Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 26
Divise il governo delle provincie fra sè e i senatori, a questi assegnando le tranquille e sicure, a sè le irrequiete e minacciose[290], per avere così una ragione di conservare gli eserciti; e le fece amministrare da presidi o legati annui, che da lui nominati, vi esercitavano l'autorità civile e la militare, mentre ai proconsoli eletti dal senato non competeva che la civile. Accanto a questi e a quelli pose dei procuratori, in luogo degli antichi questori, i quali ne frenavano l'esorbitante autorità ed amministravano il fisco, crescendo d'autorità man mano che questo cresceva d'importanza. Pendeva dunque la sorte delle provincie dalla bontà o nequizia del principe; ma in generale quelle del senato stavano a miglior condizione che non le imperiali, perchè dispensate dal militare.
Siccome due sorta di provincie e due poteri, così v'ebbe due ordini di magistrature, quelle del popolo, e quelle dell'imperatore: le prime erano le antiche, annuali, eccetto la censura; le seconde, di tempo indeterminato. Gli altri magistrati conservarono la carica e l'apparenza, ma più scapitarono quanto più elevati. Ai cavalieri furono mantenuti l'esazione delle pubbliche entrate e i giudizj; ma i capitali si dovevano deferire al governatore di Roma, e i più gravi all'imperatore.
Le leggi tiranniche del triumvirato Augusto abrogò d'un tratto di penna; pure le avite non osò distruggere nè farne di nuove, perchè con ciò avrebbe manifestata la sua onnipotenza. D'altra parte non volendo lasciar esercitare ai magistrati e al popolo la facoltà legislativa, prefisse i giureconsulti, ai quali soli era permesso dar responsi, ingiungendo ai giudici di non dipartirsene. Poteva così sceglierli ligi alle sue intenzioni; attribuendo pubblica autorità alle decisioni loro, avocava a sè l'interpretazione delle leggi; i giudici e gli oratori non potevano, col discuterle, accorgersi che le antiche venivano di pianta sovvertite. Pensò anche raffazzonare un codice, onde esibì il consolato al famoso Antistio Labeone perchè tacesse o parlasse a modo suo; ma questi «scarco d'ambizione, lieto d'incorrotta libertà, nè altro credendo giusto e santo, se non ciò che avesse trovato negli antichi»[291], rifiutò l'indecoroso patto. Al contrario, Atejo Capitone seppe trovar compensi onde accomodare le vetuste leggi al nuovo sistema; di che lo premiò l'adulato imperatore.
All'amministrazione repubblicana aristocratica, repugnante dall'unità, e della quale l'oligarchia de' proconsoli avea prodotto l'eccesso, Augusto ne surrogava dunque una più compatta e regolare; intravvide l'utilità di disporre gerarchicamente lo Stato, sebbene solo Costantino potesse effettuarlo dopo tre secoli: intanto però ebbe costante la mira a stabilire differenze tra' cittadini. Fra i cavalieri e la plebe stavano i cittadini di Roma, col privilegio di dare una quarta decuria di giudici. Le quattordici regioni in cui Roma era divisa aveano prerogative superiori ai distretti suburbicarj, i quali a vicenda erano più favoriti che la restante Italia. Nell'Italia poi, quantunque tutta ammessa alla cittadinanza, sussistevano municipj, colonie, prefetture: Augusto v'aggiunse ventotto colonie, disposte sopra terre compre dagl'Italiani, e ai loro decurioni concesse di poter mandare a Roma il proprio voto per iscritto. Fin tra i cittadini l'originario differiva dal creato; fra gli stessi cittadini perfetti metteano differenza la nascita, la ricchezza, il diritto di tre figli.
Con singolare arte Augusto coglieva le occasioni di rinforzare il suo dominio. La congiura di Fannio Cepione gli fece abolire l'antica consuetudine di non procedere contro i cittadini assenti, e volle fosse condannato anche chi non si difendeva in persona. Nell'eleggere un collega al console Sentio Saturnino, si tumultuò fino ad insanguinare il fôro; ed Augusto, a prevenire gli scandali, trasse a sè la nomina del secondo console: e così quella dei censori quando il popolo ne nominò due indegni. Malato gravemente, convoca i primati, e ai consoli consegna il suo testamento e il registro delle entrate e forze dell'impero: si credette intendesse con ciò ripristinare la repubblica, onde allorchè guarì, restò consolidata l'autorità sua da un atto liberale, fatto in un momento in cui nessuno dubitava che simulasse. Gli schiavi non dovevano essere interrogati alla tortura contro i padroni; ed Augusto stabilì che, nei casi di Stato, gli schiavi potessero comprarsi dal principe o dalla repubblica, e quindi ammettersi a testimoniare.
Esentò gli edili dal dare gli spettacoli, tracollo delle fortune, ma li darebbero i pretori a spese dell'erario; non combattimenti di gladiatori se non col consenso del senato, nè più di due l'anno, e i combattenti non eccedessero i centoventi; senatori e cavalieri non montassero sul palco scenico; escluse le donne dalla lotta, benchè delle loro scostumatezze lasciasse vindici i soli mariti; punito chi comprasse suffragi; vietato alle provincie di tributare pubbliche onorificenze ai governatori se non sessanta giorni dopo partiti.
Affine di nominar magistrati adunava ancora i comizj nel Campo Marzio, dava voto anch'egli colla sua tribù, raccomandava alle centurie quei che bramava fossero assunti alle cariche maggiori; ma col votare egli dispensava tutti gli altri dal farlo; come col dire il parer suo in senato faceva che tutti opinassero con lui. Poi al fine d'ogni anno questo popolo sovrano veniva a ratificare tutto ciò che il suo rappresentante avea compito.
Mostrava dunque Augusto non tenere che dalla libertà un potere che la libertà distruggeva, ed innestava le monarchiche sulle forme repubblicane; collocava prefetti e funzionarj suoi, anzichè della legge; dietro al governo uffiziale, di forme repubblicane e d'inoperosa apparenza, ergeva il vero, che senza pompa facea tutto, avea la flotta e le legioni, era unico conosciuto dagli stranieri; i consoli restavano adombrati dal _præfectus urbis_; i decreti uscivano in nome del senato e del popolo quirite, ma li faceva l'imperatore. Questa maschera applicata alla servitù impedì ch'egli mettesse limiti costituzionali ai possibili eccessi, nè assodasse al popolo qualche prerogativa che prevenisse l'abjetta schiavitù e la disimpedita tirannia; attesochè il prefigger misura a' suoi successori avrebbe mostrato ch'egli non ne aveva alcuna. Riuscì però a formare un impero grande, di lingua e moneta e leggi comuni, con amministrazione e mezzi e diritto civile e politico e capo unico; il che toglieva che Roma fosse tutto, nulla il resto.
Delle finanze quasi punto non cambiaronsi le fonti, ma assai la loro amministrazione interna. Il principe ebbe una particolare cassa militare[292], distinta dall'erario dello Stato: di quella disponeva a suo beneplacito, di questo per mezzo del senato. E poichè le nuove imposte (fra le quali si vogliono ricordare la ventesima delle eredità e l'ammenda sui celibi) si versavano nel fisco, il principe trovavasi in mano i denari, come le legioni, come tutto: egli stesso fissava l'ammontare de' tributi e lo stipendio de' governatori.
Mecenate indusse Augusto ad aprire i posti di senatore e di cavaliere ai più spettabili provinciali; altro uguagliamento di questi ai Romani: come sarebbe stata l'imposta ch'egli suggeriva su tutti i liberi dell'impero e su tutte le materie tassabili. Ma non fu ascoltato; laonde, restando immuni i cittadini, il loro crescere tornava a scapito de' tributarj, e ne conseguiva l'accumularsi di cittadini nella capitale e di ricchezze in poche famiglie. Augusto non vi riparò se non col restringere la liberalità nel concedere il diritto di cittadinanza, del quale poi furono prodighi i suoi successori.
L'esercito era stato onnipotente negli ultimi tempi: e Augusto, sapendolo venuto a lui non per amore, ma per cupidigia, gli distribuiva i terreni delle provincie sottomesse e delle quiete; e non bastando, vendeva il proprio patrimonio, toglieva a prestito dagli amici per satollarlo. Pure non lo sbrigliò alla licenza cui Silla e Antonio l'avevano assuefatto; le rivolte delle legioni perdonò, ma congedandole; se una scompigliavasi o fuggiva, la decimava; agli uffiziali che abbandonassero il posto, morte immediata. Ma perchè i possessori più non temessero d'essere spropriati affine di compensare i veterani, Augusto istituì quasi tutto del suo un tesoro militare, di cui dare a questi le retribuzioni.
Assodata la pace, sistemò un esercito stabile per la sicurezza dell'interno e delle frontiere; ma invece dei terreni che rendeano precaria la proprietà, mal coltivate le terre, e facili le turbolente intelligenze, gli prefisse un soldo. Acquartierava i veterani in trentadue colonie per Italia, donde poteva appellarli ad ogni bisogno; tenne in piedi nelle varie provincie censettantamila seicentocinquanta uomini, numero ben piccolo a chi vi paragoni il sobbisso degli Stati moderni; e non erano occupati a far la polizia contro i sudditi stessi. Otto legioni osservavano la frontiera del Reno, tre o forse cinque sul Danubio, quattro all'Eufrate, una nell'Africa, tre nella Bretagna recente acquisto, due in Egitto: tremila uomini dal mar Nero vegliavano sui re del Bosforo; gli altri re rispondeano della tranquillità de' proprj Stati: quasi senz'armi rimanevano la Spagna, l'Italia, l'Asia Minore. Quaranta vele tenevano in soggezione il Ponto Eusino: una flotta stanziava a Ravenna per vigilare la Dalmazia, la Grecia, le isole e l'Asia: un'altra a Miseno con quindicimila marinaj per custodire la Gallia, la Spagna, l'Africa e le provincie occidentali, sgombrar il mare dai pirati, e assicurare il trasporto dell'annona e de' tributi. A speciale custodia dell'imperatore e della città vegliavano presso Roma nove coorti pretorie sotto due prefetti, e tre coorti urbane[293].
In questo fatto all'imperatore non facea mestieri di riguardi. In lettere suggellate, da aprirsi tutte il giorno stesso, comandò ai colonnelli di mettere in ceppi i soldati che fossero ridomandati dai padroni come servi disertori: col che trentamila schiavi furono rinviati agli ergastoli. Ne escluse pure i forestieri, arrolando solo cittadini, quasi per annodare l'Ordine civile col militare, sicchè i soldati si ricordassero d'esser cittadini, e i cittadini si compiacessero di divenir soldati: ma in realtà quelli di Roma ne restavano dispensati, e le legioni reclutavansi di preferenza nelle provincie, e con mercenarj unicamente devoti alla paga e al bottino, cioè all'imperatore non alla patria. Non dunque a Costantino, ma ad Augusto va attribuito un passo di così avanzata tirannia, qual fu il disarmare il popolo e soggettarlo all'esercito, in quel sistema tutto militare che rese possibile la sfrenata potenza de' Cesari successivi.
Secondo l'antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell'ora più non trionfò che l'imperatore.
Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei, dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste; e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i figli, di guerra più che d'altro dibattevano le adunanze del popolo e del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo ciò che aveano deliberato nell'assemblea. Ambita come esercizio, come via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare: nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell'ambizioso, poichè un capitano succedeva all'altro, e restava l'anima di questo eroe immortale.
Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè d'assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure ambiziosi, gl'imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare, e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori per un altro capo, e dovendo guardarsi dall'eccitarne la gelosia, rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col corteggiare il principe.
Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L'impero è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto l'esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui bisognava difendersi.
Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione, ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti. Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l'Armenia, e come un trionfo festeggiò l'avergli Fraate re della Partia restituito i vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc'Antonio[295]; ridusse a provincie la Pisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu Ponzio Pilato.
Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall'Oceano all'Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava l'indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano stromenti di Roma.
Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli, Augusto pose cura a legare alle sorti dell'impero i re de' paesi non ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a modo d'un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone allevare i figli co' suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo approvarne i testamenti, convalidarne l'elezione: e quando egli passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.
Per autorità censoria, più d'una volta Augusto ordinò la numerazione dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava a quattro milioni censessantatremila; l'ultima, nell'anno che morì, ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che la gente da Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole, rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l'età e le ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a conservar l'ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non s'acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava colle masnade l'impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l'emancipazione degli schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i cittadini assenti dall'Italia o che possedessero meno di ducento mila sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi, sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio, e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: onde il conto tornerebbe a cenventi milioni d'abitanti[297].
Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città, e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle ruine.
Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo. Avendo questi varcato il Reno (21 a. C.), Agrippa dovette moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti, Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella Gallia, che riscossosi li rincacciò.
Rezia intitolavasi il paese che dall'alpi Pennine si stende fino alle Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni sul lago di Costanza, gli Estioni sull'Iller; nelle Alpi e sulla proda meridionale i Leponzj di Oscela (_Domodossola_) e i Focunati; i Venosti nelle alture da cui piovono l'Inn e l'Adige; poi i Camuni e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull'alto Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra dell'Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrione della Rezia stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l'Inn, dove ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l'Inn, la Sava, l'alpi Carniche, il monte Cetio (_Kahlengebirge_) e il Danubio; all'est del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.
I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta, facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di Livia li vinsero (15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell'Italia. Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di vent'anni, e il loro paese spartito fra' pretoriani, collocatavi la colonia di Augusta Pretoria (_Aosta_), eretto nelle Alpi un monumento col nome di quarantatre genti montane sottoposte all'impero[298]. Solo colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era capitale Susa.
Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso ancora li vince: ma perito fra le vittorie (9 a. C.), Tiberio continuò colla destrezza l'impresa già ben avviata colla forza (8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò, e nuovi trionfi v'ottenne.
Però non solo la recente conquista, ma anche l'Italia si trovò minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne' loro paesi. Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati (6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si mandano lupi a divorarci». E l'ingordigia dei governatori fu causa di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato povero nella ricca Siria, era uscito ricco dalla Siria impoverita», venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann) principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale, il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l'Elba e il Reno preparò una sollevazione generale (9), e nella selva di Teutberga, presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d'una sconfitta, dalla quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.
Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava: — Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e barba, munì le entrate d'Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse supplicazioni agli Dei come ne' pericoli più stringenti.
Erminio tenea desto l'ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie, consueta peste de' sollevati, per le quali alcuni davano favore al marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a Idistaviso (_Hastenbeck_) (16) riportò segnalata vittoria su Erminio.
Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest'_immensa maestà della pace romana_, che in somma significava un'incontrastata sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e parve grande a' suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che fortunato.
Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l'interesse la ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore: ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300]. Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza, da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.
Augusto erasi compiaciuto nell'educare egli stesso quest'unica figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del palagio, tu vegli continuo ai penati d'Augusto e presso al talamo di Giulia»[301]. Ma gli giunsero all'orecchio le dissolutezze di lei, scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d'esser padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell'isola Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss'io vissuto senza donna, o morto senza prole».