Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 18

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Abbia egli dunque il potere più assoluto, ma non il nome di re. Sprezzando que' senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma nuova da lui introdotta, faceva egli stesso i decreti e li firmava co' nomi de' primarj, senza tampoco consultarli[166]. Un giorno che i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so che nuovo onore e privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il qual segno di sprezzo ferì più che non l'oppressione. I Romani all'antica si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l'importanza politica, tutti i fregi della vita[167]: Cicerone gemeva che, mentre dianzi stava al timone, allora si trovasse confinato nella sentina, e di non ottenere una mezza libertà se non eclissandosi e tacendo[168]. Non meno poi de' nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea deluse le ingorde aspettative, o frenata l'irrequietudine facinorosa coll'impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà, che allora soltanto poterono dirsi assicurate ai possessori. E nella storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due tirannie, la passata degli oligarchi e la futura dell'impero: e l'uomo della resistenza strappa l'ammirazione riflessiva, non l'entusiasmo di chi presta fede alle panacee politiche.

Cajo Cassio Longino dalla fanciullezza aborriva la tirannide a segno, che udendo Fausto figlio di Silla vantarsi dell'illimitata potenza di suo padre, lo prese a schiaffi; e chiamato dai parenti di quello, non che fare scusa, protestò gliene darebbe di nuovi se osasse ripetere simili discorsi. Contro Cesare pigliò particolare nimicizia perchè gli avesse preferito Bruto nella pretura, e tolti alcuni leoni con cui volea farsi ben volere dal popolo. Dal privato rancore infervorata la naturale ambizione, se l'intese con altri scontenti, ed ebbero l'abilità di coprire le loro macchinazioni coll'autorevole nome di Marco Giunio Bruto.

Questo giovane era contato fra' più bei dicitori; scriveva latino e greco con una concisa purezza, che poco aggeniava a Cicerone, il quale di rimpatto pareva prolisso e snervato a Bruto; di belle lettere, di storia, massime di filosofia sapeva quel che n'era; allevato nelle massime platoniche, per secondare suo zio Catone piegò alle stoiche, donde apprese a indurirsi a sacrifizj e a violente abnegazioni. Pompeo gli uccise il padre; ed egli, per non parerne sviato da ira personale, abbracciò la causa di esso; vero è che fu l'ultimo a raggiungere e il primo ad abbandonare il vessillo repubblicano, e dopo Farsaglia cercò ricovero nel campo nemico. Cesare che, per la lunga dimestichezza avuta con Servilia madre di lui, lo riguardava quasi proprio figliuolo[169], esultò di vederlo salvo; e non che perdonargli, gli affidò l'importantissimo governo della Gallia Cisalpina, ove meritò dai Milanesi una statua. Passionato degli studj, non seppe per essi distogliersi dalle agitazioni politiche; ma nè queste nè quelli il faceano trascurato degli interessi, giacchè ne' governi lavorò forte d'usura. Pure tutti i partiti lo desideravano, e più dacchè erano periti i capi raccomandabili; e se il vincitore lo blandiva, i vinti rammentavano che, al dire del genealogista Pomponio Attico, discendeva da quell'antico Bruto, la cui statua sorgeva fra quelle dei re in Campidoglio; e fatto genero di Catone, voleva imitarlo per austerità di costumi e inflessibilità di principj, talchè Cesare soleva dire: — Molto importa che cosa voglia costui; tempra d'acciajo, checchè vuole, e' lo vuol fortemente»[170].

In realtà egli era più orgoglioso che robusto, e i nemici del dittatore indovinando da qual lato bisognasse pigliarlo, gli fecero intravvedere che, tenendo con Cesare oppressore della patria e usurpatore, parrebbe anteporre l'affetto privato alla libertà comune, un uomo alla pubblica cosa; e scrivevano talvolta sulla porta di lui, — Vivesse oggi un Bruto! Tu Bruto non sei. — Bruto, dormi?» Cassio, suo cognato, pallido d'invidia e di stravizzi, conosciuto per abile e valoroso, forse autore di questi motti, gli ripeteva qual fosse obbrobrio il tollerare la servitù della patria, e che, mentre il popolo agli altri pretori chiedeva spettacoli, da lui aspettava d'esser redento dal tiranno. Così passo passo lo condusse al punto dove potè svelargli che erasi ordita una congiura; sicchè avviluppato e sospinto, vi accettò il primo posto, col suo illustre nome vi trasse altri di case primarie, e furono sessantatre, o nemici antichi di Cesare per sentimento repubblicano, o nemici nuovi perchè da lui beneficati e non satollati. Porcia, figlia di Catone e moglie di Bruto, accortasi che qualche cosa bolliva nell'animo del marito, si fece alla coscia una profonda ferita, e col mostrare così di saper reggere al tormento, non indegna di tal padre e di tal consorte, meritò d'esser fatta partecipe della congiura.

I Romani superstiziosi notarono una serie di prodigi che precedettero la morte di Cesare, al quale scoppiavano da ogni parte indizj della trama; ma o non vi credeva, o non si spaventava, solendo dire, — Meglio è subir la morte una volta, che temerla sempre». Nel fatal giorno, alla moglie Calpurnia che, sbigottita da sogni sanguinosi, volea trattenerlo, non badò; incontrato l'astrologo che gli avea intimato di guardarsi dagli idi di marzo, gli disse — Ebbene, gli idi son giunti», e quegli — Giunti, ma non passati». Entrò nel senato [Sidenote: 44 — 15 marzo], raccolto quel giorno nel portico di Pompeo; i congiurati se gli accostarono in apparenza di chiedergli un nuovo atto di clemenza, e lo assalirono coi pugnali. Si difese egli, ma come vide tra essi Bruto, esclamò: — Anche tu, figliuol mio?» s'avvolse alla testa la toga, e trafitto da venti colpi, spirò a' piedi della statua di Pompeo.

CAPITOLO XXVIII.

Italia alla morte di Cesare.

Patria per gli antichi equivaleva a quel che per noi ragion di Stato. Sparta la irrigidì fin a togliere la libertà individuale; Atene precipitò la democrazia nell'anarchia; Roma seppe contemperare un sistema coll'altro. Fondamento del primitivo diritto romano era la superiorità d'una stirpe sull'altra, e di Roma su tutti i popoli: ma la tirannica inflessibilità della parola patrizia erasi piegata innanzi all'editto pretorio, la curia innanzi alla tribù. Da che i plebei si furono alzati fino a tor via l'originaria distinzione tra gli individui, mancava il titolo di conservarla fra le nazioni. Di fatto nella guerra Sociale i diritti della metropoli furono estesi a provincie italiane remote; e ciò non parve sacrilegio nè tampoco ai patrizj, sicchè svanendo i pregiudizi di località, guardavasi con occhio eguale non tutto l'impero, bensì coloro che in tutto l'impero fossero privilegiati come cittadini. Questo accomunarsi della cittadinanza scalzava la prisca costituzione, affatto municipale, che ragioni d'esistere più non trovava nei costumi e nelle opinioni presenti; e mentre il senato persisteva a considerare il governo del mondo come privilegio de' conquistatori, o di chi essi v'avessero aggregato, nell'universale si diffondeva la persuasione che di un sentimento unico, di un'unica volontà fosse mestieri affine di governare dal centro questo corpo, sempre più smisurato.

Il graduale procedere verso il pareggiamento delle stirpi era stato sovvertito dalla rivoluzione di Silla, che scompigliò le proprietà, sostituì la forza alla legge, l'inebbriamento d'un partito all'universale subordinatone; e ne furono solleticati tutti i desiderj, tutte le ambizioni, perocchè al crollare d'una potenza morale, vilipesi i concetti antichi, le fantasie concitate tutto attendono da un avvenire indeterminato. Mal agiato del presente, desideroso d'un meglio di cui non avea che un sentimento vago, il popolo cercava uno di quei capi, i quali nell'oscillazione pubblica riescono perchè possedono idee decise ed azione risoluta; voleva un eroe che gli strappasse l'ammirazione, che lo traesse nel suo vortice; e lo accettava con quella morale apatia che, dopo le rivoluzioni, fa incarnare tutte le aspirazioni in un uomo, qualunque esso sia. Mario e Silla gli si imposero colla forza, ma durarono appena una generazione. Pompeo, incapace d'aprirsi orizzonti nuovi, abbagliò un istante, come tutti cotesti feticci da piazza e da giornali che il vulgo oggi incensa, domani sfrantuma, e, per non confessare d'essersi ingannato, gli accusa d'averlo deluso. Catilina, Sertorio, Spartaco grandeggiarono alla lor volta, ma non li coronò quella riuscita che fa il ribelle intitolar eroe. Perfin Cicerone destò un momentaneo entusiasmo, ma gli mancava quella posata intelligenza che si richiede a menar innanzi il popolo. Molti altri venivano a galla valorosi capitani, abili amministratori; ma incapaci d'intendere, di arrestare, o di guidare la rivoluzione sillana, non sapeano che lodare lo stato antico, che ritorcere gli occhi verso i Romoli e i Camilli; mentre gli spiriti, disingannati d'uno sterile passato, agognavano a un promettente avvenire.

L'avventuriero più abile d'oggidì, colla felicità che caratterizza gli scritti suoi come i suoi fatti, ha detto: — Camminate contro le idee del vostro secolo, esse vi abbattono; camminate dietro a loro, esse vi trascinano; camminate alla loro testa, vi secondano e sorreggono». Così era accaduto; e prostrato Catone, trucidato Pompeo, riconoscevasi come l'uomo del tempo Giulio Cesare: e, chi accuserà di stoltezza il popolo romano, se oggi stesso l'occhio spassionato riscontra in lui virtù che lo sceverano a pezza dagli anteriori e dai contemporanei, e lo additano il solo valevole a riconciliare in politica unità la plebe e i patrizj, i vincitori e i vinti, i nuovi ricchi e gli antichi, e dare una nuova costituzione alla repubblica? L'esito chiarì come il cadere di questa nel governo di un solo fosse inevitabile; ma i congiurati, secondo è stile degli utopisti, s'affissarono all'idea non alla possibilità, al momento non all'avvenire, e pretesero ristabilire quella costituzione aristocratica ed esclusiva, per la quale troppo eransi cambiate le condizioni. Statilio, interrogato qual gli paresse men male, sopportar un tiranno o liberarsene colla sommossa e la guerra civile, avea risposto: — Preferisco la pazienza». Ma anche senza di ciò, avrebbero essi potuto leggere la condanna della repubblica nello smisurato depravamento delle classi privilegiate.

L'amministrazione della pubblica cosa, della giustizia, delle finanze, acquistava regola ed uniformità; magnifiche vie attraversavano l'Italia e l'impero; s'aprivano canali e porti; dalla Bretagna e dal centro dell'Asia si accorreva a Roma come a centro del sapere, della potenza, della civiltà; ad essa il mondo tributava merci, denaro, forza; ad essa inneggiavasi per tanto progresso, tante ricchezze, tanto incivilimento. Ma sotto quel lustro quante piaghe!

Asserisca pure Catone che non colle armi erasi ingrandita la repubblica, sibbene coll'industria in casa, col giusto comando fuori[171]; fatto è che il principale esercizio dell'attività di Roma consistette nella guerra, in prima per la necessità di conservarsi e di reprimere gli aggressori, poi non più pel trionfo d'idee, ma per appropriarsi l'altrui, o piuttosto per quella specie di fatalità che una conquista trae inevitabilmente ad un'altra, e da cui oggi vediamo ossessa l'Inghilterra nell'India. Vinti i popoli vicini, aprì campo contro i civili della Grecia e dell'Oriente, poi contro i barbari della Spagna, della Gallia, della Germania; e se qui colle stragi si portavano tanti semi d'incivilimento, colà distruggevasi senz'altro rincrescimento che del ritrarne poco bottino[172].

Però quanta sapienza politica in quell'elevare poco a poco e in vario grado i vinti sin alla condizione dei vincitori! Ma dopo presa Cartagine, le conquiste s'incalzarono così, che a Roma non rimase tempo di sistemarle con regolarità. Ne deteriorava la giustizia pubblica, e in conseguenza la privata; esternamente nemici di tutto l'uman genere come romani, dentro uomini d'una classe e d'un partito, drizzavano ogni arte al trionfo di quello, senza far mente ad interessi o a diritti altrui. A tanto impero poteva ella bastare una base angusta come il municipio di Roma? e il concetto d'assimilare i sudditi in una vasta amministrazione centrale, non come privilegio di pochi ma come diritto di tutti, non entrava in quegli assoluti patrioti. Pertanto le provincie non erano rappresentate da deputati come oggi si farebbe, ma si abbandonavano agli arbitrj proconsolari ed all'altalena dei partiti; intanto che i maggiori savj di Stato si preoccupavano soltanto di Roma, o tutt'al più dell'Italia.

È natura d'ogni società limitata l'andarsi diminuendo; e così fu della primitiva stirpe italiana. Inoltre le baruffe intestine contribuirono a consumarla; trecento cittadini perirono nel tumulto di Tiberio Gracco, tremila in quel del fratello; trecentomila nella guerra Sociale, più disastrosa che non quelle d'Annibale e di Pirro; venne poi Mario, venne Spartaco; sessantamila Teutoni ed Ambroni, fatti prigionieri alla giornata di Aix, furono condotti come schiavi per riempire i vuoti lasciati dalla guerra Servile; peggio andò nelle Civili, dove i vinti non potendo ridarsi schiavi, non si pensava a salvarli dal ferro. Silla, fatti scannare dodicimila Prenestini, distrutta Norba, colle confische e colle proscrizioni cacciati gli uni dalla vita, gli altri dalla patria, dovette risanguar Roma col nominare cittadini diecimila schiavi de' proscritti. Col distribuire poi i beni confiscati fra le ventitre legioni fedeli, ai mali della guerra aggiunse quei della vittoria, empiendo il bel paese di veterani, Asiatici, Iberi, Galli, che agli abitatori della Cisalpina, dell'Etruria, del Sannio diceano, «Andatevene dalle case, dai tempj, dai sepolcri: il camperello che nutrì la vostra famiglia è nostro»[173].

Non si trattava dunque più di rimpastare l'agro pubblico, affinchè, invece di concentrarsi in pochi possessori, fosse compartito fra que' molti che lo metterebbero a coltura: bensì attentavasi ai patrimonj con una spropriazione violenta; il cancellare i debiti equivaleva ad un fallimento legale; colla proscrizione si assassinava il possidente, operando coi cittadini non altrimenti da quel che già soleasi coi conquistati. Per tal modo si cangiavano i possessori, non la natura dei possessi; non si rinnovava il lavoro; non restava migliorata la condizione della poveraglia col farla industre; anzi questa ambiva nuove sommosse e proscrizioni, nelle quali ripromettevasi guadagno. Fra l'ingiustizia commessa e la sperata mancava ogni sicurezza alle proprietà; sicchè negligevasi la coltivazione, e come essa pervertivansi i costumi.

Gli spossessati correvano a Roma a domandar del pane. Il veterano, trovandosi arricchito senz'industria, sprecava senza economia; avvezzo a vent'anni di prescritto celibato, all'imprevidenza soldatesca e a scialacquare i donativi e il saccheggio, tuffavasi nei godimenti; a breve andare ipotecava il fondo, la casa, gli attrezzi, e amando meglio menar le mani al teatro che all'aratro, nudo come prima e più di prima vizioso, tornava a Roma a saziar la brama di pane, di tumulti, di giuochi, di donativi. E i tanti ch'erano periti in guerra? e i tanti menati fuori in colonia? e i tanti che andavano a cercar fortuna pel mondo, tutto aperto ai dilapidamenti o alle speculazioni?

Roma dunque, che succhiava il sangue di tutta la penisola, non potè conservare l'immensa sua popolazione, e sotto Cesare si numerarono quattrocento cinquantamila Romani dai diciassette ai sessant'anni, e un milione ottocentomila liberi in quell'Italia, dove Polibio fra la prima e la seconda guerra punica n'avea contato tre milioni e mezzo oltre gli schiavi, e settecento cinquanta capaci dell'armi. Tito Livio, panegirista irremissibile di Roma, asserisce che «dieci legioni non sarebbe possibile levare allo stormo d'una subita invasione, neppur raccogliendo tutti i nostri mezzi: tant'è vero che le ricchezze e il lusso ingrandirono, non la nostra potenza».

Polibio avea veduto feracissima l'Italia, e quindici a venti semenze rispondeva il territorio di Roma, che pur non è dei più ubertosi: laonde ogni cosa aveasi a buon mercato, e molto grano si mandava fuori, moltissimo bestiame si educava, e i censori appuntavano quello il cui campo fosse coltivato peggio del vicino[174]. Ma al tempo di Cicerone e di Varrone appena i campi rendevano otto o dieci sementi: «i sette jugeri distribuiti secondo la legge di Licinio (dice Columella) fruttavano più anticamente, che non ora gli estesissimi tenimenti cui i padroni non possono girare che a cavallo, e che lasciansi calpestare dagli armenti, devastar dalle fiere, esercitati soltanto da bande di schiavi in catene o da cittadini ridotti servi per debiti. Qual meraviglia se trattano la terra da manigoldi? V'ha scuole per retori, geometri, musicanti, per arti più vili come il cuoco e il parrucchiere, non per l'agricoltura: eppure nel Lazio stesso non si eviterebbe la fame se non si cercasse il grano d'oltremare, il vino dalle Cicladi, dalla Betica, dalla Gallia».

In fatto, sotto Cesare ed Augusto, dall'Egitto e dall'Africa si portavano in Italia sessanta milioni di moggia di frumento, cioè ottocentodieci milioni di libbre di marco; e Cesare si vantò poter trarre dall'Africa trecentomila medimni d'olio in peso, e altrettanti di frumento in misura. Se dunque i pirati o le guerre interrompessero le comunicazioni, ecco la penisola affamare, come chi è costretto pascersi coll'altrui mano.

Della classe media sono proprie l'economia e l'antiveggenza; e il desiderio di conservare e migliorare la propria condizione vi seconda quel progressivo ascendere, che anima la vita e produce i miglioramenti della nostra società, nutre le virtù domestiche, lo spirito d'associazione, il sentimento dell'eguaglianza, che è base della giustizia. Or questa classe presso i Romani non potea formarsi, perchè le leggi affiggeano l'infamia all'esercizio di qualunque mestiero; ai senatori era espressamente interdetto ogni traffico, e delitto il far fabbricare un vascello: precauzione creduta necessaria affinchè non soperchiassero i piccoli negozianti, come aveano soperchiato i piccoli proprietarj. Scambiandosi dunque per ricchezza il segno della ricchezza, si consumava senza riprodurre; colavano a Roma l'oro e l'argento dalle vinte nazioni; gli abitanti erano esenti da capitazione, da tassa prediale, da dogane, da dazj di entrata, eppure scemavan di numero, crescevano di miseria. Le provincie, al contrario, cariche di tributi, di requisizioni, di gabelle, tiranneggiate dai proconsoli, si sostenevano perchè i pregiudizi non allontanavano dal commercio e dall'industria, e la professione mercantile attribuiva l'egualità, e talvolta la preminenza politica.

E a prendere per esempio una gente, tanto benemerita della civiltà, la stirpe jonica conservava il sentimento democratico e l'abilità finanziera; escludeva quell'aristocrazia che le città doriche avea dirette unicamente alla guerra; onorava il commercio, riceveva tutti, a tutti comunicava i diritti: laonde Cicerone s'indignava di veder a Tralle o a Pergamo il calzolajo, l'artigiano prender parte alle pubbliche deliberazioni; ma le ammirava di saper fare senza tesori nè ingenti possessi, ajutandosi colle imposte e coi prestiti[175]. Ricchissime erano, malgrado le guerre e le spogliazioni, e l'industria in grande vi si esercitava; e pannilani di Mileto, ferri cesellati di Cibìra, tappeti di Laodicea, vin di Lesbo e di Scio, offrivano lucrose asportazioni a Delo, a Rodi, a Cizico: le industrie, le arti belle, le fabbriche, le feste, il culto solenne degli Dei non meno che degli eroi e di Omero, consolavano della perdita dell'indipendenza.

Mettetevi a riscontro i lamenti degl'Italiani al tempo di Catilina. «Gli Dei e gli uomini (diceano) ci sono testimoni che non vogliam mettere a pericolo la patria e i concittadini, ma solo proteggere le nostre persone. Miserabili, il rigore e la violenza de' creditori ci tolse a quasi tutti la patria, a tutti il credito e la sostanza. Ci si ricusa perfino il benefizio delle antiche leggi, non permettendoci di salvar la libertà col rassegnare i beni. L'antico senato ebbe spesso compassione della plebe, e coi decreti rimediò alla pubblica miseria: anche ai dì nostri si liberarono i patrimonj eccessivamente gravati, e per avviso di tutti gli uomini dabbene fu permesso pagar in rame ciò che si doveva in argento[176]. Spesso anche la plebe, spinta da ambiziose voglie, o provocata dall'arroganza de' magistrati, si separò dal senato. Ma noi non domandiamo nè potenza, nè ricchezze, cagioni solite di conflitto tra i mortali; domandiam solo la libertà, che un uomo onesto non consente di perdere se non colla vita. Vi supplichiamo di por mente alla miseria de' concittadini; rendeteci la protezione della legge; non ci riducete alla necessità di cercare una morte qualunque, che però non sarà senza vendetta».

Potrebbe per avventura additarsi qualche popolo moderno, diviso tra pochi gran ricchi e un'infinità di miserabili. Ma quella che si compassiona o si esalta col titolo di poveraglia, oggi è l'infima classe lavorante ed oscura: nell'antichità invece, il luogo di questa era occupato da schiavi, roba del padrone e dal padrone mantenuti; i patrizj erano gente che aveva una volta principato, i ricchi un'aristocrazia nuova che voleva deprimerli, mentre plebe chiamavansi uomini liberi e privilegiati nell'ordine civile, che formavano un partito formidabile per numero, per le abitudini guerresche, per la potenza dell'accordo e della legalità. Erano dunque bastevoli a sostenere una lotta; e i poveri, soccombenti coi Gracchi, trionfarono nelle proscrizioni, quando i beni tolti ai prischi possessori vennero distribuiti, non già per ottenere, come davasi voce, un'equa partizione, ma per ricompensare chi aveva ajutato le vittorie dei triumviri.

Per verità Silla avea voluto favorire i piccoli possidenti, e ripristinare la classe agricola; ma riuscì invece a strarricchire i ricchi, mediante le sue tavole, quando uno occupava i fondi del vicino col farlo proscrivere, o comprava quei del vizioso veterano. Dopo d'allora le leggi agrarie, come quella di Rullo, più non ebbero serietà, e la plebe urbana le disamava, non volendo nè andar in colonia, nè che si distribuissero i terreni, da cui traevasi di che farle i donativi.

Invece dunque de' possessori laboriosi, che le leggi agrarie avrebbero voluto moltiplicare, dovettero crescere a dismisura i poveri, proprietarj spogliati, liberi lavoratori oppressi dalla concorrenza di vaste manifatture servili, debitori rifiniti dalle usure, insomma tutti que' plebei che coll'ingegno o col valore non giungessero a collocarsi in quell'aristocrazia di denaro ch'erasi surrogata all'aristocrazia di stirpe, e che chiamavasi ordine equestre. Marco Filippo, nel presentare una legge agraria, asserì che in Roma non duemila cittadini possedevano patrimonio[177].

Ma colà erasi rifuggita tutta la libertà; colà frequenti largizioni ora de' vincitori, ora dei demagoghi; colà spettacoli; colà da guadagnare patrocinando qualche provinciale, vendendo i voti ne' comizj, la falsa testimonianza ne' giudizj, le grida e il braccio sulle piazze; colà lo spossessato potea reclamare, il fallito tenersi sicuro dai creditori, il reo dall'accusatore; il retore aprire scuola, il filosofo dissertare e far ridere, il mago gittar sorti e astrologare: talchè la feccia d'Italia affluiva a Roma, vi speculava su quella gran ciurmeria che chiamasi il voto universale, e trecentomila persone robuste vi ricevevano quella che oggi chiamiamo carità legale, consumando cioè senza produrre, e terribili qualvolta alcuno sapesse ispirarvi paura di fame.