Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 24

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Dallo stoicismo era pure suggerito il suicidio a lui ed a Cassio: ma la loro fazione può incolparli d'aver deserto il posto mentre ancora integre le forze, e quando avrebber dovuto adoperarsi a ristabilire la repubblica che credevano a sè confidata. Gli avversarj stessi compiansero Bruto, come si fa de' nemici sinceri; Antonio gettò un ricco mantello sul cadavere di lui, ne ordinò magnifici funerali, e volle amico quel Lucilio che l'avea salvato; Messala presentò ad Ottaviano il retore Stratone, dicendo: — È lui che rese l'estremo uffizio al mio generale». Esso Ottaviano, che nella sua viltà insultò dapprima al cadavere di quello dinanzi al quale era poc'anzi fuggito, avendo poi veduta la statua erettagli in Milano dai Cisalpini, li lodò per questa memore riconoscenza.

Il campo di Bruto fornì di viveri i soldati de' triumviri, e di tesori per regalare i veterani e congedarli, da che s'erano resi insubordinati. Antonio mandò a morte altri suoi nemici: Livio Druso, suocero di Ottaviano, gli si sottrasse uccidendosi. Ottaviano, più fiero perchè più vile, aggiungeva l'oltraggio al supplizio; a chi gli chiese almeno la sepoltura: — La provvederanno gli avoltoj»; costrinse un figlio ad immergere la spada nel seno del padre, indi ritorcerla contro se stesso. Perciò i prigionieri il caricavano d'imprecazioni, e boccheggiando nella morte rinfacciavangli la codardia sua atroce.

Non era terminata la guerra: e Sesto Pompeo (41) raggomitolava in Sicilia i fuggiaschi proscritti; Domizio Enobarbo e Stazio Macro comandavano le flotte vincitrici sulle coste della Macedonia e dell'Jonia; Cassio Parmense ne conduceva un'altra in Asia, ingrossata dai Rodiani. Pertanto Ottaviano mosse contro Pompeo, Antonio contro l'Oriente; e ambendo gli applausi della Grecia, la attraversò, assistendo a giuochi e dispute, e largheggiando; in Asia ebbe accoglienze adulatorie da re e regine; ad Efeso la pompa usata nelle solennità di Bacco. Egli, che erasi mostrato eroe nel pericolo e vero autore delle vittorie, ora straripava ai vizj della prosperità; quelle orgie e le laute piacenterie ripagava con generosità, e talora con pazza prodigalità, come allorchè, trovando squisito il pranzo, regalò al cuoco la casa d'un primario cittadino di Magnesia.

Nè per ciò rimetteva del sanguinario rigore. Trovando indocili le legioni di Macedonia, chiama nel padiglione trecento principali, e li fa scannare; persegue a morte chi cospirò contro Cesare; confisca ricchezze per darle a mimi e adulatori. Gli faceano gola i tesori che il commercio procacciava a Palmira, la quale, sorgente in un'oasi del deserto di Siria, serviva di stazione alle carovane; ma gli abitanti le trasferirono di là dell'Eufrate, e coi Siri e coi Palestini esausti dalle imposizioni, e cogli Aradiani che avevano trucidato gli esattori, invocarono i Parti, rinnovando così a Roma le costoro terribili nimicizie.

Bisognava che i triumviri compensassero i soldati; e Ottaviano s'incaricò di distribuir loro terreni, Antonio denari, per aver i quali si era vôlto all'Oriente. La bella Cleopatra, regina d'Egitto, avea sposato la parte de' triumviri; ma perchè qualche generale di lei era stato costretto a favorire Crasso, Antonio, giunto in Cilicia, la chiamò a giustificarsi. Ella comparve a Tarso, montata sopra una galea guarnita con quanto lusso l'Oriente sapesse; dorata la poppa, di porpora le vele, argentati i remi, che batteano a suon di flauti e di lire; amorini e nereidi faceano corteggio ad essa, che in abito di dea sedeva tra i profumi, onde il popolo cantava: — Venere trae a visitar Bacco». Portando somme ingenti e una bellezza rara, cresciuta dai raffinamenti della galanteria e dalla coltura dell'ingegno, potea dubitare di soggettarsi Antonio? Da quel punto egli le fu schiavo; non era ingiustizia che per lei negasse commettere; uccideva signori onde confiscar beni per essa; mandò soldati a trucidare Arsinoe sorella di lei, che privatamente viveva in Asia; poi seguitatala in Egitto, vi svernò fra delizie.

La bella, congiungendo l'accortezza di Mitradate e l'ardimento di Cesare, favellava diverse lingue; spargea di leggiadre vivezze la conversazione; compariva or da guerriera, or da cacciatrice, or da pescatrice; se accorgevasi che Antonio si faceva attaccar pesci all'amo per vanità di mostrarsi fortunato pescatore, mandava palombari che glie ne attaccassero di cotti, e celiando gli diceva: — Va, e piglia città e regni, fatiche da te; a noi lascia l'insidiare ai pesci». Poi con esso giocava, beveva, usciva notturna per le vie a far burle ai passeggeri e mescolarsi sconosciuta ai beoni nelle taverne, esponendosi a ingiurie e busse, per isfoggiare grazia nel narrarle poi alla Corte. A gara s'imbandivano desinari, e Cleopatra vinceva lui in ricchezza e gusto. Ammirando una volta Antonio la quantità di vasi preziosi, disposti sul buffetto, ella disse — Sono a tua disposizione», e glieli mandò, pregandolo che il domani tornasse a lei con maggior compagnia. Tornato, ritrovò più riccamente guernite le credenze, e al fine del pasto il vasellame fu scompartito fra i convivi. Ornava essa le orecchie con due perle, stimate ciascuna un tesoro: ne staccò una, stemprolla e la bevve; e accingeasi a far lo stesso dell'altra, ma rattenuta, la regalò. Filota medico d'Amfrissa, invitato da un cuoco a vedere i preparativi della cucina d'Antonio, meravigliossi della varietà dei cibi, ma soprattutto il colpì la vista di otto cinghiali, allestiti sugli spiedi, e domandò che folla di commensali s'aspettasse. Ma il cuoco: — Dodici soli; però potendo Antonio voler cenare all'istante, fra un'ora, fra due o più tardi, conviene per ogni momento tener lesto un compiuto desinare».

Uom di passioni, Antonio doveva soccombere a Ottaviano uom di calcolo. Il quale, profittando di que' lubrici riposi, dell'Italia fece sua preda; giusta l'accordo tolse a donare ai veterani i beni di tutti quelli che non avessero preso le armi per loro; onde Antonio disse: — Ottaviano va in Italia per distribuire le città e le ville, o, a dir più giusto, per tramutare tutte le proprietà dell'Italia in altre mani». Così fece di fatto: e i miseri, respinti dal fondo avito, accorrevano a Roma a fiotti, esclamando all'ingiustizia di far pagare al popolo una guerra, vantaggiosa unicamente ai triumviri; e di ripartire anche ingiustamente l'aggravio, colpendo le città migliori e i terreni più pingui. Ottaviano vi dava ipocrito ascolto, nè però cessava dalla spropriazione; eppure l'ingordo esercito, che colla fantasia esagerava i tesori tocchi ai fedeli di Silla, imperversava contro il triumviro, incapace di saziarlo; e giudicava rubato a sè tutto ciò ch'era lasciato ai legittimi possessori.

Gli scontenti (41) fecero capo a Lucio Antonio fratello e a Fulvia moglie di Marc'Antonio, quell'atroce dissoluta di cui già dicemmo, e che fattasi potente sopra i consoli e sopra Lepido, governava Roma a talento. Irata al marito che i nuovi amori ostentava, aborriva anche Ottaviano perchè le negava corrispondenza[277], e tanto più quand'egli ripudiò Clodia figlia di lei; lo tacciava che coi distribuiti terreni volesse agevolarsi il tiranneggiare: i veterani d'Antonio che doveano aver denari non terreni, e gl'Italiani spossessati patteggiavano con essa, donde ogni giorno capiglie e uccisioni, incolte le campagne, chiuso il mare dai Pompejani, Italia affamata. Anelante di vendetta, e persuasa che solo la guerra potesse svellere Antonio dalle braccia di Cleopatra, Fulvia si ritirò a Preneste, e quivi con elmo e spada passava in rassegna le legioni, dava la parola d'ordine e tutto come capitano. L'esercito, dichiarandosi arbitro fra i competitori, citò Ottaviano e Fulvia a Gubio. Il primo venne sommessamente: l'altra se ne rise, e questo fu la sua rovina. Malgrado che alcuni senatori cedessero ad essa i loro gladiatori, Lucio Antonio si trovò chiuso in Perugia, e ridotto a fame rabbiosa: onde lasciati morire gli schiavi e i servi, per salvar tanti prodi, uscì in persona a trattare con Ottaviano, che promise perdono a chiunque cedesse. Ma avuta la città, fece uccidere alcuni primarj; e trecento cavalieri e senatori perugini condannò ad essere scannati dai sagrificatori, gli idi di marzo, sull'altare di Cesare[278]: (40) la città andò in cenere; Lucio fu mandato proconsole in Ispagna; Fulvia ed altri ricoverarono in Sicilia o in Grecia. Ottaviano, rimasto unico padrone d'Italia, entrò in Roma, trionfante de' proprj cittadini in guerra deplorabilissima, ove non si trattava che del ripartire le spoglie tra i forti.

Antonio dai molli ozj d'Egitto fu scosso allo schianto della guerra di Perugia e alle minacce dei Parti; e udito che Ottaviano aveva occupato la Gallia Transalpina, per patto predestinata a sè, l'ebbe come una dichiarazione ostile, e volse all'Italia, congiungendosi i Pompejani, e sconfiggendo chi s'opponeva. I soldati, stanchi di battaglie e vogliosi omai di godersi nella pace i campi ottenuti, costrinsero Ottaviano a cercare accomodamento: e a Brindisi abbracciatisi i due gran nemici, si stipulò che i triumviri dimenticherebbero il passato; Antonio, essendo morta Fulvia, sposerebbe Ottavia, sorella del collega, bellissima e virtuosissima: poi si spartirono il dominio in modo, che restavano a Ottaviano la Dalmazia, le due Gallie, la Spagna, la Sardegna; ad Antonio quant'era dall'Adriatico all'Eufrate; a Lepido l'Africa; l'Italia in comune per levarvi truppe colle quali farebbero guerra, Antonio ai Parti, Ottaviano al giovane Sesto Pompeo.

Questo, scampato dalla strage di Munda (pag. 231), a guisa degli Olandesi dopo vinti per terra, erasi buttato al mare, facendosi capo di que' pirati che suo padre avea creduto distruggere; prese per patria le galee, mentre i triumviri davano centomila sesterzj a chi uccidesse un proscritto, egli ne prometteva duecento a chi ne salvasse uno; e padrone del mare e delle isole, avea preso molte città, bloccava l'Italia, affamava Roma, e poteva preparare duro cozzo ai triumviri se quanto mostrò valentia personale e abilità in sì difficili emergenze, tanta avesse avuta risolutezza di volontà per reggersi da sè, mentre s'uniformava sempre ai consigli d'amici, onde fu detto ch'era liberto de' suoi liberti. I triumviri lo invitano a patti, e alfine (38) a Miseno si conviene ch'egli conservi per cinque anni la Sicilia, la Sardegna, il Peloponneso; restituitigli settanta milioni di sesterzj per equivalente de' beni paterni confiscati; conferito il pontificato massimo, e permesso di brigare il consolato benchè a stento; alleggerita la condizione de' proscritti; ai legionarj suoi, terminata la capitolazione, si concedano terreni come a quelli dei triumviri; egli in ricambio lascerebbe libero il navigare, nè molesterebbe le coste, anzi sbratterà dai pirati, non accoglierà schiavi fuggiaschi, fornirà Roma di viveri. Mentre il trattato si festeggiava sulla capitana fra lui e i triumviri, Mena liberto, consigliere di partiti estremi a Pompeo, gli disse: — Lascia ch'io sferri; porta via costoro, e tu sei padrone dell'impero romano». Pompeo, ambizioso a metà, vacillò e rispose: — Dovevi farlo senza dirmelo».

Roma giubilò, redenta dalla lunga fame, e vedendo tanti illustri proscritti ripatriare per merito di Sesto, nel quale sognava rinate le virtù di Pompeo Magno, idolo suo e sua compassione: ma non andò guari a conoscere che non aveva altro se non acquistato un quarto tiranno. L'antico odio di Cesare con Pompeo si rinfocò ne' loro figli: Ottaviano occhieggiava il destro d'invadere la Sicilia, Sesto faceva armi per difenderla: il primo pretendeva che le tasse dovute dal Peloponneso alla repubblica avanti il trattato spettassero ai triumviri; l'altro le chiedeva per sè, come di paese ceduto senza restrizione: ogni giorno nuovi dissidj; inevitabile la guerra.

Dai colleghi era lassamente ajutato Ottaviano; ma di gran vantaggio gli tornò la diserzione di Mena, il quale, indispettito con Pompeo che sapeva confidarsegli solo a metà, o volendo disgregare la sua causa da chi non era abbastanza ribaldo per trionfare, recò al nemico molta abilità, risoluti consigli, tre legioni, grossa flotta, e le isole di Corsica e di Sardegna.

Fortuna maggiore di Ottaviano furono due cavalieri da lui sollevati, Vipsanio Agrippa e Cajo Mecenate. Quest'ultimo, della chiarissima famiglia Cilnia discendente da un lare etrusco, copiosissimo ricco, ingegnoso uomo, ma dalla felicità svigorito[279], s'appagava di restare cavalier romano, onde avere maggior agio ai godimenti, e diceva: — Fatemi zoppo, monco, gobbo, sdentato, purch'io viva; anche in croce, purch'io viva». Ma gran senno mostrava ne' consigli; e perchè non ambiva onori, potea dire verità disgustose a Ottaviano, che, uomo nuovo, godeva di vedersi a fianco uno i cui avi erano stati re. E Mecenate lo piegava a mansuetudine; e udendolo un giorno dal tribunale proferir sentenze contro i suoi nemici, nè potendosegli avvicinare, gli gettò una cartolina iscritta — Alzati, o boja». Così giovava a quel che deve esser primo intento della politica dopo gravi tempeste, il rappacificamento; mentre a torre di mezzo i nemici s'adoperava Agrippa.

Questi, nato bassissimamente, amico di Ottaviano da fanciullo, l'incoraggiò ad accettare la precoce importanza, cui lo chiamava la morte di Cesare, e gli amicò i veterani di questo; represse l'insurrezione dei Galli Transalpini, e crebbe col crescere d'Ottaviano. Questi due, inetti ad occupare il primo grado, provvidero a collocarvi Ottaviano col risarcire l'ordine, surrogare agli indocili veterani di Farsaglia un esercito che volesse e potesse tener fronte agli artifizj di Antonio e al valore di Pompeo.

Radunate nuove flotte, Agrippa rimediava alle turpi fughe di Ottaviano osteggiando Pompeo nel mar di Sicilia; e in fine lo vinse fra Mile e Nauloco (35), mandandone l'armata in fiamme. Dei capi, alcuni furono uccisi, altri s'uccisero: Ottaviano che, non reggendo a veder la mischia, erasi coricato supino in una galea, si trovò colmo di gloria non meritata: Pompeo, ridotto a diciassette vascelli, invece di ritentar la fortuna, prese a bordo sua figlia, alcuni amici e i tesori, e passò in Asia per invocare ed assistere i Parti, o trattar con Antonio, il quale (35) o lo fece o lo lasciò assassinare.

Per assecondare questa guerra, Lepido era venuto d'Africa con grand'esercito; e vedendo che solo Ottaviano mieteva gloria e potere, mise in campo le sue pretensioni come triumviro. Ma avendone l'altro sedotti gli uffiziali, si trovò deserto da tutti i soldati; onde, vestito a bruno, venne a rendere omaggio ad Ottaviano, che, nol temendo, gli concesse la vita e i beni. Scaduto così da un posto, cui nè valore, nè destrezza, ma pura fortuna l'avevano sollevato, tristo cittadino, sommovitore di partiti che poi era incapace di dirigere, fu ridotto alla carica la più inconcludente, quella di sommo pontefice; e finì a Circeo nel Lazio in quella oscurità, da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Restavano a disputarsi l'impero Ottaviano e Marco Antonio. Il primo accennava ad un esercita quale nessun altro generale romano; quarantacinque legioni, venticinquemila cavalli, trentasettemila fanti alla leggera, seicento vascelli grossi. Chiedendo costoro tumultuosamente le ricompense medesime concedute ai vincitori di Filippi, Ottaviano tentò chetarli distribuendo collane, braccialetti, corone; ma un tribuno gli disse: — Serba cotesti balocchi pe' tuoi bambini». L'esercito applaudì all'ardito; Ottaviano si ritirò: ma il tribuno più non comparve, e tutti credendolo assassinato per ordine del generale, divennero più mansi: ventimila che ostinavansi a chiedere denaro o congedo, furono rinviati, gli altri imboniti con donativi estorti alla Sicilia e con terreni comprati nella Campania, o che i prischi coloni lasciavano deserti.

Roma al reduce Ottaviano prestò onori splendidissimi e congratulazioni come a trionfante, e gli eresse una statua col titolo di _pacificatore della terra e del mare_. Egli ricusò alcune eccessive dimostrazioni, assolse coloro che dovevano al tesoro per pubbliche cause, mandò a sperdere le masnade che devastavano la campagna e le borgate, procacciò abbondanza di grani; le lettere di senatori trovate a Pompeo recò in piazza, ed arse inviolate; e protestò deporrebbe l'autorità non appena Antonio tornasse d'Oriente. Preso da tanta liberalità, il popolo gli conferì il titolo di tribuno della plebe in perpetuo, che lo rendeva inviolabile, e che gli spianava la via al dominio assoluto.

Che faceva intanto Antonio? passato in Grecia colla nuova moglie Ottavia, in Atene ricevè gli omaggi servili cui lo aveva abituato Cleopatra; nelle processioni vestivasi da Bacco; sposò la dea Minerva, poi ne pretese la dote di mille talenti. Ventidio Basso suo ajutante aveva in questo mezzo felicemente guidata la guerra contro i Parti, che sostenuti anche da Romani fuorusciti, (36) aveano devastato l'Asia Minore e fin al Mediterraneo. Ventidio colle vittorie vendicato Crasso, avrebbe potuto dilatare l'imperio fino al Tigri, se non l'avesse rattenuto la gelosia del suo generale. Il quale rimandatolo a Roma sotto il pretesto d'ottenervi il trionfo, unico che i Romani celebrassero sovra i Parti, prese egli stesso il comando: ma l'esercito, disgustato, mal lo secondò, sicchè dovette con poco onore conchiuder la guerra. Cajo Sosio, altro suo ajutante, sottopose Gerusalemme e la Giudea, lasciandovi regnare Erode il grande; Canidio penetrò nell'Armenia (35), occupando le gole del Caucaso per cui avevano passaggio le popolazioni scitiche: per modo che le armi di Antonio occupavano le tre grandi vie del commercio, quelle del Caucaso, di Palmira, d'Alessandria.

Egli si tragittò in Italia; e Ottavia, sostenuta da Mecenate e da Agrippa, indusse il fratello ad abboccarsi con lui; ove convennero del come distruggere i nemici, e prolungare cinque altri anni il triumvirato.

Se bontà, amorevolezza, prudenza fossero bastate ad allacciare Antonio, Ottavia il poteva; ma pel soldato ambizioso e grossolano, che valevano mai le virtù della bella suora d'Ottaviano a petto di Cleopatra, regina e amante, adorata per dea nella città più degna d'esser capo del mondo? Abbandonata pertanto in Italia la moglie, tornò a Cleopatra, la quale, più ambiziosa che amante, lo consigliava a fare Alessandria capitale d'un nuovo impero, che coll'Egitto abbracciasse i paesi marittimi e trafficanti del Mediterraneo orientale. Intanto assalì i Parti (34), e assediò Praaspa capitale della Media; ma il valore congiunto de' Medi e de' Parti lo obbligò a calare a patti. Re Fraate IV, che gli aveva promesso sicura ritirata, ben dieci volte l'assalì ne' ventisette giorni che quella continuò, e durante la quale, in fatiche e privazioni orribili perdette ventiquattromila compagni prima di toccare la provincia. Altri ottomila ne perdette in una marcia forzata per paesi nevicosi, consigliatagli dalla smania di rivedere Cleopatra. Questa a Leucopoli lo raggiunse con abiti pei soldati e con denari; gl'impedì di vedere la buona Ottavia, giunta in Atene con munizioni e cavalli assai, e duemila guerrieri in tutto punto e larghi doni; e che rejetta, tornò a Roma senza voler però uscire dalla casa del marito, nè permettere che il fratello la vendicasse; educava diligentemente i figli d'Antonio, e sosteneva del suo credito quelli ch'esso raccomandava per impieghi.

Tali virtù davano risalto alla turpe condotta del marito; il quale in Alessandria festeggiando e sollazzando, raccolti i cittadini a splendidissimo banchetto, vestito da Osiride sedette sopra un trono d'oro, mentre s'un altro eguale sorgeva Cleopatra, con a' piedi i suoi figliolini; dichiarò (33) lei regina d'Egitto, di Cipro, dell'Africa, della Celesiria, associandole Cesarione natole da Cesare; ai tre figli da essa partoritigli assegnò altre provincie, col titolo a tutti di re dei re. Ottaviano avea cura di divulgare siffatte azioni, e aggiungeva che Antonio mulinasse trasferir Roma sul Nilo, o dare Roma a Cleopatra, la quale giurava con questa formola: — Come spero dar leggi in Campidoglio»[280].

Fremeva il patriotismo romano a questa prodigalità di regni, e alle pompe ch'erano privilegio del Campidoglio: e Ottaviano, che facea suo pro d'ogni errore d'Antonio, lo accusa al senato e al popolo d'avere smembrato l'impero, e disonestatane la dignità col suscitare cotesto intruso Cesarione. Antonio di rimpatto rinfaccia ad Ottaviano di non aver partita seco la Sicilia tolta a Pompeo, nè l'autorità e l'esercito tolti a Lepido, e distribuita l'Italia tutta fra' proprj soldati, nulla serbando pe' suoi; al che l'altro celiando rispose: — Come può desiderare questi ritagli esso che ha conquistato l'Armenia, la Media e l'impero de' Parti?» L'ironia punse sul vivo Antonio, che chiarita nimicizia, preparò grande sforzo sul mare Jonio: sostenuto coi tesori e co' vascelli di Cleopatra, a Samo, dov'era dato il convegno alle forze di tutti i principi e popoli dall'Egitto all'Eusino e dall'Armenia all'Illiria, i due amanti dividevano il tempo tra apparecchi di guerra e piaceri sontuosi, che sarebbero stati soverchi anche dopo un trionfo.

Ottaviano, cacciando i due consoli che vi si opponevano (32), indusse Roma a bandir guerra, non ad Antonio, ma a Cleopatra. Antonio allora ripudiò Ottavia, la quale si ritirò dalla casa maritale, non d'altro dolendosi che d'essere pretesto di una guerra civile.

Se Antonio si fosse affrettato sopra l'Italia mentre era mal provveduta, e disgustati i migliori Romani per la mal dissimulata ambizione d'Ottaviano, e l'Italia per un'imposizione straordinaria, forse altrimenti piegavano le sorti del mondo: ma parte i piaceri, parte i preparativi, l'indussero a differir la guerra all'anno successivo. Se ne giovò Ottaviano per sedare gli animi: tolto per violenza alle Vestali ove stava depositato, pubblicò un testamento di Antonio, tutto favorevole agli Egizj, e quindi ingratissimo ai Romani; poi ogni giorno facea spargere incolpazioni nuove, e aneddoti nulla più autorevoli che le dicerie de' giornali, ma che allora gli valsero mirabilmente, e che poi la condiscendente storia adottò.

Dalle provincie d'Asia e d'Africa (31) Antonio avea raccolto ducentomila pedoni, dodicimila cavalieri, ottocento vascelli: lo seguivano in persona i re della Mauritania, della Cilicia, della Cappadocia, della Paflagonia, della Comagene, della Tracia; truppe del Ponto, degli Arabi, degli Ebrej, della Licaonia, della Galazia; una turba poi di Geti si movea per secondarlo. Ottaviano, che governava dall'Illiria all'Oceano, e la Gallia, la Spagna, la costa d'Africa che fronteggia l'Italia, non aveva seco pur un principe straniero; soli ottantamila pedoni, dodicimila cavalli e ducencinquanta vascelli, ma assai meglio forniti e disciplinati.