Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 25
Con questi raggiunse Antonio, che teneva l'esercito presso il promontorio d'Azio e la flotta nel vicino golfo d'Ambracia. Agrippa devastava le coste di Grecia, intercettava i soccorsi d'Egitto, di Siria e d'Asia, e prendea città sotto gli occhi stessi dell'inimico: onde molti disertarono da questo, che divenuto sospettoso, molti ne fece morire fra' tormenti. Carridio suo generale lo dissuadeva di mettersi alla ventura colla flotta d'Ottaviano, addestrata nelle battaglie contro Pompeo; cercasse piuttosto le pianure di Tracia e di Macedonia, ove il valore e il numero de' suoi comparissero interi: ma Cleopatra lo determinò ad azzuffarsi in mare. Ottaviano, benchè incoraggiato da prosperi augurj[281], si tenne discosto dal pericolo: Antonio vi si espose col coraggio d'un veterano. Il primo aveva agili navi e aggirate maestrevolmente, l'altro elevate e pesanti: d'ambo i lati si facevano prove supreme di valore, quando si vedono veleggiare (7 7bre) verso il Peloponneso i sessanta vascelli egizj, che unici si erano riserbati per fare scorta a Cleopatra, la quale, disperando della fortuna d'Antonio, volea serbarsi a conquistare un altro vincitore. Antonio, dimenticando e prodezza e onore, le corre dietro, e così restano decise la battaglia e la prevalenza d'Ottaviano. Perocchè, mancato il capo, la flotta andò in rotta: l'esercito di terra, forte di oltre centomila uomini, rimase sette giorni inerte alla presenza del nemico, finchè trovando follìa il serbar fede ad un generale che lo abbandonava per una donna, passò ad Ottaviano; colpo decisivo più che la battaglia di mare. Il vincitore si trovò arbitro dell'Asia; alcuni principi depose, tutti multò ad esorbitanza; a molti Romani perdonò, d'altri prese l'estremo supplizio. Solo i gladiatori che Antonio faceva nodrire a Cizico, traversarono l'Asia Minore, la Siria, la Fenicia, il deserto, per raggiungerlo.
Fra vergogna e dispetto tre giorni egli continuò la fuga; regalati lautamente gli amici, consigliolli a cercarsi miglior destino, e andò ad Alessandria con Cleopatra, alla quale erasi riconciliato. Colla fortuna era svanito anche l'amore di lei; pure mesceva al vinto voluttà e speranze; formò una brigata degli _inseparabili nella morte_, coi quali prolungar le notti banchettando; sperimentava sopra gli schiavi diversi veleni, per trovare quale rendesse meno spasmodiche le agonie; e lusingava l'amante coll'assicurarlo di voler morire con esso, o con esso ricoverarsi in solitudini remote. Al tempo stesso mandava a Ottaviano la corona, lo scettro, il trono d'oro, gli consegnava Pelusio chiave del regno, e ne riceveva galanti messaggi. Antonio, che di nulla sospettava, quando il nemico entrò in Alessandria (30) combattè disperatamente: poi rotta la fanteria, tradito dalla cavalleria, veduto la flotta egizia congiungersi colla nemica, e Ottaviano ridersi del duello che gli proponeva, si diè della spada nel corpo. Fattosi per una corda tirare nel mausoleo dove Cleopatra erasi rinchiusa, stette con essa finchè spirò.
Finiva egli i cinquantacinque anni: mistura di lodevoli e di cattive qualità, avrebbe potuto esser buono se la sciagura lo avesse educato[282]; secondò utilmente Cesare; ottenuto il potere, ne fece quell'abuso che peggiore gli permetteva la costituzione romana: ma la retorica di Cicerone al principio, da poi gli adulatori d'Augusto l'hanno denigrato oltre il vero. Il senato dichiarò infame la memoria di esso: eppure la sua posterità doveva salire al trono, negato a quella d'Ottaviano[283].
Ottaviano mostrò commoversi alla morte di colui ch'era stato complice delle sue proscrizioni, e il cui valore gli aveva sgombrato la via all'impero. Bandì che perdonava ad Alessandria per riguardo al fondatore e alla magnificenza di essa, e al suo amico Areo filosofo platonico, col quale famigliarmente ragionando vi entrò. Cleopatra mise in opera lusinghe e lacrime, minacciò uccidersi; ma sentì spuntarsi l'armi sue contro costui, il quale non le usava riguardi se non per desiderio di serbarla viva al suo trionfo. All'idea di andare spettacolo di commiserazione dov'era stata d'invidia, non resse ella, e si fece mordere da un aspide velenoso.
Ottaviano da Alessandria portò via tanti tesori, che il denaro contante dal dieci scadde al quattro per cento, e in proporzione aumentò il prezzo delle derrate. Ridotto l'Egitto a provincia, dato regola all'Asia ed alle isole, torna a Roma che lo saluta _imperatore_, e chiude il tempio di Giano.
Così, eguagliato il diritto fra plebei e patrizj, vedemmo sorgere una nobiltà nuova, costituita sulla ricchezza: i poveri, ch'erano i più, si vendettero a qualche ricco o a qualche forte, finchè s'istituì il despotismo democratico coll'Impero, unicamente eretto sulla forza armata e sull'amministrazione delle finanze. Gli antichi nobili erano omai scomparsi tra le guerre e le proscrizioni; alcuni celavansi nella Grecia e nell'Asia Minore, altri si erano fatti capi di pirati, altri accasati nella Partia. Il popolo ricevea denari e spettacoli, e non conosceva misura nella riconoscenza verso colui che dava la pace, dopo tanti orrori o sofferti o veduti.
LIBRO QUARTO
CAPITOLO XXX.
Augusto. — Sistema imperiale.
Cesare Ottaviano, onorato del nome di Augusto quasi ad indicare cosa più che mortale[284], sprovvisto di virtù guerresche, era prevalso in tempo che la guerra parea tutto; e con ducentomila armati tenendo in freno cenventi milioni di sudditi e quattro milioni di cittadini romani, potè imporre al mondo quel riposo, che la repubblica aveva incessantemente sovvertito.
Giovi ancora ripetere che, nella politica antica, fondata sopra l'originaria disuguaglianza degli uomini, i diritti civili, i politici e nemmanco i naturali non si comunicavano che ai membri di ciascuna società, cioè erano privilegio. Alla società romana appartenevano in origine i soli patrizj, che in aspetto sacerdotale e guerresco unendo il lituo etrusco e la lancia sabina, dal colle Palatino e dal Quirinale dominavano sopra un'altra popolazione plebea, spoglia di tutti i diritti, ma capace di ottenerli. E di fatto colla perseveranza questa plebe viene a galla, ottiene il proprio magistrato de' tribuni, e da quel punto la sua lotta si fa più evidente nello scopo, più decisa ne' mezzi; ben presto partecipa alle magistrature dei nobili, e alle loro prerogative personali e civili; al fine costituisce con essi un solo Comune.
Allora le contese fra patrizj e plebei prendono aspetto di contesa fra possidenti e no; il grosso della popolazione, scontento di servire a tanti tirannelli, stringeasi attorno a capi ambiziosi, coi quali piantava momentanee tirannidi e un despotismo permanente. Alle lotte di Roma implicavansi gli Italiani, che, o non avendoli o solo a misura, pretendeano i diritti di quella città, al cui ingrandimento aveano contribuito con oro e sangue.
Il dibattimento fu agitato in prima ne' comizj, perorando e chiedendo leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj: ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati mercenarj, e spartisce a costoro, non l'agro pubblico, ma i beni tolti ai proscritti. Quindi malcontento dell'Italia e delle provincie, alle quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel pericolo, nell'ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari ad acquistare l'eguaglianza di diritto. Il coltello de' senatori non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra il patriotismo esclusivo, non raggiunse l'eguaglianza. Al cadere di Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli uccisori suoi è l'estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell'intento comune di spegnere l'aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico, il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario, l'eguaglianza delle leggi, l'ampliazione della società. La democrazia trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un solo sottentri, il quale concentri in sè l'autorità, piena perchè conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.
Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma non più come due genti separate al modo d'altri popoli, ma come due parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione l'assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla a tutta Italia, poi a tutto l'impero; i patrizj, indi i ricchi s'affaticano a negarla: quelli s'incamminano al progresso, gli altri ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della conquista.
Il progresso, com'è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città, o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le istituzioni aristocratiche s'inchinano più sempre alla democrazia: si estende il dogma dell'eguaglianza davanti alla legge: fuori d'Italia, intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l'impronta, e spegne l'egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo, ch'ella stessa però svigorisce coll'ampliarlo di troppo.
In tal modo la conquista, ch'era un esercizio per la plebe, uno stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta a un mezzo di unità, agevola l'affratellamento, e per un istante sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze. In filosofia, in politica, in religione non v'ha un punto in cui generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e patire; il dotto vacilla fra le attrattive d'un piacere presente, e gl'impacci d'un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder la vita, e gettarla appena riesce di peso.
Di qui l'immensa corruttela del secolo, che gl'idolatri della forma intitolano _d'oro_. Augusto, incapace di fare una rivoluzione, abilissimo a profittare d'una fatta, veniva in momento opportunissimo a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent'anni di guerra civile e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani; il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia; impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de' creditori, non osavano collocarsi ne' seggi distinti agli spettacoli; affamata la plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l'Italia inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno stilo perchè l'uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi, sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un ribaldo che l'assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di proscrizione.
Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi, chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch'essi riconosceano per un sogno? Cessato di parer attuabile l'antica libertà, non rimaneva che accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre adoratrice de' vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere, che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l'incostante ciurma; le provincie, costrette a blandire la plebe e l'aristocrazia, ridotte a non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite dalle gare de' potenti, dall'avidità de' magistrati, dalla debole tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286], prevedevano più agevole l'ubbidienza e il comando nell'unità, e speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete, e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma acconciavasi per la calma; e all'uomo che s'affaccia allorchè alle convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di restauratore e il merito della guarigione naturale.
Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi de' nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca nella civile, la pubblica nella privata.
La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l'idea di abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato, dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: ma Mecenate gli mostrò quanto sia pericoloso l'indietreggiare dopo tanto proceduto; conservasse l'autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori, se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d'Augusto non era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto. Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d'Augusto; il quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in porpora sulle eburnee seggiole de' lucumoni etruschi; uomo gaudente, che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva d'acconciar l'impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini del pari, unica legge per tutti, unica l'imposta, le misure, i pesi; i beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una banca di prestito per l'industria e l'agricoltura.
A quest'unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato, sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone, ridomanda al regime vecchio gli elementi che mancano al nuovo, pensa rialzare ciò ch'era stato abbattuto, levandone però quanto potesse dargli impaccio.
Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne' Romani un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de' tempi e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non si deve derogarla, ma perpetuarne l'immagine e la memoria in formole legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata dall'editto pretorio.
I filosofi disputavano sull'origine della legge, e non mancava chi vi vedesse, non un trovato dell'umana intelligenza, non un arbitrio del popolo o del legislatore, ma la ragione suprema congenita alla nostra natura, la norma eterna del giusto e dell'ingiusto, la regina de' mortali e degli immortali. Ma lo Stato s'atteneva alla pratica e alla radicata opinione; i patrizj custodendo o ridomandando ciò che in origine aveano posseduto, i plebei ciò che eransi con tanta fatica acquistato, poco del resto curavano se i nomi antichi tutt'altre cose indicassero. Deificata la repubblica, la parola di lei è santa, non perchè vera, ma perchè detta; non per la giustizia, ma per la legalità: e questa a quella sostituivasi nel diritto internazionale.
Conobbe Augusto questa inclinazione romana, e tutta la politica interna dirizzò a mascherare l'usurpazione. Sgomentato dalla uccisione di Cesare, e per natura alieno dall'impetuosa ambizione che si compiace a frangere gli ostacoli anzichè sviarli, calpestare gli usi anzichè spegnerli lentamente, pose ogn'arte in persuadere al popolo che egli nulla mutava, mentre di tutto s'impadroniva; rispettar le forme onde più facilmente sovvertire il fondo; e lasciar morire di sfinimento lo spirito repubblicano, che altrimenti nell'opposizione si sarebbe rattizzato. Guadagnatisi coi donativi i soldati, col pane il popolo, tutti colla blandizie del riposo, cominciò salire passo a passo, e concentrare in sè le attribuzioni del senato, de' magistrati, delle leggi. Il nome di re suona esecrabile ai Romani; ond'egli tiensi pago a quello d'_imperatore_, solito attribuirsi ai generali trionfanti; nè tampoco il nome di _signore_[288] sopportava: lo pregavano d'assumere il supremo potere? egli a ginocchi supplicava ne lo dispensassero; finalmente l'accettò per dieci anni, allo scorcio de' quali si rinnovò la scena, e per altri dieci gli fu prorogato, e così finchè visse.
Rifiutando i titoli, voleva la realtà, e si fece concedere il consolato anno per anno, poi in perpetuo, e il potere proconsolare in tutte le provincie: come principe del senato, presedeva a questo; come censore, poteva dare e togliere gli onori, esercitar lo spionaggio, regolare le spese e i costumi; come imperatore, disponeva degli eserciti, aveva una guardia del corpo con paga doppia, portava la porpora e le armi anche in città, e con spada e corazza andava nel senato ov'era stato assassinato Cesare. Fin quel poco che la religione contribuiva agli atti pubblici trasse egli a sè colla qualità di pontefice massimo, colla quale risarciva tempj, proibiva di mescolar numi egizj cogli italici, bruciò duemila volumi di profezie, e ripurgò i Libri Sibillini.
In tutte queste magistrature le attribuzioni erano limitate, ed Augusto le divise con altri: ma ve n'aveva una, da minima divenuta suprema, quella di tribuno della plebe, che, inerme e fin muta contro i patrizj organizzati, era stata munita di carattere sacro, a segno di far delitto capitale ogni ingiuria contro di essi. La plebe non avrebbe sofferto vi s'attentasse, e Augusto se ne guardò bene, ma ne investì se stesso: come tale era tutore del popolo, e perciò inviolabile e onnipotente; potea mettere il veto alle decisioni di qualunque magistrato, e appellare al popolo. Questo fu il vero titolo dell'onnipotenza di lui e de' suoi successori; e talmente egli il conobbe, che la podestà tribunizia[289] non comunicò mai con veruno, se non coi nipoti Agrippa e Tiberio quando gli associò al dominio.
Piantava egli dunque l'autorità imperiale sovra il popolo di cui era rappresentante, e sovra l'esercito le cui armi lo sostenevano: due elementi opportunissimi a renderla dispotica; e identificando sè collo Stato, richiamò in vigore le leggi di maestà che permettevano di trascendere al diritto affine di scoprire i rei di Stato.
Del senato, non che mostrare disprezzo come Cesare, stabilì fare il congegno principale del suo governo, indocilendolo ad ogni suo volere. Mostrandolo scaduto nell'opinione, procurò restituirgliela coll'escluderne per condanna o per consiglio gl'indegni e la bordaglia introdottasi nelle guerre civili: da mille li scemò a seicento che dovessero possedere almeno ottocentomila sesterzj, supplendo del pubblico denaro a coloro che non bastassero a sostenere le spese: egli poi ne parlava sempre con riverenza, entrandovi salutava ciascuno per nome, e non se ne partiva senza domandare congedo. Volle una volta al mese si raccogliessero, ma qualunque numero bastava perchè le decisioni loro avessero forza; i figliuoli dei senatori assistessero alle assemblee, sott'ombra di decoro volendo avvezzarli al nuovo ordine di cose, cancellare le memorie d'altri tempi, e preparare una specie di ereditarietà. Lasciava che il senato desse ancora udienza agli ambasciadori; cerniva da quello i governatori delle provincie; ne domandava l'assenso: ma per non incomodare ogni tratto l'augusta assemblea, ne trascelse alcuni per consultori privati, coi quali risolveva gli affari urgenti e secreti; consiglio privato (_consistorium principis_), che all'uopo diveniva alta corte di giustizia. Così elegantemente carezzati e spodestati, i senatori furono ridotti a mero consiglio di Stato, che più non poteva se non fiancheggiare col voto le imperiali decisioni; anzi, perchè non fossero tentati a mettere a repentaglio la pace, Augusto vietò uscissero d'Italia senza suo congedo.
Tanti nobili erano periti nelle civili guerre, che, malgrado i nuovi creati da Giulio Cesare, non se n'aveva abbastanza pe' servizj religiosi riservati ai patrizj. Augusto si fece ordinare dal senato e dal popolo di crearne di nuovi, talchè contentava anche l'aristocrazia parendone rinnovatore: mentre egli stabiliva una specie di gerarchia in quella società dianzi rivoluzionaria, con aristocrazia come quella che si fa per decreto, senza forza per resistere agli arbitrj del principe, ma neppure per difenderlo.