Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 27

Chapter 273,472 wordsPublic domain

Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa, istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l'orgoglio; a tavola li faceva sedere a' piedi del suo letto; per viaggio, precedere in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non li proponeva mai ai suffragi de' comizj senza aggiungere — purchè lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli, anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò, (4 d. C.) patto che anch'egli adottasse Germanico figlio di Druso, il quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.

Privatamente Augusto non andò illeso da gravissime taccie. Ad oscene ragioni si attribuì l'averlo Cesare adottato. Mentre Roma affamava, diede un banchetto ove figuravano i dodici Dei colle dodici Dee, insultando alla miseria pubblica e alle credenze nazionali con lascivie da cui un epigramma allora divulgato diceva che Giove stesso torse gli occhi[302]. I suoi adulterj dapprima furono spedienti onde insinuarsi nel segreto delle case: ma non li cessò neppure dopo acquistato il potere supremo. L'amicizia per Mecenate nol rattenne dall'amoreggiarne la moglie Terentilla: e il dabben ministro recavaselo in pace, purchè non gli fosse turbata la voluttuosa tranquillità.

Morto questo ministro, al quale sono dovute e la sua moderazione dopo il triumvirato e le lodi degli scrittori; morto anche Agrippa, Augusto si lasciò menare a senno di Livia, che sacrificando l'amor proprio per conservarsi il favore, secondò le lubriche inclinazioni del marito, uffizio al quale non isdegnavano scendere altri amici suoi. Al qual proposito la cronaca narrò che, aspettando un giorno al palazzo una dama, dalla lettiga chiusa che dovea recargliela vide uscir uno colla spada sguainata. Era il filosofo Atenodoro, che voleva dargli una lezione, e — Vedete (gli disse) a che vi esponiate. Non temete che qualche repubblicano o un marito offeso si valga di somigliante occasione per togliervi la vita?» L'argomento era efficacissimo per Augusto; se n'abbia fatto senno, non sappiamo.

Della sua immanità bastanti esempj ci passarono innanzi, e tratto tratto ripullulava. In occasione del bando di Giulia, mise a morte alcuni che gli davano ombra; altri quando riformò il senato, presumendo che gli esclusi cospirassero contro la sua vita. Dacchè la sicurezza del trono gli ebbe scemata la paura, mostrossi clemente; riferendogli Tiberio non so che dicerie e lamenti del popolo, rispose: — Lasciamoli dire, purchè ci lascino fare». Di un Emilio Eliano, accusato di contumelie contro lui, disse: — Gli proverò che ho lingua anch'io per dire il doppio male di esso». A un Cassio Patavino, il quale professava non mancargli nè la volontà nè il coraggio di liberar Roma, impose soltanto d'uscire di città. Di lieve multa punì Giunio Novato, autore d'un libello sanguinoso. Un cavaliere, da lui acerbamente e a torto rimproverato in una rivista, il lasciò finire, poi gli disse: — Cesare, quando volete esatte informazioni sopra persone oneste, cercatele ad oneste persone». Aggradì la lezione, buona anche oggi ai dilettanti di spie.

Scoperto che Cornelio Cinna, nipote di Pompeo [Sidenote: 4 d. C.], tramava con primarj personaggi, Augusto l'ebbe a sè, gli si mostrò informato sin delle minime particolarità, gli rammentò i favori concessigli, in fine annunziogli il perdono, anzi il nominò console[303]. Tratto da re; se pure non era la paura che il consigliasse a baciar la mano che non poteva recidere; la paura che lo accompagnò in tante battaglie, ove la fortuna il rese vincitore; la paura che il rendeva tanto superstizioso. Se il cielo tonava, rifuggivasi in sotterranei, avvolto in una pelle di vitello marino; godeva come di fausto augurio se, sul movere ad un viaggio, cadesse qualche spruzzolo; adombravasi come di tristo se si calzasse il sinistro piede prima del dritto; scriveva a Tiberio di non intraprendere affari il giorno delle none, nè mettersi in via il domani d'una feria. Eppure egli stesso nella guerra contro Napoli, avendo perduto la flotta, insultò a Nettuno, vietando se ne portasse l'effigie in processione.

Anche l'amor della giustizia non era così disinteressato in Augusto. Assordato da lamenti contro Licinio, liberto e confidente suo, appaltatore delle rendite nella Gallia, lo fa processare: e già il reo è sul punto d'essere condannato, quando apre il tesoro al suo padrone, dicendogli averlo accumulato per lui, acciocchè i Galli non ne abusassero; ed è assolto.

Questi difetti sapea sottrarre alla vista ed all'_ammirazione_ de' Romani, colla finissima arte del simulare e dissimulare; nè il _mestiero di re_ da veruno fu meglio conosciuto. Non ostentava alcun fasto nella persona o nel ricevere; nelle città entrava notturno o incognito per evitare le accoglienze; vestiva abiti lavoratigli in casa, senz'altro distintivo che la guardia pretoriana; abitava la casa che era stata dell'oratore Ortensio, nè v'aveva altri ornamenti o giojelli, che una tazza murrina, stata de' Tolomei; accettava inviti anche da privati, ed avendogli un Milanese imbandito meschinamente, e' gli disse celiando: — Non credevo fossimo in sì stretta confidenza». Agli spettacoli sedea fra i giudici, affettava di presentarsi egli stesso ai tribunali per assistere in giudizio clienti e amici suoi, e subiva le interrogazioni e gli acerbi ripicchi degli avvocati. Ad un legionario che lo pregava di patrocinio in certa causa, rispose d'essere occupato, e manderebbe a ciò un avvocato suo; ma il soldato replicò: — Quando a te fu mestieri del mio braccio, ho io mandato un sostituto?» ed egli l'assistette in persona. Parco nel concedere la cittadinanza, voleva che i Romani sentissero la dignità loro e portassero la toga, non la povera lacerna; e vedendo un cittadino in cenci, gemette che _Romanos rerum dominos, gentemque togatam_ fossero ridotti a tali strettezze.

L'affabilità non gli togliea fermezza; respinse il titolo di signore, ma più non diede ai soldati quello di commilitoni, sentendosi esser più che un capitano di ventura; udendo la plebe gridare alla scarsità e carezza del vino, replicò: — Agrippa vi ha provvisti di buon'acqua». Correndo un'epidemia, il popolo immagina sia punizione degli Dei per avere permesso ad Augusto di abdicarsi dal consolato, e corre a furia al palazzo chiedendolo dittatore; ma egli resiste, e preferisce il titolo di provveditor generale, con cui soccorre ai bisogni della città. In mezzo a mali di nervi, di fegato, di pietra, conserva il viso costantemente ilare; e nessun adulatore gli sarebbe andato a sangue come chi abbassasse gli occhi quand'egli il fissava in viso, quasi abbagliato dallo splendore che usciva da' suoi.

Conoscendo quanto giovi ai tiranni stipendiare la penna e la coscienza degli scrittori, favorì, e lasciò che Mecenate favorisse quanti primeggiavano allora per ingegno, ma a patto che lo lodassero; pagò le muse, ma per disarmare la storia, e perchè i loro canti non lasciassero accorgere che l'eloquenza era ammutolita. Orazio Flacco, colonnello a Filippi sotto Bruto, ebbe in sulle prime accoglienza fredda da Mecenate; poi acquistatone le grazie, dovette moderare gl'impeti repubblicani che gli faceano esaltare o le prische virtù o la indomita anima di Catone, e mise in celia se medesimo d'aver a Filippi gettato lo scudo. Pure ad Augusto non bastava ch'e' tacesse, il voleva lusinghiero, e gli domandò: — Credi forse che l'amicizia mia t'abbia a riuscir disonorevole presso gli avvenire?»[304]. E Orazio l'encomiò, e si fece poeta della vita pacifica da lui introdotta, e della quale era tipo Pomponio Attico (pag. 277). Anche Virgilio Marone, a cui Mecenate fece restituire i campi occupati dai coloni, dovea colla gracile zampogna e coi precetti agricoli torcere gli animi dai tumulti forensi e guerreschi alla tranquillità campestre; poi elevatosi a cose maggiori, intessere i destini di Roma con quelli della casa Giulia, e trovare fra gli Dei e fra gli eroi trojani gli antenati di questo uomo nuovo. Intanto a gara gli uni degli altri ripetevano al popolo, che la salute sua stava in quella d'Augusto, che egli solo avea saputo incatenare il demone della rivoluzione e della guerra civile, solo era da tanto da riparare poc'a poco i danni patiti.

A questi patti solamente Augusto (troppo imitato da cotesti altri protettori delle lettere) concede i piccoli onori; pranzi, lieta cera nelle anticamere, applausi nelle scuole e al teatro: ma nessuno si brighi di filosofia o d'eloquenza forense; se il capo di Cicerone è necessario all'ambizione sua, lo abbandona al manigoldo; se Ovidio l'offende, il bandisce, nè per canti o suppliche gli restituisce la patria; lascia in oblio Tibullo, repugnante dall'adulare.

In un governo quieto si può permettere che gli uomini s'avventino ingiurie, si taccino di ladri, di corrotti, d'ingiusti; tutti sanno che non è se non un'arte degli emuli, uno spettoramento de' giornalisti: la moralità se ne stomaca, ma il Governo lascia fare, considerandoli come sbagli, non come delitti. Ma in Governo che succede a una rivoluzione sanguinaria e criminosa, dove uno può dire all'altro, — Tu scannasti mio padre, tu rapisti il mio avere, la casa che abiti guadagnasti proscrivendo mio fratello, il tuo podere è l'eredità legittima de' miei figliuoli», di necessità bisogna impor silenzio, altrimenti la ostilità persevera, le passioni si esasperano, mentre è bisogno del silenzio che le ammorzi. In conseguenza Augusto fece rei d'alto tradimento gli autori di qualunque libello infamatorio, e i magistrati doveano cercarli con quel rigore, che apre la via ad arbitrarie persecuzioni. Cornelio Gallo, per aver tenuto un discorso alquanto ardito, è mandato in esiglio ed ivi ucciso, e proibito a Virgilio di pubblicarne l'elogio; gli scritti di Labieno sono bruciati[305], ed esso costretto a lasciarsi morir di fame: Timagene d'Alessandria, eletto suo storiografo, gli dispiace per un frizzo, ed è comandato di non comparirgli avanti; ond'esso brucia le storie contemporanee, e intraprende studj più sicuri sui fasti d'Alessandro, come gli accademici odierni.

Anche Paolo Fabio Massimo radunava i letterati a pranzi e conversazioni, dove Properzio recitava le sue elegie, Ovidio le facili descrizioni man mano che gli scorreano dalla lubrica penna, Vario le tragedie romane; chiunque insomma avesse grido vi trovava ascoltatori, applausi e cortesie. Augusto l'ebbe amico, e seco in tutta segretezza recossi alla Pianosa per visitarvi il relegato pronipote Agrippa Postumo, alla cui vista s'intenerì fino alle lagrime. Nessuno dovea poter vantarsi d'aver veduto il vecchio imperatore compianger uno cui non voleva perdonare; e avendo Massimo confidato la cosa alla moglie, questa a Livia, Livia ad Augusto, il letterato favorito si trovò morto[306].

Il popolo quieto e pasciuto non guardava a questi fatti, ma credeva alle echeggiate lodi de' cortigiani, i quali narravano ch'e' salutava in Tito Livio il lodator di Pompeo, senza per questo sminuirgli la grazia; che di Cicerone disse, — E' fu grand'uomo ed amante la patria»; di Catone, — È buon cittadino e buon uomo chi sostiene il governo stabilito». Qual meraviglia? Augusto non professavasi restitutore delle prische virtù?[307] A differenza di altri vincitori, che credono rendersi facile il governo coll'avvilire il loro popolo e cancellarne le memorie, procurò migliorarne i costumi, avvivarne la fede, ridestare le tradizioni repubblicane, giacchè non davano più ombra in un tempo che le avversava. Esaltando la Roma quirinale, storici e poeti non faceano che lodare Augusto, il quale revocava i vetusti esempj, rassettava i templi cadenti e le statue annerite dagl'incendj, espiava colla pietà e coll'innocenza i delitti degli avi, tornava l'antico pudore, rifaceva caste le famiglie e liete le madri di prole somigliante (ORAZIO). Era dunque naturale che proclamassero divino colui che li beava di tali ozj[308]: ed Augusto, dopo investito della potenza in terra, accettò d'essere dichiarato dio.

In quarantaquattro anni d'amministrazione non abusò dell'assoluto potere, e adoperò ogni guisa per venire in grado al popolo. La città tenne provveduta di grani e di giuochi; frequentò quelli del Circo, nel cui mezzo ergeva un obelisco egiziano; e li proibì ad ogni altra città; invitò i più illustri attori, vietando agli edili ed ai pretori di bastonarli quand'anche non piacessero: pure, udito che un di costoro tenea seco una donna travestita, il fece prendere, sferzare sui tre teatri, ed esigliare; esigliò anche il celebre attore Pilade perchè mancò di rispetto a un cittadino, ma presto l'ebbe richiamato ad istanza del popolo.

Blandì l'orgoglio nazionale abbellendo Roma, facendovi la piazza e il tempio di Marte vendicatore, quel di Giove fulminante in Campidoglio, l'Apollo palatino colla biblioteca, il portico e la basilica di Cajo e Lucio, i portici di Livia ed Ottavia, il teatro di Marcello, e tanti edifizj, che potè vantarsi di lasciar di marmo quella che aveva ricevuto di cotto. Nel tempio che a Cesare eresse nel fôro, fece trasportare da Coo la Venere Anadiomena di Apelle, stimata cento talenti, e avuta qual modello di bellezza perfetta. Lo secondarono i suoi; e Mecenate murò un palazzo con giardini deliziosi; Agrippa trasse di lontano acque salubri, con più di cento fontane ornate di trecento statue e quattrocento colonne di marmo; terme arricchite di bellissimi quadri, e dotate stabilmente di terreni; un magnifico tempio a Nettuno, e il Panteon, che rimane splendidissimo monumento delle arti in quel secolo. Doviziosi senatori, per consiglio d'Augusto, ripararono del proprio alcuni tratti delle pubbliche vie; Cornelio Balbo aprì un teatro, Statilio Tauro un anfiteatro, Lucio Cornificio un tempio a Diana, Munazio Planco a Saturno, Tiberio alla Concordia e a Castore e Polluce, Filippo un museo, Asinio Pollione un santuario della Libertà. Mentre si parlava delle fabbriche, dei poemi, degli spettacoli magnificentissimi, non sindacavasi il Governo, e così il tempo lo consolidava; del che s'accôrse l'attore Pilade, quando disse: — Sta di buon animo, o Cesare, poichè il popolo si occupa di me e di Batillo».

Roma comprendeva allora il giro di cinquanta miglia e immensa popolazione; ma quanta fosse veramente, è disputato: alcuno le assegna quattordici milioni; credono esser moderati quei che si limitano a quattro: eppure noi sappiamo che, per riguardi religiosi, la città estendevasi poco fuori del pomerio della primitiva; e che anche dopo ampliata da Aureliano, non era più vasta dell'odierna, la quale gira da diciottomila ducento metri, seimila metri meno di Parigi. Vero è che molti quartieri restavano fuori di quel recinto; che le vie erano si anguste, da non potersi riparare dalle ruine, nè soccorrere agl'incendj[309]: alzavansi anche sterminatamente le case, benchè Augusto avesse proibito di eccedere i settanta piedi: il trovare nel catasto fatto da Teodosio registrate quarantottomila trecentottantadue case ci lascia negar fede a quella popolazione sterminata, ma non ci ajuta a determinare la vera.

Per assicurare il vitto e la quiete di tanta gente, acquistarono importanza il prefetto della città e quello dell'annona, cariche rinnovate da Augusto che gli diedero in mano anche la polizia. Ridusse a ducentomila i cittadini nutriti a pubbliche spese, mentre prima di Cesare erano trecentoventimila. Inoltre distribuì almen cinque volte denaro[310], non mai meno di ducento, nè più di quattrocento sesterzj, cioè da quaranta a ottanta lire per testa; e poichè, comprendendovi anche i fanciulli da undici anni in su, i donati sommavano a non manco di ducencinquantamila, ogni distribuzione importava da dieci a venti milioni. Aggiungi le ingenti spese di ventiquattro spettacoli dati a proprio nome, e ventitre a nome di magistrati assenti o incapaci, e le somme che, a chi ne lo cercasse, prestava senza interesse con ipoteca del doppio.

Di settantasette anni (14 d. C. — 14 agosto), a Nola venne in fin di morte, e chiesto lo specchio, si fece acconciare, indi agli amici chiese: — Ho rappresentato bene la mia commedia?» e senza attendere la risposta, — Battetemi le mani».

Anche noi posteri confesseremo che recitò bene la sua parte, se dopo le proscrizioni potè farsi credere umano, farsi credere prode dopo tante fughe e paure, farsi credere necessario quando tutte le istituzioni erano cadute, instauratore della repubblica che demoliva, conservatore dei costumi egli scostumato, fare che alcuni de' tardi suoi imitatori, senza vedervi ironia, potessero compiacersi d'esser chiamati _augusti_. L'influenza d'un regnante bisogna cercarla non nei primi, ma negli ultimi anni del suo dominio; ed Augusto, come Luigi XIV, come Napoleone, trovò gli uomini già fatti, e alla fine non lasciò che decadenza. Pure, per conservare tanti anni l'autorità, e persuadere al popolo che la sicurezza di tutti pendea dalla conservazione di lui solo, qual profonda conoscenza e del cuore umano e dell'amministrazione si richiedeva! Stese egli medesimo un breve catalogo delle proprie azioni, insigne e forse unico monumento della storia d'un mezzo secolo narrata dal principale attore, e senza smancerie, come chi al giudizio della posterità si presenta senza apprensioni[311].

Nel testamento istituì eredi Tiberio e Livia, e in loro mancanza Druso e Germanico. Scusavasi della modicità di alcuni legati per la scarsezza dell'aver suo che non eccedeva i cencinquanta milioni di sesterzj (30 milioni): asseriva di avere adoprati al bene dell'impero i patrimonj redati da Ottaviano e da Giulio Cesare, e quattromila milioni di sesterzj lasciatigli da amici in quegli ultimi vent'anni. Al popolo romano legò quaranta milioni di sesterzj, tre milioni e mezzo alle tribù, mille sesterzj a ciascun pretoriano, metà tanti a ciascun soldato delle coorti urbane, trecento a ciascun legionario. A senatori, illustri personaggi, fin re stranieri fece dei lasciti, uno dei quali ascendeva a quattrocentomila lire; menzionò sin taluno de' suoi nemici. Al testamento aggiunse una statistica dell'impero, istruzioni relative ai funerali, e il suddetto catalogo delle proprie imprese, da scolpirgli sul mausoleo.

Anche il testamento era dunque una scena della sua commedia; battiamogli le mani, ricordiamoci che diede al mondo quarantaquattro anni di pace, e ripetiamo: — Augusto non doveva mai nascere, o non mai morire».

FINE DEL TOMO SECONDO

INDICE

CAPITOLO _pag._ XIX. Gli schiavi. Guerre civili 1 XX. Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale 19 XXI. Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica 52 XXII. Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo 78 XXIII. La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre 105 XXIV. Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina 128 XXV. Gli storici. — Cesare. — Primo triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti 154 XXVI. Seconda guerra civile 201 XXVII. Dittatura di Cesare 221 XXVIII. Italia alla morte di Cesare 242 XXIX. Guerre civili fino all'Impero 306

LIBRO QUARTO

XXX. Augusto. Sistema imperiale 349

NOTE:

[1] Κατὰ τοὺς δικαιοτάτους τρόπους.

[2] Ulpiano li conta fra _le res mancipi; e quod attinet ad jus civile, servi pro nullis habentur. Servitutem mortalitati fere comparamus_ (Dig. l. t. 17. l. 32, e 209 fragm. Ulpiani). _In potestate dominorum sunt servi: quæ potestas juris gentium est; nam apud omnes per æque gentes animadvertere possumus, dominis in servos vitæ necisque potestatem fuisse: et quodcumque per servum acquiritur, id domino acquiri_ (Inst. i, t. 8). Floro li chiama _secundum genus_ hominum (Hist., III. 20). Ilpo presso Seneca (Controv. X. 4), dice _in servum nihil non domino licere_. Giovenale nella _Sat._ v. 210 scrive quest'infamia:

_Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus_ _Supplicium? qui testis adest? quis detulit? audi:_ _Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est._ _O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto._ _Sic volo, sic jubeo: stet pro ratione voluntas._

[3] GAJO, _Inst._, III. 210. 212. 213. Vedi pure HEYNE, _E quibus terris mancipia in Græcorum et Romanorum fora adducta fuerint_. Ci piace, per conformità di sentimenti, addurre queste parole di esso: _Desinamus aliquando laudibus extollere virtutem romanam, omnis terrarum orbis vastatricem, et in generis humani calamitatem adultam et auctam. Quid enim? unius populi victoris tantæ ut essent opes, alia post aliam provincia viris opibusque fuit exhausta!_

PIGNORIA, _De servis, et eorum apud veter es ministeriis_; POPMA, _De servorum operibus, suppl. ad _Grævii_ Thes._, vol. III. — Jugler, _Sul traffico degli schiavi fra gli antichi_, Guglielmo di Laon, _Sull'emancipazione_, non sono quasi altro che raccolte di testi. Reitemeier, _Gesch. und Zustand der Sklavereileidenschaft in Griechenland_, e Blair, _An inquiry into the state of slavery amongst the Romans_, hanno maggior ordine ed estensione, quantunque si limitino a due nazioni. Recenti sono P. Saint-Paul, _Sur la constitution de l'esclavage en Occident pendant les derniers siècles de l'ère payenne_, e Walton, _Histoire de l'esclavage dans l'antiquité_: essi discordano sul numero degli schiavi. Dureau de la Malle, _Économie politique des Romains_, pretenderebbe che nel VI secolo di Roma in Italia vi fossero ventidue schiavi ogni ventisette liberi. Blair mette da principio uno schiavo ogni libero, poi nel VII secolo almeno tre ogni libero; ma conviene che il problema è irresolubile coi dati che possediamo.

[4] _Impediti pedes, vinctæ manus, inscripti vultus._ PLINIO, _Natur. hist._, VII. 4.

[5] GIUSTINIANO, 530.

[6] PLINIO, XVI. 18: XXI. 26; QUINTILIANO, _Inst._, II. 16; SENECA, _Ep._ 47. — Il Gori, _Descriptio columbarii_, e i suddetti Pignoria e Popma enumerano con particolari nomi almeno ventitre specie d'ancelle, e più di trecento specie di schiavi.

Dopo la battaglia di Canne, Annibale domandava quattrocencinquanta lire pel riscatto di ciascun prigioniero cavaliere, ducensettanta pel legionario, novanta per lo schiavo; ma anche il prezzo de' cavalieri doveva essere inferiore al consueto d'uno schiavo, giacchè si loda il senato d'aver piuttosto comprato schiavi, benchè costassero di più. Nel VI secolo di Roma uno schiavo robusto o una bella ragazza pagavansi venti mine, cioè da 1800 fr.; e Catone valuta mille cinquecento dramme, cioè fr. 1300, un buono schiavo da campagna. I prezzi d'affezione arrivavano all'eccesso.

[7] OVIDIO, _Eleg._ I. 6.

[8] TACITO, _Ann._, XIV. 42.

[9] _Cod. Theod._, IX. 12.

[10] _Polit._, I.

[11] _De re rustica_, X e XI.

[12] ULPIANO. lib. II. § 2: e _Lex Furia Caninia_.

[13] πάμπολλοι. ATENEO, VI.

[14] APULEJO, in _Apolog._

[15] SVETONIO, in _Augusto_, 16; PLINIO, XXXIII. 10.