, _Ego adolescentes fortes et bonos, sed usos ea conditione fortunæ, ut, si essent magistratus adepti, reipublicæ statum convulsuri viderentur ... comitiorum ratione privavi_. _In Pisonem_, II. Quel Cicerone che aveva rinfacciato a Rullo di ratificare le usurpazioni di Silla, tre anni dopo sosteneva la legge portata dal senato che confermava i possessi sillani, e che autorizzava a vendere le gabelle per comprare possessi a nuovi coloni (_ad Attico_, I. 19); e per far grato a Pompeo, sostenne la rogazione di Flavio.
[89] _Quicumque aliarum ac senatus partium erant, conturbari rempublicam, quam minus valere ipsi volebant._ SALLUSTIO, _Catil._, 57.
[90] _Sergestusque, domus tenet a quo Sergia nomen._ VIRGILIO, _Æn._, V. 121.
[91] PLINIO, lib. VII. c. 28.
[92] _Tum enim dixit, duo corpora esse reipublicæ, unum debile infirmo capite, alterum firmum sine capite; huic, cum ita de se meritum esset, caput se vivo non defuturum._ CICERONE, _pro Murena_, 25.
[93] Così lo fa parlare Cicerone, _pro Murena_, 25.
[94] Sallustio attribuisce quest'accusa all'astuzia degli amici di Cicerone. _Nonnulli ficta hæc et multa præterea ab iis existimabant, qui Ciceronis invidiam leniri credebant atrocitate sceleris eorum qui pœnas dederant._ Pure Dione Cassio pone espresso che si scannò uno schiavo, e proferita la formola del giuramento, Catilina la confermò prendendone in mano le viscere, e dopo lui i complici: παῖδα γάρ τινα καταθύσας, καὶ ἐπὶ τῶν σπλάγχνων αὐτοῦ τὰ ὄρκια ποιήσας, ἔπειτα ἐσπλάγχνευσεν αὐτὰ μετὰ τῶν ἄλλον: XXVII. 30. Niente di strano in quest'atto, derivante dalla comune credenza del potere misterioso del sacrifizj umani.
[95] Credo a Sallustio e a Cicerone più che a Plutarco, il quale (in _Cicer._, 16) gli dà trecento seguaci armati e i fasci consolari.
[96] _Illa lata insignisque lorica._ Pro Murena, 25.
[97] Ξίφη δὲ, καὶ στυππεῖα, καὶ θεῖον, dice Plutarco: ma Cicerone non parla che di armi.
[98] _Catilinaria_, I, 2.
[99] _Ab omni judicio pœnaque provocare licere, indicant XII Tabulæ compluribus legibus_, dice Cicerone, _De rep._, II. 31.
[100] LIVIO, III. 55.
[101] _Leges præclarissimæ de XII Tabulis translatæ, quarum altera de capite civis rogari nisi maximo comitatu vetat._ CICERONE, _De legibus_, III. 29.
[102] _In Pisonem._ Il racconto nostro deve aver mostrato le incertezze che rimangono sopra la natura e l'estensione di quella congiura. Ne abbiamo testimonianze incidenti di molti; più estese, sebbene tarde, di Appiano, Dione Cassio, Plutarco e Svetonio, che tutti danno qualche particolari; contemporanee quelle di Sallustio nella _Catilinaria_, e di Cicerone nelle famose arringhe. Sallustio era devoto a Cesare, e scriveva per arte più che per istudio di verità; e come avverso a Cicerone, non disfavorisce troppo Catilina, sebbene ostenti morale col disapprovarne i vizj. Cicerone è un regio procuratore, che vuole mostrar rei gli accusati. Se ci restassero la storia del suo consolato e le lettere sue di quel tempo, ne trarremmo certo maggior lume che da passionate arringhe. Delle _Catilinarie_ moderni filologi impugnano l'autenticità, or di alcuna, or di tutto, scoprendone cattiva la latinità, infelice l'arte, e dichiarandole opera di retore. Gli eccessi della critica ci movono a sdegno collo strapparci quelle ammirazioni che nutriamo fin dalle prime scuole: pure è forse vero che le da noi possedute non sono proprio le recitate da Tullio, sebbene si sappia ch'egli medesimo aveva introdotto nel senato gli stenografi. Ad ogni modo, tanta vi appare la cognizione de' fatti speciali, degli usi, delle leggi, tanta la corrispondenza con altri passi di Tullio e nelle orazioni e nelle lettere, che sarebbe assurdo l'attribuirle a qualche frate del medioevo, o a qualche retore posteriore; il farne merito a Tirone, il celebre liberto e secretario di Tullio, se pregiudicherebbe al concetto artistico, non diminuirebbe la loro validità storica.
Esso Cicerone dà Catilina come un mostro nelle _Catilinarie_; ma nell'orazione _pro Rufo_ lo imbellisce: — Voi non avete dimentico come egli avesse, se non la realtà, l'apparenza delle maggiori virtù. Circonda vasi d'una banda di perversi, ma affettavasi devoto alle più stimabili persone. Avido della dissolutezza, con non minor ardore si conduceva al lavoro ed agli affari. Il fuoco delle passioni struggeva il suo cuore, ma piacevasi altrettanto delle fatiche guerresche. No, mai cred'io sia esistita al mondo una mescolanza di passioni e gusti tanto differenti e contrarj. Chi meglio di lui seppe rendersi gradito a' personaggi più illustri? qual cittadino sostenne talvolta una parte più onorevole? Roma ebbe mai nemico più crudele? chi si mostrò più dissoluto nei piaceri, più paziente nelle fatiche, più avido nelle rapine, più prodigo nel largheggiare? Ma il più mirabile in costui era il suo talento d'attirarsi una turba d'amici, d'allacciarseli con compiacenze, di partecipar loro quanto possedeva, di fare a tutti servizio col proprio denaro, col credito, colle fatiche, fin col delitto e coll'audacia; di padroneggiare il suo naturale, acconciarlo a tutte le circostanze, piegarlo, raffazzonarlo in tutti i sensi; serio cogli austeri, gajo cogli allegri, grave coi vecchi, amabile coi giovani, audace cogli scellerati, dissoluto coi libertini. Mercè di questo carattere flessibile e accomodante, erasi attorniato d'uomini perversi e arditi, come anche di cittadini virtuosi e fermi, colle sembianze d'una virtù affettata.... La colpa d'essergli stata amico è comune a troppi, ed anche ad onestissimi. Io stesso fui ad un punto di restare ingannato da costui, credendolo buon cittadino, zelante degli uomini onorevoli, amico devoto e fedele».
Sulla congiura di Catilina fecero riflessioni in senso diverso, oltre gli storici, Saint-Evremond, Saint-Réal, Mably, Gordon, Montesquieu, La Harpe, Vauvenargues, Napoleone (_Mém. de Ste-Hélène_, 22 marzo 1816). Una buona storia tessè Sérant de la Tour: e a tacere quella debole di un anonimo, una completa ne pubblicò pur ora Prospero Mérimée, _Études sur l'histoire romaine_. Crébillon e Voltaire in Francia, Ben Johnson in Inghilterra, ne trassero soggetto di tragedia: oltre il dramma giocoso di Giambattista Casti. Gomont, traducendo poc'anzi in francese la _Catilinaria_ di Sallustio, si credette in dovere di protestare che non faceva allusione a fatti odierni.
[103]
_Et verba antiqui multum furate Catonis_ _Crispus, romana primus in historia._ MARZIALE.
Quintiliano dà per esempio di grecismo _vulgus amat fieri_. Svetonio, nelle _Vite dei grammatici_, riferisce che Sallustio fece dal greco filologo Attejo raccorre arcaismi ed aneddoti per farcirne il suo racconto. Vedi _De Sallustio Catonis imitatore_, per Fr. DELTOUR. Parigi 1859.
[104]
_Tutior at quanto merx est in classe secunda!_ _Libertinarum dico, Sallustius in quas_ _Non minus insanit, quam qui mœchatur..._ ORAZIO, Ep. II. 46.
[105] _Ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quæ vita, qui mores fuerint, per quos viros, quibusque, domi militiæque, et partum et auctum imperium sit; labente deinde paullatim disciplina, veluti desidentes primo mores sequatur animo; deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire cœperint præcipites, donec ad hæc tempora, quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, pervenutum est._ Præfatio.
[106] _Ea belli gloria est populo romano, ut, quum suum, conditorisque sui parentem Martem ferat, tam et hoc gentes humanæ patiantur æquo animo, quam et imperium patiuntur._ Ivi.
[107] _Quæ ante conditam, condendamque urbem, poeticis magis decora fabulis, quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec affirmare nec repellere in animo est... Datur hæc venia antiquitati, ut, miscendo humana divinis, primordia, urbium angustiora faciat._ Ivi.
[108] Fa che un legato romano vada agli Etolj _alle Termopile_, sgarrando le parole di Polibio ἐπὶ τὴν τῶν Θερμικῶν σύνοδον, che indicano la città di Termi in Etolia. Un trattato co' Macedoni, riferito esattamente da Polibio, è franteso da lui. Riferisce due tradizioni sulla morte di Pleminio, dando le ragioni per cui preferisce l'una: poi in appresso adotta l'altra senza un cenno della prima. Ripete due volte il trionfo di Fulvio Nobiliore, quasi colle identiche parole. E taciamo gli sbagli di data, e la generale negligenza nell'indicare le sue fonti. Pure egli cita spesso i monumenti; come per es. i trattati di federazione o di pace (lib. XXI. 2; XXIII. 33; XXVI. 24; XXIX. 11. 12; XXX. 37. 45; XXXIII. 30; XXXIV. 35; XXXVIII. 9. 38); i fasti e gli annali de' magistrati; i libri lintei riposti nel tempio di Moneta (IV. 7; XIII. 20. 23; IX. 18. 38; XXXIX. 52); le iscrizioni di statue, di quadri, di trofei affissi ne' tempj (II. 33; IV. 20; VI. 29; X. 2: XL. 52; XLI. 28); gli elogi funebri e i titoli delle immagini de' maggiori (IV. 16; VIII. 40); le leggi, i plebisciti e i senatoconsulti; le lettere di re o di capitani o di magistrati provinciali; e la scoperta del senatoconsulto de' Baccanali attestò ch'e' lo avesse veduto, giacchè spesso adopra le parole medesime.
[109] _Inter bellorum magnorum... curas, intercessit res parva dictu, sed quæ studiis in magnum certamen excesserit._ A principio del lib. _XXXIV._
[110] Lib. XLIII. c. 13.
[111] Lib. II. c. 1.
[112] Formo questa voce sull'esempio di Tullio, il quale (ad Attico, lib. IX. ep. 10) scriveva: _Hoc turpe Cnejus noster biennio ante cogitavit: ita syllaturit animus ejus, et proscripturit._
[113] Sallustio fu protetto da Cesare, contrariato da Catone: or ecco come ne parla: — Dopo che per lusso e negligenza la città fu corrotta, quasi sfruttata, per lungo tempo non produsse veruno di grande qualità: ma a ricordo mio, di virtù somma, di costumi diversi vissero Porcio Catone e Giulio Cesare. Stirpe, età, eloquenza ebbero quasi pari, pari magnanimità e gloria. Cesare si reputava grande per benefizj e largizioni, Catone per integra vita; quegli s'illustrò per mansuetudine e amorevolezza, a questo crebbe decoro la severità: Cesare col dare, sollevare, perdonare, Catone acquistò gloria senza nulla largire: uno rifugio ai miseri, l'altro ruina ai tristi; di quello la cortesia, di questo lodavasi la costanza. Cesare erasi proposto di faticare, vigilare, trascurar i suoi per intendere agli affari degli amici, non negare cosa degna d'essere donata; ambiva per sè un gran comando, un esercito, una nuova guerra, dove il suo merito sfolgorasse. Catone fece studio della modestia, del decoro, soprattutto della severità; non gareggiava di ricchezze coi ricchi o di fazione coi faziosi, ma di valore coi prodi, di verecondia coi modesti, di disinteresse cogl'innocenti: e quanto meno la gloria agognava, tanto più essa lo seguiva».
[114] _Monstrum activitatis_; Cicerone. _Nil actum credens si quid superesset agendum_; Lucano.
[115] Χρηματοποιὸς ἀνὴρ ἐγένετο, δύο τε εῖναι λέγον τὰ τὰς δυναστείας παρασκευάζοντα καὶ φυλάσσοντα καὶ ἐπαύξοντα, στρατιώτας καὶ χρήματα. DIONE, XLII. 49.
[116] Tullio lo colloca fra i migliori storici di Roma, ed aveva descritto la guerra degli Alleati e il consolato di esso Tullio. Dione (XXXIII. 1. 7) descrive meglio d'ogni altro il consolato di Cesare.
Questi tempi sono bene illustrati dal tedesco Drumann, _Storia di Roma nel passaggio dalla repubblica alla monarchia: ossia Pompeo, Cicerone, Cesare, e i loro contemporanei per ordine di genti, 1830-38_.
[117] Con quella erudizione passionata e quella ostinata logica, con cui i Tedeschi acconciano ad ogni caso un sistema che abbiano prefisso, testè Holtzmann volle mostrare che Celti e Germani sono un popolo solo (_Kelten und Germanen._ Stuttgard 1855). La quistione si annette alla storia nostra in quanto concerne le popolazioni galle o celtiche, da cui fu abitata la contrada settentrionale d'Italia. Ora Holtzmann, analizzando le poche voci e i nomi proprj trasmessici dagli storici antichi, li trova tutti germanici, nè in verun modo bretoni o gallesi; come _ambacti_, _bracca_, _druido_, _gesum_, _sparus_, _Vercingetorix_, _Brennus_, _Sigomarus_, _Bojorix_, _Critognatus_, ecc.; e le terminazioni di paesi in _dunum_ e _durum_ derivanti da _tun_ siepe, villa, e _tor_ rôcca. Nell'Italia settentrionale non si trovano traccie di voci celtiche, fino per confessione di Diez, autor recente del _Dizionario delle lingue romancie_. Avvertenza a coloro che facilmente si buscano fama d'eruditi coll'asserire alcuni veri, dissimulando o ignorando quelli che vi contraddicono.
[118] CICERONE, _ad fam._, VII. 7, 8, 9. Lucano (_Phars._, II. 572) cantò: _Territa quæsitis ostendit terga Britannis._ Dione narra che tutta la fanteria fu rotta, e sarebbe andata a sterminio se non accorreva la cavalleria. Orazio e Tibullo in molti passi riguardano la Gran Bretagna come indomita. Non fu dunque tale spedizione tanto gloriosa come la fa Cesare ne' suoi _Commentarj_.
Quasi ad appoggiare la possibilità dell'antichissima trasmissione orale delle poesie d'Ossian, ultimamente si scopersero altre poesie di bardi gallesi, mentosto della Scozia e dell'Irlanda che del principato di Galles; ove, tra altre cose, allo sbarco di Cesare in Bretagna si dà per motivo il suo amore per la figlia d'un re, ch'egli avea veduta nelle Gallie.
[119] _Quum suam lenitatem cognitam omnibus sciret, neque vereretur ne quid crudelitate naturæ videretur asperius fecisse._ IRZIO, 44.
[120] PLUTARCO in _Cesare_, 15: Πόλεις μὲν ὐπὲρ ὀκτακόσιας κατὰ κράτος εἷλεν, ἔθνη δὲ ἑχειρώσατο τριακόσια μυριάσι δὲ παραταξάμενος κατὰ μέρος τριακοσίαις, ἑκατὸν μὲν ἐν χερσὶ διέφθειρεν, ἄλλας δὲ τοσαύτας ἐζώγρησε.
[121] _De provinciis consularibus._
[122] _Epistola non erubescit. Ardeo cupiditate incredibili, neque, ut ego arbitror, reprehendenda, nomen ut nostrum scriptis illustretur et celebretur tuis: quod etsi mihi sæpe ostendis te esse facturum, tamen ignoscas velim huic festinationi meæ... Non enim me solum commemoratio posteritatis ad spem immortalitatis rapit, sed etiam illa cupiditas, ut vel auctoritate testimonii tui, vel indicio benevolentiæ, vel suavitate ingenii vivi perfruamur.... Nos cupiditas incendit festinationis, ut et ceteri, viventibus nobis, ex literis tuis nos cognoscant, et nosmetipsi vivi gloriola nostra perfruamur._ Ad fam., v.
[123] _Res eas gessi, quarum aliquam in tuis literis et nostræ necessitudinis et reipublicæ causa gratulationem expectavi... Quæ, cum veneris, tanto consilio, tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognosces, ut tibi multo majori quam Africanus fuit, me non multo minorem quam Lælium, facile et in republica et in amicitia adjunctum esse patiare._ Ivi.
Già scrivendo contro Verre (v. 14) esclamava: — Dei immortali! qual divario di mente e d'inclinazione fra gli uomini! così la stima vostra e del popolo romano approvi la mia volontà e speranza, com'io ricevetti le cariche in modo da credermi legato per religione a tutti i doveri di quelle. Fatto questore, reputai essa dignità non solo attribuitami, ma affidatami. Tenni la questura in Sicilia come se tutti gli occhi credessi in me solo conversi, ed io e la questura mia stessimo s'un teatro a spettacolo di tutto il mondo; onde mi negai ogni cosa che è reputata piacevole, non solo a straordinarj appetiti, ma alla natura stessa ed al bisogno. Ora designato edile, tengo conto del quanto io abbia ricevuto dal popolo romano, e che devo fare santissimi giuochi con somma cerimonia a Cerere, a Libero e Libera; colla solennità degli spettacoli placare Flora madre al popolo e alla plebe romana; compiere colla massima dignità e religione i giuochi antichissimi che si dicono romani, ad onore di Giove, di Giunone, di Minerva; che mi è data a difendere la città tutta, a curare i sacri luoghi; che per la fatica e l'attenzione di queste cose sono assegnati, come frutti, un luogo antico in senato dove proferir il suo parere, la toga pretesta, la sedia curule, la giurisdizione, le immagini per conservare la memoria alla posterità».
Thomas, parlando di lui nel _Saggio sugli elogi_, dice: — Lodò se medesimo anche fuor dei momenti d'entusiasmo, e ne fu biasimato; io non l'accuso, nol giustifico; solo osserverò che quanto più in un popolo la vanità supera l'orgoglio, più esso tien conto dell'arte importante d'adulare e d'esser adulato, più s'ingegna a farsi stimare con mezzi piccoli in mancanza di grandi, si sente ferito persino dall'altera franchezza e dalla schiettezza naturale d'un animo che conosce la propria lealtà e non teme di menarne vanto. Ho veduto alcuno stomacarsi perchè Montesquieu osò dire _Son pittore anch'io_: oggi anche l'uomo più guasto, anche nell'atto di concedere la sua stima, vuol conservare il diritto di ricusarla. Fra gli antichi, la libertà repubblicana concedeva maggior energia ai sentimenti, e più libera franchezza al discorso; quest'infiacchimento del carattere, che si chiama gentilezza, e che tanto teme di ledere l'amor proprio, cioè la debolezza incerta e vana, era allora men comune; si aspirava mentosto ad essere modesti che grandi. La debolezza conceda pure qualche volta alla forza di conoscere se stessa; e se ci è possibile, consentiamo ad avere uomini grandi anche a questo prezzo».
[124] Apud QUINTILIANI _Instit._, IV.
[125] _Tantum enim animi inductio et mehercule amor erga Pompejum apud me valet, ut quæ illi utilia sunt et quæ ille vult, ea mihi omnia jam et recta et vera videantur._ Ad fam., I. 9.
[126] _Cuinam auguratus deferatur? quo quidem uno ego ab istis capi possum. Vide levitatem meam._ Ad Attico, II. 5.
[127] _Quis ullam ullius boni spem haberet in eo, cujus primum tempus ætatis palam fuisset ad omnes libidines divulgatum? qui ne a sanctissima quidem parte corporis potuisset hominum impuram intemperantiam propulsare? qui cum suam rem non minus strenue, quam postea publicam confecisset, egestatem et luxuriam domestico lenocinio sustentavit?_ Queste cose diceva Cicerone in senato _post reditum_, 5. E un'altra volta rammenta che _primam illam ætatulam suam ad scurrarum locupletium libidines detulit; quorum intemperantia expleta, in domesticis est germanitatis stupris volutatus, deinde... piratarum contumelias perpessus, etiam Cilicum libidines barbarorumque satiavit etc._ — _De harusp. responsis_, 20.
[128] _Certarum mulierum atque adolescentulorum nobilium introductiones nonnullis judicibus pro mercedis cumulo fuerunt._ CICERONE, ad Attico, 1. 16.
[129] _Nos, ut ostendit, admodum diligit... aperte laudat; occulte, sed ita ut perspicuum sit, invidit; nihil come, nihil simplex, nihil ἐν τοῖς πολιτικοῖς honestum, nihil illustre, nihil forte, nihil liberum._ Ad Atticum, I. 13.
[130] Oltre le lettere, vedi l'orazione _pro Plancio_, 40.
[131] Le lettere sue ridondano di fiacchi lamenti: — Mi struggo di cordoglio, Terenzia mia. Io son più misero di te miserissima, perchè oltre la sciagura comune, mi pesa la colpa. Mio dovere sarebbe stato o colla legazione evitare il pericolo, o colla diligenza e gli armati resistere, o cadere da forte. Nulla poteva essere più misero, più turpe, più indegno di questo... Dì e notte mi sta innanzi la vostra desolazione... Molti sono nemici, invidiosi quasi tutti. Vi scrivo di rado, perchè se sono accorato in ogni tempo, quando vi scrivo o leggo lettere vostre vo tutto in lagrime, che non posso reggere. Oh fossi stato men cupido della vita! oh me perduto! oh me desolato! Che ne sarà di Tullietta? pensateci voi, ch'io più non ho capo... Non posso dire di più, perchè m'impedisce l'angoscia». Onde Asinio Pollione (_ap._ SENECA) diceva: _Omnium adversorum nihil, ut viro dignum est, tutti præter mortem_; ma soggiunse: _Si quis tamen virtutibus vitia pensarit, vir magnus, acer, memorabilis fuit, et in cujus laudes oratione prosequendas Cicerone laudatore opus fuerit._
[132] _Pro Sextio._
[133] _Non multi cibi hospitem, sed multi joci._ Ad fam., IX. 26.
[134] _Philipp._, II. 32.
[135] CICERONE, _ad Quintum fratrem_, II. 6.
[136] CIC., _ad Q. fr._, II. 5; ad fam., I. 5
[137] _Diæta curare incipio; chirurgiæ tædet._
[138] Ad Attico (IV. 3) scriveva: — Clodio sarà da Milone accusato, se pure in prima non lo ammazzi. Io me la vedo che Milone, scontrandolo per via, lo ammazzerà; lo dice aperto».
[139] Dei senatori, dodici condannarono, e sei assolsero; dei cavalieri, tredici condannarono, e quattro assolsero; degli erarj, quattro assolsero, e dieci condannarono: onde in quel giudizio l'aristocrazia aveva trentacinque voti sopra quarantanove.
[140]
_Milesne Crassi conjuge barbara_ _Turpis maritus vixit? et hostium_ _(Proh curia, inversique mores!)_ _Consenuit socerorum in armis_ _Sub rege medo Marsus et Appulus?_ ORAZIO, Od. III. 5.
[141] _Quæ enim proposita fuerant nobis, cum et honoribus amplissimis et laboribus maximis perfuncti essemus, dignitas in sententiis dicendis, libertas in republica capessenda, ea sublata tota, sed nec mihi magis quam omnibus; nam aut assentiendum est nulla cum gravitate paucis, aut frustra dissentiendum._ CICERONE a Lentulo proconsole.
[142] _Noster populus in bello sic paret ut regi._ CICERO, _De rep._, I. 40.
[143] _Omnia maxima, minima ad Cæsarem scribuntur._ CICERONE al fratello Quinto, III. 1.
[144] CICERONE _ad Attico_, V. 5.
[145] _Referta Gallia negotiatorum est, piena civium romanorum: nemo Gallorum sine cive romano quidquam negotii gerit; nummus in Gallia nullus sine civium romanorum tabulis commovetur._ CICERONE, _pro Fontejo_.
[146]
IVSSV MANDATVVE POPVLI ROMANI.
CON_sul_ IMP_erator_ TRIB_unus_ MILES TIRO COMMILITO ARMATE QVISQVE ES MANIPVLARIE CENTVRIO LEGIONARIE TVRMARIE HIC SISTITO· VEXILLVM SINITO· ARMA DEPONITO· NEC CITRA HOC FLVMEN RVBICONEM SIGNA DVCTVM EXERCITVM COMMEATVMVE TRADVCITO· SI QVIS HVIVSCE IVSSIONIS ERGO ADVERSVS PRÆCEPTA IERIT FECERITVE ADIVDICATVS ESTO HOSTIS P_opuli_ R_omani_ AC SI CONTRA PATRIAM ARMA TVLERIT PENATESQVE E SACRIS PENETRALIBVS ASPORTAVERIT S_enatus_ P_opulique_ R_omani_.
SANCTIO PLEBISCITI S_enatusve_ CONSVLTI·
VLTRA HOS FINES ARMA AC SIGNA PROFERRE LICEAT NEMINI.
Da G. FABRICIO, _Antiq. mon._, lib. I. Non è certa l'autenticità.
[147] _Animadvertis Cn. Pompejum nec nominis sui, nec rerum gestarum gloria, nec etiam regum aut nationum clientelis, quos ostentare crebro solebat, esse tutum; et hoc etiam quod infimo cuique contigit, illi non posse contingere, ut honeste effugere possit._ CICERO, _ad fam._, IX.
_Sed pœnas longi Fortuna favoris_ _Exigit a misero, quæ tanto pondere famæ_ _Res premit adversas, fatisque prioribus urget._ _Sic longius ævum_ _Destruit ingentes animos, et vita superstes_ _Imperio._ LUCANO, VIII. 34.
[148] _Hoc τέρας, horribili vigilantia, celeritate, diligentia est._ CICERONE ad Attico, VIII. 9. _Nullum spatium perterritis dabat._ SVETONIO in _Cesare_, 60.