Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 9

Chapter 93,740 wordsPublic domain

Da’ bovi si disse venuto il nome d’Italia[127]: i majali della Gallia cisalpina nutrivano eserciti interi[128]: le lane supplivano ed alla seta nei vestiti signorili, ed alla tela nelle trabacche militari. Quella d’Apulia otteneva il vanto fin sulla milesia, e per conservarla morbida e immacolata, rivestivansi le pecore con altre pelli: di quelle finissime del Padovano si tessevano abiti e tappeti[129]; di bianchissime se ne tondeano intorno al Po, di nerissime a Pollenza; e per riputate che fossero le spagnuole, le nostre vinceanle in durata[130]. Di cavalli pure s’abbondava; i veneti erano cerchi anche fuori, e numerose razze nutriva la Puglia[131].

[ECONOMIA. COMMERCIO]

Sono vestigia dell’antica sapienza pratica alcuni proverbj citati da’ Romani, e che doveano aver corso prima che la coltura venisse abbandonata a mani servili.—Tristo agricola (dicevano) quello che compra ciò che il fondo può somministrargli. Tristo capocasa quel che fa di giorno ciò che può far di notte, eccetto il caso d’intemperie; peggiore chi fa ne’ giorni di lavoro quel che potrebbe ne’ festivi; pessimo quel che nei dì sereni lavora a tetto, anzi che all’aperto[132]. Il campo dev’essere minore delle forze del coltivatore, sicchè nella lotta questo a quello prevalga. Seminagione tempestiva spesso inganna; seminagione tarda non mai, se pur non fosse cattiva[133]. Non arare terra cariosa; non defraudare la semente[134]. Pregavano che le biade prosperassero per sè e pei vicini, e i censori punivano colui che arava più che non vangasse[135]. Più tardi d’opimo guadagno teneansi i prati; e Catone, interrogato qual fosse il primo modo d’arricchire coll’agricoltura, rispose:—I molti pascoli»; quale il secondo,—I pascoli mediocri»; quale il terzo,—I pascoli sebbene cattivi»[136]. Egli stesso diceva che «Ben coltivare è ben arare». Nè altrimenti che collo sminuzzamento della proprietà e coll’assidua coltura de’ terreni sarebbe potuto alimentarsi tanta popolazione sopra un territorio di mediocre estensione[137]. Cavavansi marmi e metalli; e più tardi il senato romano vietò di occupare più di quattromila uomini attorno alle miniere del Vercellese[138].

[COMMERCIO]

I popoli avveniticci prendevano stanza più volentieri vicino alle coste, conoscendo opportunissima al traffico l’Italia. In fatto la superiore manteneva commercio coll’Illiria, ed insigne emporio e mercato era Adria: a Genova i Liguri barattavano legname, resina, cera, miele, pellame, con biade, olio, vino, grasce[139], e mandavano fuori grossi sajoni, detti ligustini: i Bruzj asportavano pece e catrame; Veneti, Sanniti, Pugliesi, la lana: per la via Salaria, traverso all’alto Appennino, i Sabini venivano a prendere il sale nella marina de’ Pretuzj; gli Umbri il cavavano dalle ceneri; Liparioti, Rutuli, Volsci, Campani scorrevano il mare su barche lunghe e veloci; i Liguri su piccole rozzamente attrezzate.

[DIALETTI]

Niuna cosa (ha detto il Vico) s’involve dentro tante dubbiezze ed oscurità, quanto l’origine delle lingue ed il principio della propagazione delle nazioni[140]. Si disputa tuttodì se il linguaggio sia naturale o convenzionale, e perciò se regolato dalla logica o dall’uso, vale a dire dall’analogia o dall’anomalia. Noi già professammo la nostra credenza, nè questo è luogo a sì complicata controversia. Ben dei dialetti italici sarebbe importantissima la conoscenza, come quelli che ci avvicinano alla culla della lingua più importante fra le europee, la latina: ma le poche iscrizioni che ne sono l’unico avanzo, bastano appena a erudite congetture. L’osco, in cui trovasi moltissimo di sanscrito[141], estesissimo anche ai Sabini e agli Ausonj[142], e che sopravvisse alla nazione, non doveva differire se non nelle forme dall’umbro e dal latino.

[SAPIENZA]

Quale filosofia seguissero gl’Italiani, ignoriamo; pure dalla loro e da quella dei Pitagorici dovette comporsi la primitiva latina, benchè i posteriori, abbagliati dalle greche, non tenessero conto delle dottrine nazionali, e le confondessero colle epicuree e colle stoiche. Da due fonti si è tentato argomentarle, il linguaggio e la giurisprudenza. Il Vico nell’_Antichissima sapienza degli Italiani_, osservando di quanta filosofia fossero pregne le voci latine, arguì che i prischi Itali dovevano essere argutissimi pensatori, e propose di estrarre da voci e frasi il loro sistema di metafisica, di fisica e di morale. Soltanto sulla metafisica condusse egli il lavoro, e mostrò che, secondo i primitivi Latini, erano identici il _vero_ e il _fatto_; Dio sapeva le cose fisiche, l’uomo le matematiche, contraddicendo ai Dogmatici che credeano saper tutto, e agli Scettici che nulla; esser Dio il perfetto vero, al quale sono conosciuti gli elementi intrinseci ed estrinseci delle cose, mentre l’intelletto umano non procede che per via di divisione, e ricava dalla scienza l’ente e l’uno; nell’anima dell’uomo presiede l’animo, nell’animo la mente, e nella mente Iddio; il qual Dio volendo fa, e fa coll’eterno ordine delle cose, non già per fortuna o caso.

Se il metodo del Vico parrà a tutti di troppo arrischiata congettura, ancor meno valore può avere per chi, come noi, supponga che nel linguaggio sieno depositate le prime rivelazioni divine, necessario per dar lume alla mente e sviluppo alla ragione. E poichè le lingue non sono formate da filosofi ma dal popolo, in esse si trovano attestati non il grado del sapere, ma le verità di senso comune; ed è impossibile sceverare quel che un popolo vi pose di suo, da quanto ricevette per tradizione. Anzi dalla fratellanza delle lingue nostre colle greche troppo precipitosamente alcuni indussero la somiglianza di civiltà, quasi non potesse l’una che derivare dall’altra. Le nozioni di Dio e delle arti primitive erano anteriori alla separazione dei popoli, e perciò spesso s’incontrano comuni le parole che le esprimono; mentre diversissime quelle relative a diritto e legalità.

[DIRITTO]

E perciò migliore argomento della sapienza degli Italiani può offrire la giurisprudenza, la quale fondasi sovra principj anteriori all’importazione greca. Secondo quelli, l’uomo è un essere naturalmente ragionevole e libero, e la persona è l’uomo col proprio stato; lo stato suo è naturale o civile; per natura gode la libertà, cioè può fare ciò che la forza o il diritto non vieta, nè esso può alienarla. Per diritto civile però ammettevasi la schiavitù, e lo schiavo era diminuito del capo, era uomo non persona[143]. Mentre è della femmina la debolezza, la dignità è del maschio, solo capace di patria potestà e d’impieghi. Figliuolo è quello che nasce da giuste nozze; laonde sono insociali l’adulterio, l’incesto, il concubito. Consideravano come cosa tutto ciò che può essere computato nei beni, compresi i diritti: il diritto però non era corporeo, ma uno per eccellenza, indivisibile, inestinguibile, superstite all’oggetto su cui cadeva: non si acquistava nè perdeva altrimenti che colla volontà o col consenso.

Del resto, quand’anche si volesse trarre dai Greci la civiltà italiana, ben tosto se ne separò essenzialmente. In Grecia scomparve di buon’ora la predominanza delle famiglie, mentre in Italia il diritto privato si fondò sul diritto delle genti, che si perpetuò. Fra i Greci prevalse l’individualità, fra noi lo Stato, l’autorità, la riflessione, l’idea: laonde in quelli signoreggiò l’arte, nei nostri il dovere. In Grecia arrivò al colmo la individuale indipendenza; in Italia incontriamo patriarchi, i figliuoli legati a questi, i padri legati al Governo, il Governo agli Dei.

CAPITOLO VI.

Primordj di Roma. I Re.

Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni d’Occidente.

[IL LAZIO]

Il Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera, il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare, ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento, Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio, che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.

Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni di solenne sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di paglia, e purificava se stesso[144].

[ALBALUNGA]

Anche dopo gl’incrementi d’Alba e di Roma, metropoli dei Latini fu tenuta Lavinio, città sul mare, dov’erano deposti gli Dei penati de’ Latini. Questo fatto darebbe a supporre che per mare vi fosse venuta la gente sacerdotale che portò nel Lazio la religione, e che è simboleggiata in Saturno, quivi celatosi dalle persecuzioni di suo figlio Giove[145].

[1300? av. C.]

[1250?]

Per antichissimi re del Lazio sono mentovati Pico, Fauno, Latino. Regnante Fauno, quivi approdò una colonia di Arcadi, cioè di Pelasgi, condotta da Evandro, e sedutasi in riva al Tevere, vi fabbricò Palanzio[146]. Due generazioni più tardi, regnando Latino, giunse un’altra colonia pelasga, cioè profughi di Troja, che, distrutta la patria loro dai Greci congiurati, qui ne cercavano una nuova e dominio[147]. Enea, principe trojano che li guidava, sulle rive del fiume Municio, detto Laurento dai lauri che le vestivano, sconfisse Turno principe de’ Rutuli, sottentrò a re Latino, e collocati i profughi lari in Lavinio, alla dinastia indigena surrogò la sua propria. Questa ebbe poi reggia in Albalunga, la quale fu madre di trenta città, poste in altura e rinforzate già di muraglie da Pelasgi ed Etruschi, quali erano Camerio, Nomento, Crustumeria, Fidene, Colazia, Gabio ed altre, futuri trofei di Roma. Ad Enea successe nel regno Ascanio suo figlio, poi una mal determinata serie di re fino ad Amulio.

[ROMOLO]

[796]

Costui, usurpato al maggior fratello Numitore il trono, costrinse Rea Silvia, unica figliuola di quello, a consacrare la propria virginità a Vesta. Pure il dio Marte la rese madre di due gemelli. Gettati nel Tevere onde sperdere il pericolo di pretendenti, dall’onda, più mansueta che lo zio, furono deposti a piè d’un fico selvatico, e allattati da una lupa. Venuti in età, conobbero l’esser loro, e colle prodezze raccoltasi attorno una masnada di valorosi Latini, la aquartierarono sulle rive del Tevere a sedici miglia dallo sbocco e poco dopo il confluente del Teverone, ove già cinque razze di popoli s’erano stabilite e scomparse[148]: contrada silvestre, ondeggiante su molti colli, quali il Saturnio, da poi Capitolino, elevato appena sessantacinque metri sopra il mare, ma orrido di sterpi e rupi; l’Aventino il maggior di tutti, nereggiante di lecci e lauri; il Celio (Laterano), detto Querquetulano perchè tutto a querce; il Viminale dai vimini, l’Esquilino o Fagutale dagli eschi e dai faggi; il Palatino, sacro a Fauno silvestre, con un bosco del dio Pan, dal quale le lupe scendevano ad abbeverarsi nel Tevere, i cui trabocchi stagnavano alle sue falde: e bosco e palude erano tra il Capitolino e il Quirinale, oggi monte Cavallo[149].

[ORIGINE DI ROMA]

[753]

Su quei colli, meno insalubri che la pianura, al punto ove confinavano Latini, Sabini, Etruschi, fondarono una città, e la chiamarono Roma cioè _forza_ nel linguaggio comune, Flora nel linguaggio sacerdotale, oltre un terzo nome arcano, che si pronunziava soltanto nelle cerimonie più secrete[150].

Romolo, ucciso il fratello Remo, domina senza competitore, e cresce la sua città pubblicando:—Chiunque vi venga, avrà asilo e mercato franco»; i primi coloni col titolo di patrizj sono il tutto della terra; rimangono plebe gl’indigeni soggiogati, o i ricoverativi da poi, ma a quelli si collegano in qualità di clienti, non potendo se non per mezzo di questi patroni ottenere giustizia, la quale venendo resa con forme rituali, non potea spettare che ai patrizj, unici possessori della religione e del diritto.

[749]

Romolo sparte i cittadini in tre tribù, e da ciascuna sceglie cento cavalieri per la guerra, cento senatori per l’amministrazione. Onde aver matrimonj rapisce fanciulle dai Sabini, i quali, venuti per vendicarle, non pure sono pacificati, ma formano un popolo solo col romano, prendendo stanza sul Quirinale coi proprj Dei, nettando dagli stagni e dalle foreste la valle fra il Palatino e il Campidoglio perchè servisse di piazza ai due popoli, che aveano accomunato l’acqua e il fuoco, e stabilito un tempio a Vulcano pei parlamenti. Cameria, Fidene, Vejo, altre vicine città sono conquistate, trasferendone a Roma gli abitanti, e di romane colonie popolando que’ paesi. Romolo, morto o ucciso, è annoverato fra gli Dei.

[714]

All’eroe succede il legislatore, al romano il sabino Numa Pompilio, che ispirato dalla ninfa Egeria, istituisce, o introduce dalla Etruria le vergini vestali, i sacerdoti feciali, e preci e festività e cerimonie religiose; a lui cadono dal cielo gli Ancili, scudi che rimasero un altro dei pegni sacri della fortuna di Roma; riforma il calendario, consacra le proprietà col culto del dio Termine, distribuisce il popolo in maestranze d’arti, fonda il tempio di Giano nell’Argileto. Secolo d’oro, tutto quiete e concordia, sicchè il tempo di Numa restò perennemente desiderabile.

[I RE DI ROMA]

[671]

Ma presto il sereno sparisce. Il bellicoso re Tullo Ostilio apre guerra contro Alba, capitale dei Latini e madre di Roma; e vien definita col duello di tre fratelli Orazj con tre Curiazj; Alba è a suon di trombe distrutta, i cittadini trasferiti a Roma sul monte Celio, e la guerra continua per sottoporre le città che a quella avevano obbedito. Ma mentre vuole, coi riti insegnati da Numa, placare le divinità adirate, Tullo rimane colpito dal fulmine.

[639]

Anco Marzio, suo nipote e successore, vince Fidenati, Volsci, Vejenti, Sabini, Latini; prepara il porto di Ostia, le saline e il carcere Mamertino a piedi del Tarpeo; fortifica l’Aventino e il Gianicolo per assicurare dagli Etruschi la navigazione del Tevere; fa scolpire le leggi sacre, delle quali rinnova il cessato vigore.

[614]

Tarquinio Prisco, oriundo di Corinto e lucumone d’Etruria, ottiene lo scettro romano, favorito da augurj; aggrega cento nuovi senatori, due nuove vestali; fabbrica acquedotti, cloache, i portici del fôro, il Circo Massimo tra il colle Palatino e l’Aventino, il tempio di Giove sul Campidoglio; vince Sabini, Latini, Etruschi, coi quali ultimi fa pace: pace generosa, dove nè tampoco esige tributo, ma solo vuole riconoscano la sua supremazia mandandogli la corona, lo scettro, i fasci, le scuri, il trono d’avorio. Al fine è assassinato dai figli d’Anco Marzio, pretendenti al trono paterno.

[578]

Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulla destra del Tevere, e la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu assassinato da Tarquinio suo genero.

[534]

[509]

[496]

Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da Giunio Bruto parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco Porsena ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento della vittoria e della libertà cresce di potenza.

In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità di Tarpea a introdurli in città. Tre Orazj nati ad un parto combattono contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto. Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite solo[151] resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città. Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’ trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.

[CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVA]

A tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire; ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’ sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’erano tenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra. Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori, l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nella _Scienza Nuova_, e un secolo dopo il danese Niebuhr nella _Storia romana_: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi qualche uscita.

Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale, mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio, aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla tradizione era fatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno) e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di prodi stranieri[154].

Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante, ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.

[TENTATIVO DI SPIEGAZIONE]

Forse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di caratteri ideali: Romolo figlio d’un dio e che morendo sale agli Dei, Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la sacerdotale.

Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta, dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi. Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.