Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)
Part 1
STORIA DEGLI ITALIANI
PER CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO II.
TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1874
CAPITOLO XIX.
Gli schiavi. — Guerre civili.
Se la giustizia non è una legge eterna, ma deriva da patti sociali e da decreti, non può concernere se non coloro che stipularono; lo straniero sarà un nemico, e ciascuno potrà ucciderlo a voglia; i vinti si manderanno per le spade, se pure non si trovi più utile il servarli (_servi_) pei proprj bisogni, e perchè facciano tutto ciò che al vincitore talenti. Così logicamente veniva stabilita la maggiore delle iniquità, e l'ulcera delle società antiche.
Gli schiavi, come in tutta l'Asia, l'Egitto, la Grecia, così in Roma abbondavano; e conforme alla giustizia suddetta, Dionigi d'Alicarnasso, parlando di Servio Tullio, trova che i Romani acquistavano i servi con mezzi legittimissimi[1], giacchè o li compravano all'incanto, o li riceveano col bottino, od ottenevano dal generale di serbar quelli ch'essi aveano presi in guerra, o li compravano da chi gli avea avuti per le vie predette. Oltre gli acquistati in guerra, alcuni eransi venduti da se stessi per vizio, o dai creditori, o dalla legge (_servi pœnæ_); altri erano nati in casa (_vernæ_); altri raccolti bambini nelle esposizioni, comunissime allora quando ogni padre poteva ricusare di _levar_ di terra il figlio natogli. Estese le conquiste, si portarono schiave a Roma anche persone nobili ed istruite, principalmente dalla Magna Grecia e dalla Sicilia: crebbero poi a migliaja nelle guerre con Cartagine, col'Illiria, colle Gallie. Del farne nascere in casa poco s'avea cura, credendosi questi men robusti, e parendo gittato il tempo in cui si deve lasciar inoperosa la madre, e nutrire il bambino senza frutto.
Lo schiavo non è persona, ma cosa[2]: perciò non ha rappresentanza nel consorzio civile, non può deporre in testimonio, non citare in tribunale, non aver nozze legittime nè figli proprj, non testare; natural suo erede è il padrone, che subentra ad esso negli altrui testamenti. Il proprietario solo potea chieder ragione d'un insulto fatto a' suoi schiavi, e contro lui dirigevasi l'azione per colpe di questi. Poteva il dominio d'uno schiavo appartenere ad uno, ad un altro l'usufrutto; e il padrone a sua voglia batterlo, crocifiggerlo, affamarlo, far ogni infamia del corpo di esso. La legge calcola con ispietata precisione i compensi per la sua perdita o pel deterioramento: — Chi senza diritto uccida uomo o quadrupede domestico appartenenti ad altri, paghi al padrone il valore massimo che questo oggetto ha da un anno. Non si deve solamente tener conto del valer corporale, ma anche se la perdita dello schiavo cagioni al padrone un danno maggiore del valor proprio dello schiavo. Se il mio schiavo fu istituito erede, e fu ucciso prima che per ordine mio accettasse l'eredità, bisogna, oltre il prezzo, pagarmi l'ammontare dell'eredità perduta. Se di due gemelli, o di due commedianti, o di due musici fu ucciso l'uno, deesi valutare e il prezzo del morto e lo scapito che la uccisione di lui portò nel valore del sopravivente, come se s'uccida una mula d'una coppia, o un cavallo di una quadriga. Quello cui fu ucciso lo schiavo, può scegliere fra il procedere in via criminale, o il ripetere un'indennità in forza della legge Aquilia»[3]. Eccovi un'altra contraddizione di quella sapienza legale: comprendere nel diritto di natura le bestie, mentre negava la personalità agli schiavi.
Erano questi addotti sul mercato da pirati o da speculatori, che li disponeano in una trabacca (_catasta_) a varj scompartimenti simili a gabbie, ignudi, colle mani avvinte e in fronte un cartello, portante le loro buone e ree qualità[4]. Entro gallerie interne si esibivano i prescelti. I forestieri, di cui non si poteva garantire la docilità, presentavansi con piedi e mani legate e col pileo in capo. Il compratore espone al negoziante: — Mi fa bisogno d'un mugnajo, di un torcoliero, d'un segretario per lo scrittojo, d'una donna pel letto, di un cane per la porta, d'un pedagogo per mio figlio»: guarda, palpa, esamina la forza e l'intelligenza: il venditore è obbligato dichiarare le malattie e i difetti, se riottoso, se solito a fuggire o andar girellone. Più tardi fu stabilita una tariffa secondo l'età e la professione; sessanta soldi d'oro per un medico, cinquanta per uno scrivano, trenta per un eunuco minore dei dieci anni, cinquanta se maggiore[5]. Cittadini di gran virtù speculavano sull'educarli; Catone li comprava meschini ed ignoranti, poi fatti robusti e destri li rivendeva: Pomponio Attico ne formava letterati.
Alcuni erano schiavi pubblici, per lo più fatti in guerra e che appartenevano allo Stato o alla città, con annuo assegno perchè attendessero ai pubblici lavori, ai bagni, agli acquedotti, alle miniere; oppure servissero i generali e i magistrati anche per corrieri, carcerieri, manigoldi. A peggior condizione trovavansi gli schiavi privati, i quali nelle case esercitavano ogni ministero; essi agricoli, essi mandriani, essi pastori, essi canovaj, cuochi, spenditori, barbieri, bagnajuoli, sarti, calzolaj, cacciatori, giardinieri, funamboli, commedianti, architetti, pittori, ragionieri, medici, veterinarj, tutto. Uno si teneva legato alla porta acciocchè, fui per dire, abbajasse al venire di qualche forestiero; altri dovevano gridare le ore, umani oriuoli; altri macinavano, e un gran disco attorno al collo gl'impediva di recarsi alla bocca qualche pugno di grano; quali correano avanti il padrone per istrada a fargli dare il passo; quali annunziavano le visite; questi, ai piedi del padrone, tergevano dai tappeti orientali le sordide traccie dell'intemperanza di esso; quelli servivano da sonatori, da impudichi, da buffoni, al qual uopo alcuni sin da fanciulli erano stretti con cinghie e serrati in astucci per modo che non potessero svilupparsi. Giulia d'Augusto aveva un nanerottolo ed una schiava non più alti di due piedi. Pregiatissimi erano pure gli ermafroditi, talora artifiziali. Seneca ci addita torme di ragazzi che, all'uscire dai banchetti, nelle camere aspettavano oltraggi alla natura. Legioni intere di corrotti, provenienti principalmente dall'Asia e da Alessandria, che somministrava i più famosi per isfrontatezza di costumi e vivacità di spirito, erano disposti secondo il paese ed il colore con tant'arte, che in tutti vedevasi corporatura snella, volto fiorito della prima lanugine, nè mai uno di capellatura liscia confondevasi con quelli di crespa. Alcuni non viaggiavano che col viso bisunto, perchè il sole e il freddo non intaccassero la dilicata pellicina. Plinio e Quintiliano raccontano con quali arti infami si celavano i difetti di quelli destinati ad infimi piaceri, e con quali erbe si ritardavano gl'indizj della pubertà[6].
Uno schiavo robusto fruttava al suo padrone da venticinque centesimi il giorno; e riceveva al mese venti litri di grano e venticinque di vinello, fatto con aceto, acqua dolce e acqua di mare fracida, secondo la ricetta di Catone. Il lavoro degli schiavi era preferito, perchè non come i liberi restavano ogni tratto interrotti dal servizio militare.
— Calvisio Sabino ricchissimo, e dei più inerti ch'io m'abbia conosciuti (racconta Seneca), stava sì male a memoria, che or dimenticava il nome d'Ulisse, or quello di Achille o di Priamo; nè altri mai storpiò tanto i nomi, quanto egli faceva quei di greci e trojani. Volendo ciò non ostante passare per letterato, udite cosa pensò. Comprò due schiavi, uno che imparasse a memoria Omero, l'altro Esiodo, e nove altri che sapessero i nove poeti lirici. Gli costarono un occhio, perchè, non trovandosene d'incontro, bisognò farli apposta. Formatosi questa banda, cominciò a bersagliare i suoi convitati: aveva ai piedi gli schiavi che gli suggerivano de' versi quando gli occorressero, e ch'egli lanciava a ogni proposito ai commensali, per lo più storpiandoli. Satellio Quadrato, gran motteggiatore, ne rise; Calvisio gli rispose ch'erangli costati centomila sesterzj; e questi: _A meno compravate altrettante biblioteche_. Eppure Calvisio arrogavasi di saper tutto quel che i suoi servi sapevano. Satellio stesso gli propose un giorno di far seco alla lotta ; e perchè Calvisio gli mostrava d'esser pallido e sfinito, _Che?_ replicò l'altro, _non avete una turba di schiavi forzosi?_»
In qual modo trattati fa orrore il pur pensarlo. Quei che lavoravano i campi, aveano i capelli e le ciglia rase: quei che portavano i padroni nelle eleganti lettighe, trascinavansi dietro le catene[7]. Palla, accusato di complicità con alcuni liberti, dimostrò che non comunicava con essi se non per segni o per iscritto. Antonio e Cleopatra sperimentavano sopra gli schiavi i veleni. Pollione ne fe gittar alle murene uno che gli ruppe un vaso: del che lo rimbrottò Augusto, il quale non pertanto fece appiccare all'antenna uno che gli aveva mangiato una quaglia. Ai lunghi pasti si facevano assistere, digiuni, in piedi, e guai se avessero tossito, starnutato, sospirato, anzi pur mosso le labbra. Alcuni ricreavano le cene con atroci combattimenti, e i padroni applaudivano, fischiavano, e dicevano: — Fatti lontano, canaglia, che il tuo sangue non mi chiazzi la tunica».
Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della sensualità prima ancora che si svegliasse l'istinto, senza coscienza d'altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i desiderj onesti o infami, cresceano nell'abitudine dell'intrigo, della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti vecchi o incurabili, si portavano all'isola d'Esculapio sul Tevere, colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a quest'ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse libero: e allora i padroni gli uccisero.
Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d'Augusto portava che, quando un cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell'ingiusto, si alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil mai che fra quattrocento schiavi nessuno avesse notizia dell'uccisore? eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato, i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand'esempio v'è qualcosa d'ingiusto; ma l'iniquità commessa verso alcuni uomini è compensata dall'utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del popolo che malediceva la legalità.
Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi della religione dell'avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di precipitarli dall'alto, d'insinuare il veleno nelle loro vene, nè di bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo sbranatine i corpi[9].
Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s'insultava al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito. Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste s'adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo, intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni lieve mancamento, o quando l'arte loro non fosse da tanto d'emendarle i difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.
Quella monotonia di patimenti era interrotta una volta all'anno, quando, nell'orgia de' Saturnali, gli schiavi ricuperavano una momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina abituale.
Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla consuetudine posti fuor della legge civile e dell'umana, erano la parte attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti. Scrittori e statisti s'accordano a riguardare come qualcosa d'ignobile e disonorante il lavoro e l'industria: Cicerone trova indegna d'uom libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la medicina e l'architettura; il commercio tollera sol quando rechi ingenti guadagni: fin l'agricoltura non ischermiva dal disonore gli operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi: Varrone classifica gli stromenti dell'agricoltura in vocali, cioè gli schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate; Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10]; Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d'oliveto si richiedono tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj, remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di prezzo.
Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il tutto. Gli amici non s'incontravano che al fôro o nella gozzoviglia; venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva il padrone in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così aspirava all'affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la toga, poi l'anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne' pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.
La legge dovette porre limiti all'affrancazione: richiedeva che lo schiavo avesse almeno trent'anni, e venti il padrone: chi possedesse dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n'avea da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè l'emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave compravanla coll'arti che oggi rendono infami le libere; i liberti diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi, codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.
Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare, traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo; Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja, sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].
È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli vero che l'industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi, qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione, ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in tempo era dovuta una soddisfazione all'umanità, una protesta contro la nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.
La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l'avere molti servi, i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi d'ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze, lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie. I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de' giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro l'adempimento del loro dovere.
Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e «per lusso e crudeltà emulava gl'Italici viventi in Sicilia». Scorreva egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi, d'adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli, altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.
Per quanto curvi ed avviliti dai patimenti, si risentirono quei miseri dell'eccesso di essi, e fatta un'intelligenza, si levarono coll'impeto di chi spezza una durissima catena.
Roma, già quando meditò il primo sbarco in Africa (anno 257), avea fatto leva di quattromila Sanniti, obbligandoli al remo; i quali repugnando, s'accordarono con tremila schiavi per far movimento, e minacciarono la quiete de' loro tiranni: ma Errio Potitio, ch'e' s'erano preso per guida, li tradì. Alla fama della nuova sollevazione in Sicilia, risposero tutti gli schiavi, cui la servitù (135) lasciava parte dell'anima: in Asia un Aristonico, spacciandosi figlio d'Eumene II re di Pergamo, chiama gli schiavi a libertà, e accozza un grosso esercito; nell'Attica insorgono ventimila cavatori di miniere; altri a Delo, altri nella Campania; in Roma cencinquantamila servi congiurano. Nè proclamavano già la liberazione e l'eguaglianza degli uomini, voce che dovea tardare un secolo e mezzo a sonare da una capanna e da un patibolo; solo volevano scuotersi di dosso l'intollerabile giogo.
Tra gli schiavi di Sicilia viveva un Euno, nativo di Apamea in Siria; pratico d'incanti e divinazioni, dava ad intendere gli si rivelasse l'avvenire prima in sogno, poi anche desto; or maneggiava ferri roventi, or esalava fiamme per la bocca, ammirato dall'ignoranza. Vantava gli fosse comparsa la Gran Dea Sira, predicendo ch'egli diverrebbe re; e lo ripeteva ai compagni ed al padrone Antigene, il quale spassandosi di tal fantasia, soprannominollo il re, e per tale mostravalo a' suoi amici, domandandogli come avrebbe trattato questo e quello, giunto ch'ei fosse al trono; Euno rispondeva cose or bizzarre or sensate, e la brigata rideva, e gli gettava alcun che de' rilievi del pingue banchetto.
Maturata la sommossa, gli ammutinati si ricordano dell'indovino e del re; corrono ad Euno per consultarlo, ed egli prestigiando risponde che gli Dei consentono, anzi incorano alla ribellione. Facilmente si crede quel che piace: quattrocento schiavi restringonsi, ed esserne capo chi poteva meglio di Euno? Dal quale guidati, irrompono in Enna, mandando a macello e stupro, non perdonando a fanciulle o a matrone: altri schiavi fanno turba, scannano i proprj padroni, ajutano a trucidare gli altrui: Damofilo e sua moglie, da una villa vicina strascinati in città, sono esposti sul teatro, quivi regolarmente giudicati, poi ad obbrobrio ucciso l'uomo, Megalide abbandonata alle squisite vendette delle ancelle. Solo fu risparmiata una loro fanciulletta che, quando vedeva maltrattati i servi, li compativa, li soccorreva in prigione, li curava infermi, li pasceva affamati.
Euno, gridato re da senno come prima era per chiasso, assume diadema e porpora, dichiara regina sua moglie, chiama sè Antioco e Sirj i sollevati; sceglie a consiglieri i più destri e accorti; e propone di uccidere tutti gli Ennesi, eccetto quelli che sappiano o vogliano fabbricare armi. Fra tre giorni ebbe a' suoi comandi mille settecento uomini, armati alla meglio, e si diede ad infestare il paese colla brutalità d'un branco, in cui d'uomo non erasi alimentato che l'istinto della vendetta. Cresciuto sin ad avere diecimila combattenti, osò affrontare in campo Lucio Ipseo, indi altri generali romani, e più d'una volta ne partì vincitore; poi con accortezza trasse a sè Cleone cilice che in altra parte ammutinava gli schiavi, e un mese dopo l'insurrezione trovossi fin ducentomila guerrieri, ed assalì Messina, da cui però lo respinse il console Calpurnio Pisone[17].
Siffatte turbe ragunaticcie, se hanno impeto per avventarsi alla vittoria, agevolmente sono raggirate dalla politica scaltrezza, o superate dalla calcolata disciplina. Le sommosse che accennammo in altri luoghi, restarono soffocate col pronto accorrere e cogli atroci supplizj. In Sicilia Rupilio Nepote assediò Taormina (133), riducendola a tali strettezze, che l'uno mangiava l'altro; e quando il siro Serapione ebbe tradita la rôcca, i rifuggiti in essa furono, dopo orribili tormenti, dall'alto di quella precipitati. Enna pure per tradimento fu presa, (132) dopo ucciso Cleone in una tremenda sortita, e ventimila Sirj trucidati. Euno, cui mancava il valore indispensabile a un capo d'insorgenti, fuggì con seicento uomini, i quali vedendosi irreparabilmente inseguiti, si uccisero l'un l'altro; ed egli, preso in una grotta ove erasi ricoverato col cuoco, il panattiere, il bagnajuolo ed il buffone, fu gettato nelle prigioni di Morgantina, ove morì consunto dai pidocchi. Rupilio ridusse in quiete la Sicilia, nel modo che ognuno può pensare.