Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 21
Che se per religione intendiamo un complesso di dottrine e di tradizioni sacre, attuate da regolari cerimonie e da precisi doveri, e un insegnamento morale sanzionato da ricompense soprannaturali, Rema ne mancava. L'accrescimento della ragione avea messa in chiaro l'incongruenza delle credenze avite; le tante importazioni di divinità aveano indebolito il sentimento pio; i grandi uomini vantavansi filosofi, che volea dire increduli; e le azioni si giudicavano secondo i dettami delle scuole. Quelli pure che parlano della vita futura, la confondono con una durata più lunga e colla ricordanza lasciata di sè. Cicerone sostiene che immortale è l'anima, se il cuor suo ha bisogno di consolarsi della defunta figliuola, o se gli giova per difendere Rabirio; per difendere Cluenzio invece professa che colla tomba finisce l'uomo; e dice che agli Dei si domandano i beni esterni, non la virtù, nè alcuno mai pensò ringraziare gli Dei d'essere galantuomo[231]. Cesare, pontefice massimo, proferì in pien senato che la morte è il fine dei mali, nè dopo di essa v'ha gaudio o tormento[232]: eppure egli stesso, dopochè una volta rischiò di esser rovesciato, non saliva mai in carro senza recitare tre volte una giaculatoria preservativa, «come facciamo la più parte», dice l'ateo Plinio[233].
Perocchè, siccome avviene, in difetto di fede, prevalsero le superstizioni, e lungo sarebbe il dir quelle onde i Romani empivano la loro vita. Divinità presedevano a ciascuno dei più piccoli e fin de' più schifi atti; divinità a ogni parte della casa, della città, del campo; divinità a ciascun giorno, a ciascun'ora. L'incespicare sulla soglia, il rovesciarsi del sale, la vista e lo strido di certi uccelli, l'incontro di un serpe, che più? l'udire un nome sinistro, atterrivano come pessimi pronostici; faceano unzioni all'uscio di via perchè i maliardi non affascinassero le nuove spose; sepellivano draghi nei fondamenti; scrivevano fausti nomi al limitare delle case, o tenevano gazze che li proferissero; inchiodavano pipistrelli sulle imposte, o nell'architrave ficcavano chiodi tolti ai sepolcri o piantavano osceni priapi per rimovere dagli orti i ladri e i malefizj. Il grande erudito Vairone insegna che, per guarire un uomo da doglia ai piedi, bisogna tre volte nove volte cantare: _Terra pestem tenete, salus hic manete_; e racconta che i gallinaj nella covata mettevano sempre un numero dispari d'ova; e le gravide ne tenean uno in seno, e del parto futuro preludevano secondo che n'usciva un pulcino maschio o femmina.
Lo stesso Governo, ottemperando alle vulgari ubbie, cambiava il nome ad alcuni paesi, come Egesta in Segesta, Malevento in Benevento; cominciava sempre le pubbliche aste dal lago Lucrino, pel prospero nome di lucro. Il grave Catone disputava sul serio se uno starnuto involontario dovesse render irrite le assemblee; sospendevasi il comizio del popolo se tonasse; disdicevasi il senato ogniqualvolta si riferisse che un bue aveva parlato[234]. Chi non comprende qual partito ne potessero trarre i politici e gli scaltri? l'adunanza stava per rendere un'importante decisione? ecco a scioglierla col fatale _alio die_ l'augure[235], che avea veduto segni sinistri; un'impresa era spinta o dissuasa dal fegato o dal cuore di una vittima, dal tonare a sinistra o a destra, da un volo d'uccelli fausti o malaugurati. In gravissimi disastri rendeasi il coraggio col consultare i Libri Sibillini, o si mandava ad interrogare gli oracoli di Sicilia, di Grecia, d'Asia. All'Esculapio di Epidauro un serpente stava sempre vicino; e quando in un contagio fu spedita una nave per portarlo a Roma, il serpente la segui fin nel Tevere: allora saltò dalla nave e si annidò nell'isola, segno di fermarsi colà; e tosto la peste cessò. Al tempio di Giunone Lacinia presso Crotone succedevano stupendi miracoli; cingeanlo boschi di altissimi abeti, fra i quali e il tempio spaziavano laute pascione, ove mandre e greggi stavano senza custodi, uscendo la mattina, rientrando la sera spontaneamente nelle stalle; nè gli uomini mai li rapivano, nè i lupi: e al limitare del tempio vedeasi un'ara, dove le ceneri rimaste non erano smosse mai, per quanto i venti imperversassero in ogni direzione[236]. Altrettanto ai Locresi era caro il tempio di Proserpina, le cui dovizie avendo Pirro saccheggiate, fu côlto da sformata procella che rigettò le sue navi sul lido, ove s'affrettò a restituire il mal tolto: e quando, temendo la guerra mossa dai Crotoniati, i Locresi voleano portare quel sacro tesoro dentro la città, fu dal tempio intesa una voce che ammoniva d'astenersene; la dea avrebbe difeso il proprio tempio: e avendo pure voluto cingerlo d'un muro, questo ruinò a terra. Nè v'era santuario che non volesse segnalarsi per qualche portento[237].
Quanto qualsiasi di Grecia era venerato quel di Érice in Sicilia, così antico, che Dédalo, venutovi un secolo avanti la guerra di Troja, lo trovava già, e con un muro ne agevolava l'erta salita: era popolato di fanciulle devote a Venere. A Cerere era sacro quello di Enna, e nel tumulto de' Gracchi i Libri Sibillini indicarono si placasse quell'antichissima dea, e pare che dalla Sicilia si traesse a Roma la sacerdotessa di Cerere[238].
Per quanto compatiamo ai pregiudizj di Plutarco, ci si stringe il cuore nel vedere in esso i consigli degli uomini illustri, la decisione di capitali eventi, la fortuna d'eserciti e di popoli affidarsi alla leggerezza d'un sogno, all'impostura d'un augure, all'osservazione d'un fenomeno naturale. Che se Cicerone dedicò il trattato _De divinatione_ a confutarli, convien dire che molti tra la gente colta mettessero fede nell'astrologia e nei sogni. Publio Figulo, sommo personaggio e portento di sapere, grand'amico di Cicerone, che lo chiamava dottissimo e santissimo, era profondo in tutta questa vanità, e la esercitava a servizio del pubblico e de' privati. E molti a Roma salivano in considerazione coll'astrologare, e promettevano a Pompeo, a Crasso, a Cesare che morrebbero di vecchiaja, illustri e quieti in casa[239].
Oltrechè la religione non s'era applicata a mettere in sodo le capitali verità morali nè a diffonderle nel vulgo, cui rimasero inaccessibili finchè la religione insegnatrice non nacque col Vangelo, prima di questo la filosofia fu sempre superiore alla religione. Di quella che i Romani ebbero indigena, ogni memoria restò cancellata dal sopravvenire della greca, esposta poi così splendidamente da Marco Tullio. Costui, come avviene in tempi che le credenze sono scosse, rimane eclettico, e secondo i Neoaccademici si tranquilla nelle probabilità. Però combatte costantemente gli Epicurei e le altre scuole che qualifica di plebee[240]; non foss'altro, perchè sconsigliavano dalle pubbliche faccende, mentre il carattere della sua filosofia, e in generale della romana, è l'applicazione al viver cittadino. Pertanto predilige l'etica stoica, anche perchè meglio opportuna all'eloquenza; salvo, del resto, a voltarla in beffa nella persona di Catone. Scopo della morale e suprema regola della vita è per Tullio il sommo bene, il quale consiste nella virtù e nell'onestà, cioè in quel che è lodevole per se stesso, non per idea di utilità: e quantunque l'onesto sembri talvolta pugnare coll'utile, utile è però sempre.
Bellissimo è l'udire esposta la virtù in parole si eloquenti com'egli fa; ma se gli cerchiamo una norma fissa, troviamo o il vuoto o l'eccesso. Ne' suoi paradossi stoici ci dirà che «il savio non perdona veruna colpa, guardando la compassione come debolezza e follia; in quanto è savio, egli è bello benchè scontraffatto, ricco benchè muoja di fame, re benchè schiavo; chi non è savio, è pazzo, bandito, nemico; è colpa eguale uccidere o un pollo pel desinare o il padre; il savio di nulla dubita, mai non si ripente, non s'inganna, non cangia d'avviso, non si ritratta». Certo non con questi teoremi si educherà al vero la mente, alla bontà il cuore. Lo stoico impugnerà gli Epicurei, che non discernono il piacevole dall'onesto: ma questo onesto ove lo troverà? dove questa virtù a cui la volontà deve aderire?[241] Cicerone, anzichè sodare verità generali, cerca l'applicazione utile, e utile ai Romani: evita pertanto ogni regola angustiante; raccomanda di non istaccarsi troppo dalle vie comuni, quand'anche non approvate dalla stretta morale; l'avvocato può sostenere una causa non giusta; per gli amici uno può permettersi cose che non farebbe per sè[242]: ciascuno nell'operare deve riguardo alla propria indole, cui inerisce sempre qualche difetto; nessuno è obbligato all'impossibile; e l'uno è più atto a questa, l'altro a quella virtù[243]. Così attempera l'onestà alla convenienza.
Ma egli, che riprodusse la morale più pura di cui fosse capace il mondo pagano, morale che tanta efficacia esercitò sulle leggi e sui costumi romani, non riesce a cancellare l'impronta originale della filosofia gentilesca, per la quale l'uomo non aveva un valore assoluto, ma solo uno relativo e subordinato alla società. Conforme amorale siffatta, con cui Roma giustificò pessime iniquità, Cicerone esibisce il modello d'un cittadino perfetto: — Imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Decj, Curj, Fabrizj, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilj ed altri senza numero che questa repubblica assodarono, e ch'io ripongo nel numero degli Dei immortali; amiamo la patria, obbediamo al senato, sosteniamo i buoni, trascuriamo i vantaggi presenti per servire alla posterità ed alla gloria; giudichiamo ottimo ciò che è più retto; speriamo quel che ci aggrada, ma sopportiamo quel che accade; pensiamo in fine che il corpo de' forti e de' grandi uomini è mortale, ma sempiterna la gloria dell'animo e della virtù»[244]. Anche il suo libro degli _Uffizj_ non riflette all'uomo, ma al cittadino; non mette la debita distinzione fra la scelta d'uno stato e quella de' principj; e trascurando la moltitudine operosa ed utile, da precetti soltanto pel magistrato o pel generale, al più pel letterato; insegna come acquistare onoranza nella repubblica e nei governi, come operare con decoro; ma nulla della famiglia, nulla delle giornaliere relazioni dell'uomo coll'uomo: ommette poi i doveri di questo verso la divinità, senza dei quali come si può imporre efficacemente il dovere, determinarlo, sanzionarlo?
Abbastanza ci fu veduto come siffatte massime togliessero e pietà e giustizia a Cicerone qualora si trattasse d'uno straniero o d'uno schiavo, e di giudicar rettamente delle malvagità che aveva sott'occhio: barcollando poi fra le opinioni altrui, conosce l'errore delle vulgari credenze, ma con esse confonde spesso i dogmi più essenziali, fin l'esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima[245].
Non venite a citarmi qualche popolo moderno, altrettanto molle, altrettanto incredulo, e che pur vive e cresce. Oggi la pluralità lascia fare, i buoni ordinamenti frenano i sudditi corrotti, una livellazione universale riduce a quell'_aurea mediocrità_, dove non eccedono nè le virtù nè la depravazione. Allora molto maggiore era lo sviluppo pratico della vita, e specialmente della politica, e in tal senso dirigevasi l'educazione, non alla letteratura come oggidì. La nascita, gli avi gloriosi, la ricchezza spianavano la via agli onori, ma viepiù i talenti per la guerra e pel governo, col cui mezzo doveasi acquistare e conservare la dominazione. Di qui l'atteggiamento di grandezza degli uomini illustri di quel tempo, sicchè c'impongono una specie di venerazione; grandezza viepiù appariscente perchè chiamati ad ogni sorta di attività. I letterati insigni trovammo assorti nella pubblica cosa; l'uomo stesso era sacerdote, oratore, legista, magistrato, guerriero; il pretore in città rendeva giustizia, fuori comandava le armi; il questore amministrava in pace le rendite civili, e provvigionava gli eserciti in campo; il console offriva sacrifizj, deliberava in senato, convocava le adunanze, soggiogava i nemici, sistemava le provincie. Cesare, il maggior capitano del suo secolo, sarebbe stato il maggior oratore se l'avesse voluto; dal conquistare le Gallie veniva a fare i sacrifizj, dal discutere una causa a compilare il calendario e riformarlo. Cicerone, eloquente, poeta, filosofo, statista, giureconsulto, finanziere, uom d'affari e di studj, e primo o dei primi nel trattar cause, dirige lungo tempo il senato, combatte i Parti, e dai soldati che guidò alla vittoria è acclamato imperatore.
In tempi di rivoluzione, gl'individui grandeggiano a proporzione della decadenza e dello scompaginamento delle forze nazionali; e chi si sente facoltà straordinarie, sarà audace a tutto tentare quando i costumi e l'opinione pubblica non bastano a rattenerli nelle barriere legali.
E tanto più che, fuori dei vincoli politici, nessun altro congiungeva i cittadini; la famiglia era una tirannide; la città aperta all'abitante di Tivoli come a quello di Marsiglia o di Cadice; la letteratura desunta da forestieri; l'umanità ignota fin di nome, e gli Stoici la dichiarano indegna del sapiente, il quale, secondo il mansueto Virgilio, non dee nutrire nè invidia pel ricco nè commiserazione pel povero. Le nimicizie si esercitano come un fatto palese, autentico, doveroso: uno al principiare della sua carriera trovasi già nemici ereditarj, o se ne elegge: dichiarasi ad uno che si cessa d'essergli amico, e soltanto per contrariarlo si segue l'opposta fazione: mettesi una specie di punto d'onore nel perseverantemente odiare; talchè Cicerone chiede scusa se, pel pubblico interesse, fa causa comune coi proprj nemici, e procura giustificarsi con qualche esempio[246].
Mancando ogni valore assoluto, bisognava conservar la cosa romana coll'abitudine, col mantenere le costumanze antiche; ed ecco perchè tanti non sapeano che rimpiangere l'età degli avi. Ma anche considerando le cose romanamente, come figurarsi la rintegrazione del passato? La grande eguaglianza erasi effettuata; coll'estendersi dello Stato si erano o volti in vizio o peggiorati i regolamenti onde Roma vigori in gioventù; i giudizj de' padri-famiglia nella propria casa e de' magistrati in ciascuna città divennero tirannia importabile dopo alterati i costumi; i patroni si conversero in oppressori, e trascinavano i clienti a secondarli nell'ambizione, o saziarne l'ingordigia; la potenza tribunizia, mera tutela del popolo vilipeso, era sormontata a segno da opprimere il senato, talchè Catone esclamava: — Campateci dalle miserie che ci aggravano; campateci da questi mostri, che non sono mai sazj di nostro sangue; non soffrite che noi siamo servi se non a voi tutti, giacchè della sola volontà del popolo dobbiamo noi esser servi»[247]. La separazione di plebei e patrizj, lievito profittevole alla libertà, era degenerata in guerra civile, combattuta con armi che non erano più armi della patria.
In quei secolari conflitti, secondo che il senato, le curie o le tribù erano prevalsi, consoli, dittatori, tribuni aveano fatto leggi, ispirate da sentimento di parte o da abuso della vittoria; e quest'accozzaglia mancava d'ogni unità d'intento. La fatica di stricare quel viluppo apparteneva ai giureconsulti; eppure non salsero in onore, restando confinati nella minutezza delle liti private, mentre le pubbliche si dibattevano nelle passionate arringhe degli oratori, e si decidevano per broglio e per forza.
Il lasciare ai vinti gli statuti e le consuetudini natìe era accortissima politica; ma col moltiplicarsi di quelli crebbe troppo la disparità della legislazione. Vi rimediavano in parte gli editti del pretore: ma questi variavano di continuo secondo il senno del magistrato; a non menzionare le ordinanze dettate dall'arbitrio ingordo de' proconsoli, dai capricci d'una fazione, dall'entusiasmo per un capitano vincitore, dalla spada di esso. Le leggi che vietano i brogli, la venalità degli oratori, il carpire i testamenti, il violentare libera persona[248], rivelano il vizio, più che non facciano confidare del rimedio. Una obbliga a menar moglie, una limita le spese de' banchetti e il numero de' convitati, intanto che nessuna, fin ai tempi di Cicerone, puniva la frode in generale, nè concedevasi accusa fuorchè contro i fatti determinati da titoli speciali[249].
A rappresentare l'antica sapienza romana, sapienza di forza e di conquiste, rimaneva quel senato, cui gli oratori non rifinano di tributare encomj. Per ovviare le aspirazioni liberali e invigorire la propria potenza, esso spingea continuamente a guerre esterne sotto frivoli pretesti; il suo diritto delle genti era tutto a carico de' nemici; il riposo, l'indipendenza de' popoli non misuravansi che alla potenza romana, alla quale sola nessun confine avevano posto gli uomini nè gli Dei. Erettosi arbitro del mondo, giudicò la servitù di questo necessaria alla sicurezza di Roma; idolo inesorabile, a cui mostravasi devoto fin a quell'eroismo che si fa ammirare da quanti non badano al fine: poi nelle cose interne sfasciavasi in brogli e paure e spirito di fazione e passioni personali ed aristocratiche; impotente a prevenire il male, operando il bene sol quando v'era trascinato dalla perseveranza plebea. Intrepido a fronte degli stranieri, a fronte dei tiranni interni mancava di coraggio; anzi col dimandare l'autorità dittatoria e col prorogare i comandi educò quegli usurpatori, cui primo studio era il decimare o deprimere il senato stesso.
Fra un'aristocrazia ristretta, violenta, corrotta; e una popolaglia viziosamente povera, che aveva sgradite le riforme de' Gracchi perchè colla possidenza imponeano l'obbligo del lavoro, come poteva prosperare la repubblica? Tentarono i Gracchi ricostituirla nell'interesse del popolo; ma credettero alla moralità di questo, e ne furono uccisi. Lo tentò Silla col rassodare l'aristocrazia; ma questa pure si trovò talmente sfasciata, che non potè conservare quant'egli le avea restituito. Cicerone divisò di costituire un terzo stato coi cavalieri; ma non che opporlo al senato, avrebbe voluto che, chiunque si segnalava per nobiltà, ricchezza, magistrature, si unisse, e col nome di ottimati facessero contrasto al popolo basso. Catone, mai non piegandosi all'attualità, pretendeva che uomini e cose tornassero quali erano quattro secoli innanzi; e la sua rigidezza noceva non meno che la flessibilità di Cicerone, perchè in corpo guasto anche il rimedio torna di danno. Pompeo non riforma se non col rattoppare il passato, col risuscitare _le due teste della repubblica_, sicchè infuriarono le risse del fôro, sin a portare alla guerra civile. Immeritevoli del governo repubblicano, tutti sentivano la necessità de' corrotti, il riposo nella servitù.
Perchè i due poteri dello Stato si bilanciassero, sarebbe bisognato che ciascuno si reggesse entro i limiti proprj, cioè osservasse la legge, sagrificando l'interesse privato al generale. Ma per conseguire ciò voglionsi o virtù grande o evidenza di vantaggi; mentre qui il rapido arricchire degli uni colle conquiste, l'impoverire degli altri in grazia del lavoro servile facea concorrere e aristocrazia e democrazia alla distruzione comune. Gli autori antichi riversano ogni colpa sul popolo, i moderni sui grandi, e va ascritta a tutti. Quello, cernito da cento nazioni soggiogate, che passione doveva prendere per questa Roma che era stata jeri sua tiranna? I grandi s'erano appassionati dei Greci, adottandone i costumi, le credenze, la letteratura; e l'orgoglio che facea respingere un uomo nuovo d'Arpino o di Venosa, accoglieva all'amicizia il liberto, purchè greco. I cavalieri, appaltatori del fisco, tenendo relazioni lontanissime, poteano divenire ospiti di retori e sofisti e storici, accorrenti a Roma per ottenervi una specie di culto; e costoro non potevano insinuare il patriotismo romano, la stima delle virtù avite, bensì quell'indifferenza per la cosa pubblica, che Cicerone rimprovera sì spesso agli ottimati.
I grandi ambivano impieghi, toccava ai poveri il darli: che cosa aspettarsene se non corruzione e venalità? Il tempo della candidatura era una specie di fiera popolare, dove le toghe si inchinavano al sajo popolare. Allora si facea l'amico con tutti, si davano pranzi, si pagava l'entrata agli spettacoli per intere tribù, si carezzavano i Ciciruacchio del quartiere, si faceano moine allo schiavo prediletto o al liberto d'un personaggio influente; non si trascurava il capo d'un municipio, il priore d'una confraternita di arti; si sapeva a memoria la carta d'Italia, se ne faceva il giro, si parlava a ciascuno di quei che oggi chiamiamo interessi di campanile; si metteano in moto le donne; la mattina, gran cura di vedere il vestibolo pieno di clienti, e numerarli, e informarsi di quelli che mancassero, e trarseli dietro al Campo Marzio, e quivi far inchini, stringer mani, salutare tutti a nome, secondo suggerisse uno schiavo mnemonico.
Ormai sfacciatamente nel mezzo del fôro si piantavano banchi ove contrattare i suffragi; e i candidati se gli accaparravano non col far conoscere le virtù o i sentimenti proprj, ma col promettere più denari, o maggiori distribuzioni di grano, o splendidi giuochi. Durante i comizj, rincariva l'interesse del denaro fin al doppio. Pompeo comprò il consolato per Afranio: i senatori si tassarono per comprarlo a Bibulo[250]. Che non fece Catone per reprimere la corruttibilità de' ragionieri del tesoro, i quali si valeano della loro pratica e della noncuranza de' giovani questori per istornare il denaro pubblico? ne cacciò e processò alcuni; ma in uno di tali processi gli si oppose Lutazio Catulo, conservatore severo e allora censore, e andò mendicando l'assoluzione dell'incolpato, fin a indurre il questore Lollio, allora malato, a farsi portare in lettiga al tribunale per votarvi in pro. Arrivò che la votazione era già compita, ma i giudici vollero contarlo egualmente, e il prevenuto fu assolto.
Memmio deferì al senato una convenzione fatta da lui e dal competitore Domizio coi consoli, ove questi obbligavansi a favorirli nel domandare il consolato, ed essi a fare attribuir loro le provincie che ambivano; depositavano quattrocentomila sesterzj, che andrebbero perduti se non trovassero tre auguri i quali dichiarassero d'essere stati presenti quando il popolo fece la legge curiata, sebbene mai non fosse stata proposta; e due consolari i quali attestassero d'avere assistito alla soscrizione del decreto che assegnava le provincie ad essi consoli, sebbene l'affare non si fosse tampoco riferito in senato[251]. Tanti ribaldi in un contratto solo! Spesso con minori complicazioni la spada del centurione ordinava di eleggere, o il coltello di Milone, di Clodio, di Dolabella determinava le scelte o toglieva di mezzo i competitori. E quest'irruzione de' soldati o de' bravacci ne' comizj fu la conseguenza delle guerre lunghe, e il colpo di grazia alla libertà.
Ma la libertà chi la godeva in Italia? Forse gli schiavi che, in numero di cento per ogni uom libero, affamavano sulla gleba, irrigata del loro sudore? forse i clienti servili al patrono? forse i debitori, che poteano per legge esser fatti a pezzi, e per pietà sepolti nelle prigioni? Fra' cittadini stessi di pieno diritto, il padre è despoto sulla vita della moglie e de' figli, che espone o che manda all'incanto se la cupidigia o le passioni sue lo vogliono. Il padrone trovavasi un nemico, una spia in ogni schiavo, che poteva o trucidarlo, o andare a denunziarlo ai giudici. I tribuni eccedono in prepotenze da tiranni, scomunicano chiunque gli offende, dirupano dalla Tarpea un senatore che attraversa qualche lor atto. I censori frugano ne' penetrali domestici, e appongon note, di cui solo i senatori possono chiedere il motivo.