Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 20

Chapter 203,519 wordsPublic domain

Non con tali donne possono durare cari i legami di famiglia. Comunissimo dunque il divorzio, e non solo per sterilità, per litigi colla nuora, per impudicizia, ma pe' più frivoli motivi; Paolo Emilio allega unicamente che dalla moglie era stato offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in segreto con una liberta vulgare; Publio Sempronio, perchè ita a'giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent'anni di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i debiti; e Publia, perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l'ultimo, Dolabella, la ripudiò incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia; e Cicerone consultato il consigliò a far presto, per mettere termine alle dicerie, e mostrare che nol faceva per seguir l'andazzo, ma per unirsi alla figlia del savio Catone. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella de' vini, ch'e' temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Faunia, per espellerla poi come impudica, e tenersene la dote; nel che non pochi lo imitarono. Più spesso ancora separavansi d'accordo e senza verun titolo, o perchè già s'era contratto impegno con altri. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso: e v'erano donne che contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[200].

Conseguenza della servitù domestica era la prostituzione. La schiava era forse signora del suo corpo? oltrechè bramava o il favore dei padroni, o di farsi un peculio onde acquistare la libertà. Acquistatala, si trovava in miseria, avvezza alle blandizie signorili, e già malavviata dall'obbedienza o dalla speculazione; sicchè usufruttava i suoi vezzi, e l'abilità nel canto e nel suono. Così aprivasi un altro gorgo alle fortune dei figli di famiglia[201], ed alle spoglie che i soldati recavano dalle vinte nazioni. Nè si dica che solo il cristianesimo affisse merito alla castità, e che noi serviamo ai pregiudizj d'oggi nel farne colpa agl'idolatri. Conoscevano anch'essi il merito della virtù femminile, ma la esigevano soltanto dalle matrone; nè que' ritegni chiedeano alle liberte[202], le quali anzi diedero nome al libertinaggio.

Coteste non erano squisitamente colte come le eterie greche, ma assai più delle matrone; destinandosi queste a generare eroi, esse a dilettarli. La maggior parte erano nate schiave, e per la bellezza prescelte, salvandole dai lavori faticosi e degradanti. Educavansi all'arte di piacere col ballo, col canto, colla letteratura; tante cure adoprandovi, quante oggi a fare una grande cantatrice. Compagnie d'imprenditori profondevano somme per allevare una di codeste, la quale riuscendo poteva rifare al decuplo della spesa, ed esser fatta liberta da un amante, che alle voluttà voleva aggiungere quella di saper ch'ella poteva negarglisi.

Sotto i portici, le matrone rinvolte nella stola, coperte della palla, velate il capo, passavano cinte da custodi e servi che allontanassero la folla; i littori che facean largo dinanzi al console, non poteano rimoverle; il marito che seco le avesse nel carro, era come in un asilo. Sulla via Appia, il corso d'allora, procedeano lentamente in lettighe scoperte, accanto alle quali giovani schiavi con flambelle di pavone agitavano l'aria e cacciavano gl'insetti. La cortigiana invece, distinta per abito più corto, pompeggiava di manti sfarzosi, variati in mille guise e mille nomi; e procedendo con quello andar rotto che ne rivela le arti, lasciava dall'ondeggiante tunica indovinar le bellezze recondite; la vecchia sua seguace traevasi da banda all'accostarsi di giovani effeminati, in toga elegante e carichi di anelli e stillanti profumi, e colla faccia ornata di mosche. Talora guidava essa medesima i cavalli a gran corsa, e dietrole i vaghi, che pareva menasse in trionfo. Aveano un prediletto (_vir_), cui doveano ingannare per darsi ad altri amanti; rilasciavano obblighi di fedeltà per un tempo determinato, ai quali se mancassero poteano esser citate ai tribunali disciplinari[203]. Neppure ad uomini assennati recava scredito il frequentare la loro conversazione[204], impiacevolita da quel raffinamento che le oneste non poteano acquistare dai circoli domestici: anzi i misteri religiosi attribuivano ad esse una specie di consacrazione.

Nojati di lor famiglia, dei tumulti civili e dell'incertezza del domani, gli uomini cercavano distrazione in voluttà febbrili, meglio che nella calma del focolare, presso una moglie ch'era stata d'altri, e d'altri potea diventare domani: che anzi, le romane matrone proteggeano le meretrici, e teneansi in casa quelle che corrompevano i loro mariti e la prole[205]. Eppure l'esistenza d'una classe intera destinata alla voluttà non toglieva depravazioni più sordide cogli schiavi, indi anche tra liberi[206].

Il celibe poi esercitava una specie di principato[207] sopra un'altra genia, scomparsa dalle età moderne, gli uccellatori di testamenti. Qual era viltà cui non scendessero costoro per amicarsi il vecchiardo? dir sempre sì, secondarne le fantasticherie, lodarlo fin di bellezza, applaudire alle sue bambolaggini, strigliarne i nemici, sacrificargli la moglie, supplicar gli Dei in palese per la salute sua, in segreto per la sua morte. Che meraviglia se nojava il matrimonio, benchè così agevole a gettarsi dal collo? e il celibato vizioso era piaga cui i legislatori tentarono invano rimedj.

Eppure fra i pesi del matrimonio non contavasi l'allevamento de' figliuoli, giacchè con facilità e con impudenza si esponevano, e a tal uopo venivano tessuti apposta certi panieri di vimini (_corbem supponendo puero_); e comune intreccio delle commedie è il riconoscimento d'un trovatello. Terenzio, l'amico dei colti Scipioni, faceva da un padre dire alla moglie, nello scoprir una loro figlia gettata vent'anni prima: — Se tu avessi fatto a modo mio, bisognava ucciderla, non finger una morte che le lasciava la speranza di vivere». Tanto lassi erano i vincoli domestici, il che appare anche dalla facilità delle adozioni; e restiamo stupiti quando all'amico suo Cicerone scrive: — M'è morto il padre ai 24 di novembre. Guarda se puoi trovarmi arredi da ginnasio pel luogo che ben conosci. Del mio Tusculano mi piacio per modo, che non posso aver bene prima d'arrivarvi»[208].

Nelle arringhe di esso Cicerone, più che la corruttela ci colpiscono la sfacciataggine onde è recata quasi in trionfo, e la lunga impunità. Sono suocere che amoreggiano il genero e avvelenano le figlie; sono parenti che si sbrigano dei coeredi col farli od uccidere o condannare[209]; comuni gli amori incestuosi e contro natura; comunissima la prevaricazione de' giudici, l'infedeltà de' magistrati. Rivelata che abbia, ed eloquentemente svolta questa lunghissima tela di turpitudini, Cicerone deve ancora insistere perchè i giudici prendano ardimento a punirle. Difende egli un giovane accusato di ree pratiche con Clodio? Anzichè negare il fatto, lo mostra scusabile; la severità de' costumi essere stata forse dicevole ai Camilli, ai Fabrizj, ai Curj; oggi appena leggersi nei libri, essendo invecchiate fin le carte dov'era descritta. — Omai (soggiunge) coloro che predicano di camminar dritto alla lode con fatica, sono lasciati soli nelle scuole. Abbandonando la via deserta e spinosa, si conceda alcuna cosa all'età, sia più libera l'adolescenza, non tutto si neghi alla voluttà; la vera e diritta ragione non prevalga sempre, ma si lasci alcuna volta superare dalla passione e dal diletto, purchè serbi moderazione; e la gioventù quando siasi piegata alla voluttà, ed abbia dato alcun tempo ai sollazzi dell'età e a queste vane cupidini dell'adolescenza, torni alla domestica azienda, al fôro, alla repubblica, onde appaja che, quel che prima non avea ponderato colla ragione, l'abbia respinto per sazietà, disprezzato per esperienza»[210].

Se così largo era il precetto, quanto non si dovea trascendere nell'applicarlo? Di grossolano costume e di sprezzo dell'opinione ci rimangono testimonj alcune indecorose invettive, come di Sallustio contro Tullio, e di questo contro Calpurnio Pisone. Eppure Tullio vantavasi conosciuto per modestia e temperanza di discorso[211].

Con una costituzione caduta d'opportunità, colle proprietà scompigliate, colla famiglia sconnessa, colla opinione storta o non curata, poteva più conservarsi quel vivere in repubblica che suppone dominante la virtù? era a sperare che gente sì fatta accettasse temperamenti agrarj, o potesse rigenerarsi alle austerità repubblicane? o forse ve li avviavano l'educazione letteraria, la religione, la filosofia?

La coltura greca valse da principio a dirozzare i Romani, e vuolsi saperne grado agli Emilj ed agli Scipioni: ma l'indole romana ripigliava il sopravvento, e l'abitudine dei campi viziava gl'insegnamenti della scuola; sicchè dalla bella letteratura non si domandavano che nuovi stimoli all'appetito; alla politica di Polibio o alla morale di Panezio ponevasi mente sol per la felice esposizione; e più che le semplici e tranquille soddisfazioni del vero studioso, si andava in Grecia a raffinarsi nella corruttela, a suggere il peggio della filosofia epicurea, cioè impararvi a sprezzare gli Dei, negare la Provvidenza, godere il più che si potesse, conforme l'esempio di quelle genti che dell'umiliazione nazionale si stordivano colle voluttà, si vendicavano coll'astuzia.

Lucullo, raffinato nell'arti greche, precorreva l'età sua coll'aprire la biblioteca e la galleria a chiunque; e con una lautezza ben più raffinata che non le grossolane maniere onde i prodighi compravano i favori del vulgo. Traversato nella sua ambizione, girò le spalle alla vita pubblica, e concentrò tutta l'attività dello spirito nella mensa; imbandiva ogni giorno in modo, da poter accogliere anche inaspettati gli ospiti più schifiltosi; le cene ordinarie gli costavano duemila quattrocento lire; ma bastava accennasse che si cenerebbe nella sala d'Apolline, perchè il cuoco allestisse un banchetto di lire quarantacinquemila.

Di quelli che in ogni età scompigliata pretendono il titolo di buoni e di onest'uomini col far poco e disapprovar tutto, e rimpiccinirsi dietro una moderazione che si riduce ad egoismo, il tipo più lusinghiero fu Pomponio Attico. Di buona casa patrizia, educato diligentemente, si prefisse per iscopo la tranquillità, e per mezzo di raggiungerla il tenersi in disparte dalle pubbliche faccende. Conservava amici in ogni fazione, e dell'aver suo faceva generosa comodità agli esuli ed ai proscritti di qualunque bandiera (non accusò nessuno, ma nessun mai patrocinò); potea dire amico Silla non meno che i Mariani, amici Cassio o Bruto non men che Cesare, Ottaviano non men che Antonio; stendeva la destra ad Ortensio, la sinistra a Cicerone; provvedeva a quei che correvano dietro a Pompeo, ma egli non vi correva; a Bruto, cui non avea favorito mentre era in fiore, largheggiò denari quando somigliavano sussidio non contribuzione; senz'adulare Marc'Antonio potente, sovveniva ai bisogni de' fautori e della moglie di lui. L'aristocrazia romana vedevasi sull'orlo dell'abisso; ed egli per consolarla scrisse la _Storia delle famiglie illustri_. Risparmiato nelle proscrizioni, calmo ne' bollimenti civili, onorato nell'Impero, quando sentì aggravarsi una malattia lasciossi morir di fame. Cornelio Nepote, che ne tessè un panegirico anzichè la vita, lo propone a modello, come un piloto che sa guidar la nave tra le bufere.

A lui somigliante, l'oratore Ortensio avea quattro ville, insigni di capi d'arte, con boschi popolati di selvaggina, piante rare, fra cui platani che inaffiava di vino, vivaj de' pesci più squisiti, al cui alimento dava maggior cura che non agli schiavi, e spendeva tesori per mantenervi fresca l'acqua in estate. Fra tali delizie componeva ora patriotiche declamazioni, ora giudiziali arringhe, ora versi libertini, or inventava di mettere arrosto i pavoni: lo perchè era detto re delle cause e delle mense, e morendo lasciò milleducento anfore di vino prelibato[212].

Così questi illustri, anzichè rialzare, abjettavano i gusti liberali da loro ostentati, e davano esempio del tuffarsi in quella sensualità, che degrada insieme e il cuore e l'intelligenza. A ciò cospirava la poesia, predicando la divinità della materia e la religione del godimento. Già Turno satirico rinfacciava ai poeti di porre in postribolo le vergini muse[213]; ed era appena morto Lucrezio Caro, il quale verseggiò il materialismo d'Epicuro, solo staccandosene nell'ammettere il fato, ossia una segreta forza delle cose. — Se credessimo che gli Dei avesser cura di noi, continue sarebbero la temenza e la superstizione: il saggio dunque, aspirando alla calma, bisogna che se ne liberi. Nulla nasce dal nulla, nè torna al nulla; necessità genera e conserva le cose. Corpuscoli elementari, solo concepibili col pensiero, solidi, indivisibili, senza figura nè altra qualità percettibile ai sensi, movendosi a caso nello spazio interminato, produssero il mondo, il quale è infinito, infiniti essendo gli atomi. L'anima stessa è un corpo sottilissimo, diffuso per le membra e più particolarmente nel petto, simile al ragno che dimora nel mezzo, ma tende in ogni senso le fila, colle quali prende gli insetti, come l'anima prende le idee o le immagini. Anche nel sonno l'anima percepisce fantasmi vagolanti per l'aria. Non esiste dunque altro che il vuoto e gli atomi: dopo che il fortuito concorso di questi formò il mondo, vi nascono gli animanti e gli uomini, che poc'a poco costituiscono la società, e dallo stato ferino sorgono alle arti: anche le meteore, anche i morbi derivano da questi atomi. Il timore produsse le religioni. Non Provvidenza dunque, non postuma remunerazione, giacchè gli Dei se ne stanno per natura tranquilli in una pace affatto scevra dalle nostre vicende, nulla avendo bisogno di noi, nè irati ai tristi nè grati ai buoni; e più di Bacco, di Cerere, d'Ercole ben meritò della società Epicuro che sbrattò gli animi dai timori superni»[214].

Dopo ciò, qual senso hanno le sue lodi alla virtù e alla moderazione? Tristo a lui se, ostentando questo sciagurato ateismo, e proponendosi di snodare gli animi dai ceppi della religione, lentò i freni alla romana gioventù, e volse coll'esempio la poesia a rendersi complice della depravazione, anzichè sorgere consigliera di magnanimità, e sorreggere nelle lotte la virtù o piangerne la decadenza!

Il lirico Catullo a Lesbia sua dice: — Non teniam conto delle baje de' vecchi: il sole muore e rinasce; noi, quando la breve luce tramontò, in perpetuo dormiamo. Iteriam dunque baci e baci». E fa stomaco il trovare, nelle poche opere di lui avanzateci, all'elegante espressione mescolati non solo sentimenti inverecondi, ma parole trivialmente oscene: se ne scusa col dire che, quando il poeta sia intemerato, poco monta che i versi puzzino di laido[215].

Nè in veruno di que' poeti erotici si riscontrano mai i piaceri del cuore, vivi, penetranti, ineffabili; sibbene spergiuri, ciance, dispetti, gelosie, scherzi, lacrimette, lascivie[216]. Ogni vezzo palese o arcano delle loro donne vi è decantato, non mai la coltura, il brio, il cuore, tanto meno la ritrosia pudica. Di brigata con esse bevano, straviziano; sugli esempj di Fulvia, di Giulia, di Cleopatra, si fanno legge di evitar le oneste, e vivacchiare d'avventure: dalle amiche ubriache soffrono percosse e morsi, e ne rendono ad esse buona misura[217]. Ovidio a Corinna gelosa dell'ancella toglie i sospetti coi giuramenti in un'elegia; nella seguente rimbrotta l'ancella stessa perchè si lasci scorgere e si tradisca col rossore, e le dà la posta per la ventura notte. Egli a Corinna, Catullo a Lesbia, a Delia Tibullo, a Cintia Properzio slanciano vituperj, che nè alla più divulgata oggi si direbbero[218]. Comune a tutti poi è il lamento per l'ingordigia delle loro belle[219]; e se Ovidio consiglia alla sua di non mostrarsi avara, la ragione è ancor più insultante che l'accusa[220].

Tibullo, col piacevole suo disordine, cogl'irragionevoli passaggi dal riso al pianto, dalla supplica alle minaccie, meglio d'ogni altro ritrae la natura degli amanti; ma egli pure è sempre impigliato nella materia. Properzio empie i versi di querimonie[221], sebbene confessi che attediano le belle, e che vuolsi non vedere e non udire all'opportunità[222]; ogni tratto salta in collera con Cintia sua, il domani stesso d'un convegno di cui vuol consacrata la memoria nel tempio di Venere[223]; finalmente dopo cinque anni la abbandona, ma essa va a cercarlo nella voluttuosa villa, lo batte perfino, nè gli concede pace se non a patto che più non passeggi sotto il portico di Pompeo, ritrovo delle belle, agli spettacoli freni gli sguardi procaci, nè si faccia portare in lettiga scoperta. Cintia era poetessa; e insieme gelosa ed incostante, volle sagrificare alla Fortuna dopo sacrificato a Cupido; e ad un pretore venuto d'Illiria diè la preferenza sul poeta, e l'accompagnò in provincia.

L'_Arte di amare_ d'Ovidio meglio s'intitolerebbe arte di sedurre. Frondoso e lussureggiante, mille versi occupa per descrivere la donna a cui dire — Tu sola mi piaci»; quasi la scelta fosse effetto di calcolo. Passeggiar per le vie, darsi aria sulle piazze, confrontare le brune colle bionde, villeggiare a Baja, principalmente cattivarsi le cameriere con oro e carezze, insinuarsi nelle grazie del marito, insistere, ma senza noja, nè per rifiuti smettere la speranza, fingersi soffrente, simulare una rivale, soprattutto saper tacere, e credersi non aver peccato ove il peccato può negarsi[224], son le arti che insegna questo ingegnoso spositore della corruttela del suo secolo, d'un secolo ove egli poteva chiamare poco urbano il marito che pretendesse casta la donna sua nella città i cui fondatori non nacquero senza colpa[225], e dove osava proporre quasi specchio l'amor di Pasifae.

Chi aspira a conquiste, frequenti i boschetti di Pompeo o il portico di Livia, e le feste del compianto Adone, e i sabbati del Giudeo, ma principalmente i teatri e i circhi, dove in folla mirabile accorrono le donne per vedere e farsi vedere, sdrucciolo della castità; ivi applauda ai cavalli, agli attori che l'amica preferisce; scuota dal grembo di lei ogni granello di polvere che vi sia, la scuota se anche non vi sia, e colga ogni occasione di prestarle servigio: sostenerle il pallio se strascica, accomodarle il cuscino, non permettere che alcun ginocchio la pigi, farle vento, e scommettere sulle vittorie; inezie che cattivano gli animi piccoli. Ma arte suprema di piacere crede i donativi, nè abbisognare d'altr'arte chi può donare[226]. Alle donne medesime insegna a impaniare amanti: le vesti adatte ai tempi e ai luoghi; il confine del riso; mostrarsi serene sempre, lasciando via gli alterchi, roba da mogli[227]: sappiano smungere a maggior profitto l'amante, chiedendo doni se ricco, raccomandando clienti se magistrato, affidandogli cause se giurisperito, accontentandosi di versi se poeta. Mentre però uccellavano a regali, spesso vedevansi spogliate: e il precettore di amabili riti le ammonisce a non lasciarsi illudere dalla ben pettinata chioma, dalla toga sopraffina, dai molti anelli; perchè sovente colui ch'è più ornato è rapace, e vagheggia le vesti e le gemme[228]; onde più d'una s'ode sovente gridare al ladro.

Strani amori! strani precetti! strane cautele! Eppure forse solo Ovidio tra que' poeti ebbe moglie e l'amò, o almeno la rimpianse affettuosamente dall'esiglio, ove per altro essa non l'accompagnò. Properzio lascerebbesi decollare, piuttosto che obbedire alla legge Papia Poppea contro i celibi[229]. Orazio stesso, di affinatissimo gusto, di sagacia discretissima, e legato col fiore de' cittadini, pure si deturpa di plateali sconcezze, e meglio palesa la corruttela che dovea venire dagli amori colle cortigiane, dai bagni promiscui, dai trini letti delle mense; sicchè indarno la legge e la costumanza circondavano di tanti riguardi le matrone, riverite e abbandonate. Che più? Virgilio, soprannomato il casto, porta il suo tributo all'immoralità, esclamando beato chi pone sotto a' piedi il timore del fato e dell'averno; e consiglia a goder la vita finchè n'è tempo, nulla curandosi del domani[230].

Quelle dottrine d'Epicuro che Fabrizio avea desiderato si praticassero sempre dai nemici di Roma, vi si erano dunque introdotte, abbracciate ed esagerate coll'energia propria della nazione. Ne rifuggivano taluni: ma la costoro virtù riducevasi a disprezzare le lusinghe dell'oro e dei piaceri qualora n'andasse di mezzo il bene della patria; e corazzati d'insensibile alterigia, idolatrare una libertà che più non era nè possibile nè desiderabile. Catone, Bruto, pochi altri, eretti fra tanta prostrazione, nulla giovarono, nocquero spesso, come avviene degli esagerati, e il supremo studio della vita riponendo nell'avvezzarsi a gettarla senza sgomento. Allora in fatti cominciarono a frequentarsi i meditati suicidj, che poi crebbero a dismisura: sopravivere a una sconfitta che esponeva alla pompa d'un trionfo, al ferro del manigoldo, agl'insulti o al perdono d'un vincitore, parea da vile, e il Romano pretendeva alla gloria di saper fuggire quell'ignominia, e di sottrarre la parte più nobile di sè a chi opprimesse il corpo. La legge medesima concedeva agli accusati d'uccidersi innanzi che fosse proferito il giudizio che n'avrebbe confiscati i beni ed infamata la memoria. La setta stoica poi insegnò come vanto il potere, nell'istante che a ciascun meglio piaceva, terminar la vita anzichè subirne i mali con cui la Provvidenza ci prova ed affina.

Perocchè alla Provvidenza chi più credeva? La religione, fredda, prosastica, legale, combinata per interesse dello Stato, non sopravivea più che come una pratica uffiziale; gli Dei immortali, che nelle esclamazioni. Seicento e più religioni tolleravansi in Roma, il che vuol dire che nessuna era creduta. Il dio confondeasi colla patria; Giove Capitolino e gli altri numi non solo prediligevano il popolo romano, ma odiavano i nemici di questo; e ai vinti, come la libertà, così si rapivano gli Dei prima colle imprecazioni, poi colla violenza. La dignità delle Vestali, un tempo ambita dalle primarie case, non potè trovar novizie; onde la legge Papia prescrisse che il pontefice fra donzelle tratte a sorte scegliesse quelle che dovevano consacrare a Vesta la involontaria loro illibatezza. Poichè ogni culto si propone d'imitare il dio cui è diretto, nelle orgie si emulava il furore di Bacco; i sacerdoti Galli si faceano eunuchi come il loro Ati; e a che non doveva condurre l'esempio di divinità, la cui storia divulgata talmente scostavasi dalla morale!