Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 22
Tale era la libertà de' cittadini perfetti: che dir poi delle tante gradazioni inferiori? e quale affetto portare a leggi, la cui protezione non assicurava nè la vita nè l'avere a chi non fosse capace di tutelarli da sè o per mezzo d'amici? Secondo Cicerone, Sassia, a cui era stato ucciso il marito, per iscoprire i rei fa porre al martôro i servi (_tormentis omnibus vehementissimis quæritur_); e poichè asseriscono di non saper nulla, per quel giorno gli amici, al cui cospetto si teneva questa domestica investigazione, opinano di desistere. Dopo qualche intervallo si rimettono alla corda, _nulla vis tormentorum acerrimorum prætermittur_, tanto che l'aguzzino ne riesce spossato, e gli astanti dichiarano che sono a sufficienza[252]. È vero che non si trattava d'uomini, ma di schiavi.
E in generale i giudici non si limitavano ad accertare il senso delle leggi ed applicarle ai casi particolari, ma si consideravano padroni della vita e dell'onore dell'imputato. Pertanto il reo ed i suoi amici compajono in abito di duolo, stringendo la mano dell'uno e dell'altro; è dovere d'amicizia e pietà di parentela il venire corporazioni intere, interi municipj a sostenere del loro voto un accusato: se pur questo non avrà denari quanti bastino a comprare i giudici, giacchè in proverbio correva, non potersi condannare una buona borsa. L'oratore non s'industrierà tanto a mostrare l'innocenza del suo cliente, quanto a chiarirne i meriti antecedenti, e commovere i giudici a favor di lui, della sua famiglia, de' figlioletti che in bruna veste girano supplicando[253].
Eppure quello stesso che maggior gloria trasse dal fôro, e che in qualche accesso di vanità esclamava, — Cedano le armi alla toga», era costretto confessare che l'eloquenza e le magistrature doveano chinarsi alla forza; la forza, idolo e ragione di Roma. — Questa (diceva egli), al popolo nostro eterna gloria produsse; questa gli sottomise il mondo; questa è il più sicuro modo d'ottenere il consolato»[254].
Lo sentivano gli ambiziosi, e aspiravano a farsi ragione col tumulto e colla sommossa. Quante rivolte in quest'ultimo periodo! Triumviri e dittatori danno il diritto, anzi l'obbligo a ciascun cittadino d'uccidere i proscritti, cioè legalizzano l'assassinio: per contenere la folla irritata o i compri bravacci, conviene postare soldati attorno al fôro od alla curia: l'opposizione stessa dei tribuni non tutela più il popolo colla sola parola sacra, ma Apulejo Saturnino rimove Memmio dal consolato coll'ucciderlo, indi con un branco di ribaldi rifugge al Campidoglio; chiamato a scolparsi civilmente nella curia, è ucciso a sassi egli ed i suoi compagni, e a ludibrio strascinati per la città[255]. Publio Cornelio Silla, parente del dittatore, è accusato di due congiure. Antonio imputato di ambito, con una masnada di disertori e gladiatori sperde i giudici, e si salva[256]. Come avvenisse il richiamo di Cicerone lo vedemmo; e durante tutto quel tempo i privati furono protetti non dalla legge ma dalle pareti, le case de' magistrati cerche con ferro e fuoco, infranti i fasci de' consoli, incendiati i tempj, feriti i tribuni della plebe. Clodio stesso, nel bel mezzo del fôro, è inseguito a spada nuda da Marc'Antonio, il quale fin nel tempio dove si raccoglieva il senato, menava una turba di satelliti, gli uni colle armi in pugno, gli altri portando lettighe piene di scudi e di stocchi, lesti alla prima occorrenza. E queste scene ogni tratto si rinnovavano; e restando esse impunite per la forza de' rei, gli avvocati pretendevano che tanto meno fossero castigate le colpe minori[257]. E bene esclamava Cicerone che, non per alcun caso, ma pei vizj proprj la repubblica era perita: il solo nome ne sopravivea[258].
Era però stata sempre meravigliosa la disciplina dei Romani, appena si mettessero in campo. Bando allora a dissensioni e partiti; i Coriolani e gli Emilj, esecrati nel fôro, venivano ciecamente obbediti da che avevano ottenuto il giuramento militare. Nelle guerre civili i capitani, ancor più avidi di potenza che di gloria, posero l'animo a conciliarsi le legioni, a farle amare il campo più che la patria, più la grandezza del generale che la libertà de' cittadini. Silla fu il primo, per vaghezza di comando, a carezzare la soldatesca, e per forza di questa ottenere ciò che un tempo dai voti dei cittadini s'impetrava. Allora l'esercito, disgiunto dal senato e dal popolo, costituì una terza potenza, che dava la vittoria a quella a cui s'accostasse, alla democrazia con Mario, ai nobili con Silla: Crasso, Pompeo, Cesare aveano abituato l'esercito a credersi il tutto della repubblica, operare a malgrado e contro di questa; Crasso guerreggiò i Parti, Cesare i Galli senza decreto del senato o del popolo; Gabinio, ad onta di questo, andò a ripristinare Tolomeo colle armi, eppure domandò il trionfo; i triumviri si valsero delle forze della repubblica a combattere per la propria ambizione. Cesare assale Roma colle armi vincitrici della Gallia, Pompeo la difende coi vincitori dell'Asia; e dopo che il primo restò superiore, ogni preminenza dovette omai essere appoggiata alle armi, e nella costituzione romana non rimasero più che due poteri, vulgo e soldati.
Compite coll'armi e colla prepotenza, le rivoluzioni succedevansi rapide, e una sola battaglia le decideva. I demagoghi non avevano ad accarezzare la plebe, bastando si tenessero amici i soldati; e questi non curavano il trionfo di un'opinione o d'una causa, ma quello d'un uomo, non il pubblico bene, ma le sperate ricompense: capitano che largheggiasse, era il loro dio; mancava alle promesse? volgevansi a un altro; vinto l'abbandonavano, perchè non poteva satollare la loro avidità. E il nuovo signore, a cui servizio passavano, non temeva ponessero ostacolo alle ambizioni sue, perchè li sapeva venuti non per amore ma per ingordigia, e che da lui riconoscevano od aspettavano ogni fortuna.
Perite le credenze, le istituzioni, i costumi su cui fondavasi il patriotismo, suprema virtù romana, sopraviveva la stanchezza di quel battagliare continuo e improfittevole, a tal punto che la gioventù rifuggiva dalla milizia[259] sin a mutilarsi per evitarla; una vigliaccheria irrequieta, una servilità o mascherata od aperta, ma universale; e la gran folla di coloro che, nelle età di crisi, sentono la necessità di un cambiamento senza saper come e donde verrà, cercava negli oracoli, ne' Libri Sibillini, ne' profetici, e dappertutto trovava indicata una rinnovazione del mondo, una nuova luce effusa dall'Oriente, un _re_, ma re della pace: sicchè tutti desideravano il riposo, foss'anche nella servitù.
CAPITOLO XXIX.
Guerre civili fino all'Impero.
Questo quadro infelice dovette presentarsi agli occhi di Bruto, non appena, confitto il coltello nel cuore del suo benefattore, la riflessione sottentrava all'ebbrezza di un'azione atroce, reputata sublime. Geloso di non dar passo se non secondo la giustizia ossia la legalità, si fece egli ad esporre al popolo i motivi che l'avevano indotto all'uccisione: ma lo sgomento si propagò rapidamente dal senato alle piazze, alle botteghe. I congiurati, traversando in arme la città col berretto s'una picca, simbolo di libertà[260], schiamazzavano averla redenta dal tiranno, dal re: ma i cittadini non davano segno di gradir troppo il regalo dell'aristocratica libertà, onde o fuggivano spaventati, o profittavano del tumulto per gettarsi al saccheggio, meta vulgare d'ogni sovvertimento; poi urlavano contro gli assassini. I congiurati tentarono guadagnarseli a denaro; ma fallendo anche in questo, dovettero pensare a schermirsi in Campidoglio, circondati da bravi.
Uccidere un tiranno qual più facile cosa? ma rialzare la repubblica coi costumi, colle leggi, col governo regolare, qui consisteva la difficoltà; nè i congiurati n'ebbero il senno o la possa, nè bastava che Marco Bruto rammemorasse il suo antenato, nè che Decimo Bruto mettesse in armi i suoi gladiatori. Cicerone, che al par di Bruto favoriva i privilegiati e i pubblicani, sanguisughe del popolo, e li difendeva mentre sprezzava la «miserabile e digiuna plebaglia, sanguisuga dell'erario»[261], non prometteasi nulla dal favor della piazza, e suggerì lo spediente più opportuno in quel frangente, cioè di convocare il senato in Campidoglio perchè subito si chiarisse e prendesse partito sulla circostanza[262]: ma Bruto, che non avea provato scrupolo ad uccider Cesare, l'ebbe a radunare la curia senza le formalità: rimandò anzi dal Campidoglio molti personaggi venuti a raggiungerlo, dicendo non doveano rimanere a parte del pericolo quelli che non erano stati del fatto; impediva di perseguitare o derubare chicchessia, volendo condurre una di quelle rivoluzioni che onorano chi le fa, ma ne diroccano la causa.
Intanto nei patrizj e nei senatori svampava il primo fervore: quei tanti che nell'esitanza hanno bisogno di una spinta, si lasciavano allettare dagli amici di Cesare, di cui la morte parve espiare i torti e ingrandire i benefizj; tanti veterani, venuti per accompagnar Cesare alla guerra de' Parti, a pena si rattenevano dal vendicarlo: il popolo ne ricantava le lodi, le nazioni nelle diverse lor lingue lo deploravano, e per molte notti gli Ebrei continuarono a farne lamento[263]: Virgilio lo pianse nell'egloga di Dafni, Varo in un poema epico: narraronsi portenti che aveano preconizzato e seguìto la sua morte, si consultarono oracoli, e un gemito universale si sollevò in teatro a quel verso d'una tragedia di Pacuvio, _Io li salvai perchè a me desser morte_. Ah! il mondo non prendeasi briga de' privilegi del senato e de' lucri dei cavalieri; avea bisogno di pace; Cesare gliela dava, il coltello de' congiurati gliela rapiva.
Soffiava in quelle faville Marc'Antonio console, ben lontano dall'esser tocco, come Bruto sperava, dalla generosità con cui gli fu salva la vita. Accordatosi con Emilio Lepido, altro amico di Cesare, e tratta nel Campo Marzio una legione, convocò il senato perchè proferisse se Cesare fosse stato tiranno o legittimo magistrato, e quindi la sua morte liberazione o parricidio. Decisione di gravissime conseguenze, che nel presente scombuglio si trovò prudenza l'eludere col bandire generale amnistia e nel tempo stesso ratificare quanto Cesare aveva operato. In conseguenza i congiurati avendo ricevuto ostaggi, scesero dal Campidoglio; Bruto cenò da Lepido, da Antonio cenò Cassio, che domandato per celia dall'ospite se non portasse qualche pugnale nascosto, — Ne porto uno (rispose) per chi mirasse alla tirannide». Dovette il motto punger nel vivo Antonio che vi aspirava, come v'aspiravano e Lepido e Decimo Bruto, frenati solo da reciproco timore.
Antonio fè leggere in pubblico il testamento di Cesare, il quale chiamava eredi Ottaviano, Pinario e Quinto Pedio suoi pronipoti; al popolo romano lasciava i sei giardini in Trastevere, e tremila sesterzj per ciascun cittadino; giusta l'usanza, varj legati e benevoli ricordi agli amici, fra i quali contava i proprj uccisori. E questo era il tiranno! e che di più si voleva per eccitare la furia del popolo? Quando poi Antonio espose la lacera toga e l'effigie in cera del dittatore, con tutte le ferite ricevute (44), d'ogni parte e in varie favelle si urlò vendetta, sul rogo i veterani gettarono le ricompense ottenutene in campo, le dame i giojelli; il vulgo ne tolse i tizzoni da avventare alle case degli assassini, e fece sangue; e avendo il senato ascritto Giulio fra gli Dei, se ne ammirò il nume in una stella apparsa in quel tempo (_Julium sidus_).
Con tali dimostrazioni e col protestare vendicherebbe Cesare se non si sentisse rattenuto dal decreto del senato, Antonio recò ombra agli amatori della quiete; onde accortosi d'aver levato la maschera troppo tosto, indietreggiò, punì di sommaria morte i promotori del tumulto, al senato promise ristabilire la calma, e propose che al figlio di Pompeo, rifuggito ne' Celtiberi, si rendessero la patria e un compenso pei beni confiscati, e s'affidassero tutte le forze navali della repubblica.
Il nome di Pompeo rimanea sempre caro al senato, non foss'altro per opposizione: onde Antonio n'è levato a cielo; e fingendosi insidiato da coloro che avea repressi, si cinge di numeroso satellizio; fa decretare abolita la dittatura per togliere il timore ch'egli v'aspiri; ma a nome di Cesare estinto, procede più a fidanza che questi non avesse fatto vivo, cava fuori patenti già firmate da esso, che nominavano senatori, colle quali, e col far a Lepido attribuire il sommo pontificato, assicurasi potenti amici, e s'appoggia alla pretesa volontà di Cesare, il quale così continuava a regnare postumo.
Il popolo intanto chiedeva a incessanti voci, — Bruto, Bruto». Era entusiasmo d'ammirazione? era furor di vendetta? no: come pretore egli doveva dare pubblici giuochi, e il buon popolo non voleva esserne fraudato; ma Bruto, non affidandosi di tornare in città, mandò fiere ed artisti per sollazzo del buon popolo, il quale lo ammirò e applaudì. A lui Cesare prima di morire aveva assegnato il governo della Macedonia, della Siria a Cassio, a Cajo Tribonio dell'Asia, a Cimbro della Bitinia, della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto: ma tutti si fermarono in vicinanza di Roma per tener d'occhio Antonio, le cui intenzioni divenivano più sempre sospette.
Costui, allevato nei campi e a sbevazzare e motteggiare alla soldatesca, nelle guerre d'Oriente contrasse gusti asiatici, un'eloquenza pomposa, pomposo vivere; ingordo de' piaceri e del denaro che li procura, avaro e prodigo a sbalzi, infedele pagatore. Cesare se l'era tenuto caro come buona spada, ed onorando in esso i veterani, quando tornò di Spagna sel tolse nel proprio carro di trionfo. Ma troppo egli distava dal genio, e più ancora dall'umanità del suo generale, del quale null'altro che la spada era capace di raccorre. Accedendo ora ai Pompejani, ora al popolo, or al senato, nè degli uni nè degli altri otteneva la fiducia; e col castigare alcuni veterani tumultuanti, col negar denaro agli altri, si avversò anche que' legionarj, che volentieri avrebbero posto sul trono e sull'altare questo loro commilitone.
Meglio del preteso discendente di Ercole sapeva le vie il giovinetto Ottaviano, nato da Cajo Ottavio persona nuova, e da Accia figlia della sorella di Cesare, il quale lo adottò, e testando il costituì erede per due terzi, sotto la tutela di Decimo Bruto. Zoppicante, sempre a decozione di lattuche e poma per mal di nervi e di fegato, timido a segno che scrivea sin quello che avesse a dire a sua moglie, sì fievole di voce che al popolo non potea parlare che per via d'un araldo; per quanto Cesare avesse tentato avvezzarlo agli accampamenti, ora la madre, ora la malsanìa l'aveano rattenuto da tutte le spedizioni; poi i soldati si ricordavano d'averlo fischiato allorchè in Sicilia voltò le spalle; i nobili gli rinfacciavano l'avo materno africano, la madre che girava una macina ad Aricia, il padre che rimestava la farina con mano imbrunita dal denaro che maneggiava come usurajo[264]. D'altra parte i suoi benevoli gli suggerivano: — L'eredità dello zio che cosa ti porta? l'obbligo di vendicarlo; e se fallisci, la morte. I denari di casa se gli ha presi Antonio: quand'anche tu li ricuperassi, basteranno a pagare i generosi lasciti, a comprarti partigiani, a gratificarti le legioni? E però fa a modo; non t'avventurare, e lascia deserta l'eredità».
Ma Ottaviano a diciott'anni possedea l'audacia politica, tanto diversa da quella dei campi; sapeva persistere, variar partiti, esser crudele o magnanimo, leale od ipocrito: onde risolse tentare sua ventura. Aderendo all'eredità del dittatore, assunse il nome di Cajo Giulio Cesare Ottaviano; osò un delitto capitale, intercettando il tributo delle provincie d'oltremare, e così ebbe il denaro che fa tutto.
Come s'avviò a Roma, i veterani di Cesare lo portavano in trionfo, accorreano amici, magistrati, uffiziali: solo Antonio non si mosse; e Ottaviano, non che mostrarsene offeso, — Tocca a me (disse), giovane e privato, l'andare a salutar lui, in tal carica e più maturo». Fatto aspettare, non s'inquieta; introdotto, profonde grazie al console delle onoranze rendute allo ucciso zio: ma al tempo stesso, per pagare i legati, gliene ridomanda il denaro; e perchè Antonio lo mena a belle parole, e' vende case, terre, tutto il proprio patrimonio, dichiarando accettava l'eredità soltanto per non defraudare tante famiglie dei pingui lasciti dello zio: e così versa tant'odio sopra Antonio, quanto amore a sè procaccia.
E già i rancori trapelano: Ottaviano scredita Antonio quasi perfidiasse alle intenzioni ed alla causa di Cesare; Antonio taccia l'altro di garzone temerario, imprudente, sedizioso: Ottaviano, per quanto desiderasse vendicare il prozio, non soffriva di vedere Antonio a capo d'un partito che il potesse rendere arbitro della repubblica; Antonio, fingendosi vindice di Cesare per ingrazianire il popolo e i soldati, agognava al poter sovrano. I senatori che favorivano i congiurati come restauratori della prisca libertà, ridevano di que' dissensi che fiaccherebbero i Cesariani.
Bruto, alzando il pugnale con cui avea trafitto Cesare, aveva esclamato: — Eccoti, o Cicerone, vendicata la repubblica», quasi volesse acquistar credito col mostrarsi appoggiato dal voto dell'uccisore di Catilina; ma in fatto temendo che o pavido guastasse o presuntuoso volesse dirigere, nulla si era comunicato della congiura a Cicerone. Questi, che sì pomposamente avea magnificato la clemenza di Cesare, e assicuratolo che nessun mai oserebbe attentare alla vita di lui, o tutti i petti de' senatori gli sarebbero di scudo[265], or ripetutamente querelasi di non essere stato convitato al _bellissimo banchetto_ degli idi di marzo, massime perchè avrebbe persuaso a tôr di mezzo anche Antonio[266], contro del quale allora scrisse le Filippiche; professava aver esultato nel vedere quell'uccisione in senato[267]; ma una rivoluzione non preparata, non condotta da lui andavagli poco a garbo, e colla solita oscillazione non tardò a mostrarsene nojato, e dire: — L'albero è abbattuto, sussistono le radici». Come poi Ottaviano andò in villa a fargli visita e lo chiamò padre, egli ne sposò a fronte aperta la causa, disse che i congiurati avevano finito con coraggio d'eroi un'impresa da fanciulli, e per avversione ad Antonio si diede a sorreggere il giovane, e in senato diceva: — Prometto, assicuro, garantisco che Ottaviano sarà sempre tal cittadino, quale oggi è, e quale la patria il desidera»[268]. Bruto ne mosse querela, e — Non è un padrone che Tullio tema, ma un padrone che non lo careggi; mentre gli avi non soffrivano la servitù, comunque dolce»; e gli scriveva: — Tu, scalzando Antonio, non tendi che a consolidare Ottaviano: aborrisci la guerra civile, e non una pace infame»; e ad Attico: — L'eminente ingegno di Tullio come posso io stimarlo, se così poco seppe mettere in pratica ciò che aveva scritto a proposito della libertà della patria, del vero onore, della morte e dell'esiglio? morte, esiglio, povertà, pajono gran mali a Tullio; e purchè egli abbia il suo desiderio, e si veda riverito e lodato, non teme una servitù onorata, quasi l'onore potesse conciliarsi con cosa tanto infame com'è la servitù . . . Quanto a me, non ho risolto se farò guerra o manterrò la pace: ma o l'una o l'altra, servo non sarò giammai»[269].
Evitare la guerra civile più non stava in lui. (43) Ottaviano, raccolti nella Campania diecimila veterani, e accostatosi a Roma sotto ombra di proteggerla dal console ambizioso, vi entrò colla permissione del popolo; e persuadente Cicerone, il senato gli decretò una statua, e di poter salire console dieci anni prima dell'età. Antonio, a capo d'altri fazionieri, si spinse nella Gallia Cisalpina per toglierla a Decimo Bruto, adducendo che sconveniva il lasciarla a un uccisore di Cesare, ma in fatto perchè sentiva quanto fosse importante quel paese, donde congiuntosi a Lepido governatore della Narbonese, e a Planco della Gallia Transalpina, si volterebbe a minacciar Roma; e assediò il proconsole in Modena «fortissima e splendidissima colonia del popolo romano»[270].
Il senato, che, come tutti gli atti di Cesare, aveva confermato quel comando a Decimo Bruto, guardò quest'impresa per un atto ostile, e dall'animosità di Cicerone, che esagerava e i vizj privati e l'ambizione di Antonio, e mostrava codardo e pericoloso qualunque tentativo di conciliazione, si lasciò spingere a troncare ogni accordo, chiarir nemici il console Antonio e il collega Dolabella creatura di lui, che in Asia aveva ucciso Cajo Tribonio, uno de' congiurati, ed affidare la punizione del primo ad Ottaviano, dell'altro a Marco Bruto e Cassio.
Adunque si bandiva guerra a cittadini romani, e si promoveva il futuro tiranno della patria in nome della libertà: di questa mostravasi infervorato Cicerone (43), che con eloquenza fatta inesauribile dal nuovo pericolo, quattordici Filippiche animò d'ira e di patriotismo[271]; di questa il senato; di questa tutti in parole, nessuno in effetti.
Fortuna fu per Ottaviano che, garzone, anzi fanciullo come Cicerone lo intitolava, nessun'ombra desse ai senatori, ai quali porgevasi sommesso, nè al popolo, di cui professava tutelare i diritti; i diritti cioè alle largizioni e ai testamenti, mentre ne invadeva i più sodi e reali. Il senato adunque se ne volea servire come d'una bandiera, che poi getterebbe a terra appena cessato di giovarsene: i soldati stessi presero a volergli bene quantunque timido, quasi compiacendosi di vedersi a lui necessarj. Egli si mostrava docile ad ogni cenno dei nuovi consoli Irzio e Pansa (27 aprile) nella spedizione della Gallia Cisalpina, ove tra Bologna e Modena sconfisse il prode Antonio, e la morte de' due consoli (talmente opportuna, che gli fu imputata) diedegli in mano le legioni, quindi il merito della vittoria e il titolo d'imperatore; e il vulgo ad applaudire a lui e a Cicerone, quali restitutori della libertà. Antonio ebbe però tempo di prendere la via delle Alpi, presentissimo com'era ne' disastri; persuase, sedusse, incoraggi; trasse a sè Lepido, che pur seguitava a protestarsi devoto alla libertà e alla pace; e ventitre legioni e diecimila cavalli incamminò verso l'Italia.
È sempre grande il numero di quelli che ne' capi desiderano la debolezza per poterli dominare. Come Ottaviano cessò di parere insufficiente, molti intravvidero le sue ambizioni, e come fosse necessario che chiunque odiava Cesare e i suoi divisamenti si stringesse ad una sola bandiera per impedire che altri gli attuasse. Pertanto, dimenticatine l'orgoglio e i trasporti, Antonio fu considerato come tutore della buona causa, e gli aristocratici negarono ad Ottaviano l'ovazione ed il consolato. Ma egli diffidando delle coloro interessate blandizie, erasi posto in grado di farne senza e riuscire per forza. Lamentandosi dunque che il senato favorisse agli assassini di suo padre, e tentasse distruggere un dopo l'altro i capi degli eserciti, scrive amicamente a Lepido, Planco e Asinio Pollione; rinvia ad Antonio varj uffiziali, fattigli prigionieri nell'ultima battaglia; e — Venga, venga al più presto, e messa una pietra sul passato, umilieremo insieme i nemici comuni; io col grosso esercito parteggerò seco, affinchè gli amici di mio padre non siano distrutti da' suoi assassini». Pensava insomma abbattere i repubblicani col mezzo di que' soldati, salvo poi a disfarsi di questi.
Andato fin a Bologna incontro ad Antonio e Lepido, combinò con essi per cinque anni un nuovo _triumvirato per ristabilire la repubblica_ (ottobre), in memoria di ciò fondando la colonia di Concordia ne' Veneti; e senza consultare senato o popolo, fra sè spartirono le provincie, conservando indivisa l'Italia. Ottaviano, a capo dell'esercito, passa il Rubicone, entra in Roma, occupa il tesoro, e si fa dichiarar console a voti unanimi: e subito processa i congiurati, e inascoltati li condanna a perpetuo bando e alla confisca.