Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 15

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E Cicerone diceva d'amare il regime, stanco di tanti salassi[137]: ma i due capibanda rinforzati nelle case, forbottandosi per le vie, sommoveano ogni dì la pubblica quiete; finchè Milone sentendosi forte nell'appoggio di Pompeo e di Cicerone, il quale avea fin detto pubblicamente che Clodio era vittima destinata allo stocco dell'altro[138], scontrato costui in cammino, venne seco alle prese, e lo freddò. Il vulgo, levatosi a rumore, saccheggiò la curia per alimentare il rogo di Clodio, ed assalì Milone: ma questi, ben munito e ricinto di bravi, respinse la forza colla forza. Citato in giudizio, gli domandano, secondo le forme, che consegni i suoi schiavi perchè sieno interrogati alla corda; ed egli risponde avergli affrancati, nè uom libero potersi mettere alla tortura. Così mancavano i testimonj al fatto, e Cicerone metteva in moto tutti gli ordigni di destro avvocato per difenderlo: ma Pompeo, pago d'aversi tratto dagli occhi quello stecco, non si curò di salvar l'uccisore; e Cicerone, presa paura dei bravi di Clodio, non recitò la bella sua arringa, e lasciò che Milone andasse esule a Marsiglia, consolandosi col mangiarvi pesci squisiti[139].

Qual era dunque la libertà di Roma, ove tutto potevano i triumviri e qualunque ribaldo venisse parteggiando? Crasso e Pompeo ambivano il consolato, ma disperavano ottenerlo in competenza con Domizio Enobarbo, il quale, col professare di voler abolire il proconsolato di Cesare, blandiva i rancori degli aristocratici (55). Epperò, mentre costui di buon mattino, con Catone ai fianchi, andava per la città accattando suffragi, gli uscì addosso una smannata di malviventi che ferì Catone, e uccise il servo che lo precedeva colla fiaccola: poi i tribuni impedirono i comizj, sicchè Roma restò senza consoli, il senato vestì a lutto, finchè vedendo non potere altrimenti quietare il subuglio, domandò a Crasso e Pompeo se volessero accettare il consolato, e così furono eletti.

Allora, per non essere da meno di Cesare, nè restare disarmati mentre egli assicuravasi un esercito coi trionfi, si fecero decretare Pompeo la Spagna, Crasso la Siria, l'Egitto e la Macedonia. Cesare v'assentiva, purchè a lui non turbassero il proconsolato: Catone, che andava ricantando i pericoli de' prolungati comandi, fu dal tribuno Cajo Tribonio messo in arresto, e si stabilì che i governatori non fossero scambiati per cinque anni, potessero far leve a loro grado, esigere dagli alleati contribuzioni e truppe. Pompeo, più del comando ambendone le apparenze, rimase a Roma: Crasso s'avviò contro i Parti.

La vittoria sopra Mitradate e gli altri re dell'Asia fece Roma confinante con questo terribile popolo, che stanziando fra l'India orientale, la Media e l'Ircania, poteva interrompere le comunicazioni dei mercanti d'Occidente coi paesi che diedero sempre le più squisite e preziose derrate. I Parti erano guerrieri nati, sempre a cavallo, abilissimi a trar d'arco, non affidandosi nelle ordinanze, ma nel valore violento. Li dominavano principi Arsacidi, che s'intitolavano re dei re, fratelli del sole e della luna, ma che restavano limitati dai dodici satrapi militari dell'impero, i quali poteano anche deporli, e probabilmente ne confermavano l'elezione prima che il _surena_ o generale gl'incoronasse.

Parve che, dal primo conoscerli, Roma sentisse quanto sarebbero a lei pericolosi: ma sebbene il timore di essi facesse poco ambita la provincia d'Asia, pure Crasso la sollecitò a gran prezzo. Da un lato voleva superare Lucullo, Silla, Pompeo mediante spedizioni somiglianti a quelle d'Alessandro; dall'altro compiacevasi in pensare e parlare delle spoglie della Partia, intatta ancora da invasioni, e delle aurifere arene dell'Indo e del Gange. Quel popolo aveva allora pace ed alleanza coi Romani; laonde il tribuno Atejo Capitone si oppose alla guerra fin coll'impedire a Crasso l'uscita di Roma, e coll'imprecare contro di esso gli Dei vindici de' patti: ma Crasso, protetto da Pompeo e stimolato da avara ambizione, tragittossi in Asia (54).

Traversando la Siria, rubò diecimila talenti al tempio di Gerusalemme, risparmiato da Pompeo; poi varcato l'Eufrate, entrò sulle terre de' Parti, i quali non avendo ragione di temere un'invasione, furono côlti sprovvisti. Insuperbito della vittoria, lasciossi attribuire il titolo d'imperatore; al re Orode, che mandò chiedergli qual motivo traesse i Romani a guerra, replicò darebbe risposta in Seleucia lor metropoli; ma Vagiso, capo della legazione, mostrando la palma della sua mano, disse: — Prima che tu prenda Seleucia, vedrai crescere del pelo qui». Per riuscire, Crasso avrebbe dovuto difilarsi sopra le capitali, profittando della costernazione; invece tornò a svernare nella Siria, ed arricchirsi delle spoglie e delle contribuzioni.

Ma mentre i soldati suoi scioglievansi dalla disciplina, i Parti, riavuti dalla perfida sorpresa, facevano armi, e il loro surena in un tratto (53) ricuperò le città occupate da Crasso. Il quale de' cento sinistri augurj, che sgomentavano i suoi, si rideva; ma sprezzava anche i buoni pareri, e invece di far via per le montagne armene ove mal potrebbe squadronarsi la cavalleria parta, s'avanzò nella Mesopotamia. Quivi pianure deserte o pantanose, il territorio devastato, arsi campi e villaggi, non grano per l'esercito, non foraggi pei cavalli; i generali spingevano innanzi a sè le popolazioni, appena gettando alcuna guarnigione nelle piazze che, quando si fossero prese, bisognava distruggere. Raggiungevasi l'esercito nemico? insolita arte di battaglia occorreva contro una cavalleria che pugnava di lontano e fuggendo, talchè a nulla approdava la pesante fanteria romana; sconfiggevasi il nemico, nol si vinceva mai; si procedeva conquistando, e morivasi di fame. Alfine côlto dai Parti nella spianata di Carre, Crasso vide da essi bersagliate le indifese legioni: il figlio di lui non potendo sottrarsi, si uccise dopo combattuto valorosamente. Quando il teschio ne fu veduto confitto su lancia nemica, i Romani torcevano spaventati, ma Crasso: — Me solo tocca questo lutto. Roma non è vinta purchè intrepidi voi reggiate. Se vi prende compassione di un padre orbato, mostratemelo col vendicarlo su quei barbari».

In questo mezzo le freccie, colpendo incessanti e d'ogni banda, causavano una morte sì tormentosa, che molti preferivano accelerarla coll'avventarsi contro la cavalleria. Crasso, fuggendo con pochi, si trovò avviluppato ne' pantani e forviato da false guide. Dal surena invitato a parlamento, sebbene sospettasse d'insidie, vi si trovò costretto dalle grida de' suoi, e tra via diceva ai seguaci: — Tornati in sicurezza, per l'onore di Roma dite che Crasso perì deluso dai nemici, non abbandonato dai cittadini». Il surena gli fece ogni mostra d'onoranza; ma ben tosto cominciò una baruffa, dove Crasso restò ucciso. La sua destra e la testa furono presentate a Orode, il tronco lasciato alle fiere: diecimila uomini, sopravissuti al doppio d'uccisi, caddero prigionieri, e dimentichi della patria servirono i nemici, e ne sposarono le figliuole[140].

Il surena entrò in Seleucia fra i teschi e le insegne romane, trascinandosi dietro uno vestito da Crasso, con littori e guardie, borse vuote alla cintola, e una banda di donnacce, cantanti lascivie ed oltraggi ai vinti; e presentò al patrio senato una copia delle impudiche _Favole Milesie_, trovata nel sacco d'un uffiziale romano; come a dire che nulla di meglio dovea sperarsi da gioventù, la quale piacevasi in libri siffatti. Orode fece colare dell'oro nella bocca di Crasso, per insultare l'avara sua sete; poi assalì la Siria, sperando coglierla sguernita. Il luogotenente Cassio fu pronto alla riscossa; ma la sconfitta di Crasso non lasciò più ai Romani proferire il nome dei Parti senza un profondo terrore.

CAPITOLO XXVI.

Seconda guerra civile.

Con Crasso periva l'unico che potesse mantenere l'equilibrio fra Cesare e Pompeo, i quali l'odio reciproco dissimulavano per tema che quello, accostandosi all'altro, di là piegasse la bilancia. La rottura (55) fu accelerata dalla morte di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente. Pompeo, benchè fosse rimasto in Roma, levò un esercito col pretesto di proteggere la tranquillità, in fatto per dominar le fazioni e non valere da meno degli altri triumviri. Domizio Enobarbo riuscito console (54), avrebbe voluto por freno all'esorbitante potenza, sorretto anche da Catone: ma s'accôrse di non valer nulla contro le armi, in tempo che ogni elezione diventava opportunità di traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le pubbliche cose, niun altro partito restava che o fiaccamente assentire coi più, o dissentire invano[141].

Il governo di Roma, come tutto ciò ch'è patriarcale, supponeva una certa bontà: l'equilibrio suo consistendo nell'esteso diritto di opporsi, bisognava non lo spingessero all'estremo nè il senato nel negare gli auspizj, nè il tribuno nel mettere il veto: e poichè riduceasi in fatto a due governi posti paralleli, quel della plebe e quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli camminare d'accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi, tutto si sovverte; le fazioni bollono ogni giorno peggio; se il tribuno mette il veto è deriso, o si mandano bravacci a sgomentarlo e far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le spesse uccisioni fanno sentire la necessità d'un freno dittatorio. Pompeo, che credevasi l'unico uomo da ciò, voleva che il popolo se ne capacitasse, e venisse a porglielo in mano; ma afferrarlo non osava, e intanto lasciava prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, perdeva la popolarità. All'occasione dell'assassinio di Clodio fu proposto di conferirgli la dittatura (52), poi si stimò meglio farlo console da solo, e tale rimase sette mesi, per quanto protestassero Catone e la parte conservatrice: ma egli, non che s'ardisse all'estremo, indietreggiò, eleggendosi a collega Metello Scipione; col che, e collo sposarne la figlia Cornelia si riconciliò gli oligarchi. Allora solo mostrarono accorgersi che Cesare, per via de' suoi emissarj e coll'appoggio dell'esercito, s'avviava alla dominazione, sicchè il senato implorò Pompeo siccome tutore della libertà: ma che libertà, dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d'un cittadino?

Cesare, gran guerriero, grand'oratore, gran politico, uom di dottrina e di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario, il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d'attenzione sì robusta che ad un tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro segretarj; coll'aspetto dignitoso e coll'efficace parola domina le assemblee, reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall'estrema Bretagna all'Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne' _Commentarj_, che sono insuperabile modello di Memorie. Mentre poi i suoi emuli ritorcevano l'occhio verso il passato, egli lo spingea verso l'avvenire; donde una franchezza d'operare, sconosciuta a quelli; e ne' suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla giustizia.

Pompeo, che aveva creduto far di Cesare uno strumento, non voleva nè confessare al senato d'essersi concertato con quello per isfasciare la repubblica, nè a se stesso d'essersene lasciato illudere; donde un'esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console, ligio a Pompeo, propose al senato di richiamare Cesare (51), prima che ne spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo, sino a far battere un senatore di Como, all'unico scopo, diceva, che, tornando nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole. Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo dell'Africa e della Spagna: anzi, fidato in un robusto partito e nell'esercito (50), chiese di esservi riconfermato; e perchè le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione, che alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo confermerà questa».

Per verità, chi potea credere che Cesare si restituisse come privato in Roma, dopo vissuto come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente da re era la potenza d'un capo d'esercito[142]. Anche stando colà, coltivavasi l'amor dei Romani col fabbricare in città un nuovo fôro, per la cui area soltanto spese sessanta milioni di sesterzj, e nel campo Marzio porticati di marmo e tettoje ove ricoverarsi al tempo de' comizj. Nella Gallia, come eroe a conquistarla, così appariva prudente a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniano quel lago delizioso.

Così rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, col pretesto di ringraziarle del voto dato ad Antonio augure, suo raccomandato; e v'ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e vittime. Nel verno tornava di qua dall'Alpi? al suo quartiere accorreva quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori: udivansi vittorie di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di supplicazioni. Intanto, facendosi scrivere tutte le cose e piccole e grandi[143], teneva d'occhio le ordite dell'emulo, e con prestezza e accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l'oro, coll'altra tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare sel comprò con mille cinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione Scribonio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il guadagna col rilevarlo dagl'immensi debiti, sicchè invece suggerisce di prolungare ad entrambi il comando, o entrambi destituirli. Ebbe un bel tergiversare il senato, il popolo convertì in legge la proposta, la cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani: ma nè Pompeo nè Cesare aveano in animo di deporre un imperio con sì lunghe arti procacciato; solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile vedeano la caduta della repubblica.

Di che Cicerone scriveva: — L'uno non vuol padrone, l'altro non soffre eguale: Cesare pensa a conquistar il trono, Pompeo vuol farselo donare»; trovava pericoloso l'appoggiare tutta la pubblica cosa sopra uno che ogni anno faceva una malattia mortale; ma d'altro lato non osava chiarirsi contro Cesare, a cui era debitore di grossa somma[144], e domandava: — Il partito de' buoni qual è? forse il senato, che lascia le provincie senza governo? forse i cavalieri, che mai non furono per la repubblica, ed ora caldeggiano Cesare? forse negozianti e agricoli, che non desiderano se non il quieto vivere? Noi combattiamo, ma in modo che, se vinti ne andrà la vita, se vincitori la libertà». Riconosceva dunque ch'era più onesto seguir Pompeo, ma che in ogni modo la repubblica era sagrificata. Catone, immobile come il dio Termine, non poteva distinguer chiaro con quale dei due partiti cozzanti stesse la ragione; ma scevro d'ambizione personale, fedele alle idee vecchie, più non portò corone, vestì il lutto, e diceva: — Se vince Pompeo, io mi esiglio da Roma; se Cesare, mi uccido».

Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti sentivano imminente lo scoppio, niuno ne volea la responsabilità. Ma a ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la sua bandiera tutta la patria; onde, allorchè Cicerone, desideroso d'entrar mediatore, gli chiese quali forze opporrebbe a Cesare, rispose: — Ch'io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni». Questa prosuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava e invigoriva le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico e custode del popolo contro le esuberanze de' suoi nemici, soprattutto fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli, Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia importantissima perchè i cittadini romani v'esercitavano i traffici loro principali[145]; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese di là e di qua delle Alpi, conferiva a chi la governasse l'arbitrio di condurre l'esercito fino al territorio sacro d'Italia. Destreggiavasi però a declinare da sè ogni illegalità e fin il sospetto d'ambizione; ai primi rumori aveva scritto al senato, — Eccomi prontissimo a lasciar l'esercito e le Gallie, purchè mi si diano l'Illiria e due legioni»: domanda che sapeva gli sarebbe disdetta. Il senato gli ordina di licenziare una legione per ispedirla in ajuto di Lentulo contro i Parti, ed egli obbedisce senza por tempo in mezzo: Pompeo gli chiede di restituirgliene un'altra affidatagli già tempo, ed egli lo fa, ma non prima d'essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i soldati.

Al contrario, Marcello, Lentulo, Scipione, altri fautori del senato e di Pompeo, il quale ormai faceva causa con quello, troncarono le peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo entro cui deponesse ogni impero, o sarebbe dichiarato nemico della patria; e scacciarono ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marc'Antonio che si opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l'inviolabilità del loro uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e l'equità e la forza. Il senato (49) vedendo ormai calarsi quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori provvedano alla salvezza della repubblica; Cesare rassegna l'esercito a Lucio Domizio; e Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar le truppe»; al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio alle cose».

È dunque gettato il guanto: se Cesare lo raccoglie, la guerra civile è rotta. Tutti i giorni pertanto radunavansi i senatori, e andavano a trovar Pompeo, il quale, essendo divenuto generale, secondo le leggi dovea tenersi fuor di città, e che ebbe l'incarico di levare trentamila Romani e quanti ausiliarj credesse, con autorità illimitata come re. In Capua Cesare manteneva molte centinaja di gladiatori, esercitati maestrevolmente, e disposti ad ogni cenno del padrone; e Pompeo li sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilio Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna, l'Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero il littorale; altri suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.

Nè Cesare dormiva. Eccitati a indignazione i soldati col mostrare i tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben finite imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell'Italia senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia avevano remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato, coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma, qui t'arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico, come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai sacri penetrali»[146]. Cesare stette alcun tempo librando fra sè gli orrori d'una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere giusto sempre, fuor quando si tratti d'un regno? Esclamando adunque, — Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.

Allora sì fu in Roma la costernazione; allora apparve la vanità dei nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un sol uomo, o in un solo mettere tutte le speranze. I senatori tentennano ne' consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri, ingombro d'ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si faccia; gli speculatori di rivoluzione adocchiano da qual parte spiri maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli garrisca, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar consiglio[147]. E consiglio migliore gli sembrò il più disperato; abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse. Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone Cesare, ed asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.

Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s'avvicina; oggi il corriere porta ch'egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere ne' diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l'esempio d'un nuovo modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e l'umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si ritira a Brindisi nell'estremità meridionale dell'Italia; ma Cesare, ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l'assedia: se non che, avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l'Oriente, lasciando il campo all'emulo che, in sessanta giorni conquistata l'Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.

Quivi simulando rispetto a quell'antiquata legalità che il suo brando spezzava, accampa ne' sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir ascoltare l'arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa sopra il nemico.

Sul tesoro accumulato contro i Galli fin dai tempi di Brenno, non tocco neppure nelle necessità di Pirro, d'Annibale o delle fazioni, Cesare pose le mani dicendo, — Io ho dispensata Roma dal suo giuramento, poichè più non v'è Galli». Dall'erario pubblico, lasciato sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d'oro[149], spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro la vincitrice. Spedì governatori suoi in tutte le provincie, Marco Antonio per l'Italia, Cajo Antonio nell'Illiria, Licinio Crasso nella Cisalpina; ad Emilio Lepido affidò Roma da governare, a Dolabella ed Ortensio la flotta; e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo nell'Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: — Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo poi un generale senza esercito».