Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 19

Chapter 193,507 wordsPublic domain

Stivati nella fangosa Suburra, nel quartiere delle Carene, ne' tugurj che il Tevere porta via ad ogni dilagamento, entro camere sovrapposte a sette, otto piani, senza sole nè aria, il malarnese, il tagliaborse, la meretrice, il grammatico senza denaro, il greculo ciarliero, il fanciullo projetto vi covavano ogni peggior corruzione, e ne sbucavano per mendicare o malamente buscarsi due assi, mediante i quali intanarsi nelle _popine_ a rosicchiare un pan plebeo, la polenta[178], teste di montone. I meno fecciosi logorano il giorno a salutare e corteggiare il patrono, accattarsi la sportula ne' vestiboli de' palazzi, poi ascoltare le dispute nel fôro, applaudendo agli arrotondati periodi o agli adulatorj motti d'un oratore; o a fischiarlo se avventura qualche verità sgradita dai padroni di quel giorno, o qualche parola meno pretta, qualche periodo disarmonico; o trastullarsi alle celie d'un buffone o d'un filosofo; poi assistere alle rassegne nel campo Marzio, o farvi alla palla e alle piastrelle; rinfrescarsi ne' bagni, intepidirsi ne' sudarj, ustolare alla macelleria de' sacrifizj e alla leccornia delle cene sacerdotali.

Poveri, scioperi, infingardi; eppure si soleggiano sotto porticali corintj, sedono in basiliche marmoree, lavansi in terme di marmo, oziano decorosamente, mentre milioni di vinti esercitano per loro le glebe della Sicilia e dell'Egitto. Agrippa schiuderà censessanta bagni, e barberie che per un anno radano gratuitamente il dabben popolo; il nuovo edile o un trionfatore o un demagogo gli preparano fiere dell'Africa, giraffe del deserto, ballerine di Cadice, gladiatori della Germania, reziarj della Gallia, filosofi della Grecia, e gli mandano doppia porzione di grano.

In conseguenza il lusso non era ricambio di lavori e di ricchezze fra la classe operaja e l'opulenta, come oggi. Davanti alle lautezze forestiere l'antica parsimonia era scomparsa, e le ricchezze si cercavano per altre vie che le odierne, voleansi godere con altra avidità. Dell'insaziabile avarizia abbastanza esempj ci ricorsero; le provincie si sollevavano contro i latrocinj de' proconsoli; il Parto facea colar dell'oro in bocca del Romano, dicendo: — Bevi di quel che sempre sitisti». Allo spirito speculativo non bastava neppure quel sì rapido incremento di territorj, di schiavi, di clienti, di giojelli, d'ogni sorta lusso; ma ad enorme interesse accattavasi denaro per comprar un comando o un governo, dove si sapea d'aver aperte miniere d'oro; sicchè, la speculazione riuscisse o no, l'usurajo accumulava fortune principesche in tranquilla sicurezza. Bruto, di severa virtù, prestava ai re d'Oriente e ai paesi sudditi di Roma al quarantatre per cento, valendosi del nome di un tale Scapzio, il quale colle crudeltà sorreggeva l'usura; ottenne un grosso di cavalleria per costringere i magistrati di Salamina a pagargli un enorme debito; e protestando essi di non vederne via, li tenne chiusi tanto che molti perirono di fame. Cicerone succedutogli nel governo, frenò queste atrocità: eppure Bruto interpose Attico per avere da quello una banda di cavalieri onde rinnovare la scena; anzi gliene scrisse egli medesimo abbastanza arrogantemente, senza dissimulare che interessi e capitale erano suoi, non di Scapzio[179]. Cicerone si gloria di non avere, nella sua provincia, autorizzato di là dall'un per cento al mese, e in fin d'anno cumulare l'interesse al capitale.

Siffatte non pareano nequizie perchè si esercitavano sopra stranieri, sopra vinti. Or che farebbero magistrati come Verre, Dolabella, Gabinio? A Marc'Antonio dall'Asia furono pagati ducentomila talenti, vale a dire 1342 milioni di lire! A Sesto Pompeo pei beni guastatigli i triumviri concessero l'indennità di quindici milioni e mezzo di denari, che sarebbero oggi dodici milioni e mezzo di lire.

Questi impinguati prendeano il farnetico d'imitare gli Orientali, non nel sentimento del bello, ma nel lusso e nelle sensualità. Schiavi, agi, splendidezze mai non credeano bastanti; e si procedè di passo così precipitato, che la casa di Lepido, tenuta per la più bella di Roma al suo tempo, trent'anni appresso meritava appena il centesimo posto. Giulio Cesare murò splendidissimamente: Namurro suo ingegnere, dilapidate le Gallie, fu il primo che fabbricò palagi, tutti rivestiti di marmo: quindici milioni di sesterzj valse quello di Clodio.

Torme di schiavi v'attendevano a diversi uffizj, non dovendo bisognare cosa che colà entro non si avesse (pag. 4 e seg.); colà partite di mimi e di gladiatori; libraj che ricopiavano, e grammatici che correggevano libri; colà cantine fornite al par di magazzini, colà granaj sufficienti ad un villaggio[180]. Aggiungi gli ospiti che talvolta fin a mille albergavano in una sola casa; aggiungi i parasiti, fedeli come le mosche a chi dava desinare: aggiungi la folla de' clienti, che a giorno non ben chiaro[181] viene a chieder nuove del patrono, e affrontando la verga del portinajo e le repulse del cameriere, arriva alla stanza del dormiglioso signore, e se gli proferisce, e va superba d'ottenerne uno sbadigliante sorriso, poi un rocchio di salsiccia nella sportula, o la generosità di venticinque soldi.

Gli amici sono un'altra specie di schiavi. Il ricco appena li degna d'uno sguardo allorchè ne attraversa la folla nell'atrio: esce? li fa camminare presso la lettiga, nella quale o trionfalmente scorre la città, o passa alla campagna: va in magistratura? l'accompagnano molte miglia: fa visite o prende un bagno? aspettano sul lastrico: se per fasto o divertimento li convita, sederanno su sgabelli più bassi del suo letto, serviti di pane e vino inferiore, e uno schiavo spierà se hanno ben applaudito, ben riso, ben mangiato, e meritato così di popolare un'altra volta colla lor bocca i desinari. A tanto umiliavasi un uomo in libera città.

Quai servili ossequj i magistrati ricevessero nelle provincia, lo dica la storia di Catone. Visitò l'Asia modestamente, accolto senza feste, nè alcuno vi facea mente: se non che una volta ad Antiochia vede uscirgli incontro magistrati, sacerdoti, popolo in gran gala, ond'egli scavalcato procede alla loro volta; ma che? il guidatore della processione gli domanda ove sia Demetrio. Era un liberto di Pompeo, arricchito colle depredazioni, e che aspettavano venisse a farne pompa nella provincia, la quale festeggiava lui e il suo padrone. Se ad un servo se ne faceano di siffatte, si pensi quali a Pompeo, vero signore dell'Asia! Bastò che questi mostrasse favore a Catone, perchè anche le città ammirassero quello cui prima non aveano badato, e processioni d'incontro e feste e banchetti. Dejotaro re di Galazia gli mandò bei regali, ma Catone li ricusò: non comprendendo l'insolito disinteresse, quegli immaginò l'avesse fatto perchè scarsi, e gliene spedì di maggiori; ma Catone non li volle nè per sè nè per gli amici. Eccezione piuttosto unica che singolare.

Chi dagli atrj colonnati delle case, pieni di servi e d'amici, penetrava ne' recessi, dopo che lo schiavo ostiario aveva avvertito di non mettere sulla soglia il piede sinistro prima dell'altro, e il pappagallo o la gazza avevano salutato con parole di fausta ominazione, rimaneva attonito del lusso, non solo più ricercato, ma più costoso; profusi i marmi finissimi del Fasi, di Lesbo, dell'Africa, dorate architravi d'Imetto, oro e avorio intarsiati ne' lacunari; d'ogni parte quadri, affreschi, statue, vasi nolani e corintj, laide nudità; calpestavi musaici, un de' quali oggi basta a vanto d'una galleria. Non dico nulla dei bagni, dei letti, dei conclavi reconditi, disposti artifiziosamente a solleticare l'ottusa voluttà ed appagarla. Sopra una tavola di cedro[182] costatagli ducentomila lire, Cicerone scrive la requisitoria contro Verre che avea rubato ventotto milioni. Il severo Catone possedeva tappeti babilonici per letti da mensa, alcun de' quali fu venduto ottocentomila sesterzj. Qualche proconsole mandò le legioni a raccogliere la lanugine dei cigni, che si vendeva carissimo per gli origlieri. Poi non bastando ornare un palagio, se ne terranno molti (_mutatoria_); e se alcuno dica a Lucullo che la sua casa trovasi mal esposta per l'inverno, — E che? (risponde) mi credi meno assennato delle rondini, che mutano cielo secondo le stagioni?»

In pubblico poi erano portici ove si passeggiava, giocava, recitava versi, ed ove presto entrò gara di magnificenza; talchè in quello d'Augusto, retto da colonne di porfido, si ammiravano le statue delle cinquanta Danaidi; in quelli di Agrippa, di Catulo, d'Ottavio erano deposti i trofei e dipinte le imprese di quei della famiglia.

Che dirò delle ville onde sono affollati i contorni di Roma e le prode del mare partenopeo? Colà convengono i dotti a maturare arringhe, dispute e versi; colà Clodio e Milone ad addestrare le masnade all'assassinio; colà i godenti a raffinare di voluttà e coronarsi di rose mentre la patria perisce. Chiunque per poco sorga dal vulgo, vuol averne più d'una, adornarla di passeggi, di solaj, d'ogni ricreazione: la parte più bella d'Italia n'era seminata così, che «poco terreno restava all'aratro», e per ben situarle non pareva troppo il fondar sul mare, e spianar montagne, e dedurre lontanissime linfe perchè ricreassero i boschetti dell'infecondo platano, del gracile mirto e dell'alloro, zampillassero davanti a gruppi di scalpello greco, o stagnassero ne' bagni voluttuosi e ne' vivaj delle domestiche murene[183].

Dov'è il camperello di Cincinnato e di Regolo? dove l'operoso podere di Catone? Per quelli era gioja il veder lo sciame dei famigli disporsi intorno all'avvivato focolare: ora sotto que' palazzi vaneggiano immense cave, basse, tuffate, ove sulla sera l'aguzzino spinge a frustate gli schiavi e le ancelle, e con ferrei cancelli ve li chiude alla miseria, alla bestemmia, agl'indistinti abbracciamenti, perchè il padrone s'inebbrii sicuro, sicuro s'addormenti sugli origlieri di porpora sidonia.

La mattina si consacrava agli affari, e n'era centro il fôro, colla borsa, la basilica, il tribunale, e notaj, banchi, portici, ove negoziar prestiti, fare e ricever pagamenti, ricambiare novità. A mezzodì si fa dappertutto silenzio, ognuno si ritira nelle case, chiudonsi le botteghe, si dorme di meriggiana, nè più ronza che qualche amante. Alla decima ora ripiglia il rumor dei viventi, e l'attività si concentra al campo Marzio, dove giuochi e corse, poi le terme e i bagni, ne' quali si suona, si canta, si legge, si discorre, mentre i bagnajuoli lavano, fregano, spazzolano, battono i natanti[184].

Senza cene non si compiva atto veruno; i trionfi terminavano col banchetto, col banchetto i sacrifizj; piuttosto cuochi che sacerdoti erano i settemviri epuloni e i Tizj. Chi si mettesse in viaggio dava la cena _viatica_; al giungere d'un amico imbandivasi la cena _adventoria_; la _capitolina_ per rendere onore al padre degli Dei; la _cereale_ per ringraziare del prospero ricolto, la _libera_ per celebrare l'affrancazione d'uno schiavo; la _funebre_ in morte di patroni o di parenti. Si lasciava dire al filosofo Selio che buoni sono soltanto i conviti gradevoli ed istruttivi; piaceva l'udir da Varrone che in un banchetto si richiedono persone belle d'aspetto, di grato conversare, non mutole nè ciarliere, nettezza e delicatura di cibi, serenità di tempo: intanto, coricati tre a tre in morbidi letti di prezioso legno, i figli di Curio Dentato beavansi nell'elegante triclinio, ove stoffe filate da ancelle spartane e tinte di doppia porpora, tappeti orientali e portiere e panneggiamenti tratti dai Seri e dai Persiani, impedivano l'aria, la polvere, il contatto del pavimento; e soavità di mille essenze esalanti da vasi d'oro copriva il semplice olezzo delle ghirlande convivali.

Da prima i fichi eran forse l'unico frutto, nè altri fiori che rose, gigli, viole: poi quanta varietà se n'importò! Fin a Catone il Vecchio non si facea divario tra i vini; poi se ne distinsero centonovantadue specie, oltre le varietà, e novantuna erano di famosi, tra cui cinquantaquattro italiani[185], ventisette greci; e Catone dà il consumo di dieci anfore l'anno per testa, cioè ducensettantaquattro litri.

Si volle qualche volta por modo alle spese, e la legge Licinia esigeva ne' pasti ordinarj non oltrepassassero i trenta assi, cioè lire due, centesimi settanta; poteasi usare legumi a volontà, ma non più di trentasei oncie di carne fresca e dodici di salata. La legge Orcia del 185 limitava a cento assi, cioè lire nove, i pasti ordinarj, fuorchè ne' giorni di mercato. Fra la seconda e la terza guerra punica un'altra legge aveva ingiunto non si servisse più d'un pollo, e non ingrassato. Venti anni dopo conquistata la Macedonia, ne' giorni di solennità non doveva un capocasa spendere più di venticinque lire[186]. Inutili ritegni! Traboccò l'oro, e seco la lussuria: sulla mensa triangolare apparivano le più squisite ghiottornie che la natura potesse porgere e il cuoco sibarita artefare: ostriche del lago Lucrino; pavoni che Anfibio Lurcone insegnò ad ingrassare, con tal arte facendosi un provento di sessantamila sesterzj[187], e che compajono cotti e pur vestiti di loro splendide penne; storioni del Po, in gara coi bianchi lupi del Tevere, coi capretti dalmatici e coi cignali dell'Umbria: le sponde del Fasi, le selve di Jonia e di Numidia tributano selvaggine; i seni dell'Adriatico triglie trilibri e rombi d'un secolo; la Siria i datteri, susine l'Egitto, Pompej le pere, Tarante e Venafro le ulive, Tivoli le poma; e talvolta a suon di flauto i servi portano o rarità di lepri marine e di cicogne, o un intero majale pregno d'uccelletti.

Rapide girano allora le capaci tazze, spumanti di vino massico o campano o falerno o delle isole dell'Arcipelago che costava cento denari l'anfora; e lode a chi più bee. Gli epuloni, _ombre_ dei convitati, tengonsi dietro ai loro letti, aspettandone i rilievi, o rassettando le corone che cascano dalle teste ubriache, o reggendoli del braccio allorchè si ritirano al vomitorio per preparare nuovo posto a nuove leccornie. Cantanti e sonatori ricreano i commensali, cui poscia si sostituirono pantomimi e comici e gladiatori, i quali spesso del loro sangue chiazzavano le pruriginose vivande. Tanto la barbarie è frequente compagna della voluttà.

Ben presto si fabbricarono cucine vaste come palagi, celle con trecentomila anfore[188]; impinguansi le murene con carne umana perchè riescano più delicate; s'inaffiano le lattuche col latte; uccelli, preziosi per rarità e per canto, compajono a solleticare, non l'appetito, ma la nauseata fantasia dei Luculli, degli Apicj, dei Crassi; la moglie di quest'ultimo stemprerà ai drudi le perle che il marito rapì alle odalische d'Oriente; si farà gloria all'ammiraglio Ottavio d'aver recati dalla Troade alcuni vascelli di scari, e sparsi lungo le coste della Campania[189]. I nomi meglio sonanti della Roma patrizia si trovano associati alle invenzioni le più stravaganti cui possa spingersi l'immaginazione oziosa: un Gabio, un Celio, un Crasso eransi immortalati per la grazia del danzare; Lucullo, Filippo, Ortensio, non tanto per eloquenza, coraggio, probità, quanto per ricchi vivaj; Scipione Metello consolare e un cavaliere contendevansi il vanto d'aver trovato l'arte d'ingrassar le oche in modo che crescesse moltissimo il fegato; Fulvio Irpino impinguava chiocciole in un suo parco a Tarquinia, tenendo distinte le piccole di Rieti, le grandi d'Illiria, le mezzane d'Africa; Apicio insegnò a cucinare i ghiri, tanto ambiti, che una legge suntuaria del 115 li proibì nei conviti[190]; Irzio spendeva dodici milioni di sesterzj a nutrire i pesci, per la cui abbondanza la sua villa fu venduta dieci milioni dei nostri; Lucullo forò un monte a Baja perchè l'acqua marina entrando nelle sue piscine colla marea ne rinnovasse l'acqua[191]. Marc'Antonio scriverà il panegirico dell'ubriachezza: «I buongustaj gridano meschina la mensa se, quando sei sul più bello d'assaporare un piatto, nol ti vien tolto dinanzi e sostituitone uno meglio copioso e ghiotto; bella creanza reputano la spesa e la sazietà; e insegnano non doversi mangiare intero se non il beccafico; e misero il banchetto quando i volatili non sieno tanti, che i convitati possano satollarsi gustando solo l'estremità delle coscie; e non aver palato chi mangia petto d'uccelli»[192]. La legge fece un ultimo tentativo onde reprimere gli eccessi, e decretò che i pranzi si tenessero ne' vestiboli, esposti alla censura uffiziale: che ne seguì? divenne pompa il violare pubblicamente la prammatica, e meritare la multa.

Il figlio maggiore di esso Antonio dava cena a diversi savj, spassandosi nell'udirli imbarazzar l'uno l'altro con circonvolute argomentazioni. Filota, medico d'Amfrisso, propose questo concetto: — V'è una certa febbre che si vince coll'acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha una certa febbre, dunque l'acqua fredda è buona per chiunque ha la febbre». Da così insulso paralogismo non seppero distrigarsi gli oppositori, e Antonio meravigliatone, additò a Filota una credenza di vasellame d'argento, dicendogli — Tutto è tuo». Il medico lo ringraziò come si fa alle celie d'un brillo; ma appena a casa, ecco un uffiziale con servi, portanti l'argento; e schermendosene il medico come di dono eccessivo, l'uffiziale gli soggiunse: — Non sai che il donatore è figlio di quell'Antonio, che potrebbe regalarti altrettanto vasellame d'oro? Bensì io ti consiglierei d'accettarne più presto il valore in contanti, potendovi essere qualche pezzo che, per antichità o finezza di lavoro, fosse prediletto ad Antonio»[193].

I Romani, educati da schiavi che aveano interesse a corromperli, dall'infanzia abbandonati a grossolane voluttà, amarono sempre senza delicatezza, si sposarono senza amore; la famiglia era mentosto un santo e affettuoso consorzio, che un rigore politico; il censore Metello Numidico davanti al popolo diceva: — Se la natura ci fosse stata così benigna da darci la vita senza bisogno di donne, di che grave imbarazzo saremmo sciolti!» e soggiungeva dovere il matrimonio considerarsi come il sacrifizio delle comodità particolari ad un pubblico dovere[194]. Le donne assai meno degli schiavi erano informate degli interessi domestici, nè associate alle fatiche del marito: sì poco educavansi, che la loro rozzezza era considerata virtù, e macchia l'istruirsi: i mariti si mostravano indifferenti sulla loro condotta, nè tampoco vi ebbe un nome la gelosia.

Così neglette, le donne ci porgono tutt'altro che argomento di costumatezza: e per una Cornelia, venerabile madre dei Gracchi, e per l'eccellente Ottavia, sorella d'Augusto e moglie d'Antonio, abbiamo dalla storia una Servilia sposa di Lucullo, espulsa per dissolutezza; Fausta figlia di Silla e moglie di Milone, sorpresa collo storico Sallustio; Catone ripudia una moglie disonesta, cede l'altra per far denaro; Tulliola di Cicerone è sospettata di tresche fin col padre; Muzia moglie di Pompeo, sorella dei due Metelli, scapestrava; Sassia, invaghitasi del genero, lo induce a ripudiar sua figlia, e trascorre fino al parricidio per vivere con esso; Clodio spulzella la propria suora, che poi venuta sposa d'un Metello, vive in lubrica dimestichezza con Celio; poi temendosi da esso avvelenata, lo cita in giudizio, ove si rivelano le sue sozzure, e l'esercizio di nuoto che preparò ne' suoi orti, per eleggere fra l'accorrente gioventù. Antonio menò per Roma trionfalmente sul proprio cocchio Citeride, schiuma di postribolo. Fulvia, nata da quel Flacco che deturpò la causa dei Gracchi, non vuole amori volgari, ma comandare a chi comanda: sposa Clodio, deforme, ma prepotente e facinoroso, e che la piglia per le sue ricchezze: lui assassinato, maritasi in Curione, fastoso dissolutissimo e perpetuo sommovitore della pubblica quiete: morto anche questo, diviene di Antonio, e si fa consigliera e ministra delle costui crudeltà; assiste al supplizio di trecento uffiziali ch'egli fa scannare nella sua tenda; sevisce contro il teschio di Cicerone; lei presente, in casa di Gemello, uomo tribunizio, si dà una cena a Metello console ed ai tribuni, ove si gavazza tra nefandità da lupanare, e si prostituisce il nobile giovinetto Saturnino[195].

Di buon'ora i satirici tolsero a bersaglio la femminile scostumatezza, ed Ennio già proverbia le donne, maestre negli artifizj del piacere e del tener a bada molti amanti[196]; le quali arti poi ci sono atteggiate dai poeti erotici. La notte impastavansi la faccia con mollica di pane, imbevuta in latte di giumenta. Su, voi schiave cosmete, durate lunghe ore a sbiancare, imbellettare, lisciare la padrona, rimetterle i denti, arricciare, profumare, tingere le sopracciglia e le chiome in nero o in biondo giusta la moda, o adattarle la capellatura, venuta d'oltre il Reno, e cresciuta sul capo d'una sposa sicambra[197]. Ma guaj a voi se la dama, mirandosi nello specchio di terso argento, trova mal riparati i difetti o mal rilevate le sue bellezze! non che graffiature e morsi, ha in pronto uno spillo con cui vi trafigge il nudo seno; od ordina allo schiavo aguzzino che, sospesa la maldestra ornatrice pe' capelli, la sferzi finchè la incollerita padrona non dica _basta_. Ovidio, maestro a loro e storico a noi di sì ribalde galanterie, consiglia le dame a non farsi vedere in queste collere dagli amanti, per non perdervi del bello e in conseguenza dell'amore.

Ma già la dama è lisciata e impomiciata; già son collocati spilloni e fiori, già tondeggiate le unghie, già lavate le mani nel latte, e terse nelle chiome di elegante paggetto; indossa l'abito matronale uniforme, di bianca lana, frangiato d'oro o porpora, serbando le tuniche di colore per quando le entri il ruzzo di gironzare notturna, e farsi scambiare per liberta o per meretrice. Sfoggi pure in gemme e perle rapite alle straniere regine, portandosi addosso un intero patrimonio; carichi d'anelli ciascun dito eccetto il medio, variati dall'estate all'inverno, intagliati da artefici insigni, e comprati forse a prezzo dell'onestà; indi, avvolta nel manto, esca portata in lettiga da otto robusti schiavi ch'ella medesima trascelse al mercato, due altri la precedano correndo, due ancelle la ombreggino ai lati co' ventagli di code di pavone, e due paggi portino dietro i cuscini[198]. Così la dama s'inoltra ad amorosi convegni o a visite maligne, assiste ai giuochi gladiatorj, e colla mano di cui Catullo e Properzio cantarono le molli carezze, accenna al vincitore che deva scannare il vinto; o nelle lubriche cene rapisce gaudj furtivi, mentre il connivente marito calcola l'oro promesso al suo silenzio dal mercadante spagnuolo, generoso compratore dell'infamia[199].