Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 2
Tumulti minori rinnovavansi tratto tratto per Italia, più pericolosi perchè i Cimri aveano passato le Alpi, e risvegliavano la spaventosa memoria di Brenno. A Nocera trenta servi insorsero, e furono puniti; ducento a Capua, e perirono. Tito Minucio Vezio, cavaliere romano di ricchissimo padre, s'innamorò d'una schiava altrui, e non potendo vivere senza di lei, l'ebbe a sue voglie pel convenuto prezzo di sette talenti attici. Venuto il giorno del pagamento, non trovandosi denari, chiese trenta giorni di proroga; scaduti i quali, nè essendo ancora in grado di soddisfare, e andando ognor più pazzo della schiava, pensò ricorrere alla violenza. Comprate a respiro cinquecento armadure, e portatele in campagna, eccitò quattrocento schiavi ad ammutinarsi, ed a capo loro prese la corona, maltrattò i suoi creditori, invase le ville, arrotando chiunque volesse, uccidendo chi rifiutasse, dando asilo ai servi fuggiaschi. Il senato fu pronto ai provvedimeti, e Lucio Lucullo dopo molta resistenza vinse Minucio, il quale si uccise: i suoi seguaci furono morti, eccetto Apollonio che gli avea traditi.
Allorquando Cajo Mario s'apparecchiava a campeggiare (104) i Cimri, avuta dal senato autorità di chiamare ajuti d'oltremare, ne chiese a Nicomede II re di Bitinia: ma questo rispose non esserne in grado, perchè la più parte de' suoi sudditi erano stati rapiti dagli esattori e venduti schiavi. Allora il senato proibì che verun libero, di nazione alleata al popolo romano, venisse ridotto schiavo in provincia; quelli già ridotti, fossero dai proconsoli e dai pretori vindicati in libertà.
In forza di tale editto, Licinio Nerva pretore della Sicilia ne affranca ottocento in pochi giorni. Allora sorge in tutti gli altri la speranza e la smania della libertà: del che spaventata la _gente onesta_, a denaro induce Nerva a desistere; e quel buon pretore rinviava con superbi rimbrotti quanti si presentavano con titoli per divenire franchi. Questi irritati dall'insulto, cospirano: trenta schiavi di due ricchi fratelli, presso a capo Oario, trucidano i padroni, poi levano a rumore le ville vicine; più di centoventi compagni trovano prima dell'alba; occupano un luogo forte, e lo muniscono con ottanta uomini armati di tutto punto. Nerva accorre, e non riuscendo la forza, s'ajuta col tradimento. Promette impunità a Cajo Titinio condannato a morte, il quale con un drappello fidato s'accosta alla rôcca dei rivoltosi, fingendo volere far causa con loro contro i comuni oppressori; ma eletto capo, apre le porte: i più periscono combattendo, gli altri sono dirupati dall'altura.
Poco stante si ode che ottanta altri levarono tumulto, e ucciso Publio Clonio cavaliere, ingrossano ogni giorno attorno al monte Capriano; e imbaldanziti che il pretore non osasse attaccarli, scorrono di vicinanza in vicinanza, e cresciuti ad ottocento ben in arnese, sconfiggono il perfido Titinio. Sono ormai seimila, e creano re un Salvio (Trifone), valente aruspice, sonatore di tibia e guidatore di pompe. Lasciando le città come luoghi di mollezza e memori del servaggio, egli divide i redenti in tre squadre, con capitani che battano la campagna, e il saccheggio portino a un luogo stabilito: e trovatosi duemila cavalli e ventimila pedoni feroci nel fresco acquisto della libertà, assalta Morgantina, volge in rotta i Romani dopo avutone seicento uccisi e quattromila prigionieri, giacchè avea promesso la vita a chiunque cedesse le armi.
Dalla vittoria duplicatogli l'esercito, batte francamente la campagna, e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi l'eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.
Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora fosser rispettati il territorio e gli animali d'un regno che a lui era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il consigliavano a levarsi tosto d'attorno a quella fortezza; ed ecco in quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.
Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali, ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà rompevano ad ogni eccesso: nessuno s'affidava ad uscir dalle mura. Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo, vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà. Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all'utile comune, venne con tremila de' suoi, mentre gli altri scorrazzavano i campi dilatando la sollevazione.
Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali, Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de' sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d'assedio. Gli scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de' padroni; ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita, che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da Triocala.
Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi diconsi periti in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro; e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si videro messi nell'arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi presso gli altari, intrepidamente si uccisero l'un l'altro: Satiro per ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del senato e del popolo romano.
CAPITOLO XX.
Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.
Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de' nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll'ammazzarli. Opimio fu chiamato a render ragione de' cittadini uccisi, ma n'andò assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso accusò Carbone perchè, da amicissimo de' Gracchi, si fosse vôlto a patrocinarne l'assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la condanna coll'avvelenarsi.
Miglior vindice del sangue de' Gracchi contro i patrizj sorgeva la gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso luogo in Arpino, (135?) e tardi venuto in conoscenza della corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell'irto e del silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la lingua d'un popolo schiavo; niente d'arti, niente di letteratura. Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario, dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l'ambizione dell'Arpinate, il quale costretto a spianarsi la via da sè, come chi nasce senza avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col patronato de' Metelli, (218) conseguì la questura, poi il tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non desistesse dall'opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava, il fece arrestare, sebben suo protettore.
Tale ardimento lo diede a conoscere ai padri e alla plebe per uomo inaccessibile a paure ed a riguardi; e viepiù allorchè non dubitò avversarsi il vulgo coll'opporsi ad una gratuita distribuzione di grano. Malgrado i contrasti fatto pretore, (216) sbrattò la Spagna dalle masnade; poi reduce a Roma, e sposata una dell'insigne famiglia Giulia, prese parte agli affari pubblici, invece di ricchezze, d'eloquenza, di politici scaltrimenti adoprandovi carattere di ferro, instancabile pertinacia al lavoro, ed un vivere popolesco.
Senatori e cavalieri spartivansi allora la padronanza; ai senatori le magistrature e l'autorità politica; ai cavalieri il denaro, le terre, i giudizj; e gli uni connivendo alle trascendenze degli altri, cospiravano a tenere mortificati i plebei. Mario, villano ricalzato, ed inavvezzo agli strepiti del fôro, male orzeggiava tra i due venti, e mostravasi inetto alle intelligenze e pusillanime nei maneggi civili quanto intrepido in una giornata campale. Conobbe dunque che le guerre erangli necessarie per poter primeggiare; e non gliene mancarono in Roma.
Dominava questa allora, oltre l'Italia propria, le nove provincie che enumerammo (vol. I, pag. 438). Sul rivaggio meridionale della Gallia era primamente approdata la civiltà greca ai tempi favolosi di Ercole, che dicono fondasse Monaco (_Portus Herculis Monœci_), cioè solitario in mezzo a quella barbarie. Da poi una colonia di Massalia era venuta a fabbricarvi Marsiglia, la quale estendendo il dominio, fondò Karsiki, Kitharista, Olbia colla cittadella di Heyron; più lungi stabilirono Antipoli (_Antibo_), cioè città avanzata; e ben presto Nicea (_Nizza_), cioè la vittoria, a ricordo d'un insigne combattimento co' natii. Però di questi mai non acquistarono l'amore, e i Marsigliesi in nuovo bisogno contro de' Liguri chiesero ajuto ai Romani, le cui legioni furono per la prima volta condotte di là dell'Alpi da Fulvio Flacco, l'amico de' Gracchi. Sestio Calvino suo successore, riuscito con migliore prosperità, vi fondò la città di Aix (_Aquæ Sextiæ_); Licinio Crasso piantò una colonia a Narbona, al cui porto stanziava la flotta, e dirigevasi il commercio d'Italia, d'Africa e di Spagna, a scapito di Marsiglia. Quinto Fabio, vinti gli Allobrogi e gli Arverni, ridusse la Gallia meridionale in provincia consolare (_Provenza_), dove cioè un console doveva arrivare ogni anno coll'esercito. I Baleari, pirati e fautori dei Cartaginesi, sempre indocili al giogo, furono sterminati tutti, di trentamila che erano, e nelle due grand'isole si fabbricarono le città di Palma e Polenzia: Quinto Metello vi tradusse coloni, e trionfò. Anche Cecilio Metello, ambendo gli onori del trionfo, invase la Dalmazia senza ragione, e senza ostacolo la soggiogò, e n'ebbe trionfo.
Per gran tempo questa famiglia de' Metelli tenne il primato in Roma: dodici di essa in dodici anni si trovano consoli o censori o trionfanti, e Quinto il Macedonico è menzionato dagli storici per istraordinaria felicità[18]. Nato illustre in illustre patria, robusto a prova delle maggiori fatiche, ricco l'animo di belle qualità, ebbe donna savia e feconda; ben collocò le figliuole e ne abbracciò i fanciulli; vide consoli tre de' quattro figli, e i due che ora abbiamo detto furono soprannominati il Balearico e il Dalmatico pei loro trionfi; meritò egli stesso il titolo di Macedonico, e favori, onori, dignità, comandi, quanti potè desiderare. L'insulto che dicemmo usatogli dal tribuno Atinio e la nimicizia con l'Africano Minore sono i soli dispiaceri che lo colpissero: ma il primo gli tornò in gloria; e quando Scipione fu morto, egli disse a' figli suoi: — Andate e onoratene i funerali, chè non ne vedrete di un cittadino più grande». Principe del senato, morì calmo in tarda vecchiezza, portato al rogo dagli insigni suoi figliuoli.
Domata Cartagine, i Romani ridussero a provincia la Zeugitana, e le poche città marittime del sud-est che all'emula erano rimaste fedeli. Restavano indipendenti la Mauritania, estesa dal Mediterraneo alla Getulia e dall'Atlantico al fiume Molokath (_Malva_), regnata da Bocco; e la Numidia, che ridotta tutta sotto il re Massinissa, teneva da esso fiume alle frontiere di Cirene. Micipsa, figlio di questo, vissuto sempre ligio ai Romani, morendo lasciò due figliuoli, Jemsale e Aderbale; e perchè della fresca età loro l'intraprendente nipote Giugurta non si prevalesse per ispogliarli, questo pure chiamò a parte dell'eredità, rammentando i tanti benefizj prestatigli, e raccomandandogli i giovani cugini. Parentela, riconoscenza, che contano mai per un ambizioso? Giugurta, intrepido in campo, scaltro in consiglio, fiero per natura, primo a ferire il leone in caccia o il nemico in battaglia, erasi acquistato l'amor del popolo, cui facilmente affascina l'aspetto della forza; mentre, praticando coi Romani, si persuase non esservi cosa che da loro non si potesse ottenere a denaro. Compratosi dunque a Roma parecchi amici, risoluto omai di regnar solo, uccide Jemsale, e circonviene con insidie e con aperta guerra Aderbale, il quale, spogliato del regno, cerca rifugio a Roma.
Infido asilo per chi non vi recava che la ragione! Ben egli al senato enumerò i benemeriti di Massinissa e la scelleraggine di Giugurta, e come federato ne invocò la protezione; ma Giugurta avea mandato non tanto a scolparsi, quanto a spendere e spandere oro. Fece effetto, e quantunque pochi onesti sorreggessero Aderbale, i più ricusarongli il chiesto patrimonio, e fu spedito chi fra' due superstiti dividesse il regno, e raccomandasse a Giugurta di rispettare il cugino. Giugurta, quantunque nella spartizione sapesse a denaro farsi attribuire la parte migliore, mal soffriva compagni nel regno, ed assalse Cirta (_Costantina_) capitale di Aderbale. (113) In questo emporio dell'Africa aveano stanza e banco molti mercadanti italiani; onde il senato romano, udito il costoro pericolo, decretò d'inviar tosto un esercito. Frattanto una nuova deputazione, alla cui testa Scauro presidente del senato, uomo di severità catoniana, cita a Utica Giugurta, il quale presentatosi, e uditi i rimproveri e le minaccie, v'oppone frivole scuse, e incolpa Aderbale d'aver attentato a' suoi giorni. Potenza dell'oro! l'integerrimo Scauro gli mena buone le ragioni, e tornasi a Roma. Giugurta incalza l'assedio; e Aderbale, persuaso dagli Italiani a conservarsi in vita, chè certo Roma lo rimetterebbe in istato, rende la città, salve le persone; Giugurta promette, (112) poi tosto scanna Aderbale e tutti i mercadanti italiani.
Ne fremette ogni buono; pure i comprati da Giugurta sarebbero riusciti a coprire d'un sasso il grave misfatto, se Cajo Memmio tribuno non avesse svelata la turpe venalità de' patrizj: — Sono quindici anni che tu, o popolo, sei zimbello di pochi; lasci scannare i tutori de' tuoi diritti, invilire il tuo animo; prendi paura di quelli che dovrebbero tremare davanti a te. Non ti eccito a respingere l'ingiustizia colle armi: non n'è mestieri ove bastano i loro vizj per ruinare costoro. Uccisi i Gracchi col pretesto che aspirassero a farsi re, molti popolani andarono proscritti, incarcerati, quanto piacque non alla legge, ma al capriccio di qualche nobile. Dianzi tu t'indignavi in secreto di vedere il tesoro dilapidato, le imposte de' re e dei popoli carpite da alcuni nobili, in possesso delle maggiori dignità e di sfondolate ricchezze, e che dopo tradito ai nemici le leggi, la maestà dell'impero, tutti i diritti divini ed umani, non che mostrar vergogna, ostentano i loro sacerdozj, i consolati, i trionfi, quasi onoranza recassero quando usurpati. Schiavi comprati ricusano sopportare le ingiustizie de' padroni: e voi, Romani, nati a comandare, soffrite la servitù? Or chi sono costoro che invasero la repubblica? gente di mostruosa cupidigia, colmi di sangue e di misfatti, che della buona fede, dell'onore, della pietà, della virtù, del vizio fanno traffico; più sono rei, e più tengonsi sicuri; il terrore che seconda il fallire, invase le vostr'anime fiacche, mentre costoro dai desiderj, dagli odj, da' timori stessi sono congiunti non in amicizia, ma in cospirazione. Se fu gloria ai vostri padri acquistare il diritto, è dovere a voi il conservarlo. Procedete contro costoro che vergognosamente tradirono la repubblica al nemico: procedete regolarmente e per testimonj, non soffrendo una pace che lascia a Giugurta l'impunità, a pochi ricchezze immense, alla repubblica obbrobrio e scorno. E mi rassegnerei a vedere impuniti cotesti ribaldi se l'indulgenza non divenisse vostra ruina: perocchè non toglie loro il poter nuocere in avvenire, e voi dovrete o combattere per la vostra libertà, o cadere schiavi. Essi vogliono dominare, voi esser liberi: qual componimento è possibile? Nè essi soltanto dilapidarono il denaro pubblico, smunsero gli alleati, colpe ormai troppo comuni; ma al vostro peggior nemico tradirono l'autorità del senato, la maestà dell'impero; la repubblica fu venduta a Roma e nel campo».
La plebe commossa trasse a sè quella causa, e il senato impaurito decretò la guerra, e l'affidò al console Calpurnio Bestia. (111) Ma costui la considerava come un traffico, e menava seco Emilio Scauro, disposto a vendersi anch'esso: onde, fatte alcune dimostrazioni vigorose, accettarono a colloquio Giugurta, gli concedettero pace con larghe condizioni, e il senato la ratificò per rispetto a Scauro o per complicità.
Restava però la tremenda voce popolare, e il tribuno Memmio cita Giugurta a Roma perchè si giustifichi. Questi, omai scaltrito con quali armi combattere, si presenta: Memmio gli intima in giudizio di nominar quelli che comprò a denari; ma l'altro tribuno Bebio gli vieta di parlare. Che più? essendo la parte d'Aderbale vigorosamente sostenuta da Massiva suo cugino, il re numida fa assassinare costui nel bel mezzo di Roma; poi andandosene, si volge a guatarla, ed esclama: — Oh città da vendere, purchè trovi un compratore!»
Riprese le ostilità, procedono lente sotto al console Albino e a suo fratello Aulo: (110) il primo con Calpurnio Bestia, Opimio Nepote ed altri è esigliato come reo di corruzione; l'altro non campa da Giugurta se non passando coll'esercito sotto la forca. A riparare tanta onta fu spedito Cecilio Metello, (109) che inaccessibile all'oro e alla pietà, mena guerra a sterminio, usa l'armi stesse di Giugurta, corrompendone i famigliari; sicchè costui ridotto ai confini del gran deserto, chiede patti. Come gli è imposto, dà ventimila libbre d'argento, cavalli, armi, tutti gli elefanti e i disertori, de' quali tremila sono o scannati od arsi vivi o mutilati; ma quando ode intimarsi di venire egli stesso al proconsole, esclama, — Uno scettro è men grave che le catene», e ripiglia la guerra, disciplina i Getùli, e solleva contro de' Romani suo suocero Bocco re di Mauritania.
A gran pro di Metello venne l'avere per luogotenente Cajo Mario, che provvido e prudente più di qualunque altro, superava pur tutti in frugalità e pazienza, e si cattivava i soldati col mangiare del loro pane, partecipare alle fatiche loro e ai pericoli, sicchè tornando in Italia essi ripeteano non si finirebbe quella guerra se non capitanando Mario. A ciò egli aspirava, secondo avealo lusingato la predizione del vincitor di Cartagine, e ordiva di soppiantare Metello: a malgrado del quale ottenuto il consolato, (107) lo accusò a Roma di trascinar una guerra, che a lui bastava il cuore di finire d'un colpo. Le lungagne di quella spiacevano ai cavalieri che vedevansi interrotti i traffici, sicchè appoggiarono Mario: lo appoggiò il vulgo, che egli primo arrolò alla milizia umile per essere venuti meno i proprietarj, e che egli lusingava col lanciare insolenti arguzie contro l'antica nobiltà, disonorata dalle sue azioni in faccia agli uomini nuovi che sorgevano per merito proprio.
Messo a capo dell'esercito di Numidia, prende Capsa e trucida gli abitanti, benchè avessero pattuito la vita; e atterrando continua le vittorie. Dalle quali sgomentato, Bocco chiede l'amicizia dei Romani, (106) e la compra col tradire l'ospite genero, consegnandolo a Silla, che lo spedì a Roma. Correvano ansiosi i cittadini a vedere colui, vivo il quale, non avevano sperato più pace; talmente sapea variar di guise, e congiungere all'astuzia il coraggio. Mario lo trascinò dietro al suo carro; e il fremere ch'e' faceva al vedersi incatenato e trastullo alla turba ingenerosa, fece dire ai Romani ch'egli fosse impazzito. Tratto in prigione, per levargli gli orecchini d'oro strapparongli l'orecchio; poi nudo il rinchiusero in un baratro, senza ch'ei proferisse altro se non, — Com'è freddo questo vostro bagno!» Colà fra sei giorni morì di fame. La Numidia fu spartita tra l'infame Bocco e due nipoti di Massinissa, Jemsale e Jarba, riservandosi Roma la parte che lambiva la provincia, e così indebolendo col suddividere. All'altro corno della Sirte eransi piantati i Greci, costituendo la Cirenaica; e Apione re di questa lasciolla in testamento ai Romani, i quali la proferirono libera, ed oltre i vantaggi d'un ricco commercio, di là sorvegliavano l'Egitto, come dalla provincia la Numidia.
Mario da questa aveva asportato tremila settecento libbre d'oro in verghe, cinquemila settecensettantacinque d'argento e ventottomila settecento dramme in denaro. Tale trionfo il rendeva invidiato ai nobili, cui diventava sempre più insoffribile quest'uomo nuovo e grossolano, che poneva lo splendore delle azioni di sopra al merito d'un sangue semidivino e di tradizionali ricchezze: viceversa ne pigliavano baldanza i fautori della plebe, talchè allora, per rogazione dei tribuni, fu trasferita in essa l'elezione dei pontefici; stabilito che un senatore degradato dal popolo non potrebbe ripristinarsi dal senato; che qualunque socio latino accusasse un senatore e provasse la colpa, acquisterebbe la piena cittadinanza romana: si rimise in discorso anche la legge agraria, ma una nuova invasione di popoli settentrionali sviò dalle lotte interne, e ringrandì il vincitore di Giugurta.
Delle orde cimriche rimaste di là del Reno, come altra volta abbiamo discorso (vol. I, pag. 191), la più forte stanziava in riva all'oceano settentrionale nella penisola Cimrica, che oggi chiamiamo Giutland, poco disgiunta dai Teutoni del Baltico. Spostati da una tremenda irruzione del mare, trecentomila guerrieri scesero fin al Danubio traendosi dietro fanciulli e donne, e varcatolo, piombarono sul Norico, e posero assedio a Noreja, (112) chiave dell'Italia verso le alpi Tridentine. Debellato il console Papirio Carbone, l'orda devastò quant'è dal Danubio all'Adriatico, dalle Alpi alle montagne di Tracia e di Macedonia; e onusta di spoglie, si rintanò, dopo tre anni, fra i valloni delle alpi Elvetiche.