Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 12

Chapter 123,701 wordsPublic domain

Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti.

Lo storico, che conosce primo suo dovere lo scoprire e manifestare la verità, e che la verità sente come primo bisogno, dopo che uscì da tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficoltà non minori imbatte nei tempi splendidi della letteratura romana, qualora si accinga a spiegare e ragionare quel che gli antichi hanno dipinto. Raggiungere la bellezza artistica degli antichi nessun moderno speri mai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero, meno intenti a quel che dicono che non al modo di dirlo. E quando uno vuole ai loro racconti applicar la ragione e l'intelligenza, se non bastano le tante oscurità, dipendenti in gran parte dall'ignorare noi i costumi e le condizioni di una società così differente, avvolgesi in un labirinto di contraddizioni; nè soltanto fra i varj narratori, ma fra il loro racconto, l'indole umana e la natura delle cose.

Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre artifiziosamente i fatti, bensì una tradizione ai figli, una filosofia pratica, una maestra della vita, dei portamenti civili e militari, delle virtù di cittadino e di uomo. Questo carattere conservò essa sempre, mantenendosi una lezione, una dimostrazione: per ciò scegliere le circostanze, e quali tacere, quali esporre a gran luce, quali ridur nell'ombra; perciò le arringhe de' personaggi, nelle quali si manifestano non gli atti soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti di passione politica, e propensi alla morale valutazione personale più che al giudizio storico, gli autori latini mancano della calma da cui traggono grandezza i greci. Gracco, Silla, Mario, e ben tosto Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de' partiti; laonde la fama ne esagerava gli atti, ne svisava gl'intenti; e quei che lasciarono memoria di loro, nè tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile il racconto e mascherare la calunnia o l'adulazione. Quelli poi che storie stendeano di proposito, non prefiggeansi la verità, sì bene la retorica; cernivano da altri libri, voltavano dal greco, raccoglievano dalla tradizione non ciò che avesse prove o verosimiglianze maggiori, ma ciò che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse alle esigenze dell'arte.

Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38), nato da un d'Amiterno divenuto cittadino romano nell'ultima emancipazione, raccontò la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina; ma come contemporaneo e partecipe, piglia assunto di farne una satira, a tale scopo atteggiando i personaggi e gli eventi. Il popolo svilito e corrotto, il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lagrime e sulla giustizia, calpeste le antiche virtù, il diritto delle genti posposto all'utilità o al favore, la repubblica non reggentesi più per le proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano d'appropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso coll'oro, Pompeo colla popolarità, Cesare colle armi, era lo spettacolo che s'offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel mediocre Giugurta preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibale.

Ciò che n'avanza ci fa viepiù desiderare quel che andò perduto; tanta è la vigoria con cui scolpisce i caratteri, la sobrietà degli ornamenti, l'_immortale brevità_, l'efficacia della parola, per istudio della quale ripescò termini già al suo tempo antiquati, e traslati audaci, e frasi affatto greche[103]. Si direbbe che anche in ciò si foss'egli proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome nel racconto non rifina d'encomiare i vecchi religiosissimi e sobrj, che ornavano i tempj colla pietà, le case colla gloria, ai vinti non toglievano se non di potere far male; sinchè la vittoria di Silla non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse, al pudore surrogati lo scialacquo, l'avidità, la sfacciataggine.

Udendolo nol diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi virtù è acrimonia contro gli oligarchi, è il dispetto che un intelletto colto prende della propria vergogna: perocchè ci consta che fu un facinoroso; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedicò le sue storie, fabbricò in città e in villa; e i suntuosi giardini che ritennero il nome suo e coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale dal colle opposto (_collis hortulorum_), parvero degni di soggiornarvi gl'imperatori, e di là furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostrò ricchezza e squisito gusto. Da Milone côlto in adulterio con Fausta, dovè subire le sferzate e l'ammenda[104]: collocato a governo della Numidia, la rovinò colle concussioni e colla prepotenza, indi pagò a Cesare un milione per comprarsi un complice illustre: basti dire che, in città così corrotta, fu depennato dall'album de' senatori. Oltre le materiali inesattezze di tempo e di fatto, ci lascia al bujo sul vero intento di Catilina, e con quali arti si traesse dietro tutta Italia, egli fradicio d'ogni bruttura: eppure di mezzo a' suoi rimbrotti lo fa grandeggiare, mentre non altra lode che la meschina d'ottimo console e di buon dicitore attribuisce a Cicerone. Ma di questo si sa ch'era nemico; di quello forse complice.

Tito Livio da Padova (59 av. C. — 18 d. C.), il miglior narratore che s'abbia in qualsivoglia lingua, forma della sua opera un poema, esponendovi quel solo che possa abbellirla, e colle circostanze meglio acconcie all'effetto. Storici, oratori, poeti gemano sulla decadenza di Roma: Livio, benchè ne confessi i vizj presenti, vuol mostrare in che modo essa salì in tanta grandezza[105]; e abbagliato da quella, e credendola eterna, non discerne la virtù e la giustizia; oppressioni e perfidie dissimula, o se nol può, le attenua coll'esagerare i torti dei vinti; fra gli obblighi di questi conta pure il credere a Roma quand'essa si proclama di origine divina[106]; ed ancor più degli altri storici pagani, mostrasi cittadino anzi che uomo. Il dubbio sente, ma non se ne inquieta; male s'addirebbe la discussione colla magnificenza: sa le favole dei tempi primitivi, e si propone di ripeterle senza nè affermarle nè combatterle[107]: gli stanno davanti archivj immensi, non ha che a salire in Campidoglio per interpretare vetuste iscrizioni, e non se ne cura, perchè non ne verrebbe un solo nuovo vezzo al suo quadro: talvolta cita gli autori antichi e ne libra le asserzioni, ma superficialmente, e non per desumerne il preciso vero, ma per materia di retorica elaborazione; e più comodo gli torna il ricopiare e sovente tradurre Polibio, neppur sempre cogliendo nel segno[108]. Il meraviglioso è più poetico, i prodigi sono opportunissimi a ciò, opportuno il sentimento della magnificenza romana, opportuno il grandeggiare de' patrizj, opportune le parlate, e l'affettar di credere alle cagioni divine più che alle terrestri.

Per verità lo scrivere la storia romana senza i prodigi, i vaticinj, gli augurj, sarebbe uno svisarla, quanto l'ommettere i frati e i miracoli in quella del medioevo: pure Livio trascese in tal genere, massime scrivendo in secoli ove più nulla si credeva. — So bene (dice) che quell'indifferenza (_negligentia_), per la quale gli spiriti forti non credono che gli Dei presagiscano alcuna cosa, vorrebbe non se ne raccontassero prodigi. Ma a me scrivendo di cose antiche si fa in certo modo antico l'animo, e una tal quale religione m'insinua che, quel che persone prudentissime pubblicamente credettero accettare, sia degno d'esser riferito ne' miei annali»[109]. Invece le particolarità sulla forma del governo repugnerebbero alla larghezza del suo tocco? ed egli le neglige, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbolenze che partorirono l'eguaglianza e la libertà; chiede quasi perdono se di mezzo alla guerra punica si divaga sopra le questioni intorno al lusso, recate dalla legge Appia[110]; e sempre sposa una parte, e giusta lo spirito di quella giudica i fatti; nè sa piegarsi ad intendere e rivelare i popoli e i tempi secondo l'indole di ciascuno, ma tutti li foggia sul tipo preconcetto, come di tutti i personaggi fa degli ideali di vizj e di virtù. L'epoca regia e l'aristocrazia patrizia frantende; nei tribuni del quarto secolo disapprova i demagoghi dell'ottavo; mentre applaudisce a quelle che giudica virtù, non s'avventa iracondo al vizio. Pende verso la repubblica o, dirò meglio, verso l'antica aristocrazia, talchè Augusto lo chiamava _il mio pompejano_; ma perchè era la moda, era l'innocuo liberalismo del mondo colto: nè però s'irrita contro le nuove forme, anzi tende a dissimulare i proprj sentimenti, e riconciliare i cittadini colla presente condizione; s'assodi pure la monarchia, purchè non leda la legalità.

In conseguenza trova giusti i primi sei re di Roma, tiranno il settimo che non consultò col senato e si fece superiore alla volontà generale: «ma non è dubbio (soggiunge) che questo Bruto, il quale tanta gloria acquistò per l'espulsione di un tiranno, avrebbe sovvertito la pubblica cosa se per desiderio prematuro di libertà avesse strappato lo scettro ad alcuno dei precedenti monarchi»[111]. Nè ad esso Bruto, istitutore della repubblica, pur una concede delle lodi con cui suole congedarsi da ciascuno de' suoi eroi; precauzione dovuta ad Augusto, sotto cui scriveva. Eppure quel suo continuo magnificar Roma ispirò sospetti quando alla patria si surrogava un imperatore; e forse per ciò divennero rarissimi i suoi libri, tanto che Mezio Pompejano ne estraeva arringhe che girava recitando, e per le quali fu mandato a morte da Domiziano. Dei centoquarantadue libri che forse erano, soli trentacinque ci rimangono, neppur essi seguiti; manca tutta la seconda decade, e la narrazione degli ultimi tempi della repubblica, cioè di quelli che or raccontiamo: pure queste ruine sono il più augusto monumento che mai si erigesse alla grandezza d'una nazione.

Informati che ci siamo sugli storici, ecco gli avvenimenti assumere tutt'altra fisionomia qualora si confrontino cogli oratori, colle leggi, con qualche frammento di memorie contemporanee. La retorica ebbe sempre gran parte nei fatti de' Romani, e neppur essa applicossi a porre in luce il vero e nudare il falso, bensì ad ottenere vittoria in un assunto, in una causa. Il popolo accorreva ad ascoltare le arringhe, come noi al teatro, dilettandosi alle belle parole, alle acconcie frasi, alla storiella, alle lepidezze, all'artifizio di travisar il vero e camuffare la ragione, alla felice dicitura; la verità era l'ultimo de' suoi intenti; e però applaudiva, fischiava, divertivasi, ma non vi credeva. Eppure quei brani d'eloquenza passarono nella storia come reali dipinture di caratteri; e giudichiamo Catone, Pompeo, Antonio, secondo le declamazioni de' retori, e del migliore fra essi Marco Tullio, senza tampoco avvertire com'egli conchiuda tutt'al differente in altri luoghi dove altrimenti gli conveniva, e massime nelle epistole, che sono il documento più importante su questi tempi. Non le destinava egli alla posterità, onde rivelano l'uomo quale aprivasi agli amici, colle paure sue, le virtù, le speranze, le debolezze, con mille particolarità che l'amor proprio avrebbe dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi. Egli poi od i suoi amici le scriveano sotto l'impressione degli avvenimenti; e poichè gli avvenimenti erano importantissimi, piace oltremodo il cogliervi quelle gradazioni di caratteri che allo storico sfuggono, e addomesticarsi coi pensamenti e coi ragionari de' più insigni contemporanei, che collegati nel sentimento d'un dolore comune, espongono la porzione che in particolare ciascuno soffre de' pubblici guaj, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti al nulla, o presi in sospetto ed in persecuzione dai vendicatori di esso.

Come avviene in età operose, molti scrissero i proprj ricordi, fra cui Silla, Lutazio Catulo, Emilio Scauro, Vipsanio Agrippa, Lucullo; in greco però, giacchè, come dice Cicerone, le cose greche si leggono per tutto il mondo, le latine rimangono ne' proprj angusti confini. Sventuratamente tutte perirono, eccetto le preziosissime di Giulio Cesare.

Di alcuni di questi compilò le vite il greco Plutarco, quasi un secolo dopo Cristo, usando abbondantissimi materiali ora periti: ma que' materiali egli raccozza, non fonde, non confronta, non ne concilia le antinomie, spesso li frantende. Oltre la classica cura dello stile più che delle cose, tende meno a scoprir il vero che a dipingere caratteri e passioni umane; non esamina la credibilità de' testimonj, non accerta le età, non conosce i luoghi; e lasciando che altri lo raccomandi come morale, noi non crediamo possa da lui ritrarsi la genuina immagine di quegli eroi, ch'egli stesso non comprese perchè non sapeva identificarsi coi tempi. Cesare e Pompeo ci mostra ben altri che nella storia; di Cicerone racconta i sogni, i motti, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni, ignorando la lingua latina: tanti prodigi, augurj, superstiziose cause di eventi grandiosi egli accumula, quanti ora, non che uno scrittore, neppur una donnicciuola farebbe: digiuno di politica, la più solita ragione degli avvenimenti gli è la volontà degli Dei, macchina metafisica la quale, quanto ingrandisce il concetto della storia generale, tanto alle particolari toglie e dignità e istruzione.

Con siffatti elementi è pur difficile, nell'esposizione dell'ultima età repubblicana, giungere ad un risultamento che appaghi la ragione, per quanto tu colga i punti essenziali dei dibattimenti d'allora, ed elimini gl'incidenti parziali ogniqualvolta non servano a ciò che importa, la rivelazione dello stato sociale. Per non essere a continua capiglia coi nostri autori, e non trarre in inganno i lettori ove la narrazione nostra proceda sicura e dogmatica, li vogliamo premuniti, che la storia tramandataci dai classici antichi e trascritta dai classici moderni ha fondamenti poco più sodi che un romanzo storico, se non in quanto la dividono da noi duemila anni; e che molti fatti traggono spiegazione dai posteriori, e dall'esperienza civile di altri tempi. Che se ci scosteremo talora dal modo convenzionale di narrare questi fatti, più spesso dal comune stile di valutarli, niuno ci supponga prurito di paradossi: neppur si trovi soverchia tale arroganza sopra un campo ancor sì poco sicuro, e dove molto demolì ma poco fin ora ricostrusse quella critica, che, se fosse ardita insieme e rispettosa, immaginosa ed erudita, analitica e ricompositrice, formerebbe il vanto della nostra età.

Nei turbamenti catilinarj niuna parte avea presa Pompeo Magno, occupato in Asia contro Mitradate (62); ma il suo ritorno facea temerne di nuovi. Di fatto la legge Gabinia gli aveva conferita un'autorità, quale a nessun altro capitano mai; e a buon diritto i patrizj esclamavano che neppur Silla aveva tanto usurpato per viva forza, e che la repubblica ormai trovavasi ridotta a monarchia.

Abbiamo ripetuto come il pubblico potere rimanesse scompartito fra molti magistrati, l'uno in contrasto coll'altro; dal che restavano impediti gli eccessi o difficili gli accordi. Ora ogni temperamento era tolto via dalle commissioni straordinarie; e quando non la si sapea salvare che coll'affidarla a un uomo solo, la repubblica non sussisteva più che di nome, e ognuno potea voler farla sua. E lo voleva Pompeo; pure dissimulava l'ambizione, e quando si udì destinato a combattere Mitradate esclamò: — O che? non mai un po' di riposo! non poter mai vivere quieto con mia moglie! Beato chi passa i giorni nell'oscurità!» Poi, quando molti temevano non conducesse contro la repubblica l'esercito, guadagnatosi coi denari della repubblica, lo congedò; non che ostentasse il lusso di Lucullo e degli altri reduci d'Asia, da privato attraversò la Grecia ascoltandone i filosofi, modestissimo l'Italia, accolto però da tutti con indicibili feste, e aggiungendosegli sempre nuove forze per accompagnarlo a Roma. Le sue vittorie, il carattere, la splendidezza de' giuochi, fino i torti della moglie Muzia ch'e' fu costretto repudiare, contribuivano a renderlo l'idolo della città: ma di silleggiare[112], come avrebbe potuto agevolmente dopo ridotta precaria l'esistenza della repubblica, gli mancò non la voglia, sì bene l'attitudine.

La fortuna gli aveva risparmiato quelle traversie, in cui un uomo si ritempra; lodi intempestive lo intitolarono imperatore ancor giovinetto; quando cadde malato parve pubblico lutto, tant'erano universali le preci, poi universali le feste per la sua guarigione: onde dovette credersi potentissimo sulla moltitudine, e necessario alla patria, alla libertà, al popolo, ai cavalieri, al senato, i quali ad ora ad ora si gettavano nelle braccia di lui, perchè sentivano che potrebbero strigarsene appena avessero conseguito l'intento. Ambizioso delle apparenze più che della realtà, per imitazione di Silla si tolse dal governo, del quale in fatto mal conosceva le particolarità; invece delle arti solite di frequentare il fôro, accusare, difendere, assistere clienti, sottraevasi agli sguardi pubblici, poi ad ora ad ora si mostrava con un corteggio sconveniente, quasi a rimovere la famigliarità cittadinesca; credeva onorare coloro cui permettesse d'essergli amici; e li trattava con aria da patrono; sempre aspettava che Roma venisse a cercarlo come unica sua tavola di salvezza. Ma la libertà ha i suoi puntigli, e col mostrare che i favori le siano rapiti, vuol essere dispensata dalla vergogna del prodigarli. Or quella franchezza, direi impudenza, che vuolsi per padroneggiare i partiti, Pompeo non l'ebbe; introdusse innovazioni, ma che dissepelliva dal tempo vecchio, e ch'erano reclamate dal pubblico; non osava compir nulla, benchè tutto desiderasse; sollevava la lepre senza saperla cogliere. Col farsi legalmente attribuire sconfinati poteri, col lasciarsi paragonare ad Alessandro Magno, e chiamare l'unico propugnacolo di Roma, coll'orzeggiare fra i partiti, e corrompere il popolo mediante le largizioni, e mettere a prezzo i suffragi, spianava la via della tirannide a chi meglio di lui saprebbe camminarvi. Costoro che, violando la costituzione senza sapersi piantare di sopra d'essa, non vogliono obbedire e pur non sanno comandare, sono i pessimi nemici delle repubbliche, uccidendone la libertà senza recarvi la calma del dispotismo.

Pompeo domandò che il senato ratificasse con un solo decreto quant'egli aveva operato in Asia, e distribuisse terreni a' soldati di lui: e deh qual rimase allorchè si vide disdette le domande! Le fece riproporre al popolo da un tribuno; ma il ricordo di quel ch'erano divenuti per Silla gli accasati veterani, suscitò opposizione tumultuante; e quando il tribuno arrestò il console Metello Celere (60), il senato si alzò unanime dicendo, — Lo seguiremo tutti alla prigione»; talchè Pompeo glielo fece rilasciare. Eppure, già lo vedemmo, egli medesimo servivasi dei ribaldi per sommuovere la quiete, acciocchè gli onesti, affine di ripristinarla, esibissero a lui il supremo potere; si collegò con un gran facinoroso, Publio Clodio, e gli fece ottenere il tribunato; col che disgustò molti buoni, e si ridusse ad avere per unico appoggio le fazioni di piazza.

Ormai ogni passo eragli attraversato da potenti emuli, quali Lucullo, che non gli sapea perdonare d'avergli in Asia rapito gli allori tanto faticati; Cicerone, della cui inaspettata altezza egli mostrava ingelosire; Crasso, al quale aveva strappato il trionfo nella guerra servile. Questi s'era tenuto con Mario sinchè, avendogli esso ammazzati padre e fratello, si rivolse a Silla, e gran vantaggio gli recò, grande ne ritrasse. Perocchè nelle costui proscrizioni comprando i beni confiscati, i trecento talenti ereditati dal padre avea cresciuti fino a settemila (40 milioni), dopo sparpagliatine otto o dieci in largizioni e banchetti; e pensava non potersi dir ricco chi non bastasse a mantenere del suo un esercito. Teneva cinquecento architetti e muratori schiavi, e nei frequenti incendj e diroccamenti d'allora comprava le aree, fabbricava e rivendeva a vantaggio, oppure dava a nolo essi schiavi per lavoratori, come altri per banchieri, scrivani, amministratori, bifolchi. Dacchè vide che Pompeo volea tutti per sè i vanti della guerra, benchè glorioso delle vittorie sopra Telesino e Sparisco, si procacciò nominanza in altre guise. Casa sua sempre aperta agli amici, che trattava con frugalità pulita e gioconda cortesia; se avessero mestieri di voti nel cercare le magistrature, gli ajutava; prestava denari senza usura, benchè al giorno assegnato li ripetesse con bancaria puntualità. Sempre in movimento, pratico delle trafile degli uffizj, delle triche avvocatesche, dei brogli del fôro, metteva la sua mediazione e l'abilissima eloquenza a disposizione di chiunque avesse uopo d'un patrono; e qualora Cesare, Marc'Antonio, Cicerone, Ortensio se ne scusassero, egli si levava ad arringare. Per tal modo erasi formato un grosso seguito di clienti; alla guerra molti l'accompagnarono per pura benevolenza; in pace servivangli di battaglione volante, con cui egli, nè stabile amico, nè irreconciliabile nemico, dava prevalenza nei comizj e ne' tumulti a questo o a quel personaggio. Ragione eccellente per farsi corteggiare.

Di mezzo alla corruttela d'allora come un rudero antico campeggia Cajo Porcio Catone. Degno discendente dell'antico censore, aveva irrigidita la patrizia inflessibilità colle dottrine stoiche; considerò come suprema virtù il rispetto alle leggi e alle tradizioni romane, come primo dovere la coerenza e l'unità, aborrendo que' temperamenti, a cui l'onestà di molti si acconcia. Ancor fanciullo, gli ambasciadori de' Socj Italici lo sollecitano acciocchè interceda per la loro causa presso suo zio Druso, ed egli non risponde; insistono, ed egli ancora muto; minacciano buttarlo dalla finestra, anzi ve lo tengono sospeso, ed egli zitto; talchè gli ambasciatori dissero: — Fortuna ch'e' sia ancor fanciullo; se no, la domanda nostra ci sarebbe infallibilmente negata». Non facile ad imparare, ma tenacissimo di quel che una volta avesse imparato, ebbe la fortuna d'aver a maestro Sarpedone, che al continuo interrogare di esso rispondeva non con pugni, ma con ragioni. Vedendo portarsi fuor della casa di Silla teste d'uomini insigni, Catone chiese al maestro: — Ma non si trova nessuno che uccida cotesto tiranno?» e rispostogli che era ancor più temuto che odiato, — E perchè non dare una spada a me onde liberare la patria?»

Amava tanto il fratello Cepione, che a vent'anni non aveva mai senza lui cenato, mai fatto viaggio, neppur ronzato in piazza. Studiava l'eloquenza, ma non ne facea pompa; e a chi gli dicea che del tacer suo lo biasimavano i cittadini, rispondeva: — Purchè non mi biasimino del viver mio», e — Comincerò a parlare quando saprò dir cose che meritino di non essere taciute». Per imitare gli antichi, camminava a piedi, mentre il suo seguito veniva a cavallo, e accostandosi ora a questo ora a quello, introduceva discorso; traversava la piazza in farsetto, sebbene pretore; a piè scalzi come uno schiavo andava a sedersi in tribunale; e colà e fuori implacabilmente severo, continuo era sul rimbrottare il terzo e il quarto, anche in materie di piccolo rilievo. Per la sua via procedeva dritto, senza badare a chi urtasse, amici o nemici secondo credeva sostenessero il giusto o l'iniquità. Cicerone, avvezzo a bordeggiare per evitar gli scogli mentre Catone vi dava di cozzo, deplora più volte l'inflessibilità di costui, che «parlava come vivesse nella repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia di Romolo», e la severità stoica ne canzonò arringando per Murena; ma esso, come l'ebbe udito, non fece altro se non esclamare: — Che console ridicolo abbiamo!»[113].