Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 14

Chapter 143,599 wordsPublic domain

E la repubblica nel decennio ch'egli avea combattuto nelle Gallie, sopraffannata dall'anarchia, pareva un cavallo bizzarro che ha bisogno di un domatore. Lo impoverire de' molti rendeva onnipotenti i pochi ricchi; i comandi prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola testa avvezzavano a identificare la causa nazionale con un uomo; talchè non parlavasi più della repubblica, sibbene di Cesare e Pompeo, sopra i quali ormai si concentra l'interesse. Ma in queste ultime lotte nulla appare di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un passare dall'anarchia all'oligarchia, e sempre il governo personale, appoggiato sulla violenza e sui bravacci; e come prima gli schiavi erano stati ruina dell'agricoltura, così adesso i gladiatori erano ruina della costituzione.

Crescendo più sempre le conquiste, ad ogni occhio veggente appariva come Roma fosse base troppo angusta a tanta mole. Il Governo era decrepito, ben più che non fosse degradato il popolo soggetto; e l'immensa corruttela rodeva i nobili, infraciditi nella ricchezza, e chiedenti dalla civiltà greca incredulità e godimenti, e la plebe oziosa, tumultuante, vendereccia di Roma. — Si abbattano le barriere oligarchiche; s'introduca nella città tutto il mondo», esclamava Cesare: ma al patriotismo angusto parea che con ciò si disacrasse la terra degli avi. Campione di questo presentavasi Catone, umore intrattabile, differendo affatto per iscopo e per mezzi dal grosso del partito ch'egli onorava: ma oltrechè la legalità è migliore per attaccare che per difendersi, consiglio ed ajuti non poteva egli chiedere se non da un corpo corrotto, da vecchi indolenti e rugginosi, che avevano perduto il senso morale e ogni sentimento di dignità, o da giovani violenti, febbricitanti d'orgoglio non men che di libidine. Pretendendo piegare la rigidezza delle cose all'inflessibilità de' principj, egli noceva alla patria col volerla ritrarre verso un passato che più non era possibile resuscitare, invece di timoneggiarla nel dirigersi all'inevitabile avvenire; inveiva contro il vincitore dei Galli, spargea sospetti sovra Pompeo, contrariava Cicerone, ricorreva a rimedj locali in una malattia di costituzione. Tentò por modo alla sfacciata venalità delle cariche col processare chi comprasse i suffragi, e indispettì la turba che vivacchiava di quel traffico: del resto i candidati non più alla moltitudine dirigevano le brighe, bensì ai triumviri ed ai consoli, contrattando con essi la cercata dignità. Muzio Scevola tribuno sventò anche tale mercato coll'interrompere l'assemblea ogniqualvolta scoprisse broglio nell'elezione dei consoli, ma che ne seguì? rimase sospesa questa magistratura.

Cicerone ravvisava questi sbagli di Catone: ma, all'opposto della costui fermezza, egli mancava della risolutezza ch'è necessaria ad uomini di Stato; e vuolsi altra che eloquenza a condurre un paese. Per sovvertire poi l'ordinamento antico si chiedeva una poderosa abnegazione di se stesso; nè l'avvenire potea prevedersi da chi lo mirava traverso agli amori e agli odj proprj, alle proprie speranze, ai proprj timori.

Il consolato di Cicerone fu insigne se altro ne ricorda la romana storia: ma troppo presto egli dimenticò quel che di straordinario e fuggevole ha la fortuna. Gonfio del togato trionfo, non rifiniva dal preconizzarlo; e Catilina, e il minacciato incendio, e gli aguzzati pugnali erano o tema o episodio inevitabile d'ogni suo discorso. Sul proprio consolato scrisse commentarj in greco e un poema in tre canti; e sollecitava Lucio Lucejo a volere esporlo alla posterità in modo benevolo, ch'egli stesso gliene somministrerà i documenti[122]. Fin gli onori del trionfo ambì dopo la spedizione contro i Parti; e querela Catone perchè non ne abbia sostenuto la domanda, e Pompeo che abbia scritto lettere al senato senza un motto di congratulazione pel vinto Catilina[123].

Però la gloria quanti disinganni non prepara a chi se n'appassiona! Cicerone medesimo con inarrivabile lepidezza racconta come, durante la sua questura a Lilibeo in Sicilia, teneasi persuaso che Roma di null'altro parlasse che de' benemeriti suoi, egli liberale coi municipj, egli disinteressato cogli alleati, egli pacificatore delle liti, egli in gran carenza di viveri avea provveduto di grani la metropoli. Reduce coll'idea che la patria non pensasse che a ringraziamenti e ricompense, tra via fermossi a' bagni di Pozzuoli, dov'era concorso il bel mondo della città; ed ecco il primo che scontra gli chiede che s'abbia di nuovo a Roma. Cadde il fiato a Cicerone a tal dimanda, e rispose che veniva dalla provincia. — Ah ah, dall'Africa?» rispose il galante. — No, dalla Sicilia», replicò secco lo stomacato Cicerone; ed uno che ascoltava, volendo mostrarsi meglio informato, soggiunse: — Che? non sai che stette questore a Siracusa?» Pensate come dovesse indignarsene Cicerone; ma prese il partito di fingersi capitato alle acque come gli altri, e si convinse che il popolo romano, quanto acuto l'occhio, tanto avea dure le orecchie.

Ma non sempre chi operò insignemente riesce a ottenere l'oblìo de' suoi contemporanei; rado gli è perdonato il ben che fece; e l'invidia si rassegna a tollerare le violenze, ma non che uno si compiaccia d'avere recato vantaggio. Tullio da troppi era preso in uggia, e ce ne rimane testimonio una stizzosa invettiva, attribuita a Sallustio, nella quale (lasciam da banda le ingiurie contro i costumi di lui, della moglie, della figliuola) gli si diceva: — Vantarti della congiura soffogata! dovresti vergognarti che, te console, la repubblica sia stata sovversa. Tu in casa con Terenzia tua risolvevi le cose, e chi condannare a morte, chi multare in denaro, secondo te ne entrava talento. Un cittadino ti fabbricava l'abitazione, uno la villa di Tuscolo, uno quella di Pompei, e costoro erano i belli e i buoni: chi nol volesse, quello era un ribaldo che ti tendeva insidie in senato, veniva ad assalirti in casa, minacciava fuoco alla città. E ch'io dica il vero, qual patrimonio avevi, e quale or hai? quanto straricchisti coll'azzeccare liti? con qual cosa ti procacciasti le ricche ville? col sangue e colle viscere dei cittadini; tu supplice cogli inimici, tu burbanzoso cogli amici, turpe in ogni tuo fatto. Ed osi dire, _O fortunata Roma, me console nata?_ Sfortunatissima, che sostenne una pessima persecuzione, allorchè tu ti recasti in mano i giudizj e le leggi. E pur non rifini di tediarci esclamando, _Cedano l'armi alla toga, i lauri alla favella_; tu che della repubblica pensi una cosa stando, un'altra sedendo; banderuola non fedele a vento alcuno»[124].

Tullio rimaneva più esposto agli attacchi perchè non apparteneva all'antica compatta aristocrazia, ma come _uomo nuovo_ munivasi solo dei proprj meriti. Perciò il senato, per quanti servigi ne traesse, amava vederlo umiliato, onde mostrare quanto poco potesse chi non vantava gran natali e grandi ricchezze: l'egoista Pompeo lo facea bersaglio di sdegni, coi quali voleva ostentare potenza e offendere il senato, senza pericolo d'inimicarsi qualche gran casa: Cicerone stesso, attonito d'un coraggio che non era nell'indole sua, aveva bisogno d'appoggio per non parere barcollante, sicchè facea lo scontento eppure curvavasi, parteggiava ora per l'uno ora per l'altro, com'è troppo facile in tempi agitati, dove appajono più gli uomini che i partiti. Avverso in origine a Cesare e a Crasso, quando li vide d'accordo li blandi; fautore infervorato di Pompeo, sino a professare di creder giusto e vero tutto ciò che era utile o piacevole a questo[125], dappoi gli scoccava motti, accennava lo scopo ed i pericoli del triumvirato, istigava Catone ad opporvisi, e ostentava coraggio ogniqualvolta non fosse compromettente. Fece dispetto ai potenti quella libertà; e mentre avrebbero potuto facilmente cattivarselo, per esempio col dargli la carica d'augure che ambiva[126], stimarono meglio aizzargli incontro Publio Clodio.

Costui, dell'illustre casa Claudia, rottosi alla petulanza e al disordine, avea diffamato la sua gioventù con infando libertinaggio[127]. Per costume antichissimo, allo scorcio dell'anno consolare si radunavano le dame primarie colle Vestali, offrendo un sacrifizio alla Bona Dea, il cui nome ad esse sole era conosciuto; nè alcun uomo, foss'anco il padrone di casa, poteva entrare alle religiosissime cerimonie; gettavasi persino un velo sopra le immagini d'uomini o d'animali maschi. Celebrandosi questa solennità in casa di Giulio Cesare sommo pontefice (59), Clodio, che amoreggiava la costui terza moglie Pompea, e non avea modo di vederla, s'accontò con lei per entrarvi travestito da cantatrice. Ma una schiava lo scopre, i misteri sono interrotti, chiuse le porte, Clodio espulso ad improperj, e tutta la città a rumore. Clodio viene accusato come sacrilego; ma aveva e denari per corrompere, e lascivie per guadagnare[128], e cagnotti per atterrire. Narrossi che il console Calpurnio Pisone, invece delle due iniziali d'assoluzione e di condanna, facesse distribuire al popolo sole lettere assolutorie; invano Catone tentò sospendere il menzognero giudizio; Catulo diceva esser poste le sentinelle non a prevenire un tumulto, ma a tutelare il denaro, dai giudici ricevuto; Cesare stesso, per non disamicarsi la moltitudine, dichiarò che nulla aveva da imputare a Clodio; pure ripudiò la donna, dicendo: — Nemmanco sospetti devono cadere sulla moglie di Cesare».

Così ogni avvenimento privato pigliava importanza di pubblico pel mescolarvisi delle fazioni e per la potenza personale. Clodio in una sommossa uccide un tribuno del partito di Pompeo; e temendo non ne resti peggiorata la sua causa, fa assassinare un tribuno del partito proprio, per incolpare gli avversarj: spediente non dimenticato ai nostri giorni. Nel territorio di Rusella, paese della maremma già spopolato, facea guerra alla strada Aurelia, tanto che non si potette tampoco con sicurezza spedir un corriere a Decio Bruto proconsole a Modena. Imbaldanzito poi dall'impunità, e stipendiato un branco di gladiatori, facea tremare quei poveri liberti che ormai soli rappresentavano nel fôro la maestà del popolo romano; e benchè nobile, si fece adottare da un popolano (58), per essere eletto tribuno della plebe. Allora, spalleggiato dai triumviri che sotto la sua maschera esorbitavano, si affezionò il vulgo con proporre distribuzioni che consumavano un quinto delle pubbliche entrate; i ricchi corrotti col tôrre ai censori il diritto di degradare i senatori e i cavalieri senza formale giudizio. La distribuzione delle provincie che ai consoli facevasi a sorte, Clodio la fece attribuire ai comizj tributi, nei quali si assegnarono estesissime regioni a ciascuno.

Tra per odio personale, tra per istigazione de' triumviri, tra per ingrazianire la plebaglia, sempre smaniosa di buttar nel fango gl'idoli di jeri, Clodio aguzzava i ferri contro Cicerone. Il quale vedendo in aria il nembo, comprossi il tribuno Lucio Mummio perchè costantemente si opponesse al collega: ma Clodio giurò a Cicerone che nulla imprenderebbe contro di lui, purchè ritraesse Mummio dalla sistematica opposizione. Pompeo e Cesare ne stettero mallevadori, e Cicerone lasciossi cogliere al laccio; ma Clodio, toltosi quel contraddittore, fa decretare dal popolo non esser mestieri d'augurj per le leggi proposte ai comizj dai tribuni, mirando con ciò a rimovere l'ostacolo della religione che potessero frammettere gli amici del nemico suo.

Allora porta una legge che dichiara reo chi avesse mandato al supplizio un cittadino senza la conferma del popolo. Tullio comprese che era macchina contro di sè, onde vestì a corrotto, lasciò crescersi la barba, supplicava gli amici a difenderlo; il senato stesso s'abbrunò, finchè i consoli ordinarono riprendesse la solita porpora; duemila cavalieri in lutto pregavano per Cicerone, e gli faceano scorta contro i bravacci di Clodio, che insultavano l'umiliato oratore, e dispensavano coltellate. Cicerone, scoraggito quanto dianzi era borioso, chiedeva dagli altri il consiglio che non trovava in se stesso. Lucullo gli suggeriva di durar saldo, e a capo de' cavalieri e de' ben intenzionati sperdere gli avversarj; Catone ed Ortensio l'esortavano non imitasse Catilina, e si conservasse incontaminato; Cesare proponeva sottrarlo al nembo, conducendolo seco come luogotenente nella Gallia; onorevole proferta, che egli non accettò, onde Cesare se gli fece apertamente nemico. Pompeo s'era ritirato ad Alba, nè gli diede ascolto; sicchè Cicerone indispettivasi di costui, che lodandolo in viso, dietro le spalle l'invidiava, e che al fondo non avea nulla di onesto nella politica, nulla d'insigne, di vigoroso, di franco[129].

Da Clodio accusato davanti alle tribù dell'uccisione di Lentulo, di Cetego e degli altri cavalieri romani, Cicerone cedette alla procella, e uscì di città nottetempo. Il terrore sparso da Clodio gli faceva più amari i passi della fuga: si vide chiusa Vibona, città della Lucania da cui era stato eletto protettore; si trovò respinto dalla Sicilia, campo di sua gloria durante la questura, poi sua protetta contro Verre[130]; ricevette intrepida ospitalità da Lenio Flacco a Brindisi, ma non vi si credette sicuro, e prese il mare. Approdato a Durazzo, non che la cortesia gli addolcisse il fiele dell'esiglio, fiaccamente sconsolavasi, sempre gli occhi, sempre il parlare vôlti alla patria[131]; onde quei Greci, dopo esaurite tutte le consolatorie che la scuola insegnava, e di cui Cicerone stesso faceva parata nelle filosofiche quistioni, mettevano in campo sogni ed augurj per assicurarlo d'un sollecito richiamo. Aspettando il quale, si conduce a Tessalonica: quivi piange, si dispera, desidera morire, vuole uccidersi; tutti modi di far parlare di sè quando teme che il mondo lo dimentichi.

Clodio, esultante come d'un trionfo, fece decretare bandito Cicerone a quattrocento miglia dalla città e confiscati i suoi averi, demolirne la casa e le ville, e consacrare dai pontefici l'area dov'erano sorte, perchè più non potessero venirgli restituite. Dov'erano allora gli amici, i beneficati di Tullio? dove i cavalieri ch'egli avea messi in istato? Tristo il paese dove non si osa chiarirsi pel perseguitato! sciagurata libertà dove l'ingiustizia fatta ad uno non si considera comune! Solo Catone si opponeva e protestava; onde Clodio per disfarsene (58) lo fece deputare a pigliar possesso del regno di Cipro, che i Romani pretendeano per un testamento di Tolomeo Alessandro II.

Ai triumviri più non rimase ostacolo; ma Clodio era una lama che tagliava anche le mani che la impugnavano. Fattosi da Lucio Flavio consegnare il figlio di re Tigrane affidatogli da Pompeo, il rimandò in Armenia, fomite di turbolenze: Pompeo se ne tenne insultato, e pensò vendicarsi dell'audace demagogo col revocare Cicerone. La proposta fu dal senato ricevuta siccome una rivincita sopra la parte popolana. Quando venne sporta alla plebe, Clodio comparve nel fôro circondato da' suoi accoltellatori per atterrire gli amici di Cicerone, per frapporre, come dicea questi, un lago di sangue al suo ritorno: ma Tito Annio Milone, italiano di Lanuvio e genero di Silla, collega di Clodio e non meno manesco, fece altrettanto; e mentre le due masnade stavano guatandosi in cagnesco, il richiamo passò.

A volo Cicerone fu a Roma in un vero trionfo (57), di cui non farà meraviglia chi abbia visto la leggerezza delle moltitudini che festeggiano del pari un pontefice o un tavernajo. Per verità i quotidiani battibugli aveano stancato a segno, che non Roma solo, ma tutta Italia desiderava riposo, e avea chiesto il richiamo di Cicerone come una riscossa contro la violenza, e perchè egli era simbolo della libertà regolare, dell'alzamento d'un uomo nuovo contro la fazione patrizia cui appartenevano Catilina, Clodio, Cesare, delle volontà comuni e moderate contro le personali e violente. Già quando si erano posti all'asta i suoi beni, nessuno avea voluto dirvi: allora poi tutte le città municipali, tutte le colonie sul suo passaggio gareggiavano a festeggiarlo; il senato gli uscì incontro fino a porta Capena, e il condusse in Campidoglio, donde a spalle venne portato a casa. Fu una delle più giuste sue compiacenze, e — Qual altro cittadino, da me in fuori, il senato raccomandò alle nazioni straniere? per la salvezza di quale, se non per la mia, il senato rese pubbliche grazie agli alleati del popolo romano? Di me solo i padri coscritti decretarono che i governatori delle provincie, i questori, i legati custodissero la salute e la vita. Nella mia causa soltanto, da che Roma è Roma, avvenne che per decreto del senato, con lettere consolari si convocassero dall'Italia tutti quelli che amassero salva la repubblica. Quel che il senato non mai decretò nel pericolo di tutta la repubblica, stimò dover decretare per la mia salute. Chi più fu richiesto dalla curia? più compianto dal fôro? più desiderato dai tribunali stessi? Ogni cosa fu deserto, orrido, muto al mio partire, pieno di lutto e di mestizia. Qual luogo è d'Italia, ove ne' pubblici documenti non sia perpetuata la premura della mia salvezza, l'attestazione della dignità? A che serve rammemorare quel divino consulto del senato intorno a me? o quello fatto nel tempio di Giove ottimo massimo, quando il personaggio che, con triplice trionfo, aggiunse a quest'impero le tre parti del mondo, proferì una sentenza, per cui a me solo diede testimonianza di aver conservata la patria: e quella sentenza fu dall'affollatissimo senato approvata in modo, che un solo nemico dissentì, e ne' pubblici registri fu la cosa tramandata a sempiterna memoria? o quel che il domani fu decretato nella curia, per suggerimento del popolo romano e di quelli accorsi dai municipj, che nessuno frapponesse ostacoli, o causasse indugio in grazia degli auspicj; chi lo facesse, s'avrebbe qual perturbatore della pubblica quiete, e il senato lo punirebbe severamente? Colla quale gravità avendo il senato remorata la iniqua audacia di alcuni, aggiunse che, se ne' cinque giorni in cui si poteva trattare del fatto mio, nulla fosse risolto, io tornassi in patria e in ogni dignità... Il mio ritorno poi chi ignora qual fosse? come venendo, i Brindisini mi abbiano, per così dire, sporta la destra di tutta l'Italia e della medesima patria? e per tutto il viaggio le città italiche apparivano in festa pel mio ritorno, le vie affollate di deputati spediti d'ogni onde, le vicinanze della città fiorenti d'incredibile moltitudine congratulante: il passaggio dalla porta Capena, l'ascesa al Campidoglio, il ritorno alla casa furono tali, che fra la somma allegrezza io mi accorava che una città così riconoscente fosse stata misera ed oppressa»[132].

Rimesso nel senato, e mal vôlto ai nobili che aveano favorito Clodio, si pone coi triumviri che almeno non eran gente da tumulti e da violenza, e che sopportati in pace, assicurerebbero il riposo: col ringiovanito suo credito sostenne Pompeo, di cui il recente benefizio redimeva l'anteriore abbandono; e forse esagerando la carestia, fecegli attribuire la commissione di tenere provveduta di grani la città per cinque anni, con pieno potere sui porti del Mediterraneo: commissione amplissima, che rinnovava il governo personale. In compenso il Magno gli fece dai pontefici restituire lo spazzo della casa, ed assegnare dal pubblico due milioni di sesterzj per riedificarla, cinquecentomila per la villa tusculana, ducencinquanta per quella di Formio.

Vanità smodata, oscillante volontà, debolezza di propendere sempre alla parte fortunata, indifferenza per la causa popolare, scarsa avvedutezza ne' politici maneggi, inettitudine a innestare sull'antico ceppo patrio i nuovi talli, sono macchie sulla splendida memoria di quest'uomo, d'altra parte meritevole di tanta stima ed affetto. Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile all'operare, per sete di gloria e di popolarità ogni cosa riconduce a sè; egoista di buona fede, ambisce di comparire più che di comandare, vuole il consolato non pel rigore de' fasci, ma per la pompa della sedia curule; il rispetto umano gl'infonde un coraggio fittizio, in cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma la vanità lo rende stromento degli ambiziosi, dai quali ha molto da sperare o da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzichè per rancore; a momenti vigoroso, più spesso vacillante e disilluso, eppure ostentando coraggio, e dolendosi quando vede dubitarsene: sopra ogni cosa distende lo splendido velo dell'arte e dell'eloquenza. Ben comune doveva essere la crudeltà, se apparve persino in lui letterato e timido, il quale sollecitò l'uccisione de' Catilinarj, consigliava a colpire Antonio insieme con Cesare, e ripeteva: — Se vorremo esser clementi, non mancheranno mai guerre civili». La posterità, malgrado i difetti di lui, potrà dimenticare come spesso egli ardì farsi eco della pubblica indignazione contro ribaldi, da' cui coltelli non era chi l'assicurasse? E per noi è confortante il vedere quest'oscuro Arpinate sorgere per forza d'ingegno sino a meritar il nome di padre della patria, a primeggiare in senato, ad emulare inerme il trionfo de' guerrieri, a subire la gloria d'un esiglio riguardato come pubblico lutto, ad acquistare potenza colla parola dove tant'altri se la procacciavano colle spade e coi coltelli.

Del resto egli era buon uomo, buon cortigiano, buon compagnone nelle brigate[133]; e per Roma facevano fortuna le sue arguzie, raccolte poi da Tirone, suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le sportule, ma pei legati che ciascun ricco testando lasciava a chi avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone toccò per venti milioni di sesterzj[134], onde crebbe di case e di poderi; e sebbene nelle provincie s'astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso d'arti, potè splendidamente ospitare gli amici, e per mantenere suo figlio a studio in Atene spendeva l'anno ingente somma.

Catone, che disapprovava costantemente i gladiatori e gli atleti, come gente sempre alla mano di chi volesse atterrire la città, n'aveva però allevato una partita; e procurò venderli, ma senza far rumore. Milone mandò comprarli, poi divulgò il fatto: la città ne fece le risa grasse[135], e Milone con questi bravacci teneva in rispetto Clodio, ostinato a impedire si ricostruissero le ville di Tullio. Avendo Clodio (53) messo il fuoco alla casa del costui fratello, Milone gliene dà accusa. Clodio dunque briga l'edilità, ottenuta la quale, sarà inviolabile: ma Milone dichiara che gli auspizj sono sfavorevoli, e l'elezione viene prorogata. Al nuovo giorno, Clodio fa occupare il fôro da' suoi satelliti, acciocchè l'elezione si compia prima che Milone pronunzii sopra gli auspizj: ma che? Milone già vi ha disposto i suoi nella notte. E così prolungasi d'oggi in domani, finchè gli Italioti non sieno stracchi di venir dal loro paese a tumultuare in Roma. E quando Pompeo arringa in favor di Milone, i bravi di Clodio lo fischiano, Clodio gli avventa dalla tribuna ingiurie a gola, per tre ore si ricambiano urli, bassi insulti, osceni lazzi, infine si vien ai sassi e ai pugni; Clodio è messo in fuga; Cicerone fugge anch'esso per paura che «nel tumulto non avvenga qualcosa di male»[136].