Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 23

Chapter 233,658 wordsPublic domain

I repubblicanti eransi invigoriti in Oriente, ed era convenuto che Antonio e Ottaviano andrebbero a osteggiarli, mentre Lepido custodirebbe l'Italia; ma prima di movere ad opprimerli, bisognava non lasciare nemici in casa, nè aperti nè nascosti. Già Decimo Bruto, abbandonato dai soldati, era stato tradito da Antonio, che il mandò a morte. I triumviri promisero che ciascun legionario, al fine della guerra, toccherebbe cinquemila dramme, ciascun centurione venticinquemila, ciascun tribuno il doppio; verrebbero distribuiti in diciotto delle migliori città d'Italia, snidandone i prischi possessori, fra le quali Reggio, Capua, Venosa, Nocera, Benevento, Rimini, Mantova, Cremona.

Queste erano promesse: ma i soldati, ricordando Silla, e riprovando la mansuetudine di Cesare, invocavano oro e sangue; sangue e oro spasimavano i triumviri: onde, col pretesto di vendicare il dittatore sopra la faziosa nobiltà, proscrissero trecento senatori e duemila cavalieri, e spedirono a Roma alcune masnade col seguente decreto: — Lepido, Antonio, Ottaviano, eletti triumviri a ripristinar la repubblica, fanno sapere: se ai benefizj non si fosse risposto coll'odio poi colle insidie, se quei che Cesare avea salvi e premiati non lo avessero ucciso, noi pure vorremmo dimenticar le ingiurie di coloro che ci dissero nemici della patria: ma chiariti che la costoro malignità non può esser vinta, volemmo prevenirli, e non lasciar nemici qua, mentre oltremare combattiamo i parricidi. Ma più clementi di Silla, non colpiremo le moltitudini, nè tutti i ricchi e dignitarj, ma solo i più iniqui; e perchè la licenza militare non confonda gl'innocenti coi rei, qui divisiamo le persone da colpire. Sia dunque colla buona ventura. Dei proscritti nessuno sia ricoverato nelle case. Le loro teste ci sieno portate; e per ciascuna i liberi avranno centomila sesterzj, i servi quarantamila e la libertà e i diritti di cittadinanza. Egual premio ai rivelatori; e i nomi resteranno segreti»[272].

Prima apparvero centrenta nomi, e subito la città fu riempita di sangue e di costernazione: poi altri cencinquanta furono designati, poi altri. L'esser ricco o sospetto di parteggiare coi congiurati bastava per meritare la morte; fellonia il salvarne uno, merito il tradirlo; e abbominandi esempj si videro di conculcata pietà domestica, di violate amicizie, di clienti e schiavi che godevano vedersi ai piedi uomini consolari, patroni e signori, chiedenti pietà, e poterla ad essi negare. Una donna fa proscrivere il marito per isposarne un altro. Uno assumeva il vestimento virile colla consueta festività, allorchè sulle tavole si legge il nome di lui; e detto fatto il corteggio l'abbandona, sua madre gli chiude la porta in faccia: riparatosi ai campi, è preso da alcuni padroni di schiavi, e messo a tali fatiche, ch'e' preferisce recare il suo capo ai manigoldi. Un pretore, mentre sollecita suffragi per suo figlio, vede il proprio nome sulle tavole, onde ricovera presso un amico: ma il figlio stesso vi conduce i satelliti, e n'è ricompensato coll'eredità. Un altro assalito, implora un sol momento per mandare suo figlio a chiedere pietà da Antonio, di cui era grande amico; — Ma se è lui appunto che ti ha denunziato», gli si risponde. Di rimpatto Cajo Geta salvò il padre dando voce fosse stato ucciso, e spendendo ogni ben suo nell'esequiarlo.

Ad Anzio, Apulejo, Antistio, Tito Vinio, Quinto Vipsallione e ad altri recò salvezza la coraggiosa fedeltà delle mogli. Acilio fu tradito dai servi, ma la donna sua il ricomprò dando tutte le gioje: dando l'onestà ricomprò il suo la moglie del senatore Caponio, vagheggiata già da un pezzo da Antonio. Quella di Quinto Ligario, visto il marito consegnato dagli schiavi e decollato, dichiarò ai triumviri d'averlo tenuto nascosto, e perciò meritato il supplizio; e negatole per quanto buttasse loro in volto la crudeltà, si lasciò morir di fame.

Gli schiavi di Menejo e di Appio si posero nel letto dei padroni, lasciandosi trucidare invece di questi (43): altri vestiti da littori accompagnarono Pomponio, che, fingendosi un pretore mandato in provincia, salvossi in Sicilia: altri con Irzio, Apulejo ed Arunzio opposero forza a forza: Papio, sannita ottagenario, si bruciò colla propria casa: alcuni colle spade s'aprirono il passo fin al mare. Un fanciullo, mentre andava a scuola col precettore, è arrestato da' sicarj, e il precettore si fa uccidere difendendolo. Uno, fatto da Restio bollare in fronte per fuggiasco, venne al nascosto padrone, e poichè lo vide pauroso d'esserne tradito, — Pensate voi (disse) che il marchio mi stia fisso sulla fronte più che nel cuore i favori ricevuti?» e ridottolo in salvo, più giorni il mantenne delle sue fatiche; poi vedendo i sicarj ronzare in quel dintorno, piomba sopra un passeggiero, gli mozza il capo, e recandolo a quei cagnotti, ed accennando le cicatrici della propria fronte, dice: — Eccomi vendicato», lasciando credere avesse ucciso il padrone, il quale dall'inumana gratitudine campato, potè giungere al mare.

Non era furor di partiti quella proscrizione, non ispirata da alto scopo, ma puramente per denaro e basse passioni. I triumviri sacrificarono l'un all'altro un particolare amico, onde farsi abbandonare i particolari nemici. Lepido tradì agli sgozzatori il proprio fratello Emilio Paolo. Ottaviano, per veder morto Lucio Cesare zio di Antonio, permise a questo di sfogare il lungo astio contro Cicerone; ma Giulia, madre di Antonio, salvò Lucio Cesare ponendosi avanti alla camera ove l'avea nascosto, e gridando ai soldati: — Non giungerete a lui che uccidendo me, me madre del vostro generale»; poi corsa al tribunale, ove suo figlio sedeva colle teste sanguinose da un lato, e in mano l'oro da pagarle, gli intimò che o salvasse lo zio, od uccidesse lei pure, rea d'averlo campato.

Cicerone, (43) udito nella villa di Tusculo la condanna propria e del fratello Quinto, pensò camparsi con questo in Macedonia presso i repubblicanti. Ma Quinto non era uscito ancora di casa quando i satelliti sopravvennero, che cercatolo invano, presero suo figlio, e lo torturavano perchè rivelasse il nascondiglio paterno. Il giovinetto non parlava: ma le grida strappategli dal tormento straziavano il padre, che si consegnò per risparmiare il magnanimo figliuolo. I manigoldi li uccisero entrambi, uno perchè proscritto, l'altro perchè disobbediente.

Cicerone era riuscito ad imbarcarsi: ma poi, o dubbioso o timido o confidando più in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e riprese la via di Roma: poi esitando fra diverse paure, ripiegò verso il mare, (7 xbre) ondeggiando fra l'idea d'uccidersi, di affidarsi ad Ottaviano, o di rifuggire in un tempio. Intanto sopraggiunto presso Formia da una banda, guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Popilio Lena, che altre volte egli aveva difeso di parricidio, fu indicato dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll'armi, ma egli: — No, obbediamo al destino; non si versi sangue più di quello che i numi dimandano»; e senza frasi, e col coraggio che fu l'ultima e la men rara virtù de' Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a Popilio: — Qua, veterano; mostra come sai ferire».

Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo, che, vivo lui, non credea potersi dire sicuro della tirannide, esclamò: — Ecco finite le proscrizioni; deponete ormai la tema, o Romani»; contemplò con selvaggia compiacenza quel teschio, poi l'inviò a Fulvia moglie sua, già moglie di Clodio. Costei avea chiesto ad Antonio il capo d'uno che ricusò venderle la propria casa; e ottenutolo, il fece configgere sulla casa stessa, acciocchè niuno ne ignorasse il vero reato. Veduto lo spento viso di Cicerone, atrocemente schernì il nemico de' suoi mariti, e ne traforò la lingua con uno spillone; indi quel teschio e la mano furono collocati sulla ringhiera, donde egli avea le tante volte strascinato la volontà della moltitudine.

Accanto, qual altra destra è confitta? quella di Verre: l'accusato presso l'accusatore in quella terribile eguaglianza che i padri nostri hanno spesso veduta nella Rivoluzione francese. Esulato ventiquattro anni, Verre profittò dell'amnistia di Cesare per tornare: Antonio il richiese di certi vasi corintj, strascico degli antichi latrocinj; avutone rifiuto, lo scriveva sulle tavole, e uno scellerato puniva scelleraggini contro cui si era spuntata la legge.

Benchè in quella proscrizione, atroce più dell'altre, fosse perfino ordinato di gioire delle commesse crudeltà, Cicerone fu pianto dai senatori e dal popolo: Antonio stesso, per una spietata riparazione, consegnò il liberto delatore a Sempronia vedova di esso, la quale, dopo squisiti tormenti, lo obbligò a recidersi da se stesso brani della propria carne, cuocerli e mangiarseli. Ottaviano dovette sentirne, se non rimorso, indelebile vergogna: nessuno osava con lui nominarlo; Orazio, lodatore universale, non fa pur motto di Cicerone; Virgilio rammentando le glorie romane, cede alla Grecia il vanto di perorar le cause meglio. Un nipote di Ottaviano, sorpreso un giorno da questo colle opere di Tullio alla mano, tentò nasconderle; ma egli, preso il libro e scorse alquante pagine, glielo restituì dicendo: — Fu grand'uomo ed amante la patria».

Queste dimostrazioni dell'insolente Antonio e dell'atroce Ottaviano erano tributi resi all'opinione pubblica, le cui grida obbligarono gl'inumani triumviri a punire due schiavi traditori dei loro padroni, e premiare uno che avea salvato il suo. Molti proscritti furono protetti dalla plebe: Oppio, che avea portato suo padre in ispalla fin allo stretto ove imbarcarlo per la Sicilia, fu revocato, ed essendo concorso all'edilità, il popolo si esibì a sostenere le spese degli spettacoli che quella carica portava, e gli offerse quanto dodici volte il valore dei beni confiscatigli.

Se dunque a tale abisso di mali potea sperarsi riparo, se una dottrina doveva redimere l'immensa corruzione romana, non era ad aspettarsi dai palagi o dalle scuole, non dal coltello d'aristocratici, ma dal vulgo, dagl'ignoranti, dai poveri di spirito; e di là sonò.

Que' territoristi s'inebbriavano nel delitto; ed i loro guerrieri, dalla strage e dal saccheggio irritati al saccheggio e alla strage, ardirono fin chiedere ad Ottaviano i beni di sua madre, morta allora. Ma la proscrizione, il rapire quant'oro od argento si trovasse monetato o in vasi, e le somme deposte nelle sacre mani delle Vestali, non aveano prodotto gli ottocento milioni di sesterzj, occorrenti alle spese della guerra: onde i triumviri imposero una contribuzione a mille quattrocento delle più ricche dame, parenti de' proscritti. Esse non tralasciarono via alcuna per esimersene: da ultimo si presentarono al tribunale de' triumviri, dove Ortensia, figliuola dell'oratore, a nome di tutte espose quanto fosse iniquo l'avvilupparle nella colpa dei parenti e nelle civili dissensioni, fra le quali nè Mario nè Pompeo nè Cesare avevanle obbligate a patteggiare; e — Ben seppero le donne offrir altre volte i loro giojelli per salvare la patria da Annibale; ma ora sovrastano forse i Parti? forse i Galli? E son queste le guise con cui voi aspirate al titolo glorioso di riformatori della repubblica?»

A quella sicurezza di ragioni i triumviri opposero la forza de' littori: ma il popolo fremette all'indegnità, sostenne le donne; la multa fu applicata a sole quattrocento, alle altre surrogando centomila uomini, tassati smisuratamente. Gli esattori armati trascorsero a tali violenze, che i triumviri dovettero imporre al console di reprimerle: ma questo, nulla osando contro i terribili legionarj, s'accontentò di far crocifiggere qualche schiavo.

Satolli di sangue e d'oro, i triumviri raccolsero i senatori sopravissuti, e dichiararono finita la proscrizione: solo Ottaviano, cui il titolo di vindice di Cesare esimeva dalla compassione, dall'umanità la vigliaccheria, dichiarò riserbavasi di punire qualc'altro. Poi, senza domandarne il popolo, designarono i consoli per l'anno vegnente, pretori e edili per molto tempo, acciocchè, assenti loro, queste cariche non sortissero a persone mal affette. Ripartitosi l'oro e i soldati, e lasciando a Roma Lepido come console, Ottaviano mosse per Brindisi, Antonio per Reggio, affine di recare in Oriente l'ordine e la pace che avevano in Italia stabilita.

In Oriente dunque tornavasi a competere la dominazione del mondo, come già tra Cesare e Pompeo. Cassio e Bruto, non secondati dal popolo romano, s'erano ricoverati ad Anzio, e il senato, volendo pure appoggiarli, (44) affidò loro la commissione di mandar biade alla città, Bruto dall'Asia, Cassio dalla Sicilia; il che porgeva loro un mezzo di amicarsi i governatori delle provincie, e di poter raccogliere navi. Ma attraversati dai fautori d'Ottaviano, passarono in Grecia; e Bruto staccatosi da Porzia, la quale virilmente sopportò anche quel dolore[273], approdò ad Atene.

Classica era colà l'ammirazione dei tirannicidi, onde fu accolto con gran festa; ebbe una statua fra quelle d'Armodio ed Aristogitone; si deliziava alle scuole dei filosofi, e cattivavasi la gioventù romana che vi stava a studio. Trasse dalla sua l'esercito di Macedonia (44); fece leve per tutte le città di Grecia, che a molti Romani scontenti aveano aperto ricovero; s'appropriò i tributi spediti dall'Asia, e le armi adunate da Cesare in Tessaglia contro i Parti; e colle diserzioni e colle reliquie de' Pompejani ingrossato l'esercito, lo confortò con qualche vittoria. In una di queste, avuto prigioniero Cajo Antonio fratello del suo nemico, non che ucciderlo come il consigliavano Cicerone e la prudenza, l'onorò, e quando s'accorse ch'e' macchinava nel campo, non fece che metterlo in custodia sopra un vascello; e sol dopo udita la morte di Cicerone, permise che l'irrequieto venisse ucciso. Ai legionarj sediziosi perdonò, sebbene stesse ancora nel forte del pericolo. Chiesto di venire a patti con Ottaviano, rispondeva: — Gli Dei mi tolgano ogni cosa, prima della ferma risoluzione di non concedere all'erede di quel che uccisi ciò che non comportai in questo, e che non comporterei tampoco in mio padre se rivivesse; d'avere, per la sofferenza mia, maggior potenza che le leggi ed il senato».

Affidato dai primi successi, il senato (43) decretò a Bruto la Macedonia, l'Illiria e la Grecia come a proconsole, facendo autorità a lui ed a Cassio di valersi del denaro pubblico, e farsi assistere dalle provincie e dagli alleati. Cassio, passato nell'Asia, mosse contro Dolabella, che a malgrado del senato aveva dal popolo ottenuta la Siria, e che assediato in Laodicea, si fece uccidere con alcuni primarj uffiziali; gli altri ebbero da Cassio perdono, compassione gli estinti; la città fu posta a sacco e a taglia, la Siria in soggezione. Questi due repubblicanti adunque fuggiti ignudi da Roma, trovavansi in obbedienza estese provincie, venti legioni, e poteano tener testa ai triumviri: tanto più che Sesto Pompeo, uscito dal suo nascondiglio, erasi fatto capo di pirati, e coll'autorità del senato s'impadroniva delle isole.

Ma come condurre una rivoluzione senza crudeltà? Cassio, per mantenere l'esercito o punire avversarj, mandò ad uccidere Ariobarzane re di Cappadocia, e tassò enormemente quel regno; a Tarso impose mille cinquecento talenti, raccogliendoli dal vendere i terreni pubblici, gli ornamenti del tempio, poi i fanciulli, le donne, i vecchi, persino garzoni atti alle armi. Da Rodi, vinta più volte, in fine presa, gli fu esibito il titolo di re, ch'egli sdegnosamente rifiutò, dicendo esser anzi suo assunto di distruggere i re ed i tiranni: e cinquanta primarj cittadini mandò a morte, altri all'esiglio, tutto il paese a ruba: infine obbligò tutte le provincie d'Asia ad anticipare il tributo di dieci anni.

Intanto Bruto invase la Licia che gli aveva negato soccorsi, e assediò Xanto, ove il fior del paese ricusava ogni accomodamento proposto da lui, benchè egli avesse persin rilasciati senza riscatto i prigionieri. La città fortissima con eroica ostinazione si difese; e quando i Romani penetrarono di forza, gli abitanti appiccarono il fuoco, trucidarono donne, fanciulli, schiavi, poi si avventarono nelle fiamme. Bruto, promettendo un regalo a chiunque salvasse uno Xantio, non campò che alquanti schiavi e donne le quali non avessero un marito da ucciderle. Poi coll'esempio di Xanto e colle cortesie tentò indurre la città di Pàtara alla sua amicizia, esibendo anche cederle i cittadini presi di quella: ricusato, cominciò a mettere gli Xantj all'incanto, ma non gli reggendo il cuore di condannare a perpetua servitù così prodi guerrieri, li restituì in libertà. Avendo poi i suoi corridori côlte alcune donne pataresi, le rimandò senz'altro; ond'esse persuasero i cittadini a sottomettersi.

Dalla Licia Bruto entrò nella Jonia e fece scannare il retore Teodoto, che si vantava consigliatore della morte di Pompeo. A Sardi si ricongiunse con Cassio; nè gli dissimulò il suo scontento, perocchè, mentre egli volea mantenere stretta giustizia, l'altro vi sorpassava ogniqualvolta convenisse, chiudeva gli occhi sulle iniquità dei suoi amici. — Neppur Cesare opprimeva nessuno (dicea Bruto), ma era reo di proteggere gli oppressori. Che se mai fosse permesso mancare alla giustizia, tornerebbe meglio soffrire le iniquità de' fautori di Cesare, che permetterle agli amici nostri».

Quell'anima generosamente illusa, quanto dovea soffrire a queste vessazioni, o allorchè i soldati suoi lo costringevano ad uccidere qualche turbolento, o nel contemplare gli orrori d'una guerra civile nascere da un fatto ch'egli reputava non solo glorioso, ma giusto, e che si protestava pronto a rinnovare! Dalla stomachevole realtà rifuggiva nell'ideale dello stoicismo; ma l'immaginazione perturbata gli presentava fantasmi e il maligno suo genio che minacciava disastri: onde, comunque il confortasse o lo deridesse l'epicureo Cassio, egli pieno di apprensioni per la patria, per gli amici, per la causa, sentendo avere sacrificato l'umanità, la gratitudine, fin la coscienza, invocava la fine d'una lotta, a cui non reggeva il suo vigore di filosofo e di cittadino.

I due capi repubblicani sentivano che solo in Italia potea difendersi la causa italiana: laonde, padroni delle provincie d'Oriente dall'Olimpo all'Eufrate, risolsero farsi incontro ad Antonio ed Ottaviano (42); e incoraggiato l'esercito con discorsi, sagrifizj e largizioni, tragittato l'Ellesponto, menarono ottantamila fanti e duemila cavalli nella Macedonia, e nelle vicinanze di Filippi si trovarono a fronte l'inimico. Forze quasi eguali, ma più vistoso l'esercito repubblicano; e l'abilità dei generali, la padronanza dei mari, per cui ai triumviri intercettava i viveri e i rinforzi, potevano dargli vittoria, se, giusta il parere di Cassio, si fosse evitata la battaglia, costringendo i triumviri a sloggiare per fame. Ma Bruto anelava di metter un fine a sì diuturne miserie del popolo; bisognoso dell'altrui approvazione, non reggeva alle accuse di timidità, e temeva la diserzione de' soldati, cui gli antichi commilitoni rinfacciavano di servire agli assassini del loro generale. Il sajo rosso sventolò dunque sul padiglione dei generali, accintisi alla giornata non tanto colla fiducia di vincere, quanto coll'espressa risoluzione di non sopravivere alla sconfitta.

Bruto, ragionando quanto sia dolce l'acquistar la libertà, e decoroso il morire per la patria, tanto infervorò i suoi, che con impeto avventatisi sui nemici, penetrarono fin nel campo d'Ottaviano, e ne bersagliarono la lettiga a dardi e giavellotti, sicchè fu creduto ucciso; ma la lettiga era vuota (42), avendo sinistri sogni allontanato il triumviro dalla pugna. Antonio accorso al riparo, disfece l'ala di Cassio, indarno valorosissimo; il quale da una collina mirando lo sterminio de' suoi e credendo ogni cosa perduta, si uccise. Bruto sopragiunto trionfante, pianse il collega, qualificandolo _l'ultimo dei Romani_; e si pose in luogo da poter aspettare che il nemico andasse a fasci. Perocchè già la flotta era stata battuta affatto, talchè nessun sussidio poteano aspettarne i triumviri, accampati fra i pantani dello Strimone, dove pullulavano le malattie, e scarseggiavano i viveri. Non avendo dunque speranza che nella battaglia, provocavano con incessanti avvisaglie i soldati di Bruto, i quali dal prospero successo imbaldanziti, costrinsero il lor generale a menarli alla mischia. Tant'era questo o mal servito o tradito, che solo sul punto dell'attacco udì la vittoria dalla sua flotta riportata già da venti giorni, e che mutava ragione a' suoi consigli quand'egli non poteva più dar indietro[274].

Combatteva dunque mal suo grado; mal suo grado dovette far uccidere parecchi prigionieri schiavi o liberi, perchè il custodirli occupava troppi guerrieri; dei cittadini e liberti romani rinviò gran numero, alcuni anche nascondendo e trafugando per sottrarli a' suoi uffiziali; a questi dovè consegnare due buffoni che contraffacevano Cassio; e per non vedersi abbandonato dall'esercito, prometteva il saccheggio di Tessalonica e Sparta se uscisse vincitore (40); unico delitto, dice il morale Plutarco, di cui siasi egli contaminato!

Anche la virtù aveva egli dunque sagrificato alla sua causa; onde conturbata dal rimorso l'immaginazione, credette rivedere uno spettro che aveagli promesso ricomparire a Filippi, e che gli prediceva imminente la sua fine. Avversi augurj scoraggiavano il suo campo, che egli tentò riconfortare, e — Giacchè avete per forza voluto mettere a repentaglio una vittoria che aspettando era infallibile, acquistatevela almeno col coraggio».

Più incalzanti argomenti proponevano i triumviri; l'alternativa di morire di ferro o di fame. Si diè dentro colla rabbia d'una guerra civile e i repubblicani soccombettero; l'esercito andò a macello; i primarj uffiziali caddero al posto assegnato, tra cui il figlio di Catone con generoso fine riparò una vita obbrobriosa.

Bruto fu salvato da Lucilio Lucino cavalier romano, che fintosi lui, si lasciò menare prigioniero. Fuggendo, arrivò in una valle, e ringraziato alquanti amici che non l'avessero abbandonato, gli esortò a tornare al campo, ove credeva non disperate le cose. Allora pregò uno schiavo ad ucciderlo; ma l'epirota Stratone, suo intimo, esclamò, — Non sia mai detto che Bruto, in mancanza d'amici, è perito per mano d'uno schiavo», e gli presentò la punta della spada: Bruto vi si confisse, esclamando, — O virtù, io t'aveva creduto qualcosa di reale, ma vedo non sei altro che un sogno».

E un sogno era stata la vita sua, dietro a un fantasma senza realtà: adesso giudicava la virtù dall'esito, com'è ridotto a fare chi a quest'ordine di cose limita la vista. Compiva i trentasette anni, e da quanti il conoscevano erasi fatto ammirare ed amare, e dal popolo venerare per umanità, per carattere leale, pel costante proposito di giustizia e di virtù, favorendo sempre non la parte cui lo inclinava l'affetto o l'interesse, ma quella che credeva più giusta e più utile alla patria. Dal turbolento ed ambizioso Cassio lasciossi indurre all'uccisione di Cesare, che partorì la guerra civile, tanti anni di desolazione, e il dominio di crudeli e di vili, in luogo del temperato e generoso dittatore. Di quest'assassinio lo può scagionare il vederlo conforme alle idee del suo tempo e del suo paese. Per legge di Roma l'uccisione d'un usurpatore era esente da colpa[275]; le dottrine greche faceano eroici simili atti, e inneggiavano Armodio e Timoteo; lo stoicismo esaltava ciò che mostrasse forza: solo sarebbe a stupire di veder oggi lodato Bruto da quei che si chiamano liberali, qualora fossero meno conosciuti la storia delle opinioni e il pregiudizio dell'imitazione[276].