Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 17
E Cicerone? dal campo di Pompeo era rifuggito a Corfù, dove Catone, come ad uom consolare, voleva rimettergli il comando delle coorti salvate da Farsaglia; e perchè questi se ne scusava, il figlio di Pompeo gli diè del vile e avventossegli alla vita: ma Catone lo sottrasse, e il rimandò salvo. Catone rispettava in Tullio la dignità; non so quanto potesse stimarne il carattere: egli inflessibile nella virtù o in quella che tale giudicava; Tullio anelante dietro alla rinomanza; egli fiso alla patria, dimenticava se stesso a segno che neppur mai ascese al consolato; Tullio vedeva sè nel primo luogo, e desiderava meno di salvar la repubblica che di potersene vantare: quegli prevedeva i frangenti, e venuti non se ne sgomentava; questi ne sbigottiva per eccesso d'immaginazione: quegli calcolatore delle circostanze, questi illuso da cento minute preoccupazioni: quegli insomma uom di principj, questi di equilibrio; e l'uno e l'altro inetti a ristabilir le cose, il primo per cieco amore del passato, il secondo perchè corto di veduta, irresoluto di volontà, bisognoso di tener dietro ad altri anzi che di guidare.
Conforme dunque all'indole loro, Catone raccolse le reliquie di Farsaglia e persistette nella resistenza: Cicerone, benchè consigliasse a «deporre le armi, non gettarle», le gettò, e ritirossi in Italia, paventando ogni male dal _nuovo Falaride_[161]; ma appena udì che Cesare tornava, gli uscì incontro fin a Taranto. Il dittatore al primo vederlo scavalcò ed abbracciollo, accompagnandosegli per lungo tratto, senza far motto dell'accaduto. Cicerone da quel momento si tenne nelle vicinanze di Roma, alieno dagli affari, scrivendo di filosofia, venendo alla città soltanto per corteggiare il dittatore; e mostrando a' suoi amici la mansuetudine di Cesare, gli esortava a non fare se non quello che a lui gradisse[162], e sperava in lui un nuovo Pisistrato, volente il bene della patria per autorità assoluta, non per graduali progressi del popolo. Poi il suo facile cangiar di parte egli pretendeva rattoppare con belle parole: — S'io vedo una nave col vento in poppa andare non al porto ch'io un tempo approvai, ma ad altro non men sicuro e tranquillo, vorrò arrischiarmi contro la tempesta, anzichè secondandola procacciarmi salute? Nè io credo incostanza il dar volta ad un'opinione, come ad una nave o ad un cammino, secondo le circostanze pubbliche. Ho udito e visto e letto in sapientissimi e chiarissimi personaggi di questa e d'altre città, che non si deve sempre durare nelle medesime sentenze, ma difendere quello che richiedono lo stato della repubblica, l'inclinazione dei tempi, la ragione della concordia. Così io faccio, e farò sempre; e crederò che la libertà, cui io nè ho lasciata nè lascerò mai, consista non nell'ostinatezza, ma in una certa moderazione».
Catone, colle coorti radunate a Corfù e con molti illustri, si tragittò in Africa per raggiungere Pompeo; e uditane la fine, giurarono morire per la libertà; Catone ne accettò il comando, promettendo di non salir più cavallo o carro, di mangiare seduto anzichè a sdrajo come usavasi, e di non coricarsi che per dormire. Avuta volontariamente la città di Cirene, traverso al deserto andò nella Mauritania per unirsi all'esercito rifuggitovi con Metello Scipione suocero di Pompeo, e fece a questo attribuire la suprema capitananza, perchè un oracolo asseriva perpetua vittoria agli Scipioni in Africa. Giuba figlio di Jemsale, re della Numidia e della Mauritania, s'era messo con quella bandiera; e se, mentre Cesare perdevasi in quel suo amorazzo alessandrino, i Pompejani avessero operato con concordia e abnegazione, virtù troppo rare nei partiti, potevano rimettere in forse ciò che a Farsaglia parea deciso.
Cesare si riscosse a tempo (46), e ripigliata l'abituale rapidità, sovragiunse con pochi, ma risoluti guerrieri, fra cui alcuni Galli, trenta dei quali rincacciarono ducento Mauritani fin alle porte di Adrumeto. Ivi però il dittatore si trovò ridotto a pessime strettezze per la possa dei nemici e la scarsità dei viveri: se non che il generale avverso, mal ascoltando a Catone che consigliava di evitare gli scontri, accettò la battaglia presso Tapso, ove lasciò cinquantamila uccisi e la vittoria. Le città a gara schiusero le porte; i capi dell'opposta fazione o s'uccisero o furono uccisi; Petrejo e re Giuba vennero a duello, in cui il primo cadde, l'altro si fece ammazzare da uno schiavo; solo Labieno trovò modo di fuggire nella Spagna, ove Catone aveva spedito Gneo e Sesto figli di Pompeo.
Catone, che colla robusta sua calma aveva raccolto a Utica un senato di trecento Romani, gli esortò a stare concordi, unico mezzo di farsi temere resistendo, o d'ottenere buoni accordi cedendo; e non dover disperarsi delle cose mentre la Spagna reggeasi in piedi, Roma inavvezza al giogo, Utica munita e provvista. Deliberato di difendersi, i mercadanti italiani ivi accasati proponevano di dare la libertà e le armi agli schiavi, ma Catone si oppose a questa violazione della proprietà; quasi la legge stessa non ponesse per supremo oggetto la pubblica salute! Però i timidi prevalsero, e giudicando insania il resistere a colui, cui l'universo avea ceduto, mandarono a Cesare la loro sommessione. Catone non disapprovò quel consiglio, ma nulla volle chiedere per sè, dicendo: — Il conceder la vita suppone il diritto di toglierla, il quale è un atto di tirannia; e da un tiranno io nulla voglio».
Irremovibile nelle sue dottrine, vagheggiava una repubblica non solo diversa da quella d'allora, ma quale non la riscontrava nemmanco nel passato; pure, in difetto di meglio, venerava le istituzioni della patria, sperandole capaci di ringiovanirsi. Perciò stette col partito senatorio contro quelli che la repubblica sovvertivano; al di là del quale sovvertimento egli non potea preveder nulla, egli strettamente romano, e quindi incapace di presentire l'azione di genti nuove e d'una nuova fede. Perduta la lite a Farsaglia, che più rimanevagli? Trascinar in lungo una guerra che sempre avea deplorata, e di cui sentiva ineluttabile la perdita? transigere sull'indomito patriotismo, e accettando la clemenza di Cesare, mettersi con quelli che nel sacrario della patria accomunavano Orientali e Galli; che promettevano al popolo giustizia, quiete e pane invece di libertà? Altra uscita gli additavano i filosofi stoici, alle cui dottrine s'era temprato, e che ripeteano, — Quando la vita è di peso, muori». Vero è che alcuni insegnavano non doversi disertare il posto ove Dio ci collocò, senza ordine di lui: ma ordine pareva una disgrazia, specialmente pubblica, o l'impossibilità di trovare una sfuggita decorosa.
Di queste massime disputava Catone con filosofi, dei quali un branco avea sempre seco; e dopo il bagno e una lieta cena, passò con loro la sera dibattendo teoremi stoici, e principalmente questo, — Non esser liberi che i virtuosi; i malvagi essere tutti schiavi»; poi ritiratosi lesse il dialogo di Platone sull'immortalità dell'anima, chiese la spada, e poichè un servo, accortosi del suo disegno, tardava a recargliela, lo schiaffeggiò di modo che si ferì la mano. Rimandò i figliuoli e gli amici che s'ingegnavano a dissuaderlo, e ai filosofi disse: — Muterò risoluzione, quando voi mi dimostriate che non sarebbe indegno di me il chieder la vita al mio avversario». Que' gran filosofi nol seppero, onde gli fu mandata la spada: esaminandola esclamò, — Ora mi sento padrone di me»; dormì tranquillo, e al cantar dei galli si trafisse. Era dispetto d'orgoglio mortificato; era disperazione dell'avvenire; e la virtù del gran savio riusciva ad un intempestivo abbandono del posto, nel quale sarebbe stato coraggio d'uomo e dovere di cittadino il sostenersi.
Gli Uticesi e quanti il conobbero lo piansero come il solo Romano ancora libero; Cesare esclamò, — M'ha invidiato la gloria di conservargli la vita»; pure allorchè Cicerone ne scrisse un panegirico, gli oppose l'_Anti-Catone_, mettendone in chiaro i difetti e le intempestive virtù. In realtà Cesare aveva le doti moderne, Catone le antiquate; quegli aspirava al voto de' contemporanei e de' posteri, l'altro proponeasi una virtù ideale, e può dirsi perisse con lui la stirpe degli antichi repubblicani: onde la causa soccombente pretese tutto per sè l'onore di questo martire, oppose il voto di lui a quello del destino[163], e lo divinizzò qual simbolo dell'odio contro Cesare. Il quale, ridotte a provincia la Numidia e la Mauritania (46 — giugno), vi lasciò proconsole Crispo Sallustio storico, cui così apriva la strada di rientrar nel senato, donde era stato escluso.
Non erano però ancora spenti i nemici di Cesare. Cecilio Basso, cavaliere romano, ritirato a Tiro sotto velo di traffici, rannodò i Pompejani, e ben presto si trovò in grado di venir a battaglia con Sesto Cesare governatore della Siria, indusse l'esercito di questo ad assassinarlo e seguir lui, e chiamando in ajuto Arabi e Parti, si sostenne fino alla morte del dittatore. In Ispagna i due figli di Pompeo, battendo la campagna, aveano confinato i Cesariani entro le fortezze; finchè il dittatore, venutovi in persona, gli affrontò nel piano di Munda presso Còrdova (45 — marzo). I così detti repubblicani con disperata risoluzione avventandosi, sulle prime ebbero tale vantaggio, che Cesare fu sul punto d'uccidersi; ma ripreso coraggio, gridando a' soldati suoi, — Non vi vergognate d'abbandonare il vostro capitano a codesti ragazzi?» precipitossi fra i combattenti, e rintegrata la pugna, e combattuto dal levare al tramonto del sole, riuscì vincitore, uccidendo trentamila nemici e tremila cavalieri. Gneo Pompeo fu morto, e la sua flotta distrutta; Sesto, suo fratello minore, andò a nascondersi fra i Celtiberi: e Cesare ebbe finita in sette mesi una guerra difficilissima.
Venne accolto a Roma con onori che rendeva abjetti il mancare d'ogni misura; quaranta giorni di ringraziamento agli Dei; egli acclamato dittatore perpetuo, unico censore, tribuno; cresciuti a settantadue i ventiquattro littori di sua guardia, dichiarata sacra la sua persona; nelle assemblee dica pel primo il suo parere; agli spettacoli gli si prepari una sedia curule, che deva rimanere anche dopo la sua morte; non si comincino le corse del circo finchè egli non dia il segnale; quattro cavalli bianchi conducano il suo cocchio, come quello di Camillo vincitore dei Galli; si chiami giulio il mese in cui nacque; accanto a Giove sorga la statua di lui, poggiante sul globo della terra, coll'epigrafe _A Cesare semidio_.
I grandi onori spesso rivelano grandi paure; a mitigar le quali, Cesare proclamò non rinnoverebbe le stragi di Mario e Silla: — Così avessi potuto non una stilla versare di sangue cittadino! Ora, domi i nemici, deporrò la spada, intento a guadagnare colle buone coloro che persistono a odiarmi. Serberò gli eserciti non tanto per difesa mia, quanto per la repubblica; a mantenerli basteranno le ricchezze che d'Africa portai; anzi con queste potrò dare ogn'anno al popolo ducentomila misure di frumento e tre milioni di misure d'olio».
I padri e il popolo rassicurati gli decretarono quattro trionfi nel mese stesso, de' Galli, dell'Egitto, di Farnace, di Giuba. Nel primo si ostentarono i nomi di trecento popoli e ottocento città, ed essendosi spezzato l'asse del suo carro trionfale, fece venire quaranta elefanti, carichi di lanterne di cristallo che illuminarono la ritardata processione. Al tempio del Campidoglio salì a ginocchi, e vedendo la statua erettagli accanto a Giove, volle abraso il titolo di semidio. Non meno pomposi furono i tre seguenti trionfi; ma nell'ultimo spiacque il veder figurare le statue di Scipione, Catone e Petrejo. Sessantacinquemila talenti (360 milioni) si valutarono i vasi d'oro e d'argento allora portati, oltre duemila ottocentoventidue corone donate dalle varie città, pesanti ventimila libbre, cioè del valore di due milioni e mezzo; col cui ritratto pagò e donò lautamente. Come ogni vincitore di rivoluzione, dovea riconoscere due sovrani, il popolo e i soldati. Questi tenne nei limiti, e li distribuì fra le popolazioni, ma soltanto su terre abbandonate, affine di mescolarli coi borghesi, dando inoltre ventimila sesterzj a ciascun soldato, il doppio a ciascun centurione e cavaliere. Ogni cittadino ebbe dieci misure di grano, dieci libbre d'olio e quattrocento sesterzj: e ventiduemila tavole da tre letti accolsero centonovantottomila convitati a bere il vino di Scio e di Falerno, e gustare ogni squisitezza.
Pompeo, conoscendo le inclinazioni del popolo cui voleva dominare, gli aveva preparato il circo più ampio che mai, largo trecento e lungo settecento metri, sicchè potessero sedervi ducencinquantamila spettatori; un corso d'acque ricreava la vista e proteggeva dalle belve gli astanti, difesi anche da ferreo cancello. Quivi Cesare esibì duemila gladiatori, finte zuffe terrestri e navali, danze pirriche menate dai principi d'Asia, il giuoco trojano dai nobili giovani romani, corse di cocchi, atleti, combattimenti d'elefanti e d'altre fiere, tra cui una giraffa, la prima che si vedesse; neppure sacrifizj umani mancarono, se Dione è veritiero; e tanta accorse la folla, che molti dovettero pernottare alla serena, alcuni rimasero schiacciati. La gente nuova, interessata alle fortune di lui, freneticava nel festeggiarlo; sta bene: ma a gara con essa senatori e cavalieri, degeneri avanzi del sangue latino, compiacevansi di dare se medesimi spettacolo nell'arena sanguinosa, in cui si celebravano le esequie del mondo antico.
Vi comparvero anche i famosi mimi Publio Siro e Giunio Laberio. Il primo, condotto schiavo e acquistata la libertà coll'ingegno, compose commedie, di cui ci sopravanzano solo alcune nobili sentenze; e in quell'occasione, sfidati i poeti drammatici e gli attori, tutti li vinse. A Laberio, ch'era stato espunto dai cavalieri quando salì sulla scena, in premio delle commedie presentate Cesare restituì l'anello d'oro con centomila lire. Venendo pertanto onde pigliar posto sulle banchette distinte, e passando accanto di Cicerone seduto fra i senatori, questi gli disse: — Ti farei posto se non mi trovassi anch'io così stivato», alludendo ai tanti senatori creati da Cesare. Ma Laberio più argutamente gli rispose: — Non mi maraviglio che ti senta allo stretto tu, avvezzo a tenerti su due sedili».
Modernamente un popolo aspirante alla libertà affidava il potere dittatorio a un eroe, che accettandolo diceva: — Non che credermi per tal confidenza sciolto d'ogni obbligo civile, ricorderò sempre che la spada, a cui dobbiamo ricorrere solo nell'ultimo estremo per difesa delle nostre libertà, dev'essere deposta dacchè queste saranno assodate». E dovette adoprarla, e vinse i nemici, e trovò turbolenti i compatrioti per modo che i soldati gli offrivano di lasciarsi portare al poter supremo; ma egli rispose: — Meraviglia e dolore mi fa tale proposta. Nel corso della guerra nulla m'afflisse tanto come il sapere che simili idee circolavano per l'esercito. Cerco invano qual cosa nella mia condotta abbia potuto incoraggiare un tal concetto, che io devo guardar con orrore e condannare severamente». Questo personaggio si chiamava Washington all'età de' nostri padri, Bolivar alla nostra: ma Cesare era altr'uomo, altri i tempi, e dopo mezzo secolo di continue commozioni, dove tutti erano tormentatori o tormentati, dove il mare dai corsari, la terra veniva conturbata da poveraglia disposta a seguire Clodio o Catilina, Spartaco o Sertorio, tutti credevano che il dominio d'un solo fosse una necessità, fosse l'unico mezzo di rendere al mondo la pace interna e la sicurezza della vita civile, primo ed essenziale scopo della sociale convivenza.
Cesare, arbitro della repubblica, ne rispettò le forme. Privo di figliuoli, e sapendo aborrito ai Romani il nome di re, non pensò istituire una dinastia; ma neppur mai ebbe l'idea di ripristinare la repubblica, come Silla; e vuolsi tenerlo come il vero fondatore dell'impero, già in lui il nome d'imperatore non avendo più il consueto significato di generale trionfante, ma essendo titolo di suprema autorità.
Conoscendo come il prorogato comando avesse a lui agevolato il giungere all'autorità suprema, vietò che nessun pretore potesse durare in governo più di un anno, più di due un uom consolare. Tenendosi abbastanza sicuro perchè vedevasi necessario alla pace universale, perdonò satire, maldicenze, trame, inveterate nimicizie, fece rialzare le statue di Pompeo e di Silla abbattute nel primo furore, girava senza guardie e senza corazza per la soggiogata città.
E si applicò tutto alla politica, alla morale riparatrice. Come censore, fa la numerazione del popolo; rende a Roma i tanti spatriati, ma diminuisce l'affluenza dei foresi col ridurre da trecentoventimila a cencinquantamila quei ch'erano pasciuti dal pubblico; modera il lusso, ma le leggi suntuarie lo costringono ad empiere i mercati di spie, e tenere magistrati di polizia che talvolta entrano nelle case de' ricchi all'ora del pranzo, levandone gli esorbitanti apparecchi. Aumenta i magistrati inferiori; limita il potere giudiziario dei senatori e cavalieri, sicchè minore sia la venalità; sparge ottantamila poveri in colonie oltre mare; pel primo dà pubblicità agli atti giornali del senato e del popolo. Come pontefice massimo, scoperto il disordine del calendario, chiama d'Egitto l'astronomo Sosigene, col cui ajuto lo riforma, e così toglie all'aristocrazia il pretesto di sospendere gli affari coll'allegazione incerta de' giorni festivi e nefasti.
Fra le leggi riordinatrici che pubblicò, ricordiamo quelle _majestatis_ contro l'alto tradimento, _de repetundis_ contro le malversazioni e rapine de' proconsoli, _de residuis_ contro i contabili inesatti, _de vi publica et privata_ contro le violenze, _de peculatu_ che colpiva pure i sacrileghi. Anzi meditava riformare il diritto, e ridurre in poche e precise le moltiplici leggi romane, compilazione che sarebbe stata ben più preziosa che non quella di Giustiniano; ergere una biblioteca nazionale come v'era stata a Pergamo e ad Alessandria, diretta dall'eruditissimo Varrone; un tempio in mezzo al campo Marzio, un anfiteatro a' piedi della rôcca Tarpea, una curia sufficiente ai rappresentanti di tutto il mondo; al Tevere scaverebbe un nuovo letto dal Ponte Milvio sin a Circeo e ad Ostia, dove un porto capacissimo ed arsenali; disseccherebbe le paludi Pontine, aprirebbe una via dal mar superiore fin al Tevere, formerebbe la mappa dell'impero; Capua, Corinto, Cartagine, le maggiori città di commercio, risorgerebbero per mano romana dalle romane ruine; per l'istmo di Corinto tagliato si congiungerebbero i mari; poi con grossa guerra vendicato Crasso sui formidabili Parti, tornerebbe pel Caucaso, per gli Sciti, pei Daci, pei Germani; sicchè l'impero, dilatatosi su tutti i popoli inciviliti, nulla avesse più a temere da Barbari.
Era stato ajutato da tutto il mondo, a tutto dovea Cesare mostrarsi riconoscente col riceverlo in città. Grand'uomo, cattivo romano, distruttore del passato, iniziator dell'avvenire, egli personifica l'espansione umanitaria in contrapposto all'esclusività patrizia; e se la politica romana fin allora aveva atteso ad assorbire le genti, egli le volle assimilare. I generali conquistatori curvavano i paesi vinti all'obbedienza di Roma sottraendone il denaro e la forza, pur lasciandone le istituzioni, non per moderatezza, ma per più sicuramente smungerle, fiaccarle, annichilirle: Cesare, mutato sistema, dice a tutte le nazioni, — Eccovi aperta Roma; venite a sedere nell'anfiteatro, nel fôro, nella curia», e sulle svigorite stirpi dell'Asia e dell'Italia innesta le nuove de' Galli e degli Ispani. Al rompersi della guerra civile, conferì la cittadinanza a quanti Galli stanziavano fra l'Alpi e il Po, effettuando così quel ch'era costato la vita ai Gracchi: dappoi la estese ai medici e professori d'arti e scienze che venissero esercitarle a Roma. Mentre così Roma perdeva la nazionalità col dilatarla, i popoli s'avvezzavano a considerare l'Italia come capo del mondo, sospendendo con ciò le guerre alimentate quinci dall'ambizione e dall'avarizia, quindi dal patriotismo.
Per risanguare quest'Italia sguarnita di popolazione e di piccoli possessori, Cesare incoraggiò i matrimonj; e conoscendo il danno del rimaner lontani i proprietarj, proibì di restarne fuori più d'un triennio a chi avesse più di vent'anni e meno di quaranta, eccetto i soldati; i ricchi prendessero almeno il terzo dei pastori fra gli uomini liberi; i veterani non potessero vendere il loro fondo se non dopo posseduto vent'anni. Crebbe a mille i senatori, aggregandovi le persone più notevoli delle provincie, e principalmente delle Gallie, molti centurioni e fin semplici soldati e liberti, massime tra i vincitori della pugna farsalica. Tra gli atti di Cesare fu questo che più offese gli aristocratici; giacchè il senato cessava d'essere un corpo patrizio, unico rappresentante e conservatore del diritto quiritario, e convertivasi in un'assemblea di notabili, che potrebbe divenire rappresentanza di tutto lo Stato, su piede d'uguaglianza[164]. Coloro che vedevano nel patriziato la salvaguardia delle tradizioni romane, e idolatravano la patria, cioè la tirannide di essa su tutte le provincie, la signoria dei nobili sovra i plebei, dovevano esecrarlo del pareggiar questi a quelli, ed aprir Roma a tutte le nazioni, cioè distruggerla[165]. Noi che osserviamo la causa dell'umanità, che deploriamo una plebe conculcata a talento da una classe, e l'uman genere usufruttato a favore di una città sola, altro giudizio porteremo di Cesare e di coloro che, per intempestive reminiscenze, troncarono tanti divisamenti, e precipitarono il mondo in nuovi disastri.
Perocchè coloro di cui avea ferito gl'interessi o i sentimenti, non sapeano le sue provvidenze attribuire se non alla smania di farsi de' partigiani. Malgrado le assicurazioni, cianciavasi d'imminenti liste di proscrizione; poi, profittando dell'odio contro il nome di re, diceasi ch'egli lo agognasse, e — Non vedete (ripeteano) come la sedia e la corona d'alloro accettò dopo vinta la Spagna? come la statua sua lasciò collocare fra Tarquinio e Bruto?»
Nelle feste Lupercali, tramandate dall'antico Lazio, i giovani patrizi e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo con coregge chiunque scontrassero; e le dame ambivano que' colpi, credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva, Marc'Antonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli un diadema intrecciato coll'alloro. Alcuni, forse ad arte disposti, applaudirono: ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più quando disse: — Re de' Romani non può esser che Giove; a quello si rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello tribuni del popolo ne li tolsero, e punirono quelli che aveano applaudito all'atto di Antonio. Cesare indispettito li cassò della carica.