Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 16

Chapter 163,646 wordsPublic domain

Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle prime sconfitto, in quattro mesi l'ebbe tutta sottoposta; volato a Marsiglia Pompejana, l'ha a discrezione, e perdona le vite e la libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma. Cicerone, come vide andare a fascio le cose di Pompeo, volentieri se ne sarebbe spiccato se non l'avesse trattenuto vergogna o punto d'onore, e ad Attico scriveva: — Tu dici lodato quel mio motto, _amerei piuttosto esser vinto con Pompeo, che vincitore con Cesare_. Sì; l'amerei, ma col Pompeo che era allora o che mi parea: ora con questo che fugge prima di sapere cui fugga nè dove, che lasciò in mano di Cesare l'aver nostro, abbandonò la patria, l'Italia, se amai d'esser vinto, l'effetto ne seguì». Si ritirò alla campagna; ma come Cesare andò in persona a sollecitarlo di ritornare, persuaso che l'esempio molti altri senatori indurrebbe, egli rispose: — Tornerò, purchè mi sia lecito dir francamente la mia opinione»[150]. Appena però si sparse voce che Cesare era perduto nella Spagna, con molt'altri deliberò di raggiungere Pompeo, per quanto Cesare gli scrivesse che un uom d'onore in guerra civile non deve chiarirsi, e che parrebbe spinto non da sentimento di giustizia, ma da personale disgusto.

La vanità di lui dovette appagarsi della festa che vi ricevette; ma il suo senno conobbe quanto poco fondamento fosse a fare sopra que' giovani pretensivi, arroganti, la cui prodezza consistette nel protestar col fuggire, e ricoverati nel campo pompejano, chiamar traditore chiunque era rimasto in patria, e perseguirlo di sarcasmi e di calunnie: quivi intanto sognar riscosse e vittorie, spartirsi in prevenzione le prede; l'uno avrà il pontificato massimo, vacante per la morte di Cesare; l'altro le ville e i giardini di questo o di Attico: chi appigiona una casa nel fôro per trovarsi più comodo a brigar i voti ne' prossimi comizj; chi già s'accaparra i suffragi; e preparano le tavole di proscrizione, ognuno iscrivendovi come nemico della patria il proprio nemico. Chiunque sta indifferente, chiunque non abbastanza infervorato, dee soffrirne gl'insulti: i consigli moderati, l'aspettare l'opportunità, il calcolare i mezzi saranno considerati codardia e tradimento. Intanto si servono di Pompeo; ma quando per suo mezzo avran vinto Cesare, lui pure sbalzeranno, onde ripristinare la pura aristocrazia e il sistema di Silla.

Cicerone prese stomaco di costoro che nol lasciavano parlare, non consigliare, non arringare; da uom disingannato mostrava quella diffidenza dell'esito che mal si perdona, e non facea risparmio d'epigrammi. A Pompeo che gli disse, — Tardi arrivasti» rispose: — Eppure non trovo ancora disposto nulla». Chiedendogli quegli ove fosse Dolabella suo genero, replicò, — È con vostro suocero». A Nonnio che l'esortava a far cuore, perchè aveano ancora sette aquile, — Eccellenti, se avessimo a combattere cornacchie». Udendo che un tale avea lasciato via il cavallo, — Provvide meglio alla salute della bestia che alla propria». Dando Pompeo la cittadinanza a un disertore gallo, — Che bizzarro! (esclamò) promette una patria ai Galli, e non sa assicurarla a noi». Pompeo, adontato di sarcasmi che più ferivano quanto più ingegnosi, gli intonò: — Vattene una volta a Cesare, ove comincerai a temermi». Catone stesso gli mostrò avrebbe meglio servito la causa loro tenendosi di mezzo; alcuni perfino il sospettavano d'intelligenze con Cesare; talchè esso, fedele alla teorica delle evoluzioni opportune che spiegò più volte con ingenuità, abbandonò il campo, disgustate ambe le parti, e supponendo a Pompeo feroci divisamenti e il proposito d'imitare Silla[151].

Il più de' senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo, sicchè nessun ostacolo v'ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore, mentre le bestemmie contro Pompeo mostravano che nulla è sì popolare quanto l'odio contro coloro che furono idolo del popolo[152]. In undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei, ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l'Italia a capo d'una banda; ai proscritti di Silla permise di sollecitare magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl'interessi; concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefice massimo riempì i posti vacanti ne' collegi sacerdotali (48); indi si fece rieleggere console, ed entrò in via per guerreggiare Pompeo nella Grecia.

Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo all'Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de' giovani nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti leggieri pendevano da' suoi cenni; egli stesso era carico d'allori; la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò un senato, più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò rappresentante della patria, e proibì d'uccidere verun Romano se non in battaglia regolare.

Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla rapidità; onde vedendo tardare le legioni, s'imbarcò a Brindisi con pochissimi, poi rimandò le navi a pigliare i restanti, ed osò assediare tante forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua riusciva la prova, come tutti i grand'uomini, confidando nella propria fortuna, e sentendo d'avere per sè il popolo, e la forza di chi intende il suo tempo ed apre l'avvenire. Eragli nato in casa un cavallo coll'unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo domatore l'impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura, e ne dedicò l'effigie davanti al tempio di Venere Genitrice[153]. Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa di generale che crea i soldati, e gl'identifica con sè. Inesorabile col tradimento e coll'indisciplina, sul resto chiude un occhio: dopo la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d'oro e d'argento; ma finchè dura l'azione, non risparmia fatiche: è giorno di riposo? scoppia un temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all'udir in Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo, e — Sì; domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila cavalli, centomila soldati leggieri, trecento elefanti; io lo so, io ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me; se no, cotesti novellieri li butterò s'una nave, e li spingerò in balìa del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno, lasciasi crescer la barba.

Così s'acquista la piena devozione de' suoi soldati, che contavano come gran vanto l'esser veduti da Cesare soccombere valorosamente. Nella Bretagna un d'essi salva i centurioni avviluppati dal nemico; fatte prove incredibili, lanciasi a nuoto, e uscito a riva viene a chieder perdono a Cesare d'aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s'una nave nemica, ha tronca la destra, e pur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli avversarj, s'impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia, Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose tendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed io, morto o vivo, otterrò le tue lodi». Un altro soldato all'intimata d'arrendersi rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita agli altri, non dagli altri riceverla».

Un tal generale e con tali soldati poteva altro che vincere? Vedendo tardare i soccorsi che Marc'Antonio dovea menargli da Brindisi, Cesare si veste da schiavo, e s'un battello da pesca traversa il mare. La procella parve volerne punire la temerità, e i barcajuoli disperavano di tener il largo, quando egli scoprendosi disse al piloto: — Che temi? tu porti Cesare e la sua fortuna»[154].

Non potè però tenere l'assedio di Durazzo; toccata anzi una sconfitta, risolse terminare la guerra con un colpo, ed entrò nella Tessaglia. Pompeo voleva evitare una giornata risolutiva; ma come fare la sua voglia in mezzo a tanti cavalieri e senatori invaniti di nomi storici, disdicevoli alla presente bassezza, millantatori, i quali, siccome avviene de' fuorusciti, credendo onorarlo col seguirlo, pretendevano essere ascoltati (48), ragionare il comando, misurare l'obbedienza a un capo che da loro traeva forza: e l'uno lo derideva perchè aspettava l'opportunità; l'altro lo paragonava ad Agamennone che volesse trarre in lungo la guerra per mantenersi a capo di tanti eroi; un terzo si doleva che il ritardo gli torrebbe di mangiar i fichi della sua villa di Tusculo; e tutti non vedevano l'ora di spartirsi le prede, i prigionieri, le preture, i consolati, e diguazzare in patria. A simili soldati Cesare avrebbe o negato ascolto o dato il congedo: Pompeo, come i fiacchi di volontà, bisognava d'esser approvato, applaudito, e avria comportato più volentieri una sconfitta che un rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi errori: con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per l'evenienza d'una rotta[155].

Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee dicendo, — Sta notte (12 magg.) dormiremo nel campo di Pompeo». Erano concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento. Avendo Cesare ordinato a' suoi di dirigere i tiri al viso (48), gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati, volgeano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo nel vedere in rotta il fiore de' suoi, ritirossi nella sua tenda, e qui pure sopragiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri alloggiamenti?» e deposte le divise del comando fuggì verso Larissa. Ducento soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o venti mila; contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L'han voluto; mi ridussero alla necessità di vincere per non perire»[156].

La posterità, non abbagliata dall'esito, poco valuta il giudizio che di se stessi pronunziano gli eroi; ma ricordando Mario e Silla e gli antichi eroi micidiali de' vinti, tien conto a Cesare della sua moderazione. Certamente dei due caratteri de' Romani, la voluttà e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: — Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che risente di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di quel che ho fatto, benchè mi si dica che coloro, cui ho donato vita e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non voglio smentirmi, mi piace non si smentiscano neppur essi»[157]. Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»; entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d'una solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere, amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse con festa Marco Bruto, che, seguìti gli stendardi di Pompeo, veniva implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.

Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare della vittoria; e ben capì che la guerra non era compita. Le flotte di Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galee a Messina; Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè Pompeo, avvilito alla prima volta che la fortuna gli fallì, più non confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi a questo con fiducia, s'imbarca sul Peneo con qualche liberto, e raggiugne una nave sulla vela. Raccolto alquanto denaro dagli amici sui confini della Macedonia e della Tracia, a Lesbo toglie seco la giovane moglie Cornelia e il figlio Sesto, che vi avea mandati in sicurezza, e risolve di chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane re d'Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che, invece d'inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, n'acquistasse la grazia coll'uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de' suoi fu assassinato.

Tal fine ebbe il Magno, viziato dalla troppo benigna fortuna, dalla mediocrità reso inetto a raggiungere quello cui la sua ambizione lo spingeva. Un liberto ne arse il busto, e sepellì oscuramente le ceneri sovra la spiaggia[158]: la sua testa imbalsamata fu offerta a Cesare, che vedendola pianse, e giunto ad Alessandria tre giorni appresso, fece innalzare un tempio a Nemesi in espiazione dell'assassinio, e rendere in libertà gli amici di esso incarcerati da Tolomeo. Poi senza lasciar trar fiato ai nemici (47), gl'insegue all'Ellesponto, e scontrata la flotta pompejana di settanta vascelli, le intima d'arrendersi; ai Gnidj condona il tributo per riguardo al favolista Teopompo loro compatrioto; agli Asiatici rimette un terzo de' tributi; riceve in protezione Jonj, Etolj ed altri; perdona al gàlato re Dejotaro, a Marco Marcello, a Quinto Cicerone già suo ajutante nella Gallia, e a quanti gli chiesero la grazia; côlta una figlia di Pompeo, la mandò ai fratelli in Ispagna; e scriveva a Roma che il frutto più caro delle sue vittorie era il salvare ogni giorno qualche suo avversario.

CAPITOLO XXVII.

Dittatura di Cesare.

L'Egitto, che noi dalla storia sacra conosciamo sin da fanciulli come antichissima sede d'una insigne civiltà, con re potentissimi, con macchinosi edifizj, era anche da' Greci e Romani venerato quasi culla dell'incivilimento, e primeggiò nel mondo politico finchè Alessandro Magno non abbattè i Faraoni, ai quali sottentrò la stirpe de' Tolomei, recandovi un'altra floridezza che presto appassì. Alessandria, città della quale in sogno gli Dei indicarono l'opportunità ad Alessandro, si riempì dell'arti e dell'operosità greca, in contrasto coll'immobilità egiziana; necessario scalo fra il Mediterraneo e il mar Rosso, fra l'Europa, l'Arabia e l'India, vera capitale dell'Oriente pel commercio e per le delizie, fossero le _regate_ e i _freschi_ di migliaja di gondole illuminate sul popoloso braccio del Nilo, fossero le voluttuose solennità di Canòpo, fossero i ginnasj e le biblioteche ove si raccoglieva e si comunicava la scienza di tutta l'antichità, fossero i meravigliosi monumenti, le vie larghe trenta metri, orlate di colonne fin pel tratto di trenta stadj.

Ma ormai Roma pensava ridurre l'Egitto a provincia, ajutata in diritto da un testamento di Tolomeo Alessandro II che la chiamava erede, e in fatto dalla debolezza indottavi dall'avvicendarsi di pretendenti. (73) Tolomeo Aulete comprò il titolo di re e d'alleato dei Romani col pagare seimila talenti a Cesare e Pompeo; ma per raccorli dovendo smungere i sudditi, ne fu espulso. Ramingò allora a Cipro (58), ove Catone lo accolse colla sua severità, biasimandolo d'essersi avversati i sudditi, ma più ancora del confidare che Roma lo ajutasse a recuperare il regno: — Non sai che tutte le ricchezze dell'Egitto non basterebbero all'ingordigia dei grandi? a Roma non avrai che vilipendio e strapazzi». L'Aulete col denaro trovò accoglienza, speranze e null'altro; pure promettendo diecimila talenti a Gabinio governatore della Siria[159], (55) ottenne che costui, senza decreto del senato, menasse armi romane a riporlo in trono. Vilmente e crudelmente vi si resse fino al 52; e per assicurare la successione a' suoi figli Tolomeo Dionisio di tredici anni e Cleopatra di diciassette, promessi sposi benchè fratelli secondo l'uso egizio, li mise in tutela del popolo romano.

Cleopatra, venuta in dissensione col fidanzato, rifuggì nella Siria, levando truppe, nel tempo appunto che Cesare, vincitore a Farsaglia (48), sbarcava ad Alessandria. Questo, non che saper grado a Tolomeo Dionisio del vile assassinio del suo tutore Pompeo, pretese il residuo della somma promessa dall'Aulete per avere il titolo di re, e che fosse rimessa al suo arbitrio la querela dei fratelli. Cleopatra, nottetempo penetrata nella camera di Cesare, lo dispose tutto in suo favore.

A Tolomeo parve leso il diritto sovrano, e gridandosi tradito, ammutinò il popolo. Cesare, con pochissima truppa in mezzo d'una città abituata alle sommosse, sostenne un assedio, piuttosto che cedere Cleopatra: perchè la flotta non cadesse in mano degli Alessandrini, v'appiccò il fuoco, il quale s'apprese all'arsenale, di là alla biblioteca, riducendo in cenere cinquecentomila volumi raccoltivi dai Tolomei. Giuntigli poi soccorsi, domò i tumultuanti, ed essendosi Tolomeo annegato nel Nilo, Cleopatra fu salutata regina d'Egitto.

Il vincitore logorò alcun tempo (47) in trionfali sollazzi e nell'amore di Cleopatra, postasi in tutela, cioè in dipendenza di lui; con essa s'imbarcò sul misterioso fiume, col seguito di quattrocento vele visitando il curioso paese; poi balzando dalla voluttà all'impeto guerriero, avventasi incontro a Farnace, figlio del re Mitradate, che della guerra civile aveva profittato per ricuperare ed estendere i dominj, lo sconfigge presso Zela, e scrive al senato: — Venni, vidi, vinsi».

A Roma intanto, udita la morte di Pompeo, il senato gridò Cesare console per cinque anni, dittatore per un anno, primo tribuno in vita, con autorità di far pace o guerra; potenza maggiore di quella usurpata da Silla, eppure acquistata e mantenuta senza micidj. Nè, come Silla e Mario, Cesare condiscese alle trascendenze dell'esercito, sebbene elevato per opera di questo; anzi vedendo che i soldati rizzavano le pretensioni, credendosi ancora necessarj contro i Pompejani, li raduna, e — Abbastanza fatiche e ferite aveste, _o cittadini_: vi sciolgo dal giuramento, e vi sarà data la paga dovutavi»; e per quanto essi lo supplicassero di tenerli ancora, e di non chiamarli cittadini, ma soldati, distribuì a loro terre, disgiunte le une dalle altre, pagò gli stipendj e li congedò; eppure tutti si ostinarono a volerlo seguire quando egli mosse ver l'Africa.

Gran merito de' vincitori di guerra civile il resistere ai proprj fautori! ma Cesare, non che un rivoluzionario qual ce lo dipinsero gli aristocratici, si mostrò ordinatore per eccellenza. Già nel suo primo consolato aveva atteso a rialzar quella classe media, che è la più repugnante dai sovvertimenti; metter regola alla feccia che correva a Roma per vendervi il suffragio e per offrirsi ad ogni accattabrighe; ripristinare la popolazione campagnuola e i primitivi plebei distribuendo terreni da coltivare ai poveri; gli altri sollevare dalle eccedenti gravezze col rivedere i contratti degli appaltatori, sicchè una esazione regolare e moderata impinguasse l'erario: rimedj opportuni, comunque non applicati saviamente.

Il gonfio poeta Lucano, che sotto la pessima tirannide degli imperatori osò far soggetto d'un poema la guerra civile, ci dirà ch'egli prendea per pace l'aver fatto un deserto; che si compiaceva del versare sangue per mero gusto del sangue; ma in fatto non un supplizio prese; castigò severamente le depredazioni dei soldati suoi, i quali guastavano i paesi meno che non i pretori e proconsoli. Alla plebe largheggiò distribuzioni e spettacoli; gli amici fece chi auguri, chi pontefici, chi custodi dei Libri Sibillini, chi senatori; gli avversi chiedeva stessero neutrali finchè le sorti pendevano. L'amministrazione affidò a tre valenti, Oppio, Irzio, Balbo; e tantosto la ciurma venne tranquillata, l'industria risorse, i capitali ricomparvero, abbondarono le provvigioni; e fu prodigio questo rinascere della prosperità sotto un capo rivoluzionario, e appena sopita la guerra civile.

Bensì di rivoluzionarj dovette servirsi. Publio Vatinio, oscenissimo uomo, tra le parti di Mario e di Silla aveva aspirato a farsi strada coll'audacia e sprezzando uomini e Dei; colla dissoluta giovinezza si procacciò nome fra i coetanei; fu sin volta che rubò alla strada; valoroso in battaglia, più destro in maneggi, perciò caro ai turbolenti. Per costoro appoggio eletto questore l'anno del consolato di Cicerone, fu mandato a Pozzuoli affinchè impedisse l'uscita dell'oro e dell'argento; ed egli ne carpì quanto potè, vendette a gran prezzo il diritto di asportarne, e sopruso tanto, che recatane querela a Roma, sarebbe stato punito se la congiura di Catilina non avesse rivolto le menti ad altro che a reclami dei popoli. Anzi mandato in Ispagna, potè rubare a man più salva: poi fatto tribuno della plebe, servì a Cesare; fu lui che arrestò il console Bibulo, in onta dell'opposizione dei nove colleghi. Accusato di malversazione, chiede l'appoggio di Clodio, e coi loro bravi scacciano il pretore e i giudici. Domanda la pretura, e il popolo e Pompeo lo preferiscono a Catone: un Vatinio a Catone! Accusato di nuovo, è protetto da Pompeo e difeso da Cicerone. Poi si butta tutto a servizio di Cesare, dal quale fu fatto console, ma per pochi giorni (47); indi mandato a tener in freno l'Illirio, nel che meritò gli onori del trionfo.

Con costui ribaldeggiavano Cornelio Dolabella e Marc'Antonio maestro della cavalleria, cioè luogotenente del dittatore; e non potendo ottenere tavole di proscrizione, Dolabella, oppresso dai creditori, proponeva almeno si abolissero i debiti, e i locatarj fossero esentati dal pagare gli affitti; e a capo d'uno stuolo di debitori levò tumulto: ma Antonio, che da prima l'avea favorito, spedì contro costoro i legionarj che li vinsero, uccidendone ottocento. Cesare sopragiunto indusse il popolo a ripudiare la proposizione di Dolabella, solo con ciò garantendo il capitale, levando via il guadagno usuriero[160]; nè confiscò se non i beni della famiglia di Pompeo, considerandola come unica colpevole di tanti guaj, e che ancor se ne valeva per fomentare la guerra civile. Quando furono offerti all'asta, nessuno vi disse per rispetto all'illustre estinto; ma Antonio se li buscò a vil prezzo, e si sbrigliò a tante insolenze da stomacarne la longanimità di Cesare.

Fra ciò i Pompejani, furiosamente selvaggi, coglievano ogni occasione di vendette e dilapidazioni, cospiravano per saccheggiare i porti del Mediterraneo, impedire gli arrivi del grano onde l'Italia affamasse; allora la devasterebbero con bande dell'Armenia e della Colchide, e mutata la sede dell'impero, tornerebbero gl'Italiani in servitù, e i territorj spartirebbero fra gli oligarchi. Vedete dunque se l'ordine e la libertà sieno soccombuti a Farsaglia, o v'abbiano trionfato.