Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Part 10

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Anche su altre preziosità spingevasi la sua ingordigia, tappezzerie ricamate d'oro, ricche bardature da cavallo, vasi probabilmente di quelli che noi chiamiamo etruschi, tavole grandiose di cedro[79]; e poichè in Sicilia abbondavano fabbriche di tele e d'arazzi, e tinture di porpora, esso le obbligava a lavorare per suo conto. Riceve una lettera coll'impronta d'un bel suggello, e manda di presente pel possessore, e ne vuole l'anello. Antioco, figlio del re di Siria, dirigendosi a Roma per sollecitare l'amicizia del senato, recava per donare a Giove Capitolino un candelabro, degno per arte e per ricchezza del posto cui era destinato e alla suntuosità del donatore. Fermatosi il principe in Sicilia, Verre l'invita a cena, sfoggiando una magnificenza reale; e Antioco in ricambio invita il pretore, e ostenta le splendidezze asiatiche che seco traeva, vasellame di metallo fino, una coppa stragrande d'una gemma sola, una guastada col manubrio d'oro. E Verre a maneggiare e lodar que' lavori, e prega il re voglia prestarglieli da mostrare agli orefici suoi. Antioco il compiace senza un sospetto, non sa tampoco negargli quell'insigne candelabro che con gelosia custodiva: ma quando si tratta di restituirli, il pretore lo rimanda d'oggi in domani, poi glieli chiede sfacciatamente in dono; e perchè il principe ricusa, Verre talmente insiste, che Antioco per istracco gli dice: — Tenetevi pure il restante, ma restituitemi il dono destinato al popolo romano». Ma Verre garbuglia non so quali pretesti, e gl'intima che esca dalla provincia avanti notte.

Veneravasi a Segesta una Diana bellissima, rapita già dai Cartaginesi, ricuperata da Scipione. Verre ne pigliò vaghezza, la chiese, e ricusato, vessò gli abitanti e i magistrati fino a impedirne i mercati e i viveri; ond'essi pel minor male dovettero acconsentire che se la prendesse. Con tal devozione però era guardata, che nessuno a Segesta, libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano; onde Verre chiamò dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito degli uomini! che pianger delle donne! che desolarsi de' sacerdoti! la spargeano d'unguenti, la cingevano di corone, l'accompagnavano con profumi sino al confine; e poichè non cessavano di querelare fosse rimasto solo il piedestallo con iscritto il nome di Scipione, Verre ordinò di portar via anche quello. Più sacra a tutta l'isola era la statua di Cerere in Enna, la dea dirozzatrice della Sicilia, e che in quei campi appunto avea visto rapirsi dal dio Plutone la figlia Proserpina. Che monta? il pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti; e alla festa con cui commemoravasi la presa di Siracusa per opera di Marcello, ne fece sostituir una al proprio nome.

Tanto permettevasi un pretore in sì breve tempo, e alle porte di Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie, e si vantava — Ho rubato tanto, che non posso più venir condannato». I Siciliani non osavano richiamarsene direttamente al senato (70), e si raccomandarono a Cicerone, che nell'isola loro avea lasciato buon nome quando vi fu questore al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l'accusa, pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i testimonj. Non ostante ciò, non ostante che Verre fosse protetto da amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilli forensi e dall'onnipotenza dell'oro, pel quale potè far prorogare i dibattimenti fin all'anno seguente, quando era console Ortensio, pretore Metello (69), Cicerone ne assunse l'accusa a preghiera de' Siracusani e de' Messinesi, e assicurato di protezione da Pompeo; girò l'isola a raccorre testimonianze; presentò il libello, facendovi pompa di tutta l'eloquenza e sonorità sua; e più che colle miserie de' Siciliani egli destava il fremito col dipingere come Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fôro di Messina un cittadino romano[80]. Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli ergastoli, sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall'arbitrio dei custodi: — ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente.

Anzi nell'orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d'enorme grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell'uomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer severo; io non dico nè sì nè no».

E del disprezzo che s'avea per ciò che romano non fosse è grand'indizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in essa la propria condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compito il suo libello, condannò Verre all'esiglio, ed a restituire non più di quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manoscritte, e restano a provare le trascendenze dell'aristocrazia, e giustificare l'odio che nelle provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò una folla d'altre prevaricazioni de' nobili che aveano secondato Verre, talchè dava di colpo a tutta l'aristocrazia, la quale riconoscea se stessa in qualcuno almeno de' lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; ed elevando la giudiziaria a questione politica, diceva: — La mano degli Dei suscitò questo gran processo per porgervi il destro di cancellare le disonorevoli taccie apposte a voi e alla giustizia romana: chè ogni giorno più si diffonde la voce che nei vostri tribunali mai non possa aver torto il ricco colpevole. Pompeo v'ha detto alle porte della città, _Le provincie sono messe a sacco, la giustizia all'incanto; bisogna riparo a questi scompigli._ Sì, bisogna; e l'anno venturo quand'io sarò edile, vi porrò sott'occhi con prove irrefragabili la lunga tela degli orrori e delle infamie commesse in questo decennio dai tribunali affidati al senato. Sinchè la forza ve la costrinse, Roma soffrì il despotismo vostro, degno di re; ma dacchè il tribunato recuperò i suoi diritti, intendetela bene, il vostro regno è finito».

In fatti Pompeo riuscì ad ottenere, rinnovando la legge Plauzia, che le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri e i tribuni del tesoro, restando così annichilata l'opera di Silla. Da quel momento i cavalieri acquistarono vera importanza nella repubblica, annodatisi attorno a Pompeo e Cicerone.

CAPITOLO XXIV.

Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina.

I ripetuti esempj di potere illimitato sfioravano le gelose attrattive della libertà, e rendevano temerarj i soldati, e ligi ai capi che per molti anni gli avevano condotti al trionfo. I quali a vicenda, ne' lunghi comandi disavvezzatisi da ogni subordinazione, trovavansi anche nella pace altrettanti satelliti quanti aveano antichi uffiziali; sicchè i comizj presero aria d'un campo di battaglia, gli stessi amici dell'ordine tendeano ai loro fini collo scompiglio, e tutto riducevasi a governo personale.

Cajo Cornelio tribuno (67) propone di reprimere le usure de' governanti, e le dispense che da alcuni senatori vendevansi dall'osservar le leggi: il console Calpurnio Pisone gliel contrasta; e contro la tumultuante folla manda i littori, ma li vede respinti a sassate e rotti i loro fasci. Cornelio propone di punir le brighe che si fanno pei candidati; e Pisone, con artifizio non mai disimparato, lo sorpassa, aggiungendo che chi fa broglio sia espulso dal senato, escluso dalle cariche, multato. Cornelio, che non vuole lasciarsi vincere in popolarità, eccita nuova sommossa, fa cacciar Pisone dal fôro, e questo si circonda d'amici, e a forza fa passare la sua legge. Quando Cornelio scade, viene accusato di non avere tenuto conto del veto de' colleghi; ma Cajo Manilio, amico di Pompeo, compare con un pugno di bravi, e minacciando morte dissipa gli accusatori. Tali erano divenuti i comizj.

Quel gran nome di Roma, nel quale si congiungevano patrizj e plebei alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri; e le nimicizie suggellate col sangue faceano riguardare ciascuno, non come membro della stessa repubblica, ma come congiurato d'una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare, inabile del pari e a possedere e a soffrire chi possedeva.

Nessun fatto rivela tanto la condizione sociale d'un paese quanto le leggi e le consuetudini che regolano la proprietà; onde non ci sarà apposto il tornarvi spesso, massime da chi badi ai germi che or vanno crescendo.

Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società, come base morale n'è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della poca stabilità che ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole religiose o legali, subordinata poi sempre all'alto dominio dello Stato. La delimitazione dell'augure segnava i confini di ciascun fondo; l'ara o le tombe lo consacravano: talchè al dileguarsi del sentimento religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale, restava all'arbitrio de' legislatori o de' violenti, e trenta volte noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la proprietà.

Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l'abolizione de' debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non onorato il lavoro, non aperte vie onorevoli al guadagno. Se non che il possesso non fondavasi quasi su altro che sull'ingiustizia, sull'usurpazione, sulla denunzia, sull'assassinio. La campagna d'Asia introdusse un lusso corruttore, che si manteneva od emulava coll'opprimere i poveri ed espilare le provincie. La venalità delle magistrature costringeva i nobili a caricarsi di debiti per ottenerle, indi rifarsene come potevano nelle provincie o ne' tribunali.

Gl'Italiani, sbalzati dalle glebe avite, poi ridotti al nulla da Silla, erravano mendicando pei campi posseduti dai loro padri; mentre nei monti appiattavansi o pastori sottrattisi cogli armenti ai loro padroni, o gladiatori fuggiaschi, pronti a vendere un coraggio disperato; i meno arrabbiati affluivano a Roma per godervi il privilegio di vendere il voto e vivere di donativi. Il paese dei Volsci, donde vedemmo uscire eserciti così numerosi, non trovavasi più popolato che da schiavi dei Romani e da guarnigioni: altrettanto quello degli Equi, il Sannio, la Lucania, il Bruzio[81].

Mal si presumerebbe che le tante colonie ripopolassero l'Italia. Quel nome era accettato da alcuni municipj per mera adulazione o per assomigliare alla metropoli[82], senza in effetto ricevere nè immigrazione, nè coloni: se li ricevevano, era la poveraglia più sconcia di Roma, la quale aveva tumultuato per ottenere la legge agraria e i campi, ma ricusava la fatica necessaria a prosperarli; onde, appena condotta su questi, rimpiangeva l'ozio voluttuoso e pasciuto della città, e vendendo per poco denaro il terreno ottenuto, ritornava alla fastosa sua miseria. Altrettanto accadeva dei veterani, cui in benemerenza si concedeva, non il soperchio delle sterminate tenute dei ricchi, secondo l'intento dei Gracchi, ma di cacciare il laborioso campagnuolo, per sedersi sulla sua vigna, nel suo letto. Quivi in brev'ora scialacquato il facile acquisto, e impegnato il campo agli usuraj, tornavano a Roma a chieder armi, sommosse, proscrizioni.

A chi rimaneva ed avesse capitali riusciva dunque agevole accumulare smisurati tenimenti, sperdendo la classe più attuosa, quella dei rustici liberi e dei piccoli proprietarj: i terreni che non lasciaronsi sodi, vennero uniti in latifondi, e retaggio di un privato diventavano contrade, che due secoli prima aveano dato materia al trionfo d'un generale[83]. Cavalieri e senatori dagli estesissimi loro poderi procuravano ritrarre la maggior rendita colla minore spesa convertendoli in prati, alla cui coltura bastavano assai minori braccia che non alla semente.

Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupidigia e le speranze, purchè si alzasse una bandiera, certo le correrebbe dietro una moltitudine volonterosa di sovvertire l'ordine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. Ma voleasi estirpare il male? non era possibile se non collo scompigliare di ricapo le proprietà, portare su nuove tavole di proscrizione quelli che delle prime aveano vantaggiato, sbrigliare la vendetta, inondar l'Italia di sangue. Ma poi, spropriati gl'ingiusti possessori, a chi rendere i terreni? la guerra, la proscrizione, la miseria aveano od uccisi o fatto dimenticare i primitivi proprietarj, che stivati negli insalubri tugurj di Roma, baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.

Vedevasi dunque l'abisso, ma non come colmarlo. Il tribuno Rullo Servilio, stimolato da Cesare, pensò almeno un palliativo (63), proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti. Decemviri, nominati non da tutte e trentacinque tribù, ma da sole diciassette, tratte a sorte come si soleva nella elezione de' pontefici e degli auguri, doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d'Italia quelli conquistati dopo il primo consolato di Silla; le gabelle di essi mettevansi all'incanto, per ottenere subito un capitale, con cui si comprassero campi in Italia da piantarvi colonie e ripristinare le proprietà minute. Quasi un compenso, egli dichiarava legittime le vendite di possessi pubblici fatte dopo l'82, cioè le Sillane, ed anche le usurpazioni.

Sbigottirono i ricchi al pensare che le proprietà loro dovessero passare alla rassegna del rappresentante del popolo; sbigottirono di questo smisurato potere affidato ai dieci, che col sovvertimento delle fortune avrebbero potuto anche mutar lo Stato. Onde a Cicerone, che mercè de' cavalieri era divenuto console e attorno al quale si stringevano i ricchi[84], affidarono l'incarico di dissuadere la legge. Ed egli, benchè nell'accettare la suprema magistratura avesse professato voler essere console popolare, adoprò quella sua eloquenza tutta di passione a combattere Rullo; con arte da retore mettendo in giuoco tutti i sotterfugi e i pregiudizj, confuse le proposizioni, riducendole continuamente a quistioni di persone; lusingò il vulgo col chiamare i Gracchi chiarissimi, ingegnosissimi, amantissimi della romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante parti della repubblica[85]; blandì la boria nazionale col magnificare la repubblica, ma soggiungeva: — Quando mai s'era veduta questa comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? sarebbe degno di sì gran madre il trapiantare i suoi figliuoli sopra terre acquistate altrimenti che colla legittimità della spada? distribuire le terre, state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui proveniva il grano da dispensare al sacro popolo?[86]. Popolare son io al certo, stratto da gente nuova, non appoggiato d'aderenze: ma la popolarità non consiste nel sommovere con larghe promesse; bensì la pace, la libertà, il riposo sono i beni inestimabili che io voglio far godere al popolo. Cotesto Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall'equità e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla legge agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depredarne la libertà, arricchire i privati spogliando il pubblico. I decemviri restano convertiti (quale orrore!) in dieci re, che una nuova Roma meditano erigere in Capua, in quella Capua la quale già un tempo aveva osato chiedere che uno dei consoli fosse campano, e che lieta di posizione e di territorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, trista di vie, con angusti sentieri, con povera campagna». Così solleticando tutti i pregiudizj, Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarità ne rimase scossa.

Un altro tribuno Roscio Otone propose, ai cavalieri si assegnasse posto distinto ne' giuochi. Ma ne spiacque talmente ai plebei, che dai fischi si stava per venire ad aperta sommossa, quando Cicerone ricomparve alla ringhiera, e sì ben parlò, sì bene confuse l'ignoranza della ciurma, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio recitava[87], che il popolo s'inghiottì la legge di Otone.

Cajo Rabirio, fazioniere di Silla, quarant'anni prima aveva ucciso il tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorchè i cittadini in massa furono chiamati dal senato a prendere le armi per Mario e Flacco. Contro di lui, or vecchio e senatore, Giulio Cesare per mezzo di Tito Labieno portò un'accusa, dove si trattava nulla meno che di sminuire al senato il diritto d'affidare la plenipotenza ai consoli, d'avere cioè arbitrio sulle vite persino dei tribuni, la cui opposizione cessava al bandirsi della legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo comune, pagarono Cicerone per difendere l'imputato: ma l'eloquenza di lui, l'orrore che sparse contro i sommovitori della pubblica quiete, le lodi che profuse a Mario «padre e salvator della patria, vero procreatore della libertà e della repubblica», nol salvarono dai fischi della moltitudine, esaltata dall'effigie di Saturnino esposta sulla ringhiera; nè il reo avrebbe sfuggito la condanna di perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva uno spediente legale. Quando la repubblica romana estendevasi poche miglia, sul Gianicolo teneasi elevata la bandiera bianca, e se mai il nemico s'accostasse, veniva abbassata, e subito ognuno era obbligato lasciar le adunanze e il fôro per correre a difender la patria. Da secoli la cosa avea perduto senso, pur rispettavasi ancora l'avita usanza, e il vessillo bianco rimanea sciorinato quanto duravano le popolari votazioni del campo Marzio. Adunque il pretore Metello Celere andò a strapparlo, e bastò perchè si dichiarasse sciolta l'assemblea, e sospeso il voto di condanna. Ma bastava pure perchè i senatori s'accorgessero di non essere più sicuri sulle loro sedie curuli.

Dei cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, perseverando nell'attribuire importanza a quell'Ordine; e portato console, li costituì veramente come una classe media fra i senatori e la plebe. Essi in ricambio lo spalleggiavano, mentre il popolo a cotesto signor degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I figliuoli de' proscritti, che per le leggi sillane rimanevano non solo spogli della proprietà, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori, si arrabattavano per far derogare l'iniquo castigo. Domanda giusta quanto moderata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soccombuta, la quale per prima cosa avrebbe pensato alla vendetta, poi a nuove spropriazioni: d'altra parte, se si dessero impieghi a gente, onorevole per certo e degna, ma impoverita, non era probabile che se ne volesse rifare?[88]. Con uno sfoggio di stile, che forse niun'altra volta mai tanto artifiziò, insinuava ai soffrenti la necessità di soffrire pel comune vantaggio; pazientassero un'ingiuria utile alla repubblica, la quale avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Silla, sarebbe sommossa all'infirmarsi di quelli. Anche questa volta trionfò l'eloquenza, e gli arricchiti dalle confische di Silla deposero la paura di vedersi spogliati: e lascisi pure che Roma brontoli contro Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che più s'erano impinguati nelle preterite vicende, e che erano i due Luculli, Crasso, Ortensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli ultimi conservatori romani di vigorosa indipendenza.

Se dunque passiamo in rassegna i partiti d'allora, ecco da un lato alquante famiglie primarie che aveano tratto a sè il maneggio del senato e della repubblica, appoggiandosi a Pompeo Magno, mentre il grosso dei senatori volea avervi altrettanta parte; sicchè l'aristocrazia medesima trovavasi divisa tra sè, e ognuno aspirava a turbar la repubblica, piuttosto che rimanere in grado inferiore[89]. Rappresentante di tale partito era Licinio Crasso, mentre i perseguitati da Silla, devoti al nome di Mario, rannodavansi a Giulio Cesare, ambizioso di ben altra levatura, che ascondevasi ancora, ma in cui per istinto gli aristocratici indovinavano il loro gran nemico. Restava quel morbo postumo di tutte le guerre, gli spadaccini, che sprezzano gli uomini di toga o di lettere, e non ribramano se non le occasioni di menar di nuovo le mani; e ognuno può ricordarsi d'aver veduto costoro darsi aria di generosità, e in loro mettere speranza e a loro aggregarsi una gioventù liberale, che vulgarmente ripone l'onore nel coraggio, e che aspira al mutamento qualunque sia e dovunque venga.

Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio Catilina. Usciva dall'illustre gente Sergia, la quale pretendeva derivare da Sergesto compagno d'Enea[90], ed aveva ricevuto onore da Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l'assedio di Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia: i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un'orazione recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo, ingordo dell'altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile ne' mezzi, ambiva alle cose; serviziato cogli amici, s'avea bisogno di un cavallo? d'armi? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l'oculatezza d'un padre, la severità d'un giudice, le persecuzioni d'un creditore; a lui per comprare voti ne' comizj, testimonj falsi ne' tribunali, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla virtù, coll'onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi d'Aurelia Orestilla, vedova bella e null'altro, per farla sua tolse di mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa; corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.