Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 13

Chapter 133,568 wordsPublic domain

Quanto si forbisse dall'universale corruttela ne diede prova il popolo allorchè, ai giuochi Floreali, volendo chiedere una danza oscena, aspettò ch'egli fosse uscito da teatro; e in proverbio correva, «Non lo crederei se lo dicesse Catone». Svergognò il ribaldo Clodio talmente, che questi se ne andò dalla città; della qual cosa ringraziandolo Cicerone, egli rispose, — Ringraziane la città, per cui solo vantaggio io opero». Eletto questore, di una carica che prima si ambiva per l'opportunità del depredare, fece un impiego dignitoso: pagò quanto il pubblico doveva a privati, ma riscosse fino a un quattrino quel che privati doveano all'erario: e trovate le quietanze de' sicarj e degli spioni al tempo di Silla, li denunziò, e costrinse a riversare il denaro. Concorrendo al consolato, sdegnò fare i soliti brogli, ed ebbe un rifiuto; onde Cicerone lo rimproverava che, mentre la repubblica sentiva tanto bisogno di un tal uomo, egli non si fosse adoperato abbastanza per collocarsi in un posto ove le potea giovare. Un'altra volta andandosene di città, scontrò Metello Nepote, tristo arnese che veniva a brigare il tribunato: e tosto egli si volse indietro a domandarlo per sè, e giurò di accusare qualunque desse un soldo per comprar voti.

Metello Nepote era creatura di Pompeo, e voleva indurre a richiamar questo coll'esercito per chetare la città, allora agitata da Catilina: ma Catone, avvedutosi che si volea rendere onnipotente Pompeo col mostrarlo necessario, adoprò le dolci per dissuadere Metello, poi giurò che mai non lascerebbe passare la proposta. Invano senatori e parenti s'interposero; invano trovò il fôro pieno d'armati e gladiatori; egli s'avanza intrepido, a Metello strappa di mano le tavolette, e perchè si ostinava a parlare, gli chiude la bocca. Allora Metello fa segno agli accoltellatori; i cittadini voltansi in fuga; Catone rimane esposto a sassi e bastoni; al fine arriva chi lo difende, ed egli salito in ringhiera, si congratula col popolo che non avesse dato ascolto al tribuno fazioso e micidiale alla libertà.

Ma la virtù sua era dottrinale; poneva mente a Roma, non all'umanità; al dovere imposto dalla legge, non a quello che viene dalla natura. Trafficava di schiavi e di gladiatori; al ricco Ortensio cedette Marzia sua moglie, salvo a riprenderla arricchita; perseguitò con satire violente Metello, che lo avea prevenuto nel cercare un'altra moglie. Così erano incerte e a sbalzi le virtù fra gli antichi! Oltrechè il suo attaccamento al passato non gli lasciava intendere i miglioramenti di cui era bisognoso e capace il presente, ed ostinavasi a trascinare a rimorchio la progredita umanità; col che per altro valse alcun tempo a rallentare il moto che colla soverchia foga poteva sovvertirla.

Tutt'altro uomo, e di gran lunga superiore a tutti questi, Cajo Giulio Cesare (n. 100) fu uno de' maggiori personaggi dell'antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane, pallido, battuto dall'epilessia, avvolto con affettata negligenza nella lassa toga; però l'atante statura, l'occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentìa negli esercizj ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir con vigore. Non v'avea soldato più di lui robusto o paziente a domar cavalli, sostenere i soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di cinquanta miglia il giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse ancora a compire[114]; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da' suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua madre, — Oggi mi rivedrai pontefice o esigliato»; presto gl'inducono la persuasione che l'unico posto a sè conveniente è il primo. D'altra parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re, quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere l'autorità sua.

A diciassette anni trovatosi di fronte a Silla, osò disobbedirlo col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; il dittatore sanguinario lo proscrisse, poi supplicato dai nobili e dalle Vestali, lo graziò, — Ma (disse) in quel garzone sciamannato troverete molti Marj», indovinando il colpo che porterebbe all'aristocrazia. Sdegnando il perdono o diffidando, Cesare passò in Asia, e caduto in mano dei pirati, non che fare da sbigottito, li minacciava, dandosi aria di loro capo non di prigioniero; leggeva ad essi le composizioni in cui esercitavasi, e li garriva di mal gusto perchè non ne comprendevano il merito; tassatogli a venti talenti il riscatto, disse — Troppo pochi; ve ne darò trecentomila: ma libero ch'io sia, vi farò crocifiggere», e mantenne la parola. Nè questo coraggio gli venne meno in molte imprese che allora compì.

Ma nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle dame che seduceva anche per vantaggiarsi della loro ingerenza nella Roma depravata, corritor d'avventure come tutti i giovani nobili d'allora, prodigo più di tutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, per farsi aderenti, tanto che prima d'acquistare veruna carica, si trovò un debito di mille trecento talenti (sette milioni e mezzo di lire). Anzi al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocchè concorrendo al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato comprò i voti dei poveri, dall'altro impegnò i ricchi a portarlo ad un posto che gli darebbe modo di sdebitarsi. E la principale sua astuzia consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non già per tesoreggiare, ma perchè sentiva vera la dispettosa esclamazione di Giugurta, e diceva[115]: — Due sono i mezzi con cui si acquistano, conservano e crescono i comandi; soldi e soldati».

Segnalato fra i nobili per sangue e costumi, al popolo fu caro come nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggiò i Sillani, ed aprì sua carriera coll'accusare di denaro distratto Cornelio Dolabella, già governatore della Macedonia, console, trionfante. Dolabella avea rubato quanto bastasse per trovar difensori due valentissimi avvocati, Quinto Ortensio e Aurelio Cotta, i quali lo fecero assolvere: ma i letterati ammiravano l'ingegno e la coltura del giovane Cesare; il popolo applaudì al suo coraggio di proteggere la giustizia contro i sicarj di Silla, sebbene comandati dal dittatore; i Greci e gli altri provinciali lo sperarono sostenitore dell'umanità contro la tirannide privilegiata di Roma.

Perocchè, di genio ordinatore al par di Silla, divisò un sistema ben diverso dal costui; l'uno respingeva verso un irremeabile passato, l'altro avviava all'avvenire, cercando ciò che paresse effettibile; l'uno escludeva checchè non fosse romano, l'altro abbracciava checchè il mondo barbaro potesse tributare all'annosa civiltà, e dilatava le gelose barriere della città romana, che ben presto dall'Impero e dal cristianesimo dovevano essere spalancate a tutti. Coadjuvò le colonie latine nel ricuperare i diritti cincischiati dal dittatore; anche ai Barbari, anche agli schiavi estendeva le attenzioni sue; chi avesse soprusi da frenare, miglioramenti da chiedere, a lui ricorreva; le città lontane abbelliva; essendo edile, spese, anzi prodigò quant'altri mai; risarcì la via Appia quasi tutta del suo; distribuzioni al popolo e feste; e perchè fossero comodamente veduti i giuochi Megalesi, fabbricò un teatro amplissimo di legno coi sedili, lo che, unito alla splendidezza dello spettacolo, pensate quanto il crebbe nel pubblico favore: ma sebbene offrisse trecenventi coppie di gladiatori, non lasciava al popolo l'atroce soddisfazione di vederli spirare.

Benchè, secondo la vetusta costituzione, le donne romane fossero riverite in famiglia, nulla per la città, pubbliche esequie egli rese alla moglie Cornelia e alla zia Giulia vedova di Mario, recitandone in piazza il funebre elogio; e in quell'occasione richiamò memorie care al popolo, e tra le effigie domestiche presentò anche quella proscritta di Mario; poi vistosi fiancheggiato, una mattina fece trovare ricollocati la statua e i trofei di questo nel Campidoglio, donde al tempo di Silla erano stati rimossi. I dilettanti ammiravano la finezza di quei lavori, il popolo ne piangeva di dolcezza, i nobili fremevano di questo nuovo genere di broglio, accusando Cesare d'aspirare ad egual potenza; Catulo, il cui padre era caduto vittima di Mario, diceva in pien senato: — Non più per mine secrete, ma per aperto calle Cesare assalta la repubblica»; e Cicerone: — Io prevedo in lui un tiranno; eppure, quando lo miro con quel capolino così acconcio, e grattarsi col dito per non iscomporre la chioma, non so persuadermi che uom siffatto pensi a rivoltare lo Stato».

E veramente le soldatesche canzoni il rinfacciavano di turpe corrispondenza con Nicomede re di Bitinia; Curione in pubblico discorso lo chiamò marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti; e quando entrò vincitore, i soldati cantazzavano: — Romani, ascondete le mogli; questo calvo salace comprò le femmine della Gallia coll'oro rubato ai mariti». Ma tacciandolo un senatore di effeminato col dire che una donna mai non potrebbe tiranneggiar uomini, egli rispose: — Ti sovvenga che Semiramide soggiogò l'Oriente, e le Amazoni conquistarono l'Asia».

In realtà Cesare già avea preso la capitananza del partito popolare, fiaccamente maneggiata da Pompeo. L'orgoglio patrizio riponeva egli nel mettersi sotto cotesti usuraj arricchiti; ma agli inferiori mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola facea sedere anche i provinciali, e servirli coll'istessa qualità di pane. Pompeo, tutto invidiuccie verso Cicerone, non prendeva ombra di Cesare, perchè quegli menava vanto de' fatti suoi, questo no, e possedea la gran politica di far servire gli altri a' suoi propositi. Avendo ottenuto il governo della Spagna ulteriore, i creditori nol lasciavano partire, finchè Crasso (61) non si esibì mallevadore per lui di cinquecentrenta talenti. Andatovi, menò guerra risoluta, spinse le conquiste fino alle rive dell'Oceano, e tornò rifatto a segno, che spense gli enormi debiti. All'ambito onore del trionfo, che il costringeva a rimanersi fuor di Roma finchè l'ottenesse, rinunziò per entrarvi a cercare il consolato; al qual fine barcheggiò in modo d'amicarsi i due capiparte opposti, Crasso e Pompeo. E Pompeo s'accontentava di dimezzar l'impero coll'emulo dacchè più non si vedeva l'idolo del senato; e fra questi tre si strinse una lega, conosciuta col nome di _primo triumvirato_ (60), che ovviando la mutua opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso il denaro, Pompeo la popolarità, Cesare il genio. Il senato profuse congratulazioni a Cesare che aveva rassettata quella pericolosa nimicizia; ma Catone ripeteva: — Non la nimicizia, ma l'accordo di questi tre toglie a Roma la libertà».

Cesare, ottenuto il consolato (59), bramava a collega Irzio letterato[116], poco destro all'amministrazione: ma Catone, ombroso di questi nuovi potenti, persuase i senatori a _lasciar dormire la legge_, e comprare voti per Calpurnio Bibulo, il quale prevalse. Ciò non tolse che Cesare esercitasse una specie di dittatura con aspetto di grande popolarità; e dirigendosi a toglier le barriere fra Roma e il mondo, leggi rigorose portò contro la concussione; della Grecia assodò l'indipendenza, fin allora nominale; alla Gallia Cispadana fece comunicare la romana cittadinanza, e alla Transpadana il diritto latino, e vi stanziò numerose colonie; di modo che un territorio barbaro restava annesso alla pelasgica Roma, e a popoli interi conferivasi un privilegio che prima non era concesso se non a singoli. Molte terre pubbliche rimanevano nella Campania, ed egli propose si dividessero fra cittadini poveri che avessero almeno tre figli; se queste non bastavano, se ne comprassero dai privati coi tesori riportati dall'Asia; cosicchè da una moltitudine oziosa ed affamata venissero ridotti a frutto campi deserti. Aggiungeva non darebbe verun passo senza il senato, al quale lascerebbe la scelta dei commissarj.

Talmente erano ragionevoli e moderate le proposte, che i senatori non poteano disdirle apertamente, ma trascinavano d'oggi in domani: del che lamentandosi Cesare, il conservatore Catone gli cantò, — Al senato non garba di vederti comprare la moltitudine colle ricchezze del pubblico». Tale risposta infuse coraggio ad altri padri per rifiutar la legge, col pretesto che non convenisse introdurre novità nell'amministrazione. Cesare indispettito convoca il popolo, espone il fatto, indi voltosi a Pompeo e Crasso, ne domanda schietto e preciso il parere; ed essi: — Non solo approviamo, ma siam disposti a sostenere anche colla spada la tua legge». Il popolo vi prese calore; al console Bibulo, che incaparbiva nella resistenza, furono infranti i fasci, maltrattati i littori, ferita la persona; gli altri spaventati tacquero. Solo Catone persisteva nel niego, benchè minacciato di prigione e d'esiglio; ma Cicerone l'imbonì col dirgli: — Se tu puoi fare senza di Roma, Roma non può fare senza di te; ed è da insensato gettarsi in un precipizio quando non si può chiuderlo»; e la legge agraria passò. Ventimila coloni furono piantati sul territorio di Capua; e questa antica emula di Roma, da cencinquant'anni ridotta a prefettura, cioè priva fin de' magistrati municipali, si rifece; e avrebbe potuto ricomparire l'utile classe de' campagnuoli se la legge fosse stata ben adempita.

Bibulo cessò dagli affari, e pieno arbitrio rimase a Cesare, talchè gli spiritosi chiamavano quello l'anno _del consolato di Giulio e di Cesare_. Questi viepiù si legò a Pompeo sposandone la figlia, e inducendo il senato a collaudare quant'esso aveva operato in Asia; quindi amicossi i cavalieri col ribassare di un terzo l'appalto delle gabelle; vendè l'alleanza di Roma al re d'Egitto; poi volendo sottrarsi a quell'aura popolare che si risolve in fischi, agl'intrighi, alle violenze, si fece decretare per cinque anni (58) le provincie delle Gallie e dell'Illiria, ove poteva colle conquiste procacciarsi gloria, e prepararsi un esercito destro e devoto.

Abbiamo veduto (pag. 20-21) come accanto alla fiera Gallia Transalpina si fosse piantata la colonia jonica di Massalia, esempio di corruzione e fomite di discordie fra i vicini; mentre i Romani, assodato il loro dominio sì nella Gallia Cisalpina sì nella Provenza, cresceano terribili all'indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli Edui, superbi dell'alleanza del popolo romano, impedivano il commercio dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantottomila per Ginevra difilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli; fiaccò Ariovisto, re de' Germani Svevi chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione che fin d'allora cominciava[117].

Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell'Armorica (57), cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della Mosa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima, narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non otterrebbe intera la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall'isola di Bretagna, santuario della religione gallica, vi sbarcò con grande coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da' Romani (55), e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi. Per riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla scissura fra due capi, seppe indurre gl'isolani a pagare un tributo e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducento navi, null'altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle; non vi lasciò guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli l'aspettava; e Roma berteggiavalo d'aver vinto un paese, ove nè argento nè oro nè vestigio d'arte e sapere[118]. Chi avesse detto allora qual doveva diventare quell'isola a confronto della beffatrice!

Tolta la speranza d'ajuti dalla Germania e dalla Bretagna, parea sottomessa stabilmente la Gallia; ma questa fremeva della dominazione forestiera, della licenza soldatesca e del governo militare, decretato per altri cinque anni a Cesare col titolo di proconsole, e per cui egli era costretto (53) rincarire i tributi, spogliava i luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed a sè. Gli scontenti elevarono a Carnuto il grido della riscossa, che la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia; a Genabo (_Orléans_) si fa macello de' mercadanti italiani; e a capo degl'insorgenti si pone Vercingetorige, giovane di antica famiglia arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare. Rivoltatogli il paese, chiama alle armi fin i servi della campagna, intima il fuoco a chiunque mostri viltà, e preparasi ad assalire la provincia Narbonese e i quartieri invernali de' Romani. E perchè Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione, rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci, sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno più migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare la patria, la quale non perisce colle mura.

Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch'egli dovette sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che l'appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle vallee: ma benchè l'audace e risoluto Vercingetorige mai non s'allentasse, benchè i suoi giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, coll'alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizzania fra i Galli stessi, potè sostenersi. Assalito Avarico (_Bourges_) (52) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza, trentanovemila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati: altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosità[119]; che soleva dire, troppo molesto compagno di sua vecchiaja sarebbe l'avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d'aver tentato impedirli.

Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercingetorige, e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge (50). Molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non vedessero i Romani. In dieci anni l'eroica Gallia restò soggiogata: mille ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione morti e altrettanti prigionieri[120], formarono il vanto di Cesare. Industriandosi a sanar le piaghe del paese, percorse le città, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscrizioni, non colonie militari peggiorarono il destino dei vinti; l'imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia _comata_ ottenne prerogative sopra la _togata_. Il proconsole evitava quanto potesse di offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti dopo recenti sconfitte: trovata sospesa in un tempio la sua spada, ch'eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela, è sacra»; la legione di Galli veterani, che sul caschetto portavano l'allodola simbolo di vigilanza, eguagliò alle romane in equipaggio, soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli prevalevano; forze ch'egli sottraeva a' suoi rivali ed alla patria per farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese.

A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma perire, sariasi risposto, dei Galli; essi che altra volta l'aveano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l'Italia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando tempo alla civiltà di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo. Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra i figli di questa. Imperocchè l'esercito, come succede nelle lunghe spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria, e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più spigliato procedeva nelle sue ambizioni.

Intanto a Roma Cesare grandeggiava per la sua assenza; il vago di quelle guerre lontane lasciava che l'immaginazione ne esagerasse i pericoli ed il frutto, rimanendo eclissato Pompeo da trionfi sovra gente _da tutto l'orbe divisa_, quella gente che era venuta altre volte sino appiè del Tarpeo; e se a Camillo e Mario tanta lode derivò dall'averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e li soggiogò?

Potenti avversarj ormavano, è vero, i passi di lui, raccogliendo e denunziando le ruberie, i tradimenti, le uccisioni, lo sterminio de' prigionieri; e quando furono proposti ringraziamenti a Cesare, l'austero Catone proruppe: — Che ringraziamenti? espiazioni piuttosto, supplicare gli Dei non puniscano sui nostri eserciti le colpe del generale, e consegnar questo ai nemici affinchè Roma non paja comandare lo spergiuro». Altri, meno austeri e più positivi, palesavano il pericolo de' prolungati comandi, e del lasciare entrambe le Gallie in mano d'un solo, il quale così potrebbe nella Transalpina agguerrire l'esercito, poi per la Cisalpina condurlo fin alle porte di Roma. Gli amici però del proconsole, fra' quali s'era aggregato Cicerone[121], riflettevano: — Se nella Gallia ha domato grandissime nazioni, egli non le ha ancora sistemate con leggi, con diritto certo, con ferma pace; questa guerra non può essere terminata se non dallo stesso che la cominciò; dobbiamo anzi saper grado a Cesare, che al soggiorno di Roma e alle delizie d'Italia preferisce terre sì aspre, sì rozze borgate, genti sì grossolane».

Tali voci e i suffragi per farsi prolungare il comando, dovea Cesare acquistarseli, lusingando il vulgo, mercando i demagoghi. Per venti milioni e mezzo comprò un'area, e vi eresse un fôro con portici di marmo, allettamento popolare; comprò per otto milioni e mezzo la neutralità del console Emilio; comprò per dodici milioni la connivenza d'un tribuno: tutte armi che affilava contro la repubblica.